lunedì 16 novembre 2009

Va all'asta la casa di Olindo e Rosa: base 120mila euro

Quotidianonet

A chiedere la messa all’asta dell’appartamento è stato l’avvocato di Mario Frigerio, l’unico scampato al massacro: il denaro servirà per far fronte alle ingenti spese mediche sostenute



Como, 16 novembre 2009


A pochi giorni dalla fissazione del processo di secondo grado ai coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi per la strage di Erba, si scopre che il loro appartamento, posto per metà sotto a quello dove la sera del 21 dicembre 2006 avvenne l’eccidio, sarà verosimilmente messo in vendita a un valore approssimativo di circa 120mila euro.

Questo il prezzo base dell’asta cui potrebbe essere messo l’immobile di via Diaz 25, al pianterreno della palazzina denominata ‘Ca del Giaz’ (Casa del Ghiaccio). A chiedere la messa all’asta dell’appartamento è stato l’avvocato Manuel Gabrielli che assiste come parte lesa l’unico scampato al massacro di quel lunedì, Mario Frigerio che, oltre ad aver riportato gravissime conseguenze fisiche permanenti, ha perso la moglie Valeria Cherubini, una delle tre donne uccise insieme a un bambino di due anni e tre mesi.

 Il denaro ricavato servirà per far fronte alle ingenti spese mediche sostenute dall’ex commerciante. Gli avvocati difensori di Olindo e Rosa avevano chiesto di aspettare quantomeno la fine del processo davanti alla Corte d’Appello di Milano che si aprirà il 27 marzo.

fonte agi

Nuova micidiale arma di Israele: non uccide ma dà sensazione di bruciare vivi

Il Messaggero

  



NEW YORK (16 novembre) - Il Pentagono ci sta lavorando dal 2001, ma finora ne ha costruito solo versioni ingombranti, che pesano quasi 9 tonnellate. Ma adesso una università israeliana ha prodotto una versione portatile del “raggio del dolore”, una nuova arma antisommossa destinata al controllo ”umanitario” delle folle.

Si chiama “Active Denial System” (Sistema Respingente Attivo), e si può portare in spalla. Colpisce il bersaglio entro un raggio di trenta metri, causando una sensazione di bruciore così intensa che le terminazioni nervose fanno credere al cervello che il corpo sia in fiamme. In realtà - negli esperimenti di laboratorio - il “raggio del dolore” non sembra causare danni fisici reali.

L’università di Giudea e Samaria ha reso noto di aver ideato una versione del raggio del dolore grande quanto un fucile, e del costo di circa 170 mila euro. L’università sorge nella città di Ariel, un insediamento ebraico in Cisgiordania fondato nel 1978. Il prototipo dell’arma finora è stato mostrato in pubblico solo in fotografia. Ma è molto più piccola di quella costruita dagli americani, che viene invece montata su mezzi corazzati resistenti alle bombe. Il Pentagono aveva inizialmente pensato di inviare il “raggio del dolore” in Iraq. Ma prima che una nuova arma possa venire adottata al fronte, negli Stati Uniti si devono superare un serie di test scientifici, anche sui possibili rischi che l’arma può avere per gli stessi soldati che la utilizzano.

Il governo israeliano sembra meno burocratico in questo senso. Difatti ha già utilizzato armi “alternative”, non letali. Nel 2008 ad esempio ha messo alla prova sul campo, contro un gruppo di palestinesi che dimostravano nel villaggio di Naalin, la “bomba puzzolente”, una doccia mefitica che impregna i vestiti e la pelle delle vittime.
L’arrivo del “raggio del dolore” preoccupa però gli esperti di sicurezza perché potrebbe essere adottato anche da Paesi dittatoriali per reprimere il dissenso: «Costa così poco, tutti ora potranno farsi il loro raggio del dolore» si lamenta il professor Steve Wright, dell’Università di Leeds.


Riforma Brunetta.it attaccato dagli hacker


Scritto da: Federico Cella alle 17:02



I siti istituzionali in questi ultimi tempi non hanno grande fortuna. Dopo il flop del lancio del portale Italia.it, il sito presentato oggi dal ministero della Funzione pubblica e dell’innovazione non ha neanche fatto in tempo a nascere. Subito è avvenuto un cosiddetto "attacco hacker", un attacco in stile Dos (Denial of service) che riempiendo di richieste il server ministeriale ha di fatto reso www.riformabrunetta.it non accessibile. 

Fonti del ministero riferiscono che i tecnici hanno rilevato l'attacco e che stanno lavorando per ripristinare al più presto le funzionalità del portale. Interpellato nel corso della trasmissione "Il fatto del giorno" su Rai Due, il ministro Renato Brunetta (nella foto durante la presentazione del sito) si è limitato a rispondere un ironico: "Auguri agli hacker". Poi ha spiegato meglio la sua posizione in una nota: "Tanta attenzione sulla riforma ha evidentemente suscitato le ire di quanti avversano l'azione del ministro per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione". Il sito una volta funzionante servirà a monitorare lo stato di avanzamento e di implementazione della riforma della Pubblica amministrazione entrata in vigore domenica scorsa, 15 novembre.



  Pubblicato il 16.11.09 17:02

Terrorismo, volantino di minacce dei Nat inviato a Rai, Mediaset, "Giornale" e "Unità"

di Redazione


Milano - Dopo l'invio alla redazione milanese dell'Unità, è stato recapitato anche alle sedi di Rai, Mediaset e "Il Giornale" il volantino di minacce contro il "regime" firmato dai Nuclei Armati Territoriali. Si intitola "Rispondiamo alla violenza legalizzata del regime per una propaganda armata delle lotte sociali" ed è composto da quattro pagine dattiloscritte solo sul fronte, il documento firmato dai "Nuclei di azione territoriale Luca e Annamaria Mantini" consegnato in una busta con il timbro delle poste di Milano, recapitata questa mattina poco prima delle 11 alla redazione milanese del l’Unità.

Le quattro cartelle, già sequestrate dagli agenti della Digos allertati immediatamente dai giornalisti, sono identiche a quelle recapitate il 12 novembre scorso alle redazioni di Bologna del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, de "Il Resto del Carlino" e di altre testate. Datato ottobre 2009 ed "elaborato e condiviso da 5 nuclei (Milano, Torino, Bergamo, Lecco, Bologna)", il documento scritto fitto fitto riporta una lunga (quanto elementare) analisi a tinte fosche dell’attuale situazione politico-sociale italiana, parlando di un "regime che annulla la democrazia e qualsiasi speranza di cambiamento" e di una "dittatura mediatica che impedirà per decenni di cambiare lo stato delle cose solo con gli strumenti della democrazia formale".

"Dare inizio all'azione di avanguardie armate" Secondo quanto scrivono i Nuclei, in un Paese che "l’evoluzione storico-politica ha consegnato alla destra e al nuovo centro democristiano (Partito Democratico)" imperano fenomeni di privatizzazione, precarizzazione, nuovo fascismo, razzismo e sfruttamento fino alla sudditanza "alla Chiesa cattolica e oscurantista". Una situazione che viene definita "straordinaria" e che "esige una risposta straordinaria", per cui secondo gli autori "è ora di concludere i discorsi e dare inizio all’azione", "affiancando alla lotta nella società, una lotta di avanguardie armate che supportino quelle lotte".

"Alla violenza quotidiana dei poteri forti occorre rispondere con la violenza dei fatti" continua il documento, sostenendo la necessità "di un profondo processo rivoluzionario". Premesso che "il voto, la lotta politica tradizionale non bastano più", i Nuclei precisano poi che "il nostro obiettivo non è quello di prendere il potere con le armi, ma quello di rispondere alla violenza mediatica e materiale di tutti i giorni, con una pressione crescente, anche violenta, contro il regime", "i potenti, i politici che li rappresentano e i giornalisti pennivendoli".


Si dichiara nullatenente ma sfreccia in Ferrari: evasore smascherato

Corriere della Sera

I controlli scattati dopo le apparizioni dell'uomo alla guida di fuoriserie. 

Sottratti a tassazione 25 milioni

 

BERGAMO - Lo ha tradito la vanità: era ufficialmente nullatenente e non pagava un euro di tasse, ma girava per il paese al volante di una Ferrari 612 Scaglietti o, a seconda dei capricci, di una Lamborghini Murcielago. I finanzieri, vedendolo alla guida delle fuoriserie, hanno pensato bene di compiere qualche verifica e lo hanno scoperto evasore per 35 milioni. E.B., di Lovere (Bg), ufficialmente nullatenente, era invece a capo di una serie di società che gestiva in prima persona, anche se erano intestate a prestanome. Non solo: l'uomo faceva evadere il fisco anche ad alcune società lombarde e piemontesi, emettendo nei loro confronti fatture per finte vendite di prodotti informatici e materiali ferrosi. I documenti falsi erano intestati ad una società di cui era dapprima amministratore la moglie, poi sostituita da un pluripregiudicato napoletano. Le indagini hanno però dimostrato che il reale gestore della società era E.B., con la collaborazione di altre due persone, una di Genova e l'altra di Costa Volpino, nella bergamasca. Tutte le società coinvolte avevano sedi che si sono rivelate fittizie e la contabilità è stata fatta sparire.

L'EVASIONE - Per scoprire tutti gli illeciti i finanzieri hanno dovuto compiere una lunga investigazione con perquisizioni in varie abitazioni e accertamenti bancari a un centinaio di conti correnti intestati o riconducibili all'indagato. Dopo oltre due anni di indagine si è scoperto che circa 25 milioni di euro di ricavi sono stati sottratti a tassazione, sono state accertate violazioni all'Iva per 7,5 milioni e c'è stata emissione di false fatture per 2,5 milioni. Cinque persone sono state denunciate alla Procura della Repubblica di Bergamo per distruzione ed occultamento delle scritture contabili, omesse dichiarazioni e emissione di fatture per operazioni inesistenti.

16 novembre 2009


Permesso di soggiorno scaduto, Belen bloccata alla dogana

Corriere della Sera


Documenti di soggiorno non in regola: vietato alla showgirl l'ingresso in territorio elvetico


 
La showgirl argentina e il fidanzato al Palazzo di Giustizia a Milano (Ansa)

MILANO
- Il Canton Ticino e la coppia Corona-Rodr5iguez. Solo una decina di giorni fa l'agente dei paparazzi era stato beccato dalla Polcantonale mentre sfrecciava nella zona di Lugano a 220 chilometri orari, laddove vige il limite di 80, alla guida di una fiammante Lamborghini Gallardo. Un'infrazione costatagli 5 mila franchi. Stavolta è toccato alla showgirl, sua fidanzata, incappare nei controlli della dogana di Como-Brogeda dove è stata sorpresa con il permesso di soggiorno scaduto e per questo non l'hanno lasciata entrare in territorio elvetico.

FABRIZIO TUTTO SOLO - Sabato sera Belen Rodriguez avrebbe dovuto essere l'ospite d'onore del «Vanilla» di Riazzino, dalle parti di Bellinzona ma chi l'attendeva è andato deluso. È arrivato solo Fabrizio Corona, attorno alle 3.30 di domenica, (era su una vettura guidata da un'autista) che ai presenti ha spiegato il mancato arrivo di Belen. Fabrizio Corona si è lasciato scattare qualche foto in mezzo ai fans.

16 novembre 2009


Fao, Gheddafi scatenato: "Gesù non è stato crocifisso Al posto suo c'era un sosia"

Quotidianinet

Roma: mentre il Papa striglia i Grandi della Terra e li invita a fare molto di più per combattere la fame nel mondo, il leader libico cerca di convertire 200 ragazze. E Casini sbotta: "Non mi meraviglia ciò che dice il Colonnello, mi meraviglia che sia un partener privilegiato dell'Italia"

Roma, 16 novembre 2009   



Gheddafi movimenta il vertice mondiale della Fao, i cui lavori si sono aperti stamane. ''Voi credete che Gesu' e' stato crocifisso ma non lo e' stato, lo ha preso Dio in cielo. Hanno crocefisso uno che assomigliava a lui''. Questo un passaggio del discorso che il colonnello libico ha rivolto alle circa 200 ragazze convocate nella villa dell'ambasciatore libico nella capitale per un incontro. Gheddafi parlando della figura di Cristo ha proseguito: ''Gli ebrei hanno cercato di ammazzare Gesu' perche' lui voleva rimettere sulla via giusta la religione di Mose'''. E poi ha aggiunto: ''Gesu' e' stato inviato per gli ebrei, non per voi, Maometto invece e' stato mandato per tutti gli umani. Chiunque va in una direzione differente a quella di Maometto fa uno sbaglio.

La religione di Dio e' l'Islam e chi professa una religione diversa dall'Islam non e' accettato e alla fine e' quello che perde''. Il leader libico ha poi invitato le ragazze a leggere il Corano (uno dei suoi regali insieme al suo 'libro verde') e a convertirsi alla religione musulmana. Le dichiarazioni di Gheddafi hanno suscitato il commento stizzito di Pierferdinando Casini: "Non mi meraviglia ciò che il Colonnello dice. Mi meravigia che sia diventato un partner privilegiato dell'Italia".

Si sono aperti questa mattina i lavori del Vertice mondiale sulla sicurezza alimentare, organizzato a Roma dalla Fao ‘per dare nuovo impulso alla lotta contro fame e malnutrizione che colpiscono 1,02 miliardi di persone. E per mettere il mondo sulla giusta strada per raggiungere il fondamentale diritto al cibo'.

Come si legge nella Dichiarazione del Vertice, la cui adozione sara il primo atto ufficiale della giornata, gli oltre 60 capi di Stato e di Governo che partecipano alla tre giorni si impegnano a ‘compiere le azioni necessarie a livello nazionale, regionale e globale per il raggiungimento entro il 2015 del primo degli otto Obiettivi Onu di sviluppo del Millennio' che prevede di dimezzare il numero degli affamati nel mondo.

Gli impegni presi dagli otto Grandi a L’Aquila per combattere contro la fame "sono rimasti promesse". È quanto lamenta Jacques Diouf, direttore generale della Fao, nel suo discorso di apertura del summit mondiale sulla sicurezza alimentare in corso a Roma. "Il cambio in politica registrato al G8 de L’Aquila dello scorso luglio è un segno incoraggiante", ha detto Diouf, "ma queste sono ancora promesse che devono concretizzarsi con finanziamenti per la realizzazione di infrastrutture e la fornitura di strumenti in vista della stagione di crescita dei raccolti che nell’emisfero settentrionale comincerà nel prossimo marzo".

Secondo il direttore generale della Fao, diversi Paesi africani, asiatici e latino-americani, hanno dimostrato che è possibile ridurre il numero delle persone che soffrono la fame. Segno, ha aggiunto, "che sappiamo cosa bisognerebbe fare e come farlo per sconfiggere la fame". In un vertice che si concluderà con una dichiarazione in cui mancheranno le cifre dell’impegno dei Paesi, è stato Diouf a dare i "numeri": "per eliminare la fame dalla faccia della terra servono 44 miliardi di dollari in assistenza allo sviluppo. Una cifra piccola se consideriamo che per sostenere l’agricoltura nei Paesi sviluppati vengono spesi 365 miliardi di dollari e che in armi vanno via 1.340 miliardi di dollari nel mondo. In alcuni Paesi sviluppati tra il 2 e il 4% della popolazione è in grado di produrre abbastanza da nutrire l’intera nazione e persino esportare, mentre nella maggioranza dei Paesi in via di sviluppo, l’impegno del 60-80% della popolazione non è sufficiente a far fronte alle esigenze alimentari del Paese".

BERLUSCONI 

Svolta ‘presidenzialista' alla Fao, almeno per pochi minuti, da parte di Silvio Berlusconi che svolge gli adempimenti che gli competono come presidente dell’Assemblea con un piglio determinato quanto scherzoso. Il presidente del Consiglio, infatti, procede alla lettura dei nomi dei vicepresidenti che ciascuna area geografica del globo ha designato per il summit sull’alimentazione e quando arriva a quello competente per una tavola rotonda sui problemi dell’America Latina, la soluzione proposta è piuttosto radicale quando verifica che il nome non è stato fornito: "Per questa manchevolezza, propongo le dimissioni del presidente Diouf".

Il leader Fao, seduto accanto a lui, ride di cuore alla battuta, non l’unica del breve intervento dedicato da Berlusconi alle formalità di rito. Sempre relativamente alla ratifica delle nomine dei presidenti delle varie commissioni, già preventivate e portate solo alla formale approvazione dell’Assemblea, Berlusconi chiede infatti, come di rito, se tutti siano d’accordo, per aggiungere immediatamente dopo: "E vorrei vedere che no....".

Influenze di carattere ‘taglia burocrazia' anche quando si tratta di chiudere il capitolo dei vicepresidenti supplenti. Anche in quel caso c’è una lista da leggere, ma il presidente di turno rileva che "credo che sia benissimo possibile che in caso di indisponibilità di uno dei vicepresidenti nominati il suo posto sia preso da uno dei componenti della sua commissione".

Memore della maratona oratoria all’Onu, Silvio Berlusconi dà la parola a Gheddafi per i lavori del vertice Fao aggiungendo una battuta. Il Presidente del Consiglio, Presidente della giornata inaugurale del summit sull’alimentazione, ricorre alla barzelletta su Marx che torna sulla terra e vuole parlare in tv, per invitare tutti i leader a rispettare i cinque minuti assegnati a ogni intervento, ma quando è il turno del leader libico, che Berlusconi accoglie sotto il palco, il commento è: "Mi rendo conto che cinque minuti per il colonnello Gheddafi sono una pia speranza, ma mi rivolgo a lui e alla sua benevolenza...".

GHEDDAFI

"Saluto l’Italia e il mio caro amico Silvio Berlusconi". Così il leader libico Muammar Gheddafi nel suo intervento all’assemblea plenaria del vertice Fao, dopo che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, in qualità di presidente dell’assemblea, gli ha dato la parola. "L’Italia ha svolto un ruolo sostanziale per lo svolgimento di questo vertice", ha detto Gheddafi, "e ne è una dimostrazione il fatto che oggi siamo qui".

Con un intervento di circa 10 minuti, il leader libico Muammar Gheddafi "credo abbia stabilito un record per la brevità". Così il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, riprendendo la parola come presidente della plenaria del vertice Fao dopo l’intervento di Gheddafi, ha scherzato con la platea degli oltre 60 capi di Stato e di governo giunti a Roma.

IL PAPA BENEDETTO XVI

Il problema della fame è stato aggravato dalla crisi. Lo ha affermato il Papa al Vertice Mondiale sull’alimentazione in corso alla Fao. "La Comunità Internazionale - ha osservato nel suo discorso - sta affrontando in questi anni una grave crisi economicofinanziaria. Le statistiche testimoniano la drammatica crescita del numero di chi soffre la fame e a questo concorrono l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, la diminuzione delle disponibilità economiche delle popolazioni più povere, il limitato accesso al mercato e al cibo".

Parlando davanti ai leader di tutto il mondo, il Papa ha messo in guardia dal rischio che "la fame venga ritenuta come strutturale, parte integrante delle realtà socio-politiche dei Paesi più deboli, oggetto di un senso di rassegnato sconforto se non addirittura di indifferenza". "Non è così e non deve essere così", ha quasi gridato. "Per combattere e vincere la fame - ha aggiunto - è essenziale cominciare a ridefinire i concetti ed i principi sin qui applicati nelle relazioni internazionali, così da rispondere all’interrogativo".

"Cosa può orientare l’attenzione e la successiva condotta degli Stati verso i bisogni degli ultimi?", si è chiesto il Pontefice, per il quale "la risposta non va ricercata nel profilo operativo della cooperazione, ma nei principi che devono ispirarla: solo in nome della comune appartenenza alla famiglia umana universale si può richiedere ad ogni Popolo e quindi ad ogni Paese di essere solidale, cioè disposto a farsi carico di responsabilità concrete nel venire incontro alle altrui necessità, per favorire una vera condivisione fondata sull’amore".

"La Terra può sufficientemente nutrire tutti i suoi abitanti". Lo ha ricordato Benedetto XVI nel suo discorso. Per il Papa, "sebbene in alcune regioni permangano bassi livelli di produzione agricola anche a causa di mutamenti climatici, globalmente tale produzione è sufficiente per soddisfare sia la domanda attuale, sia quella prevedibile in futuro". "Questi dati - ha spiegato - indicano l’assenza di una relazione di causaeffetto tra la crescita della popolazione e la fame, e ciò è ulteriormente provato dalla deprecabile distruzione di derrate alimentari in funzione del lucro economico".

"La fame - ha rilevato il Pontefice citando l’enciclica ‘Caritas in veritate' - non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale. Manca, cioè, un assetto di istituzioni economiche in grado sia di garantire un accesso al cibo e all’acqua regolare e adeguato, sia di fronteggiare le necessità connesse con i bisogni primari e con le emergenze di vere e proprie crisi alimentari".

Per Papa Ratzinger, "il problema dell’insicurezza alimentare va affrontato in una prospettiva di lungo periodo, eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri mediante investimenti in infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in organizzazione dei mercati, in formazione e diffusione di tecniche agricole appropriate, capaci cioè di utilizzare al meglio le risorse umane, naturali e socio-economiche maggiormente accessibili a livello locale, in modo da garantire una loro sostenibilità anche nel lungo periodo".

Per favorire un adeguato approvvigionamento alimentare a tutte le popolazioni del pianeta, "è necessario contrastare il ricorso a certe forme di sovvenzioni che perturbano gravemente il settore agricolo, la persistenza di modelli alimentari orientati al solo consumo e privi di una prospettiva di più ampio raggio e soprattutto l’egoismo, che consente alla speculazione di entrare persino nei mercati dei cereali, per cui il cibo viene considerato alla stregua di tutte le altre merci".

"Per combattere la fame promuovendo uno sviluppo umano integrale occorre anche capire - ha rilevato il Pontefice - le necessità del mondo rurale, come pure evitare che la tendenziale diminuzione dell’apporto dei donatori crei incertezze nel finanziamento delle attività di cooperazione: va scongiurato il rischio che il mondo rurale possa essere considerato, in maniera miope, come una realtà secondaria".

Secondo il Papa, "al tempo stesso, va favorito l’accesso al mercato internazionale dei prodotti provenienti dalle aree più povere, oggi spesso relegati a spazi limitati". "Per conseguire tali obiettivi - ha scandito - è necessario sottrarre le regole del commercio internazionale alla logica del profitto fine a se stesso, orientandole a favore dell’iniziativa economica dei Paesi maggiormente bisognosi di sviluppo, che, disponendo di maggiori entrate, potranno procedere verso quell’autosufficienza, che è preludio alla sicurezza alimentare".

"La debolezza degli attuali meccanismi della sicurezza alimentare e la necessità  di un loro ripensamento sono testimoniati, in un certo senso, dalla stessa convocazione di questo Vertice". Ne è convinto Benedetto XVI "il diritto di ciascun Paese a definire il proprio modello economico, prevedendo i modi per garantire la propria libertà  di scelta e di obiettivi".

"Nell’odierna situazione permane ancora un livello di sviluppo diseguale tra e nelle Nazioni, che determina, in molte aree del pianeta, condizioni di precarietà, accentuando la contrapposizione tra povertà e ricchezza". Lo ha denunciato il Papa. "Nonostante i Paesi più poveri siano integrati nell’economia mondiale più ampiamente che in passato, l’andamento dei mercati internazionali - ha affermato Benedetto XVI - li rende maggiormente vulnerabili e li costringe a ricorrere all’aiuto delle Istituzioni intergovernative, che senza dubbio prestano un’opera preziosa e indispensabile".

"La solidarietà non è mai senza la giustizia, che induce a dare all’altro ciò che è ‘suò e che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare". "Di fronte a Paesi che manifestano necessità di apporti esterni, la Comunità internazionale - ha affermato - ha il dovere di partecipare con gli strumenti della cooperazione, sentendosi corresponsabile del loro sviluppo, mediante la solidarietà della presenza, dell’accompagnamento , della formazione e del rispetto".

Per Benedetto XVI, "la cooperazione deve diventare strumento efficace, libero da vincoli e da interessi che possono assorbire una parte non trascurabile delle risorse destinate allo sviluppo". "È inoltre importante - ha aggiunto - sottolineare come la via solidaristica per lo sviluppo dei Paesi poveri possa diventare anche una via di soluzione della crisi globale in atto". Secondo il Pontefice, infatti, "sostenendo con piani di finanziamento ispirati a solidarietà tali Nazioni, affinchè provvedano esse stesse a soddisfare le proprie domande di consumo e di sviluppo, non solo si favorisce la crescita economica al loro interno, ma si possono avere ripercussioni positive sullo sviluppo umano integrale in altri Paesi".

Per vincere la fame, bisogna impegnarsi "non solo a favorire la crescita economica equilibrata e sostenibile e la stabilità politica, ma anche a ricercare nuovi parametri, necessariamente etici e poi giuridici ed economici, in grado di ispirare l’attività di cooperazione per costruire un rapporto paritario tra Paesi che si trovano in un differente grado di sviluppo". Lo ha chiesto il Papa nel discorso al Vertice mondiale della Fao, invocando che "a ciò si orienti l’azione internazionale" per "colmare il divario esistente" tra le Nazioni ma anche "favorire la capacità di ogni Popolo di sentirsi protagonista, confermando così che la fondamentale uguaglianza dei diversi Paesi affonda le sue radici nella comune origine della famiglia umana, sorgente di quei principi della ‘legge naturale' chiamati ad ispirare scelte ed indirizzi di ordine politico, giuridico ed economico nella vita internazionale".

In proposito, Benedetto XVI ha citato San Paolo che chideva ai primi cristiani di condividere i beni "non per mettere in difficoltà voi e per sollevare gli altri, ma perchè vi sia uguaglianza".

"I metodi di produzione alimentare impongono un’attenta analisi del rapporto tra lo sviluppo e la tutela ambientale". "Il desiderio di possedere e di usare in maniera eccessiva e disordinata le risorse del pianeta è - ha spiegato - la causa prima di ogni degrado dell’ambiente. La tutela ambientale si pone quindi come una sfida attuale per garantire uno sviluppo armonico, rispettoso del disegno della creazione di Dio e dunque in grado di salvaguardare il Pianeta".

"Se l’umanità intera è chiamata ad essere cosciente dei propri obblighi verso le generazioni che verranno, è anche vero - ha aggiunto il Pontefice - che sugli Stati e sulle Organizzazioni Internazionali ricade il dovere di tutelare l’ambiente come bene collettivo. In tale ottica, vanno approfondite le interazioni esistenti tra la sicurezza ambientale e il preoccupante fenomeno dei cambiamenti climatici, avendo come focus la centralità della persona umana ed in particolare delle popolazioni più vulnerabili a entrambi i fenomeni".

Secondo il Papa, "non bastano però normative, legislazioni, piani di sviluppo e investimenti, occorre un cambiamento negli stili di vita personali e comunitari, nei consumi e negli effettivi bisogni, ma soprattutto è necessario avere presente quel dovere morale di distinguere nelle azioni umane il bene dal male per riscoprire così i legami di comunione che uniscono la persona e il creato".

"Non è possibile continuare ad accettare opulenza e spreco, quando il dramma della fame assume dimensioni sempre maggiori!". Con questa esclamazione Benedetto XVI ha concluso il suo discorso al Vertice Mondiale sull’alimentazione promosso dalla Fao. "Da parte della Chiesa Cattolica - ha assicurato i leader di tutto il mondo presenti oggi a Roma - ci sarà sempre attenzione verso gli sforzi per sconfiggere la fame; ci sarà l’impegno a sostenere, con la parola e con le opere, l’azione solidale, programmata, responsabile e regolata, che tutte le componenti della Comunità internazionale saranno chiamate ad intraprendere".

agi


Mercedes compra Brawn addio alla McLaren

di Redazione


Nella stagione che si è appena conclusa, la Mercedes ha fornito i suoi potenti motori al team di Ross Brawn che è stato la grande rivelazione del Circus. Il nuovo team dovrebbe schierarsi al via del Mondiale 2010 con il nome di Mercedes Grand Prix. Ross Brawn rimarrà con ogni probabilità il boss della squadra. Norbert Haug, capo di Mercedes Motorsport, ha dichiarato che va ancora definita la situazione relativa ai piloti che verranno schierati nella prossima stagione. La conferma dell’inglese Jenson Button, campione del mondo in carica, non è ancora ufficiale: l’iridato non ha ancora trovato l’accordo per il nuovo contratto. Sono in corso contatti con due driver tedeschi, Nico Rosberg e Nick Heidfeld.



Il giallo dei tedeschi inghiottiti dal deserto

Trovate ossa umane nella Valle della Morte, si riapre il caso di una famiglia scomparsa nel 1996

Egbert Rimkus
Egbert Rimkus
WASHINGTON – La Valle della Morte è come il mare. Può inghiottire degli esseri umani e restituirli più tardi. E’ quello che è accaduto con Egbert Rimkus, tedesco di 33 anni, la sua compagna Cornelia Meyer e i due figli, Georg di 10 anni e Max di 4. La famiglia era scomparsa nel 1996 durante una imprudente escursione nel deserto californiano. E da allora non si erano avute più notizie. Un caso misterioso che aveva suscitato molte illazioni. Una storia che forse ha avuto il suo epilogo: due escursionisti hanno ritrovato pochi giorni fa delle ossa umane con un documento che potrebbe essere di uno dei tedeschi.

LA SPARIZIONE – Egbert Rimkus è un ingegnere con la passione dei viaggi on the road. Nell’estate del 1996, con famiglia al seguito, raggiunge la Valle della Morte a bordo di un minibus. Si ferma ad una vecchia miniera abbandonata dove lascia in una cassettina un semplice messaggio: «23/7/96 Conny Egbert Georg Max. Stiamo andando verso il passo». Probabilmente si riferisce al Mengle Pass nella parte sud occidentale del deserto. Ma dopo un miglio, Rimkus sempre a bordo del pullmino imbocca una pista poco battuta che porta in un’area remota, il Canyon di Anvil Spring. Da quel momento lui e i suoi appartengono al deserto. Nessuno li vede più.

Uno scorcio  della Death Valley
Uno scorcio della Death Valley
IL MINIBUS - Alla fine di luglio, quando i familiari non vedono tornare la famiglia in Germania danno l’allarme. Le ricerche non danno risultati e sarà quasi per caso che un ranger, a bordo di un elicottero, avvista il pulmino il 26 ottobre del 1996. E’ semisepolto nella sabbia. Ha tre gomme bucate. Gli agenti non trovano tracce di persone, né impronte. All’interno del mezzo una macchina fotografica, un paio di sacchi a pelo, vestiti, diverse bottiglie di birra, una borraccia vuota, scarpe. Mancano, invece, documenti e chiavi del veicolo. Dopo una perlustrazione viene recuperata, a circa un chilometro di distanza, una bottiglia di birra vuota. I ranger accertano che il tedesco ha continuato a guidare il veicolo fintanto che i copertoni hanno retto, poi quando sono rimasti solo i cerchioni ha abbandonato il pulmino. Ci si chiede perché la famiglia non sia tornata sui suoi passi. «Forse a causa del calore e della sete hanno perso l’orientamento», ha ipotizzato un esperto sottolineando come d’estate le condizioni climatiche nella Valle siano durissime se non hai risorse d’acqua sufficienti.

LE TEORIE – Il caso alimenta gli scenari più strani: 1) Rimkus aveva dei debiti ed ha organizzato una messinscena per sparire. 2) Sono morti disidratati. 3) Hanno incontrato qualcuno che li ha uccisi e ne ha nascosto i corpi. Un ingegnere che conduce una sua inchiesta sulla vicenda offre un’altra versione. Il tedesco – afferma - voleva raggiungere, attraverso il deserto, China Lake, il poligono dell’aviazione dove vengono testate nuove armi: «Ne era ossessionato». In effetti, c’è una pista tortuosa che arriva al sito militare partendo dal Mengle Pass ma è necessario avere un veicolo ed equipaggiamento adeguati. E, soprattutto, è importante non lasciare il tracciato, cosa che Rimkus potrebbe aver fatto.

LA SCOPERTA – Il 12 novembre due escursionisti si imbattono in ossa umane nei pressi di Goler Wash, raggiungibile solo a bordo di una jeep o piedi lungo piste in terra battuta e pietrisco. Un luogo remoto non lontano dal famigerato Barker Ranch, il rifugio della banda di Charlie Manson, responsabile dell’assassinio di Sharon Tate nell’agosto 1969. I ranger precisano che insieme ai resti c’è un documento che si ritiene appartenga ad uno degli adulti scomparsi. Si tratta di un elemento importante per l’identificazione, anche se la certezza si avrà solo dopo i test del Dna. Resteranno, poi, da scoprire le cause della morte. Lo sceriffo ha annunciato l’apertura di un’indagine criminale, anche se «non vi sarebbero per ora elementi che possano far pensare ad un delitto».

Guido Olimpio
16 novembre 2009

Cucchi, la salma riesumata il 23 novembre forse esame di Dna su macchia sui jeans

Corriere della Sera

E la famiglia avverte gli inquirenti: trovati hashish e cocaina pronte per lo smercio in casa di Stefano

ROMA - La salma di Stefano Cucchi, il giovane morto lo scorso 22 ottobre, una settimana dopo l'arresto, sarà riesumata il 23 novembre prossimo alle ore 9. Questo per permettere ai consulenti medico legali, Paolo Arbarello, Ozrem Carella Prada, Luigi Cipolloni e Dino Tancredi, di stabilire le cause della morte di Cucchi e le eventuali responsabilità dei sanitari del Sandro Pertini. Nel verbale di consulenza tecnica gli inquirenti chiedono agli esperti di accertare «la eventuale presenza di lesioni sul corpo di Cucchi» e se «possano essere ricondotte l'epoca di produzione delle stesse nonché la loro natura ed entità specificando se le stessa abbiamo cagionato uno stato di malattia e fornendo indicazioni circa la presumibile durata della stessa in rapporto alla gravità delle lesioni stesse». Gli stessi esperti dovranno inoltre accertare «se l'assistenza prestata a Cucchi durante il ricovero nell'ospedale Sandro Pertini sia stata tempestiva ed adeguata in rapporto allo stato patologico presentato dal paziente ed alle sue condizioni generali».

CONSULENZA TECNICA - Macchie rosse, sicuramente di sangue, sono stare riscontrate sui pantaloni di Stefano Cucchi, il jeans che indossava il 17 ottobre scorso quando fu ricoverato nell'ospedale Sandro Pertini. Ora la procura di Roma vuole accertare se quelle tracce siano effettivamente ematiche e se appartengano a Cucchi. Per questo motivo gli inquirenti, nel restituire ai familiari gli effetti personali di Cucchi, hanno disposto una consulenza tecnica ed affidato a Carla Vecchiotti, del Dipartimento di medicina legale dell'università La Sapienza, l'incarico di studiare quelle macchie e, se risulteranno di sangue, sottoporle al test del Dna. All'accertamento prenderanno parte anche consulenti dei sei indagati, tra agenti penitenziari e dipendenti del Sandro Pertini. Il quesito posto dagli inquirenti al consulente tecnico Vecchiotti è il seguente: «accerti - si legge nel verbale - se nei jeans sottoposti a sequestro siano rinvenibili tracce di sangue umano ed, in caso affermativo, accerti le caratteristiche genetiche comparandole con quelle ricavabili dal sangue prelevato in sede autoptica dal corpo di Stefano Cucchi». La consulenza è stata disposta nell'ambito della più ampia indagine medico legale che dovrà fare luce sulla morte del geometra di 31 anni avvenuta il 22 ottobre scorso.

DROGA NELL'ARMADIO - Droga divisa in panetti e nascosta in un armadio. E’ stata trovata in una casa dove abitava Stefano Cucchi ed era in fase di ristrutturazione. In particolare, dopo la morte del giovane, il 6 novembre scorso, la famiglia è andata nell’appartamento, per rimettere a posto e dentro una scansia hanno trovato degli involucri. «Subito siamo stati informati - hanno spiegato gli avvocati di parte civile Dario Piccioni e Fabio Anselmo - e a nostra volta abbiamo immediatamente reso nota la cosa agli inquirenti». E così, alcuni giorni addietro, gli uomini della squadra mobile si sono recati nella casa e hanno sequestrato tutto. In base al verbale stilato dagli investigatori sono stati trovati 925,5 grammi di hashish e 133 grammi di cocaina. Sul punto gli inquirenti hanno anche sentito il papà di Stefano, Giovanni Cucchi. "La scoperta e la denuncia di questa droga è la dimostrazione della onestà della famiglia di Stefano, che non ha nulla da nascondere in questa vicenda - hanno detto gli avvocati Piccioni e Anselmo - E quindi va ancora più creduta quando si denuncia che Stefano è stato picchiato mentre era in cella, aveva il viso gonfio". E comunque nell’armadio - si sottolinea - c’era solo droga, e "niente soldi".



Cucchi, ricostruita la notte dell'arresto
a Regina Coeli arrivò con lividi in faccia

Corriere della Sera

Nelle foto al momento dell'ingresso nel carcere
il ragazzo mostrava segni di lesioni su collo e zigomi


ROMA - Nuovi elementi emergono in ordine ai passaggi nelle diverse caserme dei carabinieri di Stefano Cucchi il 16 ottobre, la notte in cui è stato arrestato. Cucchi, racconta un ufficiale dei carabinieri, viene fermato alle 23,30 al parco degli Acquedotti dai militari della stazione Appia di via del Calice dove gli viene notificato il fermo e per gli accertamenti. La prassi prevede che proprio durante questa fase, il soggetto fermato possa nominare il suo avvocato di fiducia. Secondo quanto riferisce lo stesso ufficiale, il giovane avrebbe rifiutato di nominare un legale. Secondo quanto riferito dalla famiglia Cucchi, invece, al giovane sarebbe stata negato di nominare il legale di famiglia Stefano Maranella e, durante l'udienza di convalida, è stato difeso dall'avvocato d'ufficio, Giorgio Rocca. All'1,30, continua l'ufficiale dei carabinieri, avviene la perquisizione nell'abitazione di Cucchi, in via Ciro da Urbino, dove Stefano viene visto dalla madre in buone condizioni. Il ragazzo, a quel punto, viene portato di nuovo nella caserma della stazione Appia di via del Calice per la notifica dell'avvenuta perquisizione. Qui rimane, secondo quanto riferisce un ufficiale dei carabinieri, un altro po' di tempo e soltanto poco prima delle 4, da quella stazione dei carabinieri, Stefano Cucchi viene trasferito alla stazione Tor Sapienza di via degli Armenti dove passa la notte in cella di sicurezza.

IL MALORE - Qui si sente male durante la notte, viene chiamato il 118 ma lui rifiuta il ricovero. Alle 9 di mattina viene accompagnato a piazzale Clodio con un'automobile dei carabinieri. Viene consegnato alla polizia penitenziaria che lo custodisce nelle celle del tribunale, insieme ad altri detenuti. Intorno alle 12,50 viene portato in aula. Lì incontrerà il padre, lo abbraccerà all'inizio e alla fine dell'udienza.

RICHIESTA NUOVA AUTOPSIA - «Non è vero che lui avesse rotto con i familiari - ha detto l'avvocato Anselmo in merito alle voci secondo cui Stefano avesse rifiutato di dare notizie di sé ai familiari durante il ricovero al Pertini - il 1 ottobre era il suo compleanno e si scambiò due sms molto affettuosi con la sorella. Qualche contrasto in famiglia c'era, a causa della droga, ma non ci fu alcuna rottura dei rapporti». Intanto, come riferito dall'avvocato Fabio Anselmo che difende la famiglia del giovane, i legali hanno richiesto nei giorni scorsi la riesumazione del corpo per una nuova autopsia.

DELEGAZIONE DEL SENATO - Lesioni gravi al volto, lesioni vertebrali e un sospetto di trauma cranico addominale. Sono queste le condizioni in cui versava Stefano Cucchi quando il pomeriggio del 16 ottobre è stato portato al carcere del Regina Coeli. A rivelarlo alla Commissione di inchiesta del Senato presieduta Da Ignazio Marino, sono stati tre medici dell'istituto penitenziario, due dei quali visitarono il ragazzo quel giorno, ascoltati questa mattina dalla commissione parlamentare d'inchiesta sul Servizio sanitario nazionale, che ha aperto un'inchiesta sulla morte del giovane. «Noi siamo ancora all'inizio della nostra indagine - ha spiegato il presidente della commissione Ignazio Marino al termine dell'audizione - ma i medici sono stati molto precisi circa la condizione fisica di Stefano Cucchi nel momento di ingresso al carcere di Regina Coeli». E dalla loro descrizione e dalla cartella clinica, «che esiste, perchè lui è stato subito ricoverato nel centro diagnostico terapeutico del penitenziario, è evidente - aggiunge Marino - che il ragazzo aveva già lesioni gravi, al volto, aveva il sospetto di un trauma cranico addominale e sicuramente delle lesioni vertebrali». Riguardo invece alla domanda fatta da Marino al personale sanitario se la nausea di Chucchi fosse un sintomo da attribuire a disturbi gastrointestinali o invece di tipo neurologico, dunque con sospetto trauma cranico, i medici, aggiunge Marino, hanno risposto che loro pensavano «al sintomo come ad un'evidenza di un danno nervoso centrale». A tale proposito doveva essere effettuata una Tac di controllo ma, conclude il presidente della commissione, «apparentemente sembra ci sia stato il rifiuto di Cucchi di sottoporsi a questo tipo di esame. Anche se su questi aspetti dovremo fare un approfondimento con i medici dell' ospedale Fatebenefratelli». La delegazione del Senato giovedì aveva eseguito un sopralluogo nel carcere romano di Regina Coeli.

06 novembre 2009(ultima modifica: 07 novembre 2009)



«Perché abbiamo saputo della morte
di Stefano solo ore dopo?»

Corriere della Sera

Le domande di Ilaria Cucchi al ministro Alfano durante l'informativa in Senato

ROMA - In quali circostanze esatte Stefano Cucchi si sarebbe procurato quelle molteplici lesioni? Perché la famiglia di Stefano ha saputo della sua morte solo ore dopo il suo decesso e, soprattutto, solo tramite il decreto del Pm di nomina del medico legale per l'esecuzione dell'autopsia? Perché non è stato chiamato l'avvocato che Stefano aveva richiesto assegnandogli invece l'avvocato d'ufficio (violando il diritto a difendersi)? A Stefano, profondamente religioso, è stata data l'estrema unzione, rito importante nella religione cattolica?

AL MINISTRO - Sono alcune delle domande rivolte da Ilaria Cucchi, per il tramite del senatore dell'Italia dei Valori, Stefano Pedica, che le ha lette in Aula a Palazzo Madama dopo le comunicazioni del ministro della Giustizia Angelino Alfano. A queste domande ne seguono altre che il senatore Pedica ha depositato e sulle quali tornerà con un'interrogazione parlamentare. «Risponda a lei, a Ilaria, signor Ministro, e così facendo - ha detto Pedica - risponda a tutti i cittadini. E ci chiarisca, davvero, e lo faccia aiutando l'esplicarsi di una giustizia che nella nostra Italia è stata veloce spesso solo per assolvere chi aveva potere e sempre lenta per condannare chi era protetto. La storia di Stefano è una storia fatta di orari che non tornano, come quello dell'arresto, alle ore 22 o alle ore 23.30? È una storia di lividi che appaiono, e che si vedono chiaramente nelle foto scattate al suo arrivo in carcere alle ore 15.45 del 16 ottobre ma che non c'erano quando lui è uscito di casa solo 18 ore prima. È una storia di malasanità che assegna il codice verde, quello per le non-urgenze, all'ingresso in ospedale ed è costretta ad assegnare il codice 'nerò all'uscita dall'ospedale 4 giorni dopo».


03 novembre 2009




Documento con minacce a L'Unità

Recapitate alla redazione milanese del quotidiano quattro cartelle firmate dai Nuclei di Azione Territoriale

MILANO - Un documento che contiene minacce rivolte al mondo della politica e dell'informazione è stato recapitato stamani, via posta prioritaria, alla redazione di Milano del quotidiano L'Unità. Si tratta di quattro cartelle firmate dai Nuclei di Azione Territoriale che ricalcano il documento arrivato venerdì scorso alle redazioni di Bologna de L'Unità, de Il Resto del Carlino e di altri quotidiani.


16 novembre 2009



Undici anni: «Paga, mi manda ’o boss»

Corriere del Mezzogiorno

Ercolano, sei pregiudicati arrestati.

I camorristi usavano estorsori baby per chiedere il pizzo ai commercianti

NAPOLI — La città degli estorsori bambini. Sembra il titolo dell’en­nesima «docu-fiction» sul capoluogo campano martoriato dalla ca­morra. Non è così. A Ercolano, ogni giorno, le famiglie malavitose inviano come propri esattori bambini di undici, dodici, tredici anni al massimo. Riscuotono il pizzo nei negozi portando ai familiari, affiliati dei clan di zona, fasci di banconote spessi come elenchi telefonici. Ai bambini vengono consegnate ci­fre che arrivano anche a 5 mila euro: i boss si fidano di loro. A undici anni, sono già uomini di fiducia.

È la prima volta che un fenomeno del genere viene alla luce in Italia, e secondo l’esperto dell’antiracket Tano Grasso «non poteva accade­re che a Napoli». Cerchiamo di capire perché. I carabinieri della compagnia di Torre del Greco, diretti dal capitano Pierluigi Buonomo, hanno ar­restato nella notte tra venerdì e sabato sei pregiu­dicati, elementi di spicco del clan Birra-Iacomi­no, per associazione a delinquere di stampo ca­morristico, estorsione, detenzione e porto d’ar­ma da fuoco, e per via di un attentato dinami­tardo avvenuto lo scorso 10 novembre ai dan­ni di una panetteria di Ercolano. Tutti i reati risultano aggravati dal metodo mafioso. L’ope­razione dei militari è stata effettuata in esecu­zione di un decreto di fermo emesso dalla Dire­zione distrettuale antimafia di Napoli, nell’ambi­to di un’indagine diretta dal pm Pierpaolo Filippelli e coordinata dal procuratore aggiunto Rosario Cantel­mo. «Le investigazioni — spiega una nota della Dda — hanno consentito di debellare il ‘gruppo di fuoco’ del clan operante anche nel settore delle estorsioni ad Ercolano, che negli ultimi due mesi, inviando anche minori non imputabili a formulare le richieste di denaro o di beni, aveva sviluppato un controllo pressoché totale del territorio». Cinquemila euro la prima rata, trecento quelle successive, da versa­re con cadenza mensile. A finire nel torchio degli estor­sori, attività commerciali di ogni tipo e dimensione. Ne­anche i negozi più piccoli, quelli che raccolgono incassi sufficienti a stento per mandare avanti una famiglia, vengono risparmiati. Meglio usare il presente, perché per ammissione dello stesso capitano Buonomo, «siamo arrivati a sco­prire due casi di estorsione, ma riteniamo che ne esistano molti altri».

Gli fa eco Tano Grasso, secondo il quale «la stragrande maggioranza dei commercianti di Ercolano ancora paga il pizzo». Gli arresti di ieri, effettuati anche grazie alla collaborazione dei commercianti taglieggia­ti, riguardano infatti due casi di estorsione: uno è quello nell’ambito del quale è stato piazzato l’ordigno esplosivo il 10 novembre scorso, l’altro vede come vittima un negoziante di materiale informatico, dal quale il clan pretendeva gratuitamente due computer. I baby-estorso­ri, senza lo zaino in spalla, ché la scuola non l’hanno mai vista, senza il candore di un 12enne, senza più niente di un bambino, varcavano (e varcano) spavaldamente la soglia dei negozi. Consegnano un invito al negoziante («Ciro vi manda a dire che vi aspetta nella Cuparella»), o riscuotono direttamente il pizzo («Mi manda il boss per quella co­sa... »). La Cuparella, è la roccaforte del clan Birra-Iacomino. I militari dell’arma hanno identificato due baby-estorsori, si tratta ovviamente di minori non imputabili. Riconsegnati ai genitori, conosceranno pro­babilmente nei prossimi giorni gli assistenti sociali. «Speriamo che altri commercianti collaborino — esorta il capitano dei carabinieri di Torre del Greco — Saranno seguiti e protetti come le altre persone coraggiose di Ercolano».

Il sindaco Nino Daniele è ottimista: «Il muro dell’omertà, a Ercolano, sembrava il muro di Berli­no. Ora comincia a crollare, e questo è un dato positivo. Domenica (ieri, ndr) sarò dal Presidente della Repubblica Napolitano: intendo con­segnargli personalmente una lettera con la quale esprimo grande ap­prezzamento per il lavoro dei nostri splendidi carabinieri e dei magi­strati della Dda». Ma secondo Tano Grasso, «a fronte di uno che colla­bora ce ne sono cento che non lo fanno. Bisogna che commercianti e imprenditori di Ercolano capiscano che non ci sono più alibi per non denunciare. Oggi, chi denuncia non viene colpito dalle rappresaglie». Il presidente della federazione antiracket vede nell’utilizzo dei bambi­ni un segnale di disfacimento dei clan: «Un’organizzazione criminale che manda i bambini in giro a chiedere il pizzo è alla frutta, è debole. Poteva accadere solo a Napoli, in Sicilia non sarebbe mai successo». Intanto, il procuratore di Napoli Giovandomenico Lepore osserva: «L’utilizzo di minori come emissari del clan per formulare minacce alle vittime di estorsioni, è un fatto molto grave e inquietante al quale si dovrà porre un argine».

Stefano Piedimonte
16 novembre 2009

Scagionato dagli assassini per i giudici resta un killer


 

Caserta - Condannato con sentenza definitiva per un omicidio di camorra che non ha commesso. Scagionato da cinque pentiti fra i più attendibili del ricco panorama criminale Casalese. Pronto per essere liberato attraverso una revisione del processo che, però, non arriva mai. Parabola kafkiana quella di Alberto Ogaristi, giovane muratore incensurato, accusato di aver fatto parte del commando che il 18 febbraio del 2002, a Casal di Principe, crivellò di colpi, uccidendolo, Antonio Amato, parente di un boss della zona, e ferendo suo cognato, l’albanese Telat Qoqu. Un calvario indecente a cui anche la procura generale di Napoli, pressata dalle evidenze processuali e dalle manifestazioni in favore dell’operaio, ha tentato di porre fine con la richiesta di revisione del processo. Richiesta respinta per due volte dal tribunale. Ad oggi l’innocente vive recluso.

La sua storia comincia sette anni fa con la testimonianza dell’albanese scampato all’agguato, che sulla base di alcune foto segnaletiche dei carabinieri indica il killer proprio nel giovane Ogaristi. L’arresto è immediato. Due anni di galera in attesa del processo con la speranza che il suo alibi possa essere determinante. Al momento dell’omicidio, infatti, Alberto era in tutt’altro luogo, in compagnia della fidanzata. Questa è sempre stata la sua versione. I giudici gli credono e lo assolvono. Alberto si fa due anni di prigione e assapora finalmente la libertà. Ma siamo solo all’inizio delle sue sventure. In appello la condanna è uno schiaffo in faccia: ergastolo. Non valgono più le sue parole, non servono a niente le dichiarazioni della fidanzata. Conta il riconoscimento fatto dall’albanese Telat Qoqu, che nel frattempo lascia pure l’Italia e diviene irrintracciabile. Questa volta però Alberto la smette di fare il bravo cittadino. Di finire in galera non ha alcuna intenzione. Si rende irreperibile, e in attesa che la Cassazione cambi il giudizio d’appello lavora in nero per mantenere la famiglia. Niente da fare. Il 17 giugno del 2007 anche la Suprema Corte ritiene Alberto uno spietato assassino: carcere a vita confermato, fine pena mai.

Con il sigillo del terzo grado di giudizio le speranze svaniscono. Alberto, sposato e padre di una bimba che non ha mai abbracciato, non essendo un delinquente abituale, commette numerosi errori in latitanza. I carabinieri lo beccano poche settimane dopo, quando la voglia del giovane di abbracciare la famiglia si fa irrinunciabile. Sull’uscio, però, anziché la moglie, ad attenderlo trova i carabinieri e le manette. Finisce nel carcere romano di Rebibbia, e da allora vive lì. Quando il destino sembra segnato, s’apre uno spiraglio. Massimo Iovine, boss di Villa Literno, una volta acciuffato e portato davanti al magistrato, ha forse l’unico sussulto di dignità della sua esistenza. Come prima cosa fa mettere a verbale questo: «Ho un peso sulla coscienza in relazione a una persona che è stata condannata all’ergastolo per colpa mia e che invece è innocente (...). Ribadisco, in carcere c’è un giovane che sta pagando per un omicidio commesso da me (...), quell’Ogaristi, o come si chiama, non c’entra niente». La vittima, racconta Iovine, è stata presa di mira dai «bidognettiani» per vendetta contro l’amico loro Cesare Tavoletta, divenuto collaboratore di giustizia. Il morto ammazzato faceva parte del suo gruppo. L’esecuzione fu opera di Luigi Guida, boss napoletano nominato reggente dal capocosca Francesco Bidognetti. In sua compagnia c’era Giovanni Letizia, uno dei killer della strage di Castelvolturno, e due della manovalanza: Luigi Grassia e Gaetano Ziello.

Allo spiraglio di Iovine, s’aprono via via altri fari di luce. Uno, due, tre, quattro pentiti confermano la dichiarazione del primo dichiarante. Emilio Di Caterino, sicario tra i più efficienti del boss Setola, scagiona pienamente Alberto. E così Oreste Spagnolo, altro macellaio della paranza setoliana: «Letizia mi disse che era stato accusato da un albanese un ragazzo che non c’entrava niente, tale Ogaristi Alberto, che aveva una forte somiglianza con Grassia Luigi, detto ’O ragno, che aveva effettivamente partecipato all’omicidio come esecutore». Già, Letizia. Pluriomicida, mitragliere della mattanza di Castelvolturno, era coimputato di Ogaristi nel medesimo processo ma a differenza del muratore, è stato assolto. Oltre il danno, la beffa.

Ma a tutto c’è un limite. Così le indagini vengono riaperte e nel gennaio scorso i sicari, quelli veri, finiscono in galera. Per Ogaristi però le porte del carcere restano incredibilmente chiuse. La richiesta di revisione del processo, avanzata dalla procura subito dopo le dichiarazioni dei pentiti, è respinta. Motivo: le deposizioni dei collaboratori non sono sufficienti e inoltre occorre aspettare che i tre killer siano condannati con sentenza definitiva. Decisione contestata dall’avvocato di Alberto, Romolo Vignola, che ricorre in Cassazione ottenendo l’annullamento del pronunciamento del tribunale. Il caso viene così riesaminato ad aprile, ma per la seconda volta i giudici si oppongono alla revisione.

Amici, parenti, giornalisti, politici, preti, persino qualche carabiniere in incognito, provano a battere strade alternative. Il legale di Alberto chiede la sospensione della pena, contestualmente attacca le toghe sorde all’urlo di libertà che riecheggia a Rebibbia: «La corte sostiene che la dichiarazione del pentito costituisce solo una prova indiretta. Ma quale dovrebbe essere, in questo caso, la prova diretta? Pretendono che la vittima dell’omicidio resusciti e scagioni Ogaristi?». Monta la rabbia, prende forma un movimento spontaneo. Il 6 ottobre tutta Casal di Principe scende in piazza per lui. Alberto Ogaristi, pregiudicato secondo la legge, innocente secondo i fatti, è ancora in galera.
(Ha collaborato Luca Rocca)



Banca Arner e quei conti del premier

Il caso dell’istituto in cui Bankitalia ha riscontrato «gravi irregolarità» sull’antiriciclaggio



 
 ROMA — Nella sede milane­se della svizzera Banca Arner la famiglia Berlusconi ha quattro conti correnti per un totale di 60 milioni di euro, di cui uno intestato direttamente al presi­dente del Consiglio per dieci milioni e altri tre per 50 milio­ni a capo delle holding italiane Seconda, Ottava e Quinta, am­ministrate dai figli Marina e Piersilvio. Lo rivela la trasmis­sione Report di Milena Gaba­nelli andata in onda ieri sera su Rai Tre. Tra i clienti della banca ci sarebbero anche En­nio Doris, fondatore del grup­po Mediolanum, e Stefano Pre­viti figlio di Cesare.
 
La notizia arriva verso la fi­ne della puntata dedicata in gran parte al fenomeno del­l’esportazione illegale dei capi­tali e alla nuova versione dello scudo fiscale che — secondo la testimonianza del consulente delle Procure Giangaetano Bel­lavia — «con le modifiche del 3 ottobre è allargato alle dichia­razioni fraudolente, alle fattu­re false e alla distruzione delle scritture contabili». L’inviato di Report Paolo Mondani ricostruisce la storia della Banca Arner, fondata nel 1994 da Paolo Del Bue, Nicola Bravetti, Giacomo Schraemli e Ivo Sciorilli Borelli. Nel 2003 viene aperta la sede Milanese e negli anni successivi scattano una serie di disavventure giu­diziarie.
 
Il 7 maggio del 2008 Bravetti viene messo per due settimane agli arresti domici­liari dalla Procura di Palermo con l’accusa di intestazione fit­tizia di beni avendo aperto un conto di 13 milioni di euro a fa­vore di Teresa Macaluso na­scondendo il vero proprietario e cioè il marito e costruttore si­ciliano Francesco Zummo, col­legato al clan Ciancimino, inda­gato per mafia ma assolto in appello. I beni di Zummo — va­lutati tra i 500 milioni e il mi­liardo di euro — sono stati messi sotto sequestro. Secondo Report Del Bue è le­gato all’avvocato David Mills che, per la sentenza di primo grado confermata in appello, si sarebbe fatto pagare da Ber­lusconi anche per nascondere fondi neri che facevano capo al­le società Century One e Uni­versal One.
 
A gestire i conti esteri delle due società era il cittadino svizzero Del Bue il quale, nonostante sia stato im­putato di riciclaggio nel proces­so sui diritti Tv, si è sempre ri­fiutato di rispondere ai magi­strati. Sempre secondo la ricostru­zione di Report a mettere in contatto Bravetti con Zummo sarebbe stato l’avvocato Paolo Sciumè. Il noto professionista, racconta Mondani con voce fuori campo, è nei consigli di amministrazione di molte so­cietà tra cui Parmalat dove è fi­nito sotto processo per banca­rotta ma assolto in primo gra­do. Nel 1996 entra nel cda di Mediolanum e nel 2003 in quel­lo di Banca Mediolanum.
 
La Banca Arner, il 17 aprile del 2008, viene messa sotto tor­chio dagli ispettori della vigi­lanza della Banca d’Italia che ri­scontrano «gravi irregolarità a causa delle carenze delle viola­zioni in materia di contrasto del riciclaggio». Bankitalia commissaria la Arner con Ales­sandro Marcheselli che un an­no dopo viene sostituito con al­tri due commissari perché in­dagato pure lui per favoreggia­mento al riciclaggio. La trasmissione, dal titolo «La banca dei numeri uno», ini­zia con l’arresto all’aeroporto di Malpensa dell’avvocato Fa­brizio Pessina, il 18 marzo scor­so: nel suo computer la guar­dia di Finanza trova 552 nomi con a fianco il numero di tele­fono e le società offshore di ri­ferimento. Da lì comincia il viaggio tra le tecniche vecchie (gli spalloni) e nuove (incroci di società off-shore) usate per dribblare il fisco. Milena Gaba­nelli, alla fine, si chiede «se non sarebbe opportuno, per il premier, prendere i suoi 60 mi­lioni di euro, spostarli da lì (la Banca Arner) e depositarli in un’altra banca italiana un po’ più trasparente».
 
Roberto Bagnoli
16 novembre 2009

Gheddafi invita 100 hostess e fa lezione

Corriere della Sera

Alle ospiti 60 euro di diaria e una copia del Corano in regalo

ROMA — I pulmini della so­cietà «Hostessweb» arrivano in fila indiana in via Cortina d’Am­pezzo e si fermano a qualche de­cina di metri dalla blindatissima villa. Scendono ragazze, tante ra­gazze. Con spolverini di cache­mire , tailleur. Nessuna in mini­gonna. Tacchi alti sì, ma niente scollature. Sono tutte lì per il Co­lonnello. Pensano di andare a una «serata di gala», ma non sanno che le aspetta una lezione di Islam nella quale si sentiran­no dire: «Ma lo sapete che al po­sto di Gesù hanno crocifisso uno che gli somigliava?».

Ad accoglierle davanti alla re­sidenza dell’ambasciata c’è uno schieramento di libici con il tur­bante bianco e adesso loro, un po’ intimidite, si sottopongono alle misure di sicurezza: passa­no attraverso il metal detector, si scambiano occhiate di auto­rassicurazione e poi via, entrano nella sontuosa sala con divani bianchi e rossi disposti a ferro di cavallo. Gheddafi atto secondo. Dopo la visita-choc dello scorso giugno a Roma, quando fece andare su tutte le furie il presidente Fini che visto il ritardo di due ore annullò l’incontro nell’aula di Montecitorio, ieri sera è andata in scena un’altra delle «strava­ganze » del Colonnello.

In gran segreto, alla vigilia del vertice Fao sulla fame nel mondo, il raís ha lanciato una specie di concorso attraverso una società di pubbliche relazioni. «Cercan­si 500 ragazze piacevoli, tra i 18 e i 35 anni, alte almeno un me­tro e 70, ben vestite ma, rigoro­samente, non in minigonna o scollate», è stato il messaggio dell’agenzia, che ha offerto ad ognuna un «gettone» di 60 eu­ro. Per fare cosa? «L’obiettivo è avere alcuni scambi di opinione e donare omaggi libici», chiari­va la «lettera d’ingaggio». Però, stavolta, qualcuno l’ha pensata fina. È una giornalista dell’ Ansa , Paola Lo Mele, che ha risposto alla «chiamata» e si è finta hostess. Adesso c’è anche lei a varcare la soglia della villa, mentre un addetto alla vigilanza a chi chiede informazioni ri­sponde serafico: «Niente di inte­ressante, solo un congresso me­dico... ».

Dentro, intanto, Gheddafi sa­le in cattedra. E, a differenza di quanto si aspettavano le oltre 100 invitate a questa prima sera­ta, l’incontro prende una piega seria, per qualcuna addirittura noiosa. Il Colonnello seduto in poltrona, affiancato dall’amba­sciatore Hafed Gaddur, dall’in­terprete e da due «amazzoni» in divisa, è di fronte a tutte e inizia a parlare. «Non è vero che l’Islam è contro le donne», pre­mette. «Convertitevi — aggiun­ge — chi crede in Dio è musul­mano. Il Corano è uno e non è mai cambiato, mentre i Vangeli sono quattro». Poi l’affermazio­ne sul «sosia del Cristo in croce» che suscita incredulità in sala.

Finché arriva il momento del ca­deau : il raís distribuisce a tutte una copia del «Glorioso Cora­no », il «Libro verde» della rivo­luzione e un opuscolo dal titolo «Come essere musulmano?». È quasi mezzanotte. La lezio­ne è finita, si alza un applauso. Il Colonnello le saluta, le ragazze escono dal cancello: «Mi ha con­vinto, mi convertirò all’Islam», annuncia Rea Beko, origini alba­nesi, mediatrice finanziaria. «Eravamo 104 e nessuna di noi aveva la gonna sopra al ginoc­chio: una lezione seria, però cer­to ci aspettavamo almeno uno spuntino», dice Silvia Figliozzi, laureanda in Ingegneria. «An­drò presto in Libia con un grup­po di amiche», promette la bion­dissima Francesca Grasso. Ma Clio Evans, riccetta mora elegan­tissima, scuote la testa: «È stato un educato invito alla conversio­ne, ma io non ho intenzione di raccoglierlo».

Fabrizio Caccia Fabrizio Peronaci
16 novembre 2009