giovedì 19 novembre 2009

Novità dagli Usa: spof! e ti rubo l’identità Gli scherzi telefonici puniti con la galera

Corriere della Sera

Con queste diaboliche card, chiami qualcuno e sul suo display appare il numero di un altro

Spie come noi. È il titolo di un articolo pubblicato sull’ultimo numero di Manhattan, rivista bimestrale di New York, uno dei tanti che sono stati scritti sul caso Ali Wise. Negli Stati Uniti se ne parla da giugno, da quando la trentenne newyorchese ex p.r. di Dolce & Gabbana è stata arrestata, con l’accusa di aver fatto ripetute telefonate fantasma ed essere entrata centinaia di volte nella segreteria telefonica della sua rivale in amore, Nina Freudenberger, per ascoltare i messaggi e cancellarne alcuni. Soprattutto quelli del suo ex, Josh Deutsch, fondatore della Downtown Records e attuale fidanzato della Freudenberger. La cosa sorprendente non è tanto l’accanimento con cui Ali Wise si è dedicata alla guerra virtuale contro l’ex e la fidanzata, né il fatto che rischia quattro anni di carcere per stalking, quanto che abbia potuto farlo grazie al semplice utilizzo di una card formato tessera. Una carta dall’aspetto innocuo e divertente, con un nome che ricorda l’onomatopea di un cartone animato, in vendita negli Stati Uniti da cinque anni e usata da 3 milioni di americani.

Da un mese, attraverso il sito internet è disponibile anche nel resto del mondo, Italia compresa. Si chiama spoof card e invita a «essere chi vuoi essere»: chiamando un numero gratuito ed inserendo un pin precedentemente acquistato con 10 dollari (sì, tutto qui), è possibile scegliere quale numero far comparire sul telefono di chi chiamate. Abracadabra: qualsiasi numero. Non solo: si ha anche l’opzione di modificare la propria voce in modo irriconoscibile o, anche, di farla sembrare quella di una persona del sesso opposto. Ogni conversazione, oltretutto, può essere registrata. «È perfettamente legale» spiega Meir Cohen, ventottenne di origine israeliana che cinque anni fa ha creato la spoof card assieme a Eli Finkelman, suo amico “hacker nato”. Quel che rischia di essere illegale è l’utilizzo che si decide di farne. Nel 2007 una ragazza americana ha scelto di usare la spoof card per ricomparire nella vita di una “vecchia amica” chiamandola sul cellulare nel cuore della notte, e facendole credere che un uomo le stesse telefonando da dentro casa, mentre la stava «guardando dormire ». Uno scherzo da film horror, e un reato. Come quel tale che, fingendosi un sequestratore, ha convinto la polizia a fare irruzione nell’abitazione dei presunti ostaggi, facendo apparire sul display il loro numero di casa. Oggi non si possono più usare i numeri di telefono di banche, istituzioni, forze dell’ordine: Cohen è stato costretto a bloccarne lo spoofing a tutela della sicurezza. Ma tutto il resto è ancora possibile.

Il problema è che con una spoof card in mano ti senti come un bambino davanti a un barattolo di marmellata: puoi usarla per proteggere la tua privacy, o infilare il dito dove non dovresti. Un piacere misto a senso di colpa, irresistibile. Perché è facile cedere alla tentazione di entrare nelle segreterie telefoniche americane non protette da password, cui puoi accedere chiamando il tuo destinatario con il suo stesso numero. Dopotutto lo ha fatto anche Kim Kardashian nel suo reality show Keeping up with the Kardashians, per controllare se il fidanzato di sua sorella stesse ricevendo telefonate da altre. Può andarti bene come a Paris (Hilton), che per fare i dispetti alla sua amica Lindsay (Loan) ha ascoltato ed eliminato alcuni suoi messaggi vocali: una volta scoperta, le è stato semplicemente sospeso il servizio. Ma può anche andarti male, visto che è inequivocabilmente reato, soprattutto se ti fai prendere la mano come è successo ad Ali Wise. Puoi chiamare una persona che non vuole parlarti, costringendola a risponderti perché le telefoni dal numero del suo datore di lavoro, o di sua moglie. Puoi chiamare la tua migliore amica con una voce femminile diversa, fingendo di essere l’amante del suo ragazzo, e farle prendere un colpo. Puoi perfino chiamare con il numero del tuo uomo la donna che temi sia la tua rivale, per vedere come ti risponde al telefono. Che risponda «amore» o no, sappi che comunque tu stai rischiando. Grosso.

Assia Baudi di Selve
19 novembre 2009


Attenti a inviare commenti volgari sul Web: possono costare il lavoro

Corriere della Sera

Un post sul blog di un giornalista ha costretto alle dimissioni un impiegato di una scuola americana

(Fotolia)
(Fotolia)
MILANO – Se state scrivendo un messaggio a commento di una notizia o in risposta a un qualsiasi post online e sentite di poter scrivere quel che vi pare – insulti e parolacce comprese – perché «tanto vi nascondete dietro l’anonimato», fareste bene a pensarci un attimo prima di cliccare il tasto «invia». Una sola parola sbagliata potrebbe infatti costarvi molto cara.

IL CASO – Lo sa bene il lettore delle pagine elettroniche del quotidiano St. Louis Post-Dispatch che proprio a causa di un commento «sbagliato» postato su un blog del giornale si è ritrovato, dal detto al fatto, senza lavoro. Il messaggio incriminato era composto da una singola parola, «pussy»: il protagonista della vicenda stava dicendo la sua su Talk of the Day, il blog tenuto dal giornalista Kurt Greenbaum,che venerdì scorso invitava i suoi lettori a rispondere alla domanda «Qual è la cosa più strana che avete mangiato? Vi è piaciuta?». Il moderatore ha provveduto a cancellare il post, considerando volgare il termine incriminato, ma l’anonimo lettore, non convinto, ha pensato bene di replicare, postando nuovamente il messaggio. A questo punto Greenbaum si è sentito in dovere di approfondire la questione, e tramite l’indirizzo IP da cui proveniva il commento è riuscito a risalire all’istituto scolastico dal quale lo stesso era stato inviato, e presso il quale l’utente era impiegato. Così ha chiamato il direttore della scuola, per informarlo dell’accaduto. I tecnici dell’istituto sono riusciti a identificare il computer del misfatto e quindi il suo utilizzatore, che dopo un faccia a faccia con il direttore (probabilmente) non ha potuto fare altro che rassegnare le dimissioni.

ECCESSO DI ZELO? – La notizia dell’accaduto ha fatto arrabbiare la maggior parte dei lettori del giornale, che non hanno esitato a criticare il comportamento del giornalista sulle pagine del St. Louis Post. Greenbaum, dal canto suo, non si è detto dispiaciuto né pentito di aver contattato la scuola, limitandosi invece a mettere in risalto l’intento educativo del suo gesto, sottolineando inoltre che «l’utente non è stato licenziato, si è dimesso». Ora, tra chi si aspetta che il giornalista dia a sua volta le dimissioni e chi spezza una lancia a favore dei moderatori, c’è anche chi si limita a lanciare il monito: «Fate attenzione a quello che dite su Internet, l’anonimato in rete non esiste».

Alessandra Carboni
19 novembre 2009

De Magistris non è più magistrato

Corriere del Mezzogiorno


L'ex pm, oggi eurodeputato di Idv, non fa più parte dell'Ordine giudiziario: lo ha deciso il plenum Csm

Luigi De Magistris
Luigi De Magistris


NAPOLI - Luigi De Magistris non fa più parte dell'Ordine giudiziario. Il plenum del Csm ha accettato le dimissioni presentate dall'ex pm di Catanzaro, dopo essere stato eletto al Parlamento Europeo con l'Italia dei Valori. La decisione è passata all'unanimità.

LA CARRIERA - De Magistris, attualmente eurodeputato dell'IdV, aveva intrapreso la carriera di magistrato nel 1995 e dal 1998 al 2002 era stato magistrato presso la Procura della Repubblica di Napoli per poi passare come sostituto Procuratore al Tribunale di Catanzaro. Nel 2009 lasciò la magistratura e si candidò alle elezioni del Parlamento europeo come indipendente nell'Italia dei Valori. In questa veste è stato eletto presidente della commissione del Parlamento Europeo preposta al controllo del bilancio comunitario. Appartiene ad una famiglia che ha dato in linea diretta già tre esponenti alla carriera magistratuale: il bisnonno fu oggetto di attentato per aver perseguito il malaffare nei primi anni dell'Unità d'Italia.

19 novembre 2009


Omicidio al bar della Sanità Arrestato presunto killer del video choc

Corriere del Mezzogiorno


Fermato un uomo che corrisponde alle immagini dell'assassino di Bacioterracino




NAPOLI - Alla fine l'hanno preso. Il presunto killer di Mariano Bacioterracino, assassinato all'ingresso di un bar del quartiere Sanità, è stato arrestato stamani dalle forze dell'ordine. È Costanzo Apice, 27 anni, originario del Rione don Guanella di Napoli, conosciuto come piccolo spacciatore (aveva precedenti per droga).

L'omicidio sarebbe finito nella tragica contabilità della criminalità cittadina, se non fosse stato per il video choc reso noto dalla Procura di Napoli. Apice è stato fermato nei pressi di Castel Volturno dai carabinieri a condotto nel carcere di Poggioreale.
Le immagine, tratte dalle telecamere a circuito chiuso, raccontavano l'atrocità di un delitto avvenuto in pieno giorno. Così quelle sequenze che hanno il giro del mondo, non senza polemiche, alla fine si sono rivelate utili per la cattura del colpevole.

L'IDENTIFICAZIONE 

A identificarlo sono state le forze dell'ordine, probabilmente grazie alle «confidenze» di un affiliato ai clan di Secondigliano. Il delitto era avvenuto l’11 maggio scorso in pieno giorno nel quartiere Sanità: secondo gli inquirenti Bacioterracino potrebbe essere stato assassinato per un «tardiva vendetta trasversale». Il pregiudicato, infatti, era l'ultimo ancora in vita dei presunti assassini del boss di Afragola, Gennaro Moccia, ucciso negli anni Settanta. Gli altri partecipanti all'agguato sono tutti morti.

Titti Beneduce
19 novembre 2009



Identificato il killer del video  Una soffiata ha aiutato i pm

Si rafforza l’ipotesi della vendetta per un vecchio omicidio Lepore: divulgare il video, scelta difficile ma necessaria

NAPOLI — A vederlo in foto­grafia, diresti che è un’altra per­sona: quello è rossiccio, questo castano. Eppure, gli agenti del­la squadra mobile sono sicuri di avere identificato l’uomo che, l’11 maggio scorso, assassi­nò davanti a un bar della Sanità Mariano Bacioterracino. L’uo­mo le cui immagini, riprese dal­le telecamere a circuito chiuso, hanno fatto il giro del mondo.

Il nome l’ha fatto, alla fine, una «fonte confidenziale» che ha guardato il filmato. Si tratta di un pregiudicato che vive nella zona di San Pietro a Patierno, è legato al gruppo Sacco-Bocchet­ti e gravita dunque nell’orbita della famiglia Moccia di Afrago­la. Non si trova: nel quartiere si dice che è un po’ che non si ve­de in giro. Non è chiaro, però, che cosa voglia dire «un po’»: se alcuni giorni, cioè quando il video è stato diffuso, o più tem­po, magari nelle ore immediata­mente successive all’omicidio.

Quello che era stato indicato co­me «il palo» o «lo specchietti­sta », invece, sembra estraneo alla vicenda: è un dipendente comunale di nome Gennaro Aiello, che ieri mattina è stato interrogato dal pm Sergio Ama­to e dall’aggiunto Alessandro Pennasilico. Con l’omicidio, as­sicura, non c’entra niente: quel pomeriggio lui si fermò fuori al bar per aspettare la figlia, con la quale doveva andare a fare delle commissioni.

Il procurato­re, Giovandomenico Lepore, con un pizzico di imbarazzo chiarisce: «Dalle prime immagi­ni sembrava un palo, e tale era per noi. Le immagini sono ser­vite a farlo venire fuori e ad identificarlo. Quella del video choc — aggiunge — è stata un’extrema ratio alla quale sia­mo stati costretti a ricorrere perchè nessuno collaborava. La scelta ha dato risultati sotto il profilo processuale, ma il no­stro auspicio è quello di rag­giungere anche un altro risulta­to, favorire la presa di coscien­za dei napoletani e smuovere la loro indifferenza di fronte alla morte».

Per avere la certezza che l’uomo che ha sparato sia il pregiudicato identificato grazie alla «fonte confidenziale», la po­lizia scientifica farà nei prossi­mi giorni la comparazione fisio­nomica dei volti. Raffronterà, cioè, le fotografie segnaletiche dell’uomo con le immagini del filmato. Se padiglioni auricola­ri, arcate sopracciliari e naso coincideranno, ogni dubbio sa­rà fugato. Questa, comunque, viene considerata dagli investi­gatori poco più che una formali­tà.

Il fatto che l’uomo che ha sparato sia un appartenente al gruppo Sacco-Bocchetti di Se­condigliano induce gli investi­gatori a ritenere più convincen­te, rispetto ai giorni scorsi, l’ipotesi di una vendetta — 34 anni dopo — per l’assassinio di Gennaro Moccia. Un assassinio rimasto impunito, ma che il clan avrebbe vendicato a pro­prio modo. Dopo l’uccisione di Bacioterracino, nessuno di quel­li che all’epoca furono conside­rati i responsabili del delitto è ancora in vita. Il primo a venire ucciso fu, nel cortile di Castelca­puano, Antonio Giugliano, rite­nuto mandante dell’omicidio Moccia assieme al fratello Lui­gi.

A sparare, un Antonio Moc­cia ancora tredicenne e dunque non imputabile. È stato detto e scritto che ad armargli la mano fu la madre, Anna Mazza, ma il sospetto non è mai stato prova­to. È possibile che un clan, per quanto ossequioso nei confron­ti del capo ammazzato, aspetti 34 anni prima di compiere la sua vendetta? È possibile, riten­gono gli inquirenti: perché così il movente è più difficile da pro­vare e perché si fa capire in giro che il clan non dimentica e non perdona.

Titti Beneduce
02 novembre 2009

Battisti, via libera all'estradizione La Russa: Lula non farà retromarcia

Il Tempo

Il Tribunale di Brasilia ha annullato l'asilo politico al terrorista: la campagna de Il Tempo ha avuto successo.
Il ministro della Difesa: "Non è un rifugiato politico, Lula si atterrà alla sentenza".

L’appello de Il Tempo ha fatto centro. Il terrorista Cesare Battisti sarà estradato. La nostra campagna ha avuto successo, sostenuta da decine di migliaia di lettori, amici, politici di tutti i partiti e con il sostegno di ministri del governo Berlusconi che hanno partecipato alle manifestazioni che Il Tempo ha organizzato perché non calassero silenzio e oblio su questa vicenda.

Quella di Cesare Battisti condannato a due ergastoli per quattro omicidi e latitante da 28 anni. Praticamente non è mai stato in galera per i suoi crimini. Un primo passo perché la giustizia non fosse insultata. Le vittime infangate. Ma sì, anche perché coloro che hanno dignitosamente scontato le loro colpe di quegli Anni di piombo non fossero sbeffeggiati dal criminale Battisti. Cinque a quattro. È finita in questo modo, dopo mesi di rinvii, la terza udienza del Supremo Tribunal Federal sul caso giudiziario che ha al centro il destino dell'ex terrorista rosso italiano. Ha rischiato di provocare una grave crisi diplomatica tra Roma e Brasilia. A sciogliere qualsiasi dubbio la decisione del presidente dell'Alta Corte Gilmar Mendes, di votare a favore dell'estradizione in Italia di Battisti.

A sostegno della sua decisione il fatto che i quattro omicidi per i quali Battisti è stato condannato in Italia sono in sostanza «crimini comuni, non politici». Ora la palla passa al presidente Lula che potrebbe riconfermare l'asilo politico. Ipotesi questa che lo stesso Lula avrebbe, però, negato al premier Berlusconi spiegando che «rispetterò la decisione dei giudici». Ma anche il presidente Luiz Inacio Lula da Silva è vincolato dal diritto internazionale, e sarà quindi nell'obbligo di estradare Cesare Battisti come ha deciso il Supremo Tribunal Federal.

La conferma arriva dallo stesso presidente dell'Alta Corte, Gilmar Mendes, che così ha giustificato il suo voto «determinante» a favore dell'estradizione dell'ex terrorista rosso. «Il diritto internazionale, come il trattato di estradizione tra Italia e Brasile, è un impegno adottato dal governo brasiliano che il presidente Lula dovrà rispettare», ha detto Mendes. L'Italia ha sesssanta giorni per richiedere alle autorità brasiliana la consegna di Battisti. Ma il Brasile potrebbe rinviare in attesa che il terrorista dei Pac sconti la condanna per i reati commessi con l'ingresso illegale nel Paese sudamericano. Battisti, infatti, deve rispondere di immigrazione clandestina, documenti falsi e armi: reati che potrebbero costargli una condanna a cinque anni. Tre dei quali già scontati e quindi altri due anni per sperare che l'Italia si dimentichi di lui.

L'altro giorno un gruppo di parlamentari brasiliani sostenitori della libertà a Battisti lo è andato a trovare nel penitenziario di Papuda. Battisti pallido e magro - da venedì scorso fa lo sciopero della fame - è apparso sorridente e pieno di spirito mentre si intratteneva con i parlamentari. Quando, però, il giornalista della Rai Raffaele Fichera gli ha rivolto alcune domande sul suo stato di salute si è mostrato afflitto e preoccupato riuscendo a fatica a parlare in italiano. In Brasile sono in molti ad auspicare dopo questa sentenza che Lula riconfermi l'asilo politico.

In prima fila c'è il senatore Suplicy che è il compagno della figlia di Dalmo Dallari, il giurista che ha scritto la relazione sugli anni di piombo in Italia sulla base della quale il ministro della Giustizia Tarso Genro ha concesso l'asilo politico a Cesare Battisti. Dallari, che insegna anche a Parigi, è legato al gruppo di intellettuali francesi, guidato dalla giallista Fred Vargas, che ha appoggiato Battisti e che oggi sostiene le spese milionarie del suo collegio di difesa in Brasile.


Maurizio Piccirilli

19/11/2009



Emanuela Orlandi: identificato telefonista che chiamò la famiglia


 


Roma - Dopo ventisei anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi qualcuno potrebbe essere chiamato a risponderne agli inquirenti della Procura di Roma. Nel corso di una deposizione la superteste Sabrina Minardi, che era stata legata sentimentalmente al capo della banda della Magliana Enrico De Pedis, ha riconosciuto la voce del telefonista "Mario" che il 28 giugno dell’83 chiamò la famiglia Orlandi. Nella conversazione, con lo zio di Emanuela, l’uomo, con un forte accento romano, disse di avere 35 anni. Sosteneva di aver visto un uomo e due ragazze che vendevano cosmetici, una delle quali diceva di essere di Venezia e chiamarsi Barbara. Quando gli viene chiesta l’altezza della ragazza, lui mostrò di non saper rispondere. In sottofondo, si sente anche una seconda voce.

La scomparsa nel 1983 Emanuela Orlandi, figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia, scomparve in circostanze misteriose il 22 giugno 1983 all’età di 15 anni. Dopo le dichiarazioni rese da Sabrina Minardi la Procura ha dato nuovo impulso agli accertamenti. Ieri il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo l’ha ascoltata insieme con il pm Simona Maisto. Gli inquirenti procedono per il reato di omicidio plurimo aggravato e sequestro a scopo di estorsione.


Russia, no alle esecuzioni capitali: prorogato lo stop sulla pena di morte

Corriere della Sera

La decisione della Corte Costituzionale.
E Medvedev prospetta una graduale abolizione

MOSCA - La Corte Costituzionale russa si è pronunciata contro il ritorno all’applicazione della pena di morte alla fine della moratoria attualmente in vigore, in scadenza il primo gennaio. Il capo della corte, Valery Zorkin, ha detto che il paese deve prorogare la moratoria sino alla ratifica della convenzione europea che prevede l’abolizione della pena capitale. In vista della scadenza della moratoria, la Corte suprema aveva chiesto alla Corte Costituzionale di esaminare i mezzi giuridici per non applicare la pena capitale dal prossimo anno. A complicare il lavoro della corte uno stato di fatto che vede una forte maggioranza della popolazione a favore della pena capitale contro la posizione delle autorità che vogliono rispettare gli impegni internazionali verso una graduale abolizione.

RISCHIO IMPASSE - Mosca ha infatti sospeso la pena di morte nel 1996, al momento dell'ingresso nel Consiglio d’Europa, ma poi non l'ha mai abolita. Vladimir Putin ha più volte sostenuto di volere, ma non poter procedere all’eliminazione della massima pena, e ora la palla rimbalza nel campo del successore Dmitri Medvedev che ha prospettato a sua volta una graduale abolizione. La Russia ha firmato il protocollo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, però il parlamento non l’ha mai ratificato, da cui l'attuale rischio di impasse. Nel 1999, la Corte costituzionale nel 1999 ha poi vietato le condanne alla pena capitale sino alla completa istituzione di un sistema di corti d'Assise in tutto il Paese. L'ultima repubblica dove non c'è Corte d’Assise - nel senso di assenza di giuria popolare - è la Cecenia, che dovrebbe adeguarsi dal primo gennaio 2010. Secondo il presidente della Commissione della Duma per la Sicurezza, Vladimir Vassilev, nelle prigioni russe ci sono al momento 1.600 condannati a morte, ora "rinviati" a nuova moratoria o a un passo indietro che i vertici russi non sembrano comunque considerare una vera possibilità.


19 novembre 2009



Tra satelliti, chiavette, decoder e telecomandi non tutto fa spettacolo

Il Messaggero


di Mauro Evangelisti 

Ci sono quelli di Canale 5 che se provi a vedere Beautiful sul satellite ti mettono un cartello e ti spiegano che devi rivolgerti al digitale terrestre; 

ci sono quelli di Sky che quando la Rai ti fa un dispetto e non manda la Formula Uno sul satellite loro per ripicca fanno vedere a tutti, anche a chi non paga, la stessa Formula Uno sui canali sportivi; 

ci sono quelli della Rai che hanno spostato tutti i canali che un tempo viaggiavano sul satellite, tipo Raisat Extra, sul digitale terrestre, ma quelli di Sky hanno risposto tenendo in ostaggio sul satellite il gioiello più prezioso e cult, il Letterman Show; 

sempre quelli di Sky, dispettosi, si sono inventati una chiavetta grazie alla quale con il decoder del satellite puoi vedere anche i canali del digitale terrestre senza il decoder del digitale terrestre, così non hai la tentazione di comprarti qualche pacchetto di Mediaset sul digitale terrestre; e infatti Mediaset ha fatto ricorso contro la diabolica chiavetta; 

ci sono quelli di Sky che se chiami il servizio clienti perché magari vorresti spendere un po’ meno, ora sono diventati un po’ meno supponenti, ti consentono di liberarti dei canali ”bambini” o ”musica” e ti ripetono che comunque la qualità del satellite Sky...beh, è un’altra cosa rispetto al digitale terrestre; 

intanto, però, dal primo dicembre anche Sky si appresta a lanciare un canale sul digitale terrestre, che si chiamerà Cielo (vale a dire traduzione in italiano di Sky, ma guarda); intanto sul digitale terrestre si sono decuplicati i canali locali, dai nomi a volte molto fantasiosi, tanto che sembra di essere tornati ai tempi pionieristici delle prime tv libere (ah, il vecchio etere); infine, c’è il telespettatore che è un po’ ubriaco, fra decine di offerte di decoder, decine di offerte di pacchetti, ci si mettono pure le compagnie telefoniche che ti vorrebbero portare la tv sul cavo dell’Adsl; 

una moltiplicazione di decoder e telecomandi che in confronto la Nasa sembra la stanza dei bambini; i più anziani che si arrabbiano e urlano: «Ma cosa cavolo devo fare per vedere Gerry Scotty?». Signori, la nuova guerra della tv è in corso, ne vedremo - forse - delle belle.


La battaglia (vinta) di due canadesi Niente più compiti a casa per i loro figli

Corriere della Sera


Sherri Milley ha raccolto prove per anni e il tribunale le ha dato ragione.

L'istituto stila un "piano differenziato"

 

MILANO - Due genitori così li vorrebbero tutti gli studenti del mondo. Sherri e Tom Milley, una coppia di canadesi, hanno lottato per due anni in tribunale, per ottenere che i loro figli non dovessero fare più i compiti a casa. Ma la cosa più bizzarra è che, alla fine della lunga battaglia legale, hanno avuto la meglio sulla scuola argomentando con successo che non esiste alcuna evidenza scientifica che sobbarcarsi ogni pomeriggio di tabelline, dettati ed esercizi di grammatica migliori il rendimento scolastico.

BATTAGLIA LEGALE - Sherri e Tom - non è un particolare irrilevante - di mestiere fanno gli avvocati a Calgary (nello Stato di Alberta). Erano stufi di dover convincere ogni sera i due piccoli Spencer, 11 anni, e Brittany, 10, studenti di una scuola elementare cattolica, a completare tutti gli esercizi che gli insegnanti assegnavano loro. Avevano già affrontato la stessa fatica con il maggiore Jay, oramai maggiorenne. Così hanno deciso di portare la questione in tribunale e di mettere fine alla tortura familiare quotidiana.

L'ACCORDO PRIVATO – Ci hanno messo due anni per trovare un accordo privato con l’istituto: il «Piano differenziato dei compiti per i Milley», sottoscritto da tutte le parti, genitori, figli e insegnanti. Nel documento lungo due pagine si assicura che «finché frequentano la scuola attuale i due bambini non dovranno più fare i compiti a casa». Inoltre «i compiti non saranno usati come forma di valutazione del rendimento scolastico dei due alunni». In cambio, Spencer e Brittany assicurano che «concluderanno i loro lavori in classe e che andranno a scuola preparati». Letture e pratica con gli strumenti, invece, saranno consentiti in ambiente domestico.

LE PROVE IN TRIBUNALE - «Era una battaglia quotidiana - si giustifica la madre, intervistata dal quotidiano canadese Globe and Mail -. È dura convincere un piccolo piagnucolante che deve imparare le tabelline. Sono stanchi e non dovrebbero fare il doppio turno di lavoro. Perché avremmo dovuto sottoporli a un simile stress?». Per due anni Sherri li ha difesi nel solo modo che conosceva: raccogliere prove. Ha collezionato studi e ricerche sui doveri scolastici, la maggior parte dei quali, soprattutto per i più piccoli, non collegavano chiaramente il lavoro a casa e i risultati scolastici a fine anno. E alla fine l’ha avuta vinta. La sentenza "farà scuola" a Calgary, dove molti genitori si lamentano che i figli sono sobbarcati di compiti a casa.


Ketty Areddia
19 novembre 2009

Sia scarcerato», ma nessuno l'avvisa Detenuto si uccide in cella a Palmi

Corriere della Sera


Il provvedimento di scarcerazione era arrivato da un giorno negli uffici del penitenziario. L'uomo, un 41enne di Bari condannato a Rimini, si è tolto la vita con il fornellino del gas


RIMINI - Stava per tornare in libertà, me nessuno glielo aveva comunicato. E nessuno glielo potrà più comunicare, dal momento che si è tolto la vita in carcere, in quelle in quelle che sarebbero state le sue ultime ore di prigionia. È accaduto martedì scorso nel carcere di Palmi (Reggio Calabria), secondo quanto riporta il Corriere di Rimini. L'uomo, 41, anni, di Bari, era stato condannato nella città romagnola nell'agosto 2008 per il furto di uno zaino in spiaggia. Gli erano stati comminati 4 anni e 5 mesi di pena per una serie di aggravanti fra cui la recidiva specifica.

FALLITO IL TENTATIVO DI OTTENERE I DOMICILIARI
- Andati a vuoto i tentativi di ottenere gli arresti domiciliari in una comunità di recupero, il barese era disperato e si è tolto la vita in cella con il fornellino del gas. Ma il provvedimento di scarcerazione era già arrivato da più di 24 ore negli uffici del penitenziario, grazie alla richiesta dell'avvocato Martina Montanari che era stata accolta dalla Corte d'Appello di Bologna. Ora i familiari del detenuto suicida chiedono chiarezza e giustizia. Perchè quel provvedimento di scarcerazione non è stato notificato al loro congiunto?

Il "mostro" del Circeo e la giornalista Izzo: "Stiamo pensando alle nozze"



Roma - Angelo Izzo, il "’mostro" del Circeo, ha trovato la sua "anima gemella" e intende assecondare il suo desiderio di matrimonio. Dal carcere di Velletri (Roma) - dove sta scontando il secondo ergastolo per il duplice omicidio nel paese molisano (il 28 aprile del 2005, mentre era semilibertà dal carcere di Campobasso, uccise una donna e sua figlia), Izzo fa sapere che lo ha chiesto in sposo Donatella Papi - giornalista romana e direttrice del giornale on line www.comincialitalia.net - e che "è in progetto il matrimonio".

Chiesto in sposo A muovere il primo passo ufficiale - dopo una conoscenza avvenuta per via epistolare, sebbene in gioventù, "ai tempi pariolini", avessero amici comuni - è stata la stessa Papi, che è divorziata e che il 30 ottobre ha scritto al direttore del carcere chiedendo di essere autorizzata a incontrare Izzo, per "concordare con lo stesso le modalità e le autorizzazioni necessarie al fine di contrarre matrimonio in regime intramurario".

Izzo e il matrimonio
Da dietro le sbarre, con la lettera a un cronista, Izzo conferma: "Può darsi che ci sposeremo. Ne abbiamo parlato ed è in progetto il matrimonio. Donatella è stata una ragazza che è divenuta una bella donna, molto intelligente e sensibile. Recentemente fra noi è nato un rapporto epistolare e abbiamo scoperto tante affinità elettive. Soprattutto, come gli antichi samurai, ambedue abbiamo un gran desiderio di coltivare i valori della compassione, della bellezza, degli ideali e delle belle bandiere".

Due poltrone in più al Senato E Di Pietro acchiappa il "segretario"

di Redazione


Roma - Abbasso la Casta, basta privilegi. Degli altri, beninteso: quando c’è ciccia da spartire, gli integerrimi uomini dell’Italia dei Valori sanno dare senso al nome. I valori sono valori e un «segretario d’aula», per esempio, al giorno d’oggi «vale» oro. Non che sia utile a qualcosa - il lavoro d’aula lo fanno i funzionari -, però sa leggere con voce stentorea (non sempre, in verità) il «processo verbale» all’inizio di ogni seduta su quel che si è combinato nella precedente. 

Lavoro faticoso, si direbbe persino usurante, che costa alla collettività, tanto per dare un’idea, almeno 250mila euro in più l’anno rispetto a quello di un senatore «semplice». Mica bruscoletti, avrebbe detto Antonio Di Pietro. 

A Palazzo Madama, dopo aver fatto fuoco e fiamme, i dipietristi hanno incassato la sospirata poltroncina con il placet generale (o quasi). Se non fosse stato per i radicali Marco Perduca e Donatella Poretti, entrambi Pd, la «riformina» dipietrista che fa strame del diritto e del buon senso sarebbe passata alla chetichella. «Un accordo notturno del partito di Di Pietro con l’arcinemico Cavaliere, alla vigilia di una grande manifestazione anti-Berlusconi convocata a reti unificate per il 5 dicembre prossimo», denunciano. 

Polemiche politiche a parte, fatti e circostanze rendono la vicenda esemplare. Subito dopo le scorse elezioni politiche, sulla scorta di complicate trattative tra Di Pietro e il Pd, l’Idv aveva rinunciato a esprimere il proprio segretario d’aula. Passato un po’ di tempo, gli inesperti dipietristi hanno capito che non sta bene lasciare briciole nel piatto. 

Hanno perciò cominciato a reclamare la loro poltroncina di seconda fila: dagli e dagli, il Consiglio di Presidenza ha raggiunto infine l’accordo. Facendo dimettere uno dell’opposizione, come aveva invano proposto il senatore del Pd, Alberto Maritati? Macché, sarebbe stato scortese. Meglio aggiungere due posti a tavola: uno al dipietrista designato (Aniello Di Nardo?), un altro alla maggioranza, per rispettare il principio di rappresentatività proporzionale. 

Così gli indefessi senatori ieri hanno votato la deroga all’articolo 5 del Regolamento, valida soltanto per questa legislatura, come un sol uomo: 239 sì, 12 no e 15 astenuti. Un trionfo, tanto più che il costo per le casse dello Stato si aggirerà soltanto sul mezzo milione in più l’anno. 

Al segretario d’aula difatti spettano circa 3.400 euro in più di indennità (il lavoro di lettura in aula è di grande responsabilità); 11mila e rotti per i propri collaboratori (è un’attività che consente di mettersi in mostra, e dunque va adeguatamente gestita la propaganda); un ufficio di rappresentanza con segretaria; l’auto blu. Dulcis in fundo: ottomila euro l’anno per «elargizioni» ad associazioni e istituzioni. Anche gli amici del segretario d’aula hanno diritto a far festa, perbacco.



E Se Dio fosse un alieno? Allora speriamo che sia almeno cattolico

Dal momento che non sono pochi quelli che ci credono, è lecito chiedersi se quel che chiamiamo «Dio» non sia per caso una civiltà di extraterrestri dalla quale la razza umana in qualche modo discende. Certo, si potrà subito obiettare che, anche se così fosse, il problema sarebbe solo spostato. Si potrebbe infatti altrettanto legittimamente domandare chi ha creato gli extraterrestri.

Gli Ufo sono un vero e proprio mito dei nostri tempi, talmente incoraggiato dai media da aver creato un’industria nei centri abitati vicini alla famosa «Area 51» nel deserto del Nevada, dove il governo degli Stati Uniti avrebbe condotto – dice una consolidata leggenda metropolitana – degli esperimenti segreti su un disco volante schiantatosi, carico di alieni, da quelle parti.

Si potrebbe cominciare col chiedersi perché questi alieni atterrino quasi sempre negli Stati Uniti, dal momento che è là che più si addensano le «tracce» e gli «incontri ravvicinati». Un’altra osservazione da fare è la seguente: molti scienziati, se intervistati sul tema dichiarano che sarebbe arrogante pensare che, in un universo così vasto e per la maggior parte sconosciuto, la razza umana sia sola. Tuttavia, questo modo di ragionare non è che un atto di fede, un auspicio che non c’è bisogno di essere scienziati per formulare.

Ora, quantunque l’argomento abbia alimentato e continui ad alimentare la letteratura fantascientifica e sia dichiarato, appunto, «fantascienza» tout court da altrettanti scienziati, è bene sapere che il massimo scrittore di fantascienza di tutti i tempi, l’ebreo russo naturalizzato americano Isaac Asimov, agli extraterrestri non credeva.

Isaac Asimov, ateo e scientista (scrisse anche un paio di opere per «confutare» la Bibbia alla luce delle scoperte scientifiche), chiedeva prove. Non visioni, non racconti, non testimonianze, ma solide e tangibili prove... Invece non c’è niente. Nessuno, in tutti questi anni, è stato in grado di mostrare uno straccio di quel che la scienza chiama prova. In più, si dilungava ad analizzare la pretesa mentalità aliena, concludendo che il comportamento di questi ultimi, se esistevano, era troppo irrazionale per essere preso sul serio. Infatti, che cosa vogliono? Cercano un contatto? Allora perché sfuggono continuamente? Intendono studiarci restando nascosti? Allora perché si mostrano continuamente?

Altro mito destituito di fondamento: gli alieni sono buoni. Anzi, migliori di noi; la loro evoluzione li ha condotti a perfetta bontà. Chissà perché la nostra ci ha lasciati cattivi come Caino. Anzi, misti, come Caino e Abele (con la solita prevalenza del primo). Le leggi dell’evoluzione variano da pianeta a pianeta? O gli alieni sono tutti convertiti a una filosofia della bontà, una specie di cristianesimo seguito da tutta una razza? Ma perché, allora, il cristianesimo ha mostrato i suoi limiti solo sulla Terra? Ma la pista religiosa collide con quella scientifica, l’unica per la quale gli alieni sono ammirati. La loro potrebbe benissimo essere una razza idolatrica, teocratica e dispotica.

Lo schiavismo totalitario e organizzato potrebbe aver permesso loro il balzo in avanti tecnologico. Ma, se le cose stanno così, bisognerebbe piuttosto temerli, gli alieni, e attrezzarsi per un’eventuale invasione come si pensava nei vecchi film degli anni ’50 (che la propaganda liberal ci ha fatto credere essere metafore del timore del comunismo). Che dire, poi, della religione? Non è pensabile che una razza senziente così avanzata possa non porsi il problema.

I cristiani dovrebbero pensare a un’altra Incarnazione, avvenuta, questa, su Antares? O gli alieni sarebbero anch’essi bisognosi di evangelizzazione come furono gli indios americani scoperti da Colombo? No, la tecnologia richiede un fondamento cristiano, una mentalità per la quale il creato va sottoposto a dominio, studiato ed esplorato. Ci vuole una mentalità che nobiliti il lavoro e la ricerca scientifica, che possa contare sul libero sforzo di tutti, donne comprese. Perché la scienza si concentri sulla tecnologia occorre un Galileo, il quale era credente e agiva in un milieu cristiano...

Picchiala»: in Danimarca gioco choc contro la violenza sulle donne

Corriere della Sera


L'utente è invitato a colpire una ragazza.
Poi il messaggio finale: «Sei un idiota». Ma è polemica



La protagonista del 'gioco'
La protagonista del "gioco"
MILANO - Un ceffone, un secondo, poi un altro. Con tutta la forza. Quattro, cinque, sei... In totale: tredici schiaffoni in faccia. Fino a farla sanguinare. Ecco, siete al cento percento «gangsta», ovvero: dei veri duri. Ma anche: 100 per cento stupidi. Si chiama «Hit the bitch», letteralmente «colpisci la sgualdrina», l'inquietante campagna sociale contro la violenza domestica e sulle donne lanciata nel web in Danimarca. E le polemiche non mancano.

DURO AL 100 PERCENTO - Il gioco interattivo è semplice, quanto provocatorio: si accede al portale www.hitthebitch.dk; dalla sinistra del teleschermo sopraggiunge una piacevole ragazza bruna. In sottofondo si sente rumore da discoteca. La giovane si rivolge al suo interlocutore, che in questo è l'utente davanti allo schermo del pc e dice: «Non sta a te decidere se io ballo con le persone o no»; «Voglio ballare con chi mi pare e piace». L'utente a questo punto può scegliere se usare il mouse o la webcam per simulare lo schiaffo con una grossa mano virtuale.

In alto c'è una scala: si parte da «100 per cento pussy» (codardo) per arrivare al «100 per cento gangsta», a seconda del numero di manrovesci che la giovane deve supplire. Finito il gioco straziante, la ragazza si accascia a terra in lacrime, con la faccia gonfia e piena di lividi. Una voce fuoricampo afferma: «Cosa stai facendo? Non puoi nemmeno controllare la tua femmina. Un paio di schiaffi possono aiutare...». Il messaggio finale è eloquente: «Non è stato da duri colpirla. Hai perso il gioco quando hai alzato le mani la prima volta. Non ci sono scuse. Nessuna!».

LOST IN TRANSLATION - Una campagna rivolta ai teenager che colpisce al cuore ed allo stomaco. Ma se le intenzioni appaiono nobili, le critiche - soprattutto nei blog e nei forum di discussione - sono numerose. «Si è arrivati ad un livello preoccupante», annota il portale americano Newser. Quasi all'unisono il commento sulla testata liberal-progressista Alternet.org: «Hanno sbagliato».

La confusione che lo spot genera nell'utente-giocatore è tale che la gravità del problema non sembra venir colta: «Probabilmente vi sentite in colpa - come quando uno abusa di una donna nella vita reale - mentre andate avanti a colpirla solo per vedere cosa accadrà dopo? Chissà. Forse qualcosa è andato perso nella traduzione dal danese», scrive Adweek, settimanale americano specializzato in pubblicità. Ciononostante, nel primo giorno della pubblicazione quasi 72mila utenti in patria hanno visitato la pagina con il gioco-choc.

DALLA PARTE DEI BAMBINI E DEI TEENAGER - La campagna vuole sensibilizzare in qualche modo su un problema crescente nel Paese: «In Danimarca ogni terza ragazza subisce abusi nella relazione», fa sapere l'organizzazione danese «Born og Unge I Voldsramte familier», che si batte contro la violenza domestica e sui bambini. Fondata nel 2002 da Kirsten Raffel Hermanse, oltre all'aiuto ai più piccoli costretti a crescere in famiglie dove la violenza tra le mura di casa è all'ordine del giorno, l'ente non governativo si rivolge anche ai ragazzi e alle ragazze in giovane età.

E' specializzato soprattutto nelle campagne di informazione e sensibilizzazione. La prima, che suscitò un certo clamore, era raccolta in un libro per bambini dal titolo: «Fa male quando papà picchia mamma», nel frattempo giunto alla quinta ristampa e distribuito in molti centri di aiuto psicologico, ambulatori, ospedali, residenze per l'infanzia e istituti scolastici in tutto il Paese.

Elmar Burchia
19 novembre 2009

Sedia elettrica o iniezione letale? L'America si divide.

Corriere della sera

Scritto da: Alessandra Farkas alle 03:39


NEW YORK – Esiste un sistema ‘dolce’ per morire giustiziati? Può, il boia, essere ‘umano’? Si può chiudere un occhio di fronte al patibolo pensando che “tanto il condannato non ha sofferto”? Le domande sono d’obbligo all’indomani dell’esecuzione di Larry Elliott, ucciso tramite sedia elettrica in Virginia, uno dei pochi stati americani dove viene lasciata al condannato la scelta del tipo d'esecuzione. Il sessantenne Elliott, - ex ufficiale del controspionaggio dell’esercito e il più vecchio condannato a morte della Virginia - è stato giustiziato per aver ucciso una coppia nel 2001. Il motivo: conquistare l’amore di una spogliarellista, in lite con l’uomo assassinato per la custodia di un bimbo.

Si tratta della prima esecuzione tramite sedia elettrica da giugno 2008 negli Usa e ciò ha fatto riesplodere la polemica sulla crudeltà del patibolo. Ma il dibattito, ancora una volta, riguarda più il metodo che non la sostanza. Introdotta nel lontano 1888, la sedia elettrica soppiantò l'impiccagione in quanto “più umana”. Anche adesso qualcuno vorrebbe riesumarla sulla base di quanto è accaduto mesi fa in Ohio, dove un giustiziere ha dovuto sospendere l'esecuzione di un giovane nero, Rommel Broom, dopo che, per oltre due ore, non è riuscito a trovargli le vene in cui iniettare i veleni.

Non era la prima volta che le cose andavano storte durante un'iniezione letale. Nel maggio del 2006, Joseph Clark si alzò dal lettino per dire ai suoi boia che il cocktail di veleni  non stava funzionando. Ci vollero 90 minuti di vera e propria tortura per completare l'iter. Per perfezionare il suo protocollo e continuare ad uccidere “a norma di legge”, l’Ohio ha deciso di sostituire il cocktail dei tre veleni con un’iniezione intramuscolare a base di una sola sostanza, il thiopental sodium, un anestetico usato da anni per abbattere gli animali. Per ragioni ‘umanitarie’, insomma, gli esseri umani verranno messi a morte come si fa con le bestie. 




Un graffitaro "vernicia" le Dolomiti Polemica tra gli alpinisti

Corriere della Sera

L'autore: «Servono ai meno esperti per non perdersi». Il soccorso alpino: «Sono indicazioni pericolose»

 


Sulla Rete lo hanno definito «il graffittaro delle Alpi». Agisce soprattutto sulle Dolomiti Orientali e segna con frecce ed enormi bolli rossi le vie escursionistiche più selvagge e le vie alpinistiche, dove si va con corde e rinvii. «Uno scempio al paesaggio», «Una trovata per rovinare il gusto della scoperta» è il coro di proteste che si è scatenato on line dagli affezionati alle Dolomiti che si sono organizzati per salire in parete e cancellare i misfatti nell’operazione battezzata «Bocciarda», dal nome della piccola mazzetta dalla superficie zegrinata utilizzata per eliminare i segnacci. Il dibattito è partito con un appello di Luca Visentini, scrittore ed editore di guide alpine di Cimolais, che il 10 ottobre ha postato sul Forum di montagna «Fuori Via» un atto di accusa contro chi imbratta le montagne di vernice rossa: «C’è un soggetto che si adopera alla verniciatura sistematica delle vie alle vette, nei valloni selvaggi in tutte le Dolomiti Orientali. Appone enormi bolli, frecce, scritte sulla roccia. Imbratta ogni cima in modo seriale. Uccide l’avventura. Compromette la scoperta. Riduce l’autonomia».


LE PROTESTE - In pochi giorni le sottoscrizioni sono arrivate a oltre 180, e l’acceso dibattito si è diffuso anche ad altri siti specializzati come Planet Mountain, fino ad arrivare su Facebook. Frecce e bolli dilagano da qualche tempo sulle Dolomiti Friulane, sulla Cima dei preti e il Monte Duranno, nel Gruppo del Sorapìs, nel Gruppo del Cristallo, tra le Dolomiti di Auronzo e di Sesto, le Marmarole occidentali fino al Gruppo dello Schiara, nel bellunese.

«Non contestiamo certo le classiche segnalazioni del Cai sui sentieri escursionistici, e neppure le tracce sulle vie normali delle cime più conosciute delle Alpi: sarebbe come togliere le corde fisse dal Cervino. Adesso sono prese di mira con bolli e frecce direzionali le cime secondarie, quelle selvagge. Può sembrare un aiuto a non perdere il sentiero, ma è un falso alibi perché possono essere invece un invito a seguire una via anche per chi non ha un’adeguata preparazione alpinistica. Chi sa andare in montagna sa riconoscere le vie e non ha bisogno dei segni rossi».

INDIVIDUATO IL GRAFFITARO - La Rete non perdona e alla fine il nome del «graffittaro» è saltato fuori: un tal Paolo Beltrame, di Maniago, provincia di Pordenone, pure lui scrittore di guide alpine. Non è sicuramente l’unico imbrattatore delle rocce ma, tirato in ballo, ha confessato uno dei tanti graffiti comparsi sulle Dolomiti Friulane: «Ho dipinto la Cima dei preti perché nella discesa, molto tortuosa, c’è il rischio di perdersi in caso di nebbia. E’ pericoloso, ci sono i precipizi. C’è sempre chi sbaglia. L’anno scorso il mio amico Renzo Corona, presidente del Cai di Maniago è morto perché rientrando dal passo del camoscio, in mancanza di segnali ha sbagliato canalone ed è precipitato. Stessa cosa per la coppia di tedeschi che la scorsa estate si sono persi sulle cime di Lavaredo: qualcuno ha cancellato i segni, si sono persi e lei è morta».


PROBLEMI DI SICUREZZA - Più che un problema di impatto ambientale, il responsabile del soccorso alpino dell’Alta Val Cellina, Giacomo Giordani parla di un grave problema di sicurezza: «Nessun privato può prendere l’iniziativa di segnare una via senza che rientri in un piano generale gestito dal Cai o dai parchi che possano assicurare la manutenzione. Nel caso in questione, tra l’altro, quei giganteschi segni sono fuori da ogni regola della segnaletica in montagna.

Sono troppo grandi». Lorenzo Zampatti, responsabile del soccorso alpino in Alto Adige è ancora più drastico: «Mentre si può apprezzare e giustificare la segnalazione dei sentieri frequentati e le vie normali delle grandi cime è forviante segnare le vie classiche di arrampicata: l’imprudente o l’incapace si perde lo stesso. I segni su certe vie tolgono lo spirito di avventura, che è l’essenza delle salite alpinistiche. Non si tratta di essere conservatori, ma va ponderato il gusto della scoperta. In montagna si va in base alle proprie capacità e non sono le frecce che ti salvano a certi livelli».

Anche Reinhold Messner è scettico: «Sono contrario a tutte quelle segnalazioni che disturbano il paesaggio. Per segnare la via bastano gli "ometti", le classiche piramidi di pietre, che fanno ormai parte di una cultura millenaria. Alla fine il «graffittaro delle Alpi» si è arreso e nel forum di Planet Mountain qualche giorno fa ha scritto: «La mia opera vandalica è finita, per sempre. Ho sbagliato, lo ammetto, pensando di fare qualcosa che fosse d’aiuto, credetemi, in buona fede».

Cristina Marrone
18 novembre 2009(ultima modifica: 19 novembre 2009)

Il boss vede Annozero e ordina l'omicidio

Libero



La vendetta arriva all’alba del due maggio 2008. Alle sei e mezza Umberto Bidognetti, il padre del pentito Domenico, viene ucciso nell’azienda di famiglia “Sementini”.  Due uomini gli scaricano addosso dodici colpi d’arma da fuoco più uno, l’ultimo, alla testa. «Una vendetta trasversale», dicono subito gli inquirenti anche perché Umberto era incensurato. 

Ieri il procuratore aggiunto Federico Cafiero De Raho , ha spiegato che la decisione di uccidere Umberto Bidognetti fu presa dal boss dei boss, allora latitante, Giuseppe Setola, dopo aver visto una puntata di Annozero in cui il pentito Domenico Bidognetti invitava i camorristi a pentirsi e a collaborare con la giustizia. Dalla redazione di Michele Santoro precisano che la sera del 24 aprile 2008 fu intervistata la pentita Anna Carrino, compagna  del boss Francesco Bidognetti detto Cicciotto ’è mezzanotte. Fu lei a lanciare appelli a lasciare “o sistema” e collaborare con la giustizia...


Lucia Esposito