venerdì 11 dicembre 2009

Verità su Piazza Fontana

Il Tempo

"Il Senato renda pubblici gli atti della Commissione".

L'ex presidente della Bicamerale sulle stragi Pellegrino si appella al Presidente della Repubblica perché intervenga su Palazzo Madama.

Le speranze di veder condannati gli autori sono remote. Ma le nuove inchieste possono servire a ricostruire la storia d'Italia in quegli anni terribili. Questo è un obiettivo possibile. Anzi, doveroso per non lasciarsi alle spalle zone d'ombra che graverebbero come macigni sull'equilibrio democratico del nostro Paese. Ne è convinto Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione bicamerale d'inchiesta sulle stragi dal 1990 al 2001.

Presidente, dopo quattro decenni ancora non c'è un colpevole per l'attentato alla Banca dell'Agricoltura.
«La verità processuale è quella sancita dalle sentenze di Milano. Ma i processi si risolsero con assoluzioni per insufficienza di prove e dubito che oggi le cose possano cambiare. La nuova inchiesta potrebbe convincerci che Maggi e Zorzi siano colpevoli ma comunque non potrebbero essere più condannati poiché i verdetti che li riguardano sono passati in giudicato».

Come nacque il progetto della strage?
«Il progetto scaturì all'interno dell'ordinovismo veneto. Dopo il '68 e l'autunno del '69 bisognava creare allarme per determinare una risposta d'ordine. Ma vi fu un eccesso di mandato».

In che senso? C'era un mandante esterno?
«Non credo a un mandante esterno, né da parte di un blocco internazionale, né da parte di un altro. Dico solo che quella di piazza Fontana fu una risposta d'ordine male interpretata».

Perché?
«Perché vi furono i morti. Se si voleva fermare l'autunno caldo operaio non avrebbero dovuto esserci vittime. Invece ci furono. E non mi sembra che, dopo, il Pci perse consensi. Semmai fu il contrario».

Piani nati, dunque, all'interno della destra radicale dell'epoca e non teleguidati dai servizi segreti nazionali o esteri?
«Se si leggono le dichiarazioni di Vincenzo Vinciguerra, reo confesso della strage di Peteano (in cui persero la vita tre carabinieri ndr), si capisce che lui si considerava un "soldato rivoluzionario". E che, quando scoprì che le azioni dell'estrema destra venivano strumentalizzate, si vendicò uccidendo i militari. Dopo piazza Fontana, le stragi furono di tipo reattivo. Gli organizzatori si sentivano abbandonati, anche perché la scelta parlamentare del Msi veniva considerata sbagliata».

Dal '74 c'è anche un netto cambiamento del quadro internazionale.
«Infatti. C'è la fine del regime dei colonnelli in Grecia, la rivoluzione democratica in Portogallo, il Watergate. Delle Chiaie lo definì un "anno tragico". Da quel momento gli attentati hanno una valenza reattiva. E piazza Fontana, da questo punto di vista, è un fatto isolato».

Il ministro La Russa dice che la destra politica non c'entra nulla. Condivide?
«C'è un ritardo culturale nel non voler ammettere quanto è stata difficile la vita della prima Repubblica. È vero che il Msi non c'entrava. Ma questi personaggi erano noti nel mondo della destra, com'è accaduto dal lato opposto. Basta pensare alla contiguità fra Lotta Continua e l'attuale sinistra politica».

Sarebbe utile abolire il segreto di Stato, come chiedono in molti?
«Ai giudici che indagavano sulle stragi non è mai stato opposto. Noi abbiamo ottenuto tutte le carte che non erano andate perdute. E abbiamo deliberato all'unanimità di pubblicarle. Poi, dopo il dicembre 2001, l'incarico non è stato rinnovato e l'allora presidente di Commissione, Guzzanti, segretò tutto. Ecco, io faccio un appello tramite il suo giornale al presidente Napolitano: che chieda al presidente del Senato di far pubblicare quegli atti. Solo così potremo ricostruire la storia del Paese in quegli anni di sangue e di terrore».

Maurizio Gallo

11/12/2009






Graviano sbugiarda Spatuzza"Mai parlato di Berlusconi"Tg1: Italia danneggiata.

Quotidianonet


Parla solo Filippo, Giuseppe si avvale della facoltà di non rispondere. Il senatore del Pdl: "Dopo 15 anni sono stanco. Con Spatuzza un tentativo criminale di coinvolgere il premier"

Video

Palermo, 11 dicembre 2009


Il boss mafioso Filippo Graviano smentisce in aula la presunta trattativa tra lo Stato e Cosa nostra di cui aveva parlato il pentito Gaspare Spatuzza. "Non ho mai detto quelle parole a Spatuzza": così Graviano stamattina, in videoconferenza dalla Corte d’appello di Palermo, le affermazioni del dichiarante Spatuzza secondo il quale lui in carcere gli avrebbe detto. "Se non arriva niente da dove deve arrivare, allora è il caso che incominciamo a parlare con i pm".

Secondo quanto riferito da Spatuzza, Graviano gli avrebbe detto quelle parole quando, nel 2004 Spatuzza lo informò di avere avuto un colloquio con il procuratore nazionale Antimafia, Pierluigi Vigna. "Io non ho detto mai quelle parole a Spatuzza, non potevo dirle", ha affermato Graviano, e ha aggiunto "Sono passati 5 anni, se avessi dovuto consumare una vendetta l'avrei fatta visto che non vivo in un hotel non avrei perso tempo. Questo discorso non c'è stato"

Rivolgendosi al pg Gatto, Graviano ha detto: "La domanda che lei sta tentando di farmi mi è già stata fatta 4 o 5 volte e ho dato sempre la stesa risposta: non ho detto quelle parole a Spatuzza. In ogni caso - ha concluso - per le mie scelte non decide nè Spatuzza nè mio fratello Giuseppe".

"Non conosco Marcello Dell'Utri non ho mai avuti rapporti con lui nè diretti nè indiretti" : lo ha detto il boss mafioso Filippo Graviano al processo d'appello a Palermo contro il senatore del Pdl.

"Io da 10 anni ho messo la legalità al primo posto sulla scala dei valori", ha detto davanti ai giudici di Palermo il boss Filippo Graviano, che poco prima aveva raccontato di "discorsi su cultura, legalità,
rispetto delle istituzioni in generale" fatti in carcere con alcuni detenuti tra cui il pentito Spatuzza.

"Io ho cercato di spingerlo verso gli studi - ha detto riferendosi ancora a Spatuzza - ma sino a quando era con me non lo ha fatto". Graviano ha infine precisato di averlo incontrato nel 2001 e poi, dopo un periodo di isolamento giudiziario, nel 2003-2004 nel carcere di Tolmezzo. "Ho subito negli ultimi mesi diversi interrogatori su questo periodo", cioè il 2003-2004.


IL FRATELLO GIUSEPPE NON RISPONDE

Il boss Giuseppe Graviano ha dichiarato di avvalersi della facoltà di non rispondere al processo d'appello al senatore del Pdl Marcello Dell'Utri. Collegato in videoconferenza Graviano ha detto alla corte di non sentirsi nelle condizioni di salute per sostenere un interrogatorio, come peraltro ha scritto in una lettera inviata la presidente della Corte Claudio Dall'Acqua.

I fratelli Giuseppe e Filippo Graviano dovevano essere ascoltati entrambi questa mattina in videoconferenza dalla Corte d’appello di Palermo che sta giudicando il senatore del Pdl Marcello dell’Utri condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

I due boss di Brancaccio sono stati citati per confermare le dichiarazioni resi dal collaborante Gaspare Spatuzza, un tempo loro killer di fiducia. Spatuzza, ascoltato dalla corte a Torino il 4 dicembre scorso, ha sostenuto che la mafia cercò negli anni delle stragi nuovi referenti politici in Dell’Utri e per suo tramite in Silvio Berlusconi.

DELL'UTRI

"Sono stanco: dopo 15 anni lo dico sono stanco, sinora ho cercato di stare relativamente tranquillo ma ora sono proprio stanco". Così il senatore, Marcello Dell'Utri nella pausa del processo di Palermo rivolgendosi ai giornalisti. "Oggi i processi li fanno in televisione e sono finito in un circuito mediatico. Chiedo ai giudici di essere giudicato subito, finiamola con questa storia". A proposito della puntata di Annozero di ieri sera a 'lui dedicata', Dell'Utri ha detto di aver preparato "un esposto formale contro il programma di ieri che è da paese incivile".

Sentendo la deposizione di Filippo Graviano mi è sembrato sinceramente una persona ravveduta": così Dell'Utri ha commentato la deposizione del boss davanti alla corte d'appello di Palermo. "Mi ha colpito la dignità di questo signore, il suo mi sembra un pentimento vero, sono parole che mi hanno meravigliato".

Con l’impiego del pentito Gaspare Spatuzza è stato fatto un "tentativo allucinante e criminale" per coinvolgere Silvio Berlusconi in vicende di mafia. Lo ha detto, intervenendo al ‘Fatto del Giorno' su Raidue, il senatore Marcello Dell’Utri. "Non sono nervoso, sono indignato -ha detto Dell’Utri- per quello che sta succedendo, che è successo, per il tentativo allucinante e criminale che è stato fatto nell’utilizzare questo sedicente pentito buttando dentro il mio processo delle dichiarazioni che lasciavano intendere chissà che cosa, montando un processo mediatico che non ha precedenti nella storia giudiziaria, come è stato fatto a Torino".

Per Dell’Utri, tutto questo è stato "una grande offesa", ma, ha aggiunto, tutto questo si è sgonfiato, si è annullato, è rimasto lo sputtanamento del Paese, dell’Italia, del governo, nel tentativo di coinvolgere Berlusconi, una cosa indegna, per la quale bisognerebbe "arrabbiarsi molto di più di quanto lo sia già io".

IL BOSS LO NIGRO

Il boss mafioso Cosimo Lo Nigro, collegato in videoconferenza al processo Dell’Utri, smentisce il pentito di mafia Gaspare Spatuzza. Alla domanda del Pg Antonino Gatto se sia mai stato a Campofelice di Roccella, località balneare del palermitano, il boss ha risposto: «Mai stato», smentendo in questo modo Spatuzza.

Il pentito, a Torino, aveva detto alla Corte d’Appello che alla fine del 1993 lo stesso Spatuzza, Cosimo Lo Nigro e il boss mafioso Giuseppe Graviano si sarebbero incontrati a Campofelice di Roccella. In quell’occasione Graviano avrebbe parlato a Spatuzza del progetto dell’attentato allo stadio Olimpico di Roma.


Luxuria: "Il mio sogno? Fare sesso con Obama"

di Redazione

"Vorrei fare sesso con Obama". Lo rivela l’ex parlamentare Vladimir Luxuria al Trio Medusa. Tra gli altri peccati che confessa: "Una volta ho fregato il fidanzato a mia sorella" 

 

 

Roma - "Vorrei fare sesso con Obama". Lo confessa l’ex parlamentare Vladimir Luxuria durante la seconda puntata di "Cena di Natale quasi perfetta", il programma condotto dal Trio Medusa su Sky Uno, in onda domani alle 22.30. Ispirato liberamente al ’Canto di Natalè di Charles Dickens, al posto dei tre spettri inviati a spaventare l`avaro Scrooge c’è il trio che inviterà alcuni personaggi pubblici ad una imprevedibile e spassosa cena di Natale, prendendoli di mira con lo scopo di farli riflettere sulle loro cattive azioni decidendo di volta in volta se sono meritevoli di perdono o di una solenne punizione.

Tra gli altri peccati che Luxuria confessa: "Una volta ho fregato il fidanzato a mia sorella" e ancora "Da ragazzo facevo il chierichetto e mi chiusi in sagrestia con un collegaà ma non per pregare". A cena terminata il Trio emetterà la "sentenza finale" e consegnerà a Vladimir Luxuria il regalo molto particolare che spetta ad ogni ospite, scelto con cura per ciascuno con lo scopo di indirizzarlo verso il ravvedimento o di farlo reagire violentemente e decretarne la simbolica eliminazione finale.

Le fratture di Stefano Cucchicausate da colpi esterni»

Corriere della Sera


Il legale della famiglia del giovane morto 6 giorni dopo l'arresto: non sono provocate da cadute

 

 

ROMA - «Due fratture importanti di traumi non da caduta». Così, si legge in un comunicato di Radio Popolare Roma, Fabio Anselmo, avvocato della famiglia Cucchi, ai microfoni dell'emittente venerdì mattina ha raccontato le ultime novità relative alle perizie sul corpo del giovane, deceduto il 22 ottobre scorso nel reparto detentivo del Pertini.

LE FRATTURE - «Il quadro, dopo i due incidenti probatori - ha detto Anselmo - diventa compatibile, e questa è una notizia nuova, con le due fratture confermate e riscontrate alla colonna vertebrale L1 ed L3, durante le operazioni peritali. Sopratutto quella alla L3 perché la caratteristica è tipica di un colpo subito dall'esterno».


Russia, giornalista ucciso «per sbaglio»

Corriere della Sera


Il direttore di un sito dell'opposizione in Inguscezia era stato colpito «involontariamente» alla testa da un agente

 

MOSCA - Un agente della polizia dell'Inguscezia è stato condannato a due anni di regime carcerario leggero per avere «involontariamente» sparato su un giornalista schierato con l'opposizione, causandone la morte.

UCCISO PER SBAGLIO - Magomed Yevloyevm, direttore del principale sito web di opposizione della regione, era sotto custodia dopo esser stato fermato all'aeroporto locale il 31 agosto 2008. Fu ucciso da un colpo di pistola alla testa. La sua morte aveva causato proteste di massa contro le autorità locali nella regione a maggioranza musulmana, provata negli scorsi mesi da un'ondata di attentati. I leader locali dicono che la ribellione nella regione meridionale della Russia è stata alimentata da lotte tribali, povertà, miliziani islamici e da tattiche oppressive che le autorità mettono in pratica nell'esercizio del governo.

VERSIONI CONTRAPPOSTE - Il giudice ha detto che l'agente Ibragim Yevloyev, in precedenza anche a capo del sevizio di sicurezza del ministero degli Interni, è responsabile di un omicidio colposo involontario, secondo quanto riporta l'agenzia di stampa Interfax. I due uomini non avevano legami. Il sito www.ingushetia.org sostiene che il giudice ha definito l'uccisione «involontaria», come avevano chiesto i pm. I leader dell'opposizione hanno ripetutamente dichiarato che Yevloyev è stato assassinato. L'agenzia Interfax ha riportato che il padre di Yevloyev, Yakhya, ha criticato la sentenza. «Non si tratta di un omicidio involontario, è stato piuttosto un omicidio intenzionale, ben orchestrato e preparato», ha detto. L'agenzia di stampa Itar-Tass ha riportato che i legali della difesa intendono andare in appello.

11 dicembre 2009


Niente nazionalità francese a chi mette il burqa alla moglie

di Matteo Buffolo

Proposta del governo. Dopo il referendum anti-minareti in Svizzera un’altra iniziativa contro i simboli islamici: "Rifiutiamo chi non condivide i nostri valori"

 
Da qualche giorno, per l'esattezza da dopo il referendum che ha vietato la costruzione di nuovi minareti in Svizzera, la Francia discute. Animatamente. Oggetto del confronto, nientemeno che l'identità nazionale, il significato di essere francesi. Il dibattito è stato lanciato, anche questa volta, dal presidente Nicolas Sarkozy, che con un lungo articolo su Le Monde, aveva sottolineato come quelle svizzere fossero «preoccupazioni condivise», ma un contributo destinato a intensificare i toni è arrivato ieri dal ministro alla Giustizia francese, Michele Alliot-Marie, che, per combattere alla radice un problema molto sentito e che trova spesso le proprie radici nell'ambiente familiare, ha proposto di rifiutare la nazionalità francese agli uomini con la moglie in burqa.

Il motivo è semplice: i valori sarebbero inconciliabili con quelli della République, che ça va sans dire, vanno difesi senza se e senza ma. «Un uomo che ha una moglie con il velo integrale è una persona che non condivide i valori del nostro Paese. In questo caso bisogna rifiutarlo», ha tuonato la ministra. Un'affermazione che è destinata a rilanciare il confronto aperto già l'estate scorsa da Sarkò, quasi anticipando quello di questi giorni, quando l'inquilino dell'Eliseo aveva sentenziato che «qui il burqa non è gradito». Va da sé che in un Paese che, come la Francia, si rivendica laico ma ospita la comunità musulmana più numerosa d'Europa, questi temi scottano e sono destinati a restare al centro del dibattito a lungo.

Perché tutti si sentono chiamati in causa dopo che, già otto anni fa, è stata votata una legge che vieta il velo nelle scuole e che potrebbe presto essere estesa a tutti i luoghi pubblici. D'altra parte, sottolinea uno studio, nonostante la numerosa comunità islamica, a portare il burqa o il niqab in Francia è solo una piccolissima minoranza. E allora, dallo scorso luglio, una commissione parlamentare sta lavorando sul tema, sotto il pungolo del dibattito pubblico, che rimbalza continuamente fra le affermazioni delle femministe, le posizioni dei gruppi islamici e i richiami di vari ministri. «Stiamo aspettando le sue conclusioni», ha raccontato la Alliot-Marie, intervenuta ieri alla tv all news Lci, anticipando anche che «su alcune questioni bisogna essere fermi», facendo evidentemente riferimento alla nuova legge.

Insomma, fra un intervento in prima pagina di Sarkozy per invitare i connazionali musulmani a vivere la propria fede in maniera discreta e senza esibizioni e al contempo gli altri a essere tolleranti, fra una proposta di più di cento deputati di destra che vorrebbero vietare le bandiere straniere nei matrimoni, il dibattito va avanti. E se difficilmente si arriverà a un referendum come quello svizzero, che oltralpe ha lasciato scioccati molti, sembra certo che il governo francese sia determinato ad andare avanti per la sua strada.

Tanto per chiarire bene la posizione della sua Francia, Sarkozy ha assicurato ai musulmani francesi che farà «di tutto perché si sentano cittadini come gli altri», ma ha speso più righe per ricordare che «nel nostro Paese, in cui la civiltà cristiana ha lasciato una traccia tanto profonda, tutto quello che potrà apparire come una sfida a questa eredità e a questi valori condannerebbe al fallimento il necessario sviluppo di un islam di Francia». Che i francesi giudicano in ogni caso «compatibile con la vita in società». Secondo un sondaggio pubblicato proprio ieri dal quotidiano Le Parisien, infatti, la penserebbe così il 54% degli intervistati, che però ha tenuto a sottolineare che, rispetto alle altre grandi religioni monoteistiche, la cattolica (82%) e l'ebraica (72%), l'islam convince comunque meno.




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Parmalat, blitz notturno Gdf nella villa di Tanzi: è caccia alle opere d'arte

di Redazione

Perquisizioni nella notte nella villa di Calisto Tanzi alle porte di Parma. Le Fiamme gialle cercavano informazioni sui quadri che mancano all'appello dopo il ritrovamento della scorsa settimana. Tra le opere già trovate tele di Cezanne, Van Ghogt e Manet

Parma - Perquisizioni nella notte nella villa di Calisto Tanzi alle porte di Parma: secondo quanto si apprende la Guardia di Finanza di Bologna si sarebbe presentata nella notte nella residenza dell’ex patron della Parmalat ad Alberi di Vigatto alla ricerca di informazioni sulle opere d’arte che mancano all’appello dopo il ritrovamento, lo scorso 5 dicembre, di 19 tele di grande valore in tre appartamenti del genero di Tanzi. Tra le opere già ritrovate, parte del "tesoro" di Tanzi, anche quadri di Van Gogh, Cezanne e Manet.



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Lavazza-Nespresso, lite sul Paradiso

La Stampa

La società torinese contro il nuovo spot della rivale svizzera: «Copiata la nostra campagna, ritiratela subito»
TORINO

La Lavazza e la Nespresso si contendono il Paradiso. La società svizzera ha lanciato anche in Italia la nuova campagna internazionale con un spot che ha come protagonista George Clooney ed è ambientato in Paradiso. La Lavazza, che la sua campagna Paradiso, ideata dall’Agenzia Testa, l’ha lanciata da 15 anni, ha invitato la Nespresso a ritirate lo spot, e se questo no avverrà, entro pochi giorni presenterà ricorso al Giurì della Pubblicità.

«È una cosa strana e singolare» ha commentato l’amministrato delegato della Lavazza, Gaetano Mele, che ha incontrato i giornalisti per presentare i risultati economici del 2009. «Mi chiedete se hanno copiato? È difficile non pensarlo. È tutto uguale - ha affermato Mele - l’ambientazione è identica così come l’idea del caffè da Paradiso. Preferisco credere che si tratti di una sfortunata svista e confidiamo nel fatto che, non appena si siano resi conto di essere incorsi in un infortunio, cessino la campagna. Se non lo faranno ci tuteleremo nelle sedi più opportune ma speriamo di non arrivare a questo. In 40 anni che lavoro nel settore non mi era mai capitata una cosa del genere.

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Ali Agca: "Voglio pregare sulla tomba di Wojtyla"

Il Tempo


Penitenziario di Yunikent (Ankara) dicembre. Tra pochi giorni, sarà un uomo libero. Ha pagato abbondantemente tutti i suoi debiti con la giustizia italiana e turca. Ora ha un sogno: vivere in Italia, ma sa bene che sarà impossibile. Sotto il vetro blindato del parlatorio, dove l'ho incontrato con il suo avvocato difensore, Ali Agca mi passa il foglio con le risposte alle mie domande scritte.

«Cerco una giovane donna italiana, che desideri corrispondere con me. Ovviamente che sia cattolica, dal momento che io, il 13 maggio del 2007 ho deciso di abiurare la fede musulmana e diventare un fedele della Chiesa Cattolica di Roma e questa mia decisione l'ho notificata anche alle autorità vaticane. Qui, tranne la mia famiglia, nessuno mi ha scritto e io sento un disperato bisogno di avere un dialogo a distanza con una donna, la quale abbia fiducia in me, dal momento che sono cambiato moltissimo. Anzi, posso dire di essere diventato un uomo nuovo».

Questo l'accorato appello che Mehmet Ali Agca, il terrorista che sparò a Giovanni Paolo II, il 13 maggio del 1981 in piazza San Pietro, oggi, scrive nel carcere di massima sicurezza di Yunikent, a trenta chilometri da Ankara. Qui lo hanno tradotto mesi fa dal carcere di Kartal, vicino Istanbul, per precauzione, visto che il 25 novembre del 1979 riuscì a evadere, mentre scontava una pena per l'omicidio di un giornalista turco. Questa vivissima esigenza di corrispondere e forse di amare una nuova donna, per Ali Agca nasce da una terribile delusione d'amore, dopo una corrispondenza durata anni con una scrittrice turca, ma poi troncata dal matrimonio della giovane con un professionista italiano.

«Se tutto va bene, tra pochi giorni, dopo aver pagato, tornerò a essere un uomo libero e quindi desidero vivamente trovare una compagna da sposare con rito cattolico e rifarmi una vita. Il pieno pentimento per i crimini che ho commesso, però non vale ad assopire il profondo rimpianto per tutti gli anni della mia vita che ho maledettamente sciupato». Oggi, Mehmet Ali Agca ha quasi cinquantadue anni, con trentatré passati nelle galere italiane e turche, ma scrive ancora perfettamente in italiano, anche se a fatica, perché una terribile forma di artrite gli ha quasi paralizzato le dita delle mani. Indossa perennemente un maglione azzurro.

Vive in una cella di tre metri per tre, con una presa d'aria a quattro metri d'altezza, senza finestra e in totale isolamento dagli altri 196 detenuti di Yunikent, per la maggior parte ergastolani e terroristi curdi. «Vorrei, soltanto per un giorno, tornare a Roma e pregare sulla tomba di Giovanni Paolo II per esprimergli tutta la mia filiale riconoscenza per il suo perdono. Poi lascerei subito l'Italia per un paese straniero, dal momento che desidero emigrare dalla Turchia e rifarmi una vita altrove. So che con la mia attuale identità sarà cosa quasi impossibile, ma confido nell'aiuto dal cielo di Papa Wojtyla.

Giuro che sono cambiato: lo dovevo a quel fantastico Pontefice, che mi ha abbracciato nella cella del carcere romano di Rebibbia e mi ha chiamato "fratello" senza una parola di rimprovero. Quella voce, quel gesto, quel ricordo hanno scavato profondamente nel mio cuore, contribuendo alla mia rinascita di uomo e di fedele cattolico. Ecco perché sogno di tornare pacificamente in quella stessa piazza e testimoniare a tutto il mondo la mia conversione al Cattolicesimo.

Ho espresso questo mio profondo desiderio a Papa Benedetto XVI, al Cardinale Bertone e ad altre autorità vaticane, ma finora, nessuno mi ha risposto. Capisco le loro perplessità, perché per il Vaticano sono forse rimasto quel criminale che tentò di assassinare il Pontefice polacco, ma io ora sono cambiato, sono un uomo diverso.

La segregazione in questo carcere di massima sicurezza è stata durissima, con mille provocazioni, ma io ho resistito con una condotta carceraria irreprensibile. Sono sicuro che, appena libero, verrò estradato dalla Turchia, ma dove?». Mehmet Ali Agca sa bene che la direzione del penitenziario, per la sua incolumità personale, fino all'ultimo giorno lo terrà accuratamente lontano da tutti gli altri detenuti di fede musulmana, ora che Ali Agca si è convertito al Cristianesimo. Eppure, in questo carcere di massima sicurezza, per lui non è mai entrato un prete cattolico oppure un ministro evangelico. Egli afferma che non c'era bisogno di un confessore, ma che è stato tutto un processo di meditazione sulle colpe commesse.

«Ora che sono cristiano, per evitare contatti con altri detenuti mi devono bastare quattro metri quadrati di prato per passeggiare fuori la cella numero 36, nella sezione di massimo isolamento». Per lui nessuna visita consentita dal governo turco, tranne i familiari e il suo avvocato. Alla parete principale della cella, sorvegliata giorno e notte, è incollata una foto di Giovanni Paolo II e la riproduzione della copertina di «Time» con la storia del perdono papale. Accanto, la foto della vecchia madre e una cartolina da Roma che gli ho inviato lo scorso Natale.

«Ho avuto tante proposte per scrivere un libro, che racconti tutta la verità sull'attentato di piazza San Pietro, ma ho sempre rifiutato energicamente. Il passato è alle mie spalle e ora devo solo costruire il mio futuro. Del resto Papa Wojtyla aveva capito chi c'era dietro il mio folle gesto e aveva anche perdonato chi aveva armato la mia mano».

Ali Agca sta contando le ore, che lo separano da questo carcere di massima sicurezza. Una volta libero, non sarebbe più persona gradita in tutta la Turchia. Da qui, l'esigenza di trovare una compagna straniera che come scrive Ali Agca lo aiuti a fare un nuovo percorso di vita, però aggiunge: «Bisogna stare molto attenti, per non cadere nelle trappole di donne mitomani e ce ne sono tantissime, attratte da uomini che con le loro azioni criminali sono diventati tristemente noti in tutto il mondo. No, io sogno una donna italiana, semplice e onesta, che nello spirito comune della fede cattolica, possa aiutarmi a percorrere il nuovo cammino della mia redenzione terrena».

Franco Bucarelli
10/12/2009




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Il pentito Mancini conferma: "Orlandi rapita da De Pedis"

Il Tempo

Secondo la supertestimone dell'inchiesta, Sabrina Minardi, Emanuele Orlandi sarebbe stata uccisa e gettata in una betoniera.

Emanuela Orlandi fu rapita dalla Banda della Magliana e in particolare dal gruppo dei testaccini. L'esecutore materiale del sequestro sarebbe stato Enrico De Pedis, detto Renatino. Lo ha confermato il pentito della banda Antonio Mancini al procuratore aggiunto della Repubblica di Roma Giancarlo Capaldo, che lo ha interrogato nell'ambito dell'inchiesta sulla scomparsa della figlia di un dipendente del Vaticano avvenuta nel 1983.

Mancini, secondo quanto si è appreso, ha quindi confermato circostanze già riferite in passato anche nel corso del programma «Chi l'ha visto?», aggiungendo alcuni nuovi particolari: dietro il sequestro dell'allora ragazzina di 15 anni ci sarebbero stati i problemi finanziari tra l'organizzazione criminale romana e il Vaticano. Mancini ha tuttavia sottolineato di aver appreso queste circostanze «de relato», ossia da esponenti appartenenti alla banda o in qualche modo collegati.

Tra questi il testimone ha citato «Ciletto» e «Rufetto». Stando alle indiscrezioni, secondo Antonio Mancini il telefonista che si qualificò come Mario e telefonò a casa Orlandi un paio di giorni dopo il rapimento sarebbe un personaggio che appartiene all'entourage di De Pedis o, comunque, un conoscente dell'allora capo della banda. Altrettanto si può dire, sempre secondo il testimone, per il personaggio che tempo fa chiamò «Chi l'ha visto?» parlando dei fatti del 1983. Mancini ha anche confermato che «Sergio» era l'autista di De Pedis e avrebbe fornito le generalità complete di questa persona. Secondo la supertestimone dell'inchiesta, Sabrina Minardi, Emanuele Orlandi sarebbe stata uccisa e gettata in una betoniera.






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Il Brasile processa Battisti per non estradarlo dal Paese

Il Tempo


L'esponente del Pac deve rispondere di ingresso illegale e documenti falsi.Il procedimento potrebbe far slittare l'estradizione.


Battisti ormai nega tutto. Anche su i reati commessi in Brasile. Ieri il terrorista dei Pac condannato all'ergastolo in attesa di estardizione, è stato ascolato dai giudici carioca che lo devono giudicare per il suo ingresso illegale in Brasile. Processo questo che sembra un escamotage messo in atto dal ministro della Giustizia Tarso Genro sponsor dell'asilo a Cesare Battisti per trattenerlo in Brasile e non consegnarlo all'Italia: potrebbe essere condannato a 5 anni.

Udienza che tra l'altro gli avvocati hanno tentato di rinviare per allungare ancor di più i tempi. Cesare Battisti è stato trasferito dal carcere di Papuda a Brasilia fino al tribunale di Rio de Janeiro. Il terrorista ha detto ai giudicie che il passaporto con il quale è entrato in Brasile era italiano, di una perosna esistente quindi non con un nome falso. Un altro nome e gli era stato consegnato da un funzionario francese. Non solo. I giudici brasiliani gli hanno chiesto se avesse preso soldi dalla Bierre e Battisti ha negato sostenendo che la domanda fosse stata suggerita dall'ambasciata d'Italia.
Maurizio Piccirilli



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Spatuzza: "Ho ammazzato più di 50 persone"

I verbali choc della deposizione di Spatuzza davanti ai magistrati di Palermo: un lungo elenco degli omicidi commessi Don Puglisi fu giustiziato con un colpo alla testa, altri strangolati o sciolti nell’acido. E oggi in aula parleranno i boss Graviano 

 

Spatuzza day, atto secondo. Questa mattina a Palermo verranno ascoltati Giuseppe e Filippo Graviano, boss di Brancaccio, superiori gerarchici del pentito che ha tirato in ballo Berlusconi e Dell’Utri associandoli alle stragi del ’93. I due fratelli, collegati in videoconferenza, sono stati citati dal procuratore generale per confermare, o confutare, le dichiarazioni di Spatuzza che con le sue «tardive» confessioni ha fatto riaprire il processo d’appello a Dell’Utri (ormai avviato a conclusione).

Insieme ai Graviano nell’aula della Corte d’appello diPalermocompariràancheil bossCosimoLoNigro. In attesa di sapere se i tre capimafia si avvarrannoono della facoltà di non rispondere, per capire chi è davvero Gaspare Spatuzza è utile dare un’occhiata al suo interrogatorio reso ai pm di Palermo. Verte sui cinquanta e passa omicidi da lui personalmente eseguiti per strangolamento,scioglimento nell’acido, pistolettate alla tempia. Ecco come l’oracolo Spatuzza dice d’aver lastricato Palermo di cadaveri innocenti.

LEGGI I VERBALI

Pubblico ministero: «Lei si era riservato di fare un elenco completo (degli omicidi, oltre 50 persone uccise, ndr). Ha questa lista?».
Spatuzza: «Sì, l'ho preparata. Ci sono tutte le vittime (...). Agli inizi della guerra di mafia, ’81-82, vengo investito da Giuseppe Graviano di dargli un aiutino per stanare Contorno (Totuccio, il pentito, ndr) e persone che erano a lui vicine». Pm: «Quindi... ». S.: «C’è un Certo Di Miceli Filippo, gli davamo la caccia ma è scappato in Belgio. Non è stato ucciso ma è comunque condannato a morte (...)». Pm: «Poi?». S.: «Poi c’è Lombardo (...) lo zio di Contorno. Ma si trovava a Milano. Si è salvato pure lui...». Pm: «Dopo di che». S.: «Poi c’è Mandalà Salvatore, cugino di Contorno, gli ho dato la caccia per stanarlo. Quello ammazzato è l’altro (...). Poi abbiamo Di Fresco Michele o Michelangelo, detto il “bambolo” (...) vengono uccisi lo zio, il padre e il cognato (...). Quindi abbiamo Di Peri Salvatore, di Villabate sarebbe il figlio del Di Peri. Il Di Peri padre e figlio uccisi sono altri». Pm: «Andiamo avanti». S.: «Lombardo Sebastiano, il cognato di Contorno, ha commesso l’errore di essere andato via per paura da Palermo (...). Non c’entrava niente perché era, era veramente un grande lavoratore (...). Viene ucciso senza c’entrarci niente». Pm: «Per questo lei ha subito processi?». S: «Sì, sono stato assolto. Ci hanno assolti tutti». Pm. «Prosegua». S.: «Ora abbiamo Mandala Giorgio, lo zio di Contorno (...)». Pm: «Sempre assolto?». S.: «Sempre, sì». Pm: «Andiamo avanti, dài». S.: «Abbiamo D’Agostino Rosario, cugino di Contorno (...). Era da braccare ma già era stato sentenziato a morte. Poi è stato arrestato, è uscito dietro rassicurazioni di Bagarella (...) È stato ucciso lui assieme con un Taormina Vittorio, sì qua s’è fatto un duplice omicidio in via Oreto Nuova». Pm: «Lei processato e... ». S.: «Assolto». Pm:
«Va bene, andiamo avanti». S.: «Lombardo Rosario, c’era sospetto che potesse ospitare Contorno (...) siccome io conosco tutta la famiglia, gli ho detto: è impossibile (...)». È stato ucciso a Belmonte Mezzagno. «Nell’omicidio di Mandalà Giuseppe - prosegue Spatuzza - ricopro un ruolo fondamentale (...)». Pm. «Sì, andiamo avanti allora». S.: «Greco Pietro, lo chiamavamo noi Trentamila lire (...) lo dovevamo sequestrare, attirarlo in un tranello (....). Lo doveva interrogare Graviano (...) perché nel quartiere importunava le donne sposate (...)». Pm: «Prego... ». S.: «Sì, abbiamo un ragazzo che si chiamava Popo della Guadagna, scomparso. Più altri, il Faia Salvatore (...) Con una scusa porto questo Popo in un magazzino (...) gli ho detto che gli devo fare vedere qualcosa e l’ho consegnato agli altri (...)». Pm. «Continui». S.: «Un certo Isidoro, dello Sperone. Non mi hanno processato perché... è scomparso».
Spatuzza passa a elencare altri omicidi in serie, fra cui «un certo Mataliano», poi un «vecchio, non so il nome, che era di Misilmeri» (...). Ecco, ora c’è l’omicidio del prete don Puglisi». Pm: «Se lei sa qualcosa... ». S.: «Per conoscerlo ho impiegato giorni interi, non riuscivo a localizzarlo (...). Mentre sto percorrendo la stradina lo incrocio, sento chiamare “padre Pino”, “padre Pino”, mi giro, e dico: è lui (...). Inizialmente pensavo di investirlo con il motorino, doveva morire (...). Passano 4-5 tentativi (...). Poi pensiamo di ucciderlo con la pistola (...). Arriviamo in via San Ciro (...) vicino casa sua, già si stava avviando (...) siamo scesi contemporaneamente dalla macchina e ci siamo avviati dietro don Puglisi, lo accostiamo, io da sinistra, Grigoli da destra. Dico: “Questa è una rapina”. Lui si gira e mi dice: “L’avevo capito”. Guardo Grigoli e... un colpo in testa».
Per simulare che l’omicidio del religioso fosse opera di un balordo, si decide di addossare la colpa al ladruncolo Diego Alaimo che anni prima aveva osato rubare l’auto di Filippo Graviano. «Lo dovevamo prendere e portarlo a Corso dei Mille, incaprettarlo e gli dovevamo dare anche fuoco (...). Quando è stato ucciso, ho aperto il cofano dell’auto e indicato dove buttarlo (...)». Quanto al sequestro e allo scioglimento nell’acido del piccolo Giuseppe Di Matteo, il pm chiede: «È stato condannato?». S.: «No, c’ho un avviso di garanzia, o qualcosa del genere» (...). Pm: «Andiamo oltre». S.: «Nel ’91-92 si devono compiere omicidi a Roccella (...) ne facciamo uno dentro un bar». Pm: «Quindi l’omicidio di Casella Stefano». S.: «Sì, (...). Poi c’e Bonura, lo chiamavano Sicarreddu, a colpi di pistola alle 7 di mattina (...)». Pm: «Continui». S.: «Ci sono i fratelli Ambrogio, una scomparsa e un omicidio (...) quindi un cantante Gianni Giannuzzi, lupara bianca, (...) poi Vitale Armando... ». Pm: «E Nuscemi l’abbiamo detto?». S.: «No, manca. E c’è anche Spataro, c’è Savoca Francesco. Ah, sono stato condannato pure per il sequestro di Giammateo Sole, l’ho seguito io, era un’animella, un ragazzino pane e acqua... ». Torturato e ammazzato.




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Pakistan, ucciso leader di Al Qaeda

Corriere della Sera

Incursione di un drone senza pilota nel Sud Waziristan. «Colpito un alto dirigente della rete terroristica»


WASHINGTON – La guerra segreta di Obama continua. Un raid condotto da un velivolo senza pilota avrebbe ucciso "un alto dirigente di Al Qaeda" in Pakistan. Per le autorità locali nel blitz sono stati uccisi quattro militanti arabi mentre fonti americane hanno sostenuto invece che il bersaglio era molto più importante, anche se non si tratterebbe né di Osama né del suo braccio destro Ayman Al Zawahiri. È possibile che nelle prossime ore si scopra l'identità del terrorista.

LA STRATEGIA - Altro aspetto importante. L’incursione è stata lanciata per la prima volta nel Sud Waziristan, una regione di confine dove talebani e qaedisti hanno i loro rifugi. Il drone – aggiungono fonti Usa – ha colpito con un paio di missili un edificio nella località di Tanga. La nuova strategia varata dal Pentagono e incoraggiata dalla Casa Bianca prevede un incremento dei raid dei velivoli senza pilota sul territorio pachistano. Non solo per numero, ma anche con un raggio d’azione più ampio. In questo modo gli Usa ritengono di poter esercitare una forte pressione sui militanti raggiungendoli nei loro nascondigli. I pachistani hanno mantenuto, a riguardo, un atteggiamento ambiguo.


A livello ufficiale sono contrari alle azioni dei Predator perché ritengono provocano tensioni tra la popolazione, a volte coinvolta nei bombardamenti. Ma, al tempo stesso, ci sono indicazioni su una probabile collaborazione tra gli 007 locali e quelli americani. È invece certo l’aiuto che la Cia ha ricevuto da parte dei contractors della “Blackwater”, società di sicurezza privata oggi ribattezzata “Xe”. Il “New York Times” ha rivelato che gli uomini della compagnia sono stati coinvolti, in passato, in azioni clandestine al fianco degli agenti Cia. In particolare i contractors hanno partecipato ad operazione contro i qaedisti in Iraq.




Guido Olimpio



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Fa partorire la moglie con istruzioni di Wikipedia

Libero

Non sapeva come aiutare la moglie che stava per partorire e allora ha fatto ricorso alla tecnologia. Il britannico Leroy Smith ha preso il suo Blackberry, ha aperto la pagina di Google e ha digitato «come far nascere un bambino». E così, seguendo le istruzioni del sito web Wikipedia dal piccolo schermo del palmare ha fatto venire al mondo la sua quarta figlia, in perfetta salute. Cinque minuti dopo il parto, è arrivata l'ostetrica che non aveva fatto in tempo a raggiungere casa Smith, nell'est di Londra, dopo che le doglie di Emma, la neomamma, erano iniziate con netto anticipo sulle previsioni.

La dottoressa non ha dovuto far altro che tagliare il cordone ombelicale, perché Leroy aveva già provveduto al resto. L’improvvisato ostetrico ha commentato: «Quando sono arrivate le contrazioni forti non sapevo cosa fare. Così ho cercato le istruzioni su internet usando il mio Blackberry. Non avrei mai pensato di doverlo fare. Le istruzioni dicevano, quando vedi la testa, sostienila. E quando il bambino usciva, avrei dovuto metterlo in braccio a Emma e coprire entrambi con una coperta. Alla fine, il tutto è durato 40 minuti. È stato incredibile». Prima che nascesse Mahalia, il primo dicembre, la moglie criticava Leroy perché stava sempre a giocare con il telefono, «ora ha cambiato musica», ha spiegato l’uomo.




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Bambina scrive a ladro: "Sono così triste"

Libero

Si è commosso leggendo una lettera di una bimba di 10 anni, vittima del furto che lui stesso aveva commesso. Nella sua casa di Shipley, nel West Yorkshire inglese, la piccola gli ha chiesto perché lo avesse fatto. Lo ha raccontato la polizia locale, spiegando che la lettera è stata letta al ladro, che era stato arrestato dagli agenti, dalla mamma della bambina nel quadro di un programma di riabilitazione. Alcune parole hanno particolarmente colpito l'uomo: «Come ti è venuta la stupida idea di rapinarci?», chiede la bambina Amy Winteridge, che confessa che il furto l'ha «spaventata a morte».

La polizia del West Yorkshire ha trasformato la missiva in una lettera di Natale che ha fatto pervenirea tutti i sospetti ladri della regione per farli riflettere sui loro reati. Nella letterina Amy scrive: «Ora non mi piace più andare oltre il terzo semaforo della mia strada. È perché ho molta paura e corro veloce per tornare a casa mia. Sono così triste per quello che mi hai fatto». Il commissario, Alison Rose, ha commentato lo strano accaduto dicendo che «la lettera è molto emotiva e può far breccia anche nei cuori più duri. Spero che i criminali che ricevono copia di questo messaggio lo leggano e pensino alle sue parole».




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Se la prof è suora il velo non piace più

di Redazione


Vogliono mandare al confino le suore, estrometterle dalla vita pubblica, chiuderle in monastero. Sta accadendo a Roma in questi giorni, scuola elementare Jean Piaget, via Suvereto. Un gruppo di zelanti genitrici, guidate da una «cassintegrata dell'Alitalia» ha chiesto la testa di una maestra colpevole di essere suora. Costei è un tipo minuto. Non ha fatto propaganda di Gesù, quando mai. Insegna italiano, ha il curriculum giusto, i titoli di studio, sta in graduatoria. Ma per il fatto di essere suora, secondo la cassintegrata dell'Alitalia (un nome, un programma), non può essere una dipendente dello Stato laico. Deve sparire.

Scrive Fabrizio Caccia sul Corriere della Sera: «Un gruppo di mamme ieri mattina ha incontrato la preside, Maria Matilde Filippini. Il motivo? La nuova maestra d'italiano della II C, da venerdì scorso, è una suora. Suor Annalisa Falasco, padovana, 61 anni, della congregazione di Maria Consolatrice, è stata mandata dal provveditorato di Roma a sostituire l'insegnante di ruolo, che ha appena vinto una borsa di studio e se ne è andata altrove.

Dice ora Patrizia Angari, trentasei anni, cassintegrata Alitalia, a nome pure delle altre mamme: «La nostra è una scuola pubblica, una scuola statale, perciò se serve faremo ricorso al Tar. Qui non è in discussione la persona, la suora sarà pure bravissima ma io contesto l'istituzione che rappresenta. Cioè la Chiesa. Voglio vedere cosa dirà la maestra a mio figlio quando Valerio le chiederà come è nato l'universo. Sono atea e credo che la scuola pubblica debba essere quantomeno laica. O no?».

Che Paese stiamo diventando? Dov'è che si era vista una scena così? La madre lavoratrice che organizza un comitato di mamme democratiche e smaschera il traditore che corrompe i fanciulli? Va be’, c'è stato il caso di Socrate, ma non esageriamo. Più vicino a noi: Unione Sovietica, ventesimo secolo. Arcipelago Gulag di Solgenitsin racconta vicende di questo genere. Sbugiardare il finto compagno, rivelare che è un prete, consegnarlo alla vergogna popolare. Sulla Pravda apparivano le lettere delle mungitrici di renne, da noi le più rappresentative sono le hostess Alitalia, ad alcune delle quali i privilegi devono aver dato alla testa. Anche da cassintegrate è più alto il loro mensile di quello complessivo di un esercito di suorine che puliscono il sedere a bambini e a vecchi.

C'è bisogno di spiegare perché tutto questo è razzismo, convinto per di più di essere progressista? I razzisti sono quelli che dividono gli esseri umani in due categorie: le persone degne di godere dei diritti umani, e quelle meno, molto meno. Qui si nega a una persona il diritto di meritarsi un posto di lavoro sulla base dell'appartenenza a una religione. Se ci fosse una magistratura seria interverrebbe aprendo un fascicolo sulla vicenda intestandolo alla Legge Mancino, là dove si punisce «... con la reclusione sino a tre anni chi (...) incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi» (art. 1).
Una bella idea di laicità esprime la mamma citata. È in linea di navigazione con una deriva tutta occidentale. L'Europa si vuole annullare, si odia. Detesta le sue origini. In nome dell'illuminismo giacobino fa fuori l'illuminismo ragionevole, e con esso si uccide, lasciando spazio a una tranquilla invasione islamica.

Il principio di uguaglianza è per la cultura dominante come una pialla: implica omogeneizzarsi alla religione di Stato, che a quanto pare esige la riduzione della fede a fatto privato, con una ridicola confusione tra laicità e miscredenza violenta. La cosa più incredibile non è che ci sia in giro qualcuno con le idee strane, ma che raduni intorno a sé gente normale pronta a darle ragione. E in Italia siamo ancora fortunati, perché questi casi appaiono isolati. Ma ci sono inchieste condotte specie nel Nord Europa dove si rivela che essere cristiani è un vero handicap sociale. Si chiama cristianofobia questa malattia europea, si è espressa nella sentenza contro i crocifissi sulle pareti delle scuole, e in Italia ha questi epigoni. Il risultato? È molto più difficile trovare comprensione se sei una suora che se sei un imam. O un propagandista dello yoga .

Fare il presepio è intolleranza, invece introdurre, ad esempio, il buddismo è ritenuto molto laico, in perfetta armonia con la laicità della scuola. La preside Filippini, che è donna di buon senso, dichiara: «L'insegnante che c'era prima della suora impartiva ai bambini dei corsi di benessere yoga: li faceva sdraiare in cerchio, disegnava dei mandala e recitavano insieme dei mantra... ». Om, Om, Om. Quello andava benissimo alla signora dell'Alitalia. Invece nominare Gesù a Natale è un delitto. Noi suggeriremmo alla suora, se non è troppo tardi, di dichiararsi sì suora, ma anche lesbica, o almeno suora incinta, e farsi fare un anatema dal vescovo, come nei film alla moda di Almodóvar. Diventerebbe un'eroina. Forse le perdonerebbero persino se facesse dire le preghiere ai bambini.



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Insultò Travaglio, Sgarbi condannato

Corriere della Sera

Nel 2008 l'allora assessore di Milano rivolse in tv diverse parolacce al giornalista. Dovrà pagare 30mila euro


Apostrofò Marco Travaglio con insulti e parolacce durante la puntata di Annozero del primo maggio 2008 (guarda il video). Per questo Vittorio Sgarbi dovrà pagare trentamila euro. Lo ha stabilito il tribunale civile di Torino, che ha condannato il sindaco di Salemi anche al pagamento delle spese legali e ha rigettato la sua richiesta di risarcimento danni per le presunte offese ricevute dal giornalista. La sentenza, secondo quanto ha reso noto uno dei legali di Travaglio, Andrea Fiore, è stata depositata il primo dicembre scorso ed è firmata dal giudice Maria Francesca Christillin.

Nel corso della trasmissione dedicata a Beppe Grillo, Sgarbi, all'epoca dei fatti assessore alla Cultura del comune di Milano, apostrofò Marco Travaglio con insulti e parolacce. In particolare, durante la puntata condotta da Michele Santoro Travaglio stava parlando della «cacciata» di Enzo Biagi dalla Rai, quando Sgarbi lo interruppe dicendo: «Siamo un grande Paese con un pezzo di m... come te..». L'allora assessore accusò poi il giornalista di essere «un diffamatore» e di «dire bugie».



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