sabato 12 dicembre 2009

Gb: una mail le costa il posto

Corriere della Sera

Holly Leam-Taylor licenziata dalla Deloitte dopo aver spedito un messaggio che ha avuto troppo successo

Holly Leam-Taylor

MILANO - Doveva essere una classifica stilata per ridere con l’intento di eleggere il «maschio più attraente dell’ufficio», con tanto di voti da inviare via mail secondo nove categorie diverse, dal «corpo più in forma» al «ragazzo con la miglior personalità», fino a quello con cui «si sarebbe dormito volentieri». Insomma, uno scherzo. Che ha, però, preso la mano alla sua ideatrice, la 22enne Holly Leam-Taylor, e che alla fine le è costato il posto alla Deloitte, dove era tirocinante dallo scorso agosto. Ironia della sorte, a costringerla alle dimissioni sarebbe stato l’incredibile successo che ha avuto la sua iniziativa, visto che la mail dal titolo «Deloitte First-Year Analysts Christmas Awards» mandata dalla ragazza a un ristretto numero di colleghe martedì pomeriggio affinché esprimessero le loro preferenze in base alle nove sezioni scelte è stata inoltrata in tutto il mondo, dalla Nuova Zelanda agli Stati Uniti, ed è finita pure in rete, dando così pubblicità all’iniziativa.

DIMISSIONI - Una pubblicità di cui però alla Deloitte avrebbero fatto volentieri a meno e così, 24ore dopo aver inviato la mail ed essersi ritrovata con la cartella della posta in arrivo piena zeppa di risposte, Holly è stata costretta a dare le dimissioni. «Era solo uno scherzo per celebrare il Natale – si è difesa l’impiegata sul quotidiano britannico «Daily Mail» – ed è stato un autentico choc vedere che una mail potesse diffondersi in questo modo ed arrivare tanto lontano. E’ stato pazzesco ricevere delle mail da ogni parte del mondo e da gente che mi diceva che avevo regalato loro un sorriso. Mi hanno risposto anche dei colleghi maschi che si sono autovotati nelle varie categorie e tutti erano molto divertiti. Certo, ragionando con il senno di poi, è stata una cosa davvero stupida da fare, ma non c’era nulla di controverso o sessista. Ovviamente, potessi tornare indietro, farei molta più attenzione a mandare in giro delle mail». La signorina Leam-Taylor ha presentato la lettera di dimissioni mercoledì pomeriggio alle 3 e anche se nei corridoi dell’azienda si mormora che sarebbe stata costretta a farlo, lei insiste nel dire che si è trattata di una sua decisione. «Appena mi sono resa conto che la mail era stata girata anche fuori dall’ufficio, ho capito che sia la mia reputazione che quella della Deloitte erano state danneggiate – ha spiegato la ragazza – e, perciò, ho deciso di andarmene di mia iniziativa e so di aver preso la decisione giusta. Quella del premio è stata una mia idea, pensata giusto per ridere ed è qualcosa di cui ormai tutti parlano in ufficio e nel paese. Ma in tutti i contratti della Deloitte c’è scritto che noi non dobbiamo usare le mail per uso personale e sapevo che così facendo avrei infranto le regole».

NUOVA CARRIERA - Ora Holly passerà il Natale a casa dei genitori, Andrew e Gillian, nel Surrey e sta pensando ad una nuova carriera, questa volta nel mondo della moda. Quanto alla Deloitte, la posizione dell’azienda è riassunta in un comunicato ufficiale, dettato dal portavoce alla stampa: «Siamo molto delusi. Sebbene volesse essere solo uno scherzo, in realtà quanto successo deve rappresentare un duro monito sulla necessità di agire con cautela quando si usano le mail».

Simona Marchetti
12 dicembre 2009

Un mese in albergo senza pagare il conto Denunciato Gheddafi jr

Corriere della Sera


Decreto ingiuntivo nei confronti del figlio-calciatore del raìs libico. Il debito risalirebbe al 2007


GENOVA - Trecentomila eu­ro - arrotondati in difetto - tanto è il conto che uno dei figli del colonnello Gheddafi, El Sa-adi, non ha pagato in un grand hotel della Riviera ligure ed è stato denunciato. La noti­zia anticipata dal quotidiano Mercantile ha trovato confer­ma.

El Sa-adi, che gli amici chia­mano l’Ingegnere, ha soggior­nato nel Tigullio, fra Rapallo e Santa Margherita, quattro setti­mane nell’estate del 2007: al momento dell’addio, Gheddafi junior ha firmato senza battere ciglio il saldo per un mese di soggiorno: 300 mila euro. Ma la cifra, che avrebbe dovuto esse­re versata dall’ambasciata co­me i precedenti pagamenti, non è mai arrivata. Adesso quel­la firma sul conto è stata pre­sentata al Tribunale di Chiavari allegata ad una richiesta dell’ho­tel che sollecita un atto ingiunti­vo nei confronti di Gheddafi ju­nior. Il giudice ha negato l’atto e ha chiesto ulteriori chiarimen­ti che sono già stati forniti.

Erika Dellacasa
12 dicembre 2009

Disservizio Trenitalia, ma paga il cliente

Corriere della Sera

Cambio di prenotazione impossibile per colpa del server in tilt.

E al posto delle scuse arriva il sovrapprezzo...


di MARCO PRATELLESI


Due treni «Frecciarossa»  in sosta alla stazione centrale di Milano (Ansa)

Arriva l’alta velocità (finalmente) che ci rimette al passo con i più avanzati Paesi europei: una buona notizia per tutti. Arrivano anche gli aumenti per i biglietti (purtroppo), ma ce ne faremo una ragione se la puntualità si dimostrerà all’altezza delle aspettative. Sul piano dei servizi, invece, le cose continuano a zoppicare e l’utente-viaggiatore finisce spesso per sentirsi un cliente da punire piuttosto che da premiare per essersi affidato alla compagnia dei treni.

Sabato mattina, stazione di Milano ore 9,10. Ho in mano il mio «contratto» con Trenitalia: biglietto di prima classe Milano-Firenze, treno 9433, partenza ore 10,30, arrivo 12,39. Costo: 67 euro. Il fatto è che a una certa età si dorme meno e sono arrivato in anticipo confidando sul fatto di poter cambiare la prenotazione, come previsto dal contatto. Vado alla macchina del self service (grande invenzione). Tocco sul touch screen il cambio di prenotazione: digito il codice pnr «umhq3r» e quindi il cp «395601». Risposta della macchina: «servizio non vendibile»come? Io non ho chiesto di acquistare, ma solo un cambio di prenotazione.

Amareggiato per la perdita di tempo vado al desk in testa al binario sicuro che sapranno risolvere il problema. Mostro il biglietto e spiego l’accaduto. «Non c’è problema - dice un funzionario che sta accanto al desk - ci pensa la signorina». Porgo il biglietto. La dipendente di Trenitalia digita sul suo computer i dati del mio biglietto. «Mi dispiace, ma il sistema è bloccato e non mi consente di fare la variazione». Intanto ormai il treno sta per partire. Il funzionario mi dice: «Si rivolga al personale di bordo e spieghi la situazione». E questo faccio. Solo che la dipendente-personale-di-bordo non so perché pensa che stia facendo il furbo e mi dice «se prende questo treno deve pagare otto euro». Le rispiego tutto e la invito a parlare con il funzionario al desk che conferma i problemi nel cambio di prenotazione e le dice di farmi salire. «Si accomodi in una carrozza di prima» mi dice la signorina.

A questo punto penso sia tutto a posto. Mi accomodo dove trovo posto (il treno è mezzo vuoto) e mi metto a leggere i giornali. Poco prima i Bologna arriva il controllore, una signorina molto gentile, ma non è la stessa che ha parlato con il funzionario di desk. Mostro il biglietto e spiego tutto l’accaduto, che ho parlato con la sua collega prima di partire e che, viste le circostanze, mi era stato detto di salire comunque. «Deve pagare 8 euro per cambio treno», mi dice la signorina che non sente ragioni.

Ecco, quello che in tutto il mondo apparirebbe come una disfunzione del servizio (con tanto di scuse) a Trenitalia diventa una colpa del viaggiatore. Mi sento preso in giro e offeso per quella che mi appare come una ingiustizia: i vostri sistemi vanno in tilt, non rispettate il «contratto»il cliente e io ne devo pagare le conseguenze? Ovviamente non mi qualifico come giornalista, ma prego la signorina di farmi il verbale. Non è per tirchieria o per essere pignoli, ma poiché proprio ieri le Ferrovie hanno risposto a un articolo di Corriere.it sull’aumento dei prezzi definendolo «basato su fonti inattendibili» penso che, benché testimone-cronista del fatto, sia meglio avere un pezzo di carta in mano dove sia tutto spiegato. La signorina torna dopo pochi minuti con il verbale compilato: fanno 8 euro più 5 di soprattassa, totale 13 euro. So che alla fine dovrò pagare, ma almeno posso mettere a verbale le mie ragioni di cliente costretto a pagare una soprattassa per una disfunzione di Trenitalia. Una cosa che mi fa vergognare.

Abbiamo l’alta velocità (finalmente) ma siamo ancora lontani anni luce dalla cultura del consumatore che hanno paesi come gli Stati Uniti o la Germania. Qui se qualcosa non funziona è sempre colpa tua. Devi pagare e stare zitto. A volte fa bene raccontarlo.


12 dicembre 2009



Mafia, scarceratoil killer di GraziellaE oggi Saponaraincredula, la ricorda

Quotidianonet


Bufera sul tribunale di Bologna per i domiciliari concessi al trafficante di droga palermitano Gerlando Alberti junior, assassino di Graziella Campagna. Sulla vicenda la Rai girò la fiction "La vita rubata". Oggi nella sua città natale verrà ricordata alla presenza di dell'europarlamentare Sonia Alfano e dell'attore Beppe Fiorello



|
Messina, 12 dicembre 2009



Scarcerato dal Tribunale di sorveglianza di Bologna il trafficante di droga palermitano Gerlando Alberti junior, nipote dell’omonimo boss di Cosa Nostra "U Paccarè". Alberti, 71 anni, stava scontando l’ergastolo per aver assassinato assieme a Giovanni Sutera il 12 dicembre ‘85 in provincia di Messina, la 17enne Graziella Campagna.

La stiratrice, sorella di un carabiniere, venne rapita alla fermata dell’autobus e ammazzata con cinque colpi di lupara a Forte Campone, nel bosco di Musolino, perchè si era impossessata di un’agendina dimenticata in un capo di vestiario portato da Gerlando Alberti junior nella lavanderia dove lavorava la ragazza.

L’agendina poteva compromnettere la latitanza dei due mafiosi nel Messinese. Le condizioni di salute di Gerlandi Alberti junior sono state giudicate non compatibili con la detenzione carceraria e il giudice di sorveglianza, accogliendo l’istanza del difensore Antonello Scordo, gli ha concesso gli arresti domiciliari nella sua casa di Falcone, in provincia di Messina, a pochi chilometri dal paese di Graziella.

Proprio oggi la ragazza verrà ricordata nel Palasport di Saponara a lei dedicato con una manifestazione alla quale parteciperanno gli studenti delle scuole di tutta la provincia, i componenti della commissione nazionale Antimafia, Gianpiero D’Alia e Giuseppe Lumia, l’europarlamentare di Idv e presidente dell’Associazione nazionale familiari vittime della mafia, Sonia Alfano, il legale della famiglia Campagna Fabio Repici ed anche gli attori della fiction Rai "La vita rubata", Beppe Fiorello (che ha interpretato il ruolo del fratello di Graziella, Pietro), Larissa Volpentesta e Alessio Vassallo, e il regista Graziano Diana.

Gerlando Alberti junior era tornato in carcere a mezzanotte del 18 marzo 2008, un’ora dopo la sentenza della Corte d’Assise d’Appello che aveva confermato il carcere a vita per lui e per il "picciotto" Sutera. Il mafioso palermitano, latitante a Villafranca Tirrena sotto il falso nome di ingegnere Antonio Cannata, dall’82 al ‘85, (dove aveva impiantato la nuova raffineria di eroina di Cosa Nostra dopo il sequestro di quella di Alcamo,nel Trapanese), era tornato libero - dopo aver scontato una condanna a 30 anni per narcotraffico inflittagli nel primo maxiprocesso alla mafia palermitana - il 3 novembre 2006 grazie all’indulto che gli aveva "abbuonato" gli ultimi tre anni di reclusione.

Il provvedimnento di scarcerazione era stato deciso il 25 settembre 2006 dalla stessa Corte d’Assise che lo aveva condannato all’ergastolo l’11 dicembre 2004. L’estensore della sentenza, il giudice a latere Giuseppe Lombardo, dopo un anno e nove mesi non era riuscito infatti a redigere le motivazioni della condanna facendo scadere i termini di carcerazione preventiva. Alberti e Sutera erano stai prosciolti nel ‘90 in un processo "aggiustato" ma le indagini condotte privatamente dal fratello di Graziella, il carabiniere Pietro, e le dichiarazioni di alcuni pentiti li avevano portati nuovamente alla sbarra e il processo questa volta si era concluso con l’ergastolo.

Ieri il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha disposto tramite l’ispettorato del suo dicastero, una ‘’verifica immediata’’ per accertare la regolarita’ della decisione presa dal tribunale di Sorveglianza di Bologna, che ha concesso gli arresti domiciliari a Gerlando Alberti jr.

‘’Ho appreso la notizia dai media: e’ una cosa e’ sconcertante, che un signore che ha ottenuto l’ergastolo dopo 8 mesi e’ agli arresti domiciliari’’. Cosi’ il sindaco di Saponara, Nicola Venuto, commenta la notizia che Gerlando Alberti Junior da ieri si trova agli arresti domiciliari a Falcone.

Proprio oggi a Saponara si sta svolgendo l’incontro per ricordare Graziella Campagna, a 24 anni dal suo omicidio. ‘’In questo momento particolare in cui vengono additati giudici e magistrati - aggiunge il sindaco di Saponara - non e’ una bella immagine che stiamo dando del nostro sistema giudiziario’’.

‘’Quello che e’ successo ieri
e’ una cosa sconvolgente e vergognosa, che offende la dignita’ di mia sorella, della nostra famiglia e di tutti gli italiani’’. Cosi’ Pasquale Campagna, fratello di Graziella.

‘’Se la pena e’ certa - osserva Pasquale Campagna a margine di una manifestazione a Saponara per ricordare sua sorella Graziella - non si capisce come mai dopo tanti processi e tanto tempo e’ stata presa questa decisione. Ma allora dove sta la giustizia? Chi pensa a quella ragazza? Che giustizia e’ quella che manda a casa un assassini?’’.

‘’Sono indignato - afferma Pasquale Campagna - e mi auguro che l’ispezione disposta dal ministro alla Giustizia sia vera, fatta con criterio e dia risposte agli italiani e affinche’ chi ha ucciso mia sorella se ne rivada in galera"

‘’Non voglio mischiare il ricordo con una decisione azzardata’’. Cosi’ Beppe Fiorello commenta la notizia. Fiorello sta partecipando a Saponara alla manifestazione che ricorda la ragazza a 24 anni esatti dal suo omicidio. L’attore ha vestito i panni di uno dei fratelli di Graziella nel film tv ‘Una vita rubata’ che ando’ in onda nel marzo del 2008 dopo una serie di rinvii: doveva essere trasmesso a novembre del 2007 e poi nel febbraio successivo, ma in contemporanea si stava celebrando il processo per l’omicidio.

‘’La vicenda preferisco non commentarla - ha detto Beppe Fiorello - sono a Saponara per ricordare Graziella in maniera positiva. Non voglio mischiare la giornata di oggi, che e’ di ricordo e di memoria, con una decisione azzardata’’.

‘’Questa e’ la mafia, un buco nero che inghiotte la vita delle persone, che calpesta i diritti, la dignita’ e la verita’, nega il futuro a una povera donna di 17 anni che si trova in volontariamente in mezzo ai suoi traffici di morte’’. Lo afferma don Luigi Ciotti in un messaggio inviato alla cerimonia in corso a Saponara per ricordare Graziella Campagna.

Nel messaggio il presidente di Libera rivolge un ‘’abbraccio alla famiglia, carico di affetto e riconoscenza per la capacita’ di trasformare la disperazione in impegno e ricerca di giustizia’’. ‘’Pero’ - osserva don Ciotti - neanche la giustizia ci deve bastare: l’unico modo di riempire l’assenza di Graziella e di tante vittime innocenti e’ evitare che storie come la loro si ripetano’’.


Virus A, si vaccinano in pochiUtilizzata solo una dose ogni 70

Corriere della sera


MILANO - L'estate scorsa il Ministe­ro della salute parlava di 48 milioni di do­si di vaccino anti-influenza A da sommini­strare alla popolazione italiana in due tranche , una prima di Natale e una dopo. E firmava il primo contratto di acquisto. Obiettivo: proteggere 24 milioni di cittadi­ni dal virus H1N1. Al 6 dicembre 2009, le persone vaccinate risultavano 689.172, 5.730 di queste anche con la seconda do­se, come previsto dall’Agenzia italiana per il farmaco.

In altre parole: finora è sta­ta utilizzata circa una dose ogni 70 ordina­te. I dati sono ufficiali e si possono legge­re nel comunicato n˚ 586 del Ministero del lavoro, della salute e delle politiche so­ciali, rintracciabile anche sul sito Inter­net. Se si guardano le cifre più nel detta­glio, si scopre che la copertura delle cate­gorie a rischio si aggira attorno al 14% per gli operatori sociosanitari (compresi i me­dici) e all’11 per le donne in gravidanza. Gli italiani non hanno creduto, finora, nel­la vaccinazione contro l’influenza A e, di fronte a un’epidemia che potrebbe rivelar­si la più mite della storia — secondo dati ottimistici, ma supportati da una accurata ricerca dell’università Usa di Harvard pub­blicata su Plos —, hanno preferito lavarsi le mani. Letteralmente, perché sembrano avere avuto più successo dell’immunizza­zione i suggerimenti «igienici» di Topo Gi­gio.

Non solo in Italia


Ma gli italiani non sono i soli ad avere snobbato il vaccino. Gli australiani, che per primi si sono confrontati con il nuovo virus nei mesi scorsi, resistono alla cam­pagna di immunizzazione gratuita, previ­sta dal governo contro un’eventuale se­conda ondata di infezioni. Anche in Ger­mania la vaccinazione si è rivelata un flop e solo il 5% della popolazione si è vaccina­ta (il 15% dei medici), così il governo sta progettando di vendere il surplus delle 50 milioni di dosi acquistate a Paesi che ne hanno bisogno; per esem­pio l’Ucraina, che ha mo­strato un certo interesse. E in tutta Europa, tranne che in Francia, l’influenza ha or­mai raggiunto il suo picco, secondo i dati dell’Oms.

Il contratto


C’è da chiedersi adesso che cosa succederà in Italia. Il pri­mo contratto che il governo ha stipulato con un’azienda pro­duttrice, la Novartis, è datato 21 agosto 2009 e si riferisce al pro­dotto Focetria (la seconda azien­da fornitrice di vaccini è la Sano­fi Pasteur che produce il Celva­pan). Un contratto in parte «segre­to »: la cifra che lo Stato deve paga­re alla ditta farmaceutica per l’ac­quisto è «omissis» (secondo indi­screzioni si aggirerebbe attorno ai 200 milioni di euro, come riferito da un articolo del Corriere del 15 ot­tobre), ma in compenso lo Stato si accolla i risarcimenti per eventuali danni da vaccina­zione.

Adesso il rischio è quello di buttare via soldi e vaccino, nonostante il vicemini­stro Fazio abbia appena firmato un’ordinan­za per estendere l’offerta vaccinale anche ai sani, fra i sei mesi e i 17 anni di età, e agli adulti a rischio sopra i 65 anni, convinto che nel nuovo anno «il virus si ripresenterà con un altro picco». Se il vaccino non verrà utilizzato, non potrà, presumibilmente, es­sere conservato per l’anno prossimo dal momento che, come il virus dell’influenza stagionale, anche quello della nuova in­fluenza andrà incontro a modificazioni che via via richiederanno aggiustamenti nella composizione del vaccino stesso. Ma per­ché la vaccinazione è andata a rilento e le persone non hanno risposto all’invito delle autorità sanitarie?

Il Ministero della salute, interpellato, non commenta, ma si possono ipotizzare al­cune spiegazioni. «La prima sta in un problema tecnico — dice Ovidio Bri­gnoli, vicepresidente della Simg, la so­cietà italiana che raccoglie i medici di famiglia, e membro dell’Unità di crisi per l’influenza del ministero —. L’in­tenzione del ministero era quella di coinvolgere i medici di famiglia, poi sono entrate in gioco le Regioni. Il vaccino è multidose e si rischiava­no sprechi, coinvolgendo i medici invece che i servizi delle Asl».

Sol­tanto la Regione Toscana ha dele­gato ai medici la vaccinazione, e la percentuale, in termini di ade­sione alla campagna, non è risul­tata diversa da quella delle altre Regioni. «Quando i problemi or­ganizzativi sono stati superati — continua Brignoli — i casi di influenza hanno comincia­to a diminuire. E parallelamen­te la richiesta di vaccinazione. Rischiamo così di ritrovarci in casa milioni di dosi di antinfluenzale inutilizzabili».

La diffidenza


Si ha però l’impressione che una certa diffidenza della gente nei confronti del vac­cino, a fronte di un’epidemia tutto somma­to — e almeno finora — lieve, abbia contri­buito al flop della campagna, in Italia come all’estero. Complici siti Internet e blog che hanno rilanciato dubbi e preoccupazioni su adiuvanti, tipo squalene, e additivi, tipo tio­mersale, che hanno ipotizzato connivenze fra industrie e governi e che hanno accusa­to l’Organizzazione Mondiale della Sanità di avere esagerato con gli allarmismi. «Sicu­ramente va registrata una certa perdita di fiducia nella medicina e nell’informazione ufficiale — conclude Brignoli — a vantag­gio di chi offre pareri sul Web, spesso non 'accreditati'».


Adriana Bazzi
12 dicembre 2009

Mio padre doveva fermare quella bomba»

Avvenire


12 Dicembre 2009
 

C'è la figlia di un ex agente segreto che dice: «Mio padre voleva fer­mare la strage, ma non fece in tem­po». C’è Carlos, il superterrorista internazio­nale imprigionato a Parigi, che chiede di es­sere ascoltato su Piazza Fontana e gli Anni di Piombo. E c’è un’agenda misteriosa, quella del neofascista di Ordine nuovo Giovanni Ventura, dimenticata in un armadio del tri­bunale di Milano nel corso dell’ultima in­chiesta sulla strage alla Banca dell’Agricoltu­ra, aperta recentemente nel massimo riserbo. 

«Il giorno dell’attentato mi trovavo a Milano. Poco dopo telefonai ai miei genitori a Roma – racconta ad Avvenire Anna Maria Fusco Di Ravello –. Rispose mio padre, non dimenti­cherò mai la sua voce sconvolta: 'non ho fat­to in tempo a fermarli'. Quello è rimasto il cruccio della sua vita». L’avvocato Matteo Fu­sco Di Ravello era in realtà un importante a­gente del Sid, il servizio segreto dalle mille trame.

Secondo la figlia aveva ricevuto l’or­dine di fermare la fazione eversiva degli 007. Una ricostruzione che trova conferma nelle parole del senatore a vita Paolo Emilio Tavia­ni, morto nel 2001: «La sera del 12 dicembre 1969, il dottor Fusco defunto negli anni ’80, stava per partire da Fiumicino (in realtà da Ciampino, ndr) per Milano, era un agente di tutto rispetto del Sid. Doveva partire per Mi- lano – disse Taviani – recando l’ordine di im­pedire attentati terroristici. A Fiumicino sep­pe dalla radio che una bomba era tragica­mente scoppiata e rientrò a Roma». 


Dunque ai vertici dei Servizi c’era chi sapeva. Ma Fu­sco chi avrebbe dovuto bloccare? «Ciò che posso dire – risponde la figlia – è che mio pa­dre certamente si riferiva ad agenti dei servi­zi deviati, i quali in quegli anni agivano, se­condo quanto ho appreso da mio padre, in­sieme a neofascisti e, in alcuni frangenti, con esponenti della mafia». Già nel 2001 i ricordi di Anna Fusco furono affidati a due pagine di verbale redatte da due militari del Ros dei ca­rabinieri.

Oggi quelle dichiarazioni potreb­bero diradare un po’ di nebbia. L’avvocato Fusco era un uomo di destra, «ma più volte non temette di andare al di là delle sue opi­nioni politiche per fermare la mattanza». Qualcosa da dire l’avrebbe anche un sinistro protagonista di quell’epoca. È Ilich Ramirez Sanchez, meglio noto come Carlos lo Scia­callo, il terrorista venezuelano che sta scon­tando in Francia l’ergastolo per attentati, o­micidi e una serie di spettacolari azioni anti­sraeliane compiute in tutto il mondo. 


«Car­los – conferma ad Avvenire la moglie-avvocato Isabelle Coutant-Peyreè – è sempre disponi­bile a testimoniare davanti a una commis­sione parlamentare italiana, assistito dai suoi legali, ma non ci sono mai state risposte da parte delle autorità francesi. Vorrebbe parla­re, ma non in Francia». I depistaggi dello Scia­callo sono leggendari quanto i suoi silenzi. La sua attività eversiva è successiva di qualche anno all’esplosione di Piazza Fontana, ma i contatti intrattenuti da Ilich Ramirez Sanchez sono sempre stati ad altissimo livello, otte­nendo protezione da molti governi. Doman­diamo se Carlos intenda riferire, oltre che sul­la strage di Bologna, anche sugli attentati in Piazza Fontana e a Brescia in Piazza della Log­gia. Risposta: «Certamente». 

A questo punto la riapertura di un fascicolo d’inchiesta sulla bomba nella Banca dell’A­gricoltura potrebbe voler dire che le 73 pagi­ne con cui nel 2005 la Corte di Cassazione confermò l’assoluzione di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, non furo­no l’ultimo atto dell’intricata vicenda giudi­ziaria: 11 processi in 36 anni. Nel 2005 la Cas­sazione consegnò alla storia il mistero della strage che il 12 dicembre 1969 fece 17 morti e 85 feriti.

Furono confermate le assoluzioni per i tre neofascisti di Ordine Nuovo, con­dannati in primo grado all’ergastolo e poi pro­sciolti in Appello a Milano il 12 marzo 2004. La Suprema Corte sposò la tesi della colpe­volezza dei terroristi neri Franco Freda e Gio­vanni Ventura, comunque non più proces­sabili perché assolti l’1 agosto 1985 dalla Cor­te d’Appello di Bari con sentenza poi diven­tata definitiva. Nell’ultimo verdetto la Cassa­zione li indicava quali «esecutori materiali». Mancano ancora i nomi di mandanti e orga­nizzatori. I funerali delle vittime: decine di migliaia di persone si raccolsero nella cattedrale e in piazza Duomo per rendere l’estremo omaggio ai caduti Ramirez Sanchez, detto Carlos lo Sciacallo

Nello Scavo



«Io, il primo giornalista nella banca»


Fu il primo giornalista ad entra­re. Quando lo scoppio dilaniò la città e strappò la vita di 16 in­nocenti, lui era a pochi metri. Impe­gnato come sempre a fare il suo me­stiere: quello di cronista. Gigi De Fa­biani, già vice direttore di Avvenire, quel pomeriggio del 12 dicembre 1969 era in arcivescovado a Milano. Il portone d’ingresso derlla Curia a 20 metri dall’entrata della Banca na­zionale dell’Agricoltura. Gigi era lì perché era il capo della cronaca di Milano ed era andato in piazza Fon­tana 2 a ritirare il testo di un discor­so del cardinale Giovanni Colombo. Allora i computer erano ancora da venire e l’arcivescovo, una persona molto precisa, rivedeva personal­mente i testi pronunciati prima di consegnarli per la pubblicazione. De Fabiani, ancora oggi, a 40 anni di di­stanza, ha chiaro nel ricordo la tra­gica concatenazione dei fatti.

«Ero in cortile – spiega – e stavo par­lando con Mapelli, l’autista dell’ar­civescovo. All’improvviso un boato tremendo, un’esplosione terribile: tutti ammutolimmo e restammo per un attimo come paralizzati. Poi io mi precipitai in banca » . E qui ad attenderlo, De Fabiani trovò l’orrore. Ancora oggi, a distanza di tanto tempo, la voce si incrina al ri­cordo: quella scena di umanità vio­lata lo turba ancora. 


« Un quadro di dolore, di strazio – ricorda – che non mi dimenticherò mai e che mi ap­pare davanti agli occhi come se fos­se passato pochissimo tempo. Per­sone a terra che piangevano che chiedevano aiuto, che si lamentava­no negli ultimi istanti della loro vita. Con me, tra i primi ad entrare vi fu un sacerdote, don Corrado Fiora­vanti. Lo rivedo chinarsi su un uomo che spirava dicendo 'Mio Dio ho un­dici figli ...'. E poi un bambino che urlava, un giovane che chiedeva aiu­to, corpi dilaniati... un caos inde­scrivibile» .

Passato il primo momen­to di choc, De Fabiani si mise ad aiu­tare come poteva fino all’arrivo, pres­soché immediato delle prime am­bulanze. « Mi ricordo che volevano farmi uscire, io non volevo andar­mene ma sopraggiunse il vicario ge­nerale, monsignor Giuseppe Schia­vini che mi disse di andare a parlare con il cardinale. Mentre parlava, Schiavini piangeva » . Il capocronista si precipitò dall’arci­vescovo e il presule, non appena sa­puto cosa era accaduto volle scen­dere nella banca lui stesso. « 


Appena entrato – ricorda ancora Gigi – da­vanti a quelle scene di dolore e di morte si fermò, si inginocchiò per terra e incominciò a pregare. Erano orazioni strane: gli uscivano dal pet­to come singulti. Lo vidi accarezza­re uno, due, tre e tanti altri feriti mo­renti e gravi. Infine la benedizione mentre nella sala terrena della ban­ca c’era solo odore di morte » . Poi la corsa al giornale dove ancora non era ben chiaro cosa fosse acca­duto: i primi resoconti parlavano in­fatti dell’esplosione di una caldaia. « Raccontai ogni cosa e al termine mi sentii male per l’emozione e il dolo­re; svenni. 

Mi ricordo che ripresi i sensi su una barella: volevano cari­carmi in ambulanza e portarmi al­l’ospedale ma non ne volli sapere. Mi rialzai e tornai alla mia scrivania a raccontare quanto avevo visto, il ma­le fatto a tutta quella povera gente » .

L’ultimo fotogramma è per il giorno dei funerali, l’austera commozione della città e il suo desiderio di verità così bene interpretati dall’arcivesco­vo. « Mi ricordo il cardinale Colombo che ripeteva: giustizia, giustizia, giu­stizia di fronte alle bare e ai volti dei parenti degli uccisi. Purtroppo – con­clude Gigi De Fabiani – ancora oggi giustizia non è stata fatta » .

Davide Parozzi



Il bancario sfuggito per un soffio alla morte


Si ricorda ancora bene dell’enorme boato che squassò la sede della Banca Nazionale dell’Agri­coltura: le ferite, la paura, la fuga precipitosa dall’edificio, lo shock per lo spettacolo im­pressionante scorto nell’atrio devastato. Non ne ha mai parlato per quarant’anni, an­che perché la vicenda lo ha segnato per lungo tempo. La­vorava infatti al primo piano Flavio Nardin, all’epoca im­piegato da nove anni all’Uffi­cio portafoglio, assegni e va­glia, e rimase sconvolto – con i suoi colleghi – dall’attenta­to: ancor più quando ripen­sò di avere scampato la mor- per pochi minuti. 

«Erano passate da poco le 16 e 30 e mi ero appena seduto alla mia scrivania, dopo aver portato alcuni documenti passando per il salone dove si trovava il tavolo intorno al quale gli a­gricoltori facevano le loro contrattazioni». È il tavolo sotto cui fu lasciata la borsa con l’ordigno: «Ogni venerdì pomeriggio – racconta oggi Nardin – si incontravano presso la nostra sede di Mila­no tanti agricoltori, che ma­gari avevano il conto corren­te presso le nostre filiali dei paesi della campagna mila­nese: ce n’erano – snocciola ancora con precisione e in or­dine alfabetico – ad Abbiate­grasso, Binasco, Gorgonzola, Locate, Magenta, Melzo, Ner- Paullo, Rho, Rosate. 

Il venerdì pomeriggio, lascian­do talvolta in Piazza Fontana macchine mungitrici o trat­tori da vendere, contrattava­no merci e attrezzature riu­nendosi, sia fuori dalla ban­te ca, sia dentro, nel grande atrio circolare dove era stato collo­cato un tavolo, mentre tutt’intorno si trovavano gli sportelli dei vari servizi ban­cari ».

Improvvisa si verificò la tragedia: «Vidi un grande ba­gliore invadere il locale e sen­tii un terribile scoppio scuo­tere l’ambiente: tutte le ve­trate dei nostri uffici che si af­facciavano sull’emiciclo in­terno andarono in frantumi. Milioni di schegge di vetro fu­rono proiettati in tutte le di­rezioni. E la luce saltò». Im­mediato si diffuse lo scompi­glio, il panico prese tutti gli impiegati: «Qualcuno diceva che era scoppiata la caldaia, tutti cercavano di guadagna­re l’uscita, ci fu una corsa ver­so la scala interna che con­duceva al salone, dove ci a­spettava però uno spettaco­lo terribile: pur nella semio­scurità – era una giornata gri­gia – si vedeva sangue dap­pertutto e poi corpi, orren­viano, damente mutilati, sparsi per tutto l’atrio». 


Lo spavento cre­sce, e la consapevolezza che era accaduto qualcosa di ve­ramente terribile: «Mi ritro­vai in strada senza cappotto né cappello (avevo lasciato anche l’orologio sulla scriva­nia) e come un automa mi di­ressi in una portineria per te­lefonare a mia moglie, a casa con due figli piccoli, e tran­quillizzarla. Ma lei, che era i­gnara dell’accaduto, trovò strano che tornassi a casa in­vece di fare un po’ di lavoro straordinario».

Per tornare a casa, a Precot­to, doveva prendere la me­tropolitana: «Non ricordo co­me convinsi l’agente della stazione Duomo a lasciarmi passare così com’ero, senza biglietto: gli dissi che c’era stata un’esplosione e dovevo tornare a casa». Il signor Nar­din però non si vedeva allo specchio: l’agente Atm l’avrà visto sconvolto e ferito come lo notò la moglie, che sbiancò appena il marito si presentò alla porta di casa, in maglio­ne, sanguinante alle mani e alla testa, sguardo perso. Dai notiziari della sera, crebbe la consapevolezza che non si e­ra trattato di una disgrazia: «Mi vennero i brividi a ricor­dare come ero passato di fianco al punto dell’esplosio­ne pochi istanti prima...». 


E il senso di timore si protrasse a lungo: «Nei mesi successivi, il nostro ufficio fu spostato nella parte posteriore dell’e­dificio, con le finestre su via Larga: di lì, nei primi anni Set­tanta, si vedevano spesso i di­sordini tra polizia e gruppi di manifestanti, ma noi abbas­savamo subito le tapparelle perché temevamo sempre qualche pallottola vagante». Il buco causato dalla bomba
 
Enrico Negrotti


Sim tarocche, Telecom "perde"quasi 2 milioni di clienti

La Stampa

Indagine interna sulle schede prepagate: 1,9 erano intestate a persone ignare o inesistenti
Trentuno milioni e novecentomila linee attive al trenta settembre 2009 contro 34,8 milioni alla fine del 2008. Tre milioni di clienti in meno nella telefonia mobile di Telecom Italia, quasi il 10%. Non è colpa della crisi. La ragione, almeno in parte, va ricercata in un audit interno che sta passando al setaccio le schede prepagate di Tim dopo un bubbone scoppiato un anno fa e che ha già portato alla cancellazione di 1,9 milioni di Sim attive ma intestate a clienti «fasulli», o a persone reali ma ignare di avere quell’utenza.

La vicenda, nata da un’indagine della Guardia di finanza, merita di essere riassunta. Durante un’inchiesta della procura di Vicenza, i finanzieri si imbattono in una serie di schede sim intestate a nomi di fantasia. Da lì, partono una serie di perquisizione nelle sedi Telecom del Nord-Est e nella sede centrale di Roma. Un’indagine dai contorni piuttosto inquitanti: i venditori con questo sistema ottenevano premi aziendali, ma sul mercato finivano schede attive e di fatto «irrintracciabili», in aperta violazione della cosidetta Legge Pisanu.

I vertici guidati da Franco Bernabè corrono ai ripari e una serie di manager perde il posto. Nel novembre del 2008 resta a casa il responsabile dell’area Nord-Est, Daniele Scamastra. Un mese dopo viene accompagnato alla porta Lucio Golinelli, a capo del settore commerciale della telefonia mobile. Perdono il posto anche altri manager, mentre una serie di funzionari della divisione restano a casa, sospesi dall’incarico ma con lo stipendio, in attesi degli esiti delle indagini interne. Indagini che appunto hanno portato - spiega la relazione del gruppo sul terzo trimestre - alla cancellazione di 1,9 milioni di schede «incorrettamente associate» ad un utente.

Mentre altre 641 mila, già attive, sono state regolarizzate tramite l’identificazione corretta dell’utente. Nel frattempo, il gruppo ha tenuto un profilo bassissimo sull’intera vicenda. Oltre alle teste, sono state riviste tutte le procedure, modificato il sistema di registrazione dei clienti e quello dei controlli. L’emorragia di clienti nei comunicati ufficiali è spiegata in termini evasivi: «La riduzione rispetto al 31 dicembre 2008 è attribuibile a una maggiore selettività nella politica commerciale focalizzata sui clienti a maggior valore e alla cessazione di linee silenti. Il numero di linee post-paid (ovvero quelle non prepagate, ndr.) ha raggiunto un’incidenza di circa il 20% sul totale, rispetto a circa il 17% del 31 dicembre 2008». L’indagine prosegue, le linee da controllare sono ancora tante.


Si costruisce il mini-minareto sul tetto

Corriere della Sera


Un imprenditore contesta, a modo suo, il referendum anti-Islam: «È un segnale di pace e di tolleranza»

 


Il mini-minareto svizzero

MILANO - La Svizzera ha detto no a nuovi minareti nel controverso referendum di due settimane fa. Non solo politici, intellettuali e la Chiesa, oltre alla popolazione musulmana elvetica, hanno criticato duramente il risultato dell'iniziativa popolare. Anche a molti comuni cittadini questa decisione proprio non è andata giù. Tanto che un piccolo imprenditore, per protesta, si è costruito un suo mini-minareto sul tetto.

 Guillaume Morand, 46 anni, gestisce una catena di 13 negozi di scarpe, la «Pomp it up», in Svizzera. Non è musulmano. Ciononostante, dopo il divieto di costruire nuovi minareti nel Paese uscito chiaramente dalle urne nella recente consultazione del 29 novembre scorso, il piccolo imprenditore si è fatto mettere sul tetto della sua sede centrale di Bussigny presso Losanna un suo personale minareto. Alto sei metri è ben visibile dalla trafficata autostrada A1 Losanna-Ginevra.

Non è un vero minareto, anche perché sotto di esso non c'è nessuna moschea. «In Svizzera non abbiamo nessun problema con i musulmani. Con il referendum ne abbiamo creato uno», ha sottolineato lo svizzero che con la torre eretta sul suo tetto non ha nessuna intenzione di provocare. «E' un segnale di pace e di tolleranza verso i musulmani», ha spiegato Morand. Le reazioni, riferiscono i media svizzeri, sono state pressoché tutte positive. Per La Svizzera questo è il quinto minareto.

11 dicembre 2009(ultima modifica: 12 dicembre 2009)