venerdì 4 dicembre 2009

Il traditore Fini lascia orfana la destra del Pdl

di Marcello Veneziani



Finì. Il sostantivo, rivelatosi senza sostanza, mutò in verbo. Finì il leader della destra italiana, l’alleato di Berlusconi e forse il suo più popolare successore, finì il patto con lui. Non ripeterò le cose che ha già scritto il Giornale e che ha già detto il popolo dei lettori e degli elettori. Sono cose che condivido e che non devo ripetere, avendole scritte già da qualche anno, quando quasi nessuno le diceva. Non mi pare il caso di ribadire l’abissale differenza tra il leader Berlusconi e lo speaker Fini. E non mi piace celebrare i divorzi, esaltarmi per le mattanze o invocare la chiusura rapida del rapporto tra lui e il Popolo della libertà.

Le separazioni non si festeggiano. Sono atti dolorosi ma a volte necessari. Vorrei fare un passo in più e dire un’altra cosa: ora ci vuole qualcuno che rappresenti quel mondo di persone, di comunità, di valori, di sensibilità, di mentalità che un tempo si chiamava destra. Qualcuno che all’interno del Popolo della libertà - riconoscendo la leadership di Berlusconi come pienamente legittima, condivisa ed evidente, una leadership nei fatti, non ideologica - rappresenti autorevolmente all’interno di questo vasto mondo l’accentuazione di temi, ragioni e passioni che attengono ad una parte rilevante del centro-destra.

Lo dico per tre ragioni. La prima è che si tratta di dare una voce, una rappresentanza, un peso a un mondo che non può restare sottinteso e sottotraccia. L’importanza dell’identità nazionale, la difesa della nostra civiltà cristiana ed europea, il senso dello Stato e dello spirito pubblico, la memoria storica del nostro paese e la capacità di giudizio del nostro passato non succube delle vulgate culturali dominanti, il senso religioso ma non clericale, il primato della famiglia, la rivoluzione meritocratica e la preferenza comunitaria.

Tutto questo è perfettamente compreso dentro il popolo della libertà, pienamente inserito nel suo orizzonte; ma insieme a una visione liberale e liberista, laica e transnazionale, garantista e plurale. Il popolo della libertà ha ereditato anche i versanti del craxismo, della dc più moderata, dei laici, liberali e repubblicani, è un mondo composito, che nel suo complesso, si riconosce tutto nel leader Berlusconi. Ma è necessario che sia visibile e audace quella componente di un vero e moderno conservatorismo, che Fini ha disatteso e tradito. Perché i tradimenti di Fini, lo sapete bene, sono due, o forse ventidue.

Uno, vistoso, è nei confronti di Berlusconi, del governo e dell’alleanza con lui. Ma l’altro, sostanzioso, è rispetto a ogni tipo di destra. Non solo quella classica, non solo quella missina, non solo quella conservatrice e tradizionalista, ma anche quella che difende i valori religiosi e nazionali, e parlo di destre europee in corso, come quella di Sarkozy che affrontò la sua battaglia politica ed elettorale partendo dall’idea di rovesciare il ’68 ancora vivo nelle viscere francesi.

O anche inglese, tedesca, spagnola. Non può gemellarsi con Aznar e poi assumere posizioni più vicine a Zapatero che ad Alianza popular. Smettetela voi del fan club di Fini, e mi riferisco soprattutto alla stampa, perché Fini è l’unico che abbia finora unito Corriere della sera, Repubblica, ma anche Stampa e Sole-24 ore, di definire quella di Fini «la destra moderna». Giudicatela come volete, ma quella di Fini non si può definire in quel modo. È altra roba, che può piacere a gente che proviene dal mondo radical, forse liberal, comunque più di sinistra. Un piacere che non muta in consenso. E in democrazia non si può fare politica prescindendo dal consenso dei popoli e dagli orientamenti culturali nella vita reale del paese.

Seconda ragione. In politica non esistono i vuoti e non si può pensare di amputare il Popolo della libertà senza pensare a niente e nessuno che possa colmare quell’arto fantasma ma reale, profondo e diffuso. Berlusconi non può colmare tutti gli spazi e le altrui carenze, caricarsi di tutte le defezioni; perfino gli imperi prevedevano al loro interno diversità e costellazioni, seppure armoniose, e così duravano nel tempo e sopravvivevano a tutto e a tutti. Ogni perdita deve essere bilanciata da una conquista, ogni defaillance da un rilancio. I vuoti sono pericolosi ed è necessario anche a Berlusconi che qualcuno bilanci la presenza forte della Lega.

E qui sorge la terza ragione. È necessario rifondare e rinnovare una componente comunitaria e nazionale dentro il Popolo della libertà anche per tutelare il bipolarismo. Cresce l’idea, che personalmente coltivo da lungo tempo, che oggi la garanzia del bipolarismo sia la presenza di Berlusconi, perché le due coalizioni in campo sono in suo nome, pro e contro di lui. E ci sono partiti, come quello dipietrista, che perderebbero la loro ragion d’essere senza di lui.

La manifestazione del 5, che il mio salumiere chiama il No-bidè (No B. day), ne è una prova ulteriore. Perché il nostro paese riesce a reggere il bipolarismo, ma non il bipartitismo assoluto, e Bossi e Di Pietro lo confermano. Ma se si vuole tutelare il bipolarismo occorre far crescere le diversità dentro e non fuori del bipolarismo. Renderle compatibili, sinergiche, leali. Il contrario di quel che hanno fatto Gianfrego e Pierfrego, per intenderci, per riferirci appunto a Fini e Casini. È necessario trovare qualcuno che sieda degnamente alla destra del padre.

La Fiat richiama 500 mila Grande Punto "Controlli allo sterzo"

Quotidianonet





E’ quanto riporta il sito online dell’Espresso. Il settimanale parla di una “debolezza strutturale” di cui si sono accorti i greci qualche giorno fa. 



Ecco i numeri di matricola interessati

Roma, 4 dicembre 2009

La Fiat sta organizzando una delle più grandi campagne di ‘richiamo’ della sua storia per effettuare verifiche sul piantone dello sterzo su 500mila auto fabbricate nel 2008 e nel 2009, vendute metà in Italia e metà nel resto d’Europa. E’ quanto riporta il sito online dell’Espresso.

Il settimanale parla di una “debolezza strutturale” di cui si sono accorti i greci qualche giorno fa. Da Atene è partita una comunicazione al Rapex, il sistema di allerta rapido messo in piedi dalla commissione europea per i prodotti pericolosi. In mezzo ai soliti prodotti cinesi, tra giocattoli che perdono pezzi e apparecchi elettrici che causano scosse, nel penultimo ultimo bollettino (pubblicato il 27 novembre) spunta a sorpresa la Fiat Grande Punto e la Grande Punto Abarth.

“Il prodotto presenta rischi di danni perché un possibile scorretto avvitamento detta vite superiore che fissa il piantone dello sterzo - si legge - potrebbe causare la rottura dello sterzo con conseguente perdita di controllo del volante, che a su volta potrebbe causare un incidente”.

Le macchine da richiamare vanno dal numero di matricola 24267 al 412774, e dal numero 1112419 al 1392261. Dal Lingotto ammettono l’esistenza della campagna: “Sono circa cinquecentomila le Punto da controllare - spiega Franco Sodano, dell’ufficio stampa - per fortuna non ci sono stati ancora incidenti. L’eventuale riparazione sarà a nostro carico”.

Bergamo, amatore troppo focoso: si 'frattura' il pene durante un rapporto

Quotidianonet

L'uomo è passato dal letto di casa a quello del pronto soccorso. Al Giornale di Treviglio racconta: "Stavamo terminando, quando all’improvviso ho sentito un 'crack' e un dolore fortissimo"

Bergamo, 4 dicembre 2009

Brutta disavventura, domenica scorsa, per un 40enne della Bergamasca, che è passato dal letto di casa a quello del pronto soccorso. L'uomo era andato al cinema con un'amica, dopodichè avevano raggiunto il suo appartamento. A quanto pare però l'incontro è stato particolarmente focoso, tanto alla fine ha riportato la cosiddetta sindrome della "frattura del pene". Quasi sul più bello, insomma, l'imprevisto.

"Non avevamo fatto niente di strano - spiega il 40enne al Giornale di Treviglio, che riporta la notizia -. Era un rapporto normalissimo che stavamo terminando, quando all’improvviso ho sentito un 'crack' e un dolore fortissimo". E il suo organo genitale si è gonfiato a dismisura, diventando nero in pochi secondi. "Poi è cominciata l’emorragia - continua l'uomo -. Io non capivo niente, pensavo di morire, mentre lei era sotto shock". A salvare la situazione è stata proprio la donna, che ha chiamato immediatamente il 118 e, in attesa dell'ambulanza, ha applicato impacchi di ghiaccio alla "ferita".

L'uomo è stato trasportato d’urgenza al Pronto soccorso, dove gli è stata fatta la diagnosi. "Mi hanno detto - spiega - che si era spaccato uno dei corpi cavernosi e si era rotta anche l’uretra". Medicato, il 40enne è stato trasferito nel reparto di Urologia, dove i medici l'hanno operato. Tutto a posto: "La lettera di dimissioni consiglia di non praticare il sesso per 35 giorni - conclude - ma non credo che riuscirò a rispettare la prescrizione medica...".

Marocchino suicida: il padre lo minacciava perchè aveva deciso di diventare cattolico

Quotidianonet


Civitavecchia, il giovane, 22 anni, aveva già tentato per due volte di togliersi la vita. Gli amici riferiscono che la sua vita era diventata un inferno da quando aveva comunicato ai familiari l'intenzione di lasciare la religione musulmana per quella cristiana


Civitavecchia, 4 dicembre 2009

Un marocchino di 22 anni e' stato trovato impiccato nel porto di Civitavecchia. Secondo gli amici, il giovane aveva subito forti pressioni e minacce dalla propria famiglia perchè voleva convertisi al cattolicesimo.

Oltre ad accertare eventuali omissioni nel comportamento dei medici (recentemente era stato ricoverato nel reparto psichiatrico del San Paolo) gli inquirenti stanno verificando se corrisponde alla verita' quanto riferito da alcuni suoi amici.

Il giovane, fino a qualche tempo fa ben inserito a Civitavecchia dove faceva parte anche della protezione civile, aveva già tentato una prima volta di uccidersi gettandosi in mare, ma era stato salvato dal coraggioso intervento di una pattuglia dei carabinieri e di alcuni militari della Capitaneria di Porto.

Trasportato al pronto soccorso dell'ospedale San Paolo, aveva rifiutato il ricovero. Non solo, una settimana fa, era salito su uno dei pali dell'illuminazione dello stadio di Santa Marinella, da dove aveva minacciato di buttarsi.

Sciolse in acido ossa umane Ora Spatuzza va a deporre

Quotidianonet

Torino, oggi in tribunale il pentito che ha legato i nomi di Dell'Utri e del premier alle stragi mafiose del '93. Debutto pubblico di 'u Tignusu: i pm cercano conferme alla sua attendibilità


TORINO, 4 dicembre 2009


C’È CHI LO RICORDA con un panino in una mano e un mestolo nell’altra mentre scioglie nell’acido ossa umane. Ma quello è il passato. Oggi che Gaspare Spatuzza parla con Dio e sugli uomini si limita a puntare solo l’indice, fa ancora più paura. Stamattina, per esempio, potrebbe lanciare una bomba in grado di ridisegnare per sempre il nebuloso risiko di politica e mafia.

LO HA GIÀ FATTO una decina di giorni fa davanti ai magistrati di Firenze spiegando quanto è curioso il mondo: qui c’è lui sulla via dello spirito con il Cielo da guadagnare e più niente da perdere; là ci sono Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, indicati come nuovi referenti di Cosa Nostra. I giudici di Palermo che speravano di chiudere entro la fine dell’anno il processo in appello contro Dell’Utri (condannato a 9 anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa) vogliono sentirsi ripetere il racconto parola per parola prima di arrivare a sentenza.

E per il debutto pubblico di Spatuzza “u Tignusu”, il pentito che studia teologia e vuole cacciare il male, hanno preferito una trasferta di sicurezza. Se la procura fiorentina giudica attendibili le dichiarazioni racchiuse in migliaia di pagine di verbale e chiede il regime di protezione definitiva per l’ex capo mandamento palermitano, è Torino a dover gestire la sua presenza ingombrante. Ad attendere il testimone ci saranno stamattina duecento giornalisti arrivati da tutta Europa e un palazzo di Giustizia che porta il nome di una vittima della mafia (il procuratore capo Bruno Caccia), super blindato per scongiurare ogni paranoia.

Torino ha dimostrato di saperci fare con i grandi eventi giudiziari: dal processo Cogne a quello contro i vertici della Thyssen a quello per le vittime dell’Eternit che ha il record continentale di parti civili. La maxi aula è la numero uno, sotterranea. Ma si tratta semplicemente delle cornice di una storia che va oltre la via su cui sorge il Palazzo, intitolata a Falcone e Borsellino. La corte palermitana presieduta da Claudio dall’Acqua vuole verificare a porte aperte l’attendibilità del pentito che ha accusato Berlusconi e Dell’Utri di essere i «referenti» della seconda «trattativa» tra Stato e mafia, dove il «colpo di grazia» avrebbe dovuto essere nel gennaio ‘94 l’attentato allo stadio Olimpico di Roma per uccidere «almeno 100 carabinieri» (fallito per «problemi tecnici»).

Spatuzza ha elencato luoghi, tempi e incontri con i fratelli Filippo e Guseppe Graviano, i boss del quartiere Brancaccio che dopo l’arresto di Riina e del cognato Bagarella continuarono a seminare bombe. Oggi ha 45 anni, era poco più che ventenne quando cominciò la carriera. Indicava ai sicari il momento perfetti per colpire, ci prese talmente gusto da diventare uno dei killer più spietati e affidabili dei potenti Graviano brothers, con almeno dieci omicidi attribuiti. Il 15 settembre del ’93 fu lui, rampante ventinovenne, a capeggiare il commando che assassinò il parrocco-coraggio di Brancaccio don Pino Pugliesi.

Lo arrestarono 4 anni dopo mentre da latitante andava a un summit mafioso in ospedale, e non perse l’occasione di fare fuoco sugli agenti. Solo il carcere pare sia riuscito a domarlo. Radicale conversione, pentimento sotto la spinta urgente delle sacre scritture, sei esami di teologia superati, fitta corrispondenza con le gerarchie ecclesiastiche.

E SOPRATTUTTO circostanziate confessioni ai magistrati in cui si autoaccusa di aver rubato la 126 che servì da auto bomba nella strage Borsellino, o svela il ruolo chiave dei Graviano nella strategia degli attentati del ’93 a Roma, Milano e Firenze. Spatuzza e il suo passato debuttano oggi pubblicamente a Torino. Si riaccenderanno così i riflettori sul «paesano nostro» Dell’Utri e sul capo del Governo, cose già dette a Firenze a marzo, maggio, giugno, luglio. Non sono parole al vento ha precisato quella Procura, che però continua a smentire categoricamente la presenza di indagati eccellenti. Il senatore dell’Utri ha già avuto modo di ironizzare sul presunto patto con la mafia svelato dal pentito: «Le minchiate di Spatuzza vengono prese sul serio e si spendono soldi per giudici e indagini».



di VIVIANA PONCHIA

Mediaset: nasce agenzia di informazione interna, i giornalisti in agitazione

Corriere della sera

Il cdr: «Parte lo smantellamento di Tg4 e Studio Aperto e l'assorbimento di Tgcom nella nuova testata»

MILANO - Duro confronto sindacale in casa Mediaset. L'azienda televisiva controllata dalla famiglia Berlusconi, ha infatti annunciato, in un incontro con i comitati di redazione nella serata di giovedì, la nascita di «una agenzia di informazione» interna. Lo si apprende da una nota diffusa dall'assemblea dei comitati di redazione che ha «espresso forte preoccupazione» e proclamato lo stato di agitazione.

RICOLLOCAMENTO - La nuova iniziativa sarebbe inserita, secondo quanto rende noto il Comitato di redazione di Mediaset, nell'ambito di «un processo di ricollocazione di gran parte dei giornalisti» e porterebbe «allo smantellamento di Tg4 e Studio Aperto e all'assorbimento di Tgcom nella nuova testata». L'assemblea dei comitati di redazione chiede all'azienda «maggior chiarezza e un confronto serrato» sottolineando la necessità del sostegno della Fnsi «nella difficile vertenza che si va ad aprire». L'assemblea pone sul tavolo anche il tema del «contratto integrativo scaduto da un anno» e «ritiene preliminare e necessaria l'apertura del tavolo delle trattative per il rinnovo dello stesso prima della nascita dell'agenzia».


04 dicembre 2009

Cucchi, il pestaggio fu segnalato alla procura già il 16 ottobre»

Corriere della sera

Lo sostiene il segretario del sindacato agenti penitenziari:

ROMA - La Procura di Roma aveva ricevuto una segnalazione sul presunto pestaggio di Stefano Cucchi già il 16 ottobre, il giorno della traduzione del 31enne romano, morto il 22 ottobre, da Piazzale Clodio a Regina Coeli. Lo ha detto al Giornale Radio Rai Donato Capece, segretario del Sappe, sindacato degli agenti penitenziari.

«PUGILATO» - «Il 16, durante la traduzione da piazzale Clodio a Regina Coeli, l'ispettore alla guida della scorta che era nel furgone assieme a cinque detenuti, Cucchi e gli altri, tra cui il detenuto africano, ha sentito questo chiacchiericcio che era in atto, tra Cucchi e gli altri. Stefano Cucchi veniva deriso proprio perchè presentava tumefazioni, lesioni. Sembrerebbe che Cucchi, durante questo percorso, abbia detto: durante la notte ho il fatto il sacco, ho fatto il pugilato». L'ispettore della scorta ha riferito quanto sentito durante il percorso all'ispettore capo, A.L.R. che lo stesso giorno, il 16 ottobre, ha chiesto e ottenuto di essere ascoltato dal pm. Il Giornale Radio Rai ha avuto conferma dallo stesso ispettore A.L.R. della segnalazione fatta il 16 ottobre alla magistratura.


04 dicembre 2009

Marito chiuso in cantina e amanti in casa Moglie indagata per maltrattamenti

Corriere della sera

La donna, 44 anni, picchiava il coniuge e gli negava pure i pasti.
Vietato anche l'accesso al conto corrente 


VERONA - Picchiava il marito, lo chiudeva in cantina lasciandolo anche senza mangiare e riceveva gli amanti. Maltrattamenti in famiglia, ma a parti rovesciate a Bussolengo, nel Veronese, dove una donna ha fatto passare cinque anni di inferno al marito. Dopo l’ennesima angheria, l’uomo si è deciso a denunciare la moglie, che adesso è indagata e in attesa di una perizia psichiatrica.

Lei è una donna di 44 anni che secondo l’accusa dominava completamente il marito, al quale era precluso anche l’accesso al conto corrente. Il rapporto di coppia avrebbe cominciato a deteriorarsi cinque anni fa con le prime liti, passate rapidamente dalle parole ai fatti: secondo l’accusa, infatti, la donna avrebbe cominciato a picchiare il marito con calci e pugni e se osava ribellarsi lo richiudeva in cantina negandogli anche pranzo e cena.

Fino all’ultima aggressione con un manico di coltello, da cui il marito è uscito con ematomi ed escoriazioni. Gli inquirenti avrebbero poi scoperto che la donna era arrivata a imporre al marito la presenza di altri uomini, suoi amanti. Ora è indagata per maltrattamenti, ma il Gip Laura Donati ha disposto la perizia psichiatrica per accertare se la donna è capace di intendere e volere.


04 dicembre 2009

Donna Assunta a Fini "Lascia Pdl e riapri An" Storace: "Lui era in delirio per Le Pen"

Quotidianonet

La vedova del padre del Msi: "Ha sbagliato a cancellare l'identità del suo partito. Si scordi la successione a Berlusconi". Il segretario de La Destra: "Il suo vero talento? E' bravissimo a galleggiare. O recitava da leader del Msi o recita adesso"

Roma, 4 dicembre 2009

Fini sempre più sotto tiro. Come se non bastasse la guerra con Berlusconi e il Pdl che lo considera un "traditore", un "rinnegato", "uno pronto per fare il vice di Di Pietro" (questi sono alcuni degli apprezzamenti più carini rivolti dai militanti berlusconiani alla terza carica dello Stato, sul sito del partito) ora il presidente della Camera deve fronteggiare la rivolta degli ex missini. O dei punti di riferimento degli ex missini, come Assunta Almirante, vedova di Giorgio, padre del Movimento Sociale Italiano. "Quella di Fini 'non e' un'evoluzione politica.

Sono due identita' diverse'' e Fini ''come non doveva cancellare l'Msi non doveva cancellare An'', ma allearsi con Berlusconi ''mantenendo la sua identita''. Ora, ''invece di uscirne in modo elegante, dicendo 'e' meglio separarci', si e' messo in un angolo e fa chiasso inutile''.

Donna Assunta, in un'intervista al Mattino, racconta che a casa sua c'e' ''un inferno'', ''una processione di missini che vengono o chiamano per dirmi che non vogliono nemmeno sentire nominare'' Fini. Assunta Almirante consiglia al presidente della Camera, ''se non sta bene con Berlusconi'', di ''tornare a via della Scrofa 39, al suo partito''. Osserva inoltre: ''Io lo conosco: da sempre non contento e inquieto, ovunque va ha sempre da lamentarsi. Ma questa prosopopea, questa critica continua, queste accuse sono una novità''. Se l'obiettivo di Fini fosse la successione a Berlusconi, ''se lo puo' scordare'', afferma la vedova del leader dell'Msi. ''E chi vota per lui - si chiede -? Quelli di Forza Italia? La sinistra? Nessuno, nemmeno i missini''.

Rincara la dose anche Francesco Storace, segretario de La Destra, amico, ex portavoce di Fini, in un'intervista rilasciata al Corriere della Sera. Storace dixit: «Fini? O recitava in quel periodo, da leader del Msi, o recita adesso. Sa qual è il suo vero talento? È bravissimo a galleggiare. E se ne infischia di ogni contraddizione. Vado a memoria e ho un flash: 2002, presidenziali francesi. Arriva la notizia che Le Pen, gran capo della destra francese accusato di xenofobia, va al ballottaggio con Chirac. Io leggo l'agenzia e telefono subito a Fini».

E lui? «Felice. Anzi, no: tra l'eccitato e l'entusiasta». Magari... «Magari che? Vogliamo parlare dei manifesti di An con le impronte digitali, per sensibilizzare, diciamo così, l'opinione pubblica sul fenomeno dell'immigrazione? Chi era il segretario? Fini, dall'inizio, appena arrivato a Roma da Bologna, è sempre stato iscritto al partito dei dirigenti, non a quello dei militanti». Avrà avuto più talento. «O meno fegato».

Lei resta severo. «Senta: io non sono severo, casomai sono basito...». Non sia ironico, si spieghi. «Leggo che Fini si lamenta perché, secondo lui, nel Pdl non si discute abbastanza».Esatto. «E lui, allora? Quand'era il nostro grande capo? Sa come funzionavano le assemblee? La relazione di Fini, due sbadigli e poi tutti a casa... Non solo: lui va in tivù, lo pizzicano con il 'fuori onda' che sappiamo, e deve sembrarci tutto normale. Ma quando un cronista del Tempo origliò alcuni discorsi critici di La Russa, Matteoli e Gasparri, lui s'infuriò al punto di decapitare l'intero partito...».

Feltri ci ripensa: Boffo va ammirato

Corriere della Sera

Il direttore del Giornale: la verità è che non è implicato in vicende omosessuali.
La Cei: «Ammissioni tardive»


MILANO «Boffo ha saputo aspettare, nonostante tutto quello che è stato detto e scritto, tenendo un atteggiamento sobrio e dignitoso che non può che suscitare ammirazione». Lo dice Vittorio Feltri, rispondendo oggi su Il Giornale, il quotidiano da lui diretto, a una lettrice che gli chiede «perchè una cosa così piccola sia diventata tanto grande al punto da procurare un fracasso mediatico superiore a quanto meritasse. Lei che ha accesso la miccia che ne dice a distanza di tre mesi?».

«NON E' IMPLICATO» - Dal fascicolo sottolinea Feltri «non risulta implicato in vicende omosessuali, tanto meno si parla di omosessuale attenzionato. Questa è la verità. Oggi Boffo sarebbe ancora al vertice di Avvenire». «Personalmente - spiega Feltri - non mi sarei occupato di Dino Boffo, giornalista prestigioso e apprezzato, se non mi fosse stata consegnata da un informatore attendibile, direi insospettabile, la fotocopia del casellario giudiziario che recava la condanna del direttore a una contravvenzione per molestie telefoniche. Insieme, un secondo documento (una nota) che riassumeva le motivazioni della condanna. La ricostruzione dei fatti descritti nella nota, oggi posso dire, non corrisponde al contenuto degli atti processuali».

FUOCHI D'ARTIFICIO - Il direttore de Il Giornale sottolinea poi che all'epoca, «un periodo di fuochi d'artificio sui presunti eccessi amorosi di Berlusconi», venne giudicato interessante il caso Boffo «per cercare di dimostrare che tutti noi faremmo meglio a non speculare sul privato degli altri, perchè anche il nostro, se scandagliato, non risulta mai perfetto. Poteva finire qui». La cosa, «forse, sarebbe rimasta piccina - continua Feltri - se Boffo, nel mezzo delle polemiche (facile a dirsi, adesso) invece di segretare il fascicolo, lo avesse reso pubblico, consentendo di verificare attraverso le carte che si trattava di una bagatella e non di uno scandalo». La vicenda

«SCUSE TARDIVE» - Domenico Pompili, il portavoce della Cei, la conferenza episcopale italiana che è l'editore di Avvenire, replica all'intervento di Feltri spiegando che «l’articolo di oggi conferma il valore della persona del dottor Boffo che, ancora prima delle tardive ammissioni di Feltri, si è volontariamente fatto da parte per non coinvolgere la Chiesa, che ha peraltro servito da sempre con intelligenza e passione».

L'Avvenire ha invece deciso di aprire il proprio sito web con la notizia del «ripensamento» (il verbo è quello scelto dal quotidiano di piazza Carbonari) di feltri dopo quella che è ancora considerata un'«aggressione». Il quotidiano riporta anche le dichiarazioni del nuovo direttore, Marco Tarquinio, secondo cui quella di Feltri è «una retromarcia clamorosa e importante». «Dicemmo all'inizio della vicenda - ha proseguito - che con un galantuomo come Boffo il tempo sarebbe stato galantuomo.

Questa volta abbiamo dovuto aspettare meno del consueto. Le scuse pubbliche pubblicate sulla prima pagina del Giornale, tuttavia non riparano completamente ai danni subiti non solo da Boffo ma anche da un metodo di informazione corretta fondata sui fatti, e non cancella le responsabilità di chi conduce battaglie mediatiche con mezzi tutt'altro che limpidi».


04 dicembre 2009

Negato l’ingresso in Inghilterra a uno dei figli di Bin Laden

Il SecoloXIX


Omar bin Laden, 28 anni, quarto figlio dell’uomo più ricercato del mondo, non potrà stabilirsi nel Regno Unito assieme alla cittadina britannica con cui si è sposato in Arabia Saudita e con la quale avrebbe voluto convolare a nozze anche davanti a un ufficiale dello stato civile inglese.

Lo ha stabilito oggi un tribunale per l’immigrazione respingendo un ricorso presentato da Bin Laden jr. contro una decisione adottata lo scorso anno dalle autorità britanniche. Mark Ockelton, il presidente del tribunale, ha detto di non essere affatto convinto dalle asserite esigenze matrimoniali, aggiungendo che sulla decisione pesano anche le dichiarazioni fatte alcune anni fa dall’interessato. Non è piaciuto, in particolare, il fatto che Omar, pur condannando le atrocità di Al Qaida, abbia negato che il padre è un terrorista.

Omar bin Laden nel 2007 si è sposato in Arabia Saudita con Zaina Alsabah, una cittadina britannica che prima della conversione all’Islam si chiamava Jane Felix-Browne. Il matrimonio non è stato riconosciuto nel Regno Unito. Il figlio di bin Laden sostiene di essere vittima di un pregiudizio e in una intervista del 2008 alla Cnn aveva assicurato che negli ultimi otto anni non si era mai pronunciato pubblicamente sul padre. L’uomo vive attualmente nel Qatar dopo essere stato espulso dall’Egitto. Anche la Spagna si è rifiutata di accoglierlo sul suo territorio.

Pistoia, due maestre in manette «Maltrattavano i bimbi in asilo»

Corriere della sera

In procura per vedere le immagini delle violenze: «I nostri bambini scaraventati a terra come sacchi».
Oggi l'udienza di convalida

PISTOIA — Il video è un cortometraggio dell’orrore: un bambino colpito con schiaffi sulla testa, una bambina tirata dai capelli e costretta a ingurgitare la pappa e poi picchia­ta con un giocattolo (un camioncino dei pompieri) in testa. E ancora: un bimbo pian­ge seduto su una sedia, una maestra lo pren­de per il polso, lo solleva da terra e lo pic­chia. È la violenza in presa diretta, con le se­quenze registrate dalle telecamere nascoste prima del blitz della squadra mobile all’asilo nido «Cip Ciop» di Pistoia. Dopo la sorpresa per l’arresto delle due in­segnanti, ieri è stato il giorno della rabbia e delle lacrime. Sono pugni allo stomaco quel­le immagini che i magistrati fanno vedere ai genitori dei piccoli. È furioso Manuel, 21 an­ni, si dispera Sara, 20 anni appena e il viso di una bambina.

LE IMMAGINI - Il piccolo Cristian, dieci mesi, dorme in braccio alla mamma senza sapere di essere uno dei protagonisti del film da in­cubo che sta andando in onda a Pistoia. «O fanno giustizia o ce la facciamo da soli», gri­da Manuel mentre esce dal­la procura. «Hanno preso mio figlio a schiaffi sulla te­sta perché non voleva man­giare. L’hanno sollevato di peso per picchiarlo. Vi ren­dete conto cosa hanno fat­to a quel bambino che amo più della mia stessa vita?

Sono immagini schifose, non avrei mai immaginato che una cosa simile potesse avvenire nella mia città». Cristian frequentava il nido da tre mesi, tutti i giorni dalle otto alle tredici. «Per fortuna si è ammalato ed è stato venti giorni a casa — dice con sollievo — ma quelle due donne dovranno pagare caro quello che han­no fatto. Non valgono niente e meritano so­lo l’ergastolo. E credo che sia meglio per loro che restino in galera, perché se le incontro per strada non so come potrei reagire». Manuel è un fiume in piena mentre rac­conta quello che ha appena visto. Il suo Cri­stian, dice, è un bambino tranquillo, lo è sempre stato: «Con quale coraggio l’hanno preso a ceffoni, l’hanno strattonato e buttato in un angolo come un sacco?».

E di fronte a quelle scene, ripete in lacrime, «come può una legge vietare la vendetta?». Manuel e Sa­ra sono due operai. «Per mandare il bambi­no in quella scuola abbiamo fatto sacrifici, spendendo 250 euro al mese». E adesso si sentono in colpa per non aver capito prima quei piccoli segnali: «Da un po’ di tempo a questa parte è cambiato — raccontano — spesso si prende a schiaffi da solo e non dor­me più come prima, si sveglia agitato». Il video è un pugno allo stomaco che di­venta lacrime e rabbia anche per Angela e Da­niele, altra coppia di operai trentenni.





Video
 

«NON ERA UN ASILO, ERA UN LAGER» - «Quel­lo non era un asilo, era un lager», singhiozza senza freni Angela. Il filmato nitido restitui­sce le immagini di sua figlia Alice di 14 mesi mentre viene afferrata per i capelli con una tale violenza che il seggiolone si solleva. Con la testa reclinata all’indietro la direttrice del­la scuola Laura Scuderi la ingozza di cibo pre­mendo poi il bavaglino sul viso per non farla sputare. «Quella donna è una bestia — ripe­te come una litania — e alle mamme che pensano che la polizia abbia fatto un errore dico che prima di parlare devono guardare le immagini. Quella è violenza pura, altro che scossoni o scappellotti». 


I bambini, rac­conta, venivano costretti a pranzare alle die­ci del mattino. Se la piccola si ribellava era­no schiaffi. E nel resto della giornata nè ci­bo, nè acqua. «Solo adesso riesco a spiegar­mi perché mia figlia è terrorizzata tutte le volte che vede un cucchiaino e provo a darle da mangiare». Quando la bambina arrivava a casa era affamata e assetata ma «come potevo immagina­re tutto questo?». Adesso a quelle due donne augura tutto il ma­le del mondo, «tutto quel­lo che hanno fatto patire ai piccoli che non poteva­no difendersi». Alice fre­quentava quella scuola dal costo di 300 eu­ro al mese, da meno di un anno. 

«E pensare — spiega — che tre giorni fa la direttrice aveva avuto il coraggio di dire che mia fi­glia era un po’ indietro nello svezzamento e che doveva rendersi più autonoma e impa­rare a mangiare da sola. Per questo mi ave­va accennato a un aumento della retta per fare mangiare la bambina con i pasti prepa­rati all’interno della scuola e non con quelli che portavo io da casa». Di giochi e altre attività, nell’asilo che ha solo il nome a misura di bambino, nessuna traccia. «Si vede benissimo dai filmati — racconta Angela — I bambini venivano la­sciati inermi, abbandonati a loro stessi o terrorizzati». Adesso i genitori di Alice chie­deranno al Comune di farsi carico del soste­gno psicologico di cui la bambina, ma an­che loro, avranno bisogno per uscire da questo inferno.

L'INTERROGATORIO DI GARANZIA - È iniziata nel carcere di Sollicciano, a Firenze, l’udienza di convalida degli arresti di Anna Laura Scuderi, 41 anni ed Elena Pesce, 28 anni. Le due donne, assistite dagli avvocati Stefano Panconi e Giacomo Dini, risponderanno alle domande del gip Buzzevoli che dovrà convalidare l’arresto. 

 
IL RACCONTO DEL PADRE CHE HA SPORTO DENUNCIA - Un padre, rappresentante delle forze dell’ordi­ne, e una madre che lavora nell’am­bito della sanità, sono stati i primi a farsi delle domande di fronte al fi­glio che, dopo l’ingresso al nido, si era come trasformato. Il piccolo, che oggi ha 4 anni, fino alla scorsa estate era un alunno di quella scuo­la. Era arrivato a soli sei mesi, è ri­masto lì fino a settembre, quando ha fatto il salto nella scuola dei più grandi, la materna. «Qualcuno — raccon­ta oggi il padre — mi ha anche detto che ero pazzo a mandare mio figlio lì, con tutto quel­lo che si diceva in gi­ro. Ma io non volevo credere a quelle che mi sembravano solo voci infondate». Dopo il primo anno però qualcosa è cam­biato. «Il bambino non era più lo stesso», racconta la madre. «Che qualcosa non andasse per il verso giusto ce ne siamo accorti do­po.

A sei mesi il bambino è troppo piccolo per parlare ma a un anno e mezzo riesce a farsi capire meglio». Il suo disagio si esprime con la rab­bia e la paura: «Non ne voleva sape­re di andare in quella scuola e quan­do si trovava di fronte soprattutto al­cune insegnanti era ancora più ner­voso del solito, come impaurito». La maestra Laura, dice ora il padre, aveva un atteggiamento sempre un po’ aggressivo verso i piccoli «ma pensavo si trattasse solo di un fatto caratteriale, non ho mai pensato ci potesse essere qualcosa di più». Il piccolo diventa sempre più ira­scibile. 


«Quando tornava a casa era aggressivo — continua la madre — sembrava avere pochissimi stimoli e io avevo la netta impressione che da quando andava a scuola avesse fatto più passi indietro che avanti». Per qualche tempo la madre si è po­sta il problema che quell’atteggia­mento dipendesse dal fatto che il piccolo non frequentasse assidua­mente la scuola. «Utilizzavo il nido più che altro come un baby parking. Lo portavo a giorni alterni e non sempre rimaneva a pranzo. Avevo anche chiesto alle insegnanti se ci fossero problemi ma loro hanno sempre negato».

VOCI SEMPRE PIU' INSISTENTI - Qualcuno racconta anche che in quell’asilo era vietato giocare, che i bambini non potevano avvicinarsi ai giochi perché altrimenti li sporca­vano. Voci certo, ma sempre più insi­stenti. Come quelle che raccontano di maltrattamenti. Una madre che va a prendere il figlio e lo trova da solo, tutto sporco in un angolo del giardi­no. Nessuno le ha saputo spiegare perché fosse lì, ha detto alla polizia. E poi il bambino con la spalla lussa­ta, quello che torna a casa con i livi­di. «Certe notizie facevano in un atti­mo il giro della città, Pistoia è picco­la ». 


Le risposte delle maestre erano sempre le stesse: si sono fatti male giocando, si sa i bambini.... Una, due, troppe volte. Quando un medi­co al pronto soccorso dice che una lussazione può essere stata provoca­ta solo da un adulto, non da un bam­bino, i dubbi diventano sospetti. Troppi gli indizi e tutti nella stessa direzione. Il tarlo comincia a rodere la mente di quel genitore che vede il figlio chiudersi sempre più in se stesso. Al­la fine di agosto l’uomo fa una prima segnalazione alla questura.

ALLA RICERCA DEI GENITORI CHE HANNO PORTATO VIA I PROPRI FIGLI - La sezio­ne minori della squadra mobile ini­zia a mettere insieme i puzzle di que­sta terribile storia. Gli investigatori iniziano a cercare i genitori dei bam­bini, soprattutto quelli che avevano abbandonato la scuola. Ci sono an­che quattro ex insegnanti tra i testi­moni che puntano il dito contro la ti­tolare della scuola. Sono loro a rac­contare di aver abbandonato il cam­po perché in disaccordo con i meto­di educativi. 


Si va a ritroso nel tem­po. Alcuni genitori raccontano di bambini che smettono di mangiare e dormire. Bambini che troppe volte tornano a casa con arrossamenti e lividi. Qualcuno tor­na a casa e racconta che «la maestra ha pic­chiato un bambino» o che la maestra li ha la­sciati al buio. Non è stato facile ca­pire che c’era qualcosa di più dietro quei ca­pricci per non andare a scuola, spiega il pa­dre che ha denuncia­to. Con i bambini un insetto si può trasformare in un gi­gante. Ma nessuno poteva neppure lontanamente immaginare quel film dell’orrore. Dieci giorni fa la procura fa piazzare le telecamere, solo video, nessuna voce. Per questo tipo di rea­to non sono consentite le intercetta­zioni. 

Le maestre non sanno che fini­scono «in diretta» negli uffici della squadra mobile con le violenze e i to­ni bruschi che fanno a pugni con i sorrisi e i pianti dei bambini. I genitori che hanno fatto la prima segnalazione adesso si sentono solle­vati, anche se il loro piccolo è ormai lontano. «Speriamo che queste cose non accadano più — dicono adesso — speriamo che la nostra denuncia serva ad aiutare altri». Per gli altri ge­nitori solo pochi consigli: «Controlla­te sempre i bambini, parlate con lo­ro, anche se sono piccoli. E quando li affidate a qualcuno ogni tanto non di­menticate un blitz a sorpresa».

Antonella Mollica
03 dicembre 2009(ultima modifica: 04 dicembre 2009)

Bettini nei guai col fisco «Evasione da 11 milioni»

Corriere della sera

Avrebbe trasferito fittiziamente la residenza a Montecarlo per sottrarre a tassazione i redditi percepiti

MILANO - Paolo Bettini nei guai col fisco. Il due volte campione del mondo di ciclismo e medaglia d'oro olimpica, secondo quanto accertato dalla Guardia di Finanza, avrebbe evaso il fisco per quasi 11 milioni di euro. Secondo quanto si è appreso dalla stessa Guardia di Finanza, il ciclista avrebbe trasferito fittiziamente la residenza nel Principato di Monaco allo scopo di sottrarre a tassazione i redditi percepiti. Bettini ha vinto i Mondiali di ciclismo dei professionisti su strada nel 2006 e 2007 e l'oro olimpico ad Atene 2004.

Messo a morte in Texas il ritardato Bobby Woods Niente grazia dalla Corte

di Redazione



New York - Ieri l'iniezione letale. Bobby Woods, 44enne gravemente ritardato, è stato messo a morte dopo essere stato condannato per avere ucciso una bambina di undici anni nel 1997. Nonostante la malattia mentale la Corte Suprema ha deciso di non riaprire il suo caso e, quindi, di non graziarlo.

Woods messo a morte Bobby Woods, un uomo bianco di 44 anni gravemente ritardato mentale, è stato messo a morte in Texas dopo che la Corte Suprema ha deciso di non riaprire il suo caso. Woods era stato riconosciuto colpevole di aver ucciso brutalmente nel 1997 una ragazzina di 11 anni. Già nel 2002 la Corte Suprema ha affrontato il quesito se una persona con problemi mentali possa essere condannata a morte o meno, senza però dare una risposta definitiva.

In quell'occasione, il club dei nove decise infatti che i detenuti minorati non potessero essere messi a morte. Tuttavia quella sentenza lasciava alle singole Corti Statali il potere di stabilire se un singolo detenuto poteva essere definito tale o no. Woods aveva un quoziente di intelligenza pari a 70 e il livello di scrittura di un bambino di sette anni. Ha ricevuto l'iniezione letale ed è stato dichiarato morto alle 18:48, il 24/o condannato giustiziato in Texas nel 2009.

Sky Italia, quel regalo di Telecom a Murdoch

di Marcello Zacche'



Milano - Rupert Murdoch, nel Belpaese, ha messo in piedi una macchina da soldi che fa paura. Si chiama Sky Italia e nell’esercizio chiuso nel giugno 2008 ha macinato profitti per 439,6 milioni. Per la prima volta dalla sua nascita, quando si chiamava ancora Stream e non era ancora di Murdoch, Sky ha pagato il dividendo: a Rupert, che la controlla al 100% tramite il suo gruppo, News Corp, è andato un assegno di 204,6 milioni. Probabilmente il primo di una lunga serie. Perché dal 2005 in poi la società è andata a break-even, segnando 25 milioni di utile, diventati 162 nel 2007 e 439 nel 2008.

La svolta sta nel fatturato, cioè negli abbonati, che sono raddoppiati. A fronte di costi quasi costanti e di debiti azzerati, i ricavi sono passati da 1,4 miliardi del 2004 a 2,6. Oggi Sky Italia ha 4,8 milioni di abbonati, che mediamente «rendono» 500 euro l’uno all’anno: di questi, dunque, quasi 45 finiscono direttamente nelle tasche di Murdoch sotto forma di dividendo. Tutto ciò senza che il magnate australiano ci abbia investito più di tanto: dei 3,1 miliardi di risorse assorbite nel tempo da Sky Italia, Murdoch ne ha messi solo 1,6. Gli altri glieli ha praticamente «regalati» il gruppo Telecom.

La luce sui conti di Sky Italia l’ha accesa Mediobanca, il cui ufficio studi, R&S, ha ieri pubblicato il primo bilancio riclassificato del gruppo. Un dossier prezioso, perché vedere i bilanci di Sky Italia era ancora più difficile che guardare i suoi canali. Per questi basta pagare. Per quelli, invece, non c’è nessun obbligo di pubblicità e la società non è molto generosa nel fornire i dettagli dei propri conti. Ebbene, Sky Italia è oggi la terza pay-tv europea, dietro all’inglese BSkyB (9,2 milioni di clienti) e la francese Canal Plus (5,3 milioni). Entrambe di Murdoch, naturalmente.

La redditività è esplosa per vari motivi. Tra questi una struttura dei costi competitiva: Murdoch tiene a stecchetto i suoi 3.890 dipendenti. Il costo medio di questi è di 50mila euro l’anno. Lo stesso dato per la Rai è di 89mila, per Mediaset di 81mila. Poi c’è la fiscalità, altro punto a favore: le imposte anticipate nette relative al periodo dell’avviamento, quando Sky era in perdita, hanno generato un credito di 156 milioni nel bilancio 2008 e una riserva di 207 milioni ancora da utilizzare. Mentre l’eliminazione delle agevolazioni Iva (passata dal 10 al 20%) non hanno alcun effetto di bilancio (semmai si traducono in minori margini, ma vista la redditività, Murdoch dovrebbe dormire sonni tranquilli).

Ma Mediobanca fa luce anche su un aspetto trascurato di Sky Italia: le sue origini, che risalgono al 1993, con la nascita di Stream in seno al gruppo Telecom. News Corp si affaccia nel 2000, entrando nel capitale, e crescendo successivamente a vari aumenti, perché Telecom decide di uscire da un business allora in profondo rosso. E lo fa nel 2004. Una storia nota. Ma forse è meno noto il consuntivo: la costituzione di Sky Italia è costata, tutto compreso, 3,1 miliardi. Di questi, Telecom ne ha messi ben 1,5; Murdoch solo 1,6. In altri termini, il magnate australiano si gode oggi tutti i benefici dell’impresa Sky Italia, compreso il testa a testa con Mediaset per fatturato tv, avendoci messo poco più del 50%. Il resto glielo ha generosamente regalato il gruppo Telecom Italia, attraverso le varie gestioni degli anni 1999-2004.

Torna la Sinistra e ha un'idea nuova "Uniti nell'anti-berlusconismo"

di Redazione

Ormai sono quattro amici al bar, ma ci riprovano. Al Brancaccio, storico teatro di Roma, nella simbolica data del 5 dicembre, il «No-B day».
Tesseramento subito, aperto a realtà organizzate e singoli cittadini, congresso tra un anno: con una grande assemblea al teatro Brancaccio di Roma, convocata a quattro passi da piazza san Giovanni, nasce sabato prossimo la Federazione della Sinistra. I promotori sono quattro: due partiti, Rifondazione comunista e i Comunisti italiani, e due associazioni, Socialismo 2000, nata in origine nei Ds e guidata da Cesare Salvi, Lavoro e Solidarietà, associazione nata da una costola di sinistra della Cgil e guidata da Giampaolo Patta. «È tempo di smetterla - spiega il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero nel corso di una conferenza stampa alla Camera - con le divisioni a sinistra.

Parte un processo costituente aperto a tutti». Anche al governatore della Puglia Nichi Vendola? «Certamente...», replica Ferrero, che all'ex compagno di partito dedica un passaggio proprio con riferimento alle elezioni pugliesi: «Lì c'è stato un processo democratico che ha portato quel presidente, è impensabile che lo si possa cambiare con una manovra di palazzo». Una federazione che punta sull'opposizione a Berlusconi: «In piazza al No B day ci saremo, con le nostre bandiere. Non temiamo la concorrenza di Di Pietro. Abbiamo solo paura di quando la sinistra non c'è, siamo ben contenti quando c'è sovraffollamento, pensiamo che se si radicalizza l'opposizione è un bene». Con Di Pietro, la neonata federazione condivide anche le accuse nei confronti del Pd: «Se il Pd avesse aderito alla manifestazione non avrebbe legittimato la Rai a non trasmettere la diretta». «Il Pd non è qui, fa la corte all'Udc...», chiosa Cesare Salvi parafrasando un antico - e più crudo - slogan anti-Pci dell'estrema sinistra degli anni 70.

Oliviero Diliberto, leader del Pdci, sostiene dal canto suo che «c'è un bisogno disperato di sinistra in questo paese: la prova è nel voto di ieri al Senato sulle missioni, Afghanistan compreso. Nessuno ha votato contro, sta vincendo il pensiero unico». Secondo Diliberto, «escludere i comunisti dalle istituzioni significa escludere tutti quegli italiani che sono contro la guerra». E Salvi aggiunge che è allo studio «un quesito per il referendum abrogativo della norma che consente il rifinanziamento delle missioni». Se tecnicamente non si potrà realizzare, «ne faremo una petizione popolare, la gente ha il diritto di dire la sua sui una guerra che ci costa mille euro al minuto, come ha detto il ministro La Russa».

Siamo alle comiche: Fini e Di Pietro compari

di Roberto Scafuri


Roma - Separati alla nascita. Lui, segretario di un partitino oppresso dai fantasmi del passato. E Lui-l’Altro, Pm in cerca della liana giusta dopo essersi lanciato dalla masseria alla fabbrica, dalla Polizia al Palazzo di giustizia di Milano. Correva l’anno 1992 e il destino, a entrambi, sorrise benevolo. Antonio Di Pietro scoperchiò il vaso di Pandora, Gianfranco Fini fece quadrato affinché nessuno s’azzardasse a rinchiuderlo. Non erano soli: c’era il Pool guidato dal sapiente Borrelli e la piazza scalpitante di mezza Italia.

Chissà in quale cassetto Fini ha conservato i guanti bianchi sfoggiati più volte, in quei mesi, per inneggiare al falò di Mani pulite. Un simbolo importante, perché lì avvenne il miracolo, lì s’appiccò la fiamma che tiene ancora avvinti Gianfranco e Tonino. Non il ricordo della stagione di rivolta, ma un sistema di valori semplici o solo semplicistici, la seduzione irrefrenabile per la giustizia delle manette, l’attrazione fatale per il sospetto anticamera della verità.

Ma è il termine «valori», che andrebbe annotato. Fino a Tangentopoli, gli unici a sbandierarli erano i missini: una scala che trovava in «Legge e Ordine» il puntello cardine. Se questa fu la dote di Gianfranco, Tonino ci mise il lavoro quotidiano da Pm (non essendo - a tutt’oggi - ancora chiaro a quali «valori» si ispiri). Fatto sta che della scintilla iniziale, quando le circostanze della vita tornarono a metterli in corsie parallele, Di Pietro ricordò la lezione. E «Italia dei valori» fu.

Un partito che sarebbe quello di Fini, se le cose della vita avessero senso. Se la vita fosse scontata, se sulla strada di entrambi non fosse piombato un macigno di nome Berlusconi. Eppure, come negli amori contrastati, i tentativi per vedersi anche solo fugacemente, prima o poi riescono. Capitò per esempio durante il governo Prodi, quando la strana coppia si presentò in un hotel per presentare un comune disegno di legge anti-Casta (in realtà anti-Beppe Grillo). Era l’ottobre del 2007. Hanno poi continuato a seguirsi da lontano, fiutando l’aria in attesa dei momenti propizi che, per entrambi, sono segnati dall’orologio della giustizia.

Anche certi minuti dettagli, in storie come questa, hanno la loro importanza. Galeotto lo studio al primo piano di Montecitorio: la voce che i due si siano visti più volte (non una) in questi mesi, non è stata certo sopita dalla smentita dipietrista. «Di Pietro mente e non è la prima volta», giura Bobo Craxi, sicuro che «se non ci fosse stato il predellino avrebbero persino fatto un accordo elettorale». In effetti se ne parlò in ristretti cenacoli nell’autunno 2007, quando Prodi era «poeta morente», Veltroni meteora nascente e Fini pensava (pensiero fisso) che Berlusconi fosse politicamente morto e il discorso del predellino una «comica finale».

Il diavolo, ancora una volta, ci mise lo zampino. Mesi e mesi di passi perduti, fino alla vicenda del sottosegretario Cosentino. Quando cioè l’insofferenza di Gianfranco per Silvio (con i suoi intimi si spingerebbe persino a definirlo «odio») ha trovato il presidente della Camera impegnato a distruggere la candidatura del coordinatore campano accusato di camorra. È il 17 novembre scorso: Fini durante una capigruppo s’apparta con un alto funzionario e con il capo dei deputati dipietristi, Massimo Donadi (per intendersi, quello che lo ha proposto capo dell’opposizione). Il tema: come poter presentare la mozione di sfiducia, visto che di prammatica si possono chiedere soltanto per i ministri. L’insistenza di Fini e Donadi a trovare «precedenti», alla fine, ha avuto successo.

Siamo davvero all’«entente cordiale» sospettato da Craxi junior? Al matrimonio che s’annuncia in forma di «comica finale», secondo la Santanchè? Certi meccanismi della politica, una volta messi in moto, bruciano tappe. E non è sbagliato immaginare che, fuori dal Pdl, scettico com’è sull’intesa tra Casini e Rutelli, Fini rompa gli indugi e convoli, come nell’Amore ai tempi del colera di Garcìa Marquez, a giuste nozze. Come Firmino Ariza e Fermina Daza, «dopo cinquantun anni, nove mesi e quattro giorni».

Il Dap sul caso Cucchi «Una morte disumana»

Corriere della sera

La direzione delle carceri accusa agenti e funzionari: «Ci sono responsabilità a tutti i livelli»

ROMA — Stefano Cucchi «ha concluso la sua vita in modo disu­mano e degradante», mentre era nelle mani dello Stato e della sua burocrazia. Gli elementi che il 22 ottobre hanno portato alla morte del trentunenne detenuto in un re­parto d'ospedale, a una settimana dall'arresto per qualche grammo di hashish, sono l'esempio «di una incredibile, continuativa mancata risposta alla effettiva tutela dei di­ritti, in tutte le tappe che hanno vi­sto Stefano Cucchi imbattersi nei vari servizi di diversi organi pub­blici».

Mancanze che «si sono sus­seguite in modo probabilmente non coordinato e con condotte in­dipendenti tra loro», ma questo non assolve nessuno. A comincia­re dal personale dell'amministra­zione penitenziaria, agenti compre­si. Le possibili colpe di «altri orga­ni e servizi pubblici» dai quali Cuc­chi è transitato, non attenuano «la responsabilità di quanti, apparte­nendo all'amministrazione peni­tenziaria, abbiano partecipato con azioni e omissioni alla catena della mancata assistenza».

Sono le conclusioni a cui è giun­ta l'indagine della Direzione genera­le delle carceri sulla fine del tossico­dipendente arrestato dai carabinie­ri e deceduto all’ospedale «Sandro Pertini» di Roma, dov’era stato rico­verato per le fratture subite. Pic­chiato nelle celle di sicurezza del tri­bunale di Roma dagli agenti peni­tenziari, secondo l'ipotesi della ma­gistratura; non si sa dove, quando e da chi, secondo l'Amministrazio­ne penitenziaria che ha potuto ac­quisire solo alcuni atti giudiziari, non tutti quelli richiesti. Ora la rela­zione della commissione formata da Sebastiano Ardita, Maria Letizia Tricoli e Federico Falzone e altri funzionari del Dap è stata inviata al­la Procura di Roma, che la valuterà e ne trarrà eventuali conseguenze.

Vomito e sporcizia nelle celle

Sugli agenti carcerari l'ispezione dà atto delle «condizioni lavorativa­mente difficili» in cui gestiscono gli arrestati e i detenuti in attesa di giudizio nei sotterranei del tribuna­le di Roma. Ma spiega che «risulta difficile accettare che il personale non sia stato posto a conoscenza neppure dell’esistenza della circola­re per l'accoglienza dei 'nuovi giun­ti' (quella con le regole sulla 'pri­ma accoglienza' ai detenuti, ndr)» .

Non c'era, ad esempio, il registro coi nomi degli arrestati e l'annota­zione dei movimenti con gli orari. «Appare incomprensibile — prose­gue la relazione — la mancata attua­zione di alcuni requisiti minimi di ordine amministrativo già previsti, e la mancata segnalazione di taluni gravi aspetti disfunzionali su caren­ze di carattere igienico sanitario e sulla gestione degli arrestati».

Tradotto dal linguaggio burocra­tico, significa che le camere di sicu­rezza del tribunale di Roma versa­no in condizioni degradate e degra­danti, perché hanno spazi ridotti, non ci sono servizi igienici, non prendono aria né luce dall'esterno ed è possibile che lì vengano richiu­se persone rimaste a digiuno anche da ventiquattr'ore: «All'atto del so­pralluogo le condizioni igieniche presentano evidenze di materiale organico ormai essiccato sui muri interni (vomito) che risultano in parte ingialliti e sporcati con scrit­te. Sul pavimento, negli angoli, si ri­levano accumuli di sporcizia».

La notte dell’arresto

Lì, secondo gli elementi d'accusa raccolti finora dalla Procura di Ro­ma, Stefano Cucchi è stato aggredi­to dagli agenti penitenziari, suben­do le fratture che hanno portato al ricovero sfociato nella morte del pa­ziente-detenuto. Gli ispettori del Dap non traggono conclusioni sul pestaggio (per cui sono indagate tre guardie carcerarie e non i carabi­nieri che avevano arrestato Cucchi la sera prima dell'udienza in tribu­nale, i quali hanno riferito e dimo­strato di non essere stati presenti nelle camere di sicurezza del tribu­nale) rimettendosi alle conclusioni dell'indagine giudiziaria.

Però indi­cano la cronologia degli eventi at­traverso le testimonianze, a comin­ciare da quella dell’infermiere del Servizio 118 che visitò Cucchi la notte dell'arresto, tra il 15 e il 16 ot­tobre, nella stazione dei carabinieri di Torsapienza. Trovò il giovane in­teramente coperto, e poco o per nulla collaborativo. «Ho cercato di scoprirgli il viso per verificare lo stato delle pupille e guardarlo in volto... C'era poca luce perché nella stanza non c’era la luce accesa... Ho potuto notare un arrossamento, ti­po eritema, sulla regione sottopal­pebrale destra. Non potevo vedere la parte sinistra perché il paziente era adagiato su un fianco».

L'infermiere, visto che Cucchi «comunque rispondeva a tono e ri­fiutava ogni intervento», se n’è an­dato dopo mezz’ora. I carabinieri avevano chiamato il 118 «riferendo di una crisi epilettica», ma il neuro­logo dell’ospedale «Fatebenefratel­li » che ha visitato il detenuto la se­ra del 16 ottobre riferisce che Cuc­chi «precisò che l’ultima crisi epilet­tica l’aveva avuta diversi mesi fa». Al dottore, come ad altri, Cucchi disse che era «caduto dalle scale», ma nella relazione del Dap sono ri­portate anche testimonianze di al­tro tenore.

Viso tumefatto

L’assistente capo della polizia pe­nitenziaria M.D.C. ricorda che lo vi­de passando nelle celle de­gli arrestati «nella tarda mattinata, tra l’una e le due», del 16 ottobre: «Ave­va il viso appoggiato sullo spioncino aperto, ho nota­to che aveva il viso tumefat­to, di un evidente colore marrone scuro». Un altro assistente capo, L. C., che portò il detenuto dal carcere di Re­gina Coeli al «Fatebenefratelli» e al «Pertini» ricorda: «In un momento in cui sono rimasto solo con Cucchi gli ho chiesto cosa era successo, mi ha risposto con una voce alterata e forte 'è successo fuori, voglio parla­re urgentemente col mio avvoca­to'. Io non ho detto più niente».

C'è poi la testimonianza del­­l'ispettore capo A.L.R., su Cucchi che disse come «durante la notte», dopo l’arresto, aveva avuto un in­contro di box, e gli altri detenuti ri­sposero ironici: «Sì, ma tu facevi il sacco». E c’è la deposizione dell’as­sistente capo B.M., che perquisì Cucchi già pesto e dolorante il po­meriggio del 16 ottobre, all’ingres­so a Regina Coeli: «Gli ho detto, in maniera ironica e per sdrammatiz­zare, 'hai fatto un frontale con un treno', e lui mi ha risposto che era stato 'pestato' all'atto dell'arresto».

Quanto al ricovero nel reparto carcerario dell’ospedale «Pertini» — a parte l’odissea vissuta dai geni­tori di Cucchi che non sono riusciti a vederlo né ad avere notizie, e han­no saputo della morte solo dalla no­tifica del decreto che disponeva l’autopsia — il giudizio finale è che «le regole interne dell’ospedale ab­biano finito per incidere perfino su residui spazi che risultano assoluta­mente garantiti nella dimensione penitenziaria. Ragione per cui il trattamento finale del degente-de­tenuto è risultato essere la somma di tutti i limiti del carcere, dell’ospe­dale e della burocrazia».

Giustificazioni inqualificabili

Per gli ispettori questa vicenda «rappresenta un indicatore di in­sufficiente collaborazione tra re­sponsabili sanitari e penitenzia­ri», e certe giustificazioni avanza­te da alcuni responsabili «non me­ritano qualificazione». In conclu­sione, «risulta censurabile l'opera­to complessivo nei confronti del detenuti Cucchi e dei suoi familia­ri, in particolare nell’ambito del 'Pertini', laddove non è stata po­sta in essere delle prescrizioni vol­te all'accoglienza e all'interpreta­zione del disagio del detenuto tos­sicodipendente ».


04 dicembre 2009