domenica 6 dicembre 2009

La deposizione terroristico-mafiosa di Spatuzza

di Peppino Caldarola

 

Gaspare Spatuzza ha parlato e ha cambiato la storia d’Italia. Non mi riferisco solo alle accuse. Spatuzza ha detto ciò che si sapeva avrebbe detto. Berlusconi e Dell’Utri «ci avevano messo il Paese nelle mani» ha dichiarato il pentito riferendo le parole di Giuseppe Graviano, boss di Cosa Nostra. L’accusa terribile e bruciante deve essere provata. Non sarà facile. Gaspare Spatuzza è stato un omicida senza pietà, il suo curriculum di mafioso è costellato di delitti e di azioni infami. Tuttora il collaborante mostra di avere verso la famiglia Graviano sentimenti di amicizia - «anzi molto di più», ha detto - che la sua svolta non avrebbe reciso.

Spatuzza sostiene che con le stragi del '93, la mafia cambia e per la prima volta un pentito parla di Cosa Nostra come di un’«organizzazione terroristico-mafiosa», secondo il linguaggio dei più moderni analisti di mafia. La svolta terrorista e stragista, lascia intendere, è figlia del matrimonio con la politica. Tra qualche settimana il tribunale di Torino ascolterà anche i fratelli Graviano, sia Giuseppe che continua a essere un capomafia sia Filippo che si è dissociato.

Poche ore dopo la testimonianza del “pentito” è azzardato dare un giudizio sulla validità delle parole di un uomo che si è macchiato di tanti delitti e che dichiara, oggi, di voler parlare spinto da un forte sentimento religioso che lo porta a stare dalla parte del “bene” dopo essere stato un soldato del “male”. Il tribunale stabilirà l’attendibilità della sua deposizione. La politica ha più fretta.

La storia d’Italia è già cambiata, ieri, per gli effetti immediati che le parole di Spatuzza avranno sullo scenario nazionale e internazionale. In primo luogo sulla percezione del fenomeno Berlusconi di fronte alla pubblica opinione. L’Italia si dividerà in modo ancora più netto. Una parte del Paese crederà a Spatuzza, indipendentemente dalla verifica processuale delle sue dichiarazioni. Berlusconi non sarà più solo il nemico politico, l’uomo di destra che aspira a instaurare un regime autoritario, un leader esagerato che ha modificato lo spirito pubblico e deturpato le virtù repubblicane. Per questa parte di opinione pubblica Berlusconi diverrà sempre più il Male assoluto, l’imprenditore che nasce dalle pagine oscure dell’economia, il Mafioso. La suggestione non coinvolgerà solo quelli che oggi saranno in piazza San Giovanni ma anche quelli che guardano con diffidenza a questa manifestazione. Anche per molti di loro Berlusconi e il berlusconismo non saranno più solo un diverso modo di dare una risposta alla domanda di politica del Paese ma una grave anomalia italiana.

Dall’altra parte si stabilizzerà una parte di opinione pubblica che vedrà ancora più che nel passato in Berlusconi la Vittima. Questo mondo avrà il timore di essere defraudato dalla vittoria elettorale per una congiura che mira a decapitare il governo legittimamente eletto. Sono anni che il popolo di destra vive in una situazione psicologica di assedio che alimenta la popolarità del premier e accentua la voglia di rivalsa contro i suoi nemici. Il bipolarismo dal basso accentuerà il suo carattere e renderà incomunicabili i due popoli.

Cambierà anche la percezione internazionale del fenomeno politico italiano. L’accusa contro Giulio Andreotti riguardava il passato, questa volta è chiamato in causa il presente. Quanta strada può fare un Paese nella comunità internazionale quando il suo massimo rappresentante viene chiamato in giudizio per la collaborazione con l’organizzazione criminale più nota del mondo? Il passaparola sul nostro Paese sarà sempre più alimentato dai vizi e dai sospetti sulla sua classe dirigente piuttosto che dall’operato concreto della sua diplomazia. Il Paese da ieri è più debole. Un peso insopportabile graverà sulla sua immagine internazionale.

Cambia la natura del rapporto fra le istituzioni che è già sufficientemente deteriorato. Dopo la deposizione di Spatuzza, la magistratura dovrà decidere se coinvolgere o no, e come, Berlusconi nel processo di mafia. La polemica al calor bianco che ha accompagnato in questi anni i rapporti fra magistratura e politica conoscerà nuove tensioni. Alcuni segnali sono venuti dalle richieste di Dell’Utri di modificare la normativa sui pentiti e la configurazione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Finora le nuove proposte tese a salvare il premier dai processi avevano lasciato immodificate le norme antimafia. Sarà così anche nel futuro e quali scenari di scontro si possono ancora aprire?

Cambieranno anche i rapporti politici. Lo sforzo di Bersani di tenere distinta la questione giudiziaria dalla questione politica è già sottoposto al “ricatto” della piazza giustizialista e alla defezione di una parte del gruppo dirigente del suo partito. La radicalizzazione dello scontro attorno alla figura di Berlusconi, che prenderà slancio dopo le parole di Spatuzza, renderà più difficile tenere questa posizione. Mai come ora anche quella parte del Pd che rifiuta il giustizialismo non potrà in alcun modo subire l’accusa di intelligenza con il nemico. Solo un grande coraggio politico, o una grande follia, potrebbe accelerare, dopo Spatuzza, il dialogo fra destra e sinistra. Ma anche a destra i margini di manovra si restringeranno. Non a caso ieri Fabrizio Cicchitto ha chiesto al suo partito di prepararsi a una grande mobilitazione di popolo per difendere Berlusconi. Anche l’attività delle minoranze interne al Pdl, in particolare quella legata a Gianfranco Fini, sarà sottoposta a un controllo più ferreo che nel passato. Sui cieli della politica voleranno per qualche tempo solo i falchi.

Se Spatuzza ha detto la verità questo è il prezzo che pagheremo al vizio d’origine di una delle formazioni politiche più importanti della Seconda Repubblica. Se Spatuzza mente ed è eterodiretto, come pensa gran parte della destra, siamo di fronte al tentativo più insidioso di destabilizzazione politica messo in atto dalle organizzazioni criminali. Il carattere drammatico delle parole del pentito che studia teologia sta nell’aver introdotto in modo permanente nella politica italiana il dato criminale. È del tutto evidente che spetta alla magistratura fare chiarezza e farlo in tempi brevi. Spetta invece alla politica la consapevolezza che si deve affrontare una situazione eccezionale, durevole, carica di rischi. La statura di una classe dirigente, di governo e di opposizione, si misura in frangenti come questi. Finora la rappresentazione dello scontro politico era più forte della realtà. Ora, per la prima volta, è più forte la realtà.





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Rivoluzione a Los Angeles, donna gay nominata vescovo della Chiesa episcopale

Corriere della Sera

La scelta di Mary Glasspool può aggravare la spaccatura con i fedeli conservatori, dopo il caso di Gene Robinson

 

Mary Glasspool
Mary Glasspool
LOS ANGELES - Nuovo capitolo negli Stati Uniti sulla delicata questione del clero omosessuale. Dopo la nomina di Gene Robinson nel 2003 (che spaccò gli episcopali e favorì lo scisma di alcune congregazioni), una donna gay è stata nominata vescovo ausiliario dalla diocesi episcopale di Los Angeles, che conta 70mila fedeli ed è una delle più grandi degli States.

MORATORIA REVOCATA - Mary Glasspool, 55 anni, di Baltimora, è il primo gay dichiarato a diventare vescovo episcopale dopo Robinson. Nella lista dei sei candidati a vescovo ausiliario, oltre alla Glasspool, c'era anche un altro sacerdote omosessuale. A luglio la Chiesa episcopale, che conta due milioni di fedeli, aveva revocato la moratoria sulla nomina di vescovi gay, con un'apertura verso l'ala progressista. «Sono molto emozionata pensando al futuro di tutta la Chiesa episcopale e vedo per la diocesi di Los Angeles un ruolo guida verso il futuro» ha dichiarato la Glasspool. Figlia di un prete episcopale, indossa l'abito talare da 27 anni. Il rischio adesso è che la sua elezione possa aggravare ulteriormente la spaccatura con i fedeli più conservatori.

06 dicembre 2009




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Bersani: "Il no alla piazza? Non sono pentito avrebbe ricordato la Cecoslovacchia anni '50"


 

Roma - Il compito del Pd è di "mettere in comunicazione" le "energie nuove" viste ieri al No B day, con tutte le forze che vogliono l'alternativa. Lo ha detto Pierluigi Bersani, segretario del Pd, al Tg3. Bersani ha detto di non essere pentito di non aver fatto partecipare ufficialmente il Pd alla manifestazione, anche poi con Di pietro c'erano molti esponenti di spicco del partito, compresi la Bindi e Franceschini, a segnare una "distanza dal no del segretario: "Sono convinto della nostra scelta. E' stata una buona giornata che ha mostrato una energia nuova. Ora il compito del Pd è mettere in comunicazione queste e tutte le altre forze che vogliono una alternativa. Ci siamo stati - ha concluso Bersani - e il nostro compito è di mettere in comunicazione queste energie".

Polemica con Ezio Mauro Mandare una delegazione ufficiale del Pd al No B day avrebbe significato riproporre un modello tipo "Cecoslovacchia degli Anni 50". Ha detto replicato Bersani alla trasmissione "In mezz'ora", rispondendo al direttore de 'La Repubblica', Ezio Mauro, nel confermare la bontà della scelta di non aderire alla manifestazione, "Per carità - ha detto il segretario del Pd - la sua è una opinione autorevole, io rimango fermamente della mia idea. Quella è stata una manifestazione della rete, che ha suscitato un movimento attivo. Che deve fare un partito? deve mettersi in coda? imbucarsi? metterci il cappello? o mandare una delegazione come la Cecoslovacchia anni 50". "No - ha proseguito - un partito lascia liberi i dirigenti di andare, ma come partito deve prendersi delle responsabilità; per esempio ascoltare questa energia e collegarla ad altre energie e sensibilità". Quanto all'affermazione di Ezio Mauro, che a volte il Pd e la sua base sembrano avere due avversari diversi, Bersani ha replicato: "Questo non lo faccio passare. Di persone che vogliono mandare a casa Berlusconi - ha osservato - ce ne è di più di quelli visti ieri; anche di gente civica e brava gente; anche che ha votato Berlusconi. Perché se pensiamo che tutti quelli che hanno votato Berlusconi sono fascisti non andiamo da nessuna parte".

Spatuzza Prudente, prudentissimo il segretario piddino, sul tema. "Guarderò le parole dei giudici non di Spatuzza. Inviterò tutti, compreso il Pd, a guardare solo le parole dei giudici", ha dettoalla trasmissione "In mezzora". "L'accusa in sé è fortissima - ha aggiunto il segretario del Pd - sugli elementi non so dire, vediamo cosa dicono i giudici".

Berlusconi "Io non ci credo ai complotti... Credo che siamo al tramonto di un ciclo. E nella luce di un tramonto possono succedere tante cose. E chi ha responsabilità e si definisce uno statista, non può dire barzellette".

Finanziaria E' una manovra "piena di trucchi, siamo ad un mega assalto alla diligenza su un piccolo malloppo inquinato dal condono fiscale". "E l'esito di una stagione di condoni è l'aumento delle tasse".

Alleanze Il Pd deve avere un suo profilo, "non siamo attaccati al carro di nessuno", risponde ad una domanda sulle alleanze. Quindi, nessuna alleanza con Lombardo in Sicilia? Gli chiede Lucia Annunziata. "Deve dirci - risponde il segretario - se è chiusa una fase oppure no".

Giustizia Se il centrodestra insisterà sul processo breve si creerà "un clima" in Parlamento e nell'opinione pubblica, che "rende difficile fare riforme". Noi ci opporremo - ha insistito -, e secondo me, come negli altri casi queste leggi non andranno da nessuna parte: o per l'opposizione o per la bocciatura della Corte costituzionale". Noi "siamo pronti a discutere: abbiamo le nostre proposte e siamo anche disposti a discutere per parti. Detto questo, io aggiungo: ritirate queste norme (sul processo breve ndr) che tanto non hanno esito. Se si vuole cancellare migliaia di processi ai colletti bianchi, creerà un clima che rende difficile fare riforme". "C'é un limite - ha detto ancora Bersani - c'é un opinione pubblica, c'é l'uguaglianza dei cittadini: questo lo deve capire il centrodestra". "Noi siamo pronti a parlare di rapporti sistemici tra Giustizia, Parlamento e Politica - ha concluso - quanto all'immunità io credo che sia l'ultima delle cose a cui mettere mano".

Sindacati Il Pd deve avere un suo punto di vista sul lavoro, una sua visione autonoma rispetto al sindacato ed una sua piattaforma". Ha affermato, confermando che le manifestazioni di piazza del prossimo 11 dicembre su lavoro e giustizia. Quanto alla divaricazione in atto tra Cgil, Cisl e Uil, Bersani afferma: "risulta dai dati che in tutto il mondo dove il sindacato è debole la disuguaglianza tra i redditi aumenta". "La ricucitura - si augura dunque il segretario del Pd - può avvenire sui molti contratti in via di chiusura, rimontando anche la spaccatura nell'accordo con il governo". Bersani rivolge infine un invito, rispondendo ad una domanda sul leader della Cisl Raffaele Bonanni e sui rinnovi contrattuali: "Mi auguro che in un partito dove si fanno le primarie per eleggere il segretario, si riesca a trovare un modo per far dire la propria ai lavoratori".





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Nicchi, albero di Natale e cena nel covo del boss


 
Palermo
- Un albero di Natale che doveva essere ancora completato, una cena mai consumata, qualche pupazzo di peluche, uno stereo, foto di donne, nessuna valigia pronta o altri segnali che possano far pensare alla necessità di dover fuggire in poco tempo. Sono le immagini dell'appartamento al primo piano di un palazzo in via Filippo Juvara a Palermo, dove ieri è stato bloccato dagli uomini della 'catturandi' della squadra mobile di Palermo il boss Giovanni Nicchi.

Covo provvisorio. Dalle indagini sarebbe emerso che quello di via Juvara non era il covo principale di Nicchi ma una base d'appoggio in cui il latitante si sarebbe rifugiato ieri sera. Un appartamento di proprietà di due persone che sono state fermate con l'accusa di favoreggiamento. L'appartamento, in cui la polizia è tornata stamattina per un sopralluogo, è composto da un ingresso-soggiorno, una camera, una cucina e un bagno. E proprio nel soggiorno c'é un finto albero di Natale, bianco, che doveva essere ancora addobbato: sul pavimento gli agenti hanno infatti trovato delle scatole con le decorazioni. In una vetrina accanto generi alimentari, diversi servizi di tazze e bicchieri e qualche pupazzo di peluche, mentre sul tavolo ci sono i resti di una cena non consumata: un vassoio pieno di pasta e una vaschetta con del pesce. 

Dall'altro lato del piccolo salotto c'é invece un divano e un mobile con uno stereo. Dalle foto di mobili e suppellettili, sembra di essere di fronte ad un appartamento abitato da persone non agiate, come invece era Nicchi, che era anche stato fotografato dagli investigatori a New York a bordo di una limousine mentre sorseggiava champagne in compagnia di altre persone (nella foto, è in altro con il sigaro in mano). La cucina è invece una stanza piccola e buia con una finestra con le inferriate che affaccia su un cortile interno. E anche la camera da letto sembra essere piuttosto piccola. Giusto lo spazio per un letto con testata, un armadio con le ante a specchio, due comodini. E alle pareti tre immagini religiose: una madonna, due angioletti e un quadro con la sacra famiglia. 

Un computer, due telefoni cellulari e alcuni documenti sono stati rinvenuti dalla polizia. Il materiale ritrovato è al vaglio della scientifica, ma già subito dopo la cattura del mafioso, il questore Alessandro Marangoni aveva parlato di ritrovamenti "interessanti". Il covo del boss, un'abitazione modesta a poche centinaia di metri dal Palazzo di giustizia, è stato passato al setaccio per tutta la notte dalla polizia che ha archiviato ogni reperto utile alle indagini. L'appartamento, di proprietà di una anziana morta nei mesi scorsi, era utilizzato da Giusi Amato, 27 anni, arrestata assieme ad Alessandro Presti, 19 anni, con l'accusa di favoreggiamento. 

La sera era in un pub Ha trascorso l'ultima serata da uomo libero in un pub nel centro di Palermo, Gianni Nicchi. Segno, secondo gli investigatori, che il boss non nutriva il sospetto che gli agenti fossero sulle sue tracce. "Nicchi - spiega Maurizio De Lucia, pm della Dna che, per anni, da sostituto procuratore a Palermo, ha svolto le indagini sul capomafia - era sicuro di potere contare sulla fedeltà dei suoi favoreggiatori e che nessuno nella zona l'avrebbe tradito". 

"Chiederemo il 41 bis" Già domani la Procura di Palermo proporrà al ministero della Giustizia l'applicazione del carcere duro per il boss . Lo afferma il procuratore di Palermo Francesco Messineo. "Attraverso la Direzione nazionale antimafia, faremo giungere al ministero della Giustizia tutti i dati necessari per l'applicazione del 41 bis al boss Nicchi che ha già, comunque, due condanne per associazione mafiosa".




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Giochi di Stato, quando il banco stravince

Da «Win for Life» 350 milioni in due mesi. Nel 2009 l'Erario incasserà 9 miliardi


Il gioco «Win for Life»

MILANO — Cinquantatré miliardi di euro. È questa, secondo le stime di Agipronews, la cifra che l'industria del gioco avrà raccolto entro la fine dell'anno. Perché Superenalotto, scommesse sportive, Gratta e Vinci, Lotto, non conoscono crisi. Anzi, la crisi sembra far bene a questo settore che nei primi dieci mesi dell'anno, come si legge dal sito dei Monopoli di Stato, ha raccolto un gruzzolo ancora più alto del 2008 (+13,1%). E ad aumentare la platea dei giocatori, arrivata ormai secondo il Censis a quota 30 milioni di italiani, non sono mancate nuove proposte.

Come quella della Sisal, «Win for life», che promette di sistemare la vita con una rendita ventennale. Guadagnare senza lavorare. Un'idea che è piaciuta così tanto che in poco più di due mesi ha raccolto ben 350 milioni di euro. E lo Stato ringrazia. Basti pensare che nel 2009 il governo incasserà dai giochi (le stime parlano di nove miliardi di euro) più o meno una cifra pari al valore della Finanziaria 2010 (8,9 miliardi).

Ma quant'è facile/difficile vincere? Il banco (lo Stato) è sempre avvantaggiato? Oppure no? Il gioco con il «pay out» tra i più bassi in assoluto è in realtà quello che «tira» di più. Con il Superenalotto (+44,2% nei primi dieci mesi dell'anno) infatti abbiamo solo una probabilità su 622 milioni di incassare il jackpot. Intascare gli oltre 98 milioni di questi giorni, non è affatto cosa semplice anche se il caso di Bagnone e dei 147 milioni di euro dell'estate scorsa, dimostra che nulla è impossibile.

SOLO IL 34,6% TORNA AI GIOCATORI - Quel che è certo è che con il Superenalotto solo il 34,6% della raccolta torna ai giocatori in termine di vincite. Come dimostra il grafico elaborato da Agicos (agenzia giornalistica concorsi e scommesse) su dati dei Monopoli di Stato: fatta 100 la raccolta, il 65,4% va alla filiera del gioco, che si divide tra ricevitorie (in media l'8%), concessionario (tra il 2 e il 10% a seconda dei casi) e il governo, che quindi incassa la fetta di torta più grande.

Con il Lotto le possibilità di vincita salgono ma non di molto. In questo caso il «pay out» è variabile, ma la media dei primi dieci mesi dell'anno si ferma al 56%, che arriva al 70% nel nuovo 10eLotto. Idem per i concorsi pronostici (50% per Totocalcio, Totogol e Totomatch) e per il nuovissimo «Win for life», come riportato anche da Milano Finanza. Il 65% della raccolta del «Vinci per la vita» torna sì in tasca ai giocatori, ma l'importo riconosciuto, in relazione alle probabilità di vincita, risulta più basso del dovuto e soprattutto è diluito nel tempo.

Va molto meglio per il Gratta e Vinci: in questo caso si calcola una vittoria ogni quattro giocate circa. Tant'è che il banco riesce a tenere appena il 27% della raccolta. Tutto il resto viene distribuito per le vincite. E in alcuni casi, come nell'ultimo biglietto lanciato per Natale, il «pay out» può arrivare anche all'80%. Stessa percentuale per gli skill games (i giochi a distanza) e il poker online, dove la filiera del gioco si deve accontentare di «appena» del 20% della raccolta.

Corinna De Cesare
06 dicembre 2009



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Fiumicino, due algerini scappano sulla pista


 
Roma - Due passeggeri di nazionalità algerina appena atterrato l'aereo all'aeroporto di Fiumicino proveniente da Damasco sono fuggiti tra le piste dello scalo romano riuscendo a raggiungere, dopo avere attraversato l'autostrada Roma-Fiumicino, la via Portuense, all'altezza del centro commerciale "Parco Leonardo". Ma gli uomini della Polaria li hanno bloccati dopo neanche 30 minuti, dopo che i due erano appena riusciti a scavalcare la recinzione alta circa 4 metri dotata di filo spinato che separa il sedime aeroportuale dal territorio del comune di Fiumicino.

Protagonisti del singolare fatto due giovani algerini di circa 30 anni che stavano tentando di entrare sul territorio italiano senza averne i requisiti. A quanto si è appreso i due si trovavano a bordo del volo Alitalia "AZ 833" proveniente da Damasco, atterrato a Fiumicino alle 7.30. 

Appena calate le scalette dell'aereo i due extracomunitari hanno indossato due fratini di colore giallo fosforescente, probabilmente per tentare di confondersi con gli addetti aeroportuali che operano sulle piste dello scalo e che per motivi di sicurezza indossano gli stessi gilet dai colori sgargianti. Così ha avuto inizio il loro tentativo disperato di fuga. 

I due uomini si sono subito allontanati, di buon passo, verso la recinzione dello scalo confinante con la via Portuense, percorrendo a piedi, tra le vie di rullaggio degli aeromobili, circa due chilometri. La loro fuga non è però passata inosservata agli uomini della Polaria, subito intervenuti, con il supporto dall'alto di un elicottero. 

Ad acciuffarli, infatti, sono stati proprio gli agenti a bordo del velivolo che dopo averli inseguiti, è atterrato su una piazzola, in aperta campagna, lungo la via Portuense. Trasferiti subito negli uffici della polizia giudiziaria dello scalo, per i due algerini è scattato il provvedimento di espulsione. A riportarli in patria, ad Algeri, è stato un volo Alitalia decollato da Fiumicino poco dopo le 11.




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Amanda e Raffaele guardati a vista Gli Usa contro la giustizia italiana

Corriere della Sera


La notte in carcere. Lei: «Alla fine vincerò»: Lui: «Perché sono ancora qui?»


(Ansa)
(Ansa)
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI PERUGIA 

Amanda Knox non ha dormito, neanche un minuto: dopo la condanna a ventisei anni, ha passato la notte a piangere. Le compagne di cella l'hanno accolta con una tazza di latte, ma non è servito a calmarla. La direzione del carcere l'ha fatta sorvegliare, c'era paura che si suicidasse. Al mattino ha incontrato i suoi avvocati: «Lottate per me, per dimostrare la mia innocenza. Alla fine vinceremo noi, non è vero?

Ma perché nessuno mi crede? Sono ferita nel cuore e nell'anima, ma so una cosa con certezza, ve la prometto: io non muoio». Raffaele Sollecito, invece, quando ha visto il suo avvocato Luca Maori gli ha chiesto: «Ma dove sono? Perché mi trovo ancora qui?». Completamente sotto choc, spiega il legale, sembra abbia perso contatto con la realtà. «Facciamo un appello alla direzione delle carceri, al Dap — dice il legale —, perché non lo trasferisca. Intanto chiediamo di rafforzare il supporto psicologico e nei prossimi giorni lo faremo visitare, valuteremo se le sue condizioni sono compatibili con il carcere». La condanna per omicidio ha lasciato il segno.

USA CONTRO GIUSTIZIA ITALIANA - Anche in America: le tv hanno dato il verdetto in diretta, scatenato critiche al nostro sistema giudiziario. La senatrice Maria Cantwell, per esempio, sostiene di avere «seri interrogativi sul funzionamento del sistema giudiziario italiano» e sul fatto che «l'antiamericanismo possa avere inquinato il processo».

Severi sia i giornali, sia gli avvocati statunitensi che hanno definito «oltraggioso il verdetto». L'attacco della Cantwell è totale: «Non esistevano prove sufficienti per spingere una giuria imparziale a concludere oltre ogni ragionevole dubbio che Amanda fosse colpevole. Il processo ha messo in evidenza una serie di difetti nel sistema di giustizia italiano, compresi il trattamento aggressivo dei poliziotti nei confronti di Amanda, il fatto che la giuria non sia stata tenuta in isolamento — consentendo così ai giurati di leggere gli articoli spesso scandalistici sulla vicenda — e la negligenza mostrata dagli inquirenti nella raccolta delle prove».

Sostiene di averne parlato sia con l'ambasciata in Italia sia con il segretario di Stato Hillary Clinton. Non è stata l'unica, in America, a schierarsi apertamente contro la sentenza. I media hanno criticato «il mancato isolamento della giuria», e più di un aspetto dell'impianto accusatorio. Diversi esperti legali statunitensi hanno giudicato «scandaloso» il verdetto.

AMANDA E RAFFAELE SOTTO CHOC - Ma le polemiche arrivate dagli Usa non riescono a portare serenità ad Amanda Knox. Anche lei, così come Raffaele, è parsa sotto choc durante l'incontro coi suoi avvocati. «Non ricordo quasi niente di ieri sera, chi ho abbracciato al momento della sentenza?». Luciano Ghirga le sorride: «Hai stretto me, non ricordi?». Lei cambia discorso: «Io non vi ho mai preso in giro, sono innocente.

Ma perché non mi credono? Perché mi hanno condannato? Con quali prove?». Prima della sentenza Raffaele le ha fatto arrivare un messaggio d'affetto. Lei però non ha voglia di parlarne: «Gli voglio bene anch'io, ma oggi sono troppo delusa». Alla stessa ora, a metà mattina, Raffaele Sollecito confessa al suo legale un dettaglio: «Ho capito di essere stato condannato solo quando sono tornato in carcere. L'ho scoperto dalla televisione». Lui è in cella con un anziano condannato per pedofilia. Il padre Francesco dice che non lo abbandonerà «mai». Per i genitori di Meredith Kercher, nessun trionfo: «Giustizia è fatta ma non possiamo dirci felici. Ci sono due ragazzi in carcere e nessuno ci ridarà la nostra Mez».

Una posizione ribadita, in conferenza stampa, anche dal fratello Lyle: «È una sofferenza non soltanto per noi e per le persone che conoscevano Meredith. A vivere una profonda sofferenza oggi sono anche i due ragazzi che hanno ricevuto la sentenza di condanna per un lungo periodo di detenzione». «Mez ci manca tanto, anche se è sempre con noi», ha aggiunto la sorella Stephanie. La procura di Perugia, intanto, ha annunciato che non ricorrerà in appello: per il pm Manuela Comodi, la sentenza di venerdì è «un dispositivo già equilibrato».


Al. Cap.
06 dicembre 2009



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Nicchi, gli ordini nei pacchetti di sigarette

Corriere della Sera



l boss 28enne ha trascorso la prima notte in carcere.
Nel covo trovato materiale «di notevole interesse»

MILANO - Ha dormito per la prima volta in una cella del carcere Pagliarelli il boss Giovanni Nicchi, arrestato sabato a Palermo dagli uomini della Squadra mobile insieme a due complici. Quasi in contemporanea, a Milano, le manette sono scattate per un altro boss, Gaetano Fidanzati. A carico di Nicchi, considerato il nuovo leader di Cosa Nostra palermitana, pendevano due ordinanze di custodia cautelare, dopo la condanna in primo grado per associazione mafiosa ed estorsione a 14 e 6 anni in due diversi processi.

SOPRALLUOGO - Domenica la polizia ha fatto un nuovo sopralluogo nella palazzina di via Juvara 25, vicino al Tribunale di Palermo, covo del latitante 28enne ricercato dal 2006. Non sono state trovate armi, ma alcuni telefoni cellulari e altro materiale definito dal questore palermitano Alessandro Marangoni «di notevole interesse». All'arresto gli uomini della Squadra mobile sono arrivati anche grazie ai "pizzini" che Nicchi usava per dare ordini ai suoi affiliati, con un metodo molto personale ovvero nascondendo i foglietti dentro i pacchetti di sigarette. Un grosso passo avanti nelle indagini è avvenuto ad aprile di quest'anno, quando è stato arrestato Filippo Burgio, 37 anni, commerciante di motociclette considerato dalle forze dell'ordine un "picciotto" del quartiere Zen. Burgio sarebbe stato per molti mesi uno dei principali referenti di Giovanni Nicchi. I carabinieri gli trovarono addosso tre pacchetti di sigarette: su ognuno c'era una parola e all'interno cinque "pizzini", alcuni scritti da Nicchi. Dai documenti emergeva chiaramente che il 28enne era a capo del racket del pizzo nella zona di sua pertinenza. In altri foglietti si parlava di droga.





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Evasori per sport

Il Tempo


Il ciclista Paolo Bettini cade nella rete del Fisco. Vive a Cecina, ma ufficialmente risiede a Montecarlo.

11 milioni di tasse non pagate

 

Dopo una vita di successi sportivi e di grande popolarità mediatica, dopo una sequela infinita di soddisfazioni, di vittorie, di riconoscimenti, di medaglie olimpiche e maglie iridate, può capitare di perdere la faccia una volta abbandonata l'attività agonistica? Può capitare, e Paolo Bettini lo può amaramente testimoniare dopo che la Guardia di Finanza gli ha contestato ieri una presunta evasione fiscale per 11 milioni di euro.


Un'evasione che, protratta negli anni, si sostanziava - secondo quanto affermano le Fiamme Gialle - nel fatto che Bettini aveva stabilito in maniera fittizia la sua residenza nel Principato di Monaco, allo scopo di sottrarre a tassazione tutti gli utili della sua attività di ciclista. Le indagini della Guardia di Finanza, di concerto coi funzionari dell'Agenzia delle Entrate della Direzione Provinciale di Pisa, sono durate oltre un anno: il tempo per chiarire che la residenza dell'ex corridore a Montecarlo era per l'appunto fittizia, e anche se Bettini è stato iscritto all'AIRE (Anagrafe degli italiani residenti all'estero) dal 2003 al 2008, in realtà non si sarebbe mai mosso dall'hinterland cecinese, nella zona in cui la famiglia del campione ha sempre vissuto.

Oltre a ciò, anche la partecipazione di Paolo come azionista di società italiane (alla cui gestione contribuisce attivamente), e il fatto che sia proprietario di immobili nel nostro paese, sono elementi che hanno permesso alle forze dell'ordine (guidate dal sostituto procuratore Antonio Giaconi) di portare avanti le indagini. Il prosieguo della vicenda ci chiarirà le eventuali, effettive responsabilità dell'atleta che più d'ogni altro, negli ultimi anni, aveva rappresentato il volto buono del ciclismo: sempre all'attacco, molto spesso vincente (perdipiù in tutte le più importanti corse del calendario internazionale), carismatico e rispettato da tutti in gruppo, il fiore all'occhiello ideale per uno sport che di burrasche con la giustizia ne ha vissute sin troppe.

Bettini, che in ogni caso ha chiuso la sua carriera l'anno scorso, non si dovrà porre la domanda su come lo accoglieranno i suoi tifosi, visto che non corre più (al massimo qualcuno si vedrà guastato il ricordo del campione). Altri sportivi invece sono incappati in situazioni simili essendo ancora in attività: su tutti, Valentino Rossi,

che nel 2007 si vide contestata un'evasione totale su un imponibile di 60 milioni di euro per gli anni 2000-2004: il motociclista aveva - come Bettini - preso una residenza fittizia all'estero (nel suo caso, Londra), ma - basandosi su una legge del posto - presentava in Inghilterra la dichiarazione dei suoi redditi prodotti su suolo britannico (cifre irrisorie, quindi, a fronte dell'); il fisco italiano si mise di traverso e Rossi finì poi per transare con l'Agenzia delle Entrate pagando 19 milioni di euro e rientrando a tutti gli effetti nel sistema contributivo del nostro paese.

Casi simili hanno interessato recentemente l'altro ciclista Davide Rebellin (per cui non è un gran periodo, visto che ha un contenzioso aperto con Coni e Wada per la sua positività al CERA dopo le Olimpiadi di Pechino), il pilota di Formula 1 Vitantonio Liuzzi e l'ex rallysta Tiziano Siviero: tutti sportivi di successo e tartassati (nel senso di Totò e Fabrizi) d'eccellenza.


Marco Grassi
05/12/2009





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Una piazza piena di parolacce è una piazza vuota

Il Tempo

Solo insulti ma nessuna ideaDi gente in viola ce n'era tanta ieri a Roma in Piazza San Giovanni per dire no a Berlusconi ma di idee non se ne sono sentite molte, e tanto meno di nuove.



Di gente in viola certamente ce n'era tanta ieri a Roma in Piazza San Giovanni per dire no a Silvio Berlusconi e per reclamarne le dimissioni da presidente del Consiglio, a dispetto del consenso elettorale e della larga maggioranza parlamentare di cui dispone, opportunatamente ricordata di recente dal capo dello Stato a chi sogna una crisi o manovra per provocarla.

Ma di idee, francamente, non se ne sono sentite molte, e tanto meno di nuove, né dal palco sul quale i promotori hanno fatto salire attori, guitti, presunti giuristi e altra gente variamente assortita, tenendovi lontano in apparenza i politici. Che hanno recitato la loro parte per strada, a titolo formalmente personale o a nome dei loro partiti, biascicando le solite dichiarazioni. Il cosiddetto popolo degli «internauti», al quale Antonio Di Pietro si è aggrappato per proporsi come il capo della vera opposizione, vista la inadeguatezza da lui attribuita anche al nuovo segretario del Partito Democratico, è sfilato per le strade romane rivendicando la propria spontaneità.

Ma i cartelli che sono stati innalzati dai manifestanti, a cominciare da quello che rimproverava a Berlusconi di «avere rotto il cazzo», e le parole che sono state lanciate dal palco hanno scambiato la spontaneità con la volgarità, il turpiloquio, l'oscenità. Contro il presidente del Consiglio si è sentito, per esempio, gridare dal «narratore di storie» Ascanio Celestini l'impellente voglia di produrre «merda», preziosa secondo lui quanto «il petrolio», di cui all'occorrenza si potrebbe contingentare l'estrazione per farne salire il prezzo.

Un presunto giurista gli ha attribuito l'aspirazione al ripristino dell'articolo 4 dello Statuto Albertino, che definiva «sacra e inviolabile» la figura del Re. Tante sconcezze e scempiaggini hanno fatto perdere la testa, fra gli altri, a Salvatore Borsellino. Che, salito sul palco poco prima dei soliti Dario Fo e Franca Rame, si è felicemente dichiarato «ubriaco» dei «miasmi» che si levavano dalla piazza contro il presidente del Consiglio.

Del quale naturalmente egli ha auspicato la rapida caduta chiamando imprudentemente in causa la memoria e la lezione del fratello Paolo Borsellino, il famoso magistrato ucciso nell'estate del 1992, secondo lui non tanto dalla mafia quanto da «un pezzo dello Stato», magari già allora a servizio di «quello di Canale 5». Come ha appena detto al processo d'appello contro Marcello Dell'Utri il presunto pentito Gaspare Spatuzza tentando di coinvolgere Berlusconi nelle stragi mafiose che precedettero la formazione di Forza Italia e la sua vittoria elettorale nel 1994.

La vicepresidente della Camera Rosy Bindi, presente alla manifestazione anche come neo-presidente del Partito Democratico, voluta a quel posto dal nuovo segretario Pier Luigi Bersani e da lui autorizzata a mescolarsi alla folla di ieri, si è compiaciuta di definire il suo «un popolo indignato, non frustrato». Di questa donna, ormai incontenibile da quando Berlusconi le ha imprudentemente dato il vantaggio di considerarsi vittima definendola in televisione «più bella che intelligente», verrebbe voglia di ripetere ciò che scrisse una volta Indro Montanelli di Flaminio Piccoli in un celebre «controcorrente» sul suo Giornale: «Diavolo di un uomo, riesce a perdere anche quello che non ha: la testa». È riuscita ieri, poverina, a soffocare nella culla la nuova segreteria del maggiore partito d'opposizione, condannandola all'inseguimento suicida dell'antiberlusconismo becero e giustizialista di Di Pietro.

Il congresso del Pd sembrava chiuso e vinto con le primarie del 25 ottobre scorso da Bersani. È stata un'illusione. Sembra averlo vinto in realtà, sia pure sconfitto con quasi venti punti percentuali di distacco, Dario Franceschini, spostato dal nuovo segretario alla presidenza del gruppo della Camera, anche lui naturalmente mescolatosi ieri ad un «popolo» che tuttavia costituisce per Berlusconi, nonostante le sue obbiettive difficoltà, la migliore polizza di assicurazione. È infatti sin troppo evidente che non potrà essere questo tipo di opposizione a sconfiggere l'attuale presidente del Consiglio.



Francesco Damato
06/12/2009




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Ricompare la «Bestia di Kandahar»

Corriere della Sera

Un sito francese ha pubblicato una nuova fotografia del misterioso aereo Usa schierato in Afghanistan


La foto della «Bestia di Kandahar»
WASHINGTON – La «Bestia di Kandahar» è ricomparsa. Dopo la prima segnalazione risalente ad aprile – anche Corriere.it aveva mostrato un’immagine sfocata -, un sito francese ha pubblicato una nuova fotografia del misterioso aereo senza pilota schierato in Afghanistan. Uno scoop seguito da una conferma da parte statunitense: il velivolo fotografato a Kandahar è un RQ 170 «Sentinel» della Lockheed Martin, un drone «stealth», ossia in grado di sfuggire ai radar e concepito per condurre missioni di spionaggio.
MISSIONI DI SPIONAGGIO - Considerato che i talebani non possiedono certo dei radar, è probabile che il drone sia impiegato per missioni di sorveglianza nei confronti di Cina, Iran e Pakistan. In particolare potrebbe raccogliere dati su test missilistici o su altre installazioni «sensibili». Un programma top secret viste le implicazioni diplomatiche. Prima della conferma da parte dell’Us Air Force si erano diffuse le voci più diverse sul modello dell’aereo o sui possibili profili operativi. E non conoscendone il tipo qualcuno si è divertito a battezzare il drone la «Bestia di Kandahar». I velivoli senza pilota in versione armata – come i Predator e i Reaper – sono usati sia dal Pentagono che dalla Cia per dare la caccia ai talebani e ai leader di Al Qaeda. Una risorsa importante per gli Stati Uniti, tanto è vero che nell’ambito della campagna afghana il presidente Barck Obama ha ordinato di intensificare i raid con i robot volanti.

Guido Olimpio
06 dicembre 2009



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Si scrive NoB-day, si legge Italia dei valori La grande bufala "viola" di Tonino

di Gianni Pennacchi


Ma bravi, i quattro ragazzotti col cartellino sul petto «il popolo viola chiede la parola», il gruppo organizzatore «spontaneo», «autogestito», scaturito dal basso a meravigliar partiti e organizzazioni consolidate, ma sì, i candidi e ingenui «figli della rete» - non erano meglio i fiori? - che avrebbero messo in piedi l’ambaradan di ieri a San Giovanni col passaparola, Facebook e il fai da te. E Bravo pure Dario Fo - a un premio Nobel si perdona tutto - che saluta il «qualcosa di magico», questi ragazzi «giovanissimi che sono cresciuti di numero e di esperienza pur non avendo dietro sindacati e partiti». Ma più bravo di tutti Tonino Di Pietro, che è riuscito a sfornare la bufala più gigantesca di questa infinita e trista stagione politica, spacciando come «germinazione spontanea» e per nulla eterodiretta, questo NoB-day che in realtà ha programmato, organizzato e diretto sin nei minimi particolari lui, in prima persona e da mesi.

A confronto i girotondini erano campioni di indipendenza e autonomia, persino i grillini, quelli dei circoli del comico che ancora resistono, sembrano i crociati bambini senza permesso di papi e sovrani. Ma questi che «nessun politico sul palco», i presunti liberi e fantasiosi che vantano «la prima manifestazione in Italia autoconvocata in rete con un tam tam tra blogger e iscritti a Facebook», se non sono burattini hanno certamente un filo doppio e ben stretto con Idv, il partito dipietrista, che con questa storia ha surrettiziamente ramificato il partito in tutta Italia e pure all’estero, perfino un circolo a Rabat. E non parliamo di quattrini, perché sarebbe anche comprensibile che un partito come Idv che incassa fior di finanziamenti pubblici, «regali» 150mila euro a dei cani sciolti ma compagni di strada, che nella colletta in rete più di 20mila scarsi non riescono a rastrellarne. Oh, avete idea di quanto costi mettere in piedi un palco e megaschermi come quello di ieri? I concerti costano, pure l’occupazione del suolo pubblico, agli artisti «impegnati» almeno le spese bisogna rimborsarle, e i tecnici esigono la tariffa contrattuale.

No, questo sarebbe il meno, chi volete che faccia il generoso, Rifondazione che non ha più una lira? Ma il «padrinato» di Tonino è più antico e concreto, sottaciuto e mascherato. È lui, il padre padrone del No Berlusconi-day e del «libero» popolo viola: l’unica alternativa a questa verità è che Di Pietro ha la palla di vetro, vede e prevede meglio del mago di Tripoli e di Otelma messi insieme. Tant’è che gli «spontanei» del NoB-day sono nati soltanto a ottobre. Però il sito di Tonino sapeva già tutto alla fine di aprile. Come mai questa «incongruenza» che fa crollare l’intera retorica della «spontaneità» è passata sinora in cavalleria? In verità qualcuno se n’era accorto, e ha provato a portare alla luce l’arcano. È il sito web Aurora. Ma chi volete che vada a leggersi quanto scrivono gli ultimi trotzkisti?

Così nella «sola» son cascati gli altri compagni, comunisti leninisti, luxembourghiani, rossoverdi e cattocomunisti. Ricordate la testatina classica del sito di Tonino? C’era il suo faccione sorridente, un Di Pietro bello nero, e il gabbiano colorato di bandiera. Improvvisamente, il 30 aprile - «cinque mesi e nove giorni prima del giorno di nascita del gruppo», annotano su Aurora - il sito cambia veste e si tinge di viola. Vola via il gabbiano, la faccia e il nome di Tonino si spostano a sinistra, nell’altra metà compare la foto di Berlusconi, proprio quella inflazionata in questi giorni, col profetico slogan «No Berlusconi-day» e una grande scritta in campo viola: «Partecipa anche tu - in tutte le piazze d’Italia». C’era anche un’icona di accesso a Facebook, ma cliccando non s’apriva alcun link. Per forza, il gruppo «spontaneo» doveva ancora autogerminarsi!

Solo qualche mese dopo, il link si apre mostrando una fotina viola del Cavaliere nero con l’impegno «NoB-day, io ci sarò». Finalmente, ad ottobre, Franca Corradini di Arezzo (è una dei quattro della conferenza stampa «autogestita» dell’altro giorno, insieme a San Precario che sarebbe il subcomandante Marcos de noantri)registra il dominio «noberlusconiday.org». Miracolo della preveggenza dipietrista, nella pagina appare la stessa fotina viola del sito di Tonino, e sotto la colonna illustrata c’è il link col supporto per «creare i gruppi locali». Altro che «cinghia di trasmissione», i gruppi locali NoB-day arruolati inconsciamente nell’esercito giustizialista di capitan Tonino sono già 103 in Italia e 38 all’estero. Più uno extraterritoriale di buddisti. Con l’acca mi raccomando, che fa tanto figli dei fiori.



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Però ora lo sputtanatore è sputtanato

di Renato Farina


Meno male che Spatuzza il Calvo è arrivato, ha parlato, circondato da paraventi e scorte per innalzarne il mito. E invece di scoppiare come una bomba atomica, più modestamente si è sgonfiato come una rana. Non è per masochismo, e neanche per digerire l’ortica che qui si fanno queste considerazioni. L’Italia è stata sputtanata, e questo non va bene. Ma lo spettacolo infimo di venerdì ha evitato che fosse infilata gelatina di tritolo sulle colonne portanti di questo Paese. A voler essere pignoli, qualche candelotto è finito sotto le toghe in un posto che se ci pensate vi viene in mente, ma non è che la cosa addolori, anzi ci pare educativa.

Insomma, tenendo in vista il bene primo che è quello della giustizia, è stato positivo che il pentito Gaspare Spatuzza si sia esibito in uno show in mondovisione. In quelle ore di scempio della verità e della decenza, i pm di Palermo, Firenze, Milano, Reggio Calabria e chissà di quante altre procure hanno dovuto esibire il loro automa degli orrori quando non era ancora programmato a puntino. La famosa bomba atomica umana è stata tolta troppo presto dal laboratorio sotterraneo dove dinanzi a lei (a lui, a Spatuzza) si inchinavano dotati di pandette, cacciaviti e transistor i migliori pm democratici del Paese.

Non era avvitato bene, ha fatto fiasco, è restata molto a lungo accesa la miccia, ma invece del fungo di un’Hiroshima italiana che avrebbe dovuto bruciare Berlusconi, Dell’Utri, Forza Italia e quindi tutto il Popolo della libertà, si è risolta in un crepitio di minchiate. Anzi una bomboletta di quelle che i ragazzi seminavano a Carnevale e chiamavano puzzole. Già ieri Chiocci e Zurlo le hanno messe in fila sul Giornale. Non c’è bisogno di ripetere.

C’è però una dichiarazione molto interessante uscita venerdì a caldo. Persino più istruttiva delle fandonie di Spatuzza. L’ha pronunciata il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. Un uomo onesto. Anch’egli ha avuto a che fare con Spatuzza. Intende promuoverlo a collaboratore con tutti i crismi. Allora perché ha dichiarato con qualche pena: «La cosa strana è che quel collaboratore sia stato presentato al dibattimento ancora prima che venisse chiusa l’indagine»? Come dire: doveva rimanere più a lungo nel laboratorio, la fretta è cattiva consigliera. Be’, noi diciamo: viva la fretta. In questo caso ha giovato alla verità. Per la prima volta infatti è accaduto qualcosa che assomiglia alla parità tra accusa e difesa.

Come in America, come dovrebbe essere in un mondo civile. Così il pentituzzo ha dovuto esporsi al vento del dibattimento senza aver prima finito il lavoro di ripescaggio, incollaggio e moquettatura nel segreto delle stanze dove incontrava i pm. Lì accade che le verbalizzazioni tirino in ballo chiunque, gente ignara, e tutto questo finisce come Parola di Dio sui quotidiani, dove appositi cronisti si comportano come scrittori incaricati di stendere la Bibbia, e l’accusato resta lì ignaro, senza poter far altro che essere linciato mentre l’imputazione di mafia e di strage si gonfia, si razionalizza, prende volumi di carta, entri nel cervello della gente, si allarghi da una città all’altra, da un’indagine madre ad una indagine figlia, cugina, nipote, in un intreccio che quando poi si arriva al momento della verità, che dovrebbe essere il processo, è ormai una foresta amazzonica di pietra, che soffoca e schiaccia chiunque osi penetrarla per vedere di che cosa è fatta. Impossibile. Se dici: ma questa è la realtà rovesciata, sembri tu il pazzo.

Ma come? Lo ha sentito o no il famoso giudice Pinco, il terribile magistrato Pallino, il formidabile pm Caio. Sono giunti da una capo all’altro dell’Italia e hanno concluso che il pentito è perfetto, ogni tessera del mosaico è al posto giusto. La verità del pm oscura qualunque orizzonte, è tanto massiccia che nessun avvocato difensore riuscirà a spostarla neanche di un millimetro.

Invece venerdì no. Venerdì si è visto. Spatuzza aveva solo due nomi e il resto era pappetta, il colore blu del cappotto, date malcerte. L’unico riscontro dato è che la Standa di Palermo sta a Brancaccio. Dicendo: la Standa è Berlusconi. Fantastico. Mi ricordo (se permettete) di aver assistito a un’udienza del processo Dell’Utri, ancora negli anni 90, in cui un altro pentito sosteneva che quella Standa era di Craxi. Sul serio. Ma non è questo il punto. Il punto è che Spatuzza ribalta tutto quello che era stato confezionato da altri pentiti, i quali avevano consegnato, scortati dai pm, una precedente foresta amazzonica inestricabile, assolutamente oscura, e dunque accettata in blocco.

Una verità totalmente diversa da quella di oggi. Ma se osavi dire di no, eri impiccato come filomafia. Da chi? Ovvio: dagli stessi pm che oggi come nulla fosse si atteggiano ancora a divinità televisive, pontificano, sono certi di aver incastrato Berlusconi, ma loro non fanno neanche un minimo mea culpa. Penso ad Antonio Ingroia, l’amico del cuore di Marco Travaglio, il quale sigillò la verità sulle stragi facendo bere a noi tutti come fosse acqua di fonte il liquame fognario di altri pentiti consacrati dal bacio della giustizia e la cui versione fu ritenuta ovviamente riscontrata, provata, provatissima, oltre-ogni-ragionevole-dubbio, che consentì la condanna dopo tre livelli di giudizio di gente che invece non c’entrava, e di certo comunque i fatti non erano andati come stabilito prima nelle stanze delle procure e poi trasferita senza una scalfittura nelle aule dei Tribunali. Un dubbio, un ragionevole dubbio, no, eh? Che professionalità è questa, che poi ha fatto promuovere questa gente che ci ha propinato come oro colato la merda fusa?

L’altro giorno a Torino il gioco è stato impossibile perché prima che l’indagine fosse chiusa - come ha lamentato Grasso -, l’automa in fase di esperimento ha fatto plof. Vogliamo vedere se come e quando la procura di Firenze o quella di Milano o di Palermo emetteranno un avviso di garanzia a Berlusconi e Dell’Utri per le stragi qualcuno penserà siano cose con un minimo di credibilità. Ma no che non ce l’hanno.

Una considerazione ancora. I pentiti sono stati importati, eccetera. Sottoscrivo tutto. Ma non è possibile che fare due nomi cambi la vita di una persona con la benedizione dello Stato più che aver compiuto due stragi e assassinato 40 persone a sangue freddo. E dopo descriva il suo cammino mai usando la parola dolore, amarezza, lacerazione, ma solo dicendo: bellissimo. Bellissimo un corno. Poco bello per fortuna anche per gli stregoni delle procure a cui l’alambicco è stato portato via e versato in Tribunale prima che fosse in grado di uccidere davvero a tradimento.



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La Tour d’Argent svuota la cantina

Corriere della Sera


Il famoso ristorante mette in vendita 18 mila bottiglie. C'è anche uno champagne imbottigliato nel 1788 


PARIGI – C’è la bottiglia da 3 mila euro e quella da cinque. E anche lo champagne imbottigliato prima della Rivoluzione francese. La Tour d’Argent, celeberrimo ristorante parigino fondato nel 1582 con vista mozzafiato sulla cattedrale di Notre Dame, svuota, in parte, le cantine. In vendita, il 7 e 8 dicembre, oltre 18mila bottiglie. Una piccola parte di un tesoro di oltre 450mila bottiglie. A portata di tutte le tasche.

STELLE - «L’idea – spiega il proprietario André Terrail – è quella di svecchiare la cantina e raccogliere fondi per il rilancio del ristorante». La Tour d’Argent, che Disney ha trasformato nel 2007 in scenografia per il film di animazione Ratatouille, ha perso infatti il lustro di un tempo, quando accoglieva star del cinema e leader politici. E soprattutto le tre stelle Michelin che l’hanno resa nota in tutto il mondo. Oggi, ne sfoggia solo una.

CHAMPAGNE La vendita dovrebbe fruttare almeno un milione di euro, grazie anche al periodo natalizio. David Ridgway, il sommelier che regna nelle cantine di 2.500 metri quadrati dal 1981, ha fissato il prezzo di ogni bottiglia. Si va dai Madiran, Collioure e Minervois da 5 euro, ai 2.500 euro per il pezzo più antico: Fine Champagne Clos du Griffier, imbottigliato nel 1788. Spazio anche ai grandi Bordeaux come il Chateau Latour, da 480 euro, o il Chateau Lafite Rothschild del 1982 da 3300 euro. Tra i Bourgogne, 12 bottiglie di Volnay «Santenots» del 1993 valgono 1.450 euro, senza dimenticare le sei bottiglie Vosne-Romanée Jayer del 1988 da 3 mila euro.

FIGLI I vini, acquistati direttamente dai produttori, sono conservati nelle migliori condizioni. Il termometro della «cave» varia dai 12 gradi invernali ai 14 estivi. «E’ come separarmi dai miei figli – dice Ridgway – anche se la vendita rappresenta solo il 4% del totale. Ma c’è bisogno di spazio». Per il 2009, un’annata d’eccezione secondo gli specialisti, il sommelier infatti ha già a disposizione un budget di quasi un milione di euro.

Alessandro Grandesso
05 dicembre 2009




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Asilo-lager, le maestre restano in cella

La Stampa

Il gip di Pistoia convalida l'arresto. Insulti e sputi dalle altre detenute: «Sarebbe meglio cambiare carcere»
FIRENZE


Il gip di Pistoia Buzzevoli ha convalidato l’arresto per Anna Laura Scuderi, 41 anni, e Elena Pesce, 28 anni, titolare dell’asilo Cip Ciop di Pistoia e sua aiutante, accusate di maltrattamento su fanciulli. Il giudice ha disposto la custodia cautelare in carcere per entrambe.

L’accoglienzà riservata dalle detenute della sezione femminile del carcere di Sollicciano non è stata però delle migliori. Le due maestre sono state infatti prese di mira con insulti, sputi e lancio di oggetti. Stamani le due donne, che stanno condividendo la prima cella della sezione giudiziaria del carcere, hanno ricevuto la visita del direttore del carcere Oreste Cacurri accompagnato dal garante dei detenuti del comune di Firenze Franco Corleone.

Secondo quanto appreso, la situazione all’interno del carcere è talmente tesa da consigliare uno spostamento delle due donne, spostamento che ha sollecitato la stessa Scuderi: «comprendiamo le reazioni delle detenute - ha detto - ma sarebbe meglio se si trovasse una soluzione diversa». Le due donne hanno inoltre chiesto chiarimenti per ottenere la concessione dei colloqui con i familiari.

Intanto l'avvocato Giacomo Dini ha fatto sapere che Elena Pesce è scoppiata a piangere e ha chiesto perdono tra le lacrime. Ieri, dopo aver preso visione del video-choc, la donna era rimasta «visibilmente angosciata» e ha chiesto perdono alle sue piccole vittime e ai loro genitori, ha riferito l’avvocato. Anche Anna Laura Scuderi è «angosciata e molto dispiaciuta ma non si è ancora resa conto completamente della situazione - ha detto il suo avvocato, Stefano Panconesi -. Ha visto il video assieme al gip. Valuteremo se sarà opportuno e in che modo fare un qualsiasi gesto nei confronti delle piccole vittime e dei loro genitori».




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Polanski nello chalet:dovrà indossareun bracciale elettronico

Quotidianonet

Il regista franco-polacco è stato trasferito in una località ignota per proteggerlo dall'assalto dei Media. Non potrà lasciare la sua abitazione fin tanto che la Svizzera non avrà deciso sulla richiesta di estradizione

Ginevra, 4 dicembre 2009 - E’ previsto per oggi il trasferimento di Roman Polanski dal carcere verso la propria abitazione nei pressi di Gstaad, dove resterà agli arresti domiciliari. Nel frattempo le autorità elvetiche, per proteggerlo dall’assalto dei media, lo hanno già trasferito in una località ignota.

Polanski è stato spostato dal carcere di Winterthur per “ragioni di sicurezza e di protezione personale”, ha spiegato il portavoce del ministero della Giustizia, Folco Galli, senza precisare dove il regista franco polacco sia stato portato, ma confermando che nel pomeriggio raggiungerà il suo chalet.

Polanski, che indosserà
un braccialetto elettronico, non potrà lasciare la sua abitazione fin tanto che la Svizzera non avrà deciso sulla richiesta di estradizione presentata dagli Stati uniti. Per uscire dal carcere il regista 76enne ha dovuto versare una cauzione di 3 milioni di dollari.




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Amanda, l'America accusa l'Italia

La Stampa

Pioggia di critiche dopo la condanna: «Giuria influenzata e prove minime». Sfogo dei famigliari: «Era innocente»

NEW YORK

La condanna di Amanda Knox per la uccisione di Meredith Kercher ha avuto grande impatto negli Stati Uniti, dove le Tv All News hanno dato il verdetto in diretta, facendo scattare anche ampie critiche nei confronti del sistema giudiziario italiano.

La senatrice Maria Cantwell ha detto di essere «rattristata per il verdetto» e di avere «seri interrogativi sul funzionamento del sistema giudiziario italiano» e sul fatto che «l’anti-americanismo possa avere inquinato il processo». La parlamentare, che rappresenta lo stato di Washington (dove vive la famiglia Knox), ha detto che «non esistevano prove sufficienti per spingere una giuria imparziale a concludere oltre ogni ragionevole dubbio che Amanda fosse colpevole».

Secondo la senatrice il processo ha messo in evidenza «una serie di difetti nel sistema di giustizia italiano» compresi il trattamento aggressivo dei poliziotti nei confronti di Amanda, il fatto che la giuria non sia stata tenuta in isolamento consentendo così ai giurati di leggere gli articoli spesso scandalistici sulla vicenda e «la negligenza mostrata dagli inquirenti nella raccolta delle prove».

La parlamentare ha detto di avere manifestato le sue perplessità sia all’ambasciata italiana negli Usa che al segretario di stato Hillary Clinton. Il mancato isolamento della giuria che ha poi condannato Amanda è un elemento messo in evidenza da numerosi media americani che sottolineano come l’accusa abbia dipinto nel corso del processo la ragazza americana come «promiscua e manipolatrice», arrivando a mettere in evidenza «la sua mancanza di igiene» ed ogni «possibile aspetto della sua vita sessuale».

Diversi esperti legali Usa hanno definito «oltraggioso» il fatto che la giuria non sia stata tenuta in isolamento considerando la «montagna di spazzatura» apparsa sui media in occasione del processo. Familiari ed amici di Amanda residenti a Seattle hanno espresso disappunto ed incredulità per il verdetto dopo averlo seguito in diretta alla Tv. «Hanno condannato una persona che non esiste, una creatura artificiale - ha dichiarato a Seattle Madison Paxton, una amica della ragazza - Hanno condannato "Foxy Knoxy", una ragazza promiscua che non esiste: questa non è Amanda».

I genitori di Amanda, che erano in aula, hanno definito il verdetto «difficile da accettare perchè Amanda è innocente». «L’accusa non ha mai spiegato perchè non esista alcuna traccia della presenza di Amanda nella stanza dove Meredith è stata tragicamente uccisa - hanno sottolineato i genitori - È evidente che gli attacchi lanciati al carattere di Amanda da parte dei media e della accusa hanno avuto un impatto significativo sui giudici e sui giurati mettendo in secondo piano la totale mancanza di prove contro Amanda».

I familiari, che si sono recati oggi a trovare Amanda in carcere, hanno detto alla ragazza «che preso uscirà di qui, ci vorrà solo un pò più di tempo. Amanda è molto delusa per la sentenza. Noi siamo rincuorati comunque per il sostegno ricevuto non solo dalla gente di qui ma di tutto il mondo». Janet Huff, una zia di Amanda che vive a Seattle, ha detto alla CNN che i genitori della ragazza «sono devastati dal verdetto, è stato terribile vedere la gente fuori dal tribunale applaudire alla sentenza». I familiari resteranno a turno in Italia in attesa dell’appello: «Non lasceremo Amanda qui da sola», hanno detto.