giovedì 12 novembre 2009

Battisti ora ha paura, l'estradizione in Italia del terrorista è vicina Un giudice si astiene

Quotidianonet

Il nuovo magistrato,  entrato soltanto qualche giorno fa a far parte l Supremo Tribunal Federal è Josè Antonio Dias Toffoli: non voterà all'udienza "per ragioni di coscienza". In precedenza si era espresso a favre dello status di rifugiato per l'ex terrorista rosso

Roma, 12 novembre 2009 - Il giudice del Supremo tribunale federale (Stf) brasiliano Dias Toffoli non parteciperà al giudizio sull’estradizione in Italia di Cesare Battisti, l’ex militante dei Proletari Armati per il Comunismo detenuto in Brasile perché accusato di quattro omicidi che risalgono agli anni ‘70.

 Lo ha reso noto lo stesso Toffoli in un comunicato pubblicato dall’Stf. Tale decisione è stata presa "per ragioni di coscienza", ha precisato nella nota Toffoli. Prima di essere stato designato, qualche settimana fa, all’Stf, Toffoli era Avvocato dello Stato brasiliano e sul caso Battisti aveva già espresso una posizione a favore dello status di rifugiato politico concesso dal governo all’ex terrorista rosso.

 Su Toffoli erano puntati tutti gli occhi in vista dell’udienza con cui oggi il tribunale di Brasilia riprende la trattazione della causa. L’astensione di Toffoli potrebbe far pendere la bilancia del tribunale verso l’estradizione di Battisti in Italia, scrivono i media brasiliani.

 All’apertura del dibattimento un gruppetto di manifestanti ha inscenato una breve protesta all’interno dell’aula del Supremo Tribunale Federale, chiedendo la libertà per l’ex militante dei Proletari armati per il comunismo (Pac). La protesta, subito interrotta dal personale di sicurezza del Stf, è durata alcuni minuti ed è iniziata quando il presidente della Corte, Gilmar Mendes, ha preso la parola per aprire l’udienza.



F1, Briatore al contrattacco: chiesto 1 milione di euro alla Fia

Il Messaggero

LONDRA (12 novembre) - Flavio Briatore al contrattacco: oltre alla cancellazione della radiazione dalla Formula Uno l'ex team manager della Renault ha chiesto un risarcimento di un milione di euro allaFia Il caso verrà esaminato il prossimo 24 novembre davanti al Tribunal de Grande Instance di Parigi che si pronuncerà sull'appello presentato da Briatore contro la sentenza di condanna per il falso incidente di Nelson Piquet jr al GP di Singapore 2008.

Il manager italiano, che ha sempre proclamato la sua estraneità dai fatti, da tempo non rilascia dichiarazioni ma tramite i documenti pubblicati in esclusiva oggi dal Guardian è comunque possibile conoscere le ragioni della sua azione legale. Secondo Briatore, infatti, che con ogni probabilità potrà contare anche sull'appoggio di Pat Symonds (l'ex ingegnere capo del team francese, squalificato per cinque anni per lo stesso crashgate), all'origine della sentenza ci sarebbe un «personale desiderio di rivincita da parte di Max Mosley.

Uno scontro personale che avrebbe condizionato l'esito del processo, alterando le procedure durante le indagini preliminari così come l'udienza di settembre, in spregio al regolamento FIA e alle stesse leggi francesi.

Nel dossier di appello sono ricostruite le tappe degli scontri tra lo stesso Briatore, nel suo ruolo di rappresentante della scuderie di Formula Uno con la Fota, e Mosley. Sullo sfondo, ma non esente da responsabilità, anche la figura di Bernie Ecclestone, presente al momento della votazione del Consiglio Mondiale nonostante - questa l'accusa di Briatore - l'evidente conflitto di interessi. Da qui la controffensiva di Briatore che si sente vittima di un «personale desiderio di rivincita» e per questo chiede oltre alla revisione della sentenza anche un un milione di euro come risarcimento per i danni causati alla sua immagine.



Via Poma, quattro uomini ossessionati da Simonetta. «Qualcuno la minacciava»

Il Messaggero

Uno aveva alle spalle un tentato omicidio
  
di Cristiana Mangani

ROMA (12 novembre) - Un impiegato delle Poste, un ufficiale giudiziario, un paziente affetto da turbe psichiatriche, un programmatore elettronico: se fosse stato oggi forse sarebbero stati perseguiti per stalking. Venti anni fa, invece, i quattro uomini erano tutti “ossessionati” da Simonetta Cesaroni. La ragazza era bella, sempre attenta al look, solare, era normale che attirasse gli sguardi degli uomini.

Ma qualcuno di questi era andato anche oltre, quasi la perseguitava e, infatti, tra le migliaia di pagine che compongono il fascicolo processuale del delitto di via Poma c’è anche la testimonianza di chi aveva sentito parlare di minacce e insistenze. Dice a verbale un giovane: «Conoscevo Simonetta perché ogni tanto si occupava di pagare delle bollette per noi, poi ha cambiato lavoro. Un giorno sono salito in autobus e l’ho vista poco distante da me parlare con una sua amica. L’ho riconosciuta come quella giovane che incontravo ogni tanto, mi sono avvicinato e ho sentito che parlavano a bassa voce. Diceva che qualcuno la stava minacciando e che era preoccupata per questo».

Il testimone lo ha riferito dopo che la ragazza venne uccisa, sperando così di fornire degli elementi utili alle indagini. E i pm dell’inchiesta recente sono andati a guardare tutti gli atti passati, hanno ricontattato le persone dell’epoca, tutti coloro che avevano una specie di ossessione per Simonetta. Uno di questi, in particolare, aveva alle spalle anche un tentativo di omicidio. Ma aveva un alibi e le accuse contro di lui non vennero formalizzate.

Il mistero di quelle minacce, di persone che potevano avercela con la ragazza, non si è mai del tutto chiarito. E ora che è stato rinviato a giudizio il suo ex fidanzato, Raniero Busco, è facile immaginare che mille delle vecchie porte, ormai chiuse, verranno riaperte davanti ai giudici della Corte d’assise. Sono settanta, infatti, i testimoni che la procura citerà in aula, e poco meno arriveranno dalla difesa. Tutti i vecchi personaggi del caso via Poma torneranno nell’aula bunker di Rebibbia a raccontare quello che sanno su questa storia. Ci sarà l’imputato, Raniero Busco, la sua famiglia e il suo legale, Paolo Loria.

Ogni carta verrà messa in campo: dai testimoni più importanti alla possibilità che qualcun altro, oltre all’ex fidanzato, possa aver ucciso Simonetta. Ci saranno anche i familiari della vittima, rappresentati dall’avvocato Lucio Molinaro, ognuno con le sue carte da calare. Non sarà un processo facile e, così come è accaduto durante le indagini, molte altre verità potranno venire a galla. L’imputato continua a ripetere di esser innocente e si sente usato dalla giustizia. La procura mostra contro di lui argomenti tecnici e perizie. Se reggeranno l’impatto con l’aula è presto per dirlo. Di certo la battaglia si annuncia pesante e senza esclusione di colpi.



Il boss della droga «El Chapo» più potente di Jobs o Sarkozy

Corriere della Sera

Il narcotrafficante messicano, latitante, ha un patrimonio personale in un miliardo di dollari

El Chapo
El Chapo
MILANO - Nella graduatoria delle «personalità più potenti del pianeta», stilata dal magazine economico Forbes, entra per la prima volta un boss della droga messicano: Joaquin Guzman, detto «El Chapo», si piazza al 41esimo posto - davanti al presidente russo Dmitri Medvedev o a quello francese Nicolas Sarkozy. In cima alla classifica «World's Most Powerful People» c'è il presidente statunitense Barack Obama, Berlusconi è dodicesimo.

CRIMINALE RIPUGNANTE - Guzman ai più dice poco, è però considerato il capo del cartello della droga di Sinaloa, in Messico. Tuttora, sospettano le autorità, si nasconderebbe sulle montagne a nord del paese. Una lista pubblicata in marzo delle persone più ricche del mondo valutava il suo patrimonio personale in un miliardo di dollari. Per Forbes, l'entrata nella graduatoria vuole essere innanzitutto «motivo di discussione». Il magazine descrive Joaquin Guzman come un «criminale ripugnante». Il governo di Città del Messico ha messo una taglia di 30 milioni di pesos (1,5 milioni di euro) su chiunque riesca a dare informazioni utili per la sua cattura. Fu arrestato nel 1993 per omicidio e traffico di droga ma riuscì a scappare nel 2001 ed è attualmente ricercato. Quello che conta, spiega la rivista, non è tanto la popolarità o l'incarico ufficiale ma il grado di influenza che queste 67 personalità hanno anche sugli affari del mondo.

GLI ALTRI - Dietro a Obama c'è il presidente cinese, Hu Jintao, seguito dal premier russo Vladimir Putin. Papa Benedetto XVI è undicesimo, prima del premier italiano Silvio Berlusconi, dodicesimo. Dietro di loro: Angela Merkel (15esima); il segretario di stato americano Hillary Clinton (17esima); Kim Jong Il (24esimo); Osama bin Laden (37esimo) e Hugo Chavez (67esimo).

Elmar Burchia
12 novembre 2009

Mago Zurlì fa causa all'Antoniano Zecchino d'oro in forse per Tortorella

Corriere della Sera

Lo storico ideatore del programma ha fatto causa per danni morali
LA 52esima edizione AL VIA su Raiuno dal 17 al 21 novembre

Vincenza Pastorelli nel 1969 quando cantava 'Volevo un gatto nero' dal palco dello Zecchino d'Oro con Cino Tortorella (Ansa)

Nessuno ha ancora sciolto la riserva. In gioco, per la prima volta in più di 50 anni, c'è la partecipazione allo Zecchino d'oro. La presenza di Cino Tortorella alla 52esima edizione della rassegna canora, che andrà in onda in diretta dall'Antoniano di Bologna su Raiuno dal 17 al 21 novembre, da martedì a venerdì dalle 17.00 alle 18.45 e il sabato dalle 17.15 alle 20.00, condotta da Veronica Maya e Paolo Conticini, è in bilico. Dietro all'incertezza sulla presenza dello storico ideatore della rassegna, famoso a grandi e piccini per il suo personaggio di Mago Zurlì, ci sarebbe la causa per danni morali fatta da Tortorella nei confronti dell'Antoniano, nell'aprile scorso.

«SIAMO IN TRATTATIVA» - A spiegarlo è stato il direttore dell'Antoniano, Frate Alessandro Caspoli, oggi a margine della conferenza stampa del programma superando le resistenze a rinfocolare le polemiche dei giorni scorsi. All'incontro era presente anche Cino Tortorella, seduto in prima fila, che dopo essere rimasto muto tutto il tempo, alla fine ha espresso la sua amarezza. «Siamo in trattativa perché Cino ci sia alla 52esima edizione dello Zecchino e faremo di tutto perché sia così. Finora non abbiamo avuto il nulla osta e per questo non è intervenuto alla conferenza. Non cerchiamo di non fare polemica, ma c'è un ostacolo. Il signor Tortorella è in contenzioso legale con l'Antoniano che ha citato per danni morali. Stiamo cercando di risolverlo ma finchè è così non può partecipare».

LA POLEMICA - Da parte sua Tortorella, che ha ceduto tutti i diritti all'Antoniano, spiega di aver fatto causa «perché l'Antoniano ha lasciato che la Rai cancellasse tanti loro programmi per ragazzi, ultima la Festa della mamma. Nessuno ha protestato. Volevo che L'Antoniano si ribellasse contro questi signori». Il danno però ormai è fatto. «Da entrambe le parti c'è interesse - sottolinea Frate Caspoli - a ricomporla questa cosa ma bisogna che gli avvocati si mettano d'accordo. Spero che Tortorella sia con noi martedì prossimo, ma se non ce la faremo quest'anno sarà per il prossimo, la nostra disponibilità è totale». Il capostruttura di Raiuno, Antonio Azzalini, precisa: «Se si risolve il contenzioso legale cominceremo a negoziare prima io non posso trattare con Tortorella» ma qui si accende la polemica che si voleva evitare. «Chi ha detto che Tortorella non ci sarà allo Zecchino d'Orio perché è vecchio e superato?» incalza l'ideatore dello Zecchino d'Oro rivolgendosi ad Azzalini. «Ho detto - spiega Azzalini - che lei è un monumento tv. Quando avevo cinque anni la vedevo con la calzamaglia nera fare il Mago Zurlì. Ora ho quasi cinquant'anni e tra un po' vado in pensione e lei è ancora qui». «Ho l'età del Papa e del Presidente della Repubblica - replica Tortorella, 77 anni - e non ho la badante e il morbo di Parkinson. Ho chiesto alla Rai di poter fare quello che ho sempre fatto fino all'anno scorso e mi dite che sono vecchio. È la prima volta che mi trovo messo fuori».

La regione dell'Estremadura paga corso su masturbazione, polemica in Spagna

Il Messaggero

MADRID (11 novembre) - Polemiche in Spagna per la bizzarra idea della regione dell'Estremadura, al confine con il Portogallo, governata dai socialisti, che ha deciso di varare un corso di educazione sessuale rivolto agli adolescenti. «Il piacere è nelle tue mani», è il titolo del corso con, fra l'altro, un discusso seminario su «autoerotismo, masturbazione e gadget erotici». Il corso itinerante, la cui prima lezione si è tenuta a Merida il 23 ottobre, e rivolto ai giovani tra i 13 ed i 17 anni, è costato circa 14 mila euro alle finanze regionali, scrive la stampa spagnola.

L'iniziativa del governo regionale è stata subito criticata dall'Associazione dei genitori della scuola cattolica Concapa e dal partito centrista Upd, che hanno chiesto la cancellazione del seminario sulla masturbazione.

La direttrice del Consiglio della gioventù dell'Estremadura Maria Pulido ha replicato che il corso vuole far capire il sesso agli adolescenti come «comunicazione umana e fonte di salute, piacere e affetto» affrontando inoltre «le discriminazioni di genere che esistono nell'ambito della sessualità».

A impartire le lezioni è il negozio erotico per sole donne di Madrid, "Los placeres de Lola", nel quale gli uomini possono entrare solo accompagnati. Questo, spiegano le proprietarie femministe, per evitare che la presenza di troppi uomini possa mettere a disagio le donne nel locale. La coproprietaria del negozio, Raquel Traba, si è detta «attonita» per le critiche rivolte al corso. «Dimostrano che c'è proprio bisogno di educazione sessuale», ha commentato aggiungendo che «la masturbazione serve a conoscersi meglio e ad evitare frustrazioni nelle relazioni di coppia».


I taxi e la beffa delle «determinate» Sono più care del tassametro

Corriere del Mezzogiorno

NAPOLI — «Preferisce la ta­riffa predeterminata o accen­do il tassametro?». Il tassista si rivolge con tono affabile ai due turisti francesi che, dalla Stazione centrale, devono rag­giungere Mergellina. E’ lune­dì pomeriggio. Non c’è traffi­co. I due si scambiano una oc­chiata interrogativa. Guarda­no il foglio con le tariffe e de­cidono. Vada per il costo fis­so: 13.50. Ma i due sono fran­cesi, non tontoloni. E si ren­dono conto in pochi minuti che per la corsa bastavano 7 ­8 euro al massimo. E che so­no stati bugerati dal tassista. Certo, sul piano formale nul­la da eccepire, ma su quello sostanziale le cose cambiano. E’ la truffa delle piccole trat­te. Quella che numerosi tour operator si sono sentiti de­nunciare da turisti di passag­gio in città che hanno chiesto di essere scarrozzati da piaz­za Municipio alla Stazione, o dai Campi Flegrei agli alber­ghi di Agnano. Una differen­za di pochi euro fra il tassame­tro e la tariffa: nulla di più. Ma quel che brucia è il tiro mancino.

Quello che i turisti non per­donano è la mancanza di buo­na fede. E così la categoria dei tassisti finisce per fare l’ennesima brutta figura e le segnalazioni al corso pubbli­co si moltiplicano. Si scopre che c’è chi si fa pagare la cor­sa notturna prima delle 22, e chi fa volutamente confusio­ne fra corsa dall’aeroporto (4 euro) e per l’aeroporto (2.60 euro). I sindacati di categoria però non ci stanno a farsi lin­ciare. Paolo Esposito, rappre­sentante di Unimpresa mobi­lità ricorda che quando si fa la scelta «si compra una tarif­fa predeterminata, omia sup­plementi, a scatola chiusa. In­somma — aggiunge —, se an­che si trova un corteo, anche se il tassametro potrebbe ve­leggiare verso i 20 euro vale la tariffa che si è scelta e per la quale al cliente ha una rice­vuta in anticipo. Comunque la decisione è libera e chi ha la cultura del taxi sa quando deve chiedere la predetermi­nata e quando no».

Esposito, comunque, difen­de la scelta delle tariffe, adot­tate per dare costi certi e ra­gionevoli. «Siamo stati i pri­mi in Italia a fare una scelta del genere — ricorda — e la legge Bersani ci ha poi dato ragione. Voglio ricordare che la tariffa include la chiamata radiotaxi, l’eventuale festivo, i bagagli, qualsiasi supple­mento. Noi siamo sicuri di da­re in questo modo la certezza dei costi. Può convenire o me­no, questo è a discrezione del consumatore che deve avere l’intelligenza, la capacità di verificare condizioni di traffi­co per scegliere». A discrezio­ne del tassista, invece, quella di non truffare il turista.

Anna Paola Merone
12 novembre 2009

Passaporti falsi, arrestati algerini

Corriere della Sera

La banda commissionava furti e rapine e spediva il denaro in Algeria «rubando» l'identità a calciatori

MILANO - Fabbricavano documenti falsi per avere libertà di movimento in Europa e nel Nord Africa, in collaborazione con persone iscritte nelle liste antiterrorismo dell'Onu. I militari della Guardia di Finanza di Milano hanno eseguito all'alba 17 ordinanze di custodia cautelare (sei delle quali in Italia) a carico di altrettanti algerini, accusati di vari reati tra i quali il possesso e la fabbricazione di documenti falsi, un reato introdotto dalla legge antiterrorismo del 2005. Gli indagati fanno parte di un'organizzazione che agiva a livello internazionale e che coinvolge persone iscritte nella lista antiterrorismo dell'Onu. Il provvedimento di custodia cautelare è stato emesso dal gip Gloria Gambitta su richiesta del pm Luigi Orsi.

RAPINE E FURTI - L'operazione, ribattezzata «Special Hajj», ha permesso di scoprire che l'associazione si finanziava attraverso la commissione sistematica di borseggi, rapine e furti, provvedendo anche a ricettarne i ricavati: è stato così accertato un «volume d'affari» di un milione di euro in tre anni. Il denaro veniva poi trasferito a mezzo corrieri in Algeria, «senza superare i limiti di valuta esportabile (10 mila euro) e, per non destare sospetto, utilizzando ogni volta identità di copertura diverse».

I CALCIATORI - Spesso sono state usurpate le identità di calciatori algerini che nel tempo hanno militato nei campionati professionistici europei. Nel corso delle investigazioni, sono stati rilevati contatti tra gli indagati e soggetti nordafricani coinvolti in indagini per terrorismo internazionale da diverse magistrature europee. Oltre ai 17 arresti di venerdì mattina, negli oltre due anni di indagini svolte sono stati già arrestate altre 6 persone per reati di falso ed immigrazione clandestina. Contestualmente agli arresti, sono state condotte alcune perquisizioni, una delle quali ha permesso di scoprire un magazzino sito in provincia di Bergamo pieno di prodotti elettronici che, ad un primo esame, risultano frutto di ricettazione.


12 novembre 2009



Giornalisti minacciati dalla criminalità: « Vivere con le pistole puntate contro»

Corriere della Sera

Sono 40 i cronisti nel mirino. Dieci vivono sotto scorta.
Le loro storie nel documentario "Avamposto" di Ossigeno 2

Terranostra, impegnato in inchieste su navi dei veleni e inceneritori. La sua auto è saltata in aria venerdì scorso a Orta Nuova, a 23 chilometri da Foggia. A luglio gli avevano messo a fuoco un’altra auto. Prima di lui Alessandro Bozzo di Calabria Ora, Angelo Civarella della Gazzetta del Mezzogiorno, Josè Trovato del Giornale di Sicilia. Cinque solo nell’ultimo mese. Attentati, minacce, intimidazioni. Sono oltre quaranta i giornalisti nel mirino delle mafie. Giornalisti, non eroi. Dieci, quelli che vivono sotto scorta. Li ha documentati, a luglio, il Rapporto Ossigeno dell’Osservatorio Fnsi sui giornalisti minacciati e le notizie oscurate. E da quando i loro nomi sono apparsi in massa sul sito dell’Fsni il numero di quelli che raccontano è aumentato. Il primo obiettivo dell’Osservatorio è stato raggiunto: non lasciar soli e far conoscere i protagonisti delle vicende meno eclatanti.

11 GIORNALISTI UCCISI IN 40 ANNI - «Non bastano gli allarmi» dice Alberto Spampinato, quirinalista dell’Ansa e fratello di Alberto, ucciso nel 1972 per le inchieste pubblicate da l’Ora di Palermo su eversione nera, malavita e mafia. «L’idea dell’Osservatorio è nata dalla mia esperienza, emblematica delle storie di altri giornalisti uccisi, 11 in quarant’anni, e delle dinamiche che si riproducono nelle vicende, più note di quelli che stanno vivendo sotto scorta». Il fenomeno è più



esteso di quanto si possa dedurre. «Riguarda soprattutto i cronisti impegnati nei territori a forte radicamento mafioso ma è un problema che si riflette sull’informazione nazionale: le mafie usano la violenza per proteggere i propri affari impedendo che le notizie arrivino all’opinione pubblica». L’attenzione si accende quando scoppiano casi come quello di Roberto Saviano, Lirio Abbate, Rosaria Capacchione o Pino Maniaci. I più, però, non superano la gerarchia di notizia locale. Neppure quando il Tribunale di Napoli condanna due camorristi denunciati da Arnaldo Capezzuto per le intimidazioni subite durante un processo, come è accaduto la scorsa estate. Per garantire il diritto all’informazione e maggior solidarietà dalla stessa stampa (“la scorta efficace contro ogni rischio”, l’Osservatorio ha in cantiere uno studio per monitorare la censura violenta. «Le inchieste degli anni 80 non si fanno più», continua Spampinato.

«LA STAMPA HA ABBASSATO LA GUARDIA» - «La stampa nazionale ha abbassato la guardia. E questo permette alle mafie di intervenire sugli affari in corso, cercando di zittire chi li porta alla ribalta. Non basta segnalare i nomi, gli attentati. L’Osservatorio è nato anche per studiare le cornici in cui la criminalità reclama l’omertà dell’informazione». E dei suoi “avamposti”. Giornalisti delle testate locali, spesso giovani collaboratori a poche decine di euro il pezzo.

IL VIDEO - Alcune di queste storie le hanno raccolte Roberto Rossi, redattore di Ossigeno e redattore di Problemi dell’informazione, e Roberta Mani, caporedattore di Studio Aperto, in un documentario, Avamposti appunto, realizzato in Calabria e appena montato di cui mettiamo in linea un’anticipazione. Otto storie in quaranta minuti. Da Gioia Tauro, Vibo Valenzia, Crotone ma anche da piccoli centri come Cinquefondi, parlano i cronisti dell’Ora di Calabria, della Gazzetta del Sud, del Quotidiano della Calabria. Angela Corica, 25 anni e 5 pallottole contro la sua auto per un’inchiesta sui rifiuti. Leonardo Rizzo, 3 bottiglie moltov e sei bossoli sulla finestra, Agostino Pantano, le gomme dell’auto tagliate. Antonio Sisca, lettere e bossoli per i suoi pezzi sulle morti di lupara bianca. Dimostrano come non sia necessario cercare lo scoop. Basta raccontare la cronaca. Imbattersi in un edificio fatiscente in centro citta, sotto gli occhi di tutti, e chiedere perché da dieci anni nessuno riesce a espropriarlo, come ha fatto Giuseppe Baglivo: 33 anni e due bossoli in una busta per i suoi articoli su un palazzo divorato dai rovi a Vibo Valentia.

Video

Luisa Pronzato
11 novembre 2009(ultima modifica: 12 novembre 2009)

Il ventunenne re del poker che ha sbancato Las Vegas

Corriere della Sera

Joe Cada in finale ha battuto un boscaiolo

Joe Cada con il suo premio (Reuters)
Joe Cada con il suo premio (Reuters)
MILANO - La colpa è di mamma Anne che di mestiere fa la croupier a Motor City, un posto del Michi­gan dove gelo e desolazione ab­bondano in uguale misura. Non potendo lasciare il piccolo Joe a casa, finiva sempre che se lo tirava appresso al casinò an­che contro i regolamenti. Ma in fondo era solo un piccolo ca­sinò, gli impiegati come una grande famiglia e il moccioso, ipnotizzato dai colori delle car­te, rimaneva buono per ore sen­za fiatare. Una scuola fondamentale per Joe che l’altra notte a Las Ve­gas ha sbancato conquistando il titolo di campione del mon­do di Texas Hold’em, il poker che da ormai cinque anni è esploso in ogni angolo del mondo e che proprio in Neva­da, tra luglio e novembre, vive il suo appuntamento più presti­gioso.

Di cognome fa Cada, sostie­ne di avere trisavoli italiani, ma non saprebbe indicare sulla mappa il nostro Paese. Ha appe­na 21 anni, fino a pochi mesi fa nei casinò di Las Vegas lo invi­tavano a sloggiare, e ancora og­gi se ordina una birra deve mo­strare un documento d’identi­tà. Ma al tavolo finale dentro al­l’Hotel Rio di Las Vegas, dopo cinque mesi di partite, e dopo averlo visto eliminare tutti i mi­gliori al mondo, tutti sapevano chi fosse. Joe ha steso uno per uno i suoi avversari e ha messo le mani sugli 8 milioni e mezzo di dollari grazie ad una coppia di nove, nel duello decisivo con Darvin Moon, un boscaio­lo del Maryland... Cappelletto girato in testa al­la maniera dei rappers, orec­chie piuttosto a sventola, Joe ha esultato per poi ricomporsi quasi subito: «Ancora non ho realizzato. Finché non mi da­ranno l’assegno immagino che non ci crederò».

È tutto vero ed è tutto danna­tamente americano. Evoca la storia di Chris Moneymaker, il tizio del Tennessee che nel 2003 stipò l’auto di cibarie e speranze per arrivare a Las Ve­gas a conquistare il mondiale partendo da un torneo satellite da 39 dollari di iscrizione. Più o meno come Joe. Allora il mon­tepremi era di «appena» 2.5 mi­lioni di dollari. Se oggi è più di tre volte tanto, è perché nel frattempo i giocatori, ma so­prattutto i sognatori disposti a incollarsi all’asfalto per 30 ore pur di provarci, si è quintupli­cato. Quella di Joe è una storia di provincia che, nel caso specifi­co del Michigan, spunta da una cornice di disoccupazione e de­grado. Quando annunciò che avrebbe rinunciato al College, l’unico grimaldello per forzare il futuro chiuso a qualsiasi pro­spettiva, mamma Anne non re­agì come una madre qualsiasi: «Sapevo che se la sarebbe cava­ta benone anche senza un tito­lo di studi. Lo so, la scuola è im­portante e quando posso gli fac­cio seguire qualche corso, ma è troppo bravo con le carte. Ave­va appena cinque anni ma già era più sveglio di tutti quando in famiglia si giocava. E se gio­cavamo a Monopoli lui voleva fare la banca».

Fino d oggi Joe Cada aveva vinto solo poche migliaia di dollari, anche perché l’età lega­le per iscriversi ai tornei ce l’ha da neppure un anno. Ora le banche cercheranno lui. Come milioni di giovani in tutto il mondo, è su internet che Joe ha costruito la sua soli­da esperienza di lucido strate­ga iniziando a giocare col fratel­lo Jerome a 13 anni, quando in­vestì 25 dollari vincendone 100. Un’esperienza che gli ha per­messo di sbarazzarsi di mostri sacri come Phil Ivy o Phil Hell­muth, gente col pelo sullo sto­maco, capace di distrug­gerti psicologicamente prima ancora che con le carte. O di Steven Beglei­ter, ex dirigente di una del­le società di Wall Street travol­ta dalla crisi. «Ho provato e riprovato il ta­volo della finalissima migliaia di volte nella mia mente. Ero psicologicamente pronto ad ar­rivare in fondo. La cosa buona è che fino a pochi tavoli dalla fine nessuno si è curato di me. Io ero avvantaggiato perché an­che se mi annoio a farlo, li ave­vo studiati i più forti e sapevo più o meno cosa aspettarmi... Il prossimo mondiale sarà molto più difficile. Ora tutti sanno chi sono».

Anne Cada è rimasta a Mo­tor City perché il casinò le ha dato solo un giorno di permes­so: «Ho passato la notte in pie­di, gli ultimi giorni ero nervo­sa, ho seguito tutto su internet. Joe è un ragazzo molto posato. Ha giocato come se di anni ne avesse quaranta». Invece Joe Cada è da ieri il più giovane campione del mon­do da quando il torneo venne istituito. Era il 1970, fece regi­strare 52 partecipanti, molti dei quali bovari della zona. Quest’anno si è sfiorata quota 9000 iscritti. Dal prossimo an­no c’è da giurarci, la maggio­ranza saranno ragazzini.

Riccardo Romani
12 novembre 2009

Un iceberg gigante nell'oceano Pacifico

Corriere della Sera

Lungo 500 metri e alto 50, rappresenta un evento raro.
Se si rompesse, sarebbe un pericolo per la navigazione

MILANO - Cinquecento metri di lunghezza e cinquanta di altezza: tanto misura un iceberg che sta navigando nel mare tra il Circolo polare antartico e l'Australia, al largo dell'isola di Macquarie, un'area dove i "giganti di ghiaccio" si vedono molto raramente. I primi ad avvistarlo sono stati gli esploratori della Australian Antarctic Division. «Non avevo mai visto niente del genere: abbiamo lanciato uno sguardo all'orizzonte e ci siamo trovati davanti questa enorme isola ghiacciata - dice Dean Miller, studioso di foche e membro della spedizione antartica -. Per me è stato un grande momento, non avevo mai visto un iceberg prima d'ora».

UN CASO RARO - Secondo il glaciologo Neal Young il gigante si sarebbe staccato 8 o 9 anni fa dall'area del Ross Ice Shelf, la più vasta piattaforma di ghiaccio dell'Antartide (487mila km quadrati). «È la prima volta che vedo un iceberg al largo dell'isola Macquarie da molti, molti anni - spiega Young -. Ora potrebbe dirigersi verso la Nuova Zelanda o potrebbe ruotare attorno a se stesso». Al momento si muove lentamente verso nord e non rappresenta un pericolo per la navigazione, ma potrebbe diventarlo se dovesse rompersi in più pezzi nei prossimi mesi o anni. «Fatti come questi saranno sempre più comuni se il cambiamento climatico continuerà a procedere alla velocità attuale» mette in guardia il glaciologo. L'isola di Macquarie è un sito protetto dall'Unesco e ospita un’enorme colonia di pinguini reali dal ciuffo dorato (o Eudipte della Nuova Zelanda), insieme a pinguini Re ed elefanti marini.

L. Cu.
12 novembre 2009



Usa, padre e figlia si ritrovano dopo trent'anni grazie a internet

Quotidianonet

L'uomo aveva divorziato dalla madre della giovane qualche mese dopo la sua nascita. I due per anni si sono cercati inutilmente, poi il 'miracolo' grazie al web

Washington, 12 novembre 2009 - La tecnologia non sempre divide, alle volte invece serve proprio a riunire. Come è accaduto a Scott Becker di Wichita (Kansas) e sua figlia, April Antoniou, di Newnan in Georgia (sud-est), che hanno potuto riabbracciarsi dopo trenta anni grazie a internet.

I due hanno raccontato alle televisioni locali della Georgia, 'WGCL-TV' e a '11Alive', che da tempo si cercavano ma senza risultati, da quando cioé Scott aveva divorziato dalla madre della ragazza qualche mese dopo la sua nascita.

April ha raccontato di aver utilizzato più volte il motore di ricerca Google per rintracciare il padre, ma il nome del genitore era troppo comune per risalire effettivamente a Scott Becker. Ma quando April ha avuto l’idea di ricercare il genitore con la frase “Scott Robert Becker cerca April” si è imbattuta nel sito www.aprilbecker.com, creato dal padre. Sulla homepage c’era scritto “Cara April, quando leggerai questo messaggio per favore invia un’email ad april@aprilbecker.com. Sono tuo padre e vorrei rivederti”.

Scott Becker ha rivelato ai giornalisti locali che cercava la figlia dall’epoca del divorzio con la madre subito dopo la nascita di April, e che aveva anche speso decine di migliaia di dollari per assoldare detective privati per rintracciarla. Scott e April, madre di due bambini di 4 e 6 anni, si sono incontrati in un ristorante di Atlanta (Georgia) la settimana scorsa.



Com’è umana la multinazionale: per Pepsi e Ikea errori milionari

di Giuseppe Marino


Un giorno così No Logo non l’avrebbe sognato nemmeno Naomi Klein. In 24 ore l’invisibile mano della sfiga ha colpito due simboli mondiali del capitalismo senza frontiere. Ikea è caduta, come un armadio Aneboda fissato male, in una trappola velenosa. E Pepsi è annegata nel suo stesso gigantismo, l’enorme corpaccione ferito a sangue dallo svarione di una minuscola segretaria. A completare il triangolo delle coincidenze, la mazzata ricevuta dalla catena di supermercati Pam, anche loro, in quanto grande distribuzione, invisi agli odiatori del capitalismo che, come si sa, amano la boutique sotto casa e la considerano vittima del centro commerciale. Tre storie, un unico filo che le lega: défaillance clamorose e umanissime per grandi società da sempre raffigurate come diaboliche e onniscienti.
Cominciamo dalle bollicine. Nella sede della Pepsi Cola in North Carolina viene notificata una sentenza di condanna per plagio. Il tribunale del Wisconsin ritiene la compagnia che in tutto il mondo contende alla Coca Cola il dominio del ricco mercato delle bibite gasate e no, colpevole di aver plagiato l’idea di imbottigliare l’acqua con il marchio Acquafina, che la Pepsi ha lanciato nel 1995. Ad accusare sono due intraprendenti imprenditori del Midwest: Charles Joyce e James Voigt dicono di aver confidato l’idea del nome Acquafina a un distributore di bibite, sostenendo che in seguito Pepsi avrebbe rubato loro l’idea. E considerando il mercato mondiale conquistato dall’acqua imbottigliata da Pepsi, il giudice c’è andato giù duro: la sentenza stabilisce un risarcimento da 840 milioni di euro, oltre 1,2 miliardi di dollari. Una cifra con talmente tanti zeri che nemmeno la straricca Pepsi può sborsarla senza patemi. E soprattutto una condanna piovuta in modo del tutto inspiegabile, visto che l’ufficio legale si è detto completamente all’oscuro della causa. L’arcano è stato risolto interpellando Kathy Henry, una segretaria da anni in servizio nella sede Pepsi. L’impiegata ha dovuto ammettere di aver cestinato per errore la convocazione in tribunale, distratta «dai troppo impegni legati alla preparazione di un consiglio d’amministrazione». Una distrazione da 840 milioni. «È una delle coincidenze sfortunate di questa storia - spiega Joe Jacuzzi, portavoce della società che sta preparando il ricorso - ma non la sola: contestiamo radicalmente l’accusa. La negligenza è perdonabile». Evviva il fair play. Anche perché chiedere alla segretaria di pagare 800 milioni di danni servirebbe a poco.


E del resto nemmeno le multinazionali più potenti possono permettersi di maltrattare i collaboratori senza timore di finire col rimetterci. Basta vedere cosa è successo a Ingvar Kamprad, folcloristico (e mostruosamente ricco) proprietario dell’Ikea. Mezzo mondo parla del libro dato alle stampe da un ex manager del suo gruppo, Johan Stenebo. Il volume è un concentrato di veleno puro, un maleficio in 14 capitoli scagliato contro l’azienda e contro Kamprad, che Stenebo accusa di «utilizzare metodi da Stasi». L’83enne famoso per lo stile di vita francescano, nonostante sia tra gli uomini più ricchi al mondo, proprio come la polizia segreta dell’ex Germania est avrebbe una serie di informatori che gli inviano a casa messaggi e fax da 44 Paesi, dove sono sguinzagliati per tenere d’occhio i 135.000 dipendenti.

Eppure Stenebo era il braccio destro di Kamprad, quasi un figlioccio, incaricato di un importante segmento di sviluppo futuro dell’Ikea, quello dell’energia verde (tra le idee allo studio anche la vendita dei pannelli solari nei mobilifici). E certo alla svolta ecologista di Kamprad potrebbero non giovare gli aneddoti narrati nel libro Sanningen on Ikea («La verità su Ikea»): «C’è una legge non scritta per i vertici dell’azienda: lealtà a Ingvar fino alla morte». Torna anche l’accusa di razzismo, già in passato rivolta al miliardario: secondo Stenebo, nel gruppo i dipendenti non svedesi vengono chiamati «negri». Ikea Italia ieri ha smentito seccamente, facendo presente che dei 267 negozi nel mondo, 234 sono diretti da non svedesi. Il settimanale Der Spiegel, che anticipa pagine del libro ipotizza che a rendere più acido il tono del volume ci sia l’astio per il vecchio timoniere, reo di aver lasciato la guida ai figli, Mathias e Peter (definito nel volume «un razzista incompetente»).

In realtà gli affari del miliardario venuto dal freddo non sembrano essere stati intaccati dalle vecchie accuse di aver fatto parte di un gruppo filo hitleriano nel 1942. Lui continua la sua vita all’insegna della parsimonia (in casa avrebbe mobili Ikea, alcuni vecchi di anni), nonostante il patrimonio da 50 miliardi di dollari. Dopo quelle accuse però dovette scrivere una lettera di scuse a tutti i dipendenti ebrei.
Anche per le grandi aziende, dunque, il ruolo del singolo, dei rapporti umani, dei sentimenti perfino, può pesare sul business. Alla fine, però, si ricasca sul denaro. Come nel caso dei supermercati Pam, ultimi protagonisti di queste 24 ore nere del capitalismo. I vertici del gruppo che gestisce anche gli ipermercati Panorama sono finiti ieri nel mirino della Guardia di finanza, che indaga su una presunta frode fiscale da 600 milioni, più altre 120 milioni di Iva che sarebbe stata evasa. Il gruppo smentisce: «Le nostre operazioni sono tutte regolarmente a bilancio».

La crisi finanziaria? A volte pesa meno di quella di nervi.

Un asteroide ha sfiorato la Terra

Corriere della Sera

È passato a soli 14 mila chilometri dal nostro pianeta, cioè 30 volte più vicino rispetto alla Luna


LONDRA - Nessuno se ne accorto ma il 6 novembre scorso alle 22.30 ora italiana, il nostro pianeta ha scampato un bel pericolo. Un asteroide (2009 VA) di 7 metri di diametro è passato ad appena 14 mila chilometri dalla Terra, cioè 30 volte più vicino a noi rispetto all'orbita della Luna che si trova a 400 mila chilometri di distanza. In realtà non è detto che l'impatto avrebbe provocato cataclismi: probabilmente l'asteroide se fosse penetrato nell'atmosfera si sarebbe disintegrato causando uno spettacolare vampata visibile in tutto il mondo.

Barrichello vince causa contro Google

La Stampa

SAN PAOLO
Il pilota di Formula 1 Rubens Barrichello verrà risarcito da Google per i danni ricevuti dalla presenza di centinaia di falsi profili riportanti il suoi nome sul social network Orkut, di proprietà del motore di Mountain View e molto diffuso in Brasile.

Secondo la gazzetta ufficiale di San Paolo, la multa ammonta a 500 mila dollari, ma potrebbe aumentare, di 519 dollari per ogni giorno in cui le pagine che si burlano dello sportivo con definizioni irriverenti, continueranno a restare online.

La somma verrà donata alla Fondazione Barrichello Kannan.

Striscia la Notizia svela "Picchiò suo figlio Ecco perché Lippi non vuole Cassano"

Quotidianonet

Il programma tv cita ‘’un addetto ai lavori che racconta come dietro la mancata convocazione del blucerchiato si nasconderebbe un litigio violento tra il calciatore e il figlio dell’allenatore azzurro"

Militello a Striscia la Notizia (da youtube)
Militello a Striscia la Notizia (da youtube)
Milano, 11 novembre 2009 - Tutti si domandano, perche’ Lippi non chiama Cassano?. Sembrava dovesse rivelarlo Garrone, con la presunta brutta storia, ma l'immediata smentita e retromarcia ha riportato tutto al unto di partenza. Allora ieri sera, della mancata convocazione dell’attaccante Samp da parte del ct, ci ha provato anche Striscia la Notizia, il programma satirico di Canale 5.

Striscia, rispolverando un gossip gia’ raccontato, cita un ‘’un addetto ai lavori, che chiede di rimanere anonimo, che racconta come dietro la mancata convocazione di Cassano si nasconderebbe un litigio violento tra il calciatore e il figlio dell’allenatore azzurro, Davide Lippi’’.

Secondo quanto dichiarato dall’anonimo testimone ‘’la lite, sfociata in rissa, avrebbe avuto luogo pochi mesi fa in una discoteca in Versilia davanti a diverse persone’’.



Fumetto sulla "ministronza" Meloni Il Pdl insorge: sinistra maschilista e volgare

Libero

Sembrerebbe a prima vista un libro di satira politica, se non fosse che i toni sono decisamente sopra le righe. Ill libro a fumetti "La ministronza" del vignettista Alessio Spataro (collaboratore de Il Manifesto e di Liberazione) raccoglie una lunga serie di invettive contro il ministro Giorgia Meloni.

Il libro. Lo racconta bene il Secolo d'Italia, che scrive: "nelle storie la ministronza parla in greve dialetto romano, non si lava, passa tutto il tempo parlando con topi (ex missini), facendo sesso con suoi ammiratori dediti a perversioni dannunziane. Spataro, come i bambini dell'asilo, si diverte un mondo a parlare di popò. In ogni storia ci sono peti, escrementi e water. E dove c'è la carta, fosse anche il discorso per il 4 novembre, diventa carta igienica per la ministra. Immancabili le mosche, che circondano lei e gli altri esponenti politici dell'ex An". E ancora: "è  inquietante che di tanti esponenti di spicco di quel che è stata Alleanza nazionale, l'anticonformista intellettuale siciliano abbia colpito guardacaso l'unica donna diventata ministro. Il tutto all'insegna del più banale maschilismo da caserma. Sarebbe questa la nuova satira della sinistra?".

Le reazioni. "Ci aspettiamo la totale ed incondizionata solidarietà di tutta la sinistra italiana nei confronti del ministro Giorgia Meloni, attaccata in maniera volgare ed esecrabile in alcune vignette firmate da Alessio Spataro". È quanto dichiara Maurizio Gasparri presidente del gruppo Pdl al Senato. Numerosissimi gli attestati di stima dei colleghi del Pdl. Latitano invece le prese di posizioni dell'opposizione. Di "operazione misogina" ha parlato Paola Concia (Pd).


Castelli non dimentica il giudice-skipper

di Redazione

Fate girare la voce: Cecilia Carreri, il giudice-skipper che mentre era in aspettativa per malattia partecipava a regate, ha appeso la tonaca al chiodo dal settembre 2008. A precisare il concetto ci ha pensato ieri il Csm, replicando alle parole dell’ex ministro della Giustizia Roberto Castelli che nella puntata di «Ballarò» di martedì scorso aveva polemizzato contro Palazzo dei marescialli sostenendo che il magistrato fosse ancora al suo posto nel tribunale di Vicenza. In effetti la Carreri, dopo lo scandalo del 2005 per essere stata beccata ad affrontare gli oceani durante i nove mesi di malattia ottenuti per «gravi patologie lombo sacrali» che non le consentivano «una prolungata posizione eretta né la posizione seduta», si è licenziata. Polemicamente: all’epoca sostenne che la vicenda aveva «completamente spezzato la mia fiducia verso istituzioni e colleghi».


Lo strano boom delle banconote fantasma

Corriere della Sera

Cresciuti i biglietti da 500 euro. L'allarme Bankitalia: rischio riciclaggio


MILANO — Per chi non le avesse mai viste, le banconote da 500 euro hanno un colore violetto, raffigurano architetture moderne e misurano 160 x 82 millimetri. Per chi non lo sapesse, il valore complessivo delle banconote da 500 in circolazione nell'area euro è il più alto in assoluto. Tre cifre: in giro ci sono 550 milioni di questi «bigliettoni» per un valore di 275 miliardi pari al 36% del totale delle banconote in euro. Eppure i preziosi foglietti sono estranei alle transazioni «faccia a faccia» di tutti i giorni. Oggetti sconosciuti per i cittadini dei sedici stati Ue che hanno adottato la moneta unica.

Dunque a cosa servono? E per quali canali transitano? C'è un rapporto riservato della Banca d'Italia-Unità di informazione finanziaria (Uif) che a un certo punto dice: «... si consideri che una valigetta ventiquattrore standard può contenere tra i 10mila e i 12mila biglietti da 500 euro, per un valore compreso fra i 5 e i 6 milioni; una cassetta di sicurezza di dimensioni medie (ad esempio 45x37x18 centimetri) ne può contenere un quantitativo pari a un valore di circa 10 milioni di euro». Sembra di vedere certi film. Ma perché il rapporto di Bankitalia si preoccupa di misurare la capienza di una ventiquattrore? Perché il titolo è «Analisi sull'utilizzo delle banconote di taglio elevato come potenziale strumento di riciclaggio». E il riciclaggio è quel fenomeno (e reato) con cui si «ripulisce» il denaro frutto di attività criminali. I canali di finanziamento del terrorismo sono simili. L'Uif all'interno di Bankitalia è in prima linea nel contrasto al riciclaggio e collabora direttamente con magistratura e Guardia di Finanza. Si sa che con le ventiquattrore piene di 500 euro si valicano i (finti) confini per consegnare il «nero» alle banche svizzere o sammarinesi. Un po' meno si sapeva che dal 2002 ad oggi la diffusione del biglietto violetto è cresciuta in modo costante e inarrestabile. Solo i 50 euro si avvicinano: 241 miliardi contro 275.

La Uif-Bankitalia dice che è un fenomeno «difficilmente riconducibile nell'ambito di un utilizzo fisiologico dei mezzi di pagamento» e che «non si riesce a dare conto in modo pieno e convincente della forte dinamica della domanda». Il 20% delle eurobanconote sarebbe in mano a non residenti nell'eurozona, «principalmente come strumento di riserva di valore e come valuta parallela». E questo spiegherebbe in parte la domanda crescente della pezzatura più alta. Ma il riciclaggio è più che un'ombra. Del resto si sprecano gli ammonimenti dell'Ocse: «Gli Stati dovrebbero considerare l'ipotesi di eliminare le banconote di grosso taglio... utilizzate da chi opera illecitamente in contanti... per ridurre i carichi portati oltre confine». Il taglio top del dollaro (100$) corrisponde a 72 euro, dello yen a 79 euro e, tra le principali valute, solo il franco svizzero ha un biglietto che vale più dei 500 euro (1.000 CHF pari a 673 euro). Già il Parlamento europeo nel 1999 raccomandava la modica quantità di banconote di grosso taglio per il rischio di alimentare l'economia sommersa e illegale. Allarme suonato anche dai nostri vertici della Guardia di Finanza in un'audizione parlamentare del lontano 2001. E invece eccoci qui, oggi, stracarichi di bigliettoni da 500 che nessuno vede circolare ma che rappresentano il 36% del valore totale delle banconote sul mercato contro il 23% del 2002. In Italia la percentuale è del 16%, in crescita e con una caratteristica geografica significativa: le province frontaliere come Lecco e Como (Svizzera) oppure Forlì-Cesena-Rimini (San Marino) sono molto più «sensibili» al colore dei 500 euro. E guarda caso proprio a Forlì due magistrati, Fabio Di Vizio e Marco Forte, affiancati da Squadra mobile e Gdf hanno scoperchiato il vaso di Pandora degli illeciti sull'asse Italia-San Marino. Con il contorno di furgoni che trasportavano mazzette da 500 euro. Ma se in una ventiquattrore ci stanno 6 milioni di euro in tagli da 500, quanto potrà contenere un furgone?

Mario Gerevini
mgerevini@corriere.it

Non abbiamo picchiato Cucchi»

Corriere della Sera

«Se è andato in bagno l’hanno portato i cc». I militari: L’abbiamo rivisto solo a fine mattina
Agente penitenziario nega le botte: quando è arrivato aveva macchie rosse in viso


ROMA — N.M., 40 anni, da 12 al Nucleo di Traduzione e piantonamento uffici giudiziari di piazzale Clodio, è uno dei tre agenti di polizia penitenziaria che il 16 ottobre scorso ebbero a che fare, nei sotterranei delle celle del tribunale, con Stefano Cucchi: «Ma quale pestaggio? Quello che vi ha raccontato il detenuto è una follia. Noi Cuc­chi non l’abbiamo toccato e se quella mattina andò in bagno ce lo portarono i carabinieri. Noi, lì dentro, apriamo e chiu­diamo le celle. Ma la custodia dell’arrestato fino a dopo l’udienza di convalida è di com­petenza solo degli 'operanti', cioè del personale che l’ha col­to in flagrante». Insomma, se davvero il pestaggio avvenne in quei minuti, ossia al rientro di Cucchi dal bagno — come ha raccontato il detenuto africano S.Y. ai pm — lo possono dire so­lo i militari.
I due carabinieri che operarono quella mattina, in verità, hanno già dato la loro versione ai magistrati: «Conse­gnammo materialmente Cuc­chi ai colleghi della penitenzia­ria al momento dell’ingresso in cella, alle 9.30. Poi non avem­mo più alcun contatto con lui, se non più tardi, alle 12.50, quando andammo a riprender­lo per portarlo in aula. Questo prevede il regolamento». Le ver­sioni, come si vede, non coinci­dono. Gli indagati in questa brutta storia finora sono «due-tre», dicono in Procura. Massimo riserbo. Il racconto del testimone, però, vacilla pau­rosamente (interrogato anche ieri dai pm sembra anche aver modificato alcune parti). N.M. s’indigna:
«Ha detto di aver vi­sto l’aggressione dallo spionci­no della sua cella posta di fron­te a quella di Cucchi. Ora io vi invito tutti a venire a vedere. Le 15 celle, infatti, non sono poste l’una di fronte all’altra, ma so­no tutte allineate, una di fianco all’altra lungo un corridoio strettissimo. E di fronte c’è solo un muro. Gli spioncini, inol­tre, si aprono dal­l’esterno: dun­que, come avreb­be fatto il dete­nuto da dentro a vedere gli schiaf­fi, i pugni, i calci mentre lì sotto, tra l’altro, non c’eravamo sol­tanto noi ma andavano e veni­vano altri detenuti accompa­gnati da decine di forze dell’or­dine. Possibile che nessun’altro abbia visto?». «In 12 anni di servizio io non ho mai preso un richiamo, una punizione — così continua lo sfogo dell’agente raccolto ieri dai suoi colleghi —. Ho moglie e figli, sono una persona perbe­ne.
Quel giorno, quando Cuc­chi tornò dall’udienza, ero in portineria e mi accorsi che il ra­gazzo era strano, aveva mac­chie violacee, rossastre sotto gli occhi. Quando ci fu il passag­gio di consegne tra noi e i cara­binieri, stilammo il verbale: lo facemmo spogliare per perqui­sirlo, è la prassi, e lui era così magro che sembrava un malato allo stremo. Però camminava da solo, non mi sembrò avesse problemi. Gli facemmo la do­manda di rito: stai bene? Disse che gli faceva male la testa e la schiena, che voleva una pastic­ca. Così, alle 13.30, chiamam­mo il medico del tribunale».
Il medico del tribunale si chiama Giovanni Battista Ferri: «Gli agenti — racconta — ave­vano notato qualche segno sul viso. Erano piccole ecchimosi sotto le palpebre inferiori. Cam­minava male, un po’ storto. Gli chiesi: che hai? Disse che gli fa­cevano male l’osso sacro e la gamba sinistra. Allora gli do­mandai: che ti è successo? Ri­spose che era caduto dalle sca­le, ma era evasivo, ebbi l’im­pressione che non dicesse la ve­rità ». Già, la verità. Il sottose­gretario Giovanardi chiede scu­sa alla famiglia Cucchi per le sue dichiarazioni sulla droga co­me causa della morte. E Stefano Pedica, senatore dell’Idv, in visi­ta alle celle insieme alla sorella e al padre di Stefano, nutre per­plessità sulla ricostruzione del detenuto africano ma soprattut­to parla di «omertà» mostrata finora da parte dei carabinieri e della polizia penitenziaria. Sì, omertà. Proprio una brutta pa­rola. Fabrizio Caccia

Lavinia Di Gianvito
12 novembre 2009

Dai Cremonini al re dei laminati La lista dei sospetti evasori

Corriere della Sera

La lista completa dei sospetti evasori

ROMA — Sono i nomi di ottantadue piccoli e medi imprenditori. Ed erano anche ottantandue storie di grandi successi industriali: l'incarnazione del «piccolo è bello», del modello imprenditoriale dell'Italia che va, dal Nord Est alla Lombardia. Almeno fin quando si è scoperto, dietro a tante belle storie, un profumo molto intenso di evasione fiscale, che ha indotto gli agenti della Guardia di Finanza a fare irruzione nelle 82 società, all'alba del 5 novembre scorso, per sequestrare carte e atti contabili.

Imprese e imprenditori poco noti al grande pubblico, ma non certo sconosciuti. Come la Olitalia, gestita dai figli di Giuseppe Cremonini, fondatore del gruppo alimentare, l'Azienda Bresciana Petroli, guidata da Bruno Nocivelli, la Inoxveneta di Alfonso Kratter, vice presidente della Camera di commercio di Treviso, la Casimiro Gaggio di Renzo Savasta, imprenditore di successo nel settore alberghiero, la «Uno più uno uguale due srl» di Antonio Ghini, per quindici anni portavoce della Ferrari di Maranello. Il sospetto di evasione c'è, anche perché tutti gli imprenditori visitati dalle Fiamme Gialle facevano parte dell'elenco dei clienti di Fabrizio Pessina, l'avvocato svizzero arrestato a Malpensa nel febbraio scorso per riciclaggio, e di Mario Merello, ricco e noto uomo d'affari milanese, anch'egli indagato. Pessina e Merello sono finiti nei guai sugli sviluppi dell'inchiesta «Montecity» condotta dalla Procura di Milano. Ma il filone d'indagine che ha portato al blitz della Guardia di Finanza, a inizio novembre, è un altro. E nasce dagli elenchi dei clienti dei due professionisti, sequestrati tra le loro carte. Quasi 600 nominativi, gran parte dei quali recuperati nel computer di Pessina con tanto di coordinate bancarie e l'annotazione dei relativi movimenti. Il tutto condito dalla documentazione relativa ad un enorme quantitativo di fatture false, emesse dall'Italia verso l'estero, e che sarebbero servite agli imprenditori, grazie ai servizi dei due professionisti, per accumulare una cospicua provvista in nero. All'estero, ovviamente al riparo dal fisco italiano. In sette mesi, dal febbraio scorso a fine ottobre, nominativi e transazioni contenuti nelle liste Pessina e Merello sono stati setacciati dalle Fiamme Gialle. Molte di quelle posizioni sono state nel frattempo chiarite anche a seguito delle indagini della Finanza.

Nel cui mirino, oggetto delle perquisizioni della settimana scorso, sono rimaste le ottantadue imprese in questione. La stragrande maggioranza di queste ha la propria sede sociale in Veneto o in Lombardia, concentrati nelle province di Treviso, Verona, Brescia e Milano, ma ce ne sono anche in Piemonte, in Sardegna, in Emilia-Romagna, Umbria, Marche e Campania. Solo nella provincia di Treviso, molte delle quali dislocate nella Inox Valley, le società sono tredici. Ci sono Kratter con la Inoxveneta, poi Enrico e Agostino Bit, con la Eurotravi spa e la Bit spa, che sta realizzando il «people mover» nella città di Venezia, e che si occupa di costruzioni meccaniche fin dal 1850. Nell'elenco figurano la Tecnologica spa e la Gidi Meccanica di Dino Giusti, la Falmec di Danilo Poser, che fa cappe aspiranti, la Manfredonia Vetro di Giorgio Sangalli, titolare del gruppo Sangalli attivo nel settore vetrario dal 1896 che ha stabilimenti produttivi a Vittorio Veneto e nel foggiano. Tra i nomi più noti che figurano nell'elenco c'è quello di Domenico Spezzapria, titolare del gruppo Forgital, un vero e proprio colosso della meccanica e dei laminati, creato nel 1873 e che può contare oggi su 17 imprese, con 1.300 dipendenti e un valore della produzione che supera i 500 milioni di euro l'anno. Nel mirino della Guardia di Finanza, tra gli altri, sono finiti anche i veneziani Pierluigi e Alessandro Alessandri, titolare quest'ultimo della Saicam, la società che ha ricostruito il Teatro La Fenice dopo l'incendio del 1996.

Mario Sensini
12 novembre 2009

Goggle contrattacca: se Murdoch vuole se ne vada



Scritto da: Marco Pratellesi alle 20:12

Murdoch attacca
, ma Google non piega la testa. Il motore di ricerca ha emesso un comunicato ufficiale con il quale si rivolge a tutti gli editori: "Non diciamo al signor Murdoch o a qualunque altro editore che dovrebbero togliere i loro contenuti da Google: ci limitiamo a ricordare che ognuno può decidere se e come i contenuti possono essere inclusi nelle ricerche del motore, e che ci sono modi molto semplici di rimuoverli se così
decidono".
 
Il magnate dell’informazione Rupert Murdoch aveva accusato il motore di ricerca di "rubare" le notizie trasmesse via internet dalle sue testate, minacciando di bloccare i contenuti online di "Wall Street Journal", "The Times" e "Sun". 
 
La società di Mountain View ribadisce gli editori in genere sono ben contenti del servizio, perché costituisce una "formidabile fonte di promozione", in quanto consente di avere "circa 100 mila click al minuto" nel completo rispetto del copyright. "Gli editori mettono i loro contenuti sul web perchè vogliono farli trovare; pochissimi scelgono di non includerli nella ricerca di Goggle news e sul web. Ma se ce lo chiedono, noi li togliamo".




Pepsi e la segretaria 'costata' 840 milioni

Corriere della Sera

Per sbaglio ha buttato una citazione in giudizio: nessuno si è presentato in tribunale e l'azienda ha dovuto pagare

Il quartier generale della Pepsi a Denver, in Colorado

MILANO - Un manager astuto lo sa: la metà del suo lavoro dipende dal suo alter ego: una segretaria efficiente e attenta. Nel caso della Pepsi Cola, la negligenza di un’assistente è costata all’azienda 1,26 miliardi di dollari (circa 840 milioni di euro). Dovranno essere sborsati per una causa persa senza che nemmeno si sapesse di un giudizio in corso. Tutto per colpa di Kathy Henry, segretaria con 20 anni di esperienza. Infallibile, fin quando sulla sua scrivania stracolma di documenti, cartelle e lettere, ha fatto scalo una busta contenente una citazione in giudizio, che lei ha prontamente cestinato.

ACCUSA DI PLAGIO - La multinazionale di soft drink, e precisamente la sede del North Carolina, era stata chiamata in aprile dalla corte del Wisconsin a rispondere all’accusa di plagio, per aver rubato l’idea di imbottigliare e vendere acqua purificata (etichettata Acquafina). Ad accusare erano due imprenditori del Wisconsin, Charles Joyce e James Voigt, che rivendicavano la paternità dell’idea, confidata a uno dei distributori nel 1981. L’ordine era di presentarsi davanti al tribunale il 30 settembre, ma nessun legale della multinazionale si è presentato. Così la causa era stata attribuita ai due imprenditori. Il 5 ottobre Kathy si è vista recapitare una seconda lettera in cui si condannava la sua azienda.

DIFESA PER NEGLIGENZA - Nei documenti preparati in fretta e furia, per l’appello, l’attonito ufficio legale della Pepsi ha contestato l’attribuzione del processo a un tribunale del Wisconsin, mentre l’azienda ha sede in North Carolina e la sede legale della Pepsi è a New York, ma ha anche addotto come attenuante la lentezza burocratica dell’azienda che per settimane intere ha sepolto l’importante documento legale. Kathy Henry lo aveva messo da parte perché «molto impegnata nella preparazione di un consiglio di amministrazione».

PUÒ SUCCEDERE - Per il portavoce della multinazionale Joe Jacuzzi, «è una delle coincidenze sfortunate di questa storia, ma non è l’unica ragione per cui contestiamo l’accusa che è dubbia e non dimostrabile. Una negligenza, invece, è giustificabile». E quale segretaria non vorrebbe lavorare per un capo così clemente?

Ketty Areddia





Via Poma, Raniero Busco: «Mi sento usato dalla giustizia»

Il Messaggero

L'imputato per l'omicidio di Simonetta Cesaroni: «Volevano e hanno ottenuto un processo»

ROMA (10 novembre) - «Volevano e hanno ottenuto un processo. Mi sento usato dalla giustizia». Lo ha affermato Raniero Busco, rinviato a giudizio per l'omicidio dell'ex fidanzata Simonetta Cesaroni, intervistato da Alessio Vinci a Matrix.

«Mancano le mie deposizioni. Mi è stato richiesto un alibi a distanza di 16 anni - afferma Busco - Sono stato ascoltato in questura per 12 ore all'epoca, se avessi detto qualcosa che non collimava non mi avrebbero lasciato andare. Sono stato risentito a distanza di 16 anni e forse mi sono confuso e per questo è scoppiato una caso».

«Mi hanno messo davanti l'evidenza dei fatti. Mi hanno trattato in modo pesante e mi hanno sbattuto davanti le foto - ha aggiunto Busco - quello che avevo da dire l'ho detto. Ora non riesco a capacitarmi di come io debba pagare le conseguenze.

In relazione agli indizi dell'accusa, ossia il dna sul reggiseno e il corpetto, una macchia di sangue di sangue su una porta e un morso dato alla ragazza, Busco ha affermato: «Da profano non mi convincono, ma se hanno impostato su questa linea l'accusa noi ribatteremo colpo su colpo e andremo avanti».

«Assurda l'accusa sul morso». In particolare, riferendosi alla traccia del dna ritrovato sul corpetto della vittima, Busco ha detto che il sabato precedente era stato con Simonetta a casa di amici «e presumibilmente in quell'occasione l'avrò lasciata». Riguardo al morso trovato sul seno sinistro della vittima Busco ha sottolineato: «Su questo non so rispondere. È assurdo perché non ho mai dato a nessuno un morso. Non sono un tipo violento e tutti possono testimoniarlo».

Il rapporto con Simonetta fino all'ultimo incontro. Parlando degli ultimi giorni trascorsi con Simonetta, Busco ha ricordato: «L'ho incontrata la sera prima, era passata in macchina davanti al bar dove ci vedevamo con gli amici. Abbiamo parlato, lei è rimasta in macchina e poi è andata via». Busco ha definito il rapporto con Simonetta come una relazione «con alti e bassi basato sulla fiducia e il rispetto, non c'è mai stato nessun litigio» e ammette che «sicuramente da parte sua c'era più coinvolgimento». Simonetta, ha raccontato Busco, «era una bella ragazza, estroversa, molto passionale e spigliata».

«Tutti gli anni che noi perdiamo dietro questa storia chi ce li ridarà?», ha commentato la moglie di Busco, Roberta Milletari. «Mio marito è innocente - ha sottolineato - non ho mai avuto un dubbio nei suoi confronti e mai l'avrò. A gennaio saranno tre anni che stiamo vivendo quest'incubo. Che tipo di giustizia c'è? Lui è un buon padre, niente tiri di piatti, niente mani». Busco alla domanda del conduttore Vinci se abbia mai parlato con la moglie del giallo di via Poma ha risposto dicendo che «è inevitabile, fa parte della nostra quotidianità».



Crocifisso, Acquasparta sfida Strasburgo Il sindaco ne acquista tre per il Comune

Il Messaggero

Saranno affissi nella sala consiliare, nell'aula della giunta
e nell'ufficio personale del primo cittadino

di Corso Viola

ACQUASPARTA (10 novembre) - Una sfida simbolica, ma sempre una sfida. La Giunta comunale di Acquasparta ha deliberato l’acquisto di tre crocifissi da affiggere sia nella sala consiliare, in quella della Giunta e nell’ufficio personale del primo cittadino. Una decisione del sindaco Roberto Romani dopo la sentenza della corte di Strasburgo, che vieta di affiggere il crocifisso nelle aule scolastiche e negli edifici pubblici. Arrivata, in seguito al ricorso presentato da una donna di origini finlandesi ma cittadina italiana, secondo cui il simbolo cattolico costituisce “una violazione del diritto dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni” e una violazione “della libertà di culto degli alunni.

Gli abitanti del paese, cinquemila, che è stata sede dell’accademia dei Lincei grazie all’interesse del duca Federico Cesi, non dovranno tirare fuori dalle proprie tasche neanche un euro, visto che la spesa straordinaria sarà resa possibile oltre che dalla delibera anche da una colletta effettuata dal sindaco e dai suoi assessori.

L’avvocato Romani è un cattolico praticante, sposato con tre figli. E’ stato eletto grazie all’appoggio delle forze di Centro sinistra, è un indipendente e non ha tessere di partito in tasca, ma solo tanta voglia da fare qualcosa di concreto per la sua cittadina.

Si è tenuto la delega della Cultura, ed è partito subito in quarta con un accordo con i comuni limitrofi di Massa Martana e San Gemini per lo sviluppo della vecchia Flaminia. Inoltre il prossimo 30 novembre riaprirà l’ex convento di San Francesco completamente restaurato con un concerto di musica classica. Un altro punto di orgoglio.

Ma dopo la sentenza di Starsburgo non ci ha pensato troppo ha disegnato una delibera ad hoc: «Si tratta di un provvedimento - dice l’avvocato e sindaco di Acquasparta- che abbiamo voluto sia io che tutti gli altri mie assessori. Per noi il crocifisso oltre ad essere un simbolo religioso, rappresenta anche le radici spirituali e culturali della comunità di Acquasparta».

Romani poi va più nel profondo del perché della delibera: «L’azione amministrativa e sociale che questa giunta comunale intende proseguire ponte al centro l’Uomo con la u maiuscola e quindi i valori di solidarietà, sussidiarietà e promozione sociale di tutti gli individui».

Una delibera fatta il sette novembre scorso. I crocefissi li acquisterà dai frati di San Damiano: «Andrò appositamente a prenderli - conclude Romani - per metterli il prima possibile in Municipio, per me si tratta di un gesti simbolico ma di un un’importanza per Acquasparta massima».