lunedì 30 novembre 2009

Inchiesta su trans, nella casa di Brenda la notte della morte c'erano tre uomini

Il Messaggero


Il testimone racconta anche di temere i carabinieri coinvolti nella vicenda Marrazzo: uno di loro era fidanzato con un trans


ROMA (30 novembre) - «Stiamo attendendo il via libera dei medici legali per il rimpatrio della salma di Brenda. I risultati degli esami istologici e tossicologici non sono ancora pronti». Lo ha affermato l'avvocato difensore del transessuale Brenda, Nicodemo Gentile, che ha accompagnato questa mattina la madre nell'appartamento di via Due Ponti. «Oggi parleremo con i medici legali per capire quando sarà possibile ottenere il via libera al successivo seppellimento».

Scambi informatici tra Brenda e i parenti. Per un altro legale, l'avvocato Walter Biscotti c'è la possibilità che «la madre e la zia di Brenda possano avere elementi utili per gli investigatori, per questo domani ci recheremo in Procura a Roma. Ci sono degli scambi informatici tra Brenda e i parenti che certamente possono essere utili».

La madre chiede giustizia. La madre di Brenda è entrata nell'appartamento con un mazzo di fiori bianchi, occhiali scuri, visibilmente commossa ha osservato un minuto di preghiera, senza rilasciare dichiarazioni a fotografi che l'aspettavano. «La madre di Brenda vuole giustizia e verità che spetta a tutte le persone, a prescindere dal loro status», hanno detto gli avvocati. «Questa è la sua richiesta forte per Deu, così lo chiamava - hanno concluso - ed è venuta a dirlo alla Procura: lei non ha idea di cosa è accaduto a Brenda».

Visita alla salma al Gemelli. È durata circa un'ora la visita della madre di Brenda, visibilmente scossa, nell'obitorio del Policlinico Gemelli di Roma, dove la salma deve essere sottoposta agli esami autoptici.

Un testimone: tre uomini a casa di Brenda. «Quella notte, prima che Brenda arrivasse, tre uomini sono entrati con la chiave a casa sua e l'hanno aspettata dentro». È quanto ha riferito a "Chi l'ha visto?" una persona che dice di sapere ciò che accadde nella notte del 20 novembre in via Gradoli, nelle ore in cui venne uccisa la transessuale coinvolta nel caso Marrazzo. Il testimone è stato definito «molto attendibile» nel corso della trasmissione.

«Abbiamo paura dei carabinieri, di uno di quelli coinvolti nel caso Marrazzo. Uno di loro era fidanzato con un trans». Sono sempre le parole del testimone. La persona, non ripresa in volto, con voce camuffata ma con lo spiccato accento sudamericano, ha raccontato di tre uomini che sarebbero entrati nell'appartamento del transessuale Brenda la notte della sua morte, il 20 novembre scorso. 


La persona ha pronunciato anche i nomi di chi ha raccontato questo particolare ma la redazione di "Chi l'ha visto" ha deciso di coprire i nomi con un sibilo sonoro in quanto si tratta di «una questione estremamente delicata», come ha affermato la conduttrice Federica Sciarelli in studio. Nell'intervista ha inoltre affermato che nell'ambiente dei trans nessuno ha il coraggio di parlare per paura: «sono tutti minacciati», ha affermato.

Sentite dal pm due amiche di Brenda. Tre ore di audizione per Barbara, la transessuale molto amica di Brenda, il viado morto il 20 novembre scorso in un monolocale in via Due Ponti e legato all'inchiesta su un presunto tentativo di ricatto che sarebbe stato compiuto ai danni dell'ex presidente della Regione Piero Marrazzo. All'indomani della morte della trans, Barbara disse: «L'hanno ammazzata, non so chi. Non voglio morire come Brenda, non voglio fare la sua fine. 


Ho paura. Adesso quello che chiediamo è protezione». Affermazioni in merito alle quali sono state rivolte domande dai pm al viado, ma anche in relazione alla morte di Brenda. Le due infatti sarebbero state buone amiche, spesso si sono trovate anche a dividere la casa. Dopo Barbara è stata sentita un'altra transessuale, anche questa molto amica di Brenda. Audizioni, queste, disposte da chi indaga anche perché le trans potrebbero aver raccolto le confidenze dell'amica anche in merito ai suoi rapporti con Marrazzo.

Parmalat, Tanzi risponde ai giudici: ho pagato i politici, anche Berlusconi

Il Messaggero

Parmalt spostò la pubblicità da Rai a Mediaset per finanziare
nascita di Forza Italia. Confermati i rapporti con altri politici

PARMA (30 novembre) - E' un fiume di parole, Calisto Tanzi che senza i problemi di balbuzie che avevano fatto interrompere il suo interrogatorio di una settimana fa, risponde alle domande dei giudici che oggi lo hanno interrogato in aula per il processo parmigiano sul crac Parmalat. Tanzi è tornato a rispondere dei suoi finanziamenti alla politica. Parlando questa volta anche di Silvio Berlusconi. «Aveva chiesto un aiuto per fondare il suo partito. - ha ricostruito -. Partecipai a una riunione ad Arcore con altri imprenditori e lui ci disse che fare pubblicità sulle sue reti andava bene ugualmente». Sempre secondo il suo racconto, una parte delle inserzioni pubblicitarie destinate alla Rai furono «spostate su Mediaset».

Spot a tariffa piena. «Fu stabilito che avremmo pagato il costo degli spot senza sconti nè promozioni, che data la quantità delle nostre inserzioni pubblicitarie sarebbero state consistenti. In fattura quindi comparivano i pagamenti senza alcuna agevolazione o sconto». La Procura ha calcolato che l'ammontare degli sconti non praticati da Mediaset a Parmalat è di circa il 5% del totale. Tanzi ha confermato in aula che Mediaset ha continuato anche in seguito a non praticare un trattamento di favore ad uno dei più importanti inserzionisti.

Favori dalle banche: Tanzi a Palazzo Grazioli. Prima del crac del 2003 Tanzi, sempre secondo la sua ricostruzione, assieme al figlio Stefano fu ospite a Palazzo Grazioli. «Chiesi a Berlusconi di intervenire con le banche e con la Consob. Lui mi disse che poteva fare qualcosa con la Consob ma che sarebbe stato difficile intervenire presso le banche. Riuscimmo ad ottenere attenzione da parte della Consob anche per interessamento di Gianni Letta al quale chiesi le stesse cose che avevo domandato a Berlusconi».

Tanzi ha parlato anche di altri politici e di banchieri. «Mi sono rivolto all'allora ministro Goria e a Ciriaco De Mita perchè appoggiassero la candidatura di Luciano Silingardi a presidente di Cariparma», ha detto ripercorrendo le tappe della carriera di Silingardi, presente in aula come imputato e suo amico «conosciuto sui banchi di scuola». E in aula sono stati ricordati anche i rapporti con Franco Gorreri, ex numero uno di Bancamonte ed ex tesoriere di Parmalat, e Pellegrino Capalbo di Banca di Roma. Quella di poter influire sulle nomine dei vertici bancari italiani è una delle ragioni che hanno indotto Tanzi a finanziare alcuni politici anche se ha dato l'impressione di non ricordarlo. È stata la stessa pm Russo a riproporre quanto Tanzi aveva detto in un precedente interrogatorio.

«Finanziavo i politici per avere accesso al credito, per le nomine bancarie e per ottenere protezioni», spiegò nel 2004. Oggi l'ex patron Parmalat ha detto che «nel bilancio del dare e dell'avere dalla politica ho più dato che avuto».

In Ecuador per turismo. Poi Tanzi ha ribadito che il suo viaggio in Ecuador poche settimane prima dell'arresto del 27 dicembre del 2003 a Milano, non riguardava il suo presunto 'tesorò da nascondere: «Fu Ributti (Michele, all'epoca legale di Tanzi, ndr) a consigliarmi di andare in Ecuador - ha spiegato - perchè il Paese non aveva estradizione. Poi sono rientrato perchè non avevo niente da fare».

Il "tesoro" di Tanzi. Sono 27 i beni di valore che un funzionario della Reale Mutua Assicurazioni censì a metà anni '80, in casa sua per stipulare una polizza che ne coprisse l'eventuale furto o danneggiamento. La lista comprende 23 pitture, tra cui opere di Matisse, Fattori, Balla, Signorini, Boldini; poi due sculture in bronzo di Messina e due tappeti Kirman Laver. Nella lista dei beni, non tutti assicurati, non figurano invece il Manet e il Van Gogh di cui hanno parlato a Report nel servizio di ieri sera su Rai Tre. «Non ne so niente dei quadri - ha detto Tanzi in una pausa dell'udienza -. Uno è stato dato a Bondi anni fa. Il Manet non l'ho mai avuto, senz'altro».

E per Report un'altra smentita rispondendo ai cronisti: «In casa mia non ci sono caveau» e non c'e «nessuno dei quadri di cui ha parlato la trasmissione». Invece, secondo Report, Tanzi avrebbe 'trafugatò in Svizzera alcuni dei beni che si trovavano nella sua abitazione. «Non sono mai stato neppure a Ginevra», ha negato lui. Tra i molti dubbi sul crac Parmalat, anche una precisazione sullo strano rimborso del prestito obbligazionario che la multinazionale di Collecchio, affossata dai debiti e senza un euro in cassa, fece prima dell'8 dicembre 2003, giorno della scadenza. «Fu Enrico Bondi a trovare i soldi che hanno consentito il rimborso del bond dell'Immacolata», ha detto Tanzi. «Trovò i soldi anche grazie alla Banca Popolare di Lodi», ha specificato. Il bond dell'Immacolata ammontava a circa 150 milioni di euro.



Uruguay, eletto presidente l'ex guerrigliero Mujica

La Voce

Ha ottenuto il 53% dei voti, contro il 43% del suo sfidante conservatore Lacalle

Montevideo - Il ballottaggio presidenziale in Uruguay è stato vinto da José Mujica, ex guerrigliero che ha promesso di portare avanti politiche favorevoli agli investitori. Con il 96% dei seggi scrutinati, il candidato ha ottenuto il 53% dei voti, contro il 43% del suo sfidante conservatore, l'ex presidente Luis Lacalle.

I critici temono che Mujica, dopo aver passato 14 anni in carcere per attività di guerriglia, possa portare l'Uruguay ad allinearsi con la sinistra radicale latinoamericana, guidata dal presidente venezuelano Hugo Chavez. Tuttavia l'ex guerrigliero ha ripetutamente espresso apprezzamento per il governo di centrosinistra del presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva e ha cercato di trasmettere l'idea di aver chiuso con il suo passato.

C. B.


Dal Tibet alle Dolomiti, liberati 25 yak

Corriere del Veneto


Belluno, l'iniziativa del ministero dell'Agricoltura. Zaia: «Pulirà il nostro sottobosco, così eviterà le valanghe» 

 

Il ministro Luca Zaia con gli yak
Il ministro Luca Zaia con gli yak


BELLUNO - C’era una volta l’asino «giardiniere» che tagliava le erbacce sui bordi dei canali trevigiani. Poi è arrivata la pecora alpagota, che con il sapore del suo latte rilanciava la produzione di formaggi locali. E ora ecco pure gli yak. È l’ultima trovata del ministro alle Politiche agricole Luca Zaia, che ha importato a Chies d’Alpago, nel Bellunese, ai piedi della foresta del Cansiglio, questi enormi bovini orientali, le cosiddette mucche dell’est, che da sempre i tibetani usano per il trasporto e l’agricoltura.

La qualità della loro carne, ricca di ferro, zinco e di rari acidi nutrizionali come gli omega 3 e 6, è stata paragonata al pesce azzurro. Con un esemplare di yak si può fare di tutto: mangiarne la carne e il formaggio e produrre coperte calde come cashmire, golf e maglioni. I bestioni a pelo lungo, resistenti a tutte le intemperie, tipicamente asiatici, ora potranno diventare uno dei nuovi simboli delle Dolomiti patrimonio Unesco.

«Lo scopo dell’iniziativa – spiega Zaia - è duplice: combattere l’avanzata dei boschi, vista la capacità degli yak di mangiare tutte quelle erbacce che pecore e mucche non gradiscono. Secondo: fungere da attrattiva turistica per il nuovo afflusso sulle Dolomiti - Unesco». Almeno un dubbio però rimane. Che a importare gli animali «extracomunitari» sia stato un ministro leghista.

Elena Placitelli
30 novembre 2009

Pomigliano d'Arco, gatto finisce in pozzo, l'amico cane per tre giorni non mangia

Corriere del Mezzogiorno


A Pomigliano d'Arco una commovente storia d'amicizia tra i tradizionali antagonisti

 



NAPOLI - Vita da cane per un gatto di soli quattro mesi. Abbandonato alla nascita in un cassonetto dei rifiuti chiuso in una scatola, si è poi fratturato una zampa cadendo da un’impalcatura, infine è sprofondato in un pozzo di 15 metri nel cortile di una casa abbandonata a Pomigliano d’Arco. A salvarlo sono stati i vigili del fuoco allertati da Cristina Carafa D’Ambrosio, che tre mesi fa trovò il gattino tra i rifiuti. La padrona ha fatto di tutto per salvare il suo animale, ma non era la sola a soffrire per l'assenza del gattino e per i pasticci in cui s'era ficcato.

L'ASTENIA DI CHARLIE - A prenderla molto male è stato Charlie, il cane della Carafa D'Ambrosio, che ha smesso letteralmente di mangiare ed è caduto in uno stato di apatia fino a quando il gattino non è tornato a casa.
Altro che essere come cani e gatti! L'amicizia tra il cucciolo della signora napoletana e il suo Charlie rischia di far saltare definitivamente il senso del proverbio.

LIETO FINE - «È tornato a dormire con Charlie - spiega Cristina - che non appena lo ha rivisto gli ha portato un pezzetto della carne che aveva nella ciotola. Oggi la polizia municipale tornerà nella casa abbandonata in vico Sodano, ed il pozzo sarà sigillato. Avevamo chiesto più volte che quel pozzo, pericoloso anche per i bambini della zona, fosse messo in sicurezza, ed ora volevano chiuderlo con il mio Chicco intrappolato all’interno. Fortunatamente i pompieri della squadra 7B di Nola, che ringrazio tantissimo, sono riusciti a tirarlo fuori». A dare man forte a Cristina è stata la veterinaria Mariagrazia Tartari, che ha più volte contattato i pompieri per farli arrivare sul posto. «I primi interventi - racconta - sono andati a vuoto, ed i pompieri ci avevano detto che non c’era nulla da fare. Ma il gattino era vivo, e noi non ci siamo arresi».

r. w.
30 novembre 2009

Multa da 100mila euro per il senatore Lannutti


La Consob ha multato il presidente dell'Adusbef e senatore dell'Italia dei valori, Elio Lannutti, per manipolazione del mercato delle azioni Unicredit. Secondo quanto si legge sul bollettino della Commissione, Lannutti dovrà pagare una sanzione pari a 100mila euro, «il minimo edittale». 

La vicenda prende il via il 16 ottobre 2007, quando sul quotidiano Finanza & Mercati appare un articolo in cui Lannutti dichiara: «Secondo i nostri calcoli ... il mark to market di Unicredit è negativo per 4-5 miliardi. Si tratta di uno scandalo grosso dieci volte quello di Italease».

Subito risponde Unicredit, che in un comunicato quantifica l'ammontare della posizione creditoria netta nei confronti dei propri clienti «pari a circa un miliardo di euro alla data del 30 giugno 2007».
Nonostante la precisazione, quel giorno il titolo Unicredit subisce perdite in Borsa, registrando «la performance peggiore tra i principali titoli del settore bancario», ricorda la Commissione di controllo sulla Borsa.

Secondo la Consob, zla condotta illecita accertata è stata posta in essere quantomeno con colpa - anche avuto riguardo al profilo professionale dell'autore della violazione - e che essa, stanti le evidenze in atti, non appare sintomatica di un atteggiamento funzionale al perseguimento di vantaggi di natura economica». L'Adusbef è responsabile in solido del pagamento della multa.


Bari, bufera in una scuola Bidello fa troppe assenze: solo 1 euro in busta paga

di Redazione


Bari - Troppe assenze da lavoro, e un dipendente di una scuola media superiore di Bari si ritrova con una busta paga da 1 euro, nonostante la sua "malattia invalidante" sia corredata da certificati medici e persino l’Inps gli dà un assegno per questo. Ma l’istituto ignora e fa recapitare al dipendente l’irrisoria busta, tanto che il bidello, 59 anni, non va nemmeno a ritirare i soldi, va invece dall’avvocato fa causa alla scuola e all'Ufficio scolastico. 

Busta paga da un euro La disavventura è ricostruita dal Corriere del Mezzogiorno: la storia del signor Cesa­reo, 59enne bidello impiegato in una scuola media superiore di Bari, comincia nel maggio del 2008, quando i medici gli diagnosticano una patologia invalidante e conta­giosa. I medici dell'Asl gli ordinano di re­stare a casa. Inoltre, semepre nel maggio 2008, l’uomo viene operato. Inizia la lunga degenza fino al giugno del 2009. Intanto, il 59enne si sottopo­ne ad un ciclo di terapie e invia a scuola i cer­tificati medici dovuti. L'estate del 2008, una visita ispettiva dell'Inps riconosce l'impossi­bilità per il 59enne di tornare a lavo­ro. Tutto in regola, ma a maggio 2009 la sorpresa in busta paga dove alla fine dell’elenco delle decurtazioni per malattia la somma corrisposta è un euro. Così il bidello, che vive al limite della povertà, si rivolge all’avvocato e fa causa all'istituto scolastico e sarà un tribunale ora a decidere.



Distrutta la Lamborghini della polizia

Corriere della sera


La Lamborghini in dotazione alla polizia stradale di Bologna, da giovedì in mostra al Salone dello Studente a Cremona, è andata distrutta in un incidente avvenuto a Cremona. Il 'bolide' si è infatti andato a schiantare contro delle auto in sosta per evitare una vettura che le avrebbe tagliato la strada. I due agenti a bordo sono rimasti feriti in modo non grave. 


La vettura, 5.000 di cilindrata, era preceduta da un'altra volante della polizia, diretta a Castelvetro Piacentino per imboccare l'autostrada e rientrare a Bologna. Un'auto è però uscita da un distributore di benzina, tagliando la strada agli agenti. Per evitarla, il conducente della Lamborghini ha sterzato sulla destra e si è schiantato contro due vetture in sosta. I due agenti a bordo della Lamborghini sono rimasti feriti in modo non grave: il conducente ha riportato lo schiacciamento di una vertebra e la frattura di una costola, l'altro solo contusioni. (Rastelli)

Fotogallery


Si è ucciso giornalista del Times. Aveva cambiato sesso nel 2007

Corriere della Sera




Seguiva gli eventi sportivi più importanti e firmava i suoi pezzi con il suo nuove nome di Christine Daniels




Mike Penner a destra e, a sinistra, dopo l'operazione
Mike Penner a destra e, a sinistra, dopo l'operazione
NEW YORK – Mike Penner era finito sulle prime pagine dei giornali americani nel 2007, dopo aver annunciato che stava per diventare donna. Due anni più tardi il rispettato ed autorevole reporter sportivo del Los Angeles Times si è ucciso. L’ennesima dimostrazione di quanto difficile sia, anche nella liberal America, l’esistenza dei transessuali. In oltre 25 anni come reporter, columnist e blogger sportivo per il Los Angeles Times, il 52enne Penner aveva coperto gli eventi sportivi più prestigiosi: dal campionato mondiale di Baseball a quelli di calcio e Football, dalle Olimpiadi all’US Open di tennis. Per i suoi innumerevoli e fedelissimi lettori era un mito. Ma la maggior parte di loro sono rimasti di stucco quando, aprendo le pagine sportive nell’aprile del 2007, si sono ritrovati un articolo dove Penner rivelava la sua dolorosa e travagliata odissea personale.

LA RIVELAZIONE - «Sono un transessuale e ho deciso di cambiare sesso», spiegava il veterano, sposato ma senza figli, nel pezzo intitolato «Vecchio Mike, Nuova Christine», dove annunciava che al rientro da una vacanza di due settimane sarebbe tornato al desk con un nuovo nome: Christine Daniels. «Mi ci sono voluti più di 40 anni, un milione di lacrime e centinaia di ore di autoanalisi per trovare il coraggio di scrivere queste poche parole». La rivelazione creò un vero e proprio terremoto nel ristretto mondo sportivo americano dove machismo e testosterone – ma spesso anche misoginia – sono la regola. Ma redazione e capi fecero quadrato attorno a lui. «Quando gli ho rivelato i miei piani», scrisse più tardi Penner, «il direttore ha lanciato un occhiata alla redazione, attraverso i vetri del suo ufficio, e ha esclamato: «nessuno può accusarci di non promuovere la diversità nel nostro staff». Al rientro dalla sua vacanza Penner aveva continuato a lavorare firmandosi Christine Daniels, inaugurando persino un blog - «Donna in Transizione» - sul sito del Times dove, tra le altre cose, spiegò che la cosa più dolorosa e difficile della sua intera esistenza era stata «uscire dall’armadio».


LA FIRMA - «Come fai a condividere la tua verità più profonda», si è domandato in uno dei suoi ultimi post, «quella che hai impiegato un’intera vita a seppellire, con un mondo che si è abituato ad amarti ed apprezzarti per la tua facciata?». Negli ultimi tempi aveva deciso di rinunciare al blog ed era tornato a firmarsi Mike Penner. Una decisione rivelatasi forse fatale.


  Alessandra Farkas
30 novembre 2009

Fiore e Mussolini saranno sentiti dal pm

Corriere della Sera


Individuato il ricattatore che offrì il video a palazzo Chigi. sequestrato il suo pc

Potrebbero essere ascoltati come testimoni. Forza Nuova: «Miserabile sforzo di estorsione, il video non esiste»


MILANO - Il presunto video intimo con Alessandra Mussolini e Roberto Fiore è finito al centro di un'inchiesta della Procura di Roma. O meglio, i pm capitolini vogliono fare luce sui tentativi di vendere attraverso l'invio di una mail alla Presidenza del Consiglio un filmato a luci rosse che ritrarrebbe una deputata del Pdl ed un eurodeputato mentre fanno sesso .

Per il procuratore aggiunto Pietro Saviotti, titolare degli accertamenti, i due parlamentari ai quali si fa riferimento nella mail potrebbero essere proprio Mussolini e Fiore. Per questo i due politici potrebbero essere convocati prossimamente in procura come testimoni. A Piazzale Clodio però sono stati espressi dubbi sulla esistenza del video.


IL RUOLO DI A.C. - Per questa vicenda è indagato un uomo, A.C., per tentata estorsione: è stato lui a scrivere una lettera a Palazzo Chigi, con richiesta di denaro (un milione di euro), in cui era segnalata l'esistenza di un video che ritrae un parlamentare europeo e una deputata mentre fanno sesso. L'uomo, con precedenti per truffa, sostiene di essere un produttore televisivo. Il procuratore aggiunto Saviotti lo interrogherà a breve. A. C. è stato già sentito dalla Digos ma, pur ammettendo di essere l'autore della missiva («avevo bisogno di soldi»), ha negato di essere in possesso del filmato.

Il sedicente produttore ha dichiarato che la richiesta di danaro è stata una sua iniziativa personale. A.C., in particolare, ha affermato di essere stato avvicinato a settembre da persone a lui sconosciute le quali gli avrebbero chiesto se era interessato al video, girato con un telefonino. L'uomo sostiene, secondo quanto si è appreso, di aver visionato il filmato, che le immagini non sono chiare e di aver appreso dai suoi interlocutori che si tratta di due parlamentari. Nel corso di una perquisizione in casa di A.C. è stato sequestrato un computer. A breve sarà affidato agli esperti della polizia postale. Gli inquirenti, che prossimamente convocheranno A.C. a piazzale Clodio, vogliono verificare cosa ci sia in quel pc.

IL «PARTITO DEGLI ARTISTI» - Forza Nuova parla di un «video inesistente», «una montatura da cui emergono truffatori da quattro soldi» e annuncia «un processo per danni» nei confronti del direttore de Il Giornale Vittorio Feltri. Non solo. La formazione politica guidata da Fiore, spiega che «il signor A.C., indagato per aver scritto una lettera a Palazzo Chigi indirizzata al Presidente del Consiglio è in realtà un esponente del cosiddetto "Partito degli artisti"». Insomma, si tratta - afferma la portavoce dell'ufficio stampa di Forza Nuova, Anna Lami - «di un miserabile sforzo di estorsione a Berlusconi per vendergli un video che non esiste».

CAUSA A FELTRI - «Dopo queste novità, ci pare evidente come la bufala sia ancor più bufala: un falso scoop legato a personaggi oscuri vicini al mondo dello spettacolo a cui sono seguiti strani comunicati - continua - . Riprendiamo la giusta accusa fatta da Indymedia nei confronti de Il Giornale, un quotidiano che sulla base di fonti anonime senza alcun reale riscontro ha cercato di costruire una montatura da cui emergono truffatori da quattro soldi. La spregiudicatezza del signor Feltri sarà evidenziata nel processo per danni che Fiore intenterà nei suoi confronti».

30 novembre 2009


Processo a Demjanjuk, i sopravvissuti: «Il mondo conosca l'orrore di Sobibor»

Corriere della Sera


L'ex nazista è accusato di aver contribuito allo sterminio di circa 28mila ebrei.
Il suo legale: «Non è il boia»


Video

MILANO - «Demjanjuk sia dichiarato colpevole e il mondo sappia cosa successe a Sobibor». Esplode la rabbia dei sopravvissuti all'Olocausto e delle famiglie delle vittime presenti a Monaco per assistere al processo contro l'ex guardia nazista del campo di Sobibor, l'89enne ucraino accusato di aver contribuito alla morte di 27.900 ebrei e che la giustizia tedesca rincorre da oltre trent’anni. «Demjanjuk sia dichiarato colpevole e il mondo sappia cosa successe a Sobibor» ha detto Rivka Bitterman, che vive a Gerusalemme.

Suo padre fu deportato dai Paesi Bassi e morì nel lager polacco. «Non voglio vendetta, voglio solo che Demjanjuk dica la verità» ha dichiarato Thomas Blatt, 82 anni, sopravvissuto al campo di Sobibor che si è costituito parte civile al processo. «Non ci sono punizioni sufficienti per ciò che ha fatto» ha aggiunto Blatt, oggi di nazionalità americana. Il tribunale di Monaco ha riconosciuto come parte lesa nel processo 19 sopravvissuti o parenti di sopravvissuti di Sobibor. Al processo assiste Efraim Zuroff, capo del Centro Simon Wiesenthal di Gerusalemme.

IN AULA IN BARELLA - L'ottatanovenne ucraino è accusato di concorso nello sterminio di 28mila ebrei nel lager di Sobibor, nella Polonia occidentale. Per il suo legale, Demjanjuk non è «il boia di Sobibor», ma un superstite dell'Olocausto costretto a lavorare nei lager. L'uomo è stato portato in aula in sedia a rotelle e nell'udienza pomeridiana addirittura in barella, coperto da capo a piedi un lenzuolo bianco. In mattinata l’imputato, che soffre di una forma di leucemia o, secondo altre fonti, di un tumore ai reni, ha agitato il braccio, in segno di dissenso, mentre dei medici chiamati a testimoniare affermavano che era idoneo a sostenere il processo.

Il giudice ha sospeso la seduta dopo circa 20 minuti, mentre un responsabile ha affermato che l’imputato soffre di mal di testa. Circa mezz’ora dopo è rientrato, adagiato sulla lettiga e con il viso coperto per la ripresa del processo. L’udienza è poi stata poi riaggiornata a martedì alle 10. Il suo legale, Ulrich Busch, ha chiesto la ricusazione di giudici e pm per «l'arbitrio» di averlo incriminato per concorso nello sterminio di 27.900 ebrei in un lager polacco malgrado lui sia solo «un sopravvissuto dell'Olocausto, non un esecutore». Per l'avvocato Demjanjuk va messo «sullo stesso piano» delle parti civili del processo, poiché fu costretto a lavorare nel lager con la minaccia di essere ucciso. Il legale ha ricordato che in altri processi svoltisi a Monaco di Baviera alcuni ufficiali nazisti furono assolti.

«Viene da chiedersi come sia possibile che sia innocente chi diede gli ordini e colpevole chi li ha eseguiti», ha affermato Busch. Nato in Ucraina nel 1920, John (Yvan) Demjanjuk, soldato dell’Armata rossa, fu catturato dai nazisti nella primavera del 1942. In seguito fu addestrato nel campo di Treblinka, in Polonia, prima di essere assegnato in servizio per due anni nei campi di Sobibor e Majdanek, sempre in Polonia e Flossenburg, in Baviera. Demjanjuk ha sempre affermato di essere stato costretto a lavorare per i nazisti e di essere stato scambiato da dei sopravvissuti con altri guardiani. Nel 1952 emigrò negli States e sei anni dopo ottenne la nazionalità americana. Se riconosciuto colpevole Demjanjuk rischia l’ergastolo.

RESSA DI GIORNALISTI - Il processo si è aperto con un'ora ed un quarto di ritardo in mezzo ad una ressa indescrivibile, poiché nell'aula c'erano solo 68 posti riservati alla stampa, mentre sono oltre 270 i giornalisti arrivati da ogni parte del mondo. I reporter avevano fatto la fila fin dalle primissime ore del mattino per riuscire ad essere ammessi in aula, con l'imputato entrato su una sedia a rotelle, ma tenendo gli occhi chiusi e la bocca aperta sotto una lunga raffica di flash dei fotografi.

Da quando è stato estradato dagli Usa nel mese di maggio, Demjanjuk si è rifiutato di rispondere ai giudici sui crimini a lui addebitati, mentre l'unica prova in mano all'accusa è un tesserino di servizio del lager di Sobibor con il numero 1393, la cui autenticità è però contestata dalla difesa. Il processo appena iniziato terminerà non prima di maggio 2010, in quanto i medici hanno stabilito che Demjanjuk a causa delle sue precarie condizioni di salute non è in grado di assistere ad udienze di durata superiore a tre ore.

«MIO PADRE È INNOCENTE» - In una telefonata dagli Stati Uniti, John Demjanjuk junior si è detto convinto dell'innocenza del padre, «che non ha mai fatto male a nessuno e contro il quale non esiste la minima prova a sostegno delle accuse». Demjanjuk jr. si poi è riservato di denunciare il governo tedesco, accusato di scaricare su un cittadino ucraino le colpe commesse dai nazisti tedeschi e imponendogli un processo «a cui non sopravvivrà». Il figlio del presunto boia di Sobibor ha poi spiegato che nessun componente della famiglia verrà dagli Usa in Germania per assistere al processo.

30 novembre 2009


La morte di Cucchi inaspettata» La Asl revoca il trasferimento dei medici

Corriere della Sera

ROMA - Tornano al loro posto di lavoro presso il reparto sanitario degli istituti penitenziari di Rebibbia, all'istituto Sandro Pertini, i medici Aldo Fierro, Stefania Corbi e Rosita Caponetti, indagati per omicidio colposo nell'inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi e che, in seguito a questo provvedimento della Procura erano stati trasferiti in altri settori. Il trasferimento in via provvisoria era stato deciso con ordine del giorno pubblicato il 18 novembre scorso. Ma l'indagine interna disposta dalla direzione del Pertini ha in sostanza rilevato che non c'è alcun addebito da muovere al comportamento dei tre sanitari.

REINTEGRO - Secondo quanto si legge nel provvedimento di reintegro adottato oggi la morte di Stefano Cucchi ha un carattere «improvviso ed inatteso in rapporto alle condizioni generali del paziente». «L'analisi non ha messo in luce -si legge nel provvedimento- sul piano organizzativo e procedurale alcun particolare elemento relativo ad azioni e/o omissioni da parte del personale sanitario con nesso diretto causa-effetto con l'evento in questione. Contestualizza e configura pertanto l'oggetto dell'indagine sotto il profilo di evento non prevenibile». Di conseguenza è stato revocato il provvedimento adottato all'inizio dell'indagine con decorrenza immediata.

30 novembre 2009


Paolo VI aveva un amante

La Voce

La relazione, intrecciata quando Montini era arcivescovo di Milano, prosegui' anche quando divenne Papa

Paolo VI aveva un amante

 

Era l'attore Paolo Carlini


Milano

Quando era arcivescovo di Milano, Giovanni Montini ebbe un'"affettuosa" relazione con un attore. E' una delle storie "nascoste" di Peccati scarlatti (Edizioni libreria Croce, Roma), l'ultimo romanzo dello scrittore sardo Biagio Arixi.

Il futuro Paolo VI (Montini salì al soglio di Pietro il 21 luglio 1963) ebbe un'appassionata e sincera relazione con Paolo Carlini, intrecciata a Milano a metà degli anni '60, quando Pio XII nominò Montini arcivescovo di Milano al posto dello scomparso Alfredo Ildefonso Schuster. Il rapporto proseguì anche quando, alla morte di Pio XII, il conclave elesse papa, il 28 ottobre 1958, l'anziano patriarca di Venezia, Angelo Giuseppe Roncalli, il quale aveva grande stima di Montini (fra i due vi era una consolidata amicizia fin dal 1925), tanto da elevarlo alla porpora cardinalizia.

L'attore romagnolo, secondo quanto ha ricordato alla Voce Arixi, gli avrebbe confessato di due tentativi di assassinarlo da parte dei servizi segreti italiani (il Presidente della Repubbica Giuseppe Saragat sarebbe stato a conoscenza della relazione clandestina).

Carlini cominciò la sua carriera d'attore nel cinema, a 18 anni, con una parte secondaria nel film Addio giovinezza! (1940) al quale seguirono una quarantina di pellicole, sempre in parti di non grande rilievo, tra le quali Vacanze romane (1953), La baia di Napoli (1960) e Don Camillo e i giovani d'oggi (1972). Quindi negli anni cinquanta passò al teatro, dove ottenne buone affermazioni.

Ma la grande popolarità per Carlini arrivò nel 1957 con la televisione, grazie allo sceneggiato Il romanzo di un giovane povero, tratto dall'omonimo romanzo di Octave Feuillet e diretto da Silverio Blasi. Per quella sua interpretazione ottenne il "Microfono d’argento". Da allora prese parte a numerosi sceneggiati televisivi di successo, anche se in parti non sempre di primo piano.

La relazione segreta tra Paolo VI (nella foto) e Carlini è stata narrata dallo stesso attore - deceduto per le conseguenze di una trombosi il 3 novembre 1979, poco dopo la morte di Paolo VI, avvenuta il 6 agosto dell'anno precedente - ad Arixi, che ha voluto così rendere omaggio all'amico scomparso nel suo ultimo libro, presentato sabato alla libreria milanese Pier Pour Hom di Milano.

Il romanzo è la fortunata prosecuzione di Figlio di vescovo, il libro-scandalo, giunto alla sesta edizione, che ha portato l'autore di Villasor alla ribalta negli anni '90, con 30 mila copie vendute sino ad oggi. Relazioni omosessuali tra alti prelati, sodomia, pedofilia, ma anche amore e passione sono alcune delle storie narrate nell'ultima opera dello scrittore sardo, che mimetizza la realtà tra le righe del romanzo. Ai lettori più accorti scorgervi i protagonisti degli scandali mai emersi della Curia romana.

Marco Marsili


Giallo delle mani mozzate, l'arrestato: sono musulmano

Corriere della Sera


Piccolomo non risponde al gip. «Devoto» al Milan, dopo il secondo matrimonio si sarebbe convertito all'islam


MILANO - Rimane in carcere Giuseppe Piccolomo, il 58enne imbianchino di Ispra sospettato dell'omicidio della pensionata Carla Molinari al cui corpo sono state tagliate le mani il 5 novembre scorso. La custodia cautelare in carcere è stata disposta dal gip di Varese Giuseppe Fazio, su richiesta del pm Luca Petrucci. Il giudice non ha convalidato il fermo in quanto non sussisterebbe il pericolo di fuga ma comunque ha disposto il carcere in considerazione dei gravi indizi di colpevolezza.

Domenica l'uomo si era avvalso della facoltà di non rispondere davanti al gip, che l'aveva interrogato nel carcere di Varese. Lunedì mattina, invece, agli agenti della Polizia penitenziaria ha detto: «Sono musulmano». Questo prima che gli venisse servito il suo primo pasto da detenuto. Una richiesta che viene fatta perchè ai credenti di fede musulmana viene preparato un pasto privo di carne di maiale e non accompagnato da vino.

FEDE MUSULMANA - Se l'avvocatessa dell'uomo accusato dell'omicidio di Carla Molinari, Simona Bettiati, ritiene il particolare privo di qualsiasi valenza nell'ambito dell'inchiesta, la sua presunta conversione religiosa non era un gran mistero, soprattutto fra gli avventori del bar del centro commerciale cocquiese diventato quasi la sua seconda casa, una conversione che sarebbe arrivata dopo il suo secondo matrimonio, quando sposò la donna marocchina (ex colf di casa) con la quale gestiva la pizzeria non lontana dalla villetta dell'orrore e dove ebbe modo di conoscere Carla Molinari. Non risulta, comunque, frequentasse moschee o luoghi di culto musulmani.

DEVOZIONE MILANISTA - Risulta invece, dalle testimonianze del bar che trascorreva interi pomeriggi seduto al tavolino con la Gazzetta dello Sport fra le mani. Particolarmente «devoto» al Milan, era andato anche a Vienna in occasione di una finale di Coppa dei Campioni e c'è chi lo ricorda vestito da diavolo con in mano il tridente in plastica. Proprio questo attrezzo sarebbe stato l'origine di un'accesa discussione con il custode di un museo che gli chiese di lasciarlo fuori.


Fa un incidente per colpa di un sms Muore la passeggera, lui va in carcere

Corriere della Sera 


MILANO - Un diciottenne di Cambridge, Isaak Playford, è stato condannato a 21 mesi di galera per aver causato la morte della ragazza che era in auto con lui e a cui stava dando un passaggio a casa. Stando alla ricostruzione degli inquirenti, lo scorso 14 gennaio il giovane avrebbe perso il controllo della sua Citroen Saxo verde sulla A142 nei pressi di Mepal, vicino Cambridge, perché distratto dalla lettura di un sms e il mezzo sarebbe così finito contro a un palo della luce.

Nello schianto, la diciassette Sarah Oldham, che sedeva sul sedile del passeggero, sarebbe rimasta gravemente ferita e sarebbe poi morta due giorni dopo il ricovero all’Addenbrooke’s Hospital di Cambridge. A quanto pare, inizialmente Playford aveva negato ogni responsabilità circa la morte dell’amica, ma all’ultimo minuto – riporta il “Daily Express” – avrebbe cambiato versione e sarebbe stato, quindi, incriminato dalla Cambridge Crown Court che, oltre alla sua reclusione in un istituto minorile, ha disposto che al ragazzo venga anche tolta la patente per i prossimi 4 anni.

DISTRAZIONE DI MEZZO MINUTO - «E’ chiaro che l’imputato ha distolto lo sguardo dalla strada per circa 31 secondi – ha spiegato il giudice Hawkesworth – e nulla di quello che io posso dire o fare potrà mai compensare la famiglia della ragazza morta. Capisco la giovane età e l’inesperienza del guidatore, ma il fatto grave è quello di essersi volontariamente distratto per leggere un messaggino mentre era al volante». In effetti, all’epoca dell’incidente, Playford aveva da poco superato l’esame per la patente, ma nulla avrebbe potuto far pensare che non fosse un guidatore prudente quando si è offerto di dare un passaggio a Sara, una promettente studentessa dell’Ely Community College. «Mandare o ricevere sms mentre si guida è molto pericoloso – ha ribadito l’ispettore Alan Page – e le ricerche dimostrano come questo atto riduca la nostra capacità di reazione del 35%. Ecco perché bisognerebbe chiedersi se valga la pena di mettere a repentaglio la propria vita o quella degli altri per spedire un messaggino».

IL LEGALE - L’avvocato dell’imputato, Dominic Thomas, ha cercato di attenuare la posizione del proprio cliente sottolineando che Playford non guida più da quel tragico giorno ed è “pieno di rimorso e di dolore” per quella morte, mentre il padre di Sarah, Mike, ha reso omaggio alla memoria della figlia ricordando quanto fosse “bella e spumeggiante” e come la sua morte abbia lasciato un vuoto permanente nella sua vita e in quella della moglie. Per disposizione della famiglia e volontà della stessa giovane vittima, gli organi di Sarah sono stati espiantati e si sono moltiplicate in questi mesi le iniziative per raccogliere fondi a favore dell’ospedale dove la ragazza era stata ricoverata e ha vanamente lottato contro la morte per due giorni.

Simona Marchetti




No ai minareti, Ue e Vaticano: «Dalla Svizzera segnale negativo»

Corriere della Sera

Le reazioni dopo il referendum. La Santa Sede: «Duro colpo alla libertà religiosa e all'integrazione»



MILANO - Fa discutere il «no» ai minareti sancito in Svizzera da un referendum. Sono molte, infatti, le reazioni al risultato. Il presidente del Pontificio consiglio dei migranti, monsignor Antonio Maria Vegliò, spiega di essere «sulla stessa linea dei vescovi svizzeri», che hanno espresso forte preoccupazione per quello che hanno definito «un duro colpo alla libertà religiosa e all'integrazione».

Lo stesso Vegliò, del resto, aveva espresso con chiarezza il suo pensiero sul referendum tre giorni fa, in occasione della presentazione del messaggio del Papa per la Giornata mondiale per i migranti. «Non vedo come si possa impedire la libertà religiosa di una minoranza, o a un gruppo di persone di avere la propria chiesa», aveva detto il presidente del Pontificio consiglio. «Certo - aveva aggiunto - notiamo un sentimento di avversione o paura un po' dappertutto, ma un cristiano deve saper passare oltre tutto questo, anche se non c'è reciprocità».

UNIONE EUROPEA - Anche per il ministro degli Esteri svedese e presidente di turno dell'Ue, Carl Bildt, il no alla costruzione dei minareti emerso dal referendum svizzero lancia «un segnale negativo». «È un'espressione di un notevole pregiudizio e forse anche di paura, ma è chiaro che è un segnale negativo sotto ogni aspetto, su questo non c'è dubbio», ha dichiarato alla radio svedese. Per Bildt è anche «molto strana» la decisione di Berna di sottoporre la questione a referendum: «Di solito in Svezia e in altri Paesi sono gli amministratori delle città a decidere su queste cose».

CONSIGLIO D'EUROPA - Interviene anche il Consiglio d'Europa: «Nonostante sia espressione della volontà popolare, la decisione di vietare la costruzione di nuovi minareti in Svizzera suscita in me grande preoccupazione». afferma Lluis Maria de Puig, presidente dell'Assemblea parlamentare. «Se da un lato questa decisione riflette le paure della popolazione svizzera e dell'Europa, nei confronti del fondamentalismo islamico, dall'altra, mentre non aiuterà ad affrontare le cause di questo fondamentalismo, è molto probabile che incoraggi sentimenti di esclusione e approfondisca le spaccature all'interno della nostra società».

SVIZZERA - Lo stesso il ministro della giustizia elvetico, Eveline Widmer-Schlumpf, spiega che «non si tratta di un voto contro la religione islamica ma contro i minareti come edifici. In Svizzera si rispetta la libertà di fede, è un valore fondamentale, ma certo il risultato di questo referendum non è un bel segnale - ha affermato la Widmer-Schlumpf - È importante che nella nostra democrazia si abbia la possibilità di votare, e questo voto non è contro la religione islamica».

FRANCIA - Il dibattito investe anche la Francia, anche se il ministro francese dell'immigrazione, Eric Besson, dichiara che «i minareti non sono un tema politico, e il miglior modo per raggiungere l'integrazione dell'islam con i valori repubblicani è evitare i falsi dibattiti». «Bisognerebbe evitare di dare la sensazione che c'è una stigmatizzazione nei confronti di una religione, in questo caso l'Islam - ha sottolineato Besson -In Francia dobbiamo favorire l'emergere di un islam francese che si integri ai valori della repubblica, e il miglio modo per raggiungerlo è evitare i falsi dibattiti».



Il prete dall'altare: «Mi hanno chiesto il pizzo sui lavori in chiesa. Ho detto no»

Corriere del Mezzogiorno



Santa Maria del Carmine, il sacerdote denuncia la tentata estorsione ai fedeli durante la messa


NAPOLI - «Hanno chiesto il pizzo alla mia chiesa, ma io ho detto no» ha denunciato don Mario, direttamente dal pulpito della sua chiesa, Santa Maria del Carmine alla Concordia, nei Quartieri Spagnoli. I soldi che il clan gli ha chiesto «servono per i lavori di ristrutturazione della chiesa». Secondo il quotidiano Il Mattino, ieri, durante la celebrazione della messa, il parroco ha raccontato ai fedeli quanto accaduto. «Ho deciso di rifiutare perchè i soldi che servono per il restauro della parrocchia li avete donati voi fedeli. Se avessi pagato quella tangente lo avrei fatto con i soldi vostri. E poi l’ho fatto per i bambini, per loro sarebbe stato un cattivo esempio».
La tangente, in questi giorni, è stata chiesta più volte. I malviventi si sono avvicinati agli operai del cantiere, ad oggi mai al parroco. Sulla vicenda s’indaga per capire se si sia trattato di un tentativo di estorsione messo in atto da criminali occasionali o se, dietro tutta questa storia, ci sia la mano della camorra. Intanto don Mario ribadisce in maniera chiara la sua posizione: «Non ho intenzione di collaborare con quei criminali e non pagherò. Chi mi conosce sa che andrò avanti».

30 novembre 2009


Quando Scalfaro bastonava i giudici

di Vittorio Macioce


Chi è il cattivo magistrato? Quello che si sente il tenente Colombo, quello che come Torquemada sbatte la gente in carcere per farla confessare, quello che racconta tutto ai giornali, quello che fa politica, quello che fa la star, quello che ha il dente avvelenato, quello che qualche volta pensa di essere Dio. Il cattivo magistrato esiste? Secondo Oscar Luigi Scalfaro sì, basta riascoltare quello che diceva da presidente della Repubblica. 

Tutto vero: i suoi discorsi sono pieni di sorprese. Sette anni al Quirinale, come un sacerdote, come un notaio, chiuso nei suoi cappotti blu notte. Oscar Luigi Scalfaro ha fatto di tutto per apparire come il volto delle istituzioni. E qualche volta ci è riuscito. Scalfaro, da presidente, cerniera tra il vecchio e il nuovo, la partitocrazia e il bipolarismo, tangentopoli e il berlusconismo, l’immobilismo e le riforme. Scalfaro come commemorazione e dolore. Scalfaro custode della Costituzione. Scalfaro rabbia, rancore e «non ci sto». Scalfaro uomo dei giudici. 

Oscar Luigi, cattolico e moralista, è stato tutto questo. Quello che non si sapeva è il suo ruolo di «medico della Giustizia». Scalfaro forse aveva capito che lì, al confine tra toghe e politica, c’è la malattia di un Paese immobile, sempre sull’orlo di uno scontro istituzionale, con processi troppo lunghi e imprevedibili, con pentiti che parlano molto e si pentono poco, con risarcimenti millenari, dove l’accusa pesa più della difesa e il diritto è il regno dell’incertezza. È questa la sorpresa. Il presidente più vicino alla magistratura nei suoi lunghi monologhi, nelle parole di circostanza, nei moniti e nelle prediche, sosteneva che la Giustizia va riformata. Subito. 

È uscito da poco, meno di un mese. Il titolo è Quel tintinnar di vendette. La prefazione di Gustavo Zagrebelsky. La casa editrice è La Sapienza. È un libro che spulcia tra le parole pubbliche di Scalfaro, tutte quelle che hanno a che fare con la giustizia. Le ha raccolte Guido Dell’Aquila, che di mestiere fa il giornalista. Messe tutte insieme sono un j’accuse contro i vizi di certa magistratura, troppo disinvolta nell’uso delle manette e davanti ai riflettori della tv. Una cosa che non ti aspetti. Eppure è Oscar Luigi che parla. E ricorda: «Ho vissuto da ministro dell’Interno il periodo in cui Craxi si è intestardito sulla responsabilità civile e penale del magistrato. 

Con lui ho avuto un rapporto ottimo, ma l’avevo messo in guardia dell’inutilità di una norma del genere. Ancora oggi questa legge è in vigore. C’è qualcuno che lo sa? Nessuno, e non sarà mai applicata nei millenni. Il problema è che i magistrati l’hanno vissuta come un calcio nei denti. E quando è stato il momento, siccome siamo sempre condizionati dall’Antico Testamento, questo calcio l’hanno ridato, e l’hanno ridato sui denti, sui piedi, sullo stomaco, fino ad arrivare all’alluce».
Tintinnar di vendette, appunto. Molti magistrati si sentono un «noi». Ragionano come gruppo, corporazione, casta, classe. Il guaio maggiore arriva quando pensano come partito e si muovono nella politica condizionando tempi, temi e ribaltoni. 

La maggioranza di Berlusconi sembra aver avuto una sola opposizione. Peccato che sia extrapolitica e indossa la toga. Non è un bene, per nessuno. Il 27 luglio 1994 Scalfaro dice: «Nessun potere deve sconfinare, pena il danno per i cittadini». Un anno dopo se la prende con quei pm che giocano troppo a fare gli investigatori, quelli che vivono in un romanzo giallo, e qualche volta lo scrivono: «Il ripristino di uno spazio per la polizia giudiziaria è importante. È un tema che, per dirla con la debita chiarezza, vuole impedire che il magistrato diventi un ibrido, come uno 007. È errato. È ragione di turbativa sul piano processuale e non credo serva alla Giustizia».

È una lunga condanna, ad ampio raggio. L’avviso di garanzia? «Questo istituto nato come atto di grande garbo nei confronti del singolo, per proteggere la persona, a volte la uccide». Il carcere preventivo? «Dovrebbe essere un’eccezione». La separazione delle carriere? «Non è un dramma». Le luci della ribalta? «Sporcano la toga». 

Nel luglio del 1996 si riunisce il Csm e Scalfaro invita i giudici a liberarsi dei lavativi: «Il tema della operosità dei giudici volete lasciarlo ai politici? Volete lasciare che siano i politici a fare questo pelo e contropelo o è giusto che la prima riflessione parta da qui?». C’è una cosa che il vecchio presidente fa fatica a capire. È possibile che le procure funzionino più o meno come l’Ansa? Lì, sotto la bilancia della giustizia, c’è una delle più grosse fabbriche della notizia. «Oggi abbiamo una pioggia di intercettazioni telefoniche. 

Non dubito della loro legittimità, ma è normale che un cittadino venga spiato giorno e notte? Non credo che questi eccessi siano il linea con la Costituzione. Ma a questo si aggiunge il contagocce delle notizie sulla stampa. È grave che escano tutte le intercettazioni, ma è incredibile che escano goccia a goccia, con infrazione del diritto alla vita privata di ciascun cittadino». Se un vecchio conservatore come Scalfaro dice queste cose, allora la Giustizia è davvero da rifare.



Il video con la Mussolini e Fiore fu offerto a Palazzo Chigi

Corriere della Sera


Chiesto un milione. Denuncia alla Procura che ora cerca il filmato


ROMA — Un video «che ritrae un parlamentare europeo e una deputa­ta mentre fanno sesso» fu offerto agli inizi di settembre alla Presidenza del Consiglio. Con una lettera inviata alla sede di governo, un uomo de­scrisse le immagini e chiese un milio­ne di euro. Non fece alcun nome, ma la convinzione dei magistrati è che si riferisse al filmato che ritrarrebbe Alessandra Mussolini e Roberto Fio­re. Per questo la Procura di Roma — attivata proprio da palazzo Chigi — adesso indaga per tentata estorsione. Il sospetto è che dopo Piero Marraz­zo anche i due esponenti di destra sia­no rimasti vittima di un ricatto non economico, ma politico: la richiesta di soldi sarebbe servita soltanto per far circolare la notizia.

Il mittente della missiva è stato in­dividuato e perquisito. Ora si cerca­no eventuali complici, ma soprattut­to si tenta di scoprire chi si sia mos­so dietro questa vicenda. Nel 2005, durante la campagna elettorale per la presidenza della Regione Lazio, sia Marrazzo sia Mussolini furono vittime di un'attività di spionaggio illecito messa in piedi da alcuni col­laboratori del terzo candidato, Fran­cesco Storace. I pubblici ministeri stanno dunque verificando se i due episodi possano essere legati da una regia comune. Ma vogliono anche accertare se siano in circolazione al­tri video, se altri uomini delle istitu­zioni siano finiti sotto ricatto. L’in­chiesta sulle «pressioni» al governa­tore sorpreso con un transessuale non esclude infatti che diversi perso­naggi pubblici possano essere stati messi in scacco con filmini e foto.

L’avviso dell’ispettorato

Si deve tornare agli inizi di settem­bre, dunque. È in quei giorni che la lettera viene spedita alla Presidenza. La descrizione del filmato è molto esplicita, anche se vengono tenuti ce­lati i nomi dei protagonisti. Attraver­so l'ufficio di sicurezza interno si de­cide di avvisare la Procura di Roma. In calce c'è una firma, ma si pensa a un episodio di mitomania, il docu­mento viene di fatto accantonato. La storia assume una valenza del tutto diversa venerdì scorso, quando in prima pagina, sopra una grande fo­to, Il Giornale titola: «Sesso e filmati, ricatto alla Mussolini». Il procurato­re aggiunto Pietro Saviotti capisce che la lettera potrebbe riferirsi pro­prio a quel video e ordina alla Digos di rintracciare l’autore. A.C., inserito nella mailing list di Forza Nuova, vie­ne interrogato e perquisito.

Ammette di aver spedito la lettera «perché non c’ho un soldo e speravo che Silvio Berlusconi fosse interessa­to e mi pagasse». Poi aggiunge: «Quel video non ce l’ho, non sono stato io a girarlo. Ho soltanto fatto da intermediario». Una difesa ritenu­ta «non credibile» da chi indaga. Del resto l’uomo non aggiunge altri det­tagli sull’identità delle persone che lo avrebbero incaricato di negoziare o comunque di veicolare l’informa­zione. Dal suo appartamento viene portato via un computer che i tecni­ci della polizia Scientifica stanno adesso analizzando. Si cerca il video, si verifica se ci siano altre immagini, si esplorano i contatti di A.C. per sta­bilire se abbia fatto tutto da solo o se effettivamente esistano dei compli­ci. Ma l'indagine mira pure a verifica­re quante persone siano state contat­tate per proporre la vendita.

Il post su «Indymedia»

Nell’articolo pubblicato venerdì scorso da Il Giornale è scritto che «in Transatlantico circola un lancio di Indymedia, sito area no global, se­condo il quale 'esisterebbe un video che ritrae Mussolini e Fiore in inti­mità, sesso esplicito nella sede ro­mana di Forza Nuova'». Il quotidia­no diretto da Vittorio Feltri chiari­sce: «Siamo costretti a parlarne per­ché nella nota si dice che 'il filmato sarebbe ancora in circolazione e in vendita e la proposta è arrivata an­che alla redazione de Il Giornale che lo ha potuto visionare'. Possiamo garantire che non risponde al vero perché tale video ci è stato offerto te­lefonicamente, ma abbiamo rispo­sto di no, che non ci interessava ne­anche vederlo».

Il giorno dopo «Indymedia» nega di aver mai messo in circolazione un comunicato. Anzi, chiarisce che si tratta di un «post» inserito il 20 novembre e sottolinea: «È molto fa­cile sfruttare l’open publishing per pubblicare sciocchezze a cui dare parvenza di verità. Tanto più che per proteggere la privacy non con­serviamo i log di chi accede al sito. Chi vive questo media sa bene come funziona e non si lascia ingannare da un post senza firma, senza fonte e senza alcun riscontro, che chiun­que può avere pubblicato con i più disparati intenti: satira, disinforma­zione, ecc. O forse più semplicemen­te qualcuno era in cerca di uno sco­op da costruire?». Poi una frecciata diretta proprio al quotidiano: «A Il Giornale poniamo una domanda. Avete aspettato una settimana per lanciare il caso? Speravate che qual­che quotidiano un po’ più credibile di voi se ne accorgesse prima, dan­dogli una patente di autenticità e spianandovi la strada?».

Fiorenza Sarzanini
30 novembre 2009


Auto invade la pista, paura a Malpensa

Corriere della Sera

Fermato l’uomo a bordo della vettura. Il velivolo, con 130 passeggeri, stava per toccare terra


MILANO
- I controllori di volo di turno domenica sera a Malpen­sa alle 20,45 hanno sgranato gli occhi, hanno guardato i moni­tor e allungato gli occhi sulla pi­sta, ma poi si sono dovuti arren­dere all’evidenza e intervenire in pochi secondi. Altrettanto ha fatto l’equipaggio ai comandi di un aereo proveniente da Bar­cellona per sventare un disa­stro aereo che pareva imminen­te: una vettura di servizio aveva invaso la pista di atterraggio dello scalo milanese, proprio mentre un jet con 130 passegge­ri a bordo era ormai a pochi me­tri da terra. L’aereo ha ripreso immedia­tamente quota ed è regolarmen­te atterrato pochi minuti dopo tra lo spavento e lo sconcerto dei passeggeri; nel frattempo la polizia è dovuta intervenire bloccando fisicamente l’intruso che si era avventurato sulla pi­sta.

Secondo le prime informa­zioni trapelate domenica sera l’auto sfuggita al controllo sarebbe una vettura del servizio sanita­rio interno all’aeroporto e l’uo­mo che era al volante sarebbe in stato di fermo: si sta cercan­do di capire se si tratta di un episodio accidentale o se il ge­sto è stato volontario. Alcuni fatti sono già certi: al­le 20,45 il volo della compagnia Vueling proveniente da Barcel­lona aveva ricevuto l’ok dalla torre di controllo per l’atterrag­gio lungo la pista «35 left» di Malpensa. Mancavano pochi se­condi al termine della manovra quando il pilota ha visto davan­ti a sé una macchina, al centro della striscia d’asfalto. Ha urla­to il pericolo agli uomini radar che intanto si erano resi conto di quanto stava accadendo e ha ottenuto l’immediata autorizza­zione a una manovra di emer­genza. Il velivolo ha compiuto una «riattaccata», mettendo i motori a tutto gas e riprenden­do quota: una brusca impenna­ta, avvertita dai passeggeri e di cui l’equipaggio ha dato notizia quando la situazione è tornata sotto controllo.

Drammatico il primo telex con cui è stato comunicato l’epi­sodio all’Enav, l’ente di control­lo del traffico aereo: il messag­gio parla di un’auto che avreb­be «percorso per intero la pista 35 left prima di essere fermata dai mezzi della polizia». Secon­do altre indiscrezioni il mezzo stava andando dal terminal 1 al terminal 2 dello scalo, tragitto per il quale i mezzi di servizio hanno un percorso riservato. Lo spostamento deve comun­que essere governato dalla tor­re di controllo. Per ora è incom­prensibile come sia stato possi­bile che l’uomo alla guida della vettura abbia invaso lo spazio dedicato al traffico aereo. Diffi­cile pensare che avesse «smarri­to la strada» nel buio (la visibili­tà attorno allo scalo era buo­na). L’ipotesi che sia stato un gesto volontario è da brividi. Claudio Del Frate

30 novembre 2009