martedì 8 dicembre 2009

L'Ue incorona la pizza: sarà marchio Sgt

Corriere del Mezzogiorno


Sigillo di qualità contro i falsi per la focaccia napoletana

NAPOLI


L'istruttoria è infornata da tempo. E domani il Comitato europeo per le indicazioni geografiche e le denominazioni d’origine protette sfornerà, salvo clamorosi ripensamenti, il riconoscimento europeo di specialità garantita (Sgt) per la pizza. In pratica, la focaccia più famosa al mondo verrà protetta dall’Ue contro imitazioni e falsi. Naturalmente non parliamo di una pizza qualunque ma di quella napoletana «prodotta seconda la tradizione». Uno «scudo» per garantire i consumatori e i produttori atteso ormai da mesi che per l’Italia rappresenta una vittoria dall’alto valore simbolico.

BASSOLINO: PREMIO A NOSTRA INDUSTRIA - «Il giusto premio per uno dei prodotti simbolo della nostra tradizione culturale e gastronomica - dichiara il presidente della Regione Campania, Antonio Bassolino - un premio al prodotto e a tutta la nostra industria agroalimentare e turistica, ma anche il giusto attestato a chi come l’Associazione Verace pizza Napoletana e l’Associazione pizzaioli Napoletani ha lavorato a partire dal 2004 per questo risultato. Questo marchio - ha spiegato - permetterà l’ulteriore valorizzazione e la giusta tutela della pizza in Italia e in tutta Europa». Infine, il governatore campano ringrazia il ministero dell’Agricoltura, «che in tutti questi anni ha lavorato con la giusta continuità per portare avanti questa richiesta alla Comunità europea».

SORBILLO: «ASPETTO QUESTO MOMENTO DA UN VITA» - «Ci stiamo già organizzando per creare un grande evento indimenticabile» dice Sergio Miccù, presidente dell’Associazione pizzaioli napoletani. Gino Sorbillo, invece, storico gestore dell’omonima pizzeria del centro antico di Napoli, sottolinea con orgoglio: «È una vita che aspetto questo momento, domani potrebbe essere uno dei giorni più importanti della storia dei pizzaioli napoletani e della nostra economia».

«INCROCIAMO LE DITA» - Antonio Pace, presidente dell’Associazione verace Pizza napoletana, però si mostra cauto. Troppi buchi nell'acqua negli ultimi anni. «Speriamo che questa sia la volta buona - dice - la cosa mi entusiasma perchè in questo modo la pizza sarà tra i primi prodotti italiani, se non il primo ad ottenere un tale riconoscimento.

Sarà una pietra miliare e soprattutto ci sarà un modo per evitare che vengano contrabbandati come pizza prodotti che non lo sono affatto.». L’entusiasmo, però, aggiunge Pace, è macchiato da qualche ombra, «i sistemi di verifica». «La pizza non è un prodotto come gli altri - spiega Pace - è fondamentale la qualità e la quantità dei prodotti ma è altrettanto fondamentale la manualità, la parte artigianale, come si assemblano i singoli ingredienti. Sono aspetti, questi, non valutabili in modo astratto, senza aver conoscenza diretta del prodotto. Speriamo che su tutto questo si presti molta attenzione».

R. W.
08 dicembre 2009




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Baron Cohen e l'onore perduto di Aita

Corriere della Sera

Un palestinese comparso nel film «Brüno» chiede 155 milioni di risarcimento: «La mia immagine è distrutta»

Dal nostro corrispondente  Francesco Battistini

Ayman Abu Aita con Sacha Baron Cohen, alias Brüno, in una scena del film

GERUSALEMME - L'onore perduto di Ayman Abu Aita vale 115 milioni di dollari. E forse neanche quelli: «Non esisto più – dice lui -. Da quando è uscito quel film, la mia figura pubblica nella società palestinese è distrutta. Io faccio politica, sono un pacifista convinto, sono anni che mi batto contro la violenza di questo conflitto. Di colpo, mi hanno fatto passare per un terrorista delle Brigate Al Aqsa. Qualcuno deve pagare qualcosa». Quel qualcuno è il regista-attore Sacha Baron Cohen. Quel qualcosa, 115 milioni appunto, è la metà stimata dell’incasso al botteghino di Brüno, l’ultimo film del comico americano. Che in una scena mostra Aita, droghiere a Betlemme, come un pericoloso terrorista. E lo riprende in una "base segreta" del campo di Ein al Hilweh (in realtà, è solo un albergo della città), lo intervista sulla lotta armata («mi avevano detto solo che volevano parlare del Medio Oriente»), lo descrive come una imprendibile primula tanzim raggiunta solo grazie ai buoni uffici della Cia («mi hanno fatto chiamare da un’agenzia di stampa palestinese, la Pnn»), lo filma con le guardie del corpo alle spalle («ma quelli erano soltanto uomini della produzione del film»): insomma, l’avrebbe fatto passare per quel che non è. Costringendolo a querelare.

MINACCE DI MORTE - Aita aveva protestato subito, all’uscita del film. E s’era riservato di quantificare il danno subìto: qualche mese, e il prezzo gli pare quello giusto. Giura che non lo fa per i soldi, anche se con quella somma può riaggiustarsi l’onore e qualcosa di più. Sostiene d’essere caduto in un inganno («Sasha Baron Cohen è un grande bugiardo»), d’avere scambiato il finto, biondo giornalista gay del film per un produttore tedesco vicino alla causa araba. «Mi sono arrivate anche minacce di morte. Certe spiritosaggini non piacciono a certa gente che conosco». Perché quella gente anche Aita ammette di conoscerla, «a Betlemme si sa tutto di tutti», le idee sono comuni e «la costruzione d’uno Stato palestinese è nel cuore di chiunque». Ma non per questo ne condivide i metodi: «Sono un cristiano, mi sono candidato alle elezioni col Fatah (il partito del presidente Abu Mazen, ndr), sono stato due volte anche in America e nessuno alla frontiera mi ha mai identificato per un terrorista».

L'ARRESTO NEL 2003 - Per la verità, nel 2003, l’uomo è stato arrestato: «Non è mai stata trovata una mezza prova contro di me». E la sua apparizione nel film ha spinto qualche mese fa le Brigate Al Aqsa - quelle che nell’ultima intifada hanno addestrato i kamikaze e rivendicato numerose stragi - a una dichiarazione ufficiale contro Brüno e la contestata scena: «Un nostro fratello è stato strumentalizzato in modo sporco. Non accettiamo che le Al Aqsa siano tirate in ballo da questo film. Ci riserviamo il diritto di rispondere a quest’infamia, che fa parte d’una cospirazione contro di noi». Non è chiaro chi debba rispondere, agli occhi dei terroristi. E se i 115 milioni richiesti tramite avvocati siano la tassa che Aita, messo in mezzo, deve pagare alle Brigate per avere salva la vita. Di sicuro, tutta questa storia ha prodotto un effetto: a Sasha Baron Cohen hanno consigliato di non mettere più piede in Medio Oriente. E il suo servizio di bodyguard, stavolta vere, è stato raddoppiato.





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Si spegne un pezzo di storia della tv: chiude il Maurizio Costanzo Show





Roma - Domani va in onda l’ultima puntata dopo 25 anni di vita, 4.400 puntate e 32.800 ospiti perchè concluso il tempo della formula, il talk show raccontato e ragionato che per primo ha lanciato in Italia. È il Maurizio Costanzo show che chiude i battenti. "Domani, con l’ultima puntata di un programma cruciale per la storia di Mediaset, si chiude una pagina straordinaria della tv italiana.

Quando ho iniziato a lavorare, il Costanzo Show era una realtà unica nel panorama televisivo e posso dire che Maurizio in questi anni ha raccontato l’Italia e la nostra vita quotidiana meglio di tutti", afferma Pier Silvio Berlusconi, vicepresidente Mediaset che precisa: "per me c’è anche un forte coinvolgimento personale. Costanzo mi ha visto ragazzo e mi ha insegnato molto: la mia riconoscenza nei suoi confronti è profonda, totale.

Condivido la sua scelta di dire stop, frutto della lucidità di un uomo che sa quando arriva il momento di cambiare. E per questo motivo gli formulo i più cari auguri per le sue nuove attività in tv, dove riuscirà a stupirci ancora una volta. In bocca al lupo, Maurizio".

Costanzo: "Con Berlusconi libertà assoluta" Un ringraziamento a "Silvio Berlusconi e Pier Silvio Berlusconi che mi hanno lasciato sempre, e sottolineo sempre, l’assoluta libertà nella scelta degli ospiti e nella costruzione del programma", ha dichiarato Costanzo. "È stata una esperienza straordinaria ed è il caso di dire irripetibile. Ringrazio perciò quanti mi hanno consentito di vivere questa avventura professionale", dirà Costanzo nel discorso con cui, al termine della puntata, saluterà il suo pubblico.

Dopo i ringraziamenti a Silvio Berlusconi e Pier Silvio Berlusconi, Costanzo renderà omaggio a quanti, tra coautori, redattori, registi, tecnici, addetti alla produzione, collaboratori, hanno lavorato in questi anni alla realizzazione del programma. Poi, i ringraziamenti al pubblico: "Senza la vostra presenza costante per tanti anni -dirà Costanzo- qualunque programma, anche il più interessante, sarebbe naufragato.

Grazie, perciò, perchè non avrei mai potuto avere quei 33 mila ospiti e vivere 25 anni della storia del nostro Paese con loro e con voi". "Voglio anche dire che ovunque io continuerò a fare televisione -concluderà il giornalista- le mie idee, i miei principi, le mie battaglie che mi hanno consentito di rimanere così a lungo davanti alle telecamere, saranno sempre le stesse.

Con quelle idee e quelle battaglie ci siamo conosciuti e ci siamo reciprocamente apprezzati. Spero che così continui ad essere. Perciò: grazie e non perdiamoci di vista". Nella puntata in onda domani, Costanzo avrà come ospiti Afef, Andrea Camilleri, Enzo Iacchetti, in collegamento da Milano, Gino Strada, Raffaele Morelli, Katia Ricciarelli e Alfonso Signorini.




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La madre di Meredith contro i Knox "Perché tirano in ballo la politica?"

La Repubblica


LONDRA - Arline Kercher, madre di Meredith, la studentessa assassinata a Perugia, critica la famiglia di Amanda Knox per aver fatto entrare la politica nella reazione alla sentenza di condanna della giovane americana: "La notizia che avrebbero fatto appello era già abbastanza dura, e ora questo - ha detto Arline, citata dal quotidiano gratuito Metro - . Non so dove vogliano arrivare coinvolgendo persone con alte responsabilità".

Il riferimento era al segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, che si è detta disposta ad ascoltare chi avesse dubbi sulla condanna di Amanda: in particolare la senatrice democratica di Seattle, Maria Cantwell, che aveva parlato di anti-americanismo. Ancora ieri, il portavoce del dipartimento di Stato ha dovuto ribadire che il processo di Perugia è stato "regolare", dopo che una giornalista gli aveva fatto una domanda sulla sentenza secondo lei venata di antimericanismo (portando a sostegno della sua tesi anche il fatto che i giudici portassero la fascia tricolore).

Parlando nella sua casa di Coulsdon, poco fuori Londra nel Surrey, Arline Kercher ha detto di non capire come si possa parlare di antiamericanismo: "Nei giorni che ho passato in tribunale, mi è sembrato un tribunale normale. Anche a noi non è stato dato un trattamento speciale, così non posso capire come ci possa essere stato un elemento antiamericano".

Hillary Clinton, dal canto suo, ha ribadito che l'ambasciata Usa in Italia continuerà a seguire da vicino il caso di Amanda Knox. "Il nostro personale consolare è stato in contatto periodico con lei e con la sua famiglia - ha detto la Clinton - . Noi intendiamo portare avanti questo sostegno, che fa parte del tipo di assistenza che forniamo ai cittadini americani all'estero. Per quanto penso di avere compreso, vi saranno degli appelli e noi continueremo a seguire la vicenda".



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Mafia e antimafia: l'ombra di se stesse

Il Tempo


I boss non sono più quelli di una volta: ora rispettano i pentiti. Prima li strozzavano. I magistrati aprono e chiudono indagini e si fanno portare in giro da Vito Ciancimino con papelli e fotocopie rateizzate.



Quello che manca nell'ultimo teorema dei professionisti dell'antimafia contro Silvio Berlusconi è il bacio. Ed è veramente incomprensibile. Come è possibile che Giulio Andreotti,che secondo Indro Montanelli non baciava nemmeno sua madre, nel siglare il patto con Cosa Nostra sia sceso a Palermo a baciare Totò Riina,e Silvio Berlusconi, che bacia tutti, quando è subentrato al simbolo della prima Repubblica nel patto scellerato non l'abbia fatto? E si sia limitato,come riferisce il pittore di pareti Gaspare Spatuzza, a consegnare l'Italia nelle mani di Casa Nostra trattando solo con i fratelli Graviano,magari non baciando nemmeno loro?

Non sarà piuttosto che i «pentiti» e gli inquirenti di oggi non hanno più la fantasia e il coraggio di quelli reclutati allora dalla Dia, quella che Francesco Cossiga chiamava «la nostra polizia politica,degna dell'Ovra,della Stasi e del Kgb» e che furono gestiti dalla procura di Giancarlo Caselli? Perchè oggi ad accusare Berlusconi non c'è più un Balduccio Di Maggio,il testimone oculare del fatidico bacio tra Andreotti e Totò Riina, e tutto si riduce alle quattro chiacchiere scambiate ai tavolini del caffè Doney a via Veneto tra Giuseppe Graviano e il suo imbianchino?

La crisi globalizzata ha ridotto a questo punto anche i boss e i «pentiti» di quella che fu la mafia più potente e famosa del mondo e,parallelamente,a far rimpiangere ai segugi di «Repubblica» gli inquisitori d'allora, che furono capaci di trascinare dinanzi ai giudici il Divo Giulio con un atto d'accusa capace di riempire le mille pagine del famoso e storico brocardo intitolato «La vera storia d'Italia?».

La magistratura - scrivono sull'organo dell'unico partito di opposizione rimasto sul campo - non appare più padrona del gioco ed è solamente testimone di una trama che non controlla. Anche Luciano Violante, quello che Andreotti allora definiva «il suggeritore» e che,da presidente della Commissione parlamentare antimafia,processò Andreotti prima del processo,chiamando a deporre,prima che lo facessero i giudici, Masino Buscetta (altro che Spatuzza!), è disperato ed evidenzia «la fragilità strutturale del sistema»: «Anche le eventuali conferme di Graviano- dichiara al Corriere della sera - potrebbero non essere sufficienti»,e si agrappa dispetamente proprio a Silvio Berlusconi:

«Il nostro Paese oggi ha un unico perno attorno a cui bene o male ruota:il Presidente del Consiglio» (che mai dirà di lui domani Marco Travaglio?). Ed è vero. La mafia è frantumata e decapitata,tutto i suoi capi in galera, fiaccati dal carcere duro del 41bis, non c'è più una Cupola e un Capo vero,non è in grado di far esplodere una bomba,i suoi boss in catene, anche quelli che furono i più efferati e i più sanguinari come i fratelli Graviano,non hanno né la forza di farsi «pentiti», né quella di maledire i «pentiti» definendoli «infami».

Giuseppe Graviano non conferma Spatuzza ma lo «rispetta»: il boss di Brancaccio rispetta il suo imbianchino che lo tradisce! Ancora qualche anno fa,i boss rapivano i figli degli «infami», li strozzavano e li scioglievano nell'acido. Con un singolare parallelismo gli eredi di quelli che furono i professionisti dell'antimafia,che erano maestri del fare dell'antimafia uno strumento di potere, come diceva Leonardo Sciascia, non riescono nemmeno a coordinarsi tra di loro, si contendono gli ultimi simulacri di «pentiti» in circolazione,aprendo e chiudendo indagini contradditorie e conflittuali, minacciando avvisi di reato che non arrivano,e intanto si fanno menare per il naso dal figlio di Vito Ciancinimo che dal lunedì al venerdì gli promette pizzini e papelli,gliene consegna a rate brandelli,fotocopie e facsimili,e il sabato vola a Parigi per cenare al caffè Flore.

Avevano rimediato questo povero Spatuzza,che ha debuttato più di anno fa con una rivelazione sconvolgente: badate bene che avete radicalmente fallito quindici anni di indagini sulla strage di via D'Amelio,tre processi di primo grado,tre processi in appello,tre conferma in Cassazione,fanno due dozzine di pm che hanno sbagliato,e una trentina di giudici di tutti i tre gradi di giudizio che non si sono accorti dei loro sbagli e hanno messo in galera,all'ergastolo,gli innocenti e hanno lasciato scorazzare in libertà i colpevoli.

E tutto perché avete creduto in un falso mafioso e un falso «pentito», questo Vincenzo Scarantino, semianalfabeta, scartato al servizio militare perché deficiente, tossicodipendente e fidanzato con i transessuali, e avete potuto credere che Cosa Nostra avesse potuto sceglierlo, fidalizzarlo e affidare a lui il compito di rubare l'auto da imbottire di tritolo per far saltare in aria Paolo Borsellino e la sua scorta. Gli avete voluto credere per quindici anni,tre processi in primo grado,in appello e in Cassazione,e per dare la caccia ai così detti «mandanti occulti» non avete trovato i veri esecutori della strage né i veri mandanti di Cosa Nostra.

Spatuzza gli ha dimostrato on prove schiaccianti che a rubare l'auto da imbottire di tritolo è stato lui e che solo lui è in grado di indicare i veri esecutori e i veri mandanti. A questo punto,invece di fare ammenda, di battersi il petto,di confessare i loro errori,di riaprire i processi sbagliati, di liberare gli innocenti, e di mettersi umilmente al lavoro per trovare con l'aiuto di Spatuzza, rilasciandogli subito la patente di collaboratore di giustizia come a quel punto meritava,lo hanno sballottolato da procura a procura,facendolo girare per l'Italia intera, da Caltanissetta a Firenze, da Firenze a Milano, da Milano a Palermo, da Palermo a Caltanissetta, strapazzandolo e martellandolo di domande sui soliti e introvabili «mandanti occulti».

E solo dopo un anno, quando il poveraccio, pur di uscire dalla tortura del carcere duro e strappare finalmente la patente di «pentito», si è deciso a parlare della chiacchierata al caffè Doney,evocando «quello di Canale 5 e il compaesano»,solo allora gli hanno mollato il riconoscimento che gli sarebbe toccato sin dall'inizio della sua collaborazione, quando non si inventava chiacchierate al bar e «collegamenti», ma raccontava e dimostrava i fatti veramente accaduti per preparare la strage di via D'Amelio.

Non contenti,hanno fatto l'ultimo capolavoro.Invece di aprire formalmente le indagini sulle «rivelazioni» del «pentito», cercare almeno qualche plausibile riscontro,istruire il nuovo processo sulla strage o sulle stragi,hanno preso Spatuzza e l'hanno scaraventato di peso nel processo d'appello per concorso esterno a Marcello Dell'Utri,processo che non c'entra per niente né con la strage né con le stragi,e che si stava ormai per concludere per fatti suoi. Così Spatuzza accusatore di Berlusconi per le stragi, dopo averlo creato, l'hanno prematuramente bruciato e se lo sono giocato.

Lino Jannuzzi
08/12/2009




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Respingono i clandestini: indagati i militari

di Stefano Zurlo


È indagato per aver fatto il proprio dovere. E per aver fermato in acque internazionali un barcone con settantacinque clandestini a bordo. Per questa ragione, il comandante del pattugliatore Denaro è sotto inchiesta ed è accusato dalla Procura di Siracusa di violenza privata, un reato punito con una pena che può arrivare a 4 anni di carcere. Ma nel caso dell’ufficiale che guidava la motovedetta al largo delle coste siciliane alla fine di agosto scorso, la contestazione è ancora più grave: l’illecito è aggravato dall’abuso della qualifica di pubblico ufficiale. E la pena è, in linea teorica, ancora più alta.

La riconsegna, come tecnicamente si chiama, è avvenuta fra il 30 e il 31 agosto 2008. Il Denaro ha bloccato in acque internazionali il barcone e l’ha riaccompagnato al punto di partenza: un porto della Libia. Pochi giorni dopo scatta l’inchiesta; si procede per un reato, appunto la violenza privata, previsto dall’articolo 610 del Codice penale che così recita: «Chiunque, con violenza o minaccia costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni». 

E quale sarebbe stata la violenza? Semplice, aver applicato la legge sull’immigrazione clandestina e aver dato esecuzione all’accordo stipulato fra Roma e Tripoli. Se una nostra unità intercetta un carico di clandestini provenienti da quel Paese e in navigazione verso le nostre coste, il suo compito è uno solo: riportare indietro i fuggitivi. Così funziona la norma, per tutti, ma evidentemente non per la Procura di Siracusa che contemporaneamente ha dato vita a un’altra operazione sconcertante: ha inviato a tutti i giudici di pace di Siracusa e dintorni una circolare in cui li si invitava a sollevare un’eccezione di legittimità costituzionale a proposito della norma che punisce l’immigrazione clandestina. 

Di più, la Procura ha preparato e diffuso una sorta di prestampato per facilitare il lavoro dei giudici di pace che di fatto potrebbero copiare quel che i colleghi hanno scritto. Attenzione: la Procura rappresenta l’accusa, non può inviare quesiti direttamente alla Consulta, tocca al giudice decidere se impacchettare gli eventuali punti di domanda e spedirli alla Corte costituzionale. È esattamente la strada aperta con l’invio dei moduli: i giudici non togati sono evidentemente in soggezione davanti ai colleghi con la toga. In ogni caso questo è quel che succede all’estremo sud dello stivale. Nell’ultimo lembo d’Italia, in prima linea davanti alle ondate di clandestini che cercano di uscire in qualche modo dalla trappola della miseria e della disperazione.

Il Procuratore di Siracusa si chiama Ugo Rossi e i giornali locali hanno già riportato le sue dichiarazioni infiammate contro il premier. Quando a fine ottobre Berlusconi attaccò i giudici a testa bassa a Ballarò, Rossi gli rispose per le rime definendo le sue parole «un fatto gravissimo». «Quando indaghiamo sull’alta politica - aggiunse il magistrato - diventiamo comunisti, mentre quando svolgiamo il lavoro sul territorio che non tocca i grossi interessi economici e politici siamo invece magistrati bravi».

Ora la polemica con la maggioranza di governo si sposta sul fronte dei clandestini che la Procura di Siracusa chiama, con linguaggio da Caritas, migranti. Certo, le domande rivolte dalla magistratura ai militari in servizio sul pattugliatore sembrano proprio voler scandagliare eventuali passi falsi nelle procedure seguite dalla Guardia di finanza: «Chi ha stabilito l’intervento?»; e ancora: «Il gommone è sempre rimasto in acque internazionali?», «Sa come è stata accertata la nazionalità e la provenienza dei migranti?».

È chiaro che il quadro sarebbe cambiato se il barcone avesse raggiunto le acque italiane e d’altra parte certe etnie, provenienti da Paesi in guerra, vengono instradate su una corsia preferenziale, in vista dell’asilo politico. Dunque, la Procura prova a capire se l’operazione sia stata compiuta a regola d’arte oppure no. In ogni caso, l’ipotesi della violenza privata indica che, secondo la magistratura, la legge è stata violata. Ma, in ultima analisi, è proprio la norma ad essere contestata dai pm di Siracusa. La legge sull’immigrazione clandestina farebbe a pugni con il principio di uguaglianza. E non contrasterebbe con alcun principio tutelato dal legislatore. 

Paradossalmente, almeno a queste latitudini, rischiano di essere fuorilegge proprio i militari che rischiano la vita per difendere il Paese.




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Cina, ragazzo cade e trascina gli altri Otto studenti uccisi e 26 feriti

Corriere della Sera

I ragazzi stavano uscendo dalla scuola privata serale nella città di Xiangtan


Video


PECHINO - I media cinesi riferiscono che otto studenti sono stati uccisi e altri 26 feriti in una ressa in una scuola della provincia cinese dello Hunan

LA DINAMICA - L'incidente è accaduto lunedì sera, alle 21.10, nella citta di Xiangtan, quando alcuni studenti correndo sono precipitati da una scalinata dopo una lezione durata più del previsto. Alcuni giovani in testa al gruppo sono caduti e sono stati calpestati dagli altri compagni che sopraggiungevano, ha precisato l'agenzia Nuova Cina. Le autorità locali hanno immediatamente rimosso il capo dell’ufficio istruzione della città e hanno sottoposto a interrogatorio i responsabili della scuola. Le scuole cinesi hanno classi numerose ma spesso mancano di uscite di sicurezza.



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Gli Usa e la condanna di Amanda: "La legge è stata rispettata"

Quotidianonet

Lo ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato americano, che considera il sistema giudiziario italiano “giusto, aperto e trasparente”

Washington, 7 dicembre 2009

Non vi è ragione di pensare
che la condanna della studentessa americana Amanda Knox per omicidio in Italia sia segnata da irregolarità: lo ha detto oggi Ian Kelly, portavoce del Dipartimento di Stato americano. Alla domanda se la giovane aveva subito un processo equo, Kelly ha risposto di non avere “alcuna indicazione contraria”.

“Non abbiamo alcuna indicazione che la legge italiana non sia stata rispettata”, ha insistito in seguito, sottolineando per contro che Amanda Knox aveva diritto a fare ricorso per la sua condanna a 26 anni di prigione per l’omicidio della sua coinquilina britannica a Perugia.

Ian Kelly ha riferito inoltre che il Segretario di Stato Hillary Clinton riceverà a breve la senatrice americana Maria Cantwell, che ha criticato la condanna di Amanda Knox nel caso Meredith sostenendo che la sentenza potrebbe esser stata condizionata da “sentimenti anti americani” presenti in Italia.

Kelly ha tuttavia definito “giusto, aperto e trasparente” il sistema giudiziario italiano. “Il governo italiano ha autorizzato il personale del nostro consolato ad assistere al processo”, ha spiegato: “Ci ha permesso di visitare regolarmente Amanda Knox e noi continueremo ad avere questo ruolo di verifica e di sostegno”.




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Dell'Utri, la difesa va in tv "Io ho fatto solo cose buone"

Quotidianonet


A 'Porta a Porta' il senatore Pdl sottolinea: "Io non ho messo in contatto nessuno". Quanto a Mangano, ammette di averlo conosciuto: "Ma per mafia non era assolutamente noto"


Roma, 7 dicembre 2009




"Io ho fatto solo del bene, solo cose buone". È una difesa a tutto campo quella che il senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri, fa nello studio di ‘Porta a Porta'. Il titolo della puntata è più che esplicativo: «Appesi alle parole di un killer». Il riferimento è alle rivelazioni del pentito di mafia, Gaspare Spatuzza, che ipotizzano un quadro fatto di contatti e collusioni tra mafia e apparati dello Stato e poi di altri contatti con l’attuale presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e lo stesso Dell’Utri in qualità di referente della mafia presso l’allora numero uno di Forza Italia.

"Io non ho messo in contatto nessuno -  mette subito in chiaro Dell’Utri - chi mi conosce sa la vita che ho fatto, sa che ho lavorato 24 ore al giorno per la mia azienda, facendo del bene a tante persone, a tanti giovani. Su di me non c’è assolutamente nulla". Poi, il senatore sottolinea che «il concorso esterno è come il reato di lesa maestà: serve per incriminare chi criminale non è mai stato".

È a questo punto che si scende
nei particolari dei rapporti tra Dell’Utri e alcuni esponenti di spicco di Cosa Nostra come Salvatore Mangano e Nitto Santapaola. Di questo, Marcello Dell’Utri dice "non so chi sia, mi hanno associato a lui solo perchè frequentavo degli amici a Siracusa che avevano la passione per le tragedie greche. Non mi sono mai interessato" di nulla che lo riguardasse, "Dell’Utri non c’entra nulla".

Per quanto riguarda i rapporti con Salvatore Mangano, invece, il senatore Dell’Utri afferma di averlo conosciuto bene: «ho conosciuto Mangano, certo. L’ho conosciuto sui campi di calcio. Lo feci arrivare ad Arcore a lavorare come fattore nella villa. È stato lì per un breve periodo. Poi, se ne andò, ma per mafia non era assolutamente noto. Quando è andato in galera ci siamo preoccupati, ma poi l’ho incontrato di nuovo perchè veniva a trovarmi per parlare di cose che con la mafia non c’entravano nulla: lui aveva delle attività a Milano ed era interessato a quelle. Io, comunque, l’ho incontrato tre o quattro volte in quindici anni".

 Infine, rispondendo ad Andrea Orlando, responsabile Giustizia del Pd ed ospite anche lui della trasmissione, il senatore torna sulle parole che avrebbe utilizzato per descrivere Mangano: «non ho mai detto che Mangano è Pietro Micca o Enrico Toti. Ho solo detto che a Mangano, già malato e vecchio in carcere, era stato proposto di dire qualcosa su di me e Berlusconi. Qualsiasi cosa in cambio della possibilità di andare a casa la sera stessa. Lui non lo fece, così mi riferì il suo avvocato».


fonte agi




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