domenica 29 novembre 2009

La figlia del presunto killer «Sì, mio padre è un assassino»

Corriere della Sera


Le accuse di Nunzia Piccolomo al padre: «Sospetto che abbia ucciso anche mia madre»


Giuseppe Piccolomo (Ansa)

ROMA - Un uomo violento e capace di tutto. È il profilo del padre tracciato da Nunzia Piccolomo, una delle figlie di Giuseppe Piccolomo, l'imbianchino 58enne da tre giorni in carcere per l'omicidio di Carla Molinari, l'ex tipografa in pensione massacrata nella sua villetta di via Dante Alighieri a Cocquio Trevisago. In una intervista al Tg2, Nunzia chiede giustizia anche per la madre morta sei anni fa in un incidente stradale, in circostanze mai chiarite. «Sono sette anni che non ci parliamo, da quando è morta mia mamma», ha detto Nunzia Piccolomo. È convinta che suo padre sia un’assassino? «Io sì», risponde. E’ convinta che possa aver fatto un gesto del genere? «Sì, conoscendolo sì».

SOSPETTI - Sulla morte della mamma, nel corso dell’intervista al Tg2, la donna non nasconde di aver sempre avuto sospetti sul padre. Giuseppe Piccolomo, nel 2003 fu indagato per la morte della moglie, avvenuta in circostanze piuttosto strane: carbonizzata dentro l'auto condotta del consorte, che disse di esser riuscito a scendere prima che le fiamme avvolgessero il veicolo. Disse di aver appena fatto il pieno e di aver riempito anche una tanica di benzina, e che la moglie si era accesa una sigaretta. Fu indagato per omicidio colposo, e poi patteggiò la pena. In seguito sposò una giovane colf marocchina, che aveva lavorato anche in casa di Carla Molinari, ed ebbe con lei due figli.


I «due» conflitti le amnesie degli italiani

Corriere della sera

Non siamo più in molti ad avere ricordi diretti della seconda guerra mondiale. La memoria collettiva, la somma delle memorie individuali, rischia di diventare sempre più debole, lasciando il posto alle ricostruzioni storiche, in cui qualcosa della realtà vissuta va inevitabil­mente perduta. È importante perciò ogni invito a fissare sulla carta i ricordi di quegli ormai lontani avvenimenti. Ma per i popoli avviene come per gli individui: i ricordi più sgradevoli vengono in parte rimossi, in parte rielabo­rati. È stato così anche per la seconda guerra mondiale e non solo per l'Italia. I lettori del Corriere della Sera hanno ricordato finora solo ciò che avvenne a partire dai grandi bombardamenti subiti dall'Italia settentrionale nell'autunno del 1942. Cos' era avvenuto prima? Che cosa pensavamo, che cosa face­vamo? Perché non ricordare anche le illusioni nutrite all' inizio del conflitto? Soprattutto quando, dal 20 maggio al 10 giugno 1940, le straordinarie vittorie dell'esercito tede­sco sul fronte francese - come testimoniano i documenti d'archivio, dalle relazioni dell'Ovra alle moltissime lettere intercettate in quei giorni dalla censura-, credemmo qua­si tutti che la guerra sarebbe stata facile e breve?

La caduta della Francia, le difficoltà dell'Inghilterra fecero ritenere che presto la guerra sarebbe finita con la nostra vittoria. Ci sentivamo una delle maggiori potenze mondiali e ne eravamo orgogliosi. Qualcuno ricorda quei giorni? Le ma­nifestazioni studentesche, l'indifferenza con cui si affron­tarono i primi sacrifici nella certezza che sarebbero termi­nati presto? Non eravamo diventati di colpo tutti fascisti, ma l'entusiasmo contagiò anche gli afascisti, gli indiffe­renti e persino qualche antifascista: non era in guerra sol­tanto il regime, ma la patria. E molti, persuasi dalla propa­ganda, erano convinti che quella era la guerra dei popoli poveri, come il nostro, contro i «popoli ricchi», contro l'imperialista Inghilterra «dai cinque pasti». A scuola scri­vevamo temi infiammati di patriottismo, a casa avevamo cartine su cui seguire le avanzate imminenti delle nostre truppe. La «guerra immaginata» durò pochi mesi, fino all'attacco alla Grecia e all'arrivo del pri­mo inverno con poco carbo­ne e poco cibo. Ma anche quei mesi devono far parte della memoria. Se un popo­lo vuole essere rispettato e considerato forte, non può essere «dimezzata». Ho visto che è vivo il ri­cordo degli spezzoni incen­diari. Nei primi mesi della «guerra immaginata», e per qualche tempo anche dopo, si ordinò che a ogni piano degli edifici ci fossero cassette piene di sabbia, dalle misure burocraticamente prescritte, e si distribuirono opuscoli in cui si spiegava che, in caso di caduta degli spezzoni (che sviluppavano l'elevatissima temperatura di 1800 gradi) bisognava afferrarli per un'estremità e gettar­li nella sabbia. Fu disposto anche che si collocassero reti metalliche nei sottotetti, per raccoglierli se avessero buca­to il tetto.

Era uno dei modi con cui, in quei mesi iniziali, ci preparammo alla guerra (ci insegnarono anche a fabbri­carci rudimentali maschere antigas (quelle vere costava­no troppo) bucherellando il fondo di scatole di conserve di pomodori e tappezzandolo con garza imbevuta d'ac­qua. E in una memorabile riunione di capi militari Musso­lini assicurò che non era necessario far suonare sempre le sirene, perché gli inquilini dell'ultimo piano di ogni edifi­cio avrebbero sentito arrivare gli apparecchi e, con il loro scalpiccio, avrebbero avvertito quelli del piano sottostan­te e così via. Così, con allegra incoscienza, entrammo in guerra, so­gnando un futuro di grande potenza. Le prime sconfitte, la fame, l'arrivo dal fronte delle prime bare, ci fecero capi­re che la guerra era soprattutto sofferenza. Ma ci ridestam­mo del tutto dai nostri sogni di gloria soltanto nell'autun­no del 1942, alla fine di un'estate che aveva visto le con­quiste militari della Germania, del Giappone e dell'Italia raggiungere la massima espansione, e iniziarono le ritira­te. Ed è da quel momento che cominciammo a coltivare i nostri ricordi. Perché cercare di cancellare gli anni prece­denti dalla storia, degli individui e della nazione?

di AURELIO LEPRE
29 novembre 2009

Il trans Natalì aggredisce due giornalisti de 'Il Tempo'

Quotidianonet

Il transessuale coinvolto nello scandalo di Piero Marrazzo, ha spaccato la macchina fotografica a un fotoreporter che inseme ad un giornalista de 'Il Tempo' stavano girando un servizio in via Gradoli a Roma


Roma, 29 novembre 2009



Un fotografo è stato aggredito questa mattina da Natalie, il transessuale coinvolto nello scandalo di Piero Marrazzo, in via Gradoli a Roma. Il fotografo, insieme ad un giornalista del quotidiano ‘Il Tempo', era impegnato in un servizio sulle cantine delle palazzine adibite ad appartamenti, occupate dai transessuali.

 Sulle scale di uno dei palazzi, Natalie ha aggredito il fotografo strappandogli la macchina fotografica. Secondo il racconto dello stesso fotografo, Natalie ha poi ha preso a calci la macchinetta rompendo l’obiettivo e ferendo alla mano sinistra lo stesso proprietario. L’episodio è stato poi denunciato alla polizia.


La Svizzera dice no ai minareti e sì all'esportazione di armi

Corriere della Sera

Secondo i primi exit poll, gli elvetici potrebbero accettare l'iniziativa promossa dalla destra nazional-conservatrice

MILANO - La Svizzera dice no ai minareti: secondo i primi exit poll resi noti dalla televisione, gli elvetici potrebbero accettare l'iniziativa promossa dalla destra nazional-conservatrice. Al termine di un'accesa campagna, gli elettori erano oggi chiamati a pronunciarsi sulla controversa iniziativa che chiede di vietare la costruzione di nuovi minareti. Un secondo referendum in votazione oggi chiedeva di bandire le esportazioni di materiale bellico. Le urne si sono chiuse alle 12, i risultati definitivi arriveranno verso le 17. Trattandosi di modifiche costituzionali, la loro approvazione richiede la doppia maggioranza, dei votanti e dei cantoni. L'iniziativa contro la costruzione di minareti, stando agli exit poll, potrebbe essere approvata sia dal popolo, sia da una maggioranza dei cantoni, con il 59% di voti a favore, stando a una prima tendenza rilevata dall'istituto Gfs.Berna per conto della Ssr. Non è però ancora stata calcolata in modo preciso la quota dei «sì». Sarebbero quindi smentiti i sondaggi che prevedevano una sconfitta dell'iniziativa, osteggiata dal governo. Stando alle prime tendenze, l'iniziativa contro l'esportazione di materiale bellico verrebbe invece bocciata. Anche in questo caso non è ancora stata precisata la quota dei favorevoli e dei contrari. Il finanziamento speciale del traffico aereo dovrebbe invece essere accettato senza problemi.

«SIMBOLO DI POTERE ISLAMICO» - Secondo i promotori dell'iniziativa, i minareti sono un simbolo del potere islamico, più che religioso, e per questo devono essere banditi. Contro il divieto, giudicato discriminatorio e pericoloso, si sono schierati il governo e la maggioranza dei partiti. I musulmani, che sono il 5% della popolazione elvetica, dispongono di circa 200 luoghi di preghiera in Svizzera, ma solo quattro minareti, che non sono usati per il richiamo alla preghiera.

CONTRARIO IL VATICANO - Mons. Antonio Maria Vegliò, responsabile del Vaticano per le migrazioni, aveva preso posizione contro l'iniziativa: «Non vedo come si possa impedire la libertà religiosa delle minoranze. Io sono per l’apertura all’altro. Non vedo come si possa impedire a un gruppo di persone di avere una propria chiesa». Il presidente del Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti e degli itineranti non nasconde il problema del divieto che i cristiani hanno, in certi paesi a maggioranza musulmana, a costruire le loro chiese: «Non sempre c’è reciprocità. Ma un cristiano passa oltre. Essere aperti agli altri non è un optional. Se uno vuole essere cattolico deve essere aperto. Il che non significa essere naif, a volte bisogna usare le unghie, ma senza far male».

L'ESPORTAZIONE DI ARMI - Il testo sul divieto di esportare materiale bellico chiede che la Confederazione sostenga e promuova gli sforzi internazionali nel campo del disarmo e del controllo degli armamenti. Domanda quindi il divieto di esportazione e di transito attraverso la Svizzera di materiale bellico, comprese le tecnologie che possono servire alla produzione di armamenti. D’altra parte il testo stabilisce l’obbligo per la Confederazione di sostenere per dieci anni le regioni e i dipendenti colpiti dalle conseguenze del bando. Per i promotori - una trentina di sigle fra partiti di sinistra, ecologisti, sindacati, organizzazioni pacifiste per la difesa dei diritti umani, pacifiste e femministe - è una questione etica: porre fine al «commercio della morte» e offrire alla Svizzera l’opportunità di una riconversione dell’industria bellica in una civile. Ciò sarebbe conforme alle tradizioni elvetiche di neutralità e di politica umanitaria. Gli oppositori, che pare stiano per prevalere, replicano che i costi per la Confederazione sarebbero troppo elevati e che l’industria bellica non potrebbe sopravvivere solo con la produzione interna.


29 novembre 2009



L'esercito Usa si lasciò sfuggire Bin Laden accerchiato a Tora Bora"

La Stampa

 

Le rivelazioni in un dossier del Senato «Errore con conseguenze devastanti»
TORINO

Osama Bin Laden era accerchiato e alla portata delle truppe statunitensi nelle montagne afghane di Tora Bora alla fine del 2001, ma i vertici dell’esercito Usa decisero di non attaccare il leader del terrore, pur avendo delle massicce forze militari a propria disposizione.

E’ quanto emerge da un dossier commissionato dal Senato americano. Il report realizzato dal Comitato per le Relazioni con l’Estero rivela che quel fallimento nella cattura di bin Laden nel dicembre 2001, tre mesi dopo gli attacchi dell’11 settembre, ha avuto conseguenze devastanti sul lungo periodo. E lo si può notare oggi più che mai – si legge nel dossier – perché quella fuga rafforzò il potere e l’influenza dei dissidenti Afghani, e infiammò i feroci scontri interni al Paese, che adesso si sono estesi anche al vicino Pakistan.

Nell’introduzione al dossier, il cui contenuto integrale verrà reso noto lunedì, il Senatore John Kerry, numero uno del Comitato per le Relazioni Internazionali, scrive: «Quando siamo entrati in guerra meno di un mese dopo gli attacchi dell’11 settembre, l’obiettivo era quello di distruggere Al Qaeda e uccidere o catturare il suo leader, Osama bin Laden e altre figure di spicco dell’organizzazione criminale. La nostra incapacità nel portare a termine questo compito alla fine del 2001, ha contribuito all’inasprirsi di un conflitto che oggi non coinvolge soltanto le nostre truppe e quelle dei nostri alleati, ma mette in serio pericolo la stabilità di una regione di vitale importanza»


Yoani Sanchez senza Internet La blogger commenta su Twitter

La Stampa



I suoi ultimi post dettati per telefono
Tutto sembra far capire che Juan Juan Almeida - figlio di Juan Almeida, uno dei padri della Rivoluzione cubana recentemente scomparso - sia stato arrestato questa sera dalla Sicurezza di Stato senza che stampa e televisione abbiano dato la notizia.

La sistematica violazione dei diritti umani a Cuba attraversa uno dei momenti più duri. Il sito www.penultimosdias.com, bene informato sulle questioni della dissidenza cubana, afferma che Juan Juan sarebbe detenuto nel carcere di Villa Marista. La Sicurezza di Stato ha contattato Brenda, la sorella di Juan Juan, per dirle: “Tuo fratello non è scomparso, ma è agli arresti per essere uscito in strada con un cartello dal contenuto controrivoluzionario. Domani porta un asciugamano e i suoi effetti personali. Non sappiamo fino a quando resterà in galera”.

Quel cartello conteneva una ferma richiesta di libertà, democrazia e cambiamento. Yoani Sánchez si è occupata della questione lanciando ripetuti messaggi su Twitter. Tra l’altro la blogger sta attraversando un periodo difficile, non può rispondere alle numerose mail che giungono da tutto il mondo (neppure alle mie) perché sono settimane che non riesce a collegarsi a Internet. Persino i suoi ultimi post sono stati dettati per telefono. Ecco alcune dichiarazioni di Yoani Sánchez a proposito di diritti umani e della questione Juan Juan Almeida: “Il mio appoggio va a tutti coloro che non possono uscire ed entrare liberamente nel proprio paese. In questo periodo sono molto vicina a Juan Juan Almeida che è stato arrestato per essere uscito in strada brandendo un cartello che chiedeva democrazia e la rinuncia dell’attuale presidente. Trovo assurdo che nel mio paese si possa arrestare una persona soltanto perché esprime opinioni scrivendole sopra un cartello”.

Indira Omana, la figlia di Juan Juan Almeida mi ha contattato tramite Facebook pregandomi di scrivere un pezzo sulla triste vicenda. Riferisce Indira che la sua famiglia è in pena per la sorte del padre, soprattutto perché non è dato sapere quando verrà rilasciato. Yoani Sánchez prosegue nella sua attività di critica al sistema senza paura di reazioni. Questa notte, durante una riunione clandestina in casa sua, lancerà il libro Boring Home Utopics del blogger Orlando Luís Pardo Lazo (Lunes de Post Revolucion), che festeggia la prima edizione cartacea. Yoani Sánchez desidera ringraziare la scrittrice cubana Zoe Valdés per le sue critiche e per l’attenzione che di solito riserva alle sue parole. Afferma che non può dimenticare i momenti di passione e sentimento con cui ha sempre letto i grandi libri della scrittrice, veri monumenti della cultura cubana.

Yoani ci tiene a stigmatizzare le polemiche interne, sa che la lotta che sta conducendo deve avere un solo nemico e non ci possono essere divisioni. “Sento che noi blogger contemporanei dobbiamo molto al valente lavoro dei giornalisti indipendenti che da oltre vent’anni rischiano sulla propria pelle per produrre informazione libera”, sostiene. Non ci devono essere divisioni tra blogger e neppure tra giornalisti indipendenti.

Yoani riconosce che prima di lei e dei blogger che la circondano sono stati in molti a lavorare per la libertà: Raúl Rivero, Tania Quintero e Julio San Francisco non sono che alcuni. Non servono divisioni, ma unità. Il muro può essere abbattuto soltanto con l’aiuto di tutti: giornalisti indipendenti, oppositori, blogger e cittadini. Il Granma ha insultato Yoani Sánchez, paragonandola a un animale a quattro zampe, ma la blogger controbatte: “Meglio un animale a quattro zampe di un animale che si muove bene nell’opportunismo. In ogni caso la mia regola di vita è non insultare nessuno e non usare la violenza verbale… non voglio lasciare l’esasperazione ai miei figli. In un paese diverso avrei potuto denunciare il Granma per diffamazione, qui non è possibile e poi gli insulti di quel giornale li considero onori”.

In ogni caso la preoccupazione di queste ore è tutta per Juan Juan Almeida. Yoani Sánchez si rivolge all’agente della Sicurezza di Stato che trattiene il cellulare del dissidente e chiede a viva voce: “Che cosa sta succedendo a Juan Juan? Quando lo rilascerete?”. In uno Stato di diritto esiste la certezza della pena. In uno Stato di polizia esiste l’incertezza su tutto…
Gordiano Lupi www.infol.it/lupi


Droga, alcol e farmaci nel corpo di Brenda

Il Tempo

Psicofarmaci, alcol, droga. La notte in cui è morta, nel corpo di Brenda, una delle trans del caso Marrazzo, c'era una miscela esplosiva che ha messo a dura prova il suo fisico. Sono alcune delle sostanze che sarebbero state rilevate dai test tossicologici sul corpo del viado brasiliano, al secolo Wendell Mendes Paes, 32 anni (li avrebbe compiuti ieri), eseguiti dell'Istituto di medicina legale del policlinico Gemelli diretto dal professor Pascali, e depositati alla Procura di Roma che indaga per omicidio volontario.


La notte del 20, Brenda, nel suo appartamento alla periferia nord di Roma, in via dei Due Ponti 180, ha mandato giù un cocktail di Red Bull e whisky Ballantyne's e una boccettina di Minias, farmaco che assumeva per dormire. Il pool di magistrati, composto dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal pm Rodolfo Sabelli, ora dovrà valutare i responsi medici e considerare la loro eventuale valenza penale: se rafforzano la tesi dell'incidente o dell'omicidio. Per completare il quadro degli indizi a sostegno dell'una o dell'altra ipotesi, gli inquirenti attendono anche la relazione tecnica della Scientifica sulle possibili cause dell'incendio partito quella notte dalla valigia al piano terra e propagatosi al materasso del divano, dando origine al fumo e alle esalazioni di monossido di carbonio che hanno ucciso Brenda, asul pavimento accanto sul letto sul soppalco.

 
«Oggi per me è un giorno tristissimo - ha detto ieri la madre di Brenda, Azenete Mendes Paes, giunta dal Brasile a Fiumicino, madre di altri quattro figli - uno dei giorni più tristi della mia vita perché sarebbe stato il compleanno di Del, e tutto avrei pensato tranne che venire a Roma per poter dare una carezza a mio figlio morto». «La nostra battaglia adesso - hanno detto i difensori, gli avvocati Walter Biscotti e Nicodemo Gentile - oltre che una battaglia di verità sarà anche quella di restituire dignità a questa persona». Ieri si attendeva la donna all'obitorio del Gemelli. «Non avverrà prima di lunedì - ha spigato l'avvocato Biscotti - Prima occorre il nulla osta dell'autorità giudiziaria».


Fabio DI Chio

Scontro sulla giustizia: stipendi d'oro e orari ridotti, la supercasta delle toghe

Quotidianonet


Quattro ore e 12 minuti al giorno. E' il tempo medio di attività dei magistrati. Nove milioni di processi pendenti, record di prescrizioni. Ed ogni tentativo di riforma è sempre naufragato



ROMA, 29 novembre 2009



E’ DA ALMENO 15 anni che, non appena un governo ipotizza di metter mano al sistema giudiziario per velocizzare i processi, l’Anm insorge sostenendo che il problema sono i pochi soldi e gli organici insufficienti. Recentemente, la tesi è stata rilanciata anche dal presidente della Camera. Ma è una tesi infondata. L’ha detto lo scorso anno il governatore di Bankitalia, Draghi: «Il confronto internazionale non sembra indicare nella carenza di risorse la ragione dell’inefficienza della giustizia». Lo dimostrano i dati. I costi del sistema giudiziario italiano sono infatti nella media europea. Noi spendiamo ogni anno 4 miliardi e rotti di euro, la Francia 3 miliardi e 350 milioni. Solo la Germania spende più dell’Italia. L’unica, ma significativa, differenza è che da noi il 70% dei costi finisce in stipendi, contro il 50% della Francia e il 60% della Germania.

STESSO DISCORSO per gli organici. A sostanziale parità di giudici, però, da noi sono più numerosi i magistrati che si dedicano a ben remunerati incarichi extragiudiziari (più di 2mila l’anno) e rispetto agli altri paesi europei i tribunali italiani dispongono di un numero enormemente maggiore di dipendenti. Quasi il doppio: 4,2 per ogni magistrato in Italia, 2 in Francia, 2,9 in Germania, 2,5 in Olanda... In ogni caso, se anche arrivassero nuovi soldi, come ha dimostrato uno studio dell’Organismo unitario dell’avvocatura italiana relativo al triennio 2005-2007, non sarebbero usati per migliorare il servizio. Verrebbero invece impiegati, come di consueto, «per pagare stipendi e assegni fissi dei magistrati». I quali, sia detto per inciso, godono di aumenti salariali superiori alla media della pubblica amministrazione e, a fine cariera, sono i meglio pagati d’Europa.

Il problema, dunque, non è spendere di più, ma spendere meglio. Ad esempio, ridurre il numero dei tribunali. Il Italia ne abbiamo 1292, contro i 733 della Francia, i 703 della Spagna, i 595 dell’Inghilterra. Solo la Russia, non esattamente un modello di Stato di diritto, ne ha più noi: 2696. Ma la corporazione giudiziaria, così come le amministrazioni locali, si oppongono ad ogni ipotesi di accorpamento.

Dai dati, risulta che l’Italia ha il record europeo di processi pendenti: 9 milioni tra civile e penale. Da cui certo dipende un secondo e non meno allarmante record, quello dei processi che finiscono in prescrizione: più di 200mila l’anno. Diverse le cause. I tre gradi di giudizio, la scarsa attitudine al lavoro dei magistrati (4,2 ore al giorno secondo Stefano Livadiotti, autore de ‘Magistrati, l’ultracasta’), l’eccesso di leggi con relative sanzioni penali, la totale irresponsabilità dei pubblici ministeri cui nessuno è autorizzato a chieder conto di indagini lunghe e spesso infruttuose.

Diverse le soluzioni possibili. Ne indichiamo solo tre: scoraggiare il ricorso in appello e soprattutto quello in Cassazione, riformare il Csm in modo da poter introdurre criteri meritocratici (oggi totalmente assenti) per la carriera dei magistrati, depenalizzare il maggior numero possibile di reati magari inasprendo le sanzioni pecuniarie.

PER FARLO, però, occorrerebbe una grande e complessiva riforma della giustizia. Ma, ad oggi, nessun governo e nessuna maggioranza ha avuto la forza di andare fino in fondo sfidando l’ira (e le connesse rappresaglie) della casta giudiziaria. Per i politici, è una dimostrazione di autolesionismo. Perché è chiaro che le inefficienze del sistema giudiziario si ripercuotono su tutti i cittadini: se la giustizia non funziona il crimine dilaga impunito (i due terzi dei reati gravi quali omicidio e rapina non hanno un colpevole), l’economia rallenta, la corruzione trionfa, la politica si indebolisce. E’ un problema serio, perchè mette in discussione le radici più profonde del vivere civile. Lo Stato moderno è infatti nato in cambio di Giustizia, perché se gli uomini hanno accettato di cedere parte significativa della propria libertà alle Istituzioni e alla Legge è stato solo per essere protetti e garantiti. Il sistema reggerà fino a che, nella coscienza dei cittadini, il contratto con lo Stato verrà onorato.


ANDREA CANGINI


Il costo della guerra sui civili. Le città distrutte, la gente che perde tutto

Corriere della sera



Su cento testimonianze giunte a 'La memoria va Online', il progetto del Corrie­re della Sera sulla seconda Guerra Mondiale, il 30% riguarda i bombardamenti sui nostri centri urbani da parte degli anglo-americani, il 26% la prigionia e la terribile esperienza dei soldati italiani internati nei lager tedeschi, il 18% le privazioni patite sul fronte interno, la fame e il freddo soprattutto. Tre quarti delle testimonianze sono dunque di vittime. Percentuali ad una cifra trattano invece di episodi specifici lo sfollamento nelle campagne, il giorno della Liberazione o quello caotico dell'Armistizio proclamato dal maresciallo Badoglio l'8 settembre 1943.

Curiosamente, una minima frazione delle lettere al Corriere sono dedicate al ruolo che il Fascismo ebbe nella vita degli italiani in quello stesso periodo. Chi ne parla lo fa indirettamente, quasi per caso. Lo stesso vale per la guerra partigiana. Eppure Resistenza e Fascismo sono i due poli sui quali, di solito, si concentra il dibattito 'ufficiale' su quel periodo storico. E' un esempio di come la politica sia lontana dal vissuto della gente?

Di come, ieri in Italia quanto oggi in Afghanistan, Sudan, Pakistan, la guerra pesa su civili che non si interessano delle motivazioni che l'hanno provocata? Oppure, ha ragione Aurelio Lepre che scrive qui a fianco: anche i lettori del Cor­riere vogliono rimuovere parte della loro memoria? Ammettere un errore dovreb­be essere segno di maturità. Invece nessuno ha raccontato quando applaudì il Du­ce o partecipò ad una spedizione punitiva contro fascisti. La risposta ai lettori.

Andrea Nicastro




Ecco una carrellata di alcune tra le ultime testimonianze giunte all'in­dirizzo mail memoria@corriere.it.


8 SETTEMBRE 1943

«L'8 settembre ero sulle monta­gne sopra Dubrovnik - scrive l'ex soldato Giacomo Bonelli - , provam­mo a scappare in due per rientrare in Italia, ma poi capimmo di essere a più di mille chilometri di distan­za. Tra noi e casa sia i partigiani di Tito sia le truppe naziste. Ci conse­gnammo al comando tedesco e fi­nimmo in un campo di raccolta ge­stito dagli ustascia, i fascisti croa­ti ».

Angelo Brioschi, ricorda invece quel giorno a Lecco perché «tutta la città partecipò al saccheggio della caserma abbandonata dagli alpini, piena di ogni ben di dio. In poche ore fu svuotata completamente an­che delle armi e munizioni. Tre mili­tari tedeschi furono sufficienti a ri­pristinare l'ordine».

BOMBARDAMENTI

Milano bruciava, scrive Liliano Maso, ed evidentemente le gabbie dello zoo di via Palestro erano state danneggiate dalle bombe. «Ricordo gli scimpanzé scorrazzare liberi fa­cendo piroette e addirittura inse­guendo i rari passanti».

Giuseppe Bestetti era invece in Corso San Gottardo quando una bomba incendiaria inglese centrò un edificio dove si stagionavano for­me di formaggio. «Si sentì una vo­ce: ’Hanno colpito la casera! Hanno colpito la casera’. I vicini si guarda­rono l'un l'altro, fino a che i più te­merari uscirono dal rifugio antiae­reo e corsero fra le rovine per pren­dere le forme di grana. La scena era un misto di tragico e ironico». Tra le fiamme e le macerie che invadeva­no il Corso «le persone facevano ro­tolare le forme di formaggio come bambini che giocassero a cerchio».

PRIGIONIA

Ercole Destro venne catturato con tutto il suo reparto dai tedeschi poco dopo l'Armistizio e, al suo rifiuto di aderire alla Repubblica Sociale Italia­na, venne condotto in un lager tede­sco. «Fui sorpreso nell'incontrare tra gli ’ospiti’ del campo, diversi ragazzi­ni sovietici. Erano sempre affamati come tutti noi e all'ora del pasto alcu­ni di loro approfittando di un attimo di assenza dell'addetto alla distribu­zione della zuppa, si precipitavano verso gli enormi pentoloni immer­gendovi le loro gavette per riempirle di quella brodaglia. Quindi scappava­no a nascondersi nel folto gruppo dei prigionieri in coda.

Le loro scap­patelle erano viste da tutti noi con as­soluta comprensione perché erano bambini affamati, infelici e soli. Un triste giorno però le guardie piomba­rono su due ragazzini. Immersero le testoline nella zuppa bollente, tratte­nendovele per qualche tempo nono­stante i tentativi di ribellione dei mal­capitati. Li estraessero da quella bro­daglia rantolanti e li portarono via, senza farci conoscere il luogo e la conclusione di quella orribile vicen­da » .

«A me toccò un campo di lavoro per l'estrazione di carbone da minie­ra profonda - scrive Antonio Brossa, un altro ex internato - . Non ci venne detto il nome del campo, né docu­menti, solo un numero di matricola cucito sul vestito e scritto su un ta­bellone. Non so se la miniera fosse privata o statale: noi comunque era­vamo a contatto solo con personale militare, sia Wehrmacht sia SS.

La vi­ta era disumana; il lavoro durissimo, sette giorni su sette; l'alimentazione scarsissima: un panino da forse un etto da dividere in due, e un mestolo di brodaglia di rape o cavoli con un po' di margarina al giorno; di notte si dormiva stanchissimi in baracche di legno gelide, torturati da pidocchi e zecche che spesso producevano grosse piaghe sulla pelle; di cure me­diche non si poteva neanche parlare; di scrivere a casa neppure.

Ho visto molti miei compagni morire di ine­dia. Succedeva spesso agli uomini al­ti e robusti: lavoravano fino all'ulti­mo, poi diventavano gialli, si gonfia­vano e d'improvviso cadevano. Sono stato sei mesi, forse più, senza vede­re la luce del giorno: solo miniera di giorno e baracca di notte».

FASCISMO

«I ritratti del Re e del Duce erano appesi alla parete insieme al crocefis­so. La mattina, entrando in classe fa­cevamo il saluto romano rivolti ver­so di loro e poi recitavamo una pre­ghiera - scrive Vittorio Tanzi e poi: ­In seconda elementare ero diventato Balilla: ciò mi obbligava il sabato mattina ad indossare la divisa e fare le esercitazioni nel cortile della scuo­la. Ci andavo malvolentieri perché i pantaloncini di panno grigioverde della divisa erano così ruvidi che mi pizzicavano le gambe. Facevo tutto il possibile per non andarci, anche inventando finti malesseri. Una vol­ta mio padre se ne accorse e mi sgri­dò. Era un uomo d'ordine, non am­metteva disobbedienze».

LIBERAZIONE

A Milano, ricorda Nada Reale, «i marciapiedi della via Marochetti e il Corso Lodi erano gremiti di gente. Eccoli! Eccoli!. Evviva, evviva i libe­radur!. Tutti urlavano e battevano le mani con entusiasmo irrefrenabile. Io, bambina, non capivo. Avevo tan­to sofferto nelle cantine della nostra casa in Via Polesine, quando senti­vo il sibilo delle bombe sganciate da­gli aerei nemici e stavo ad aspettare il boato dell'esplosione».

Dalle alture dietro Rimini, Maurel­la Salvatore Dell'Acqua, ci regala un altro flash della Liberazione: «Arri­varono gli alleati. In quel paesino erano inglesi con le truppe indiane. Mi venne l'itterizia per lo spavento. Era l'uomo nero con il turbante». «La mattina del 25 Aprile scesi a Sa­vona - scrive Graziella Panconi - e trovai una città sommersa di bandie­re tricolori. Il buio, il freddo, la pau­ra erano finiti. Prima c'era la guerra, ora non c'era più. Un mondo scom­pariva e un altro stava arrivando».


29 novembre 2009

Svizzera, referendum anti-minateri "Sono simbolo del potere islamico"

La Stampa

GINEVRA

Domenica di referendum oggi in Svizzera. Al termine di un’accesa campagna, gli elettori sono chiamati a pronunciarsi su una controversa iniziativa della destra nazional-conservatrice che chiede di vietare la costruzione di nuovi minareti.

Un secondo referendum vuole bandire le esportazioni di materiale bellico, ma è la questione dei minareti ad aver polarizzato l’attenzione dell’opinione pubblica, in Svizzera e all’estero. Secondo i promotori, i minareti sono un simbolo del potere islamico, più che religioso, e per questo devono essere banditi. Contro il divieto, giudicato discriminatorio e pericoloso, si sono schierati il governo e la maggioranza dei partiti. Nell’ultimo sondaggio, l’iniziativa risultava respinta dal 53% degli intervistati. I musulmani, che sono il 5% della popolazione elvetica, dispongono di circa 200 luoghi di preghiera in Svizzera, ma solo quattro minareti, che non sono usati per il richiamo alla preghiera. L’iniziativa «Per il divieto di esportare materiale bellico», sostenuta da una coalizione capeggiata dal Gruppo per una Svizzera senza esercito, chiede che la Confederazione sostenga e promuova gli sforzi internazionali nel campo del disarmo e del controllo degli armamenti. Domanda inoltre il divieto di esportazione e di transito di materiale bellico. Stando ai sondaggi dovrebbe essere bocciata. Le urne chiudono alle ore 12.00 e i primi risultati sono attese nel pomeriggio.

Natalie 8 mesi in carcere Chiedeva il pizzo ai trans

Corriere della Sera

La condanna - Una prostituta: rifiutai di pagare, mi distrusse la macchina

Riemerge il passato del viado del caso Marrazzo

ROMA — In una storia dai molti colpi di scena, in cui nessuno è quel che sembra — dal tutore dell'ordine al piccolo pusher — si scopre che la «dark lady» era «il pappone». Che il trentasettenne Natalie, spregiudicato seduttore del caso Marrazzo, avesse infranto più volte le leggi sull'immigrazione (subendo anche varie espulsioni) era risaputo. Nulla invece era fin qui emerso sulla sua attività di sfruttatore degli stessi trans. Mentre ora, in seguito anche all'evoluzione degli ultimi giorni, cominciano ad affiorare testimonianze, segnalazioni e denunce di questa sua attività. E perfino una condanna per «sfruttamento della prostituzione», confermata in procura, scontata proprio qui in Italia. A quanto pare Natalie, ossia José Alexandre Vidal Silva, figlio di un editore di Valenca di Rio, ha imposto per anni il suo «caporalato» ai trans di via Gradoli e della Roma nord. Una comunità clandestina, ricattabile e redditizia a cui il trans di Valenca di Rio offriva protezione e imponeva «il pizzo»: «Tra gli otto e i diecimila euro a persona — racconta oggi uno di loro — e se non pagavi c'erano ritorsioni. Dai danni alla fiancata dell'auto del cliente, fino alle minacce e alle pressioni psicologiche. In qualche caso venivi sfrattato dall'appartamento.

E non va dimenticato che Natalie conosce ognuno di noi, la famiglia da cui proviene: l'ho sentita di persona minacciare ritorsioni sui parenti di chi non si sottomette». Tra il 2004 e il 2005, quando il feuilleton di via Gradoli, con le sue celebrità, era agli inizi, Natalie fu indagata e arrestata per «sfruttamento della prostituzione». Ci fu una retata che la stessa fonte anonima ricorda avvenuta all'«Heaven», popolatissima discoteca del fuori orario romano. «Tra il 2004 e il 2005 Natalie scontò otto mesi nel penitenziario di Rebibbia» precisa una fonte diversa che conosce il mondo trans ma non si prostituisce. E però, ugualmente, chiede l'anonimato. «Una condanna scontata nel reparto maschile ovviamente», aggiunge. Ai primi del Duemila José Alexandre era già, insomma, l'esperto e persuasivo taglieggiatore di trans della Roma nord che si prostituivano in strada o in appartamento. E ancora oggi tra via della Moschea e Acqua Acetosa i trans sanno chi sono le «figlie di Natalie», quelle cioè che sono state sotto la sua protezione.

In una comunità in cui tutti hanno paura di ognuno (specie al momento) la notorietà del ragazzo di Valenca può suscitare invidie, certo. Ma di Natalì, i trans tra via Due Ponti, largo Sperlonga, via Gradoli, via Capena e altre strade, sembrano avere soprattutto paura. Mercoledì scorso un trans di via Capena s'era detto disponibile a offrire la sua testimonianza, mostrando la denuncia presentata qualche anno fa ai carabinieri di via Vibo Valentia. Intercettato da Natalì, s'è visto costretto a fare marcia indietro. Un'ex trans, operata nel 2008, M.L.R. e con i documenti in regola, smise di versare la «tassa» ai primi del Duemila. Fu perseguitata. «Nell'estate del 2002, Natalie mi fece distruggere la macchina e mi rubò i documenti. Io la denunciai. Finimmo in tribunale e lei, dopo essersi spogliata davanti al giudice, che era una donna, iniziò a segnarsi con un pennarello rosso, gridando che ero stata io a farle quei tagli». M.L.R. perse la sua Peugeot cabrio nera ma riuscì, da allora, a sottrarsi al pagamento del pizzo che Natalie imponeva a quelle come lei. Cifre inviate, secondo la stessa fonte, direttamente in Brasile «alla sorella Katia, con dei bonifici periodici». E consistenti.

Ilaria Sacchettoni
29 novembre 2009



Il teste anti Silvio: così ho sciolto bimbi nell’acido

di Gian Marco Chiocci

nostro inviato a Palermo

Per avere un’idea di che tipetto sia Gaspare Spatuzza, il pentito che accusa Silvio Berlusconi d’essere l’ispiratore delle bombe del ’93, è illuminante leggere la trascrizione di un confronto all’americana fra lo stesso mafioso pentito e un mafioso che tale è rimasto, Cosimo Lo Nigro. Spatuzza ammette d’aver fatto i salti di gioia a vedere Giovanni Falcone saltare in aria a Capaci e Paolo Borsellino morire (anche per mano sua) in via D’Amelio. Rivela d’aver squagliato nell’acido bambini e cristiani adulti. D’aver ucciso preti. «Ma poi ho trovato Cristo» e, d’incanto, giura Spatuzza, ho trovato anche la forza di collaborare con lo Stato.

I due vengono messi uno di fronte all’altro il 10 settembre 2009 nel carcere romano di Rebibbia. Spatuzza si rivolge al «fratello Cosimo» ricordandogli il travaglio interiore che l’ha portato a pentirsi. «Sono state fatte scelte sbagliate, mostruose, oggi, perché ci siamo spinti al di là del nostro dovuto. Io ho sempre detto a tutti i magistrati che noi non siamo terroristi». Per Spatuzza lo «spingersi oltre il dovuto» non è rappresentato dalle stragi del ’92 ma solo da quelle del ’93. «Io ho gioito per Capaci perché quello rappresentava un nemico di Cosa nostra. Oggi me ne vergogno ma ho gioito per Capaci. Ho gioito anche per via d’Amelio, perché questo era un nemico nostro. Il nostro malessere inizia a pesare quando entriamo al di là del dovuto come criminalità organizzata denominata Cosa nostra.

Quando entriamo su Firenze, nel momento in cui il nostro nemico non sono più le istituzioni come Stato, ma diviene le persone inermi, le persone comuni». Come la bimba rimasta uccisa dal tritolo in via dei Georgofili a Firenze di poco più giovane di Giuseppe Di Matteo, figlio del boss Santino di Altofonte, da lui sequestrato per 777 giorni, strangolato a mani nude nel 1996 e poi liquefatto dentro un bidone di acido corrosivo. O come il sacerdote don Pino Puglisi che, secondo una confidenza fatta da Spatuzza al cappellano del carcere di Ascoli, personalmente andò a fissare negli occhi sapendo che l’indomani, godendo, l’avrebbe finito come un cavallo zoppo. «Spatuzza mi disse – racconta a verbale don Massimiliano De Simone – che prima della sua uccisione volle andare a vederlo e ne ricorda il sorriso che ha poi rivisto prima che questi morisse».

Spatuzza chiede umilmente perdono. Invita Lo Nigro – che non lo degna di una risposta - a seguirlo nella redenzione. «Stiamo consegnando la nostra immagine alla storia, un’immagine di mostri. Io non so se in questi anni ha pensato la figura di Don Pino Puglisi, la figura di Giuseppe Di Matteo! Un bambino. Oggi dico una mostruosità. Un bambino. Io l’ho fatto, l’ho fatto insieme a lui (a Lo Nigro, ndr). Squagliare delle persone nell’acido. L’abbiamo fatto assieme. E so cosa significa squagliare un essere umano. Ma la mia mente non riusciva a concepire una mostruosità del genere, un bambino a 12 anni! Queste sono vigliaccate. Io non so quali sono le tue scelte, però ti invito a riflettere in te stesso: non dico di collaborare. È una questione personale. Non c’è motivo per arrivare a questo punto. Io ti posso...». Lo Nigro: «Finisci l’argomento, finisci il tuo argomento». E Spatuzza: «Stai parlando con un tuo fratello». Lo Nigro si morde le labbra. Lascia che il pentito passi a raccontare del giorno in cui, a Campofelice di Roccella, insieme protestarono col boss Giuseppe Graviano che si stavano facendo troppi morti inutili, ricevendo in risposta l’assicurazione che «era giusto così perché chi si doveva dare una smossa era bene che se la desse».

Lo Nigro non si tiene. Sta per esplodere. Ed esplode: «Premesso che con Gaspare noi ci siamo voluti bene come fratelli ma io a Graviano l’ho conosciuto a Tolmezzo (in carcere,ndr) e mi ero dimenticato che c’eri anche tu a Tolmezzo che avevi avuto delle lamentele per colloqui, problemi, cose». Prima smentita: l’incontro in cui il boss Graviano disse, o avrebbe detto, certe cose sui morti delle stragi, non c’è stato mai a Campofelice. Secondo Lo Nigro, Spatuzza mente. «Quello che dici tu... ma sei sicuro di quello che dici?». Spatuzza biascica frasi incomprensibili. Lo Nigro lo stoppa: «Prima hai parlato tu, adesso parlo io. Premesso che io e i signori Graviano l’ho conosciuti in carcere (...) ti dico, ma che stai facendo? Che stai facendo!». Spatuzza: «Non puoi dire che io sto mentendo». Lo Nigro: «Non di poco! (...) Ma che stai dicendo! Che stai facendo! Non mentire (...) Tutto mi potevo aspettare ma non che la tua persona uscisse pazza in questo modo!».