mercoledì 25 novembre 2009

Basta ai furti dei rom" E in Slovacchia alzano il muro della discordia

Quotidianonet

La costruzione è lunga 150 metri ed è stata edificata il mese scorso: costo, 13mila euro.
Indignazione in tutto il Paese. La tutela degli orti è la giustificazione che ha provocato lo sdegno dell'opposizione



 
Ostrovany (Slovacchia), 25 novembre 2009 - Vent'anni fa crollava il muro di Berlino, ma la lezione non è servita e qualcuno ne erige ancora. Come nel caso di Ostrivany, un villaggio dell’europea Slovacchia, dove ne è stato costruito uno per dividere la popolazione slovacca e quella rom (maggioritaria).

Il muro è lungo 150 metri ed è stato costruito il mese scorso per un costo di 13mila euro. E, subito, ha suscitato l’indignazione non solo dei rom, ma di tutti coloro che hanno a cuore la difesa dei diritti umani.

“E’ una discriminazione. Il sindaco avrebbe potuto piuttosto stanziare quel denaro per costruire abitazioni per noi”, commenta Lucia Kucharova, una rom 25enne che vive nella baraccopoli di Ostrovany, nella parte orientale del paese. Come lei, sono in 1.200 a vivere in condizioni pessime nella zona.

Cyril Revak, sindaco dal 1991 di questo villaggio di 1.800 abitanti, evita chirurgicamente di parlare di “muro”. Ma ne giustifica la costruzione, sostenendo che la comunità rom ruba.

“La recinzione non impedisce ai rom di venire nel villaggio. Ma impedisce loro di penetrare nei giardini privati per rubare. Non si tratta che di piccoli furti, specialmente in autunno. Ma la gente non può più coltivare ortaggi nei loro giardini, che vengono rubati”, si giustifica il primo cittadino.

La tutela degli orti, insomma, a giustificazione di una misura che ha provocato lo sdegno della maggioranza dei residenti nel villaggio. Questo perché la maggioranza è ampiamente rom: 1.200 su 1.800 abitanti.

Solo che questa enorme forza d’urto non si rappresenta politicamente. La comunità rom quasi non partecipa alla vita pubblica e nel consiglio comunale c’è solo un rappresentante rom. Che, tra l’altro, ha votato a favore del muro. “Ho espresso il mio voto favorevole semplicemente perché il consiglio comunale l’avrebbe deciso comunque”, ammette Dezider Duzda, l’unico consigliere rom.

Contro il muro c’è anche chi ha fatto ricorso alla giustizia. Alexander Patkolo, presidente dell’associazione “Inziativa rom di Slovacchia” afferma che “il muro è stato costruito illegalmente e discrimina la comunità rom”.

In Slovacchia ci sono circa 600 comunità rom, che spesso vivono in condizioni igienico-sanitarie pessime. In tutto, secondo il censimento del 2001, si tratterebbe di qualcosa come 89mila persone su una popolazione totale di 5,4 milioni. Tuttavia, i numeri reali sono sicuramente più alti. L’etnologo dell’Accademia delle scienze slovacca Arne Mann parla di 350mila persone.

A rendere difficile la situazione dei rom slovacchi, secondo Mann, è stato soprattutto il regime comunista. “Prima della seconda guerra mondiale, c’era una buona cooperazione tra rom e agricoltori”, afferma l’etnologo. “La collettivizzazione dell’anteguerra - aggiunge - ha reso il loro aiuto inutile ed è cominciata la segregazione”.

Oggi la situazione è molto diversa. Secondo quanto ha rilevato un sondaggio nel 2008, l’82 per cento degli slovacchi sostiene di non volere i rom come vicini.


Nepal, massacrati 20 mila bufali

Corriere della Sera


Sacrificio rituale di massa in Nepal, a vuoto la protesta animalista. Anche Brigitte Bardot aveva protestato

Video


KATHMANDU - Fra inutili proteste di animalisti venuti da varie parti del mondo, 20.000 bufali sono stati sacrificati a Bayapur, nel distretto nepalese di Bara, in nome di Gadhimai, dea hindu della potenza ritenuta assetata di sangue. Lo sgozzamento di massa dei bufali, scrive oggi il portale Nepalnews, è cominciato dopo che il custode del tempio di Gadhimai, Mangal Chaudhary, ha eseguito il «Panchabali» (sacrificio di cinque animali: topolino bianco campestre, maiale, piccione, capra e bufalo) ed il «Narbali» (sacrificio umano, simbolizzato dalla rottura di una noce di cocco previamente riempita di sangue donato da volontari). Successivamente, di fronte a decine di migliaia di persone provenienti da Nepal e India, 250 persone hanno cominciato il rito sacrificale dei 20.000 bufali offerti dai fedeli affinchè la dea Gadhimai esaudisca i loro desideri.

I NUMERI - Complessivamente in tutto il Paese in questa due giorni vengono sacrificati qualcosa come 300.000 animali. Il Gadhimai è in effetti il festival durante il quale si venera la dea della potenza assetata di sangue. Oggi, nella seconda giornata del festival, saranno sgozzate migliaia di capre e poi via via anche altri animali. Su Bariyapur, che si trova nella parte meridionale del Nepal, per assistere alla cerimonia si sono riversati un milione di devoti provenienti anche dall'India. Nei giorni scorsi varie persone sono morte a Bayapur dopo aver bevuto alcol adulterato, mentre Nepalnews segnala che ieri tre bambini, portati dai genitori ad assistere al rito, sono morti per il freddo intenso.

LE PROTESTE ANIMALISTE - Varie organizzazioni animaliste, e la stessa ex attrice francese Brigitte Bardot, sono scese in campo per protestare contro questa pratica, ma a quanto pare senza successo. Da tutto il mondo gli attivisti scritto alle autorità nepalesi chiedendo la fine della festa e, soprattutto, della mattanza degli animali. «Personalmente trovo difficile da immaginare - ha scritto Brigitte Bardot al presidente nepalese Ram Baran Yadav - che il suo cuore possa approvare questa crudeltà». Dinanzi al tempio i rappresentanti di alcune organizzazioni animaliste nepalesi e indiane hanno manifestato contro i sacrifici accusando il governo nepalese di essersene «lavato le mani» spiegando di non avere il potere di fermare la festa religiosa.

IL PICCOLO BUDDHA - Il «piccolo Buddha», Ram Bahadur Bomjan, il giovane che ha meditato nella foresta per settimane senza mangiare nè muoversi, si è raccolto nei pressi del tempio di Gadhimai per chiedere la fine del massacro, così come maestri e monaci tibetani che hanno recitato mantra (preghiere buddiste) intorno al tempio. Oltre 1100 agenti di polizia sono stati dispiegati nella zona per evitare scontri. I primi animali ad essere sacrificati son i bufali, seguiti poi da capre, pecore, polli, piccioni ed anche topi.

25 novembre 2009


Svizzera, il tribunale federale ordina la scarcerazione di Polanski

Corriere della Sera


Il regista era stato arrestato il 26 settembre con l'accusa di violenza sessuale nei confronti di una tredicenne

Il regista Roman Polanski (Reuters)
)
GINEVRA - Un tribunale svizzero ha autorizzato la scarcerazione del regista Roman Polanski dietro cauzione di 4,5 milioni di franchi svizzeri (poco meno di tre milioni di euro). Lo riporta la tv elvetica.

LA VICENDA - Polanski, 76 anni, è stato arrestato in Svizzera lo scorso 26 settembre a Zurigo sulla base di un mandato di cattura emesso dagli Stati Uniti. Nel 1977 era fuggito dagli Usa alla vigilia della sentenza del processo in cui era imputato per avere avuto nel 1977 rapporti sessuali con una tredicenne. Lo scorso ottobre gli Usa hanno chiesto formalmente la sua estradizione. Il ministero della Giustizia elvetico ha fatto sapere che il rilascio non avverrà immediatamente, e che deciderà se appellarsi contro la scarcerazione.


Nel pc di Brenda ci sono 60mila file

Corriere della Sera


Fino ad ora è stato recuperato il 16% del materiale contenuto nel portatile

ROMA - Sono 60 mila i file, tra visibili e cancellati, presenti nel computer di Brenda, la transessuale testimone nell'inchiesta sul caso Marrazzo trovata morta il 20 novembre scorso per asfissia da fumo nel suo monolocale di via Due Ponti, a Roma. I consulenti tecnici nominati dalla procura stanno completando la scansione dell'hard-disk del pc: al momento è stato recuperato il 16 per cento del contenuto, ed entro giovedì il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo ed il sostituto Rodolfo Sabelli saranno aggiornati su quanto trovato.

NUOVO SOPRALLUOGO - Nel frattempo inquirenti e investigatori hanno compiuto un nuovo sopralluogo nell'abitazione di Brenda alla ricerca di ulteriori elementi utili per la ricostruzione delle modalità culminate nella morte della trans. Prossimamente sarà risentita in procura la trans China, che nel programma «Porta a Porta» di qualche giorno fa ha parlato di circa 30 mila euro consegnati a Brenda dall'ex presidente della Regione Lazio. Circostanza, quest'ultima, non riferita quando fu sentita la prima volta dopo la morte della collega, ed amica del cuore, brasiliana.

25 novembre 2009


11 settembre: sul web i messaggi di chi stava vivendo l'attacco. Ed è polemica

Corriere della Sera

Il sito Wikileaks li sta mettendo in rete. Ma quale organizzazione li ha intercettati e archiviati?

 


Le Twin Towers in fiamme (Ap)

NEW YORK (USA) - Sono le voci più autentiche dell'11 settembre. Di chi stava vivendo in prima persona la serie di attentati che alla fine costarono quasi 3000 morti agli Stati Uniti. Il sito Wikileaks, che si occupa prevalentemente di pubblicare documenti riservati al fine di promuovere una maggiore trasparenza nell'azione del governo americano, sta rendendo noti gli oltre 500.000 messaggi trasmessi via pager o sms da dipendenti governativi dalle ore immediatamente precedenti all'attacco delle Torri Gemelle, fino alle ore successive al crollo.

CHI HA INTERCETTATO I MESSAGGI - Come sottolinea il giornale online Huffington Post ciò che emerge innanzitutto è che prima ancora dei provvedimenti conseguenti proprio all'11 settembre esisteva già un'organizzazione, probabilmente governativa, che si preoccupava di monitorare intercettare e archiviare i messaggi di una vasta area di dipendenti pubblici, dal Pentagono alla polizia di New York.

Molti dei messaggi sono toccanti, altri curiosi come quelli tra agenti Fbi che invitano i colleghi, in mancanza di informazioni, a guardare la Fox e la Cnn. Come riporta la versione online di Wired che cita i gestori di Wikileaks: «Dobbiamo proteggere le nostre fonti, ma è evidente che le informazioni vengono da un'organizzazione che si occupava di intercettare ed archiviare le telecomunicazioni da prima dell'11 settembre».


Salta la virgola, sballano i conti del Postamat. Inibiti i prelievi

Corriere della Sera


Per un'anomalia contabile alcune transazioni «potrebbero aver generato addebiti superiori a quelli effettivi»



Una signora ad uno sportello Postamat nel centro storico di Roma (Ansa)

MILANO - Un disguido che potrebbe aver terrorizzato parecchie persone. Poste Italiane fa sapere che in seguito a un'anomalia contabile, alcune transazioni effettuate nei giorni scorsi con la carta Postamat, presso gli esercizi commerciali e bancomat, «potrebbero aver generato un addebito superiore a quello effettivo».

ADDEBITI - Di fatto, il disguido tecnico ha fatto "saltare" la virgola dei decimali, aumentando oltremisura gli importi addebitati. Poste Italiane rassicura comunque i clienti che il ripristino dei corretti saldi è in corso e sarà completato nelle prossime ore.

ADOC - «Abbiamo ricevuto centinaia di segnalazioni di conti in rosso senza giustificato motivo - dichiara Carlo Pileri, presidente dell'associazione dei consumatori Adoc - dato che non risultano movimenti in uscita corrispondenti al debito segnalato sul conto. I debiti si aggirano in media sui 2.000 euro, ma si toccano punte anche di oltre 5.000 euro. Di conseguenza, ai correntisti è inibito sia il prelievo che la possibilità di effettuare pagamenti, un danno enorme per i consumatori». L'Adoc ha chiesto a Poste che «sul debito registrato dal conto non vengano applicati gli interessi. Qualora i tempi di ripristino della disponibilità del conto superino le 24 ore, l'Adoc metterà a disposizione i suoi avvocati per esperire possibili azioni legali, anche per il risarcimento del danno eventualmente subito».

25 novembre 2009


Video choc su ragazzo disabile, chiesta condanna per quattro dirigenti Google

Corriere della Sera



Nel filmato, realizzato in una scuola di Torino, un allievo Down veniva insultato e picchiato dai compagni 


MILANO - I pm di Milano Alfredo Robledo e Francesco Cajani hanno chiesto la condanna a pene comprese tra 6 mesi e un anno di reclusione, per quattro dirigenti ed ex dirigenti di Google accusati di concorso in diffamazione e violazione della privacy in relazione al tristemente noto video caricato su Google Video nel 2006, in cui un minore disabile veniva insultato e vessato dai compagni di scuola di un istituto tecnico torinese. In particolare, i pm nella loro requisitoria davanti al giudice monocratico della Quarta sezione penale di Milano hanno chiesto la condanna per tre imputati a un anno e per uno di loro a 6 mesi.

VIOLATI DIRITTI FONDAMENTALI - In particolare, i pm hanno chiesto la condanna a un anno per David Carl Drummond, George De Los Reyes e di Peter Fleischer accusati di diffamazione e violazione della privacy. Sei mesi sono stati invece richiesti per Arvind Desikan, che rispondeva solo per il reato di diffamazione. I pm, nel chiedere la condanna dei quattro imputati a pene comprese tra 6 mesi e un anno di reclusione, hanno spiegato che si tratta «non di un problema di libertà, ma di responsabilità».

Secondo i pm, Google avrebbe avuto il dovere di «lanciare un sevizio responsabile, che non può calpestare i diritti fondamentali». Google, secondo i pm, ha infatti tutto il diritto di fare impresa e di guadagnare, ma deve farlo in modo responsabile. «La tutela dei diritti fondamentali non può essere calpestata sulla base soltanto del diritto d'impresa».

25 novembre 2009


De Benedetti censurò la stampa quando fu arrestato, ora non ricorda


 
Carlo De Benedetti, editore di La Repubblica, lunedì ha tenuto a Oxford una lezione di etica e giornalismo. In sintesi l’ingegnere ha sostenuto che la maggior parte degli italiani sono male informati perché subiscono l’influenza delle reti televisive di Berlusconi, che i suoi giornali, La Repubblica e L'espresso, sono gli unici che sfidano i potenti e che garantiscono ai cittadini la conoscenza e il sapere indispensabili per far crescere la libertà.

De Benedetti ha parlato a lungo del rapporto tra giornali e potere, ha fatto esempi su editori (lui) e giornalisti (i suoi) a schiena diritta e altri supini. Pratica che conosce bene anche se a volte la memoria lo tradisce. Per esempio i giovani studenti inglesi non sanno che De Benedetti, a differenza di Silvio Berlusconi, finì in galera per tangenti (condanna evitata per sopraggiunta prescrizione). 

E non lo sapranno mai perché il fatto è stato accuratamente censurato (come l’oblazione di una condanna per falso in bilancio ottenuta grazie alla legge del governo Berlusconi che in questi giorni La Repubblica definisce «legge ad personam» ) da tutte le biografie esistenti, compresa quella della libera (?) Wikipedia. Eppure avvenne, è storia. 

La data è il 31 ottobre 1993. Un alto ufficiale dei carabinieri bussò alla porta di casa De Benedetti a Torino. Aveva in mano un ordine di custodia cautelare firmato dalla procura di Roma. Casualmente l’ingegnere non c’era, era all’estero. Per lui l’accusa era concorso in corruzione, oltre dieci miliardi di tangenti pagate dalla sua società, la Olivetti, tra il 1988 e il 1991, per piazzare al ministero delle Poste, alle Ferrovie, telescriventi e fax che per di più erano obsoleti, fondi di magazzino. 

Di lì a tre giorni l’ingegnere si consegnò ai magistrati romani e finì in cella, ma solo per qualche ora perché ottenne subito i domiciliari. Tutto ciò accade pochi mesi dopo che De Benedetti si era presentato da Di Pietro per vuotare il sacco. Era maggio, e i pm milanesi di Mani pulite avevano scoperto le schifezze della Olivetti. Anticipò l’inevitabile chiamata e andò a Palazzo di Giustizia. Raccontò tutto, per filo e per segno, scaricò la colpa giuridica sui suoi manager e si assunse quella politica con un «ma» di troppo. 

E cioè: ma eravamo costretti a farlo altrimenti non avremmo lavorato. In pratica si dichiarò concusso. Di Pietro, a differenza di quello che faceva in quegli anni con altri imprenditori (galera), gli diede una pacca sulle spalle e lo rimandò a casa. L’ingiustizia era talmente palese che la Procura di Roma volle vederci chiaro. Perché se uno è concusso una volta passi, ma se lo stesso si fa fregare per tre anni di fila in silenzio, beh, allora la cosa cambia. 

Così si arrivò all’espropriazione dell’inchiesta e all’ordine di arresto. Come si comportò il professore di etica, quello che vuole giornalisti con la schiena diritta con i potenti? Sono testimone diretto, in quanto il giorno dopo la confessione fiume a Di Pietro, il Corriere della Sera, dove lavoravo, mi spedì a Ivrea, quartier generale della Olivetti, per intervistare l’ingegnere. 

Pur avendo ricevuto mille raccomandazioni dai miei capi a essere prudente, essendo giovane e illuso pensavo di poter chiedere a De Benedetti ciò che gli italiani volevano sapere. Per esempio perché pochi mesi prima, quando si credeva che l’Olivetti potesse ancora sfangarla, dichiarava spavaldo: «Tangenti? Non ne ho mai pagate». Ma non andò così, perché a quel tempo all’ingegnere i giornalisti schiena diritta non piacevano, almeno non quelli che volevano tenerla di fronte a lui.

Quell’intervista fu un calvario, continuamente interrotta al motto di «ma gli accordi non sono questi». Accordi? Già, l’ingegnere aveva tra gli azionisti del Corriere amici importanti, cosa che simpaticamente non evitò di ricordarmi. Le domande scomode furono limate, le risposte modificate in continuazione. Fui costretto a scrivere sul posto e il testo finale passato al vaglio da decine di mani. Avevo capito che non era aria di fare l’eroe. 

Lo confesso, alla fine misi di malavoglia la mia firma sotto quel testo, per la felicità di De Benedetti che mi congedò complimentandosi: «Lei è giovane ma è proprio un bravo giornalista, farà strada». Nel mio piccolo un po’ l’ho fatta, ma non con lui né grazie a lui e a quella sciagurata intervista. No, questo gli studenti di Oxford non lo sapranno mai. 

E non sono al corrente neppure di come il direttore preferito da De Benedetti, lo schiena diritta Eugenio Scalfari, si comportò in quei momenti. Il giorno dell’arresto, prima telefonò furibondo e indignato al capo della procura di Roma, Vittorio Mele: «Ma insomma, l’arresto del presidente di Olivetti le sembra una bazzecola?», poi scrisse il suo editoriale. 

Ci sono parole e concetti che il fondatore di La Repubblica ha poi cancellato dal suo vocabolario. Tipo: «Questa volta avvertiamo una vivissima preoccupazione come cittadini per il modo di procedere della procura». E ancora: «Qual è la logica di tutto questo? Forse quella di fare più rumore? Chi lo sa? Chi può negarlo?». E soprattutto: «Perciò stiano con gli occhi ben aperti i procuratori di giustizia, perché il rischio che eseguano senza saperlo vendette su commissione incombe pesante sul loro operato». E L'espresso che scrisse? La notizia della settimana, direi dell’anno, finì in uno strillo di copertina: «De Benedetti a Roma». 

Detto tutto su come De Benedetti intende «la conoscenza che fa crescere la libertà» elogiata a Oxford. Insomma, i magistrati se sfiorano il tuo editore sono un pericolo, se si accaniscono contro Berlusconi una manna. L’unico giornalista che disse le cose come stavano fu, tanto per cambiare, Indro Montanelli, che su questo giornale scrisse due cose. La prima su De Benedetti: «Che tristezza quest’uomo che s’era proclamato “diverso” dagli altri imprenditori (così come il Pci e il Pds s’erano proclamati diversi dagli altri partiti) e che dai giornali a lui soggetti, l’Espresso e la Repubblica, era stato indicato come modello d’uomo d’affari immune dagli spasimi d’aggancio politico e dalle tentazioni tangentizie cui gli altri esponenti della razza padrona - per usare un termine caro al più autorevole tra i suoi giornalisti, Eugenio Scalfari - erano soggetti». 

La seconda sull’editoriale di Scalfari: «Conosco molti furfanti che non fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia furfante». Frasi che consigliamo di ripassare a Travaglio, che ama coinvolgere a sproposito nei suoi deliri Indro Montanelli e che ritiene il duo Scalfari-De Benedetti il meglio del Paese.


Cambogia, Khmer rossi Tribunale internazionale: "40 anni al boia Duch"


 
Bangkok - Un po' a sorpresa la richiesta di condanna si è fermata a 40 anni di carcere. Niente ergastolo per il "compagno Duch", il capo della prigione del regime dei Khmer rossi di Pol Pot, in Cambogia, dove si calcola che 15.000 persone siano state torturate e uccise tra il 1975 e il 1979. Il procuratore internazionale William Smith ha risparmiato il "fine pena mai" per l'accusato, il cui vero nome è Kaing Guek Eav, giudicato per crimini di guerra e crimini contro l'umanità per aver diretto la prigione nota come "S-21".

"La sola pena appropriata sarebbe l'ergastolo" - ha precisato Smith - "ma diversi fattori inducono a commutare la pena". Tra questi, ha citato i quasi dieci anni di detenzione provvisoria già subita, parte della quale giuridicamente illegale, e la sua "parziale" cooperazione con la corte, nonché il suo "contributo alla riconciliazione nazionale".

Duch riconosce proprie colpe Prendendo la parola dopo la richiesta di 40 anni di reclusione Duch ha riconosciuto di "essere stato un membro delle forze di Pol Pot, e di conseguenza di essere psicologicamente responsabile, di fronte all'intera popolazione cambogiana, per le anime dei morti". Duch, che aveva già chiesto più volte perdono per la morte di 15 mila persone nel carcere-simbolo del genocidio cambogiano, ha aggiunto di essere "profondamente rammaricato e colpito da una distruzione di scala così ampia". 

Processo finirà a marzo Nonostante l'apparente pentimento, Duch si è sempre difeso sostenendo di non aver avuto altra scelta che eseguire gli ordini, altrimenti sarebbe stato ucciso. La fine del processo, il primo contro un ex membro del regime costato 1,7 milioni di morti, è prevista per marzo 2010.

Caso Cucchi: a Matrix nuovo teste «Stefano forse picchiato in caserma»

Corriere della Sera


Racconto di un agente penitenziario sposterebbe il pestaggio: non in tribunale, ma dai carabinieri


ROMA - Una nuova testimonianza potrebbe modificare il corso delle indagini sulla morte di Stefano Cucchi, il 31enne romano deceduto dopo una settimana dal suo arresto, il 22 ottobre. Nel corso della trasmissione Matrix, in onda su Canale 5 martedì 24 novembre, è stata presentata una ricostruzione diversa delle ore precedenti l'udienza in tribunale, durante le quali il giovane sarebbe stato selvaggiamente colpito.

DOVE ACCADDE - E' una testimonianza particolarmente delicata quella andata in onda nel corso della trasmissione, perchè sposterebbe il momento del pestaggio alla permanenza del geometra nella caserma dei carabinieri, la notte prima del processo, anziché - come si era ritenuto finora - alla detenzione nelle celle del tribunale, come invece farebbe pensare il racconto del detenuto immigrato S.Y, primo teste della vicenda Cucchi.

IL QUADRO CAMBIA - Se la nuova testimonianza fosse acquisita e validata dagli inquirenti, la già complicata indagine sulla morte di Cucchi dovrebbe riscrivere il film dell'aggressione. Ma la famiglia della vittima sottolinea «quel che è chiaro è che Stefano non è morto da solo».
«Prendiamo atto di questa testimonianza.

Abbiamo fiducia nel lavoro dei pm», interviene Fabio Anselmo, il legale dei Cucchi, commentando le nuove circostanze della morte evidenziate dall'intervista televisiva. «Credo che i pm abbiano già acquisito questa testimonianza raccolta da Matrix. Quello che è certo è che Stefano non è morto da solo, come abbiamo sostenuto dal primo minuto. Sono stati i carabinieri? Sono stati gli agenti penitenziari? O sono stati tutti e due? È chiaro che ora il quadro cambia».


RACCONTO ATTENDIBILE - Spetterà agli inquirenti Francesca Loy e Vincenzo Barba - che martedì hanno compiuto un nuovo sopralluogo nella cella del tribunale insieme con il detenuto gambiano S.Y. - accertare l'attendibilità del secondo testimone, che potrebbe ribaltare la ricostruzione finora emersa , ma non necessariamente: il geometra potrebbe essere stato pestato sia in caserma, sia nelle camere di sicurezza del Tribunale di Roma.

Il testimone è un agente della polizia penitenziaria. Ha raccontato che Cucchi avrebbe detto ad altri detenuti: «La scorsa notte ho avuto un incontro di pugilato». Lo avrebbe detto a detenuti che, come lui, stavano per essere trasferiti dalle celle di sicurezza del Tribunale di Roma al carcere e che, avendo notato il suo stato fisico, gli avevano rivolto alcune domande. «Nell'incontro tu hai fatto la parte del sacco», risposero a Stefano.

VERSIONI CONTRASTANTI - «Il ragazzo - dice l'agente nell'intervista a due giornalisti di Matrix - era in condizioni pessime e si vedeva che era stato pestato». La nuova testimonianza dunque sembra far intendere che Cucchi indicò come momento del pestaggio la sera prima del processo, ovvero quando si trovava nella caserma dei carabinieri di Tor Sapienza.

Una versione che contrasta con quella fornita dal primo teste, S.Y., che invece disse di avere assistito al pestaggio nelle celle di sicurezza del Tribunale. Frattanto, il sopralluogo dei pm di martedì (una prima visita ci fu già sabato 21 novembre) alle celle di sicurezza del tribunale avrebbe accertato che l'angolo di visuale dalla cella del gambiano è tale da rendere possibile - dallo spioncino - la visuale e confermare la possibilità che l'immigrato abbia assistito, il 16 ottobre scorso, alla scena di agenti di polizia penitenziaria che trascinavano in cella Stefano Cucchi. In sede di incidente probatorio, S.Y. aveva dichiarato di aver udito rumori di botte e di lamenti e di aver visto Cucchi trascinato in cella.

25 novembre 2009




Brenda e i sospetti di Natalie «Forse ucciso da un altro viado»

Corriere della Sera 


ROMA

«Non escludo che Brenda possa essere stata uccisa da un altro trans, perché quando si ubriacava e si drogava diventava violenta, trattava male i clienti, li rapinava, chiedeva soldi agli altri trans. Altri avevano interesse perché sparisse». C’è Natalie a Porta a porta . «I trans che vivono a Due Ponti — sostiene il viado — cercano guai. Io invece della droga non so niente, in casa mia nessuno si è mai drogato, né mi ha chiesto di comprare droga, tanto meno Piero Marrazzo. E secondo me lui non si droga».

Per dimostrare di essere «una persona perbene, senza malattie», Natalie mostra in tv il certificato medico da cui risulta che non ha l’Aids. Il brasiliano racconta di aver incontrato l’ex governatore nel 2001. «Ci siamo conosciuti in un negozio di scarpe in centro». Da allora ci sono stati «uno o due incontri alla settimana, ma con pause anche di tre o quattro mesi». Marrazzo, prosegue il brasiliano, «si era avvicinato a me perché mi considerava un’amica, una confidente.

Veniva e mi raccontava la sua vita». Era «molto preoccupato» per il video girato durante l’incontro con Brenda e Michelly, anche se l’aveva «fatto cancellare». Il trans ricorda poi il 3 luglio: «Il primo carabiniere mi ha spinto sul divano. Si vede all’inizio del video.

La risposta a chi dice che sono stata io a organizzare una trappola: quei carabinieri mi hanno trattata male. E la cocaina che si vede è solo frutto di un montaggio». Quel giorno, secondo Natalie, «Marrazzo mi chiamò al telefono. Mi disse: 'Sei da sola? Arrivo fra 5 minuti'. Effettivamente arrivò subito. E poco dopo giunsero quei due». Ma l’avvocato Luca Petrucci, legale di Marrazzo, contesta i tempi: «Quella telefonata venne fatta molto prima», precisa.

R.Fr
25 novembre 2009




Spietata con Moro, tenera con la rom

di Redazione

Alissa ha 18 anni, è una ragazza di origine rom che sconta in carcere una pena di due anni per furto. Quando uscirà non vorrà più tornare al campo nomadi dove vive la sua famiglia (che l’ha indotta al consumo di eroina e cocaina quando aveva dieci anni). «Voglio essere come voi» rivela in carcere alla sua interlocutrice, un’italiana. Un’italiana che invece anni fa decise che non voleva essere come tutti gli altri italiani: si tratta dell’ex «primula rossa» delle Br e leader della colonna romana Barbara Balzerani, che ha racchiuso nell’editoriale di prima pagina di ieri de Gli Altri il suo incontro con Alissa e le sue considerazioni sulle politiche inumane che l’Italia riserva ai rom. Benissimo. Fa specie però che un’espressione tale di solidarietà e misericordia provenga da una terrorista spietata, che prese parte al sequestro Moro e, unica donna, alla strage di via Fani.


Caso Marrazzo, parla Natalì "Ecco come andò il 3 luglio La cocaina? Con me no"

Quotidianonet

Intervistata a 'Porta a  Porta' racconta la giornata del blitz in via Gradoli. Su Brenda dice: "Anche molti trans la volevano morta". Intanto il pc della vittima comincia a offrire elementi agli investigatori. Dopo il suo decesso qualcuno ha cercato di cancellare tutti i file, ma la Scientifica è riuscita a recuperarli

Roma, 24 novembre 2009




"Quello che è successo a Brenda è molto strano: c’erano tante persone che avevano interesse che lei morisse, anche molti trans volevano questo". A parlare è Natalì, il transessuale coinvolto nella vicenda Marrazzo. Durante la puntata di Porta a porta che andrà in onda stasera, Natalì spiega che "Brenda era una brava persona, ma da sobria. Quando era ubriaca o drogata rapinava i clienti, li trattava male, chiedeva i soldi ai trans".

Natalì ha poi detto: "Cafasso non era con i carabinieri quando loro sono entrati a casa mia". E ha aggiunto: "Lui è morto e non si può difendere". "E' facile accusare chi è morto, perché non può dire la verità. Io Cafasso lo conoscevo solo di vista, perché lo vedevo in giro".

Ma Natalì affronta anche la questione droga. Intervistato da Bruno Vespa, il transessuale spiega infatti di essere "una persona tranquilla: non mi drogo e non sono malata. Chi conosce Natalì sa chi è, e i miei clienti sono sempre clienti puliti". Vespa le ha chiesto allora del piatto con la cocaina che sarebbe stato presente quella sera al momento del blitz: "No, lui l’ha vista solo quando poi si è vestito e l’ha vista sul piatto insieme al suo tesserino. Ci è rimasto male perché l’avevano sottratto insieme al denaro".

Durante la trasmissione Natalì ha raccontato i dettagli di quel  quel 3 luglio a via Gradoli. "Marrazzo mi ha chiamato verso mezzogiorno a casa, mi ha chiesto se ero lì. Io ho risposto di si e dopo poco tempo è arrivato. Mi ha stupito perché era pomeriggio. Dopo pochi minuti hanno bussato. Io sono andata alla porta e ho sentito dire da fuori ‘apri, sappiamo che qui c’è una festa’.

Io non volevo aprire - prosegue la trans - ma Marrazzo mi ha detto che potevo farlo. C’erano due persone in borghese senza il tesserino da carabiniere. Mi hanno chiuso fuori dal balcone e hanno abbassato la serranda e tirato le tende. Casa mia è fatta in modo tale che non potevo né sentire né vedere che cosa succedeva all’interno. Dopo 20 minuti circa mi hanno fatta rientrare. I carabinieri mi hanno detto di stare zitta, mi hanno insultato, mi hanno detto che altrimenti mi avrebbero portata in caserma.

Volevano da Marrazzo 50 mila euro a testa sennò saremmo andati tutti in caserma. Gli hanno chiesto il cellulare, minacciandolo, ma lui non glielo ha dato, gli ha dato il numero dell’ufficio. Poi mi hanno riportato nuovamente sul balcone. Sono rientrata dopo altri 10 minuti".

"Quando sono andati via - continua Natalì - sono rimasta a parlare con Marrazzo. Lui stava male, mi ha detto che avevano preso dal suo portafoglio 2.000 euro. Non l’ho visto firmare assegni, né lui me lo ha detto. E’ rimasto a casa mia altri 10 minuti, gli ho dato un bicchiere d’acqua. Poi se ne è andato. Dopo un po’ mi ha richiamato a casa, mi ha detto di venire a casa sua. Io ho chiamato un taxi. Sotto casa sua c’era l’autista che mi ha fatto il segnale che potevo entrare. Lui voleva parlare con me, diceva che non poteva parlare con nessun altro. Mi ha detto di non dire a nessuno cosa era successo. Non sapeva di alcun filmato".

IL PC DI BRENDA - Intanto arrivano i primi dati dal computer sequestrato nell’abitazione di via Due Ponti dove il 20 novembre scorso è stato trovato il cadavere del trans Brenda. Gli investigatori in base a tali informazioni cercheranno di sviluppare le indagini sul caso Marrazzo e sulla morte del trans.

Nonostante il riserbo si è saputo che fino a questo momento i tecnici incaricati di recuperare il contenuto dei file hanno letto e trasferito su cd gli scritti che arrivati al computer sono stati poi cancellati e riversati nel cestino. Messaggi dei quali però è rimasta traccia nell’hard disk dell’apparecchio.

La speranza degli investigatori è quella di trovare se l’apparecchio contenga anche fotografie, immagini e forse anche il secondo video riguardante l’incontro di Marrazzo con i trans in via Gradoli. Brenda quando fu sentita dai magistrati raccontò che il secondo video era stato distrutto ma è speranza degli investigatori che su questo punto abbia mentito.

In chi indaga sulla vicenda si è rafforzata la convinzione che il computer trovato dentro il lavandino di via Due Ponti appartenga proprio a Brenda che secondo un altro trans, China, era esperta nell’uso del computer.


Battisti: "Rimarrò in Brasile A Berlusconi non importa"

Il Tempo


"Credo che rimarrò in Brasile". Cesare Battisti dal carcere di Brasilia dove è in attesa della decisione del presidente Lula sulla sua eventuale estradizione si dice ottimista sulla possibilità di rimanere in Sud America.

"Francamente credo che Berlusconi non ha interesse in questa storia", ha detto all'Ansa l'ex terrorista rosso, rispondendo ad una domanda sull'eventuale posizione dell'Italia nel caso di una sua mancata estradizione. "Credo che rimarranno tranquilli, ma non alcuni ministri fascisti", ha aggiunto Battisti, che qualche ora fa ha posto fine allo sciopero della fame che stava portando avanti da dieci giorni.


Cerchi Michelle, ti compare una scimmia Google si scusa con la First Lady

Il Messaggero

NEW YORK (24 novembre) - Michelle Obama che assomiglia a una scimmia appare in testa ai risultati delle ricerche di Google Image. Google ha comprato spazi pubblicitari sul web
per scusarsi dell'immagine offensiva della First Lady, che appare una volta messo in ricerca il nome.

«A volte i risultati delle nostre ricerche possono essere offensivi.Siamo d'accordo. Opinioni espresse da questi siti non sono in alcun modo avallate da Google. Ci scusiamo con chi può aver avuto una brutta esperienza facendo ricorso al nostro motore di ricerca. Speriamo nella vostra comprensione», si legge nell'inserzione sul web.

Non è la prima volta che insulti indiretti agli inquilini della Casa Bianca emergono dalle ricerche su Google grazie a una tecnica di manipolazione degli algoritmi battezzata in slang come “Google bomb”
che alza la posizione in classifica di una pagina web spesso per motivi politici o satirici. Ne aveva fatto le spese l'ex presidente George W. Bush il cui nome e la cui biografia apparivano al primo posto una volta digitato nella casella di ricerca le parole «miserabile fallimento».

Morte di Brenda, il computer comincia a "parlare" i primi dati agli investigatori

Quotidianonet

Dopo la morte del trans qualcuno ha cercato di cancellare tutti i file, ma gli specialisti della scientifica sono riusciti a recuperare parte della documentazione di cui è rimasta traccia nell’hard disk. Si cerca anche il secondo video che lo stesso brasiliano, in un precedente interrogatorio, aveva detto essere andato distrutto


Roma, 24 novembre 2009


Arrivano i primi dati dal computer sequestrato nell’abitazione di via Due Ponti dove il 20 novembre scorso è stato trovato il cadavere del trans Brenda. Gli investigatori in base a tali informazioni cercheranno di sviluppare le indagini sul caso Marrazzo e sulla morte del trans.

Nonostante il riserbo si è saputo che fino a questo momento i tecnici incaricati di recuperare il contenuto dei file hanno letto e trasferito su cd gli scritti che arrivati al computer sono stati poi cancellati e riversati nel cestino. Messaggi dei quali però è rimasta traccia nell’hard disk dell’apparecchio.

La speranza degli investigatori è quella di trovare se l’apparecchio contenga anche fotografie, immagini e forse anche il secondo video riguardante l’incontro di Marrazzo con i trans in via Gradoli. Brenda quando fu sentita dai magistrati raccontò che il secondo video era stato distrutto ma è speranza degli investigatori che su questo punto abbia mentito.

In chi indaga sulla vicenda si è rafforzata la convinzione che il computer trovato dentro il lavandino di via Due Ponti appartenga proprio a Brenda che secondo un altro trans, China, era esperta nell’uso del computer.


Orlandi, identificati i due telefonisti Procura: «Tra loro stretto legame»

Il Messaggero


ROMA (24 novembre) - Saranno sentiti a breve dal pool di magistrati della procura di Roma che coordinano le indagini sul rapimento, e presunto omicidio di Emanuela Orlandi sia «Mario» il telefonista che chiamò il 28 giugno 1983 a casa della famiglia della ragazza, scomparsa sei giorni prima, sia l'anonimo che chiamò al centralino della trasmissione di Raitre «Chi l'ha visto» invitando ad indagare chi era effettivamente sepolto nella cripta della chiesa di S. Apollinare dove riposano i resti del boss della banda della Magliana, Enrico De Pedis.

Vincolo particolare tra i due. I due, secondo il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo che coordinano le indagini, non sono la medesima persona ma legati da «un vincolo particolare», un vincolo molto forte «quasi come padre e figlio». I due potrebbero essere indagati nell'ambito dell'indagine e sono stati individuati da tempo dalla procura di Roma e sulla loro identità decisiva è stata, nel caso in particolare di Mario, la testimonianza della superterstimone Sabrina Minardi, sentita nei giorni scorsi a Piazzale Clodio.

Non facevano parte della banda della Magliana Secondo quanto trapela da fonti giudiziarie nessuna delle due persone corrisponderebbe ai nominativi di «Rufetto» e «Ciletto» due esponenti della banda. Mario è invece effettivamente stato legato al sodalizio criminale ed era agli ordini di De Pedis, soprannominato Renatino. Anche l'anonimo che al telefono spiegò di andare effettivamente a vedere chi fosse sepolto della crpita di San'Apollnare, era intimo di De Pedis ma non avrebbe mai fatto parte della Banda della Magliana pur avendo «un legame molto forte e particolare» sia con il telefonista Mario sia con lo stesso De Pedis.

Sorella di Emanuela: continuiamo a sperare. In procura oggi a colloquio con il procuratore aggiunto Capaldo, si è recata la sorella di Emanuela, Natalina Orlandi che ha chiesto di essere informata degli sviluppi dell'indagine. «Ogni volta che apprendiamo novità dalla stampa - ha detto Natalina Orlandi - per noi si rinnova il dolore ma anche la speranza che non abbiamo mai perso di ritrovare Emanuela. Per questo continueremo il percorso di verità e speriamo di giustizia cominciato da nostro padre».

Imposimato: Minardi cocainomane inattendibile. «Sabrina Minardi, l'ex compagna del boss della banda della Magliana Renatino De Pedis, è una cocainomane. Non è attendibile soprattutto quando rivela che Emanuela Orlandi è stata uccisa poche ore dopo il rapimento, la sera del 22 giugno 1983. Io, infatti, ho le prove che la ragazza, figlia di un commesso del palazzo Apostolico, era viva almeno fino al 1997»: lo afferma l'ex giudice Ferdinando Imposimato, legale della famiglia Orlandi, al settimanale "Oggi", in edicola da mercoledì e che ha anticipato alcuni stralci dell'intervista. «Due mesi fa - dice Imposimato - attraverso l'ambasciata Turca a Roma, ho inviato un dossier di dieci cartelle al ministro dell'Interno turco. 


Un documento che contiene i risultati delle mie indagini, la preghiera di approfondirle, dandomi la possibilità di parteciparvi». Imposimato è convinto che la ragazza, almeno fino al 1997, era viva. «Su quali basi?» viene chiesto nell'articolo del settimanale. «Le fonti sono diverse. Una è il fratello di Ali Agca che non ha alcun interesse a mentire. Le altre sono prove documentali e testimoniali che debbono restare coperte». L'ex giudice poi conclude: «Io posso dire che Emanuela appena rapita fu trasferita in Germania. Poi in Francia, dove ci fu un blitz della polizia di tre Paesi diversi purtroppo andato a vuoto perché qualcuno aveva parlato. Oggi papa Ratzinger dovrebbe chiedere la collaborazione di questi Paesi. Dopo 26 anni è giunto il momento di conoscere la verità. E non da una cocainomane».