martedì 17 novembre 2009

Rebellin restituisca l'argento olimpico»

Corriere della Sera

La richiesta del Cio al Comitato olimpico italiano: quel secondo posto si intende revocato



Davide Rebellin bacia la medaglia olimpica a Pechino: la dovrà restituire (Ansa)

MILANO - Davide Rebellin deve restituire la medaglia d'argento ottenuta alle Olimpiadi di Pechino 2008, nella prova di ciclismo su strada (LE FOTO). Lo ha appena comunicato la commissione disciplinare del Cio al Comitato olimpico nazionale italiano, precisando che il secondo posto dell'azzurro si intende revocato. Rebellin era risultato positivo all'Epo-cera a controlli successivi relativi all'antidoping della gara disputata alle Olimpiadi.
LA COMUNICAZIONE - «La Commissione Disciplinare del Cio - scrive il comitato olimpico internazionale nella comunicazione inviata al Coni -, composta da Thomas Bach (Presidente), Gerhard Heiberg e Frank Fredericks (membri) ha squalificato dalla gara di ciclismo su strada maschile ai Giochi Olimpici di Pechino 2008, dove si è classificato al secondo posto, l'atleta italiano Davide Rebellin. Saranno ritirate la medaglia e il diploma conseguiti nell'evento sopra menzionato». «All'Uci - scrive ancora il Cio - è richiesto di modificare il risultato dell'evento sopra citato secondo quanto previsto dalle regole e di considerare le successive azioni di sua propria competenza. Al Comitato Olimpico Nazionale Italiano è richiesta la restituzione al Cio non appena possibile della medaglie e del diploma assegnati all'atleta in relazione all'evento sopra citato. Il Coni assicurerà il rispetto di questa decisione». Naturalmente Rebellin deve restituire anche i 75.000 euro del premio assegnatogli dal Coni, così come previsto per la conquista della medaglia d'argento ai Giochi di Pechino.

17 novembre 2009


Usa, via allo scudo fiscale Stretta sui contribuenti: "E' la fine di un'epoca"

di Redazione

Washington - Anche gli Stati Uniti si preparano a mettere in campo lo scudo fiscale. Secondo i dati resi pubblici dalla Casa Bianca, ammonterebbero a più di 14.700 i cittadini statunitensi titolari di conti offshore cui è stata offerta dall’amministrazione Obama la sanatoria in cambio del versamento delle tasse non pagate.

La stretta sul fisco I titolari dei conti offshore hanno ricevuto dall’amministrazione un termine entro cui devono volontariamente rivelare i rispettivi dati, versando al Fisco le somme dovute con sanzioni pecuniarie ridotte e nella maggioranza dei casi con la garanzia di non subire procedimenti penali. "Il messaggio ai contribuenti americani è chiaro: l’epoca del segreto bancario e dei beni nascosti è finita", ha detto il vice ministro della Giustizia David Ogden.




Rosa e Olindo tornano più vicini

Corriere della Sera

I coniugi Romano, condannati all'ergastolo per la strage di Erba trasferiti entrambi

Romano e Rosa Bazzi (Fotogramma)

MILANO - Una nel penitenziario di Bollate, l'altro in quello di Opera, a Milano. Se non proprio nello stesso carcere, Rosa Bazzi e Olindo Romano tornano ad essere più vicini. I due coniugi condannati all'ergastolo e a tre anni di isolamento diurno per la strage di Erba - in cui furono uccise quattro persone, tra cui un bambino di due anni - sono stati infatti trasferiti. La decisione è stata presa dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Olindo era detenuto a Parma, Rosa a Vercelli, e lì erano stati trasferiti dal carcere di Como alcune settimane dopo la sentenza di condanna di primo grado.

IL TRASFERIMENTO - Il trasferimento dei coniugi Romano - secondo quanto si è appreso - è avvenuto sabato scorso. Olindo, nel carcere di Opera che ospita molti detenuti in 41 bis, si trova in cella singola ed è sorvegliato a vista per il timore di gesti autolesionistici. Il suo arrivo non avrebbe suscitato negli altri detenuti particolari reazioni. Non è andata così, invece, per Rosa: le detenute di Bollate, appresa la notizia della sua presenza, avrebbero inscenato qualche forma di protesta. Il trasferimento in due carceri milanesi dei coniugi condannati per la strage di Erba renderà di fatto più facile gli incontri e i colloqui tra il netturbino e la casalinga, che devono avvenire ogni 15 giorni. Disposizione, questa, che secondo il giudice del tribunale di sorveglianza di Reggio Emilia, al quale Olindo aveva presentato reclamo contro il trasferimento dal carcere di Como dove era detenuto con Rosa, doveva essere assicurata.

«SOLLIEVO PSICOLOGICO» - Olindo è «psicologicamente sollevato» dal trasferimento, stando almeno a quanto raccontato dal suo legale Fabio Schembri, che lunedì ha incontrato in carcere l'ex netturbino condannato, con la moglie Rosa Bazzi, all'ergastolo e a tre anni di isolamento diurno per la strage di Erba (Como).


17 novembre 2009



Acqua privatizzata, fiducia sul decreto Polemiche e scontro a Montecitorio

di Redazione




Roma - Il governo pone alla Camera la questione di fiducia sul "decreto Ronchi", già approvato dal Senato e il cui "cuore" è la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, compresa l’acqua. Ad annunciarlo nell’Aula di Montecitorio il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Elio Vito, spiegando che la fiducia sarà votata su un "maxiemendamento" con un testo "identico" a quello approvato dalla commissione che "è identico a quello arrivato dal Senato". 

Opposizione sulle barricate "Si sarebbe arrivati subito ad un voto unanime su questo provvedimento se il governo avesse stralciato dal decreto l’articolo sui servizi pubblici locali che non ha il coraggio di discutere né di spiegare alla gente", ha detto nell’Aula della Camera la democratica Marina Sereni spiegando che la fiducia "non è certo motivata dall’ostruzionismo dell’opposizione da dalla mancanza di fiducia del governo rispetto ai propri deputati". 

Durissimo anche il dipietrista Massimo Donadi: "Voi umiliate il Parlamento e offendete la democrazia; siete una maggioranza appecoronata felice di non lavorare per un giorno". Il centrista Michele Vietti ha, invece, ribadito che l’aspetto tempo, denunciato dal ministro Vito come alla base della fiducia a Montecitorio sul decreto, è causato dal fatto che il testo sia stato per troppo all’esame del Senato. Una circostanza condivisa, questa, appieno da Simone Baldelli del Pdl, secondo cui "servono regole certe sui tempi certi per l’esame dei provvedimenti".

Le proteste del Wwf La riforma del servizio idrico, contenuta nel decreto obblighi comunitari in discussione oggi alla Camera "arriva in un momento molto delicato ed estremamente vulnerabile per le capacità dello Stato di pianificare, controllare e gestire la risorsa idrica" e va stralciata dal provvedimento. La pensa così il Wwf convinta che "l’acqua, bene comune e prezioso" vada difesa. Ed invece, fa notare l’organizzazione, "il suo destino è oggi affidato all’approvazione di una norma che, se dovesse passare, rischia di non accontentare nessuno, né chi è per la ripubblicizzazione della gestione né chi è per la liberalizzazione". 

Oltre al fatto che tale norma, "rimette in discussione anche le società che hanno già avviato, da almeno due anni, la gestione della risorsa idrica secondo le leggi vigenti". Per il Wwf "invocare nel provvedimento in discussione oggi l’obbligo comunitario è inoltre un falso problema, visto che permane saldo, nel diritto e nell’esperienza comunitaria, l’istituto dell’in house providing, ovvero, quel complesso di strutture che svolgono attività di pubblica amministrazione, sia l’esercizio della funzione organizzativa dei pubblici poteri". 

Il costo dell'acqua in Italia L’Italia ha le tariffe dell’acqua tra le più basse del mondo. Stando ai dati forniti da Federutility e contenuti nel Blue Book 2009, sintesi della situazione dei servizi idrici nel Paese, quest’anno la tariffa media è risultata pari a 1,29 euro al metro cubo. Una famiglia di tre componenti, residente a Roma, paga un importo complessivo di 177 euro per un consumo medio annuo di 200 mc di acqua. 

A Tokyo per la stessa quantità di paga il corrispettivo di circa 280 euro, a San Francisco poco più di 400; 430 euro a Helsinki, 560 a Bruxelles, 740 euro a Parigi, 800 a Zurigo e poco meno di 970 euro a Berlino. La città tedesca è in cima alla classifica per costi. Qui per il solo servizio di acquedotto vengono addebitati, ogni anno, 428 euro per famiglia, contro i 63 euro pagati a Roma. Invece, per la quota fissa e per fognatura e depurazione, a Berlino si pagano 510 euro annui, contro i 98 di Roma. Nella classifica di città presa in considerazione dal Blue Book, solo a Buenos Aires (37 euro l’anno), Hong Kong (102) e Miami (169), hanno tariffe più basse di Roma.

A cent'anni il Savoia sparisce dal calcio La società oplontina ritira la squadra

Corriere del Mezzogiorno

I motivi: difficoltà economiche aggravate dall’indisponibilità dello stadio «Giraud»

di SALVATORE PRISCO 

 
Travolto dall’ennesima crisi economico-societaria— che rende ingestibile perfino il modesto onere finanziario del campionato di Eccellenza, per l’inagibilità dello stadio Giraud — muore dunque il Savoia. Quando Torre Annunziata era soprannominata la Manchester del Sud e nel porto attraccavano le navi granarie destinate ad alimentare i molti pastifici della città (gli stessi descritti nella struggente La quinta stagione dell’anno dello scrittore oplontino Vincenzo Esposito, mentre in Francesca e Nunziata Maria Orsini Natale ne celebra appunto l’epopea, qui portata avanti soprattutto da capitane d’industria), la squadra contese lo scudetto al Genoa.

Il massimo campionato era allora diviso in un girone di centrosud e in uno settentrionale, come forse piacerebbe oggi a Bossi. Il Savoia (il cui campo era il glorioso Formisano, dal quale si vedeva il mare) era stato appunto il primo nel suo ambito, nel 1923-1924 e più volte ha disputato la serie B, l’ultima nel 1999/2000. Altri tempi. Qui da parecchio hanno chiuso anche quasi tutte le fabbriche subentrate al fiorente periodo dell’arte bianca.

Chi voglia documentarsi su questo processo (e sulle sue responsabilità derivanti da una mediocre imprenditorialità, da un sindacalismo miope e da una politica clientelare) può leggerne il racconto dolente in un volume di qualche anno fa, scritto da un agguerrito gruppo di giovani studiosi e consegnato al libro Il suono delle sirene spente , a cura dalla sociologa Enrica Morlicchio. Torre non ha nemmeno più un teatro degno di questo nome e le resta solo un cinema che sopravvive a fatica, anche se proprio qualche giorno fa ho dovuto spedire ad amici di fuori pacchi di pasta Setaro ,

l’ultimo pastificio sopravvissuto, dal sapore dei cui prodotti erano rimasti conquistati, provandoli a casa mia. L’ultima speranza è adesso la zona franca urbana— nella quale potranno localizzarsi imprese sgravate da imposte per un certo numero di anni — mentre il timore inespresso è che la camorra fiuti l’affare e cali su di esso servendosi di prestanome.

Del Savoia, quando ero adolescente, mio padre avvocato (che l’aveva più volte difeso davanti agli organi della giustizia sportiva) fu addirittura presidente dopo che un imprenditore che lo guidava aveva — storia che si è ripetuta spesso — dichiarato forfait. E furono occasioni di sfottò col ramo milanese della famiglia, visto che l’altro e più famoso Peppino era già (e lo restò fino alla scomparsa) vicepresidente dell’Inter. Tramonta a cent'anni dalla nascita un simbolo di identità, in taluni momenti l’unico positivo, mentre intorno ogni cosa deperiva e si corrompeva. Che possa presto rinascere. Sarebbe l’inizio di una nuova speranza per una terra ormai senza più sogni.



16 novembre 2009

La «mano di Dio» per décolleté perfetti

Corriere della Sera

È stato battezzato «God's Hand» il componente chiave di un reggiseno gonfiabile che spopola in Cina

 


MILANO –
God’s Hand, ovvero la mano di Dio, è l’ultima frontiera dei reggipetti, molto di più del banale Wonderbra ormai datato (fu creato dalla stilista canadese Louise Poirier nel 1961) che grazie al push-up esalta e falsa le reali misure del décolleté. Alle donne di oggi non basta più evidentemente negare le proporzioni regalate da madre natura. Vogliono di più. Vogliono la perfezione e soprattutto la versatilità di un aspetto adatto a ogni contesto. Questa è la promessa di She’s Mine, reggiseno gonfiabile e soprattutto regolabile.

UN SENO PER OGNI OCCASIONE Il nuovo capo orientale dona un seno giusto per ogni occasione. A una riunione di lavoro o a scuola per parlare con le maestre dei figli va benissimo una coppa B: meglio essere notate per altri particolari e un davanzale troppo ingombrante potrebbe creare problemi. Ma per la serata romantica con l’uomo che si vorrebbe sedurre o per un dopocena scatenato in qualche locale cosa c’è di meglio di una coppa D?

SORPRESA E DELUSIONE - She’s Mine è tutto questo: basta premere un bottoncino con disinvoltura e la magia è fatta. Certo resta da vedere la delusione cocente di chi scopre che era tutto un trucco (un problema per altro esistente anche con i vecchi Wonderbra) o la sorpresa di chi assiste al cambiamento inquietante delle signore che vestono il reggiseno cinese, incontrandole magari casualmente di mattina e di sera. Ma la simpatia dell’aggeggio, incredibilmente trash, potrebbe essere premiata.

Emanuela Di Pasqua
17 novembre 2009

Gheddafi e le ragazze, il bis Domanda su Villa Certosa ma il rais non risponde

Quotidianonet


"Ha sorriso facendo il segno di ‘shh’ con il dito", racconta una partecipante. Sul crocifisso: "In Libia non imponiamo la Mezza Luna". Alla serata tutte alte almeno un metro e settanta, belle e slanciate

Roma, 17 novembre 2009


Secondo incontro-lezione con ragazze italiane per Muammar Gheddafi, a Roma per il vertice Fao. Ieri sera il leader libico ha cercato nuovamente di introdurre all’Islam 200 giovani reclutate attraverso l’agenzia Hostessweb, in una villa appartenente all’ambasciata di Libia. Anche in questo secondo incontro il rais, giunto alla villa dopo la cena con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ha parlato di Islam, rispondendo alle domande di moltissime giovani.

Tutte alte almeno uno e 70, belle e slanciate - anche se, grazie a una rigida etichetta imposta per l’occasione, tutte erano vestite in modo elegante ma casto. “Evitava le domande, non andava mai al sodo”, è stato comunque il commento di alcune di loro, intervistate dopo l’incontro.

Numerose anche le domande di attualità, che però il colonnello di Tripoli ha aggirato abilmente: “Sono amico di Berlusconi”, aveva detto all’inizio della sua ‘lezione’, e così qualcuna gli ha chiesto cosa ne pensasse delle feste a Villa Certosa: “Si è rifiutato di rispondere”, racconta un’altra ragazza, “ha sorriso facendo il segno di ‘shh’ con il dito”. E sulla polemica seguita alla sentenza della Corte di Strasburgo sul crocifisso nelle scuole, Gheddafi ha precisato che per lui l’importante è “non obbligare” nessuno, lasciando che chi lo vuole possa esporre simboli come croci e - nel caso dell’Islam - mezze lune.

IL TERZO APPUNTAMENTO

Sembra che questa sera il leader libico Gheddafi rinunci all’incontro con le giovani donne selezionate per lui dall’agenzia hostessweb.it. Solo domani si potrebbe svolgere il terzo incontro, questa volta con oltre 250 ragazze.

Intanto ieri si sono registrati piccoli disagi nell’organizzazione dell’incontro. Le giovani non avevano un posto dove lasciare i loro oggetti personali che, per ragioni di sicurezza, non potevano entrare nella sala. Sono state costrette a metterli per terra, sul prato antistante il muro di cinta, fino all’arrivo del leader che, da vero gentiluomo, ha messo a disposizione due autovetture dove sono state buttate borse, cellulari e portafogli. E anche il rientro non è stato dei migliori, perchè nessuno si era preoccupato di far arrivare il pullman che avrebbe dovuto riportare le giovani a casa.

Gli incontri, blindatissimi per le televisioni italiane, sono invece ripresi dalle telecamere e dai fortografi del leader libico e probabilmente verranno divulgati nel mondo arabo.


Nuovo scandalo nel Pd: l’ex sindaco di Gallipoli fa i complimenti al boss

di Redazione


Una bufera all’interno del Partito democratico innescata dalle rivelazioni su alcune intercettazioni telefoniche. È quanto sta accadendo in queste ore a Gallipoli, la «città bella» adagiata sullo Ionio salentino. Proprio qui, in un’area ritenuta per lungo tempo un laboratorio politico per la sinistra, le polemiche hanno investito l’ex sindaco ed ex consigliere provinciale del Pd, Flavio Fasano, al punto che la sua candidatura alle prossime elezioni regionali è stata congelata.

Il caso è scoppiato dopo la diffusione del contenuto di alcune conversazioni tra Fasano, avvocato penalista, e un suo cliente, Rosario Padovano, considerato un personaggio emergente della criminalità organizzata e arrestato con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio del fratello Salvatore. In quelle chiacchierate, registrate dalla procura nel corso delle indagini, l’ex sindaco di Gallipoli - che non è indagato - parla più volte con Rosario Padovano e tra l’altro si congratula con lui per un’intervista televisiva inviandogli anche un messaggio sms di complimenti. La fuga di notizie e la diffusione delle intercettazioni ha scatenato un terremoto negli assetti del Pd locale, che ha preso ufficialmente posizione decidendo di soprassedere alla candidatura di Fasano.

La decisione è stata annunciata nel corso di una conferenza stampa alla quale ha partecipato il segretario provinciale del Partito democratico Salvatore Capone. Ma sulla vicenda è intervenuto anche il senatore del Pd Alberto Maritati: «Non possiamo difendere una persona solo perché ha la tessera del nostro partito». Insomma, una vera e propria tempesta politica che però non ha scoraggiato Fasano. Il quale si difende e respinge qualsiasi ombra. In una nota l’ex sindaco di Gallipoli sostiene di essere stato «vittima dell’atroce capacità mimetica di Rosario Padovano»; e poi ancora: «Mi indigna - scrive sempre Fasano - l’essere stato offeso nell’intimo da un criminale che pensavo di dover aiutare a inserirsi a pieno titolo nella società.

E per questo - prosegue nella lettera - l’ho messo più volte in contatto con le forze dell’ordine alle quali diceva di voler fornire sotto forma di vera collaborazione, fatti e circostanze importanti per indagini criminali». Tuttavia, nonostante le spiegazioni, il Partito democratico ha deciso di congelare la discesa in campo di Fasano alle regionali del 2010. E le polemiche rimangono. Ieri sul caso è intervenuto anche il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano:

«Qualcuno - dichiara - dovrà spiegare a che titolo l’allora assessore provinciale Flavio Fasano era presente a una riunione del comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica convocata a Gallipoli pochi giorni dopo l’omicidio di Nino Padovano». Mantovano chiarisce che le sue sono «valutazioni politiche e non giudiziarie» e aggiunge che «se Fasano militasse nel centrodestra, oggi da sinistra lo avrebbero massacrato». Infine, il sottosegretario lancia un allarme Gallipoli dove - sostiene - «si manifesta una realtà torbida».


Presentatore sfigurato in tv per combattere le discriminazioni

Corriere della Sera

Iniziativa del canale Five: in onda il presidente dell'associazione Changing Faces

 

James Partridge
James Partridge
MILANO
- Bisogna essere pronti, spigliati e di bella presenza. Il conduttore televisivo non si sceglie solo per la sua preparazione. Non per niente Alberto Sordi, alias Guglielmo il Dentone, poteva recitare a menadito i più complicati scioglilingua, ma veniva scartato per il suo difetto fisico. In Gran Bretagna, però, almeno per una settimana, il canale Five sta sperimentando un nuovo giornalista alla conduzione. James Partridge, sfigurato in viso dopo un incidente stradale avvenuto quando aveva 18 anni, da lunedì a domenica lancerà i servizi del mezzogiorno.

UN ESPERIMENTO - In realtà Partridge è il presidente dell’associazione Changing Faces, che ha promosso una campagna contro i pregiudizi nei confronti delle persone che hanno dei difetti fisici. Il messaggio che vogliono rivolgere ai telespettatori è di non abbassare gli occhi e di non cambiare canale. E da un sondaggio, commissionato proprio da Five News prima di mandare in onda il volto di Partridge, pare che il 64% degli intervistati abbia assicurato che continuerebbe a vedere il notiziario, il 44% apprezzerebbe in toto la scelta. Mentre un quinto ha dichiarato che non sosterrebbe la sfida e si sentirebbe male davanti a un presentatore «non presentabile».

IL RUOLO DEI MASS MEDIA – Winnie Coutinho, responsabile della campagna di Changing Faces ha dichiarato che «la televisione può giocare un ruolo importante nell'accettazione della diversità e nella rottura di alcuni pregiudizi. Non dimentichiamo che queste persone hanno subito traumi e violenze. E non sono dei mostri, sono persone che hanno lottato più di altre». In Gran Bretagna sono 500 mila le persone che hanno un difetto al viso rilevante sotto il profilo psicologico o sociale. «Mettendoci la faccia per 5 minuti ogni giorno – ha commentato James Partridge – sarò in grado di sfidare le persone a essere consapevoli dei loro limiti culturali anche inconsci. Alla fine dobbiamo essere informati, non intrattenuti». L’editore del telegiornale, David Kermode ha assicurato che «James è un valore aggiunto al nostro programma di informazione e tutti siamo interessati a creare con lui un dibattito sulla questione sociale».

Ketty Areddia
17 novembre 2009

La stanza del boss Raccuglia

Corriere della Sera


Unica concessione al lusso: un paio di jeans di marca Valentino, stirati e puliti


Un tapis roulant e uno stim0latore da addominali per mantenersi in forma, una tuta, calzettoni, una borsa di ginnastica, ma anche una decina di pacchetti di sigarette: sul comodino della stanza da letto dove è stato stanato il boss Domenico Raccuglia poche tracce di oggetti che di solito i mafiosi portano con sé durante la latitanza. Niente libri su mafiosi né testi sacri. Il grosso del suo archivio mobile il latitante lo teneva dentro lo zainetto che ha lanciato nel giardino di sotto, sperando che sfuggisse alla vista della polizia. Unica concessione al lusso: un paio di jeans di marca Valentino, stirati e puliti, poi non sembra che il boss in fuga vivesse una vita da nababbo.

Video

A CALATAFIMI
- Almeno, non in questa casetta a tre piani di via Cabasino 80 a Calatafimi, un edificio stretto e alto con un abbaino trasformato in stanza, a due passi dalla piazza principale del paese. Una casa decorosa ma senza lussi quella dei Calamusa. L’unica finestra della stanza al terzo piano è alta non più di una cinquantina di centimetri, ha un’anta che impedisce l’ingresso della luce del giorno. Dà su un piccolo terrazzo dove il boss pare non si affacciasse mai. Raccuglia viveva nella stanza del figlio di dodici anni della coppia proprietaria della casa. Un letto, un mobile con una tv di 30 pollici e tante videocassette di fumetti.

Sul comodino una decina di pacchetti di sigarette, carte per giocare a scopa, una scatola di cartone con dentro castagne da cuocere, un mezzo filone di pane, un sacchetto pieno di arachidi. Ci sono pure due immagini sacre in cornice, ma queste per i poliziotti della scientifica che hanno effettuato il sopralluogo di rito sembrano appartenere al bambino. Al piano terra dell’edificio c’è un tinello, al primo piano la cucina e una dispensa, al secondo piano la stanza da letto dei Calamusa e un bagno. Poi, un’altra rampa di scale strette, e si arriva alla stanza del figlio della coppia. Dove il boss ha trascorso le sue ultime ore da uomo in fuga.

16 novembre 2009(ultima modifica: 17 novembre 2009)


Il tour di Gheddafi: cappuccino in centro e notte con le ragazze

Corriere della Sera

«Solo» mezz’ora di ritardo con Berlusconi 

 

ROMA — Un piatto di pasta tricolore, ieri sera a Palazzo Chigi, col suo «caro amico Sil­vio Berlusconi», baciato da­vanti ai fotografi all’arrivo, mentre un po’ infreddolite dal­l’altra parte della città, nella villa di via Caldonazzo, l’aspet­tavano fiduciose altre 200 mo­delle dell’agenzia Hostes­sweb, pronte a sorbirsi la le­zione di Corano. Secondo giorno di Ghedda­fi a Roma per il vertice Fao: non sono mancate le sorpre­se. La tenda beduina questa volta non c’è, è rimasta in Li­bia, rivelano a mezza bocca in ambasciata.

Il leader per due notti di seguito avrebbe dor­mito nella residenza vicino a via Cassia. Lo dimostrano an­che le imponenti misure di si­curezza: il quartiere è blindato ormai da 48 ore. Nome in codice: Personali­tà. I Nocs e circa 50 agenti del­l’Antiterrorismo vigilano in queste ore su Gheddafi. Quan­do passa la sua «carovana» (al­meno venti macchine di scor­ta con i mitra nel bagagliaio) un cono d’ombra elettronico isola i percorsi: telefonini, gps e telecomandi diventano inuti­lizzabili, il campo sparisce, ca­dono le chiamate.

Gli esperti del settore la chiamano la «Bolla», una barriera traspa­rente ma invulnerabile. È la va­ligetta del Jammer. Una misu­ra a prova di attentato. Ma il raís è davvero impre­vedibile, per gli uomini della sicurezza i piani cambiano di continuo. L’ultima volta che è stato a Roma, a giugno per il G8, il Colonnello libico scese dalla sua limousine a largo Goldoni, era venerdì sera, e co­minciò a camminare per via Condotti, piazza di Spagna, via del Babuino, fino a piazza del Popolo, mandando in tilt le guardie che lo seguivano.

Anche ieri è andata così. Dopo la mattinata trascorsa alla Fao, nel pomeriggio il raís (biancovestito) ha deciso di prendersi un cappuccino da Teichner in piazza San Loren­zo in Lucina, mentre un elicot­tero lo seguiva dall’alto. Gran­de agitazione tra gli uomini della scorta (una trentina) ma anche divertita curiosità dei passanti e degli altri avventori del bar. Cappuccino e bicchie­re d’acqua. Foto, saluti e poi via verso Palazzo Chigi, per la cena con Berlusconi, accolto da un picchetto d’onore e dal­la banda dell’Arma dei carabi­nieri in divisa storica, che ha suonato gli inni nazionali dei due Paesi.

Il nostro premier, comunque, è stato fortunato: solo mezz’ora di ritardo da par­te del Colonnello, praticamen­te niente rispetto alle due lun­ghissime ore che a giugno fece­ro infuriare a tal punto il presi­dente della Camera, Gianfran­co Fini, da fargli annullare il previsto dibattito a Montecito­rio sulla politica estera nel Me­diterraneo. Lo strappo fu ricu­cito a stento. Malgrado la security, però, qualcuno l’altra sera è riuscito comunque a bucare le maglie della rete: una cronista si è fin­ta hostess anche lei e si è tro­vata così a tu per tu con Ghed­dafi impegnato nel sermone. Lo scoop le è valso un’intervi­sta della Bbc.

Ma ieri, nella vil­la di via Caldonazzo, in occa­sione del secondo appunta­mento con le modelle del­l’agenzia Hostessweb, è cam­biata completamente la musi­ca: controlli dei documenti co­me alla frontiera, per evitare il rischio di nuove infiltrate. Le duecento ragazze partite da via Veneto con i pullman alle otto di sera hanno dovuto la­sciare malvolentieri all’ingres­so anche cellulari e borsette. Poi è incominciata per loro la lunga attesa. Quasi tre ore. Mai far aspettare una signora: non si diceva così una volta? Stavolta, però, c’era almeno il buffet.

Acqua, tramezzini e pizzette: non esattamente una cena di gala, comunque le hostess hanno potuto risto­rarsi rispetto al digiuno della prima sera. Dentro, rivolte al raìs, tante domande su reli­gione, adulterio, violenza ses­suale. C’erano pure Rea Beko e Francesca Grasso, invitate di nuovo dall’ambasciata libi­ca avendo mostrato, domeni­ca, un certo interesse per l’Islam. Solo a una domanda il Colonnello non ha risposto. È stato quando una ragazza gli ha chiesto se fosse al cor­rente delle feste a Villa Certo­sa dell’amico Silvio Berlusco­ni. Gheddafi l’ha guardata ne­gli occhi, le ha sorriso, poi s’è messo un dito sulle labbra. Si­lenzio.

Fabrizio Caccia
17 novembre 2009

Caso Battisti, il giudice Britto accusa: "Su di me pressioni per cambiare idea"

Il Tempo


Il giudice, a favore dell'estradizione, attacca Celso. 


Del caso hanno parlato oggi Lula e Berlusconi. Il presidente brasiliano: "Sspetto la decisione del Tribunale supremo".

Uno dei giudici del Supremo Tribunal Federal brasiliano che è chiamato a decidere sulla richiesta di estradizione del terrorista ex Pac Cesare Battisti condannato all'ergastolo in Italia per quattro omicidi  fatta dall'Italia ha denunciato oggi "pressioni" perchè cambi il suo voto nella prossima sessione del tribunale, mercoledì prossimo.

Pressioni per negare l'estradizione - Carlos Ayres Britto, che ha già espresso il suo voto a favore dell'estradizione dell'ex terrorista rosso, ha rivelato alla giornalista Renata Lo Prete, del maggior quotidiano brasiliano, la Folha de S.Paulo, che deve la sua nomina alla Corte suprema brasiliana in gran parte al giurista Celso Antonio Bandeira de Mello, e che questi sarebbe stato arruolato nel collegio di difesa di Battisti "specificamente per fare pressione" su di lui e influenzare il suo giudizio.

Decisivo il voto di Mendes - Con la suprema corte spaccata, 4 voti a favore dell'estradizione e 4 contro, crescono a Brasilia le pressioni sul presidente della Corte, Gilmar Mendes, affinchè non voti, dal momento che il pareggio favorirebbe Battisti, e sui membri della Corte che hanno già votato a favore perchè rivedano le loro posizioni. 

Berlusconi e Lula a colloquio - Del caso hanno parlato oggi a Palazzo Chigi il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ed il Presidente brasiliano Luiz Inacio Lula Da Silva nell'ambito del vertice internazionale della Fao in corso a Roma. Sul merito della vicenda Lula preferisce non fare dichiarazioni, finchè la questione sarà in discussione presso la Corte Suprema brasiliana. Il tema non era ufficialmente all'ordine del giorno, ma è lo stesso Lula ad ammettere che il tema dell'estradizione del terrorista è stato toccato. Sul caso Battisti "ho già espresso la mia posizione, aspetto la decisione del Tribunale supremo", che mercoledì dovrebbe decidere sull'estradizione dell'ex terrorista italiano.

 16/11/2009


Otelma, il mago che dall'Msi ha finito per stregare i radicali

Il Tempo

La sua mozione approvata all'unanimità al convegno di Chianciano. "In Italia da troppo tempo c'è una campagna denigratoria verso gli occultisti".


È appena tornato molto rinfrancato da Chianciano - non per una cura idropinica, bensì per il congresso del partito radicale -, dove ha visto approvata all'unanimità la sua mozione «Streghe per la libertà». Un successone.

Divino Otelma, primo Teurgo dei Viventi, è soddisfatto?
«Moltissimo. In Italia da troppo tempo c'è una campagna persecutoria nei confronti di maghi, astrologhi, streghe e occultisti in genere».

Va avanti da molto?
«Il caso di Vanna Marchi, nel 2001, è stato il pretesto per riaprire la caccia, anche se la signora era solo una venditrice di alghe. Ma la linea storica risale a molto tempo fa». A quando? «Quarto secolo dopo Cristo».

Accipicchia. È molto in là.
«Con Teodosio il cattolicesimo diventò religione di Stato, Costantino non c'entra un fico secco. Fu l'inizio di una persecuzione morale che dura ancora. Il Vaticano non ha più, almeno per adesso, un braccio secolare, ma la sua intenzione sarebbe di bruciarci tutti».

Addirittura?
«Funziona così in Iran oggi, funzionava così in Israele 4mila anni fa. Tutte le teocrazie combattono la magia, che resta un atto di libertà».

L'Italia ha mille difetti, ma definirla una teocrazia, insomma...
«Ma dove vive lei? I media e le forze politiche si inchinano al messaggio dello stregone bavarese (il Papa, ndr) non perché credano in quel che dice, ma perché porta voti. Per pura schizofrenia si fanno speciali televisivi su sensitivi, santi, beati e miracolati, mentre si considerano cialtroni e truffatori coloro che operano nel settore dell'occulto. Natuzza Evola sì, il Divino Otelma no».

Perché i radicali hanno sposato la sua causa?
«Ho la loro tessera dal 1975, apprezzo l'atteggiamento non dogmatico, libertario». Si narrano giovanili simpatie missine. «Bah… cose del ginnasio, aderii alla Giovane Italia perché credeva nella difesa dell'italianità, non sapevo neanche del legame con il Msi».

Idee politiche in famiglia?
«Mio padre socialista, mia madre "nostalgica", ma più per l'anagrafe che per ideologia, il fascismo le ricordava la giovinezza.

Quindi delegato democristiano della sezione genovese "Alcide De Gasperi". Non proprio due gocce d'acqua. «Mi iscrissi alla Dc sempre in funzione anticomunista. Poi mi resi conto che era solo un gigantesco ufficio di collocamento e poco più».

 Cos'era per lei il comunismo?
«I carri armati, il totalitarismo. Quando ci fu la primavera di Praga chiesi di intitolare la sezione a Ian Palach, da buoni democristiani mi risposero che non si poteva, sa, era un suicida…».

L'uomo che oggi va in giro con decine di anelli, turbante e caffetano, era nientemeno che un delegato del Movimento cristiano lavoratori.
«Vero, nacque da una costola delle Acli, mi guidava lo stesso faro: l'anticomunismo».

Parla come il ministro Bondi o il senatore Quagliariello.
 «Anche loro parlano di anticomunismo, ma fingono di non vedere un conflitto di interessi grande come una casa, la rovina di questo Paese».

Prescrizione breve o lodo Alfano?
«Nei tribunali c'è una targa che dice: la legge è uguale per tutti. Non credo sia lì come addobbo».

Berlusconi dice che c'è un complotto per disarcionarlo. Cosa gli dice?
«Di stare tranquillo. Non solo non cadrà, ma vincerà le prossime elezioni politiche. Si farà eleggere al Quirinale se verrà fatta la riforma in senso presidenziale, altrimenti rimarrà a Palazzo Chigi. Ha creato intorno a sé un sistema fortissimo, cementato dal potere e dal suo alleato principe, la Lega».

 E Fini?
«Poca cosa».

E il Pd? E Casini e Rutelli?
«Destinati a rimanere minoranza, a meno di una convergenza al centro di molti moderati delusi del Pdl. Ma è durissima. Farei un esperimento».

Maestro, la prego, operi.
«Se prendessimo 100 parlamentari del Pdl e li sottoponessimo alla macchina della verità, la stragrande maggioranza si direbbe convinta che Berlusconi ha pagato Mills. Vale così per la gente: sa chi vota, voterebbe anche Riina all'occorrenza, la fedina penale è ininfluente sul voto».

Stiamo freschi, Divino.
«Ma lei davvero pensa che qualcuno si scandalizzi perché il premier frequenta le minorenni? Intanto andrebbe rivisto il concetto di maggiore età: 14 anni non 18».

 Molte critiche arrivarono per la frequentazione di signorine a tariffa, mentre si approvava una legge che inaspriva le sanzioni per clienti e prostitute.
«Ma lei crede ancora che i politici facciano quello che dicono? Quanto alla prostituzione andrebbe legalizzata».

Lei ha 60 anni.
«Chi glielo ha detto?»

Internet, un qualsiasi motore di ricerca: anno 1949, mancano il mese e il giorno.
«È un segreto. Per l'Inps, è un prepensionato. Per uno che come me crede nella reincarnazione ed è stato anche una Faraona d'Egitto, l'Inps non esiste».

Nel 1991 fondò un partito, Europa 2000, che fine ha fatto?
«Il partito ancora esiste, teoricamente potrei farlo risorgere domani stesso».

Abbia pietà, si astenga. A proposito per chi vota, per chi ha votato in questi ultimi 15 anni?
«Non lo dico certo a lei».

Ci "predica" almeno il futuro: per chi voterà.
«Verrebbe distorto il messaggio. Mi mandi piuttosto l'articolo, lo pubblicherò sul mio sito www.divinotelma.com».

Ci sono andato, Divino, ma è aggiornato al dicembre 2008.
«Non mi dica... Sono anche su Facebook comunque, se le interessa».

Luca Cardinalini
17/11/2009


Mai discutere del Profeta, allora perché Gheddafi è libero di insultare Gesù?

di Renato Farina


Roma - Arrivato a Roma, che resta in fondo la capitale della cristianità, Gheddafi non ha staccato il crocifisso dal muro. A quello ci pensa l'Europa. Lui ha preteso di identificare chi vi è stato inchiodato. Dicendo: «Non è Gesù, non è mai stato Gesù». «Era un sosia, uno che gli assomigliava», ha predicato con solennità. 

Per citare l'agenzia Ansa si sarebbe espresso così: «Voi credete che Gesù è stato crocifisso ma non lo è stato, lo ha preso Dio in cielo. Hanno crocefisso uno che assomigliava a lui». Ma non solo: «Gli ebrei hanno cercato di ammazzare Gesù perché lui voleva rimettere sulla via giusta la religione di Mosè». 

Insomma: Gesù è un profeta dell'Islam, e sarebbe una specie di vigliacco che scappa in braccio a Dio per non farsi mettere a morte dagli ebrei, lasciando che sia un altro a soffrire per lui. La nostra idea, forse la nostra speranza, è che ieri a dire queste bestialità beduine non sia stato il vero Colonnello ma un suo sosia. Una pratica molto nota tra i capi musulmani. Saddam Hussein ne aveva una dozzina, è stato scritto un bellissimo libro sul tema da Martin Amis. Probabile ne abbia anche Gheddafi, ma la prossima volta li scelga più intelligenti, e anche più rispettosi delle persone e del luogo dove va a pontificare. 

La storia, per le persone cui fosse sfuggita, è questa: il capo del popolo libico, a Roma per il vertice della Fao, ha fatto rastrellare duecento ragazze alte e belle, vestite in modo castigato. Ha donato a ciascuna una banconota, poi ha cercato di convertirle. Da noi, nei Paesi occidentali, non è vietato: c'è libertà religiosa e anche di proselitismo. Ma da noi c'è anche il diritto di critica. E per il momento abbiamo anche il diritto alla difesa della Bibbia e in essa del Vangelo. 

Stiamo un attimo sul punto. Quella della crocefissione di un Sosia, non è una trovata del leader libico, è una affermazione che sta scritta nel Corano. Il quale fa di Gesù un Profeta, ma nega l'essenziale su di lui, lo mangia e lo digerisce per il comodo di Maometto, che voleva sostituire la Rivelazione cristiana con la sua. Legittimo, da noi c'è libertà di religione. Ma il fatto che il rappresentate di un popolo convochi, con 50 euro di mancia al netto delle tasse, cento ragazze italiane per indottrinarle, senza diritto di replica, è qualcosa che se fosse stato fatto - a parti rovesciate - in Arabia o in Libia, il predicatore non sarebbe vivo. 

Se ad esempio, alla Mecca (che corrisponde più o meno a Roma per l'Islam) Berlusconi andasse a sostenere che Maometto sposando una bambina di nove anni ha violato l'infanzia, sarebbe stato decapitato come minimo, più probabilmente lapidato. 

Noi ci ricordiamo bene quando, con il pretesto della maglietta con la vignetta su Maometto indossata dal ministro Calderoli, per poco non si dichiarò guerra all'Italia e fu assaltato il nostro consolato a Bengasi. E quella maglietta era assai delicata rispetto alla negazione ostentata, nella Roma di Pietro, della verità storica sulla passione e sul Calvario. Una specie di insensato negazionismo. Finché resta nei confini delle moschee ed è esposto da semplici imam, offende la nostra comunità e la nostra tradizione, ma ci sta, amaramente ci sta: è il prezzo della tolleranza e della libertà. 

Ma un capo di Stato non può abusare della sua intangibilità di ospite nonché di detentore del gas e del petrolio. Esistono dei doveri di civiltà, anche fra i beduini in visita, e conviene che qualcuno li ricordi al leader Gheddafi. Il nostro governo fa bene a cercare buoni rapporti con la Libia. La Libia deve fare anch'essa un passettino per averli buoni con noi. Il primo modo è di rispettarci, o almeno di fingere di farlo, sarebbe già qualcosa. 

Sintetizzo le ragioni per cui stare in pace con la Libia e il suo leader. 

1) La questione di un'amicizia forte tra Paesi mediterranei, a partire da Tripoli, ci rende interlocutori seri per la pace in Medio Oriente.
2) L'importanza di una cooperazione italo-libica nella lotta al terrorismo e per lenire ferite coloniali è ovvia ed ha aspetti di alta moralità.
3) La necessità di contenere l'immigrazione clandestina dalle coste della Tripolitania e di avere certezze nell'approvvigionamento energetico è prioritaria e indiscutibile.
4) Il criterio universale della tolleranza impone di accettare la diversità nella concezione della democrazia e della religione di un leader come Gheddafi;
5) Questi buoni rapporti rendono più efficaci le nostre pressioni per l'affermazione in Libia dei diritti umani. Ma non ci sono prezzi, il senso della decenza non è in vendita. Non si può far passare per stravaganza l'offesa cosciente di Gheddafi. Egli colpisce il sentimento profondo del nostro popolo, quel Cristo in croce a cui è affezionata anche la gente che non crede sia Dio. 

Ma a cui dà fastidio sentirsi dire a casa propria che quel Gesù esposto sulla Croce il Venerdì Santo e che sta sul petto delle nostre mamme e nonne è un trucco. Chieda scusa Gheddafi, se vuole gli siamo amici. Non si fa terrorismo religioso. È un delitto. 

P.S. A proposito di dialogo e di presunte offese. Qualcuno ha giudicato le dichiarazioni di Daniela Santanchè su Maometto pedofilo inopportune perché si scontrerebbero con comportamenti altrettanto inaccettabili di personaggi biblici. Perfetta ignoranza. La vita di Maometto e il Corano sono Parola di Dio immutabile, esempio perenne, consacrazione di Verità e di Etica, non suscettibili di critica. Invece la Bibbia per i cristiani (e gli ebrei) è ispirata da Dio, è il racconto di come Dio interviene nella storia, scritto da una mano umana. 

La Parola è Cristo stesso. Invece il Corano e il suo racconto è un ordine. E lì c'è la differenza grande. Al di là dei comportamenti egualmente deprecabili di tanti cristiani e di tanti musulmani, la differenza sta nel manico. L'Islam è stato fondato e ha per paradigma un uomo che ha versato il sangue degli altri. Gesù Cristo ha versato il suo per gli altri. Che Gheddafi venga a negare questo, e per di più a Roma, e per giunta abusando della nostra ospitalità e sputando addosso a ragazze inermi le sue bufale islamiche, è grave. Speriamo sia stato un Sosia.



La cassiera e il mobbing inventato

Corriere della Sera

«Esselunga, bagno vietato e botte». Il gip non le crede: «Perplessità sulla dinamica ricostruita dalla vittima»

 

MILANO - «Ho chiesto per un’ora e mezzo il cambio alla cassa. Ma non mi hanno permesso di raggiungere i ser­vizi. Così ho subìto una delle peggiori umiliazioni: bagnar­mi davanti a tutti, come acca­de a un neonato». Era il 2 febbraio dell’anno scorso quando una cassiera dell’Esselunga, in servizio a Milano, denunciò il grave ca­so di mobbing. Seguito da un episodio inquietante poche settimane dopo, il 28 febbra­io: botte in uno spogliatoio del super. I vertici di Filcams Cgil e Uiltucs Uil lanciarono le loro invettive contro la catena della grande distribuzione. Ie­ri il tribunale della città del Duomo ha dato il suo respon­so sulla vicenda: caso archivia­to. Nessuna responsabilità per direttore, vicedirettore, ca­pocassiere e addetto alla sor­veglianza del punto vendita.

Il decreto del giudice per le indagini preliminari, Maria Grazia Domanico, accoglie la richiesta di archiviazione già presentata dal pm, Piero Basi­lone. Secondo il decreto non si può parlare di mobbing. «Le problematiche che la vitti­ma ha evidenziato appaiono legate ai disturbi psichici e al suo stato di sofferenza psico­logica», recita il dispositivo. Il giudice dice che la cassie­ra ha sì chiesto per un’ora e mezza di essere sostituita per andare in bagno. Ma alla man­cata concessione di un cam­bio non può essere ricondot­to nessun reato. Nella riche­sta di archiviazione il pm par­la di «totale mancanza di atti­vità o volontà persecutoria». Per quanto riguarda le lesio­ni subite nello spogliatoio (trauma cranico facciale, di­storsione cervicale, ecchimo­si alle gambe e contusione al braccio destro) «l’autore del fatto non è stato identificato e pertanto va accolta la richie­sta di archiviazione».

Il giudi­ce, come del resto il pubblico ministero, parlano anche di «perplessità circa la dinamica dei fatti così come ricostruiti dalla vittima, dubbi che ven­gono rafforzati non solo dal quadro patologico di sofferen­za psichica della cassiera, ma anche dalle stesse dichiarazio­ni contraddittorie rese nel­l’immediatezza dei fatti». Raggiunta al telefono, la si­gnora coinvolta nella vicenda non ha voluto parlare. «E co­me stupirsene? Per la collega questo anno e mezzo è stato tremendo», dice Betti Curato­la, una delegata sindacale del punto vendita. «Non dorme. La sua situazione familiare ri­sente di tutto questo (la signo­ra ha un compagno e due fi­gli, ndr). Da parte mia non posso che ribadire quanto ho visto: la gonna bagnata, le contusioni». La Uil, sindacato che ha patrocinato il ricorso, non nega l’esistenza di un quadro psicologico delicato. «Ma certe cose possono succe­dere anche a chi è in difficoltà per motivi propri», insiste Ro­berto Pennati della Uiltucs.

Rita Querzé
17 novembre 2009

La denuncia di Shirin Ebadi: «Mi hanno sequestrato il Nobel»

Corriere della Sera

La dissidente all'estero da mesi: «Dicono che devo pagare delle tasse. Sono sotto costante minaccia, ma tornerò»

Dal nostro corrispondente  Alessandra Farkas

NEW YORK - «Ho invitato il se­gretario generale dell’Onu a visita­re l’Iran per vedere coi propri occhi il tragico deterioramento delle li­bertà nel mio Paese». Alla vigilia della risoluzione contro le violazio­ni dei diritti umani in Iran che l’As­semblea generale Onu si appresta a votare in settimana, Shirin Ebadi abbandona i toni soft per attaccare il regime «che uccide i minorenni, perseguita donne e minoranze reli­giose e mette all’indice la libertà di parola».

Lei manca dal suo Paese dalle contestatissime elezioni dello scorso giugno.
«Vivo in uno stato di esilio effet­tivo», spiega l’attivista 62enne, pre­mio Nobel per la Pace nel 2003, in un incontro col Corriere all’Hotel Tudor, a due passi dall’Onu. «Mi hanno confiscato l’appartamento, la pensione che ricevo dal ministe­ro della Giustizia e il conto in ban­ca mio e dei miei famigliari, ormai sotto costante minaccia. E se non bastasse mi hanno sequestrato tut­ti i premi, incluso il Nobel e la Le­gion d’Onore».

Ha paura di tornare in Iran?
«Nulla mi spaventa più, anche se minacciano di arrestarmi per eva­sione fiscale al mio rientro. Sosten­gono che debbo al governo 410 mi­la dollari in tasse arretrate per il No­bel: una fandonia visto che la legge fiscale iraniana stabilisce che i pre­mi siano esentasse. Se trattano così una persona ad alto profilo come me, mi chiedo come si comportano di nascosto con uno studente o cit­tadino qualunque».

Quando ha intenzione di rimpa­triare?
«Tornerò, forse accompagnata da Ban Ki-moon, quando avrò fini­to il mio lavoro all’estero e sarò più utile nel mio Paese. Sono stati i miei colleghi di Teheran a chieder­mi di restare: 'Adesso ci sei più uti­le fuori', hanno detto. Uno dei miei compiti è perorare la risoluzione Onu che i partner commerciali ira­niani vorrebbero bloccare in quan­to 'politicizzata'. Un’accusa falsa come dimostra l’ultimo rapporto di Ban Ki-moon: un uomo che non si può certo accusare di parzialità».

A cosa serve una risoluzione pu­ramente simbolica?
«A mettere in guardia il governo di Teheran e a dare al popolo che soffre la conferma che l’Onu è con lui. Bisogna riportare la calma nel Paese e io sento il dovere di interve­nire per fermare l’escalation di vio­lenza».

Teme che i media internaziona­li abbassino la guardia?
«Sì. Migliaia di prigionieri lan­guono in carcere, torturati e stupra­ti. Nessuno conosce il vero numero delle vittime».

La commissione Onu per i dirit­ti umani a Ginevra fa la sua parte?
«Cerca di farla ma la composizio­ne del consiglio è tale da legargli le mani. Vorrei spingerlo a fare di più perché, lo ripeto, la violazione dei diritti umani nel mio Paese è diven­tata sistematica e diffusissima. Se la Comunità internazionale tace, il popolo sarà dimenticato ed è pro­prio ciò che vuole il governo».

L’amministrazione Obama sta facendo abbastanza?
«Non ho ancora incontrato il pre­sidente Obama né i membri della sua amministrazione ma la mia po­sizione è ben chiara: nel dialogo con l’Iran non si può parlare solo di nucleare, ignorando la questione ben più pressante dei diritti umani. Le due sono interdipendenti».

È ottimista sulla ripresa del dia­logo tra Washington e Teheran?
«Obama ha inaugurato un nuo­vo corso rispetto all’ostile sbarra­mento di Bush, ma bisogna aspetta­re per vedere quali decisioni in con­creto verranno prese».

È ancora in contat­to con i suoi famiglia­ri in Iran?
«Parlo tutti i giorni con mio marito e con i miei colleghi del Cen­tro per la difesa dei di­ritti umani. No, non so­no in contatto con gli esuli iraniani in Ameri­ca e nel resto del mon­do: non sono un lea­der politico né un lea­der del movimento d’opposizione né loro mi riconoscono come tale. Sono solo un di­fensore dei diritti uma­ni, un semplice avvo­cato che difende pro bono i perseguitati po­litici».

Quando tornerà in Iran avrà molto da fare.
«Ne sono certa e mi preparo già ad accettare tutti i casi che mi capi­teranno, coadiuvata da una ventina di illustri colleghi, la maggior parte delle quali donne».

È vero che la rivoluzione estiva è stata guidata dalle donne?
«Ba­sta andare su Youtube per capirlo. Non a caso Neda ne è diventata il simbolo. Tantissime donne sono dietro le sbarre mentre ogni sabato sera il comitato delle Madri in Lut­to dell’Iran si riunisce in un parco. Protestano in silenzio, vestite di ne­ro e con le foto dei figli imprigiona­ti o uccisi. Molte città, tra cui Firen­ze e Venezia, hanno creato comitati di solidarietà analoghi e io mi ap­pello a tutte le donne del mondo perché facciano lo stesso».


17 novembre 2009

Il colonnello Seno: «Catturavo i br, ora per lo Stato sono un delinquente»

Corriere della Sera

Il colonnello Seno è stato condannato per il sequestro Abu Omar: «Ho pianto, non mi vergogno a dirlo»

Il colonnello Luciano Seno (Benvegnù-Guaitoli-Lannutti)
Il colonnello Luciano Seno
MILANO
— Il luccichio che gli colora gli occhi assomiglia a quello di 35 anni fa, quando, da capitano dei carabinieri, uomo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, balzò dalla sua 124 bianca e afferrò per il collo il brigatista Alberto Franceschini prima che mettesse mano alla pistola appesa alla cintola, col colpo in canna. C'era anche Renato Curcio sull'auto speronata a Orbassano, vicino a Pinerolo. Era l'otto settembre del 1974. I capelli erano di più, scarmigliati e neri. Oggi sono bianchi, ordinati. I tratti del volto, però, sono identici. «Allora era una scarica di adrenalina a muovermi — spiega il capitano nel frattempo diventato colonnello — ora i miei occhi raccontano solo di tanta rabbia e di estrema delusione...

Ho servito il mio Paese per quarantacinque anni, venti con la divisa dell’Arma cucita sulla pelle e gli altri venticinque passati nei servizi segreti. A proteggere la gente. Mai avrei immaginato di andare in pensione con una infamante sentenza di condanna a tre anni per favoreggiamento personale in un sequestro, mai... Ho pianto, non mi vergogno a dirlo. Allucinante e inaudito, ciò che è potuto accadere. Ma sono un figlio di questo Stato e in questo Stato di diritto credo, ho lavorato al fianco di eccellenti magistrati e giudici, rispetto dunque il verdetto con la certezza che ho dentro di poterlo sovvertire in appello. Ma non è facile farsene una ragione. Mi si creda... ho speso una vita per la giustizia».

Abu Omar
Abu Omar
Tira finalmente il fiato, questo carabiniere di Dalla Chiesa.
La sentenza che l’ha condannato è di mercoledì scorso, il processo è quello ai vertici del Sismi e della Cia per il sequestro a Milano dell’ex imam Abu Omar. L'ombrello di un discusso segreto di stato ha preservato il capo dei capi, Nicolò Pollari, ha preservato il suo diretto superiore, Marco Mancini, ma non lui. Che nell'indagine entra soltanto per avere passato il telefonino di servizio, così come richiestogli da Mancini, a un altro collega del Sismi, il generale Gustavo Pignero, già gravemente ammalato e ora scomparso. Mentre il giudice Oscar Magi leggeva il verdetto, Seno era in fondo all'aula. Solo. Lontano dai fotografi. Una valigetta in mano. «Ho obbedito a un ordine legittimo — ribadisce il colonnello — non ha mai saputo nulla del sequestro di Abu Omar se non dai giornali, e questo è il risultato... una follia del sistema. Chi imputa al Sismi un lavoro sbagliato e malfatto come la vicenda Abu Omar sbaglia di grosso, nessuno di noi avrebbe agito in quel modo...».

Milena Sutter, la ragazza sparita nel nulla il 6 maggio 1971 e restituita due settimane dopo dal mare di Genova
Milena Sutter
Abita a Roma, Luciano Seno. Non ha figli. Le sue origini sono piemontesi. E lo dice con un certo orgoglio perché è proprio lì, in Piemonte, che sono nati i carabinieri. Ha arrestato Curcio e Franceschini, ha sgominato la banda XXII Ottobre e catturato i sequestratori di Sergio Gadolla. È stato lui, ancora una volta, a mettere le manette all'assassino di Milena Sutter, la figlia tredicenne dell'industriale della famosa cera per pavimenti sparita nel nulla il pomeriggio del 6 maggio del 1971, all'uscita da una scuola svizzera, e restituita dal mare di Genova due settimane più tardi. «Su qualche libro sta scritto che l'ha preso la polizia — racconta Luciano Seno — ma la verità è che Lorenzo Bozano, il «biondino dalla spider rossa», l'abbiamo acciuffato noi carabinieri.

Io e i mie ragazzi». Dalla Chiesa l'aveva visto giovane ufficiale al battaglione carabinieri di Milano, caserma Lamarmora, dietro a Palazzo di Giustizia. E appena lo incontrò quasi per caso a Genova, primi anni '70, se lo portò a Torino per dare vita al primo Nucleo speciale antiterrorismo. «I nostri giorni e le nostre notti non hanno più avuto tempo per noi, per i nostri cari. Nulla che non fosse il lavoro, da battere c'erano le Brigate Rosse. E il mio generale era sempre in mezzo a noi». Ricorda, Seno, di una informativa da mandare al giudice istruttore con urgenza. «Scrivevamo di notte, e alle quattro Dalla Chiesa ebbe un piccolo cedimento... Noi restammo fermi, in silenzio... Dopo tre minuti Dalla Chiesa si risvegliò e ci fissò uno per uno... "Ragazzi- disse - che cosa credete, anche un generale si può abbioccare, forza che finiamo..."».

La foto dell'arresto di Franceschini preso per il collo ha fatto il giro del mondo.
Il br Franceschini arrestato dall'allora capitano Seno
Il br Franceschini arrestato dall'allora capitano Seno
«Pochi sanno che a scattarla fu un carabiniere che dalla Chiesa ci aveva messo alle costole per proteggerci... Incredibile, quel pomeriggio. Io con la mia 124 privata e un collega al volante restai senza comunicazione radio per un maledetto guasto. Ero isolato dietro a Curcio e Franceschini... Li seguii fino a quando arrivammo a un passaggio a livello... ebbi paura di restare dietro alla sbarra e di perderli, allora ordinai al mio carabiniere di tamponarli... scendemmo per constatare il danno ma Franceschini fiutò subito l'odore di trappola e tentò la fuga. Curcio restò immobile alla guida. Agii in fretta. Un balzo... poi vidi spuntare da una siepe una macchina fotografica...

Ammanettai anche Curcio e gridai al collega di bloccare quell'uomo oltre il cespuglio... pensai a un brigatista, ora ci spara. Il mio ragazzo corse come una lepre, rovinò sul poveretto e lo stese con un cazzotto in bocca... poi quello si mise a gridare ..."fermati, che fai, sono anche io un carabiniere"... Per dalla Chiesa eravamo tutti come figli da proteggere». E se lo portò anche a Roma, il generale. «Lo aveva chiamato Andreotti e lui volle ancora me e i suoi ragazzi — ricorda il colonnello Seno — eravamo una decina ma facemmo lo stesso il miracolo... un bravo carabiniere riuscì a infiltrarsi nel covo di via Volsci e prese la lista di tutti gli iscritti al "potrop", a Partito operaio. Scoprimmo tutti...». Se gli chiedi se è stato un bravo carabiniere, il colonnello ritrova il sorriso. «Per me parlano le indagini, io non devo dire niente...». Si sfrega il mento, si aggiusta la giacca, il colonnello. E prima di salutare sussurra poche parole. «Fa male vedersi trattare come un delinquente».

Biagio Marsiglia
16 novembre 2009(ultima modifica: 17 novembre 2009)