venerdì 13 novembre 2009

La Nasa conferma: «C'è acqua sulla Luna»

Corriere della Sera

Un mese fa la sonda LCROSS aveva lanciato missile-proiettile contro un cratere alla ricerca di riserve idriche

(Afp)
(Afp)
MILANO - Una «significativa quantità» di acqua ghiacciata è stata trovata sulla Luna. Lo ha annunciato la Nasa a poco più di un mese dal lancio da parte della sonda LCROSS di un missile-proiettile contro il cratere Cabeus al polo Sud lunare. L'analisi spettrografica della nuvola di detriti provocata dall'impatto del missile ha confermato la presenza di acqua allo stato ghiacciato.

ACQUA - «I primi dati emersi dall'indagine lunare», si legge in una nota della Nasa, «indicano che la missione ha con successo scoperto l'acqua in un cratere nel lato non visibile della Luna». Una scoperta, afferma la Nasa «che apre un nuovo capitolo nello studio del territorio lunare». Nel cratere, secondo quanto riferito dal responsabile della missione Doug Cooke, c'erano circa 90 litri di acqua. «Non abbiamo scoperto un pochino d'acqua, ma una quantità importante», ha commentato Anthony Colaprete, responsabile della missione LCROSS (Lunar CRater Observation and Sensing Satellite). L'acqua era già stata individuata sulla Luna dalla sonda indiana Chandrayaan-1 e da altre missioni, ma in quantità molto ridotte.


13 novembre 2009



Il padre di John Terry filmato mentre spaccia cocaina in un pub

Quotidianonet

Un reporter di ‘News of the World’ è riuscito a riprendere Ted Terry, genitore del capitano del Chelsea e della nazionale,  mentre gli vendeva tre grammi di cocaina nei bagni di un wine-bar di Chafford Hundred, nell’Essex. da giorni il video impazza in Rete

GUARDA IL VIDEO DEL PADRE DI JOHN TERRY

Londra, 13 novembre 2009 - Il padre di John Terry, difensore del Chelsea e capitano della nazionale inglese allenata da Fabio Capello, spaccia cocaina. Lo scrive, nell’edizione online, il giornale ‘News of the World’ allegando come prova un video, almeno cosi’ scrive il giornale, da un reporter, Daniel Senderson, al quale Ted Terry vende tre grammi di cocaina nei bagni di un wine-bar di Chafford Hundred, nell’Essex.

‘’E’ di ottima qualita’, posso procurartene altra’’, dice il padre di Terry al giornalista che finge di fare da tramite per un non meglio imprecisato ‘boss’ bisognoso di coca. Poi l’uomo, che ha 55 anni, si raccomanda: ‘’questa e’ una cosa fra me e te, non dire a nessuno che sono il padre di John Terry. Non dico che faranno commenti, ma non si sa mai cosa potrebbe succedere’’.
Poi, dopo che il giornalista ‘camuffato’ gli dice che abitualmente compra droga nella zona Est di Londra, Terry senior ribatte spiegando che ‘’non puoi fare questo, perche’ da quelle parti non e’ buona. Quella ce l’ho io, quanta te ne serve? Il tuo capo e’ un multimilionario, non credo che starebbe a tirare sul prezzo’’.

‘News of the World’ precisa anche dalla vendita di questi tre grammi di cocaina Terry senior ha ricavato un guadagno netto di 40 sterline, circa 44 euro, dopo aver venduto i tre grammi per un totale di 120 sterline. John Terry, 28 anni, guadagna al Chelsea 10 milioni di sterline (circa 11 milioni di euro) all’anno.

Il giornale inglese precisa poi di aver cominciato ad ‘indagare’ due mesi fa sul padre del capitano dell’Inghilterra, dopo aver appreso di ‘voci’ che lo volevano implicato nel traffico di droga.
Ted Terry e’ separato dall’ex moglie Sue, madre di John, che mesi fa venne arrestata per aver rubato merce per un valore pari a circa 900 euro in un grande magazzino Marks & Spencer and Tesco.

Gli Usa: "Puntiamo alla pena di morte per i responsabili dell'11 Settembre"

New York - Il segretario alla Giustizia Eric Holder ha annunciato che i terroristi (tra cui il "cervello" Sheikh Khaled Mohammed), tutti e cinque incarcerati a Guantanamo verranno processati "da una giuria imparziale" a Manhattan, a pochi isolati da Ground Zero, Holder ha indicato che per questo tipo di delitto gli Usa prevedono la pena di morte. "Spero che i procuratori chiederanno la pena di morte", ha chiosato Holder. Il responsabile alla Giustizia ha aggiunto di aver parlato con il governatore di New York David Paterson e con il sindaco Michael Bloomberg per garantire che "tutte le preoccupazioni sulla sicurezza» legate al trasferimento dei detenuti da Guantanamo siano soddisfatte. Il Dipartimento della Giustizia ha annunciato che i cinque saranno trasferiti a New York dopo che l’amministrazione Obama avrà comunicato al Congresso il preavviso richiesto di 45 giorni e dopo consultazioni con le autorità locali.

La svolta Processare un sospetto di primo piano come Khalid Sheik Mohammed in territorio americano costituisce un passo decisivo verso la chiusura del centro di detenzione per i presunti terroristi di Guantanamo, a Cuba, annunciata dal presidente Obama all’inizio del suo mandato.

Obama: giustizia inflessibile "Sono assolutamente convinto che Khalid Sheikh Mohammed sarà soggetto alla giustizia più inflessibile", ha detto Obama. Il presidente Usa non ha confermato che i cinque estremisti islamici saranno trasferiti dal carcere di Guantanamo Bay a New York per il processo, come anticipato dal Washington Post. Ma ha precisato che il ministro della Giustizia, Eric Holder, farà in giornata un annuncio sul tema. 


Il pm: «Cucchi pestato in tribunale» Indagati tre medici e tre agenti

Corriere della Sera



Nessuna accusa per i carabinieri.

Le accuse per i poliziotti penitenziari:omicidio preterintenzionale


ROMA - Il presunto pestaggio di Stefano Cucchi, il geometra di 31 anni morto il 22 ottobre scorso dopo l'arresto, sarebbe avvenuto nel sotterraneo del palazzo B della Città giudiziaria di Roma, dove si trovano le celle di sicurezza. A questa conclusione sono arrivati gli inquirenti che hanno emesso sei avvisi di garanzia nei confronti di tre agenti di polizia penitenziaria e di tre medici. Secondo quanto riferito in procura, Cucchi sarebbe stato scaraventato in terra e, dopo aver sbattuto violentemente il bacino procurandosi una frattura dell'osso sacro, sarebbe stato colpito a calci. Il tutto sarebbe avvenuto il 16 ottobre, all'indomani dell'arresto dell'uomo per possesso di droga, e prima dell'udienza di convalida del suo fermo. Gli agenti (Nicola Minichini, 40 anni, Corrado Santantonio, 50, e Antonio Dominici, 42) sono accusati di omicidio preterintenzionale.

LE ACCUSE - Con l'accusa di omicidio colposo sono anche indagati tre medici dell’ospedale Sandro Pertini. Il responsabile del reparto penitenziario e due sanitari devono rispondere di presunte omissioni e negligenze legate agli interventi eseguiti sul paziente, in particolare per quanto concerne la mancata alimentazione e la disidratazione. «Si tratta di un eccesso di garanzia - hanno spiegato a piazzale Clodio - così possono nominare un proprio consulente in vista della riesumazione della salma». «I carabinieri - aggiungono dalla procura - sono estranei alla vicenda».

TESTIMONE - Il principale testimone del presunto pestaggio, un detenuto africano che si trovava in una delle celle di sicurezza del tribunale di Roma, sarà chiamato a fornire la sua versione davanti ai magistrati sotto forma di incidente probatorio, l'istituto del codice di procedura penale che consente ad un atto istruttorio di assumere il valore di prova in un processo. Nei prossimi giorni i magistrati titolari degli accertamenti chiederanno formalmente al gip di procedere a tale forma di audizione.


13 novembre 2009


Sanità, San Raffaele in crisi per i tagli annuncia 500 licenziamenti nel Lazio

Corriere della Sera

Con il declassamento delle prestazioni, persi 35 milionil'anno.
I sindacati: immediato confronto la Regione

La sede romana del San Raffaele alla Pisana (Agf)

ROMA - Ancora venti di crisi sulla Sanità nel Lazio. I vertici della San Raffaele Spa hanno incontrato giovedì le organizzazioni sindacali regionali per comunicare l'avvio della procedura di licenziamento collettivo di circa 500 lavoratori delle proprie strutture sanitarie a causa del declassamento delle prestazioni sanitarie e della loro riduzione: circa 600 prestazioni in meno al giorno per un importo complessivo annuo di 35 milioni di euro, come dichiarato dal vicepresidente della Regione Lazio, Esterino Montino.

ABBANDONATI DALLA REGIONE - I licenziamenti al San Raffaele sarebbero un'altra diretta conseguenza della paralisi amministrativa che ha colpito la Regione Lazio dopo l'abbandono di Piero Marrazzo, che era anche commissario di governo per la Sanità. Secondo i sindacati «proprio per evitare interventi penalizzanti per l'azienda e per i cittadini, pur rispettando le esigenze imposte dal piano di rientro della Regione - spiega una nota - nell'incontro del 15 ottobre 2009 tra una delegazione aziendale ed esponenti della Regione, il Direttore Regionale Giampaolo Grippa e Montino avevano formalizzato l'apertura di un tavolo tecnico per valutare le proposte di riorganizzazione della San Raffaele Spa».
Nonostante vari solleciti da parte dell'Azienda San Raffaele, «l'incontro fissato per il 26 ottobre non ha mai avuto luogo, con ciò vanificando l'impegno della società con i sindacati a scongiurare il licenziamento collettivo di 500 lavoratori». Dunque, accusano implicitamente i sindacati, la paralisi delle attività in Regione sarebbe causa diretta dei licenziamenti.



APPELLO PER UNA SOSPENSIONE - I sindacati sottolineano «la gravità delle conseguenze che i provvedimenti della Regione hanno prodotto e potranno avere in ambito sociale sulla qualità e quantità dell'assistenza e sul mantenimento degli attuali livelli occupazionali della Società» e si impegnano «a richiedere l'immediato avvio di un confronto con la Regione e a discutere in quella sede la complessiva situazione del Gruppo San Raffaele».
Nel frattempo, i lavoratori hanno chiesto alla società di sospendere «per qualche giorno l'avvio della procedura di licenziamento collettivo». Secondo i sindacati la San Raffaele Spa si sarebbe detta d'accordo con la sospensione.


13 novembre 2009



Cucchi, dieci indagati: medici nel mirino

Corriere della Sera

ROMA — Nel momento cruciale, quando il cuore di Stefano Cucchi si è fermato, la mattina del 22 ottobre, al Pertini non hanno chiamato il rianimatore. Una brutta pagina per il reparto di medicina penitenziaria dell'ospedale romano, stando a quanto emerso ieri dalle audizioni della commissione parlamentare d’inchiesta sul SSN, presieduta da Ignazio Marino. Un’incuria che fa dire alla senatrice Donatella Poretti, membro della commissione: «Cucchi è morto anche di malasanità».

L'ipotesi che più cause abbiano contribuito alla fine del ragazzo è condivisa dalla procura, che oggi notificherà una decina di avvisi di garanzia per consentire agli indagati di partecipare alla riesumazione del corpo. I provvedimenti sarebbero destinati amedici del Pertini, agenti della polizia penitenziaria e, sembra, anche carabinieri. I primi sono accusati di omicidio colposo, agenti e militari di omicidio preterintenzionale. La ricostruzione del presunto pestaggio, tuttavia, è ancora confusa. Diversi detenuti avrebbero riferito ai pm Vincenzo Barba e Francesca Loy che il giovane di 31 anni fu pestato nelle celle di sicurezza del tribunale. Per i due immigrati più precisi nel racconto (anche se con dettagli diversi) i magistrati vogliono chiedere l’incidente probatorio, in modo che le loro testimonianze siano messe agli atti. Il Dap intanto ha disposto la loro protezione e oggi il senatore dell’Idv Stefano Pedica li incontrerà a Regina Coeli. Altri arrestati avrebbero invece spostato indietro le lancette. A loro, il 16 ottobre, Cucchi avrebbe confidato: «Guarda come mi hanno conciato ieri sera». Parole che alludono, forse, all’arresto eseguito dai carabinieri. La terza verità, poi, è quella riferita ai medici del Pertini: «Sono caduto dalle scale». Ma con lui c’erano sempre agenti della penitenziaria. Sono molti, dunque, i punti ancora oscuri. Per chiarirli la procura potrebbe acquisire le riprese della telecamera posta all’ingresso delle celle di sicurezza: il filmato (se non è stato cancellato) svelerà se Cucchi, passando in quel punto, prima e dopo l’udienza, mostrava già dei segni sul corpo. I primi riscontri medico-legali peraltro dimostrerebbero che le lesioni dovute alla presunta aggressione non sono state letali: se questo risultato venisse confermato, il reato contestato verrebbe derubricato da omicidio preterintenzionale in lesioni.

Ieri la commissione d’inchiesta del senatore Marino ha interrogato sei medici del reparto detenuti del Pertini (il primario Aldo Fierro, Rosita Caponetti, Stefania Corbi, Silvia Di Carlo, Flaminia Bruno e Luigi De Marchis Preite). Secretati gli atti. Nell’audizione, durata cinque ore, sarebbero emerse contraddizioni fra le cartelle cliniche e la versione fornita dai sanitari. C’è il dubbio che i controlli sul giovane siano stati superficiali: la prossima settimana i parlamentari potrebbero fare un sopralluogo al Pertini. «È certo — sottolinea la senatrice Poretti— che nei vari ospedali nessuno si è fatto carico di Cucchi per davvero. Bisognava curarlo, nessuno può morire di fame in tre giorni. Nei meccanismi di assistenza non ha funzionato quasi niente».

Fabrizio Caccia, Lavinia Di Gianvito
13 novembre 2009



La figuraccia di Lula e l'estremismo gauchista

Il Tempo

Pessima prova del Brasile: il Supremo Tribunal Federal ha deciso un nuovo rinvio, il secondo, della sentenza sull'estradizione in Italia di Cesare Battisti. La decisione è stata preceduta da una serie di colpi di scena mediatici ben poco consoni a un Alta Corte. Il giudice Marco Aurelio Mello, ha infatti annunciato alla televisione che voterà «no» con un'incredibile motivazione: «Battisti è stato sottoposto a persecuzione politica in Italia». L'ultimo dei giudici nominati dal presidente Lula, Antonio Dias Toffoli, ha invece annunciato, sempre ai media, che si asterrà.

Probabilmente questo avrebbe provocato un'immobilizzante situazione di parità. È dunque confermata dai supremi giudici contrari all'estradizione, la grave offesa alla magistratura italiana che ha giudicato secondo le regole di una democrazia piena i delitti di Cesare Battisti - tra i quali l'odioso omicidio del gioielliere Torregiani - e che continua ad essere invece accusata dal ministro della Giustizia brasiliano, l'ex trotzkista Tarso Genro, di persecuzione politica, come se l'Italia fosse un paese totalitario. Giudizio ora condiviso da almeno la metà del Tribunale Federale.

Pessima anche la prova data dal presidente Lula, che si barcamena tra le frecciate estremiste del suo ministro e la ragion di Stato, che gli impone di portare rispetto ad un paese amico e di provata democrazia qual è l'Italia. Una brutta storia in cui il Brasile non riesce a dar prova di saper far tacere le sirene del più vergognoso estremismo gauchista.

Carlo Panella

13/11/2009





Via libera al film romeno che insulta la Mussolini E lei: "Spero che il giudice venga preso a legnate"

Quotidianonet

La pellicola 'Francesca' si apre con un personaggio che definisce testualmente  "troia assassina" l'onorevole del Pdl,  "perché vuole ammazzare tutti i romeni". La parlamentare attacca duramente  il magistrato Luciana Sangiovanni che ha preso la decisione e preannuncia che le chiederà i danni

Roma, 13 novembre 2009 - Il film 'Francesca' del regista romeno Bobby Paunescu sarà regolarmente nelle sale italiane il 27 novembre e in versione integrale. Il giudice Luciana Sangiovanni, del Tribunale Civile di Roma, infatti, ha rigettato la richiesta d’urgenza ex art. 700 dell’onorevole Alessandra Mussolini di impedire l’uscita delle pellicola, dalla quale la deputata si ritiene offesa perché all’inizio un personaggio romeno si riferisce a lei definendola "una troia che vuole ammazzare tutti i romeni".

"Il provvedimento con cui è stata rigettata la mia richiesta di impedire la circolazione di un film in cui mi si rivolgono frasi ingiuriose, oltre ad essere lesivo dei miei diritti come persona e come parlamentare, è di una pericolosità sociale senza precedenti", ha commentato la parlamentare.

Il giudice ha sostenuto che "prima che il mio diritto a non essere diffamata, prevale il diritto di critica del regista romeno di manifestare liberamente il proprio pensiero attraverso la realizzazione di un film. Ho sempre saputo che il diritto di critica, in questo Paese, possa essere liberamente esercitato, ma con dei limiti, che sono quelli di non diffamare qualcuno. Da oggi invece, secondo la sentenza del giudice Luciana Sangiovanni, chiunque sarà libero di insultare qualcun’altro, purché lo faccia ‘in versi’ o in una qualsiasi opera d’ingegno", ha aggiunto.

La Mussolini ha quindi ‘omaggiato’, si fa per dire, in versi il magistrato "Caro giudice Luciana Sangiovanni, lei è un'idiota e Le chiederò i danni, poiché le Sue sentenze non sono mai azzeccate, invito gli altri giudici a prendeLa a legnate!".

Di diverso tenore, invece, il commento di Domenico Procacci, patron della Fandango che distribuisce in Italia il film 'Francesca'. "Non c’era da parte del regista Bobby Paunescu, nè da parte della Fandango che lo distribuisce intenzione di insultare nessuno - ha spiegato -. Quello che scrive il giudice è giusto: ‘la frase incriminata è priva di autonoma valenza offensiva se contestualizzata". Procacci si è quindi augurato "che la vicenda finisca qui".





Gli Usa mettono i sigilli a quattro moschee «Finanziano il nucleare iraniano»

Corriere della Sera

Nel mirino dell'Fbi anche un grattacielo di 36 piani sulla Quinta Strada a New York

WASHINGTON – Duro segnale degli Stati Uniti all’Iran. Le autorità federali americane hanno posto sotto sequestro quattro moschee legate alla fondazione iraniana Alavi. Nelle prossime ore lo stesso provvedimento potrebbe riguardare uno splendido grattacielo di 36 piani sulla Quinta Strada a New York, sempre di proprietà dell’entità iraniana. Il provvedimento è legato ad una lunga indagine che ha come obiettivo compagnie e banche di Teheran, sospettate di finanziare il programma nucleare degli ayatollah.

L'OPERAZIONE - L'Fbi ha messo i sigilli a centri islamici – scuole o moschee – nel Maryland, a New York, in California e in Texas. Si tratta di entità che sono riconducibili, secondo le autorità, alla Alavi. Questa la ricostruzione. La fondazione ha gestito il grattacielo e gli altri edifici per conto del governo iraniano usando la società di copertura “Assa”. Il ricavato degli affitti è stato poi riversato sui conti della Bank Melli (sempre iraniana) accusata dagli investigatori di sostenere le ricerche sull’atomica. Un anno fa il presidente della Alavi, Farshid Jahedi, era stato arrestato dopo essere stato sorpreso a distruggere documenti compromettenti. L’Fbi, che lo pedinava, lo ha visto che buttava dei fogli in un cestino della spazzatura: si trattava della prova di transazioni in favore della fondazione. Il grattacielo del gruppo, conosciuto come "Piaget", era stato costruito all’epoca dello Scià negli anni '70 ed ha un valore stimato di circa 700 milioni di dollari. Per 36 anni il palazzo con i suoi affitti ha rappresentato un'importante fonte di reddito per la "Alavi": solo nel 2007 hanno incassato 4,5 milioni di dollari. Il provvedimento del procuratore è coinciso con il rinnovo delle sanzioni economiche da parte degli Usa contro l'Iran. Un'iniziativa che conferma il perdurare delle tensioni con Teheran. La Casa Bianca è disposta a concedere ancora tempo al negoziato sul nucleare, ma vuole comunque tenere sotto pressione il regime. Gli ayatollah, tuttavia, non sembrano essere troppo preoccupati: pochi giorni fa hanno incriminato per spionaggio tre americani che sono entrati in territorio iraniano durante un’escursione nel Kurdistan.

Guido Olimpio
13 novembre 2009

Il «capitano Ultimo» senza scorta I colleghi: «Lo proteggiamo noi»

Corriere della Sera

«Andremo a prenderlo all’aeroporto, lo accompagneremo in albergo, lo seguiremo ovunque»

Giovedì 8 ottobre, durante la puntata di «Annozero» dedicata ai misteri di Palermo e alla presunta trattativa del «papello» tra lo Stato e Cosa Nostra per far cessare la stagione delle stragi di mafia, fu rivelato che al «capitano Ultimo» era stata tolta la scorta. Sì, davanti milioni di telespettatori, è stato detto che Sergio De Caprio, l’ufficiale dell’Arma che la mafia non ha dimenticato perché fu lui a guidare sul campo la cattura di Totò Riina, era ormai privo di protezione. E così, ora, ­quella protezione assicurata fino a tre anni fa all’ex ufficiale dei Ros viene di nuovo assicurata «in forma privata» dai colleghi del Nucleo scorte del comando provinciale di Palermo. Liberi dal servizio e con le proprie autovetture (pagando anche la benzina, s’intende) i 120 militari del reparto hanno deciso di alternarsi per coprire i turni se e quando il tenente colonnello De Caprio (che oggi lavora a Roma al Noe, il nucleo operativo ecologico dei carabinieri) dovesse recarsi in Sicilia per servizio: «Andremo a prenderlo all’aeroporto, lo accompagneremo in albergo, lo seguiremo ovunque», confermano i militari che hanno deciso di prendere un’iniziativa senza precedenti. Il tam-tam, tuttavia, ha raggiunto anche altre regioni e non è escluso che anche altri reparti scorte dell’Arma (Milano, Roma, etc) si adeguino alla decisione dei colleghi siciliani.

L’arresto di Riina (15 gennaio 1993) e la ritardata perquisizione del covo.
La notizia della scorta privata assicurata dai colleghi al «capitano Ultimo» ­ - diffusa dal delegato del Cobar Sicilia (il sindacato dei carabinieri, ndr) Alessandro Rumore ­­­– ha certamente delle ricadute e negli ambienti vicini all’Arma viene letta come un forte segnale di solidarietà verso De Caprio che ha spesso fatto parlare di sé per i contrasti avuti con i superiori nell’Arma e con la magistratura inquirente. Lui, infatti, non è solo l’eroe del passato che con la sua squadretta mimetizzata è riuscito a mettere le manette ai polsi del boss dei corleonesi. «Ultimo» è tornato di recente al centro dell’attenzione quando, lo scorso 6 novembre, ha appreso che Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, aveva deciso di querelato: il motivo del contendere è sempre l’arresto di Riina che avvenne, secondo la versione di Ciancimino jr, solo «perché venduto da Provenzano». A questa ricostruzione, De Caprio, che all’epoca era sotto il comando del colonnello Mario Mori (Ros), ha risposto a modo suo: «Ciancimino? Un servo di Riina». Ma per il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo questo va oltre il diritto di critica: «Ciascuno ha il diritto di esporre il proprio pensiero ma le offese sono un’altra cosa».

Contrasti con la procura di Palermo
Intervistato dalla trasmissione «Chi l’ha visto?» di Federica Sciarelli, il 6 novembre scorso De Caprio ha dato la sua ricostruzione dalla quale emerge quanto meno un forte contrasto con la magistratura su metodi investigativi da seguire: «Nessun mafioso, nessuna persona ci ha mai indicato il covo, l’abitazione dove abitava Totò Riina… Per avere commesso questa grave azione sono stato anche processato e assolto: basta leggere la sentenza di assoluzione per rendersi conto che quell’arresto e le azioni collegate si sono svolte in maniera legittima e trasparente senza inganno alcuno verso al procura e senza alcuna trattativa. Dunque chi parla di trattativa e di accordi è solo un vile, uno dei tanti vili servi di Riina… La verità che ho ripetuto in ogni sede è che l’arresto di Riina è stato ostacolato dalla Procura di Palermo e oggi capisco che ha dato fastidio a tutte quelle persone che evidentemente avevano interesse a tenere in libertà Riina... gli stessi che hanno isolato e ucciso professionalmente Giovanni Falcone, gli stessi che hanno isolato Paolo Borsellino, poi fisicamente ammazzati dai sicari di Cosa Nostra». Ecco, c’è anche tutto questo, compresa la storia mai chiarita fino in fondo della ritardata perquisizione del covo di Riina che dopo l’arresto fu setacciato dagli investigatori quando ormai era «freddo» da giorni, dietro la decisione dei colleghi carabinieri siciliani di schierarsi in modo plateale dalla parte del «capitano Ultimo».

Il Cocer Sicilia
Dunque, senza scorta (ormai da tre anni) e molto esposto da un punto di vista mediatico, il tenente colonnello De Caprio incassa ora la solidarietà dei 120 colleghi di stanza in Sicilia che sono disposti anche a rinunciare a un pomeriggio da trascorrere con a moglie figli pur di tutelare un ufficiale che in molti ritengono un eroe. «La lodevole iniziativa», spiega Alessandro Rumore (Cocer), «è un chiaro segno alla mafia al fine di renderla edotta che il capitano Ultimo non sarà mai lasciato solo allorquando dovrà intervenire nei processi contro Cosa nostra». Gesti questi, incalza il delegato Cocer, «che uniscono in un momento particolare per l’Arma dei carabinieri…».

Interrogazione parlamentare
La vicenda della scorta tolta al capitano Ultimo è anche oggetto di una interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno presentata dal deputato Nino Germanà (Pdl): «Sergio De Caprio è oggi un uomo solo, abbandonato dallo Stato che ha servito. Per le mansioni attualmente svolte è senza scorta che possa tutelarlo e la mafia non dimentica. L’assenza di una scorta a tutela del colonnello De Caprio appare tanto più incredibile in un momento in cui le oscure vicende legate alla strategia stragista di Cosa Nostra negli anni 1992- 1993 stanno riconquistando gli onori della cronaca…». Chissà, dunque, se il ministro Roberto Maroni (Interno), nel rispondere a questa interrogazione, dovrà anche affrontare il tema delicato della «tutela privata» assicurata a De Caprio dal reparto scorte di Palermo fuori dall’orario di servizio e con mezzi propri. Un’iniziativa, questa, che potrebbe imbarazzare il Viminale. Al punto da far scattare richiami e sanzioni disciplinari all’interno dell’Arma.

Dino Martirano
13 novembre 2009

Game, l'aspirante kamikaze aveva un dossier su Berlusconi

Corriere della Sera


WASHINGTON – Mohammed Game, l'attentatore della caserma di Milano, pensava in grande. Sognava di fare il terrorista a tutto a campo e raccoglieva informazioni. In pochi mesi, il terrorista – è da capire se da solo o con qualcuno – ha preparato una serie di schede su possibili obiettivi: Silvio Berlusconi, il ministro dell'Interno Roberto Maroni, quello della Difesa Ignazio La Russa, l’esponente della Lega Roberto Calderoli, Gianfranco Fini e Daniela Santanchè. Game ha seguito anche le mosse della scorta di Calderoli e fatto delle ricerche sulla casa del politico. Come è già avvenuto in passato con altri gruppi fai-da-te, ha utilizzato programmi Internet – ad esempio Google Map e Google Earth – che permettono di eseguire delle ricognizioni analizzando mappe o foto satellitari. Molta intensa l’attività per reperire dati sul presidente del Consiglio.

IL PROFILO - Il terrorista libico, che si sarebbe radicalizzato in pochi mesi, per colmare le sue scarse conoscenze "militari" ha studiato molto. E, ovviamente, ha navigato sul web con ricerche mirate sugli esplosivi. Ossia non voleva perdere tempo, anche se certi indizi fanno pensare ad un po' di presunzione. Al tempo stesso è probabile che Game abbia ricevuto informazioni da qualcuno più preparato e che era in possesso di materiale "didattico" per l'addestramento. Così l'aspirante kamikaze ha combinato dati "aperti", reperiti su Internet, con quelli più riservati. Il percorso compiuto da Game è interessante perché aiuta a comprendere il modus operandi di neo-terroristi.

Un viaggio verso la militanza segnata da diverse fasi:

1) Il cambio: È laico e per motivi personali si avvicina alla religione. Qualcuno lo aiuta in questa conversione combinando il suo fervore con ideali jihadisti.

2) L'indottrinamento: riscopre i valori religiosi, li mescola a quelli politici, rilegge la storia per trovare giustificazioni al nuovo impegno.

3) Lo studio: si prepara, si informa, organizza una microcellula con alcuni complici. Internet è importante, ma sarebbe ingenuo pensare che abbia fatto tutto soltanto con l'aiuto del web.

4) La progettazione: ha obiettivi ambiziosi, seleziona bersagli difficili da raggiungere (ministri, installazioni militari), svolge una sorta di attività di intelligence pur avendo mezzi modesti. C'è un’evidente discrepanza tra le aspirazioni e le possibilità di fare. 5) L'attacco: passa alla fase operativa in modo approssimativo ma ciò non toglie che avrebbe potuto causare danni considerevoli.

Guido Olimpio
12 novembre 2009


La Cassazione conferma: 30 anni al padre di Hina


 

Roma - La Prima sezione penale della Cassazione ha confermato la condanna a 30 anni di carcere per il padre di Hina, Mohammed Saleem accusato di aver ucciso la figlia a Sarezzo, in provincia di Brescia, l’11 agosto 2006 nella propria abitazione perchè la ragazza voleva condurre uno stile di vita occidentale diverso dalle tradizioni della famiglia pachistana. Confermate anche le condanne a 17 anni nei confronti dei cognati di Hina, Khalid Mahmood e Zahid Mahmood, che al momento dell’omicidio si trovavano in casa e avrebbero aiutato il padre a compiere il delitto.

La condanna La Corte d’assise d’appello di Brescia il 5 dicembre 2008 con una riforma parziale del processo di primo grado, aveva condannato a 30 anni di carcere il padre della ragazza pachistana, Mohammed Saleem che nell’agosto del 2006 aveva inseguito la figlia in casa e accoltellata dopo una serie di contrasti emersi in famiglia perchè Hina era andata a convivere con un ragazzo e conduceva uno stile di vita contrario alle tradizioni della famiglia.

L'omicidio Il corpo di Hina venne ritrovato nel giardino dell’abitazione di Sarezzo (Brescia) sembra con la testa rivolta alla Mecca. Nel delitto vennero coinvolti anche i cognati della vittima, Kahlid Mahmood e Zahid Mahmood che erano poi stati condannati con rito abbreviato a 17 anni di carcere perchè al momento dell’omicidio erano presenti, e avevano ostacolato la fuga della ragazza e aiutato il padre ad occultare il cadavere. Nell’udienza di oggi la prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Giovanni Silvestri, ha rigettato tutti i ricorsi presentati dalle difese. Anche il pg della Cassazione, Francesco Lo Voi, questa mattina nella pubblica udienza aveva chiesto la conferma delle condanne ritenendo l’omicidio di Hina un delitto premeditato compiuto "con la volontà di sopraffazione della vittima come se la figlia appartenesse al padre". Presenti in aula anche il legale del fidanzato di Hina, Giuseppe Tentini, che ha chiesto il risarcimento danni per la perdita della propria fidanzata. I supremi giudici nel rigettare tutti i ricorsi e confermare le condanne hanno riconosciuto alla parte civile un risarcimento delle spese per 3 mila euro.


Battisti, i giudici 'pareggiano' Deciso il rinvio dell'udienza E l'estradizione resta in bilico

Quotidianonet

Nel Tribunale supremo federale brasiliano quattro giudici a favore e quattro contrari. Il destino dell'ex terrorista rosso è nelle mani del presidente della Corte: può esprimere il voto o astenersi. In quest'ultimo caso Battisti resterebbe nel Paese sudamericano

Roma, 12 novembre 2009 - Il Tribunal Supremo Federal ha sospeso il dibattimento sull’estradizione dell’ex membro dei Pac Cesare Battisti, dopo il voto contrario di Marco Aurelio Mello che stabilisce la parità fra i giudici della corte. Spetterà ora al presidente del Tribunale, Gilmar Mendes, esercitare il diritto di voto diritto previsto in caso di pareggio, esplicitamente però solo in materie costituzionali.

A votare per l’estradizione sono stati il relatore Cezar Peluso e i giudici Ricardo Lewandowsky, Carlos Ayres Britto ed Ellen Gracie. Hanno votato contro Eros Grau, Joaquim Barbosa, Carmen Lucia e Marco Aurelio Mello. Ora il destino di Battisti passa nelle mani del presidente della Corte.

I NODI DELLA QUESTIONE - Il dibattimento è stato sospeso perché la corte ha valutato come impossibile giungere ad una sentenza entro al fine della giornata di oggi. A rendere inevitabile il pareggio è stata la decisione del giudice Dias Toffoli di rinunciare al suo diritto di voto: nominato alla Corte solo dopo l’inizio dell’esame del caso, in precedenza era stato a capo dell’Avvocatura dello Stato che aveva sostenuto la concessione dell’asilo da parte del governo.

Se Mendes dovesse esprimere il suo voto approvando l’estradizione - come appare probabile date le sue dichiarazioni passate - non è escluso che la difesa di Battisti presenti ricorso, dato che il “voto di spareggio” è previsto esplicitamente solo in materia costituzionale; se viceversa rinunciasse, in caso di pareggio la tradizione legale brasiliana prevede il “favor rei”, ovvero la soluzione più favorevole all’imputato.

Come previsto, il voto di Mello è stato negativo: nella sua lunghissima arringa il giudice ha definito la concessione dell’asilo “un atto umanitario”, affermando che non si può trasformare l’esame della richiesta di estradizione in un ricorso contro il Ministro della Giustizia, e che la questione deve essere decisa in ultima analisi dal Presidente della Repubblica, in quanto concerne le relazioni diplomatiche del Paese.

Il giudice ha invitato la Corte “a non sostituirsi al potere esecutivo, entrando in un terreno che gli è costituzionalmente vietato”: questa è in realtà la questione che preoccupa maggiormente il governo brasiliano e per la quale la decisione della Corte, quale che sia, costituirà un importante precedente. Se infatti dovesse venire approvata l’estradizione la Corte dovrà anche stabilire se la decisione finale continuerà a spettare al Presidente, aprendo la strada a un conflitto istituzionale inedito in Brasile e per il quale non la legge non prevede alcuna soluzione di arbitrato.

Va infatti sottolineato che se - e solo se - i poteri attualmente demandati al Ministero della Giustizia venissero revocati, la decisione della Corte in merito all’estradizione diverrebbe vincolante. Il Presidente in questo caso non potrebbe rifiutarsi di firmare il provvedimento e rimandare Battisti in Italia. Se Luiz Inacio Lula da Silva si opponesse all’estradizione nonostante l’eventuale sì della Corte, entrerebbe in conflitto con il potere giudiziario. Ma se firmasse l’estradizione, esautorerebbe di fatto il proprio ministro della Giustizia, Tarso Genro. 

LA PROTESTA - In aula oggi anche momenti di tensione. All’apertura del dibattimento un gruppetto di manifestanti ha inscenato una breve protesta all’interno dell’aula del Supremo Tribunale Federale, chiedendo la libertà per l’ex militante dei Proletari armati per il comunismo (Pac). La protesta, subito interrotta dal personale di sicurezza del Stf, è durata alcuni minuti ed è iniziata quando il presidente della Corte, Gilmar Mendes, ha preso la parola per aprire l’udienza.

L'INVIATO DEL GOVERNO - "Aspettiamo a parlare fino alla decisione dell’Alta Corte". Nessun commento da parte dell’inviato del governo in Brasile, Italo Ormanni, raggiunto al telefono da CNRmedia, dopo il rinvio dell’udienza. Ormanni non ha voluto commentare la decisione del presidente dell’Alta Corte e si è limitato a dire: "Aspettiamo".