sabato 5 dicembre 2009

Spatuzza: lapsus, errori e dimenticanze Tutti i buchi neri del killer pentito

di Gian Marco Chiocci



nostro inviato a Torino


Per dirla nel gergo aspro dei pentiti, quelle di Gaspare Spatuzza, detto ’u tignusu, sono tutte minchiate. Cominciamo dalla fine, dalla collaborazione a rate della bestia redenta che ha ammesso d’aver ammazzato 40 cristiani, partecipato a sei stragi, squagliato nell’acido donne e bambini. La nuova legge sui collaboratori di giustizia impone un tempo massimo di sei mesi per espiare tutti i peccati. Bene.

Nell’aula del tribunale di Torino, Gaspare Spatuzza ammette d’aver iniziato a parlare (informalmente) con i magistrati fiorentini in più «colloqui investigativi» che le carte processuali cristallizzano sul finire degli anni Novanta. Poi di avere fatto altrettanto, più volte, anche col procuratore nazionale Piero Grasso. Di tutti questi «colloqui», trasmessi alle procure di Palermo e Caltanissetta, non c’è però traccia nei processo sulle stragi del ’92.

Come se non bastasse, Spatuzza riferisce d’aver risposto a domande pure ai pm Milano (come anticipato ieri dal Giornale) e addirittura a quelli di Reggio Calabria: nessuno, nemmeno il presidente del processo Dell’Utri, ne sapeva niente. Quel che ci è dato di sapere, attraverso la deposizione di Spatuzza, è che ai pm di Firenze lui inizia a fare il nome di Silvio Berlusconi solo un anno dopo l’inizio della sua collaborazione, e cioè fuori tempo massimo.

Giustifica il ritardo sostenendo che aveva paura del Cavaliere prossimo a prendere il potere. Ieri s’è scoperto, che, zitto zitto, di Berlusconi aveva invece fatto cenno il 17 novembre 2008 a Caltanissetta, discutendo dei problemi che stavano a cuore ai Graviano e che dovette risolvere personalmente sconfinando in un quartiere off limits di un’altra famiglia mafiosa («fu quasi un colpo di Stato»). Problemi legati all’installazione di cartelloni pubblicitari nella zona di Porta Nuova dove, a detta di Spatuzza, comandava Mangano.

Posto che a quei tempi Mangano ancora non esercitava il suo potere in quel quartiere perché il capomandamento era invece Cancemi, l’exploit di Spatuzza che punta a teorizzare inesistenti rapporti finanziari fra Cosa nostra e Berlusconi la pubblicità (che è roba locale, non nazionale), Mangano (che non c’era) e Dell’Utri, si ritorce contro il pentito.

E così lui che non sa niente dei politici e della politica, dice di temere il ministro Alfano «perché era un soggetto che curava i circoli di Forza Italia in Sicilia». Lui che non sapeva chi diavolo fosse Berlusconi, lo teme più di Alfano perché «nel momento in cui inizio i primi colloqui con i magistrati me lo ritrovo come primo ministro», quando così non è visto che al tempo dei «primi colloqui» governava ancora Prodi. A Firenze, invece, le carte raccontano che Gaspare non parla mai di Silvio per un anno di seguito. Inizia a vuotare il sacco, formalmente, il primo luglio 2008.

Viene sentito di nuovo il 17 luglio, poi il 28 luglio 2008, ancora il 10 settembre 2008, quindi il 14 settembre e il 17 dicembre dell’anno scorso. Mai un accenno a Silvio o a Dell’Utri. Dice sempre così: «Non conosco i politici, non capisco niente di politica». Oppure: «Non posso sapere, perché Graviamo non me lo disse, chi fosse il nostro interlocutore». Dopodiché, un bel giorno, in straordinaria coincidenza con l’ok ricevuto per il programma di protezione, «senza barattare niente con lo Stato» (nuova vita, nuova identità, niente carcere a vita, stipendio, lavoro, benefit vari) il criminale che nelle lettere al vescovo dell’Aquila si immedesima in San Paolo, viene folgorato sulla strada che porta a via Veneto dove insiste il bar Doney.

Il locale dove il boss Giuseppe Graviano, parlando della strage allo stadio Olimpico (prevista per il 31 ottobre del 1993), gli avrebbe sussurrato che «tutto è chiuso bene coi politici, abbiamo ottenuto quello che cercavamo» spiegandogli, a lui che di politica non capiva niente, che i referenti istituzionali sarebbero stati Dell’Utri e Berlusconi. Per la cronaca siamo a fine ’93, Forza Italia non è ancora nata. Riscontri diretti? Zero. I boss Giuseppe e Filippo Graviano, sentiti a verbale, e quindi messi a confronto con il loquace Spatuzza, smentiscono l’ex collega. Idem fa il boss Lo Nigro, quello che avrebbe accompagnato Spatuzza a Campofelice di Roccella dove Graviano avrebbe accennato ai big di Milano: «Ma che dici, Gaspare!

Non ci siamo mai andati lì». Spatuzza però è talmente sicuro che lo ribadisce da dietro il paravento bianco: «L’incontro avvenne alla fine del ’94». Quando gli si fa notare che i Graviano sono stati arrestati a gennaio dello stesso anno, balbetta e si corregge: «no, no, fine ’93, è stato un lapsus». Seguendo i precetti della scuola del pentitismo d’accatto, Spatuzza fa impressione perché ripete, alla lettera, a memoria, i passaggi trascritti delle sue verbalizzazioni.

Usa le stesse frasi, identiche le espressioni, virgole e virgolette incluse. E quando le domande escono dai binari previsti, sbanda. Gli chiedono di descrivere il bar Doney, e lui lo descrive com’è oggi e non com’era all’epoca. Al Giornale la proprietà del locale e il vecchio barman hanno confermato che allora vi era una sola porta, via Veneto angolo via Sicilia, e non due come riferisce Spatuzza.

Dettagli? Sarà, ma sono fondamentali per riscontrare la veridicità di questo signore, perché è in questo bar che Graviano (che smentisce) dopo avergli parlato dell’attentato allo stadio Olimpico gli confessa che c’era di mezzo «il compaesano» (Dell’Utri) e pure Berlusconi. Poi, forse distratto, Spatuzza non raccoglie e non fa sua una domanda suggestiva del procuratore generale riguardo a un Bar Doney che c’è anche a Brancaccio.

Spatuzza parla di «anomalie» nel comportamento di Giuseppe Graviano, e da ciò «deduce» che c’è sotto qualcosa di grosso. Perché se come gli dirà Filippo Graviano (che smentisce) «a questo punto se non arriva niente da dove deve arrivare», lui «intuisce» che Cosa nostra vuole regolare i conti con chi non ha mantenuto certi patti. La passerella si chiude con altri interrogativi sui rapporti economici fra Berlusconi e la mafia. «La Standa a Brancaccio», risponde Spatuzza. Ridono tutti. A cominciare dai poliziotti schierati, pagati per fargli da scudo e da scorta.

Parigi: clochard si faceva passare per l'assistente di emiri arabi

Corriere della Sera

Alloggiava in hotel di lusso e frequentava i migliori ristoranti della capitale francese



PARIGI – Viveva da re, dormendo nelle suite più prestigiose della capitale, gustando le prelibatezze degli chef più richiesti, girando in auto di lusso, accompagnato sempre da guardie del corpo e belle donne, tra fiumi di champagne. Tutto gratis. Una vita da sogno. Una truffa. Visto che il nababbo era un clochard, per di più sans papiers, che per mesi ha raggirato hotel e ristoranti, evitando così la dura vita di strada.

EMIRO – Il protagonista, racconta il Journal du Dimanche, è un tunisino di 46 anni, Jamel, ex operaio senza permesso di soggiorno. Dopo aver perso un occhio in un cantiere, l’uomo è finito per strada. Fino a quando non ha deciso di sfruttare le doti di truffatore, ma di classe, secondo una tecnica collaudata. Jamel infatti si faceva passare per l’assistente di ricchi emiri o sceicchi e contattava società di personal concierge, specializzate nell’esaudire ogni tipo di desiderio di clienti senza problemi di soldi.

CHAMPAGNE – Il tunisino organizzava così l’arrivo imminente, ma fittizio, del proprio datore di lavoro, magari accompagnato da una schiera di figlie viziate, per riservare le camere più costose, i ristoranti più alla moda, spostandosi con autista e bodyguard. Il tutto sempre in tempi strettissimi, per obbligare le vittime del raggiro ad anticipare le spese di tasca propria. Poi, c’era sempre l’inghippo, il cambiamento dell’ultima ora. L’emiro che si ammalava, le figlie che cambiavano destinazione, e lui, Jamel, che si presentava in giacca di cashmere e orologio di marca al polso, che perdeva valigia e documenti in aeroporto. L’occasione per rifarsi il guardaroba, farsi comprare il computer e soprattutto far pagare il conto, che magari includeva escort di lusso e naturalmente fiumi di champagne.

ARRESTO – Alla fine, dopo settimane di vita da milionario, il tunisino, abile manipolatore, metteva in atto l’uscita di scena, al momento opportuno, svanendo nel nulla. Tornando per esempio nel centro accoglienza per i senza fissa dimora del IV arrondissement di Parigi. Ed è lì che la polizia l’ha arrestato lo scorso 18 novembre, incastrato dal proprietario di una società di auto di lusso. Il clochard, che preparava nuovi periodi di vacanze da sogno negli hotel più costosi della Ville Lumière, ormai dorme al coperto, ma in cella.

Alessandro Grandesso
05 dicembre 2009

Tanzi: scoperto caveau con quadri di Van Gogh e Picasso di 100 milioni di euro

Corriere della Sera

Nella cantina della casa di un famigliare. L'ex patron della Parmalat aveva assicurato di non averli



PARMA - «In casa mia non ci sono caveau con quadri preziosi». Lo aveva assicurato Callisto Tanzi non più tardi di lunedì 30 novembre dopo che la sera prima la puntata di Report aveva detto che l'ex patron della Parmalat aveva trafugato in Svizzera un patrimionio d'arte. Tanzi aveva ragione: il caveau si trovava nella cantina dell'abitazione di un suo famigliare.


VAN GOGH E CEZANNE - La Guardia di finanza ha sequestrato sabato mattina a Parma nella cantina dell'abitazione di un famigliare di Tanzi quadri definiti di grandissimo valore artistico, stimati della Fiamme Gialle in un valore superiore ai 100 milioni di euro. Tra i quadri - sempre secondo quanto reso noto dalla Gdf - ve ne sono alcuni di Van Gogh, Picasso e Cezanne.

Soddisfatta la famiglia di Meredith Sollecito: «Vivo un incubo infernale»

Corriere della Sera


Sorveglianza aumentata per i condannati. Amanda ha passato la notte piangendo: «Perché nessuno mi crede?»



MILANO - «Non possiamo dire di essere felici, dato che Meredith è stata uccisa in modo brutale, ma siamo soddisfatti per il verdetto di condanna». Così i familiari della studentessa inglese uccisa il 2 novembre 2007 hanno commentato la sentenza di condanna contro Raffaele Sollecito e Amanda Knox.

«MESSO UN PUNTO» - La sentenza della Corte d'Assise, dice la famiglia Kercher, ha «messo un punto a questo caso molto complicato», ma il fratello di Meredith, Lyle, ha aggiunto che «non è il momento di celebrare un trionfo perché ci sono tre giovani in prigione e comunque mia sorella non tornerà in vita. Non siamo investigatori ma abbiamo fiducia nella giustizia italiana e quindi ci rimettiamo alla sentenza». E la sorella della vittima, Stephanie: «È stata fatta un po' di giustizia per noi e per lei, ma la nostra vita non sarà più la stessa. Il vuoto lasciato da Meredith è molto grande».

I familiari di Mez hanno incontrato la stampa in un albergo di Perugia insieme agli avvocati che li hanno rappresentati come parte civile, Francesco Maresca e Serena Perna. «Vogliamo ringraziare - hanno sottolineato - tutte le persone che hanno speso tanto tempo e tante risorse per cercare questo verdetto: l'avvocato Maresca, la polizia, le autorità giudiziarie in Italia e il console britannico». Maresca ha sottolineato che «la sentenza dichiara la responsabilità degli imputati per tutti i reati contestati. Non è un compromesso e ipotizzare questo è offendere i giudici». Riguardo alle attenuanti generiche, il legale ha sottolineato che «non va confusa la pena con la responsabilità degli imputati».

PM: NO RICORSO - Soddisfazione è stata espressa anche dal pm Manuela Comodi, che aveva chiesto l'ergastolo per i due imputati: «È una decisione che intendiamo rispettare. Riconosce la colpevolezza degli imputati per tutti i reati che gli sono stati contestati». Il magistrato ha annunciato che la Procura non intende appellare «una sentenza che già dal dispositivo dimostra equilibrio» e ha spiegato che ai due imputati è stata riconosciuta l'aggravante della violenza sessuale, «seppure materialmente commessa da Rudy Guede». Riferendosi all'aspetto umano della vicenda, il pm Comodi ha sottolineato che «vedere due ragazzi condannati a una pena così lunga lascia l'amaro in bocca ma il pensiero va anche alla vittima, uccisa in modo atroce». Giulia Bongiorno, legale di Sollecito, ha invece parlato di «sentenza contraddittoria, un doloroso differimento di sentenza di assoluzione che arriverà».

RAFFAELE: «UN INCUBO» - Per la prima notte in cella dopo la condanna, Amanda e Raffaele sono stati sorvegliati a vista da un agente. Già nei giorni scorsi, dopo le richieste dell'accusa, la direzione del carcere di Capanne aveva rafforzato i controlli sui due giovani e nella notte sono stati ulteriormente innalzati. Sabato mattina uno degli avvocati di Sollecito, Luca Maori, è andato in carcere per assistere il giovane pugliese, che divide la cella con lui un condannato per reati sessuali, riferendo che «è molto abbattuto». «Mi sembra di vivere in un incubo infernale: cosa faccio adesso? Perché sono qui? Perché si sono comportati così?» ha detto Sollecito al legale dopo una notte in bianco.

Quindi ha ribadito la sua innocenza: «Io non ho fatto nulla, non c'entro niente con questa storia, sono disperato e distrutto». «Non è riuscito a dormire - ha riferito Maori - e le sue condizioni non sono buone. Gli ho detto che deve continuare a vivere e non a sopravvivere. Continuerà a studiare (è iscritto al corso di laurea in Realtà virtuale all'università di Verona, ndr) e stiamo cercando di trovare la maniera di fare entrare un tutor nel carcere che possa dargli delle indicazioni e aiutarlo a sostenere gli esami». Maori ha chiesto ai responsabili del carcere di tenerlo sotto stretta osservazione e di valutare se sia il caso di aumentare l'assistenza psicologica.

AMANDA: «NESSUNO MI CREDE» - La nottata è stata dura anche per Amanda Knox, che ha pianto per ore, e sabato è apparsa demoralizzata e delusa: «Nessuno crede in me - ha detto - e non capisco perché. Ho sempre detto la verità, non sono stata io a uccidere Meredith». Amanda si è anche detta molto dispiaciuta per i suoi familiari, sperava di poter tornare con loro negli Stati Uniti. Rientrata in carcere poco dopo l'una, è stata accolta dalle sue compagne di cella che hanno cercato inutilmente di confortarla.

Barletta, un centinaio di piccioni si schiantano al suolo: via alle analisi

Il Messaggero

BARLETTA (4 dicembre) – Cento piccioni caduti al suolo stecchiti, uno dopo l'altro, nel giro di pochi minuti: è accaduto ieri a Barletta nella zona che va dal porto alla città vecchia, sino a piazza Marina. Servirà una settimana per avere i risultati della analisi che sono state fatte sulle carcasse di alcuni degli animali, ha spiegato il responsabile provinciale del Nucleo ittico faunistico di polizia ambientale Pino Cava.

Dopo la rimozione delle carcasse avvenuta ieri, altri piccioni sono stati trovati morti stamani vicino ai silos del grano, sempre nel porto. Gli esperti della Guardia costiera, della Asl e del nucleo di polizia ittico faunistica stanno raccogliendo tutte le informazioni utili per capire cosa abbia provocato la morte dei volatili.

«Non prima di una settimana - riferisce Pino Cava - si avranno i risultati degli esami su quattro piccioni morti, portati all'istituto universitario di veterinaria di Valenzano». «Il risultato ci dirà se questi piccioni sono affetti da una qualche malattia o se siano stati avvelenati o altro, chiuderemo un dossier e lo porteremo in procura».

Video shock a Napoli, delitto da 1 milione ai killer solo 500 euro

Il Messaggero


NAPOLI (5 dicembre) - Per uccidere Mariano Bacioterracino, in strada, davanti a tutti, a volto scoperto, lo scorso 11 maggio nel cuore di Napoli, i killer hanno “guadagnato” solo 500 euro. Secondo quanto riportano oggi da alcuni organi di stampa e ricostruito dalle intercettazione, il delitto del Rione Sanità, ripreso da telecamere e visto, poi, in tutto il mondo, avrebbe avuto un valore di un milione di euro ma alla fine i mandanti avrebbero pagato solo 70mila euro.

Di questi soldi, ai killer, tra i quali Costanzo Apice, presunto affiliato al clan Sacco-Bocchetti, ripreso dal video, accusato di aver ucciso Bacioterracino ed ora in carcere, sarebbero stati dati solo 500 euro. A parlare, nelle intercettazioni, sono Antonio Zaccaro, da ieri irreperibile, e Ciro Bocchetti, dai ieri in cella in seguito a provvedimenti di fermo emessi a carico del clan Sacco-Bocchetti. I due parlano in tono polemico: si lamentano di un presunto favore fatto da Gennaro e Carmine Sacco agli “afrogalesi” con un ritorno economico limitato rispetto al colpo messo a segno che avrebbe gratificato solo i Sacco, sfavorendo i Bocchetti.

Gb, troppe segnalazioni, nessuna prova: Difesa chiude reparto avvistamenti Ufo

Il Messaggero


LONDRA (4 dicembre) – Migliaia di notifiche di avvistamenti, ma di prove, dell'esistenza degli Ufo nemmeno una e per questo il ministero della Difesa britannico ha annunciato oggi la chiusura del suo reparto ufficiale dedicato alle segnalazioni di avvistamenti di Ufo, che dal primo dicembre ha disattivato sia il suo numero verde che il suo indirizzo e-mail. Il ministero afferma in un comunicato di aver ricevuto in 50 anni migliaia di notifiche di presunti avvistamenti di Ufo, che però non hanno prodotto prove né dell'esistenza di vita extraterrestre, né di qualsiasi vera minaccia per la Gran Bretagna.

«Abbiamo trasferito il singolo ufficiale incaricato di verificare ed esaminare i rapporti sugli avvistamenti segnalati dalla gente in un altro ufficio, risparmiando in questo modo 44.000 sterline l'anno - ha detto un portavoce del ministero - La nostra non è una presa di posizione, non abbiamo un'opinione sulla possibile esistenza di alieni, ma mezzo secolo di avvistamenti non hanno prodotto nessuna prova di vita extraterrestre».

I soldi risparmiati con la chiusura del dipartimento verranno dirottati sulle missioni all'estero: «La nostra priorità è il fronte afgano. Se un giorno ci sarà una reale minaccia dallo spazio, verrà comunque captata dal nostro radar che è in funzione 24 ore al giorno, sette giorni su sette».

La tristezza di Chaplin deriva dalla madre

Corriere della sera

Costretta a prostituirsi per mantenere i figli, fu contagiata dalla malattia venerea che la portò alla morte


MILANO - Scriveva, dirigeva e recitava in punta di piedi, piroettando sul suo pubblico con ironia e tristezza. La vera fonte della dolcissima malinconia di Charlie Chaplin, icona del cinema del XX secolo, non fu l’alcolismo del padre, la separazione dei suoi genitori o la povertà della sua famiglia. Secondo Stephen Weissman, psichiatra americano, autore del libro «Chaplin, a life» (ed. Hardcover), la persona che ispirò le storie del vagabondo Charlot fu la madre Hannah, soubrette senza fortuna della Londra di fine Ottocento, che per arrotondare faceva la prostituta e venne colpita da sifilide.

VERITA’ NASCOSTA – Ritratta dallo stesso artista come una donna amorevole e di successo, Hannah, il cui nome d’arte era Lily Harley, fu per un lungo periodo costretta a vendere il suo corpo per racimolare i soldi necessari per mantenere i suoi due figli Sidney e Charlie junior. In quegli anni contrasse la malattia venerea, ai tempi incurabile, che la condusse alla pazzia e alla morte. Una storia che il piccolo Charlie non riuscì mai a dimenticare, ma che non volle mai raccontare.

LE SUE EROINE – Alla luce delle nuove rivelazioni biografiche sull’autore, si spiegano, ad esempio, la figura di Georgia, l’eroina de «La febbre dell’oro», prostituta da music hall, o la ballerina che si suicida in «Luci della Ribalta» o la condizione di orfano de «Il Monello». «Georgia – spiega Weissman, un ammiratore del regista – rappresenta un modo ambiguo più o meno innocente di vedere una giovane donna, con problemi sessuali». Secondo le rivelazioni di una delle sue donne, l’attrice Louise Brooks, la sua storia personale lo spaventò così tanto che non riuscì mai ad avere rapporti sessuali con nessuna delle sue amanti, senza prima tingere le parti più a rischio con la tintura di iodio, per evitare di contrarre infezioni.

L’AUTOBIOGRAFIA – Né i biografi di Chaplin, né lo stesso regista, nella sua autobiografia pubblicata nel 1964, riuscirono mai a rendere pubblici i dettagli della sua vita. La triste infanzia nei sobborghi di Londra viene descritta nel libro «Autobiografia», ma – scrive il Daily Mail – l’artista attribuisce il decadimento mentale della madre agli stenti e al fatto che subì elettroshock e docce fredde in un istituto per disturbi mentali, mentre i due figli vennero rinchiusi in orfanotrofio e poi affidati al padre Charles senior. Persino la figlia del grande comico Geraldine, anche lei attrice, ha cercato di censurare l’uscita del libro di Weissman, ma si è poi resa conto che la verità nascosta fino all’uscita del libro, avrebbe restituito le “luci della ribalta” al genio del padre.

Ketty Areddia
04 dicembre 2009

La strana storia del detenuto celodurista

di Luca Fazzo

Milano


Tecnicamente si chiama priapismo. In italiano moderno si potrebbe tradurre con «celodurismo». In sostanza, si tratta di una malattia piuttosto rara che si traduce in durature e incontrollabili erezioni. La malattia è talmente inconsueta che la giustizia milanese si è dovuta estenuare in una lunga e costosa serie di atti processuali - perizie e controperizie, sentenze, ricorsi e controricorsi - per rispondere a questa domanda: può un detenuto affetto dall’ingombrante inconveniente restare in carcere?

Per due volte, i giudici hanno deciso per il no. Per due volte, il detenuto nonostante la gravità delle accuse ha ottenuto di lasciare il carcere traslocando agli arresti domiciliari insieme al suo incontrollabile organo riproduttore. Solo alla fine, di fronte ad una nuova ordinanza di custodia per traffico di stupefacenti, un giudice si è preso la responsabilità di decidere: per dura che sia la situazione, il detenuto deve restare in prigione. Anche se i compagni di cella, infastiditi dall’ingombrante presenza, hanno chiesto e ottenuto il suo trasferimento in una stanza singola.

Il protagonista dell’affare si chiama Francesco C., milanese, 36 anni, precedenti per armi, associazione a delinquere, narcotraffico. In sostanza, un malavitoso a tempo pieno. Ma con una passione inguaribile per il body building. Per pompare i suoi muscoli, Francesco C. - per sua stessa ammissione - si è affidato per anni non solo al duro lavoro in palestra ma anche a ogni genere di anabolizzanti. Ed è proprio il massiccio ricorso al doping che pare abbia avuto l’imprevisto effetto collaterale. Soprattutto nelle ore diurne, C. si trova a che fare con manifestazioni continue, involontarie - e, pare, assai dolorose - della propria virilità. Un fastidio - sempre a suo dire - incompatibile con la vita in cella.

Di fronte alla sua richiesta di scarcerazione, la giustizia si divide. Nel marzo del 2008 il giovanotto - che sta scontando una condanna a quattro anni per spaccio di cocaina - chiede di uscire dal carcere, il giudice gli dice di no, il tribunale del riesame ordina una nuova perizia. Il referto del medico, dopo misurazioni al centimetro, analisi, palpazioni - è netto: il paziente è «affetto da priapismo, patologia che comporta una erezione, dolorosa, persistente ed anomala», concludendo per «la difficoltà di fronteggiare nello stato detentivo le esigenze di cura dell’imputato, al quale dovrebbero essere somministrati, oltre che farmaci per la specifica patologia, trattamenti compensativi di tipo psichiatrico».

Il tribunale lo scarcera, inviandolo ai domiciliari a casa della convivente. Neanche il tempo di uscire, e lo arrestano di nuovo: altra storia di droga, lo fermano in flagrante nella stessa inchiesta che porta in carcere Domenico Brescia, il sarto di fiducia di giocatori e tecnici dell’Inter. Ma il giudice lo rimette agli arresti domiciliari, sempre a causa della indomabilità del suo apparato genito-urinario.

Non è finita. Un mese fa il pm Marcello Musso chiede e ottiene il suo arresto insieme a quello di decine di narcotrafficanti grandi e piccoli. Anche al nuovo giudice, Francesco C. - che forse è ormai convinto di avere trovato il modo di evitare in perpetuo il carcere - fa presente il suo inconveniente. Equi la giurisprudenza si ribalta: nuova perizia, e il giudice stabilisce che «non solo lo stato di salute del C. non è incompatibile con il regime carcerario ma i sanitari del carcere sono in grado di garantire la soluzione del problema del priapismo al suo insorgere e in tempi rapidi». Anzi, «paradossalmente», è meglio il carcere, «non potendo tale patologia essere risolta tra le mura domestiche»...

Google a processo: "State diventando come la Cina"

La Stampa

Il top manager Matt Sucherman sotto giudizio per un video. “Se l'Italia vuole la censura sul Web ci adegueremo”


PAOLO COLONNELLO


MILANO


Il supervisore dell’emisfero sud occidentale del mondo di Google si materializza nella sede a due passi dal Duomo dove, a parte le sedie coloratissime e il biliardo all’ingresso, si respira un’aria asettica che dovrebbe rispecchiare la filosofia del gigantesco motore di ricerca: è Google il Grande Fratello? «Per niente e non lo vogliamo nemmeno diventare. Noi siamo un mezzo neutrale che altri riempiono di contenuti. Se fossimo obbligati ad esercitare un controllo su ciò che ospitiamo allora sì che ci sarebbe il rischio: non potrebbero più esistere le piattaforme che conosciamo oggi, dai motori di ricerca ai social network; dalla condivisione di foto a quella di musica».

L’uomo che sovrintende miliardi di informazioni tra Europa, Africa e Medioriente e contribuisce sostanziosamente al business della multinazionale americana (21 miliardi di dollari all’anno), si chiama Matt Sucherman, ha 44 anni, un pullover informale e di solito non ama rilasciare interviste. Ma la questione messa sul tavolo del processo che si sta svolgendo a Milano sulle presunte responsabilità di Google in merito ai contenuti veicolati dalle sue piattaforme Internet è di quelle che, secondo Sucherman, possono cambiare il futuro della società. «Tutta questa vicenda potrebbe porre in crisi Internet come lo conosciamo.

E’ in gioco - dice Sucherman - la libertà di espressione. La questione è davvero seria: si tratta di un problema di bilanciamento tra l’apertura della rete e la lotta contro i fenomeni di abuso. E mi sembra riduttivo che tutto ciò venga messo in discussione in un tribunale penale anziché in un contesto legislativo con la partecipazione di tutti i soggetti interessati».

I magistrati ovviamente non la pensano allo stesso modo: «La libertà d’iniziativa economica - hanno sostenuto nella loro requisitoria - non può svolgersi in modo da recare danno alla dignità umana». Soprattutto quando la vittima, come nel caso a processo, è un ragazzino disabile finito in un video postato dai compagni di scuola e cliccato 5.500 volte come «video più divertente». «Anch’io ho dei figli e capisco benissimo cosa possa aver provato il padre di quel ragazzo. Noi non vogliamo difendere l’esistenza di quel video da cui, sottolineo, non abbiamo ricevuto alcun guadagno.

Non a caso collaboriamo stabilmente con la Polizia postale proprio per arginare questi fenomeni di bullismo e violenza. Non c’è dubbio che il fatto che Internet sia un sistema aperto consente a qualcuno di abusarne. La maggior parte della gente però, non lo fa. Il problema comunque esiste e noi siamo d’accordo con i pm su questo; differiamo dalla soluzione».

Il denaro

Certo quando da un’attività come questa si ricavano poi 21 miliardi di dollari, è un po’ difficile dichiararsi «neutrali». Il guadagno implica responsabilità. «Naturalmente, anche se riteniamo di essere solo un puro mezzo tecnologico e non degli editori, noi abbiamo delle responsabilità. La questione è come definirle. Le regole di Internet non possono essere le stesse di un qualsiasi mezzo di comunicazione. Il punto è: vogliamo che i server provider siano considerati responsabili a livello di rimozione preventiva?»

In nome del business, in Cina avete accettato che lo fosse. «È vero, anche se aver deciso di fare business in Cina rimane per noi una questione controversa. Queste sono le loro regole. Ma siamo sicuri di volere anche in Italia norme che ci obblighino a monitorare un certo tipo di contenuti? Ammesso che tutto ciò funzioni davvero. Allora io dico: mettiamoci intorno a un tavolo con il governo italiano e se questi decide di adottare il modello cinese, faremo come ci ordinano». Ma quanto costerebbe adottare dei filtri di controllo?

«Non è questione di spesa. Ammesso e non concesso che sia possibile creare un sistema intelligente di filtro, questo porterebbe a una società del controllo. Prendiamo la parola “Ass”: può essere una parolaccia oppure sinonimo di asino in inglese. Come fa un software a stabilire quando è appropriata? Oppure l’immagine di un seno: può essere in un contesto medico scientifico oppure in uno pornografico?».

Meredith, reazioni opposte in Usa e Gb

Corriere della Sera

La stampa statunitense non lesina critiche alla giustizia italiana, quella inglese accoglie con favore il verdetto



MILANO - Grande risalto sui giornali e i media di tutto il mondo alla sentenza del tribunale di Perugia che ha condannato Amanda Knox e Raffaele Sollecito per il delitto di Meredith Kercher. La notizia è in prima pagina praticamente ovunque e persino Al Jazeera, la tv satellitare araba, ha aperto con una foto della ragazza tra due poliziotti italiani. I grandi network internazionali (Cnn, Bbc, SkyNews, ABCNews) scelgono tutti di aprire con il titolo a tutta pagina e le foto della ragazza. Nonostante la sentenza sia arrivata dopo la mezzanotte i quotidiani internazionali (da Times a El Mundo, passando per il New York Times e il Washington Post) hanno immediatamente aggiornato i siti, pubblicando dettagliati reportage che, oltre a ricordare l'effererato assassinio, raccontano la reazione dei due giovani alla sentenza.

STATI UNITI - Reazioni opposte sulle due sponde dell’Atlantico. La stampa statunitense non lesina critiche alla giustizia italiana, quella inglese invece accoglie con favore il verdetto, concentrando la sua attenzione sulla studentessa americana. «Una giuria italiana condanna per omicidio la studentessa statunitense» titola il New York Times, ma il verdetto «non sembra dare risposta alla molte domande su cosa successe la notte del 2 novembre 2007». «Knox condannata a 26 anni di carcere in Italia» è il titolo del Washington Post, che riporta il comunicato della famiglia della studentessa:

«Ci sembra chiaro che gli attacchi contro Amanda su gran parte dei mezzi di comunicazione ha avuto un’influenza significativa sui giudici e sui giurati e che ha apparentemente oscurato la mancanza di prove»; inoltre, nota il quotidiano, la giuria non è rimasta isolata durante il processo (come accade negli Stati Uniti). Il Seattle Times (città dei Knox) riporta infine come durante gli ultimi giorni del processo i giornali italiani abbiano pubblicato numerosi articoli che riportavano le reazioni dei media statunitensi, sottolineando come i giornali d’oltreoceano spesso presentassero Amanda come una vittima delle circostanze e del sistema giudiziario italiano.

GRAN BRETAGNA - La stampa britannica, al di là della cronaca, dedica molto spazio alla figura di Amanda: «Un demonio o l’Amélie di Seattle: i due volti di Amanda Knox», titola il Guardian, secondo il quale la studentessa è rimasta «un enigma fino alla fine», la «figlia della West Coast, con il suo ethos dell’essere se stessi così differente da quello della provincia italiana, dove l’enfasi viene posta sulla "figura" (in italiano, ndr), l’apparenza». «L’accusa l’ha chiamata un demonio: i giurati le hanno creduto», scrive l’Independent, mentre il Times elogia un verdetto che «dà ragione al procuratore che ha pensato l’impensabile» e sottolinea come gli osservatori statunitensi abbiano percepito il sistema giudiziario italiano come «alieno» e condannato i tabloid britannici per «sensazionalismo». Infine il Daily Telegraph parla di Amanda come «l'ex timida scolaretta di un collegio di gesuiti».


05 dicembre 2009

Omicidio Meredith, Amanda Knox e Raffaele Sollecito giudicati colpevoli

Corriere della Sera

Condannati: 26 anni alla ragazza americana e 25 al fidanzato italiano


PERUGIA- «Colpevoli». Ventisei anni di reclusione per Amanda Knox, 25 per Raffaele Sollecito. La ragazza americana è stata condannata anche per il reato di calunnia nei confronti di Patrick Lumumba. Per questo reato dovrà risarcire il musicista congolese con 40 mila euro. Il risarcimento per la proprietaria della casa di via della Pergola è stato fissato in 25 mila euro.

Questa la sentenza emessa dalla Corte d'assise di Perugia (audio) per i due giovani accusati dell'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher. I due imputati hanno evitato l'ergastolo, che era stato chiesto dai pubblici ministeri, perché la corte ha ritenuto di escludere le aggravanti contestate e di concedere le attenuanti generiche.

I reati, inoltre, sono stati dichiarati unificati dal vincolo della continuazione e da quello di violenza sessuale assorbito nel reato di omicidio volontario. Amanda Knox e Raffaele Sollecito, inoltre, sono stati condannati al pagamento delle spese processuale, interdetti per sempre dai pubblici uffici. E dovranno, inoltre, risarcire i famigliari di Meredith.

REAZIONI - «Combatteremo fino all'ultimo, non è finita qua». Cassandra, la compagna di Curt Knox, il padre di Amanda, parla dopo la lettura del verdetto andato in onda in diretta sulle tv All News americane. Invece, Mara, la compagna del padre di Sollecito, ha detto tra le lacrime, riferendosi ai giudici, «non hanno fatto fino in fondo il loro dovere. Dovevano assolverlo, Raffaele è innocente». La donna, quando Raffaele è stato portato via dall'aula ha urlato «forza Raffaele» prima di scoppiare in un pianto a dirotto. Visibilmente contrariati anche gli avvocati delle due difese, con Luciano Ghirga, che ha difeso Amanda, abbracciato alla giovane di Seattle prima che gli agenti della polizia penitenziaria la portasse via.

IL GIORNO DELLA VERITÀ - Per Amanda, l'Amelie di Seattle, come l'ha definita il suo avvocato Giulia Bongiorno, e Raffaele Sollecito, lo studente d'informatica laureatosi ingegnere in prigione, è arrivato il giorno della verità, dopo due anni di carcere e 11 mesi di udienze. E la verità è stata dura. Amanda e Raffaele non sono, secondo la corte d'Assise, i ragazzi acqua e sapone al loro primo amore, travolti da uno «tzunami mediatico» e da un'accusa pesantissima ma «incompiuta», perché «senza movente e senza riscontri certi». Al contrario, la corte d'Assise, entrata venerdì mattina in camera di consiglio ed uscita dopo mezzanotte, ha affermando che sono stati loro ad aver ucciso il 2 novembre di due anni fa la studentessa inglese Meredith Kercher. Assieme a Rudy Guede, l'ivoriano che ha scelto il rito abbreviato e che è già stato condannato a 30 anni di carcere.

LA DECISIONE - Per la giuria popolare non era una decisione facile: condannare due ragazzi di 25 e 22 anni all'ergastolo sarebbe stato distruggere per sempre la loro vita; assolverli avrebbe significato sconfessare non solo l'intera inchiesta ma anche i giudici che prima di loro si sono espressi. Ed è arrivata una condanna a metà. E sono proprio le sentenze precedenti uno degli aspetti su cui ha puntato la procura di Perugia per sostenere la colpevolezza dei due, rivendicando le «plurime e costanti conferme» avute dai tribunali. Assieme alle prove scientifiche «inconfutabili», che collocano i due ex fidanzatini nell' appartamento di via della Pergola la sera in cui Meredith fu uccisa: il Dna di Amanda e di Mez sulle macchie di sangue repertate nel bagno, il profilo genetico della studentessa di Seattle assieme a quello di Mez su un coltello da cucina trovato dagli investigatori nella casa di Raffaele Sollecito, il Dna dello studente barese sul gancetto del reggiseno di Meredith.

LA VICENDA - La corte ha dunque giudicato valida la dinamica dell'omicidio ricostruita dai pm Giuliano Mignini e Manuela Comodi. Quella sera i tre arrivarono a casa in via della Pergola, dove c'era già la giovane inglese. «Non sappiamo con certezza che intenzioni avessero - aveva detto Mignini nella sua accusa - ma è possibile che ci sia stata una discussione, poi degenerata, tra Mez e Amanda per i soldi scomparsi. O forse la studentessa inglese era contrariata per la presenza di Guede». Fatto sta che «la Knox, Sollecito e l'ivoriano, sotto l'influsso degli stupefacenti e forse dell'alcol, decidono comunque di porre in atto il progetto di coinvolgere Mez in un pesante gioco sessuale». Un'aggressione con un «crescendo incontrollato, inarrestabile di violenza e gioco sessuale» che termina con la morte della ragazza. A sferrare la coltellata mortale, secondo la procura, è Amanda, che «voleva vendicarsi di quella smorfiosa troppo seria e morigerata per i suoi gusti», mentre Raffaele la tiene ferma. È, invece, Rudy a violentarla. «Mez è stata uccisa in maniera impressionante da tre furie scatenate» avevano ribadito i pm. Parole, e prove, che le difese dei due imputati hanno tentato di smontare nel corso di 11 mesi. Senza riuscirvi.


05 dicembre 2009