giovedì 10 dicembre 2009

Arrestato a Parigi il trans Michelle Era nel video con Brenda e Marrazzo

Corriere della Sera

Si era trasferito nella capitale francese da luglio e al momento dell'arresto era a casa dell'amica Luciana


ROMA - Michelle, il trans apparso nel secondo video di Marrazzo insieme a Brenda, è stato arrestato questa mattina a Parigi. Era amico di Brenda, con il quale divideva il monolocale di via dei Due Ponti ma si era trasferito da Roma a Parigi nel luglio scorso, prima che scoppiasse lo scandalo Marrazzo. Il settimanale «Oggi» lo aveva scovato e pubblicato un'intervista lo scorso mercoledì. La procura di Roma aveva avuto contatti con l'autorità giudiziaria francese per raggiungere la transessuale Michelle.

ARRESTO - Secondo quanto riferisce all'Adnkronos l'inviata de «La vita in diretta» Antonella del Prino, il trans, all'anagrafe Carlos dos Santos, si era trasferito nella capitale francese da luglio e al momento dell'arresto si trovava a casa dell'amica Luciana. Nove agenti di polizia sono arrivati davanti all'abitazione, nei pressi di porte de Saint-Cloud intorno alle nove a bordo di tre veicoli, mentre Michelle ancora dormiva. Dopo aver bussato alla porta e aver chiesto le generalità ai due trans, hanno prelevato Michelle e l'amica e le hanno portate al commissariato di Perechese. Dopo un primo interrogatorio gli agenti hanno rilasciato Luciana e trattenuto Michelle ufficialmente «per motivi di immigrazione clandestina».

ESAME DEI TAMPONI - Mentre proseguono gli accertamenti, che probabilmente si concluderanno entro 10 giorni sul contenuto dei file del computer del trans Brenda trovato morto il 20 novembre scorso nell'appartamento di via Due Ponti, gli investigatori sviluppano le indagini per identificare chi possa essere implicato nella vicenda, sempre nell'ipotesi che ci si trovi di fronte ad un delitto. Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il pubblico ministero Rodolfo Sabelli, dopo aver disposto nei giorni scorsi il sequestro di indumenti del trans Barbara, amico di Brenda, prelevandogli un tampone salivare e vari indumenti, stanno valutando se lo stesso prelievo di saliva debba essere fatto per almeno altri 4 travestiti.

IL COMPUTER - Intanto gli investigatori hanno ascoltato anche un amico della transessuale Brenda che ha riferito di essere stato contattato alcuni mesi fa per cancellare alcuni file del suo computer. L'operazione però non è stata portata a termine per una lite in merito al compenso da percepire.

10 dicembre 2009




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La spirale nei cieli della Norvegia? Solo un test missilistico russo fallito

Corriere della Sera

Il vortice celeste sopra Tromsø era l'ennesimo fallimento del lancio del missile russo Bulava



MILANO -
Un Ufo? Un meteorite? O un buco nero creato dalle collisioni da record nel superacceleratore Lhc del Cern di Ginevra? Nulla di tutto ciò: il misterioso vortice celeste apparso nei cieli di Norvegia era solo il fallimento dell'ultimo test del missile russo Bulava. E crescono i dubbi sull'industria bellica del Paese, oramai al collasso.

FENOMENO - Mercoledì mattina il cielo sopra la cittadina norvegese di Tromsø si è improvvisamente rischiarato. Un globo luminoso ha irradiato anelli di luce che hanno preso la forma di una spirale rotante, colorandosi di bianco verso l’esterno e di blu verso il nucleo centrale. Dopo aver percorso un tratto di cielo, la spirale è collassata lasciando un buco nero più grande della luna. Lo spettacolo, sicuramente bizzarro, è durato meno di un minuto. Tanto però è bastato ad alcuni scandinavi per tirare subito in ballo gli alieni e il tanto atteso «incontro del terzo tipo».


Fotogallery

TEST FALLITO - Tuttavia, la spiegazione del misterioso spettacolo è un'altra, molto più terrena: si è trattato di un test missilistico fallito. Mercoledì mattina infatti il sommergibile «Dmitrij Donskoj» ha lanciato nel Mar Bianco un razzo intercontinentale, tipo SS-N-30 «Bulava». Il lancio, però, non è andato secondo i piani, raccontano i quotidiani russi Kommersant e Vedomosti, che citano fonti interne al ministero della Difesa. Il razzo sarebbe esploso in aria e ciò potrebbe spiegare il misterioso fulmine sopra la Norvegia.

BULAVA - Il missile Bulava ha una gittata di 8000 chilometri e può imbarcare dieci testate nucleari. È il fiore all'occhiello dell'equipaggiamento dei sommergibili russi e la versione adattata per l'impiego in mare del nuovo razzo intercontinentale russo, tipo Topol-M. Secondo l'esercito russo dovrebbe superare ogni sistema di difesa. Ma i test fatti fin qui di quella che è descritta come un'arma incredibile, sono falliti miseramente. Il lancio di mercoledì, stando all'agenzia Interfax, è già il settimo fallimento dei dodici avvenuti fino a questo momento.

Altre fonti contano nove test mancati su 13. Il ministero della Difesa russo parla ufficialmente di «instabilità» nel motore del razzo: «È stato verificato, nell'analizzare il lancio, che i primi due stadi hanno funzionato come previsto, ma c'è stato un malfunzionamento tecnico del terzo, che definisce la traiettoria». Per la difesa russa si tratta di un grave rovescio, visto che la metà del budget della difesa per gli armamenti è dedicata allo sviluppo di questo missile balistico.

ARSENALE - L'ultimo test fallito di un missile Bulava risaliva al luglio scorso. Ciò ha portato il direttore dell'istituto moscovita per le tecnologie termiche, Juri Solomonov - responsabile anche per lo sviluppo di Bulava, a rassegnare le dimissioni. L'esperto militare russo Pavel Felgenhauer parla dell'ennesimo insuccesso come di un fatto «veramente imbarazzante» e vede messa in pericolo la credibilità dell'arsenale russo con le sue armi deterrenti: «Entro vent'anni la Russia potrebbe definitivamente perdere la sua posizione di potenza atomica nel mondo, se questi problemi non verranno risolti». Per Felgenhauer il razzo Bulava non ha probabilmente più nessuna chance di funzionare. «Tuttavia», aggiunge l'esperto, «qualcosa di positivo in tutta questa vicenda c'è: i norvegesi hanno potuto ammirare dei fuochi d'artificio davvero suggestivi».

Elmar Burchia
10 dicembre 2009



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Galleria Umberto, l'«albero dei desideri» per Natale sparisce dopo una sola notte

Corriere del Mezzogiorno

Razziato per l'ennesima volta l'abete su cui vengono apposti i bigliettini di turisti e napoletani

Video



NAPOLI - La scoperta è di questa mattina, ma il furto è stato portato a termine nella notte: è di nuovo sparito l'albero dei desideri della Galleria Umberto I. E questa volta non ha resistito neppure un giorno, anzi meglio, neppure mezza giornata. È diventato ormai un classico del Natale napoletano l'installazione dell'abete sui cui rami vengono appesi i «desiderata» di cittadini e turisti per Santa Claus, eppure altrettanto classicamente l'albero dei desideri è fatto oggetto di razzie e furti. L'ultimo, accaduto oggi, a due settimane dalle festività natalizie dopo essere stato issato con i suoi dieci metri di altezza soltanto nel tardo pomeriggio di ieri, mercoledì. Tra il terriccio fresco e qualche mattone, sul vaso vuoto che conteneva l'albero dei desideri una mano indignata ha lasciato un biglietto indirizzato a papà Natale.

«Fa che coloro che hanno fatto questo scempio, e tutti i loro simili - vi è scritto - possano diventare sterili e quindi non poter più produrre altra "spazzatura". Questa città e la stragrande maggioranza della gente, che purtroppo non ha voce, merita di più». Uno degli abituali frequentatori della galleria punta il dito deciso contro un'orda imprecisata di «scugnizzi». Ragazzini non meglio identificati. «Erano in venti e hanno portato via l'albero, tanto qui si sa chi è stato» spiega enigmatico.

Anche nel 2002 l'abete fu rubato. Ritrovato poi alcuni giorni più tardi, gettato via tra i vicoli del centro. Nel 2005 fu sabotato, ovvero spezzato, per cui cadde al suolo, idem nel 2007, carico di lettere indirizzato a Babbo Natale. Nel 2006 campeggiava in bella vista tra i rami un gigante «No alla camorra». Durò pochi giorni e l'albero finì per la terza volta consecutiva di lungo sul pavimento lucido. Questo era il ventiseiesimo anno consecutivoche al centro della galleria veniva posto a decoro e disposizione dei passanti il sempreverde, omaggio e dono di Antonio Barbaro, presidente del Comitato commercianti. Una tradizione che quest'anno aveva un sapore particolare, con la conclusione dei lavori di restauro alle volte e ai mosaici della Galleria Umberto I.

Amareggiati anche i ristoratori. Il gruppo «Fratelli la Bufala» proprio da pochi giorni ha inaugurato un locale nella Galleria. «Dopo la crisi dell’immondizia - spiega Giuseppe Marotta presidente di FlB - avevamo deciso di non investire più in questa città. Ma l’amore e la voglia di tornare a vederla brillare è stata più forte di tutto e per questo qualche giorno fa abbiamo inaugurato un nuovo ristorante in Galleria. Ma - dice sconfortato - L’ultimo episodio del furto dell’albero di Natale è la prova dell’abbandono che ci circonda.

Ma non ci scoraggia. Siamo lì da pochi giorni ma il nostro obiettivo sarà attirare solo chi ama e rispetta questa terra e speriamo che da parte delle Istituzioni ci sia un reale contributo per la sicurezza e la valorizzazione della Galleria Umberto I. Noi privati - concludono - possiamo mettercela tutta ma abbiamo bisogno del sostegno delle autorità».


Sandro Di Domenico



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Eternit, a Torino via al maxi processo per l'amianto: 3mila le vittime

Il Messaggero



TORINO (10 dicembre) - Si è aperto oggi a Torino, con quasi 3.000 parti lese, il maxi processo Eternit contro i due responsabili della multinazionale, lo svizzero Stephan Schmidhaeny e il belga Louis De Cartier, accusati delle morti legate alla lavorazione dell'amianto nelle sedi italiane.

I due imputati non sono presenti e sono stati dichiarati contumaci. Il presidente del Tribunale Giuseppe Casalbore è subito passato ad affrontare le questioni tecniche legate ai responsabili civili: la prima di esse a essere interpellata è la presidenza del Consiglio  i cui avvocati si sono costituiti per chiedere di essere esclusi.

L'udienza si svolge nella maxiaula 1, che è stipata di avvocati e giornalisti delle televisioni. Nella maxiaula 5 si stanno radunando le persone che intendono costituirsi parte civile. In aula magna, collegata in videoconferenza, ci sono invece le parti civili (oltre 700) già costituite all'udienza preliminare. Le parti lese elencate nel capo d'accusa sono quasi 2.900.

«Il processo sarà giusto - ha detto il pubblico ministero Raffaele Guariniello alle tivù prima dell'apertura dei lavori - e i suoi tempi saranno quelli giusti per dare giustizia sia alle vittime che agli imputati».

Sono state almeno un centinaio le persone, provenienti dall'Italia e dall'estero, che hanno manifestato di fronte al tribunale prima dell'inizio del dibattimento del più grande processo d'Europa. Con parecchi pullman sono poi arrivati i parenti delle quasi 3 mila vittime dell'amianto, le quasi 700 parti civili, sindaci e amministratori della zona di Casale Monferrato, dove aveva sede il più grande stabilimento italiano della Eternit.

Tanti gli striscioni esposti, tra i quali quelli delle associazioni vittime dell'amianto di Italia, Svizzera e Francia. «Signor Stephan Schmidheiny: la attendiamo anche in Svizzera», è lo striscione dell'associazione svizzera delle vittime dell'amianto, appeso alla cancellata del tribunale e circondato dai nomi di alcune delle vittime Eternit.

Di fronte al tribunale si stanno inoltre radunando i partecipanti al corteo organizzato dalla Rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro, in concomitanza con l'apertura del processo e a pochi giorni dal secondo anniversario del rogo della Thyssenkrupp. Vi aderiscono, oltre ai sindacati e alle associazioni dei lavoratori, anche i giovani dei centri


sociali. Presenti numerosi rappresentanti dei lavoratori delle vittime della Eternit di Svizzera, Francia e Belgio. «Un solo essere umano - si legge sullo striscione dei minatori francesi - ha più valore che tutto l'amianto e il profitto del mondo».




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Sollecito: «Amanda ed io nello stesso incubo. Un'assassina? E' dolcissima»

Il Messaggero

Raffaele dal carcere: quando uscirò di qui vorrei non essere riconosciuto
 


di Italo Carmignani e Vanna Ugolini

TERNI (10 dicembre) - Nel suo mondo, un metro quadrato in più è un lusso, il sole una stella lontanissima, sentire l’odore del mare un miracolo. I libri gli servono per arrivare alla luce della finestra con l’inferriata, quanto per diventare un super esperto d’informatica. Padre Pio e il suo sguardo calmo lo fanno sopravvivere, la sua famiglia gli regala ogni giorno la speranza, prega perché tutto si ribalti come con un colpo al mappamondo. 

Ma l’eroe di Raffaele Sollecito, venticinquenne di Giovinazzo, non è Superman, bensì l’Uomo Invisibile, perché «quando questo sarà finito vorrò uscire in punta di piedi dal carcere e non essere riconosciuto da alcuno». Una condanna lunga quanto la sua età per l’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, uno in meno di quelli inflitti alla sua ex fidanzata Amanda Knox, sua complice per l’accusa, Raffaele parla attraverso le domande consegnate a Luca Maori, uno dei suoi avvocati, ma la sua voce arriva direttamente dal carcere di Vocabolo Sabbione, Terni. 

Raffaele Sollecito, c’è stato un momento del processo in cui pensava di farcela?
«L’ho pensato in ogni momento, ero certo che la sentenza mettesse fine ad un incubo. Invece, no». 


Qual è stato il suo primo pensiero quando ha capito di essere stato condannato?
«Quando hanno letto la sentenza non capivo cosa stesse accadendo e anche ora mi sembra impossibile e non riesco a capire perché sono stato condannato».


Che ha pesato di più nella sua condanna?
«Il battage mediatico, probabilmente. Ma voglio leggere la sentenza per capirlo»


Il momento più duro del processo?
«Quando è venuto un testimone che ha dichiarato di avermi visto assieme a Meredith, Rudy e Amanda il 30 ottobre. Allora ho capito che pur di farsi pubblicità le persone sono pronte a tutto. Anche a inventare la realtà». 


Cosa le ha fatto più male in questi mesi di udienze?
«La vivisezione della mia famiglia con le migliaia di telefonate intercettate e tutti i colloqui dei miei familiari messi alla berlina».


In cella cosa le manca di più?
«Mi manca più di ogni altra cosa la mia famiglia. Mi mancano anche gli amici, la vita di tutti i giorni, passeggiare nella piazza del mio paese. E mi manca tanto l’odore del mare. 


La sua famiglia ha fatto tanto...
«Senza di loro non ci sarei più, sarei già morto. Loro hanno pagato per avermi creduto, mia sorella ha perso il posto per avere il mio stesso cognome, mio padre è finito sotto accusa».


Riesce a pensare ad un futuro fuori dal carcere?
«Sì, altrimenti impazzirei. Penso soprattutto a studiare a prendere una specializzazione post-laurea».


Cosa le da più forza per andare avanti?
«La fede in Dio, lo prego in ogni momento attraverso le preghiere di padre Pio. Sono sempre stato vicino alla fede, non è una rivelazione di questi mesi terribili, è qualcosa che ho sempre avuto dentro. Se non avessi avuto la fede l’avrei fatta finita. 


Di cosa ha paura adesso?
«Dell’incertezza del futuro, di cosa possa accadere ancora. Dovrei essere fiducioso, ma è molto difficile. Il mondo mi è crollato addosso con quella sentenza. E’ crollato addosso a me e Amanda».


Già Amanda, che effetto le ha fatto rivederla in questi mesi?
«Un effetto piacevole perché è una persona a me molto cara anche se siamo stati insieme per poco tempo. Anche lei si trova a vivere un incubo e una situazione tremenda come la mia»


Ne è ancora innamorato?
«Non sono innamorato di Amanda, ma le sono molto vicino perché la considero la mia compagna di sventura»


Crede che Amanda sarebbe stata capace di uccidere in un momento d’ira?
«Non oso neanche pensare a una cosa del genere. E’ assurdo e improponibile, lei è una ragazza dolcissima»


Dopo il delitto andaste a comprare biancheria intima per una notte di fuoco, come disse lei. Non le sembra un comportamento inappropriato?
«Siamo andati a comprare biancheria intima perché Amanda aveva tutto sotto sequestro. Tutto quello che è stato detto è sbagliato, la mia era solo una battuta. Certo, rivolta alla biancheria e ad Amanda, ma solo una battuta»


Secondo lei chi ha ucciso Meredith Kercher, la notte di Ognissanti di due anni fa?
«Non lo so e non lo posso sapere. I miei avvocati hanno detto che l’unico colpevole è Rudy Guede e lo hanno dimostrato in aula. Mi fido di loro, non posso dire altro perchè, ripeto, non lo so». 


Pensa che la sua famiglia abbia utilizzato i media.
«I miei familiari non hanno usato i mass media, sono i media ad averli cercati e loro hanno solo spiegato all’informazione quale fosse la mia situazione». 


Pensa che il suo caso possa diventare un simbolo magari per riformare il sistema giudiziario?
«Io spero solo di poter farmi dimenticare prima possibile, vorrei tornare nell’anonimato prima possibile come prima, voglio una vita normale di un ragazzo di venticinque anni. Vorrei non essere riconosciuto quando uscirò dal carcere».


Se tornasse indietro cosa non rifarebbe?
«Niente, non cambierei nulla della mia vita. Sono gli altri che me l’hanno cambiata. Probabilmente cambierei loro».




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Firenze, preso clochard: aveva tela da 90mila euro




 
Firenze - Aveva con sè un dipinto del pittore veneziano Giacomo Favretto, stimato 90mila euro e rubato nell’agosto 2008 da Palazzo Isimbardi, sede della Provincia di Milano. I carabinieri di Firenze hanno arrestato un clochard, insospettiti dall’atteggiamento dell’uomo, che osservava con particolare attenzione le vetrine degli antiquari di Borgognissanti di Firenze. Ad insospettire la pattuglia è stato il suo abbigliamento, accostato all’attenzione verso i quadri esposti in vetrina.

Dopo l’ennesima sosta davanti alle vetrine di un altro antiquario, hanno deciso di identificarlo. L’uomo, in un primo momento, ha cercato di sottrarsi al controllo, ma i militari hanno chiesto con insistenza i documenti e l’uomo a quel punto ha esibito una denuncia di smarrimento presentata a Milano. Perquisendo il sacco di plastica nera che l’uomo gelosamente custodiva sotto il suo braccio, i militari hanno scoperto un olio su tavola di cm. 34x44 cm. ed in un’altra busta una decina di preziosi volumi. Portato l’uomo in caserma, i carabinieri hanno accertato che il dipinto è opera del pittore veneziano Giacomo Favretto, artista popolare considerato tra i più importanti dell’Ottocento.

Il dipinto, "Amore tra i polli", dipinto intorno al 1879 e raffigura una coppia di contadini in tenero atteggiamento seduti sopra alcune gabbie da pollaio all’interno di un’aia, ha un valore di circa 90mila euro ed era stato trafugato tra le 15 dell’8 agosto 2008 e le 8 dell’11 agosto 2008, da Palazzo Isimbardi, sede della provincia di Milano. A quel punto, nei confronti dell’uomo, 64enne senza fissa dimora, con precedenti specifici, è scattato il fermo di polizia giudiziaria ed è stato accompagnato a Sollicciano. Anche nei confronti dei 10 volumi in possesso dell’uomo ora si sta cercando di risalire alla provenienza: alcuni presentano evidenti tracce di abrasione nel tentativo di cancellare la presenza del timbro che ne indica la provenienza.




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Provocazione di Saviano: "Milano è città del Sud" Castelli: "Va a ciapà i ratt"

Milano - Braccio di ferro su Milano tra Saviano e Castelli. Botta e risposta tra lo scrittore autore di Gomorra e l'esponente leghista, viceministro alle Infrastrutture. Roberto Saviano che se la prende con la Lega: "Polemiche sui milanesi contro Tettamanzi miopi e ignoranti. Milanoè la più grande città del Sud Italia". E il viceministro del Carroccio che replica: "Grazie della lezione del professorino. Va a ciapà i ratt...". 

Saviano: "Milano grande città del Sud" "Quando sento frasi di esponenti politici che invitano il cardinale Tettamanzi a occuparsi di più dei milanesi, penso che forse non sanno chi sono veramente i milanesi". Così lo scrittore Roberto Saviano ha commentato gli attacchi arrivati nei giorni scorsi dall’arcivescovo del capoluogo lombardo da parte del ministro della Lega, Roberto Calderoli. "Milano - ha detto Saviano dedicando ai meridionali di Milano il diploma honoris cause consegnato oggi dall’accademia di Brera - è la più grande città del sud d’Italia. I meridionali nel corso degli anni hanno contribuito a far crescere la produttività". Secondo Saviano "continuare a ostinarsi a considerare come di fuori è non milanese" persone come queste arrivate a Milano per lavorare "prima che miope è ignorante". 

Castelli: "Ma va a ciapà i ratt" "Poveri milanesi. A furia di chinare il groppone per lavorare, lavorare e lavorare senza pensare ad altro, adesso devono sorbirsi le lezioni e le paternali dell’universo mondo. L’ultimo maestrino arrivato, di cui sentivamo tanto il bisogno, è l’ennesimo professionista dell’antimafia Saviano, il quale viene da una terra che per condizioni politiche e sociali, sicuramente ha molto da insegnare. Meriterebbe una risposta più secca. Ma siamo a Natale e l’ineludibile bonomia lombarda mi fa soltanto esprimere un invito: 'Ma va a ciapà i ratt'". Lo dichiara il viceministro della Lega Nord Roberto Castelli, replicando alle affermazioni di Roberto Saviano.




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Il pm sposta l'ora: «Chiara Poggi è morta dopo le 12 e 40»

Corriere della Sera

Rosa Muscio si è basata sulla nuova perizia informatica.
In precedenza sosteneva che fosse morta tra le 11 e le 11.30

VIGEVANO (PAVIA) - «Chiara Poggi è morta nella seconda metà della mattinata». È quanto ha anticipato il pm Rosa Muscio prima della sospensione per la pausa pranzo della sua requisitoria durante il processo con rito abbreviato in corso a Vigevano in cui Alberto Stasi è imputato dell'omicidio della sua fidanzata Chiara Poggi.

CAMBIA L'ORA - Il pm nel posticipare l'ora del delitto si è basata su quanto è stato indicato dalla perizia informatica firmata dagli ingegneri Roberto Porta e Daniele Occhetti: la mattina del 13 agosto Alberto rimase al computer dalle 9.35 alle 12.20. Il pm ha poi quindi affermato che «le evidenze ci dicono che la morte è avvenuta prima o dopo le 12.20 e con più probabilità nella seconda parte della mattinata». Da quanto si è saputo, la pubblica accusa ipotizza che Chiara possa essere uccisa dopo le 12.40. In precedenza il pm aveva sostenuto che Chiara fosse morta tra le 11 e le 11.30. Un orario che oggi, dopo le ulteriori indagini richieste dal gup Stefano Vitelli, ha modificato perché Alberto, secondo la perizia informatica lavorava al computer dalle 9.36 alle 12.30. Chiara, disattiva l'allarme alle 9.10 e per Alberto ci sarebbero 26 minuti prima di mettersi a lavorare alla tesi di laurea. Un tempo troppo ristretto, secondo l'accusa che punta, invece, a sostenere che Chiara sia stata uccisa dopo le 12.20. Inoltre il pm ha tentato di smontare la perizia medico-legale e che è impossibile che Alberto quando ritrovò il cadavere della sua fidanzata non si sia sporcato le scarpe di sangue. E poiché le suole delle Lacoste consegnate dal giovane agli investigatori sono risultate pulite, vuol dire che «ha mentito».





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La Camera dice no all'arresto di Cosentino

Il Foglio


La Camera si è opposta alla richiesta di arresto presentata dalla procura di Napoli nei confronti del sottosegretario all'Economia e parlamentare del Pdl, Nicola Cosentino.

Il voto dell'aula, che si è svolto a scrutinio segreto, ha così confermato il parere espresso dalla Giunta per le autorizzazioni della Camera. Contro l'arresto si sono espressi 360 deputati, mentre hanno votato a favore in 226. Cosentino è accusato dalla procura di Napoli per il reato di concorso esterno in associazione camorristica.

Nicola Cosentino poco dopo il risultato dell'Aula ha detto: "Il voto è andato molto al di là della stretta maggioranza che governa il paese". Il prossimo scoglio sono le mozioni di sfiducia che Montecitorio esaminerà nel pomeriggio. "Se dovesse passare non esiterò' un minuto soltanmto a dimettermi", ha detto il sottosegretario.


Leggi Così Maurizio Turco spiega perché non bisogna arrestare Cosentino Leggi Perché Cosentino è arrabbiato nero  Leggi Comincia la fase due: il centrodestra replica così agli schizzi di fango mafioso Provate a spiegare Spatuzza fuori di qui, impossibile Come difendersi da uno Spatuzza che dà di mafioso a Berlusconi Leggi I conti che non tornano nelle accuse dei pentiti al Cav. - Leggi Un mostro si aggira per le procure. Il concorso esterno - Leggi gli altri articoli di giustizia



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Fisco: lotta all'evasione, entrate record

Corriere della Sera

Nei primi 11 mesi dell'anno gli incassi si sono attestati a 7,4 miliardi di euro, superando il target di 7,2 miliardi

ROMA - La lotta all'evasione porta incassi record al fisco. Nei primi 11 mesi dell'anno gli incassi si sono attestati a 7,4 miliardi di euro, superando l'obiettivo di 7,2 miliardi programmato per il 2009. Ora si guarda al traguardo degli 8 miliardi.

IL COMMENTO - A fornire i dati è stato il direttore dell'Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, a margine della premiazione dei «Campioni del fisco», cioè dei dipendenti più meritevoli dell'Agenzia. «In un anno di crisi e di riorganizzazione dell'Agenzia è un risultato eccezionale», ha commentato Befera.
«Abbiamo superato l'obiettivo che c'era stato per l'intero anno sull'incasso degli accertamenti - ha spiegato Befera -: a fine novembre eravamo a quota 7,4 miliardi, rispetto ai 7,2 programmati per l'intero anno. Questo significa che l'incasso di dicembre sarà tutto in più ». Befera ha evidenziato che si tratta di un «record assoluto», che «è ancora più importante visto che è stato raggiunto in un anno di crisi». Il direttore dell'Agenzia ha poi parlato dell'avvio dei controlli sugli omessi versamenti, una nuova operazione appena lanciata dal fisco: «E' un problema di legalità. Il contribuente non può determinare da solo tempi e quantità del versamento. Per ora siamo quantificando il fenomeno e poi partiremo con i controlli». Di certo il problema dei contribuenti che dichiarano e poi non versano le imposte è rilevante. «Avevamo segnali preoccupanti - ammette Befera - l'anno passato gli omessi versamenti ammontano a sette miliardi e nel corso dei mesi siamo riusciti a recuperarne tre-quattro».





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Spatuzza «alla prova» dei Graviano I messaggi da decifrare nel codice dei boss

Corriere della Sera




ROMA — I magistrati di Firenze sono tor­nati a sentirli anche la scorsa settimana, sot­toponendo i fratelli Filippo e Giuseppe Gra­viano a nuovi confronti con un altro testi­mone dell’inchiesta riaperta sulle stragi ma­fiose del 1993. Perché dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, il pentito che la Procu­ra toscana ritiene attendibile al punto da aver chiesto per lui il programma definitivo di protezione, il seguito dell’indagine passa soprattutto da loro, i due boss — oggi erga­stolani — del quartiere palermitano Bran­caccio che davano ordini al collaboratore di giustizia e non lo hanno rinnegato nemme­no dopo la sua collaborazione con lo Stato.

Sono i Graviano, arrestati a Milano a fine gennaio del 1994, la «fonte» delle rivelazio­ni di Spatuzza sui referenti politici di Cosa Nostra nella sua stagione terroristica. Per questo i giudici del processo d’appello al se­natore Marcello Dell’Utri (ormai vi­cini alla sentenza, dopo la condanna di primo grado a 9 anni di carcere per concorso in as­sociazione mafio­sa) li hanno con­vocati per doma­ni.

Dovranno con­fermare o smenti­re le dichiarazioni del pentito, ma qualunque loro ri­sposta sarà poi va­lutata e decodifica­ta trattandosi di «uomini d’onore» tuttora in servizio, come hanno stabilito le sentenze definitive e i comportamenti in car­cere. Almeno fino all’estate scorsa, quando prima Filippo e poi Giuseppe sono stati in­terrogati e hanno dato risposte che i magi­strati stanno ancora cercando di interpreta­re.

Sulle specifiche circostanze riferite da Spa­tuzza di cui si parla nel processo Dell’Utri (l’incontro con Giuseppe Graviano in cui il boss gli avrebbe fatto i nomi di Berlusconi e del senatore, e quello con Filippo nel quale si discusse l’eventualità di collaborare coi magistrati) hanno negato o taciuto. Come è normale per dei mafiosi che non hanno mai ammesso la loro appartenenza all’organizza­zione e rivendicano la propria innocenza per i delitti di cui sono stati dichiarati colpe­voli, dalle stragi del ’93 in giù. Ma al di là dei singoli episodi, entrambi i fratelli hanno pronunciato frasi dietro le quali è legittimo chiedersi se si nascondono messaggi da de­cifrare.

Giuseppe Graviano, quello che secondo Spatuzza trattava direttamente con Dell’Utri e Berlusconi, ha spiegato ai pubblici ministe­ri di Firenze che «dobbiamo vedere cosa c’è dietro a quello che sta dicendo Spatuzza». Ha lamentato il «regime disumano e razzia­le, peggio di Guantanamo» che sta subendo con il «carcere duro» previsto dall’articolo 41 bis, e se l’è presa coi magistrati: «Trovate i veri colpevoli. Si parla sempre colletti bian­chi, colletti grigi e... sono sempre innocenti i poveri disgraziati». Ma appena gli hanno chiesto se avesse qualcosa da dire sui «col­letti bianchi» s’è ritratto, facendo però intra­vedere altri scenari: «Io non lo so. Poi stia­mo a vedere se... qualcuno ha il desiderio di dirlo, che lo sa benissimo».

Anche Filippo Graviano — il maggiore dei due, 48 anni contro i 46 di Giuseppe — si pro­clama innocente: «Le mie colpe non sono quelle per cui sono stato condannato, in par­ticolare in questo processo (cioè per le stra­gi, ndr ) ». Si definisce un «danno collaterale» delle inchieste e mostra di non vedere un fu­turo per sé: «Io non ho prospettive. Per me la cosa più bella sarebbe addormentarmi una sera e non svegliarmi la mattina. Sarei in pa­ce con me stesso e con tutti». Nel frattempo, però, studia Economia e sostiene esami in te­leconferenza coi professori dell’università La Sapienza di Roma. Al confronto con Spatuzza s’è presentato esibendo i certificati di 10 pro­ve (quasi tutti trenta, un paio di lodi) e un bigliet­to di complimenti fattogli recapitare dal docente di Sta­tistica.

Sui fatti raccon­tati dal pentito smentisce, ma pre­cisa: «Io non ho nulla contro le tue scelte»; e quando il pentito rivendi­ca che «nessuno mi può dire infa­me, perché non sto infamando nessuno», Filippo Graviano annuisce: «Ma assolutamente... So­no contento che tu hai ritrovato quella pace interiore...». Quanto al suo passato di mafio­so tace: «Di certi argomenti non parlo». E se ammette una colpa, è quella di aver cercato di accumulare soldi, perché gli piaceva spen­derne: «Io cercavo denaro. Oggi magari non mi interessa più, però allora era qualcosa più forte di me».

Il magistrato cerca di sape­re come faceva ad guadagnare e Graviano sr risponde, col suo italiano malfermo: «Se io trovavo un’area edificabile, un qualcosa da fare anche al nord, io l’avrei fatto. Se trovavo un’attività imprenditoriale l’avrei fatto... Ma non ne parlo perché è inutile». Poi, tornan­do alle accuse più gravi: «Io vi ribadisco, di stragi non ne so, di omicidi non ne so. E mi dispiace non poter chiarire». Domani lui e suo fratello avranno un’altra occasione. Per chiarire o ingarbugliare i fili, parlare o tacere, smentire, confermare o lan­ciare messaggi. E fare in modo che sulle pro­prie frasi tornino a fiorire le più diverse in­terpretazioni.

Giovanni Bianconi
10 dicembre 2009






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Berlusconi, nuovo attacco ai magistrati «Contro partito giudici cambiamo Carta»

Corriere della Sera


BONN - «Permettetemi di parlare un secondo del mio Paese». Silvio Berlusconi coglie l'occasione del suo intervento davanti alla platea del congresso del Ppe a Bonn per ripercorrere i temi prediletti: i giudici che si sono sostituiti al Parlamento, la sinistra allo sbando, la maggioranza coesa e il premier «super forte e con le palle». Non una breve digressione, ma un nuovo duro attacco alla magistratura. E l'annuncio di voler mettere mano alla Carta costituzionale.

PARTITO DEI GIUDICI - Una fase in cui «la sovranità sta passando al partito dei giudici. Il Parlamento fa le leggi, ma se queste non piacciono al partito dei giudici questo si rivolge alla Corte Costituzionale e la Corte abroga la legge - spiega il premier -. Stiamo lavorando per cambiare questa situazione anche attraverso una riforma della Costituzione». La Consulta, attacca, «da organo di garanzia si è trasformata in organo politico. Abrogando il Lodo Alfano he praticamente ha detto ai pubblici accusatori: riprendete la caccia all'uomo nei confronti del primo ministro». E una delle cause è che «abbiamo avuto purtroppo tre presidenti della Repubblica consecutivi tutti di sinistra».

SINISTRA ALLO SBANDO - Quindi il Cavaliere snocciola i suoi numeri: «Sono stato investito da una serie di 103 procedimenti, 913 giudici si sono interessati di me, 587 visite della polizia giudiziaria e della Guardia di finanza, 2520 udienze: credo che sia il record universale della storia, però soltanto assoluzioni perché per fortuna è una parte dei giudici che sta con la sinistra. In Italia non c'è l'immunità parlamentare, in Italia i pm non dipendono dal governo e si è formato nella sinistra un partito dei giudici, non riuscendo la sinistra che è divisa e allo sbando, ad avere ragione attraverso la politica, cerca di avere ragione del centrodestra attraverso i processi».

«IO FORTE CON LE PALLE» - Come di consueto, il premier ha anche parlato di se stesso: «Abbiamo una maggioranza coesa e forte e un premier super. C'è una sinistra che ha attaccato il presidente del Consiglio su tutti i fronti inventandosi delle calunnie su tutti i fronti, ma chi crede in me è ancora più convinto. Tutti si dicono: "dove si trova uno forte e duro con le palle come Silvio Berlusconi?"». Infine con i giornalisti ha commentato rapidamente l'andamento della Finanziaria, all'esame della Camera: «Mi sembra che vada tutto bene».


10 dicembre 2009




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Processo Vallettopoli, Corona condannato a tre anni e 8 mesi

Corriere della Sera

Il suo commento: «Mi vergogno di essere italiano». Al collaboratore a due anni e quattro mesi


MILANO - Il tribunale di Milano ha condannato Fabrizio Corona, accusato di estorsione e tentata estorsione, a tre anni e otto mesi ritenendolo colpevole per due degli episodi per i quali era finito a giudizio. Gli episodi si riferiscono alle foto del motociclista Marco Melandri e del calciatore Adriano. I giudici hanno anche condannato il collaboratore di Corona, Marco Bonato, a due anni e quattro mesi. Il pm per Corona aveva chiesto 7 anni e 2 mesi mentre aveva sollecitato l’assoluzione per Bonato.

«MI VERGOGNO DI ESSERE ITALIANO» - Dopo la lettura della sentenza Corona, con i capelli rasati e visibilmente nervoso, ha subito parlato con i giornalisti presenti in aula: «Mi vergogno di essere italiano. Non so cosa farò, farò il carcere, non me ne frega un c...» ha aggiunto. Poi sui giudici: «Quello che c'è scritto sulle aule dei Tribunali 'La legge è uguale per tutti non è vero. Io non ho più fiducia nella legge». «Per me era una battaglia - ha aggiunto Corona - e l'ho persa». L'agente fotografico, prima di andarsene visibilmente adirato, ha detto ai cronisti: «è una vergogna. Allora devono condannare tutte le agenzie fotografiche d'Italia e quella del caso Marrazzo».

LE BANCONOTE - I guai con la giustizia per Corona non sono finiti. Infatti mercoledì scorso il Tribunale di Civitavecchia ha rinviato al 10 febbraio 2010 l'udienza preliminare nei confronti di Corona. A chiedere il rinvio al giudice dell'udienza preliminare, Francesco Filocamo, è stato il legale del fotografo, l'avvocato Nicola Saracco, in quanto la difesa intende ricorrere al patteggiamento. Il fotografodeve rispondere di detenzione e spendita di banconote false.

Secondo l'accusa, nel marzo del 2008, aveva consumato e fatto acquisti in due bar dell'aereoporto Leonardo Da Vinci di Fiumicino pagando con altrettante banconote false da 100 Euro. La richiesta del patteggiamento si spiega con le condanne inflitte a Corona per lo stesso reato nei procedimenti giudiziari che si sono già svolti a Milano, dove ha subito una sanzione di 4.560 Euro e ad Orvieto, dove ha patteggiato una pena di 18 mesi. In tutti i casi è risultato che le banconote false appartenevano ad uno stesso stock.

10 dicembre 2009






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Cartello in dialetto, multata bancarella

di Fausto Biloslavo

Scrivi solo in dialetto il nome del pesce in vendita? Ti becchi un multone grazie a una delle puntigliose normative europee. È capitato a Trieste, dove una bancarella, nella centrale piazza Ponterosso, esponeva la merce con i nomi locali: sardoni per le alici o caperozzoli per le vongole. Uno zelante pubblico ufficiale della Capitaneria di porto, armato di penna e verbale, ha appioppato una multa di 1.167 euro, per la gravissima mancanza.

«Abbiamo sbagliato. Sappiamo che per legge bisogna indicare i nomi dei pesci in lingua italiana, ma da parte della Capitaneria la tolleranza è zero» spiega al telefono dall’estero Guido Doz. Pescatore e titolare con il fratello Michele di vari punti vendita è pure responsabile in Friuli Venezia Giulia del settore ittico per l’Associazione generale delle cooperative italiane (Agci). «Il nome tradizionale del pesce da maggiore garanzia al consumatore locale – spiega Doz che ha scritto al dicastero delle Politiche agricole - Spero che la lettera arrivi sul tavolo del ministro Luca Zaia sensibile alla cultura dei dialetti».
«Stiamo verificando il caso di Trieste - spiega Zaia a il Giornale -. Pare che esista una normativa europea che impedirebbe l’uso del dialetto come lingua materna, ovviamente comprensibile ai consumatori locali. Se così fosse sarebbe un altro esempio di eurocrazia fallita. Stiamo verificando la possibilità di impugnare questo regolamento che è contrario al costume, alla cultura e soprattutto al buon senso».

La norma comunitaria anti dialetto è la 2065 sulle etichettature dei prodotti. Poi recepita da una legge italiana sulla «Denominazione commerciale del mercato ittico». In realtà fra le pieghe della legge è possibile utilizzare il nome tradizionale e locale del pescato, ma solo se accanto c’è la dicitura in italiano. Grazie alla burocrazia comunitaria il tipico ribone triestino diventa un misterioso pagello fragolino. Il guato, che si pescava da piccoli con la lenza, si trasforma miracolosamente in ghiozzo e l’asià, un piccolo pescecane, diventa palombo. Per non parlare dei pedocci, i gustosi frutti di mare, che bisogna chiamare cozze. Il problema è che la cliente anziana, affezionata al quotidiano rito della spesa si confonde. «Capita che la classica siora Pina chieda sorpresa: Cosa xe ste alici? Assomiglia a sardoni» spiega un pescivendolo del centro triestino.

A Napoli, Genova e altre città di mare i nomi dei pesci in dialetto cambiano, ma la ferrea norma è la stessa. Forse chi la deve applicare è meno zelante. «La legge è a tutela del consumatore. Il nome in italiano garantisce la chiarezza delle indicazioni anche all’acquirente non triestino» ha dichiarato al quotidiano Il Piccolo il vicecomandante della Capitaneria Felice Tedone. L’ufficiale smentisce l’eccessiva fiscalità e sottolinea che «accanto. al nome corretto nessuno vieta di riportare, tra parentesi, il termine locale». A Trieste ci sono 55 pescherie e diverse hanno avuto problemi. «Ci sentiamo tartassati» spiega un gestore. Da Rovigo a Trieste chiamare pannocchia o cicala di mare la tipica «canocia» fa ridere. Non a caso su Facebook è saltato fuori un «provocatorio» manifesto. Un tegame di succulenti alici con sullo sfondo l’alabarda, simbolo di Trieste e una scritta in rigoroso dialetto: «Noi li ciamemo sardoni!».

Passato da scordare, foto osé arrivano gli spazzini del web

Republica

Costano cento euro e tolgono da internet immagini e notizie compromettenti.
Un business in espansione: tra i clienti personaggi pubblici, aziende ma anche i privati


di ANAIS GINORI

"Come cercare un ago nel pagliaio, solo che nella rete una notizia compromettente, una calunnia, una foto sbagliata, pesa molto più di un ago". Il mestiere di Andrea Barchiesi è lo spazzino. La strada che deve tenere pulita si chiama internet, ed è piuttosto lunga.

A lui si rivolgono sempre più manager, politici, personaggi dello spettacolo o semplici cittadini, insomma chiunque abbia a cuore quella che viene chiamata la "e-reputazione". Nell'epoca in cui basta "googlare" un nome sul web per credere di conoscere una persona, la cura della propria immagine online rischia di diventare essenziale. Un business in espansione.

Negli Usa ci sono società che propongono abbonamenti come fossero polizze, per una vita senza incidenti virtuali. Con 15 dollari al mese, la californiana Reputation Defender monitora il web e avverte i clienti di ogni nuovo commento o immagine che appare online. Se c'è qualcosa di sgradito, scatta la pulizia.

"Ci stiamo arrivando finalmente anche noi" dice soddisfatto Marchiesi, ingegnere elettronico, fondatore della società Reputation Manager, per nulla offeso delle definizione del suo lavoro: "Perché dovrei?". Quindici dipendenti con sede a Milano, staff legale, giro d'affari in vorticoso aumento, clienti vagamente paranoici su un possibile click che manderebbe in fumo carriera, famiglia, amicizie.

"Non si tratta soltanto di aziende o personaggi pubblici - spiega - ormai si rivolgono a noi anche privati". La casistica è vasta. Chi vuole eliminare volgarità dette in qualche forum, chi vuole integrare notizie incomplete sul proprio conto, chi cerca banalmente di cancellare il passato (una condanna, un divorzio, un licenziamento) per rifarsi un presente.

Corea del Nord, un tunnel di 100 km fino al mare per far fuggire il dittatore

di Gian Micalessin


Lo chiamano Caro leader, ma anche Grande talpa gli sta a pennello. È l’ultimo segreto, l’ultima rivelazione sul regno oscuro di Kim Jong-Il, sull’intrico di tunnel e gallerie progettati per garantirgli un sicuro approdo in caso di rivolta, colpo di stato o attacco nemico. È un universo occulto e catacombale degno della miglior saga di James Bond e della Spectre. 

Al posto dell’invisibile Numero uno e della sua organizzazione ci sono però un dittatore in carne e ossa, un regime comunista degenerato e un arsenale nucleare. Quell’universo sotterraneo, quel groviglio di passaggi profondi centinaia di metri e lunghi decine di chilometri rappresenta, meglio d’ogni altra descrizione, il volto tetro e paranoico della Corea del Nord e della sua malata dinastia.


A far luce su quel termitaio segreto ci ha pensato Hwang Jang Yop, l’ex segretario del partito unico nord coreano considerato il più eccellente e informato disertore di regime. Certo ci ha messo un bel po’ visto che la sua fuga, prima a Pechino e poi a Seul, risale ormai al 1997, ma ne vale la pena. L’intervista in cui il dottor Hwang descrive a Radio Free Asia la rete di labirinti e tunnel progettati per garantire un’estrema, insospettabile via di fuga al tiranno e alla sua cricca sembra un viaggio al centro della terra. O della follia. Hwang ci accompagna nelle scale e negli ascensori che precipitano da una delle dimore di Kim Jong-Il nel pozzo di un’interminabile galleria profonda oltre trecento metri. 

È la strada segreta per Nampo, un porto distante 48 chilometri dalla capitale, sulle coste nord orientali della penisola coreana. Ma per arrivarci non c’è bisogno di camminare. Lì sotto gli ingegneri e gli schiavi del regime mandati a progettare l’ultima scappatoia della Grande talpa hanno costruito una rete ferroviaria con binari e carrozze in grado di rendere veloce e confortevole la fuga del dittatore. 

«È il più profondo, il più segreto e il più particolare di tutti i tunnel, parte da una delle abitazioni di Kim a Pyongyang e si spinge fin dentro la zona del porto di Nampo», racconta il dottor Hwang. E alla banchina di quel porto resta attraccato, in perenne attesa, un vascello veloce pronto a traghettare il Caro leader verso le coste della Cina. Il dittatore non ha del resto molte alternative. In caso di fuga o sconfitta il governo di Pechino resta uno degli ultimi disposti a concedergli asilo. 

Non dovendo pensare alla fuga finale, al grande terremoto la Grande talpa può sbizzarrirsi lungo altri itinerari. Infilando un secondo passaggio Kim Jong-Il può ritirarsi a Yeongwon, l’isolata villa di montagna dove nel 1994 suo padre Kim Il Sung fu stroncato da un micidiale attacco di cuore.
Per rendere meno angoscianti quei viaggi della memoria gli scenografi di regime hanno disseminato d’oasi verdi, corsi d’acqua e aiuole fiorite il paterno cunicolo. 

Non dovendo né fuggire, né ricordare, il Caro leader può usare il suo Catacomba Express per tener d’occhio le installazioni strategiche e industriali del Paese. Un’altra profonda via ferrata corre verso Suncheon, la zona a nord della capitale dove le formiche operaie del regime lavorano nei pozzi del più importante giacimento d’uranio, fonte indispensabile per gli arsenali atomici del Paese.

La decisione di far luce su questa dimensione sotterranea del regime nord coreano fino a oggi sconosciuta, è probabilmente legata allo scadere dei termini temporali che il dottor Hwang s’impegnò a rispettare quando rivelò alla Cia e ai servizi di sicurezza del Sud i più importanti segreti di Pyongyang. 

Conosciuto ufficialmente come il segretario del partito del Lavoro, Hwang fu in verità uno dei teorici del regime e contribuì a dar forma alla «juche», l’ideologia comunista nordcoreana che coniuga la più rigida dottrina marxista al culto dinastico della personalità. Quell’infilata di gallerie scavate nel ventre della nazione per garantire la salvezza dei tiranni rientra nelle manie di un sistema che un tempo disseminava di tunnel sotterranei la fascia smilitarizzata nella speranza di sbucare dalle viscere e invadere i nemici del sud. 

La stessa metropolitana di Pyongyang, scavata a 150 metri di profondità, non è altro, a detta degli analisti militari che un grande sterminato rifugio per la popolazione. L’ultimo grande bunker del regno delle talpe.




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Fassino «intercettato» con Consorte Di Pietro denuncia e scatta l'inchiesta

Corriere della Sera

Due imprenditori sa­rebbero andati ad Arcore recando in dono a Paolo e Silvio Berlusco­ni il file della telefonata

MILANO — Accesso abusivo a sistema informatico nel 2005, rivelazione di segreto d’indagi­ne, corruzione: sono le ipotesi di reato iscritte nell’inchie­sta-bis che la Procura di Mila­no, dopo aver fallito all’epoca l’individuazione del pubblico ufficiale «talpa», sta conducen­do dal 3 ottobre a partire da una denuncia di Antonio Di Pie­tro sui retroscena della fuga di notizie nell’indagine Antonve­neta: «spiffero» culminato nel­la pubblicazione il 31 dicembre 2005, su Il Giornale di proprie­tà del fratello di Silvio Berlusco­ni (Paolo) e della Mondadori, di una intercettazione del lu­glio 2005 tra il n.1 di Unipol Giovanni Consorte e l’allora lea­der (Piero Fassino) del partito (Ds) contrapposto a quello di Berlusconi. Un’intercettazione che in quel momento non solo non era depositata agli atti, né trascritta e neppure riassunta, ma esisteva solo allo stato natu­rale di file audio noto esclusiva­mente ai pm e alla Gdf.

Da mesi un imprenditore con disavventure giudiziarie al­le spalle, Fabrizio Favato, pro­pone a giornalisti, magistrati, avvocati e politici la sua verità: lui e l’amministratore (Roberto Raffaelli) della Research con­trol system , società che svolse le intercettazioni per i pm, sa­rebbero andati ad Arcore la vi­gilia di Natale 2005 recando in dono a Paolo e Silvio Berlusco­ni la telefonata pubblicata 7 giorni dopo da Il Giornale . A ca­vallo dell’estate 2009 — con at­teggiamento ondivago tra par­venze di ricatto e cenni di ven­detta per asserite promesse non mantenute — Favato va a Milano in un settimanale, va a Roma in un quotidiano, ma non sortisce effetti. Va da due pm dell’antimafia milanese ai quali tratteggia invece un’altra storia che si riallaccia al seque­stro nel 2007 (sventato in extre­mis dall’arresto dei rapitori) di un ex socio di Paolo Berlusco­ni, ma si rifiuta di verbalizzar­la. Va da un altro pm, stavolta del pool finanziario, ma ancora rifiuta il verbale. Va dallo stes­so Raffaelli. Va da un avvocato dello studio padovano dell’on. Niccolò Ghedini, il legale di Berlusconi ieri fiducioso che «le indagini dimostreranno la totale estraneità alla pubblica­zione» dei fratelli Berlusconi. E va dal leader dell’Idv, Di Pietro. Sabato 3 ottobre l’ex pm del pool Mani pulite si presenta dai suoi ex colleghi, al pm di turno dice di voler fare una de­nuncia, viene indirizzato al pro­curatore aggiunto di turno (Tar­getti), e gli riferisce a verbale il racconto prospettatogli da Fa­vato. Sulla base di questa de­nuncia di Di Pietro, il pm De Pa­squale imposta gli atti urgenti d’indagine, trasmessa al procu­ratore Minale al suo ritorno in ufficio da una decina di giorni di assenza, e infine assegnata a un pm (Meroni) del pool reati contro la pubblica amministra­zione. Solo che Favato, tanto lo­quace con gli altri, di fronte ai magistrati si avvale della facol­tà di non rispondere: suo fi­glio, avvocato che ne assume la difesa, subisce in studio una perquisizione (come non inda­gato) che non trova il file au­dio.

E Raffaelli? Ieri, con i suoi nuovi difensori Luigi Liguori e Alessandro Campilongo, ha chiesto un rinvio dell’interroga­torio sull’accusa di accesso in­formatico abusivo. Ma nel suo entourage imprenditoriale ne­ga di essere stato la «talpa»; e sostiene che l’incontro di Arco­re ci fu davvero, ma che avreb­be avuto a oggetto solo il pro­getto commerciale di una espansione della sua società sul mercato istituzionale in Ro­mania, per la quale puntava al­l’interessamento di Berlusconi in ottimi rapporti con l’allora primo ministro romeno.

Luigi Ferrarella - Giuseppe Guastella
10 dicembre 2009





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Il caso Usava una falsa identità, sospeso un giudice di Roma

Redazione


Usava una «falsa» identità, grazie a una tessera di riconoscimento legittimamente rilasciata dalla Corte d’appello di Roma, ma sulla quale era riportata un’erronea data di nascita; e così disponeva di un codice fiscale che le permetteva di agire «al riparo da possibili responsabilità patrimoniali». Con questa accusa la sezione disciplinare del Csm ha sospeso dalla magistratura con un provvedimento cautelare, cioè adottato in via d’urgenza, Chiara Schettini, giudice del tribunale fallimentare di Roma.

La decisione è del 13 novembre scorso, ma le motivazioni sono state depositate ieri. Tra due giorni il «tribunale delle toghe» dovrà pronunciarsi sulla richiesta di revisione presentata dalla diretta interessata. Per la stessa vicenda, il magistrato è sottoposto a un procedimento penale da parte della procura di Perugia per falsità materiale (e ideologica) commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici e nel privato.

Ad avviare l’azione disciplinare era stato il 5 novembre il Pg della Cassazione Vitaliano Esposito, con pesantissimo atto d’accusa: il giudice non solo ha «falsificato» la tessera in questione; ma con una «condotta preordinata e organizzata» e un «disegno criminoso», ha usato «in atti pubblici (...) false generalità e un falso numero di codice fiscale» (tra l’altro in occasione di un contratto di mutuo di 800mila euro per l’acquisto di un appartamento); il tutto per «costruirsi una sorta di doppia identità e sottrarsi (...) alle proprie obbligazioni e ai controlli di legge».

Sì, perché come scrive il Csm, il magistrato era «al centro di cospicue contrattazioni»; una «congerie di attività commerciali». Schettini ha chiesto la revisione del provvedimento, in considerazione del suo stato interessante, invocando la tutela per le lavoratrici madri.

Vigili aggrediscono senzatetto

Libero

Un senzatetto cerca riparo dalla pioggia per poter dormire nel cortile del Tribunale cittadino, ma i vigili lo svegliano a calci. E' successo a Verona, dove due passanti, due giovani ragazzi, hanno pensato bene di girare un video con il telefonino per documentare quella che appare come una brutale aggressione.



Il video, pubblicato su YouReporter.it, seppur confuso nella parte iniziale, vede i vigili svegliare il povero senzatetto, per poi chiedere all'autore della clip: "Ma stai girando un video? Non puoi farlo, devi chiedere il permesso. Dammi i documenti". I ragazzi, ovviamente, hanno protestato per la vile aggressione, e quando sono state chieste loro le generalità hanno risposto, ironicamente, "Flavio Tosi", ovvero il sindaco della stessa città veronese. Viene chiamata poi la polizia che intima ai giovani di cancellare il video, ma i ragazzi scappano. Presi e identificati, sono stati poi subito rilasciati, e da veri eroi sono riusciti a salvare il video che finisce sul sito del collettivo Metropolis, su Youtube e poi su Youreporter. Inizia così il tam tam sul web trascinato dalle polemiche dei lettori.

Caso Cucchi, parla un teste: "Ho sentito tutto, ma ho paura"

Libero
Dice di aver sentito un italiano che si lamentava e piangeva invocando il ricovero in ospedale, ma dice anche di aver paura e chiede protezione per quando uscirà dal carcere perché “quelli hanno le pistole”. Il rebus sull’inchiesta di Stefano Cucchi ogni giorno si arricchisce di particolari. L'ultimo spunto è stato fornito oggi da un detenuto albanese attualmente recluso, per furto, nel carcere di Velletri, in provincia di Roma. Anche lui, come Cucchi, il 16 ottobre scorso si trovava in una cella di sicurezza del tribunale di piazzale Clodio per la convalida del suo fermo. Al suo arrivo, ha dichiarato al gip Luigi Fiasconaro il quale lo ha ascoltato per circa due ore sotto forma di incidente probatorio, udì un “italiano che si lamentava. Diceva - ha aggiunto il testimone - portatemi in ospedale”. Circostanza questa che il detenuto colloca intorno alle 8.30, orario, questo, stabilito dall'albanese dal fatto che il suo trasferimento in tribunale è avvenuto intorno alle otto. Cucchi, secondo la ricostruzione dell'accusa, è arrivato in tribunale intorno alle 9.30. Nessun rumore di un pestaggio è stato invece udito dall'albanese.

Un testimone che sarebbe però “reticente” secondo i legali di parte civile, gli avvocati Dario Piccioni e Fabio Anselmo, appunto perché impaurito, spaventato. Infatti, il 12 novembre scorso, il giorno dopo essere stato sentito dai pm, “è stato interrogato dal capo degli agenti penitenziari del carcere di Velletri in merito ai motivi della sua convocazione in procura”. L'albanese, però, si sarebbe rifiutato di rispondere a questa domanda in assenza del suo avvocato e comunque per tutto l'incidente probatorio ha chiesto di essere messo sotto protezione. All'atto istruttorio hanno preso parte anche i genitori e la sorella di Cucchi.

Intanto il gip ha respinto la richiesta, avanzata da uno dei legali degli indagati, di acquisire in sede di incidente probatorio la testimonianza di un detenuto tunisino che aveva accusato del pestaggio i carabinieri in una lettera ritenuta dai pm falsa perché non scritta da lui.