lunedì 9 novembre 2009

La qualità di RaiTre? Sputi, wc e volgarità

di Stefano Lorenzetto

 
Senta, gentile Paolo Ruffini, direttore di Raitre, posso capire che lei non sia molto contento di doversi schiodare - dopodomani, pare, quando si riunirà il consiglio d’amministrazione di viale Mazzini - dalla poltrona su cui sta comodamente acculato da quasi otto anni. E comprendo anche la sua delusione per il fatto che a darle la spintarella decisiva sia quel Pierluigi Bersani, neoeletto segretario del Partito democratico al posto di Dario Franceschini, lo sponsor che l’aveva protetta negli ultimi tempi. Però non deve prenderci per fessi.

Gli argomenti della sua autodifesa, esposti in un’intervista concessa a Repubblica, sono pregni di un vittimismo puerile. Lei, in buona sostanza, afferma: dirigo l’unica rete della Rai che in questi anni non ha perso ascolti, porto a casa «pubblicità pregiata su programmi di qualità», nessuno mi ha contestato i risultati, ergo perché dovrei andarmene? Le dico subito che nella storia del giornalismo vi sono stati eccellenti professionisti, sicuramente molto più bravi di lei e di me messi insieme, che si sono rassegnati a mollare l’osso nonostante le loro direzioni andassero a gonfie vele. Marco Travaglio, una fonte storiografica che non dovrebbe dispiacerle, sostiene per esempio che Mikhail Kamenetzky, alias Ugo Stille, riportò al Corriere della Sera molti lettori che Piero Ostellino avrebbe smarrito per strada. Io ci credo poco (i maligni sussurrano che lo stimato marziano paracadutato da New York abbia trascorso cinque anni chiuso nel suo ufficio di via Solferino a guardare soprattutto cartoni animati giapponesi) e comunque in questo momento non sono in grado di controllare.

Sta di fatto che, volendo dar credito a Travaglio, il conquistatore di copie Stille fu disarcionato per far posto a Paolo Mieli. Che, se non vado errato, portò il Corriere a livelli diffusionali mai visti prima d’allora. Così va il mondo (dei direttori). Vabbè che è figlio di Attilio Ruffini, parlamentare, sottosegretario e ministro dc di lungo corso, e pronipote del cardinale Ernesto Ruffini, ma guardi che «sacerdos in aeternum» vale solo per le vite consacrate. E poi, scusi tanto, lei avrà fatto anche benissimo, ma non è mai colto dal dubbio che chi verrà dopo possa fare ancora meglio? Vuol dare la possibilità di un giro di giostra, per dirla con Terzani, anche a qualcun altro, a un Mieli della televisione per capirci? Perché, sa, dai nomi che girano in queste ore per la sua sostituzione - Giovanni Minoli, che certo di Tv mastica più di lei e da molto più tempo, e Antonio Di Bella, figlio di tanto padre - pare proprio che non dovremmo rimpiangerla troppo. In ogni caso bisogna sempre stare attenti a non inchiavardarsi troppo al proprio sedere. Poi si finisce col considerarsi indispensabili nel ruolo che tutti provvisoriamente occupiamo sulla scena della commedia umana.

Ciò premesso, c’è una frasetta di cinque parole, nella sua intervista a Repubblica, che merita più d’ogni altra l’evidenziatore giallo, là dove sostiene d’aver fatto grande Raitre «senza cedere alla deriva trash». In altre parole lei vorrebbe farci credere d’essere stato l’unico, nell’etere, a opporsi a quell’orientamento di costume prevalente oggidì che predilige ed enfatizza quanto v’è di più brutto, grottesco e volgare. Porti pazienza, ma forse ci siamo sintonizzati sul canale sbagliato. Se c’è un filo rosso che da tempo immemorabile lega tutti i programmi di Raitre, da Avanzi a Parla con me, è proprio la trivialità. Quella, per capirci, che La Tv delle ragazze veicolava sotto forma di spot del gel Sputo Line, un’evoluzione della Brillantina Linetti tirata su direttamente dai precordi dei vostri creativi, o del prodigioso detersivo che sbiancava «pipì, caccole, cerume, cacca di piccione, vomito, sputo, scaracchio, catarro incrostato», in una deriva non saprei dire se più trash o più otorinolaringoiatrica, di sicuro repellente e comunque connessa alla patologia colonproctologica testimoniata dalle scoregge dei ripugnanti siciliani desnudi di Ciprì e Maresco in Cinico Tv.

È questa l’eredità, caro il mio direttore periclitante, che lei magari non avrà accresciuto ma certamente s’è ben guardato dal dilapidare. Diciamo che ha badato a mantenersi sul registro dei suoi predecessori, che poi dev’essere quello degli spettatori di riferimento di Raitre. A tal proposito permetta che la aiuti, visto che la sua memoria in fatto di trash non la assiste. Ha dimenticato la puntata del 10 maggio scorso di Che tempo che fa con Luciana Littizzetto che intratteneva per tre minuti i telespettatori sullo «sbiancamento anale», mentre quel dormi in pace del boyscout Fabio Fazio, con la sua aria da sanctificetur, fingeva come sempre di prendere le distanze squittendo «Lucianina!», «no!», «ma dài!», «basta!» e coprendosi gli occhietti con le mani? Oppure s’è forse perso, direttore, Parla con me del 29 settembre, che nel giorno del compleanno di Silvio Berlusconi festeggiava il bagno privato del capo del governo, con un water d’oro che irraggiava di luce la prima puntata del siparietto satirico Lost in wc? Persi nel cesso. Ormai un marchio di fabbrica della sua Raitre, si direbbe. E non era forse lei il direttore di Raitre che mostrò in fascia protetta alcuni minori inseriti «in un reality dai contorni morbosi», Il funambolo, «un programma spazzatura» (a proposito di deriva trash), come fu bollato dalla presidente del Movimento italiano genitori, nel quale veniva mostrata «la quotidianità della famiglia “extralarge” del signor Enzo Ghinazzi, in arte Pupo», in cui si intrecciavano «storie di amanti remote, amanti attuali, mogli, figli nati dal matrimonio, figli nati fuori dal matrimonio e vizi di gioco, il tutto condito da un ricorrente lessico triviale»?

Lei, egregio Ruffini, non può chiamarsi fuori per il semplice motivo che il trash è ovunque, percorre trasversalmente tutte le televisioni, specchi fedeli di una società che più trash di così non si può. Il che varrà forse come attenuante. Ma la esenta dall’infliggerci la recita della verginella. A me pare che la cifra ultima della sua Raitre sia ben compendiata in quel ventennale frullato di carognate e sconcezze che è Blob, quintessenza del peggio del peggio dell’emittenza pubblica e privata. E non perché giovedì scorso abbia paragonato il presidente del Consiglio all’Enterogermina (quella gastroenterica dev’essere proprio una vostra ossessione), o per le lesbiche e i trans che si baciano all’ora in cui un tempo andava in onda Carosello, o per la sistematica ridicolizzazione dei simboli patriottici e religiosi.

Ma per la ferocia nel sottotitolare Paura eh?!? le riprese di un malore che colpì Berlusconi, per la stupidità nel dileggiare Umberto Bossi colpevole soltanto d’essersi fatto venire un’ischemia cerebrale, in una parola per il mancato rispetto dei fondamentali del vivere civile. Ciò che, se non ricordo male, è valso alla sua Raitre, intrepido direttore, un formale richiamo dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, dopo che già il consiglio d’amministrazione era stato costretto a scusarsi. Ora un componente di quello stesso Cda, Nino Rizzo Nervo, indicativo presente che denota turgore, dichiara: «Per quanto mi riguarda, Paolo Ruffini è la linea del Piave». Allora auguri per la vittoria, direttore. Ma tenga presente che cosa disse il generale Armando Diaz quando gli mostrarono il puntolino nero di Vittorio Veneto sulla carta topografica militare: «Ma chistu è ’na cacatura ’e mosca!». Lì a Raitre non avete bisogno di traduzione.



Caso Marrazzo, il video mostrato in tribunale Rissa per il trans Brenda

di Redazione

Roma - "Mi stanno facendo un blitz. Se mi lasciate andare vi sarò grato". Sono alcune delle frasi, la prima dedotta dal labiale, la seconda udibile, annotate da alcuni avvocati che oggi hanno visto il video dello scorso 3 luglio in cui l’ex presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, appare in compagnia del transessuale Natalie. Il video è stato mostrato alle parti nell’ambito dell’udienza del tribunale del riesame dedicata alla discussione delle istanze di scarcerazione presentate dai difensori dei quattro carabinieri accusati di aver ricattato l’ex governatore. Il collegio presieduto da Francesco Taurisano non ha accolto la richiesta dell’avvocato Mario Griffo, difensore di Antonio Tamburrino, di acquisire il filmato agli atti, ma ha deciso di consentirne la visione ai difensori degli indagati. L’udienza prosegue ora con gli interventi degli stessi avvocati che hanno sollecitato la revoca delle ordinanze di custodia cautelare. Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e Rodolfo Sabelli daranno parere negativo alla scarcerazione degli indagati. La decisione del tribunale del Riesame è prevista in serata.

La difesa Gli avvocati hanno depositato stamane anche numerosi documenti "in favore dei loro assistiti. Ci sono gli estratti conto bancari, a sostegno del fatto che vivono del loro stipendio e non hanno grandi disponibilità di denaro - è stato spiegato -. Gli encomi e i ruolini di carriera, che attestano il valore professionale". I quattro indagati - Luciano Simeone, Antonio Tamburrino, Nicola Testini e Carlo Tagliente - sono presenti in aula. Le accuse contestate, a vario titolo, vanno dalla rapina alla concussione alla violazione della privacy e di domicilio, alla ricettazione. Il difensore di Testini ha depositato, in favore del suo assistito, anche documenti che comprovano che il carabiniere non fosse presente a Roma il giorno del blitz. "I militari in carcere da giorni - è stato sottolineato - non dovevano essere arrestati. Non c’erano i presupposti".

Il trans Brenda in ospedale Brenda, il transessuale coinvolto nella vicenda Marrazzo, è finito in ospedale, la scorsa notte, dopo essere stato coinvolto in una rissa e aver dato in escandescenza all’arrivo dei carabinieri. Ferito al volto e in evidente stato di alterazione, probabilmente perché ubriaco, il transessuale è stato trovato dai carabinieri in via Biroli, sulla via Cassia. Ad avvertire i carabinieri sono stati alcuni passanti che hanno chiamato il 112 segnalando che in strada stava avvenendo una rissa o una aggressione che coinvolgeva un viado. La pattuglia dei carabinieri, una volta arrivata sul posto, ha avvertito il 118 perché Brenda ha cercato di farsi del male provando a dare delle testate contro una macchina. Bloccata, è stata portata all’ospedale villa San Pietro, dove ha dato nuovamente in escandescenza. Sedata, è stata quindi dimessa con cinque giorni di prognosi.




Delitto Tommasino, diffuso il filmato-choc Prosegue la «saga» degli omicidi in diretta

Corriere del Mezzogiorno

Sul Tg1: sicari ripresi dalla telecamera di un negozio

NAPOLI - Per la prima volta sono state rese pubbliche le immagini «in diretta» dell'omicidio di Luigi Tommasino, il consigliere comunale del Pd di Castellammare di Stabia freddato in pieno giorno mentre era in macchina col figlio Raffaele. Era il 2 febbraio scorso. A diffondere il video è il Tg1. Nel servizio si osservano con l'aiuto anche della grafica le diverse sequenze dell'agguato: sequenze «catturate», ad una certa distanza, dalla telecamera di un negozio che puntava sul corso, dove i killer hanno agito in due, su un motorino. Nel filmato in bianco e nero si nota, dopo gli spari, la macchina sbandare.

LA SAGA DEI TRAGICI «LIVE» - Dopo il filmato sull'omicidio al quartiere Sanità, ecco un secondo video-choc mandato in onda. In poco più di sette giorni. Frammenti «live» che rappresentano agli italiani due diversi modalità con cui la camorra uccide a Napoli e provincia. Agguati che avvengono in pieno giorno, in zone affollate, davanti a decine di testimoni potenziali. Il tragico «film» in diretta dell'assassinio del consigliere comunale imputabile al clan D'Alessandro, diffuso ieri dal primo tg italiano, segue a distanza di pochi gironi il video della Sanità: in quel caso il nastro ha registrato tutti i movimenti scattosi dell'assassino dei Vergini, che entra e esce dal bar e poi con sicurezza fa fuoco alle spalle la vittima, Mariano Bacioterracino, con l'aiuto di un palo, tra l'indifferenza della gente. Quest'ultimo documento, data l'estrema nettezza dell'immagine (a differenza del filmato stabiese, più «sporco»), è stato diffuso con mossa inedita dalla Procura di Napoli perchè utile, secondo i magistrati, a smuovere la coscienza civile dei napoletani inducendoli a collaborare per rintracciare i colpevoli. La drammatica «saga» dei filmati made in Naples è cominciata a settembre con la pubblicazione della sequenza della folle sparatoria «dimostrativa» alla stazione di Montesanto, al centro storico. Finita col ferimento e la morte del musicista romeno Petru Birladeanu.

Video

Alessandro Chetta
09 novembre 2009

Marrazzo, i carabinieri: "Acquisire il video in aula" Oggi il Riesame decide

di Redazione

 
Roma - Acquisire il video che fu girato all’interno dell’appartamento in cui l’ex presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, era in compagnia di un trans. La richiesta è stata presentata dagli avvocati dei quattro carabinieri arrestati per l’attività di ricatto a danno dell’ex governatore. L’istanza è stata presentata ai giudici del tribunale del Riesame, che devono valutare le istanze dei legali per l’annullamento o la modifica dell’ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti del gruppo di militari infedeli.

La difesa Gli avvocati hanno depositato stamane anche numerosi documenti "in favore dei loro assistiti. Ci sono gli estratti conto bancari, a sostegno del fatto che vivono del loro stipendio e non hanno grandi disponibilità di denaro - è stato spiegato -. Gli encomi e i ruolini di carriera, che attestano il valore professionale". I quattro indagati - Luciano Simeone, Antonio Tamburrino, Nicola Testini e Carlo Tagliente - sono presenti in aula. Le accuse contestate, a vario titolo, vanno dalla rapina alla concussione alla violazione della privacy e di domicilio, alla ricettazione. Il difensore di Testini ha depositato, in favore del suo assistito, anche documenti che comprovano che il carabiniere non fosse presente a Roma il giorno del blitz. "I militari in carcere da giorni - è stato sottolineato - non dovevano essere arrestati. Non c’erano i presupposti".

Il trans Brenda in ospedale Brenda, il transessuale coinvolto nella vicenda Marrazzo, è finito in ospedale, la scorsa notte, dopo essere stato coinvolto in una rissa e aver dato in escandescenza all’arrivo dei carabinieri. Ferito al volto e in evidente stato di alterazione, probabilmente perché ubriaco, il transessuale è stato trovato dai carabinieri in via Biroli, sulla via Cassia. Ad avvertire i carabinieri sono stati alcuni passanti che hanno chiamato il 112 segnalando che in strada stava avvenendo una rissa o una aggressione che coinvolgeva un viado. La pattuglia dei carabinieri, una volta arrivata sul posto, ha avvertito il 118 perché Brenda ha cercato di farsi del male provando a dare delle testate contro una macchina. Bloccata, è stata portata all’ospedale villa San Pietro, dove ha dato nuovamente in escandescenza. Sedata, è stata quindi dimessa con cinque giorni di prognosi.




Cina: eseguite 9 condanne a morte per i disordini di luglio nello Xinjiang

Corriere della Sera

Le persone giustiziate erano stati condannate per omicidio, saccheggio e altri crimini

PECHINO (CINA)

Nessuna pietà. Nove persone sono state messe a morte in Cina, in relazione ai disordini nella provincia dello Xinjiang dello scorso luglio. La notizia delle esecuzioni capitali, già eseguite, è stata diffusa con un dispaccio di poche righe dall'agenzia ufficiale China News Service.LE CONDANNE - Le esecuzioni, afferma l'agenzia, sono avvenute dopo essere state approvate dalla Corte Suprema di Pechino, come prevedono i regolamenti in vigore in Cina. I nove erano stati condannati per omicidio, saccheggio e altri crimini che avrebbero commesso nel corso delle violenze interetniche del luglio scorso, nel quale furono uccise 184 persone. L'agenzia afferma che oggi altre 20 persone sono state formalmente accusate di aver assassinato 18 persone nella stessa occasione. Il China News Service non ha fornito i nomi delle persone messe a morte, nè altri dettagli.

Russia: ufficiale di polizia critica Putin su YouTube. Licenziato

Corriere della Sera

La protesta, in divisa, sul web: «Innocenti in carcere e bassi salari».
Subito rimosso per «disonore»



MILANO - Corruzione, casi inventati, innocenti in carcere - un poliziotto russo ha criticato duramente le condizioni sul suo posto di lavoro. Con video-messaggi indirizzati direttamente al premier Vladimir Putin e postati su Internet. Le clip hanno sbancato in breve tempo la rete e il Cremlino ha reagito tempestivamente: in un primo momento il ministero dell'Interno ha approvato un'indagine per poi licenziare l'uomo. Che ora teme per la sua vita.
CORRUZIONE - Lui si chiama Alexei Dymovskiy, maggiore di 32 anni di Novorossisk, una cittadina sul mar Nero nella Russia meridionale. Il 5 novembre scorso ha pubblicato due video su YouTube nei quali non solo protesta per lo stipendio basso e i troppi straordinari della polizia russa ma critica duramente anche la presunta prigionia di alcuni innocenti, la corruzione dilagante e i superiori inadatti. In divisa, dietro a uno sfondo blu, si rivolge in russo direttamente al primo ministro Putin chiedendo una «riunione di crisi». Concretamente, il poliziotto rimprovera i suoi superiori - tra l'altro - di averlo costretto a lavorare senza paga nei fine settimana e di aver dovuto risolvere casi fittizi. Gli avrebbero, inoltre, rifiutato un risarcimento per una ferita. «Voglio mostrarvi la vita dall'interno della polizia russa, l'ignoranza, la cafonaggine, la mancanza di riguardo», spiega il militare. Sarebbe un'organizzazione, nella quale «gli ufficiali muoiono per capi inadatti», dice Dymovskiy.

VIDEO-MESSAGGIO A PUTIN - Il messaggio postato su Internet e sulla sua pagina personale ha suscitato grande scalpore ai piani alti del Cremlino. Invece di seguire la via gerarchica, Dymovskiy ha pensato bene di sfruttare i nuovi media e di dar quindi sfogo alle sue insofferenze con messaggi video sul popolare portale. L'ex capo del Cremlino non ha voluto commentare. Ma se domenica sera un portavoce del ministero dell'Interno a Mosca assicurava che un'indagine sarebbe partita lunedì e i risultati presentati in seguito al premier Putin e al presidente Dmitrij Medvedev, dopo poche ore lo stesso portavoce ha comunicato improvvisamente che l'inchiesta era già stata chiusa e il poliziotto licenziato - per disonore, riporta l'agenzia Interfax. Con ciò il caso sembrerebbe chiuso.

IN PERICOLO DI VITA - Ciononostante, il video sta scalando le classifiche sul web russo: subito dopo la pubblicazione più di 400 mila visitatori hanno visto il «discorso incendiario» di Dymovskiy. Nei commenti e nei blog un gran numero di utenti danno ragione al poliziotto, alcuni colleghi invece lo criticano. Il maggiore però, ora teme per la sua vita. Ha raccontato di essere stato seguito da due auto con sconosciuti a bordo e che adesso, «per ragioni di sicurezza», sta pensando di trasferire moglie e figli da conoscenti a Mosca, riferisce l'agenzia di stampa russa. «Inoltre», ha proseguito Dymovskiy, «da parte del governo è stata fatta pressione su di me e sui colleghi a non confermare le critiche». Dymovskiy è entrato in polizia dieci anni fa. È stato impiegato prevalentemente contro il traffico di droga.

Video

Elmar Burchia



Roma: finisce in ospedale Brenda, uno dei trans del caso Marrazzo

Corriere della Sera



Coinvolto in una rissa ha poi dato in escandescenze all'arrivo dei carabinieri

ROMA
- Brenda, uno dei transessuali coinvolti nella vicenda dell'ex governatore del Lazio, Piero Marrazzo, è finito in ospedale stanotte, dopo essere stato coinvolto in una rissa e aver dato in escandescenze all'arrivo dei carabinieri. Ferito al volto e in evidente stato di alterazione, probabilmente perché ubriaco, il transessuale è stata trovato dai carabinieri in via Biroli, nei pressi della via Cassia.

IN OSPEDALE - Ad avvertire i carabinieri sono stati alcuni passanti che hanno chiamato il 112 segnalando che in strada stava avvenendo una rissa o una aggressione che coinvolgeva un transessuale. Secondo quanto si è appreso, la pattuglia dei carabinieri, una volta arrivata sul posto, ha avvertito il 118 perché Brenda ha cercato di farsi del male provando a dare delle testate contro una macchina. Bloccato, è stato portato all'ospedale villa San Pietro, dove ha dato nuovamente in escandescenze. Sedato, è stato quindi dimesso con cinque giorni di prognosi.







A proposito del crocifisso

Il Messaggero

Mi permetto di mandarvi una mia chicca in romanesco sulla vicenda del Crocifisso.

P. Lucio Maria Zappatore
poeta romanesco
Parroco di S. Maria Regina Mundi (Il Parroco che ha fatto parlare in romanesco Giovanni Paolo II)

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POVERO CRISTO

“Discenni da la croce,
e noi te crederemo”:
in quer momento estremo
gridaveno a gran voce.

“Discenni giù dar muro”
se sente gridà adesso.
Te vonno fa’ lo stesso:
levatte de sicuro.

E tu zitto, nun fiati:
‘na Vittima infinita,
stai lì a donà la vita,
puro pe’ ‘sti sfrontati.

Ma doppo sei risorto:
te trovi in celo e in tera,
in chiesa e a la galera,
dovunque m’arivorto.

E puro’sta straniera
ch’ha fatto ‘sto casino,
Te ciaritrova insino
drento a la su’ bandiera! ¹

P. Lucio Maria Zappatore

¹ La bandiera della Finlandia, patria della signora che ha fatto il ricorso per togliere il crocifisso dalle aule scolastiche, è divisa in 4 parti da una croce…

Roma, 7 novembre 2009


Putin e il crollo del Muro «Difesi il Kgb con le armi»

Corriere della Sera

Il volume «Oltre il Muro», in edicola con il Corriere della Sera

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

MOSCA — Mentre il Muro cadeva e la vita dei tedeschi dell'Est cambiava per sempre, Vladimir Putin era occupato notte e giorno a distruggere dossier, a cancellare le tracce di tutte le comunicazioni, a bruciare documenti nella sede del Kgb di Dresda. «Avevamo talmente tanta roba da mettere nel fuoco che a un certo punto la stufa scoppiò», ha raccontato lui stesso in una lunga intervista che il canale televisivo Ntv manderà in onda questa sera. Poi, dopo l'assalto agli uffici locali della Stasi, venne il turno della sede del Kgb. Una folla enorme si assiepò davanti alla palazzina che ospitava i sovietici e si fermò solo perché lo stesso primo ministro russo, allora giovane colonnello del servizi segreti, uscì fuori e minacciò di usare le armi. La vita dorata di Vladimir Putin, numero due del Kgb nella città della Ddr a sud di Berlino, pagato parte in dollari e parte in marchi, stava per finire. Vladimir e Lyudmila sarebbero presto ritornati a San Pietroburgo, dove lui, senza soldi e senza futuro, pensò pure di mettersi a fare il tassista.

LA VITA IN GERMANIA - Nella Germania Est, invece, era stata tutta un'altra storia. I Putin c'erano arrivati nel 1985, mentre Gorbaciov dava inizio alla perestrojka. Ma nella Ddr molto poco cambiò in quegli anni: «Era come l'Unione Sovietica di trent'anni prima, un Paese totalitario», ha detto ancora Putin. Totalitario ma ricco. Al posto delle file interminabili per qualche salsiccia, c'era ogni ben di dio. «Avevamo perfino una Zhigulì di servizio, considerata un'ottima macchina in confronto alle Trabant. E nei fine settimana ce ne andavamo sempre in giro per la Sassonia», ha raccontato Lyudmila. Vladimir lavorava fianco a fianco con i colleghi della Stasi e il venerdì sera andava sempre a farsi una birra con loro, tanto che mise su 12 chili. Il giovane colonnello si occupava di «spionaggio politico»: reclutare fonti, ottenere informazioni, analizzarle e trasmetterle a Mosca. A Dresda c'era un'importante fabbrica elettronica, la Robotron, e Putin teneva d'occhio gli stranieri che andavano a visitarla. Si dice, ma lui non l'ha mai confermato, che poco prima della caduta del Muro, ebbe il compito di assoldare una rete di agenti che avrebbero dovuto fungere da quinta colonna dell'Urss nella Germania riunificata. Uno di loro, un certo Klaus Zuchold, venne subito preso e confessò ogni cosa al controspionaggio della Germania occidentale. Così la «brillante» operazione di Putin andò per aria.

LA DISTRUZIONE DELLE PROVE - Quel 9 novembre, Putin assistette con tristezza agli eventi di Berlino: «Ad essere onesti devo dire che mi dispiaceva che l'Urss stesse perdendo le sue posizioni in Europa», ha confessato. «Però capivo che una posizione costruita sulle divisioni e sui muri non poteva durare». Nei giorni seguenti tutti gli uomini del Kgb si diedero da fare per prepararsi ad abbandonare la posizione. «Dovevamo distruggere ogni cosa, interrompere le linee di comunicazione; solo il materiale più importante fu trasferito a Mosca», ha detto l'ex presidente russo. La notte del 5 dicembre la folla occupò la sede della Stasi a Dresda. La mattina dopo tutti si radunarono davanti alla palazzina di Angelikastrasse 4, dove aveva sede (in incognito) il Kgb. All'interno chiamarono il vicino distaccamento militare per chiedere aiuto, ma la risposta fu negativa: «Non possiamo fare nulla senza l'autorizzazione di Mosca, e Mosca tace». Putin ebbe la sensazione che «l'Urss non esistesse già più». Uscì fuori con la pistola in mano (lui dice che aveva a fianco un soldato armato), si qualificò come interprete e spiegò che quello era territorio sovietico. La gente rinunciò a scavalcare il muro di cinta.

Fabrizio Dragosei
08 novembre 2009



Delitto di via Poma, rinviato a giudizio l'ex fidanzato di Simonetta Cesaroni

Corriere della Sera

Accusa di omicidio volontario per Raniero Busco
Il legale: è stato incastrato, presentate delle mezze prove



ROMA - Rinviato a giudizio. Raniero Busco, ex fidanzato di Simonetta Cesaroni, uccisa con 29 coltellate il 7 agosto 1990 a Roma, è stato rinviato a giudizio per omicidio volontario. Il processo comincerà il 3 febbraio prossimo davanti ai giudici della Terza corte d'Assise. A disporre il processo è stato il Gup Maddalena Cipriani.

L'ACCUSA - Accolta così la richiesta del pm Ilaria Calò. Omicidio volontario, il reato contestato all'ex fidanzato della Cesaroni. Contro l'imputato i risultati di diversi consulenze. Ultima quella relativa alla compatibilità dell'arcata dentaria di Busco con il segno di un morso riscontrato sul corpetto che indossava la Cesaroni. Busco, oggi 44enne sposato e con due figlie e che fa il meccanico per Adr a Fiumicino, venne iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario all'esito dei risultati di una consulenza sul corpetto che la Cesaroni indossava quando fu uccisa. Sull'indumento gli esperti trovarono una traccia genetica, estratta dalla saliva, riconducibile all'uomo. Questi giustificò la presenza di tale traccia con alcune effusioni che si sarebbe scambiato con la ragazza la sera prima del delitto.

LA DIFESA - «Busco è stato incastrato». Lo ha affermato l'avvocato Paolo Loria, legale di Raniero Busco, l'uomo rinviato a giudizio dal gup perché accusato di aver ucciso Simonetta Cesaroni, sua ex fidanzata. «Estrema delusione», è poi espressa dal legale per la decisione del gup. «Il rinvio a giudizio - aggiunge il penalista - è dovuto a quella traccia di saliva che è stata trovata sul corpetto della Cesaroni. In aula dimostreremo che non ci sono prove a carico di Busco, ma solo quella traccia che potrebbe essere frutto di una contaminazione fra reperti. Faremo emergere le contraddizioni di cui è piena questa vicenda. Il pm ha sostenuto la sua tesi accusatoria, ma ha presentato solo delle mezze prove. Pensavamo non ci fossero elementi evidenti per arrivare al rinvio a giudizio. Le argomentazioni del pm non sono convincenti: c'è stata una interpretazione possibilista sul sangue commisto e sul morso». Busco non era oggi presente in aula. Hanno invece presenziato all'udienza, stando però fuori dall'aula, un gruppo di abitanti di Morena, dove abita l'imputato, sostenitori dell'innocenza di Busco, che hanno espresso in maniera composta il loro malcontento per la decisione del gup.



IL DELITTO - Sono trascorsi 19 anni da quel 7 agosto del 1990 in cui Simonetta Cesaroni fu assassinata a coltellate nell'ufficio dell'Associazione alberghi della gioventù, in via Carlo Poma 2, di cui era dipendente. Simonetta, che aveva 21 anni (era nata il 5 novembre del 1969), di solito tornava a casa verso le 20. Ma quella sera ritardava. Dopo l'allarme dato dalla sorella maggiore Paola, questa, con il fidanzato, fece inutilmente la strada fino alla stazione della metropolitana dove avevano accompagnato Simonetta, poi chiamò Salvatore Volponi, il datore di lavoro della sorella, che però asserì di non conoscere l'indirizzo dell'ufficio. Sarà proprio Paola a trovarlo sull'elenco telefonico. Il gruppo quindi andò in via Poma 2, al quartiere Prati, e costrinse la moglie del portiere Pietrino Vanacore, ad aprire la porta. Sono le 23,30 circa: nell'ultima stanza dentro gli uffici dell'Associazione alberghi della gioventù, c'è il cadavere seminudo di Simonetta, uccisa da 29 colpi di un'arma da taglio, probabilmente un tagliacarte. Simonetta, non subì violenza carnale e fu trovata seminuda. Le scarpe riposte in un angolo. Alcuni vestiti (tra cui dei fuseaux e una camicetta) scomparsi. In uno stanzino c'erano due stracci strizzati, forse usati dall'assassino per ripulire la stanza.



LE TAPPE - Numerose le tappe giudiziarie di questa vicenda. Il dieci agosto di quell'anno fu fermato Pietrino Vanacore, il portiere dello stabile di via Poma. Nell'aprile del 1992 fu recapitato un avviso di garanzia a Federico Valle, nipote dell'architetto che abitava nel palazzo al quartiere Prati. Nel giugno dell'anno successivo il gup prosciolse Valle dall'accusa di omicidio e Vanacore da quella di favoreggiamento, non accogliendo così la richiesta di rinvio a giudizio formulata della procura. Per la stessa accusa di favoreggiamento l'ex portiere un anno fa fu di nuovo iscritto nel registro degli indagati e subì una perquisizione nell'ottobre scorso alla ricerca di un'agendina che secondo chi indaga avrebbe potuto fornire elementi utili per fare luce sul caso. Avendo dato esito negativo, la procura ha già chiesto di nuovo l'archiviazione della posizione di Vanacore. Tra gli altri indagati per questa vicenda figurò anche Salvatore Volponi, il datore di lavoro di Simonetta, la cui posizione fu poi archiviata. Il 30 gennaio del 1995 uscirono definitivamente di scena Valle e Vanacore: la Cassazione confermò infatti la decisione di non rinviarli a giudizio. Intanto il 20 agosto del 2005 morì Claudio Cesaroni, il padre di Simonetta, che tanto si era affannato nella ricerca della verità. A periodi alterni la vicenda tornò poi al clamore delle cronache, fino alla svolta nel gennaio del 2006 quando ci furono le prime indiscrezioni sui risultati delle analisi del dna trovato sugli indumenti di Simonetta, che chiamarono in causa appunto l'ex fidanzato. Questi, nel settembre del 2007, fu pertanto iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario.


09 novembre 2009



Il razzismo sociale di Scalfari

di Vittorio Macioce

Il patriarca con la barba bianca non ha ancora comprato una Trabant, ma le vecchie videocassette di «Tribuna politica» probabilmente sì, con la «esse lisca» di Jader Jacobelli e gli occhiali da mister Magoo di certi politici incravattati nelle sere fredde della tv a due canali. Memorabili quegli anni. A quel tempo Eugenio Scalfari scriveva a quattro mani con Biagi Come andremo a cominciare, un carteggio già allora scettico, malinconico, con tutta la buona grazia del pessimismo aristocratico sulle stagioni che passano. È un vezzo che il fondatore di Repubblica porta con sé da una vita. Questa volta lo spleen ha a che fare con il Muro di Berlino. Scalfari ne parla come sempre di domenica. Sono passati vent’anni da quelle notti di novembre e su una cosa, il fondatore, ha ragione: sembra un secolo. È caduto tutto il Novecento, lasciando orfani i suoi sacerdoti e patriarchi. Quelli come Scalfari.

È questo il vero virus di tanti intellettuali che sono diventati grandi e famosi nella prima Repubblica. Si chiama Ostalgia ed è quella tendenza a dire che si stava meglio quando si stava peggio. È la malattia di chi quel maledetto Muro caduto vent’anni fa se lo porta nella testa, come certi reduci della Ddr che ogni anno s’incontrano in Sassonia, a Zwickau, seduti al volante di una Trabant, assurda utilitaria di plastica e cartone pressato, simbolo di un mondo in bianco e nero, facile da decifrare, senza libertà, ma con la coperta triste delle grandi ideologie andate a male. È la nostalgia di certe oligarchie burocratizzate, che campavano sulle rendite di uno Stato sociale che regalava privilegi, sacche di denaro pubblico da distribuire agli amici degli amici, il Cencelli della Rai e delle poltrone, la tessera di partito, la coperta di Linus da acquistare a Botteghe Oscure o a piazza del Gesù.

Scalfari rimpiange Andreotti, De Mita, Berlinguer, Forlani, Spadolini e senza dubbio Ugo La Malfa, il repubblicano conservatore che ritardò l’arrivo della tv a colori nelle case degli italiani. Costavano troppo, disse il padre della patria, e gli italiani si sarebbero indebitati, sommersi da una pioggia di cambiali. È questa l’Italia in cui Scalfari si riconosce, quella che ha vissuto come sua, dove aveva ruolo, potere e riverenze. Ma non è solo una questione di volti, anni o di sigle e di partiti. Non è solo la nostalgia per Pci, Psi, Dc, Psdi, Pri, Pli, Pdup, Psiup, pentapartiti, convergenze parallele e tutta la filastrocca rinogaetanesca del Nuntereggae più. Nel suo guardarsi indietro c’è soprattutto una sorta di razzismo sociale verso una classe che non ama. È un’antipatia a pelle, viscerale, antropologica per il «popolo dei bottegai». È questo il guaio della caduta del muro italiano della prima Repubblica. Sulla scena politica e sociale sono entrati questi qui. Questa classe media senza colletti bianchi, tutta gente che non andava in ufficio, non era Stato o parastato, non era burocrazia e posto fisso, ma un esercito di idraulici, commercianti, ex muratori che negli anni del boom edilizio si erano messi in proprio, meccanici, elettricisti, piccoli imprenditori di scarpe, manifatture, dolciumi, ex contadini emiliani con il cervello per gli affari, pastori diventati ricchi con il tartufo, negozianti di auto, moto e affini, venditori di televisioni, lavatrici e dvd, tutti quelli che non amavano le tasse e si sudavano la partita Iva.

Questo mondo che nessun partito della prima Repubblica rappresentava, perché sfuggiva alla tradizionale divisione ideologica e binaria del «borghese vs operaio». Questa gente non finiva nei romanzi, non andava in paradiso, non sognava la rivoluzione. Erano i senza casta della partitocrazia. È lo stesso Scalfari a scrivere che gli invisibili sono stati intercettati e riconosciuti da Berlusconi e da Bossi. Lo dice qui: «La classe operaia si era sfaldata, un ceto di artigiani, piccoli e piccolissimi imprenditori-lavoratori aveva popolato di officine e capannoni la larga fascia che da Brescia si irradia verso Treviso da un lato e la Romagna e le Marche dall’altro. Milioni di persone non avevano altro desiderio che di abbattere i famosi lacci e lacciuoli, cioè le regole che presidiano il corretto funzionamento del mercato, e di poter correre, anzi galoppare, in una sterminata prateria dove mettere alla prova la loro capacità di iniziativa e di laboriosità. Magari aiutandosi anche con il lavoro nero e con l’evasione fiscale contro le dissipazioni di Roma ladrona». È questo il peccato: lavorare e guadagnare contro uno Stato dissipatore. È stata la rivolta dei «liberali di fatto». Ed è vero, si sono riconosciuti in quella destra post muro senza ideologie. Scrive Scalfari: «La Lega lavorò su questo tessuto sociale. Berlusconi lo amplificò su scala nazionale».

Questo è il Muro che è caduto in Italia. Gli invisibili sono diventati visibili. Il vecchio patriarca ora invoca la società civile (simulacro dei colletti bianchi) a mettere fine a questa sciagurata avventura. Vent’anni dopo il Muro le vecchie élite della prima Repubblica sognano la Restaurazione.




Berlino, 20 anni dalla caduta del Muro Merkel: "Per noi è il giorno più felice"

di Redazione


Berlino - Una nuova barriera si snoda in questi giorni a Berlino su un percorso di 1,5 km davanti alla Porta di Brandeburgo, fra il Bundestag e la Potsdamer Platz, là dove una volta si ergeva il Muro di cemento che ha diviso per 28anni l'attuale capitale della Germania. Con la cerimonia religiosa ecumenica celebrata alla presenza del presidente federale Horst Koehler e del cancelliere Angela Merkel sono iniziate nella chiesa di Gethsemane nel quartiere di Prenzlauer Berg - centro di raccolta nella ex Berlino est per il movimento di resistenza al regime nella Germania orientale - le commemorazioni ufficiali. "Il giorno più felice per il nostro paese unito", ha commentato la Merkel.

Un nuovo muro da abbattere Il nuovo muro è fatto da mille tessere da domino alte 2,5 metri, larghe 1 metro e profonde 40 cm per un peso totale di 20 kg ciascuna, quasi tutte colorate e piene di disegni con temi che ricordano l'apertura del muro avvenuta il 9 novembre 1989. Alla loro realizzazione hanno partecipato 240 scuole tedesche con circa 500 classi, oltre a 210 associazioni e privati, più 220 iniziative internazionali. L'idea ha avuto il patrocinio di un centinaio di personalità internazionali, tra cui Nelson Mandela, Mikhail Gorbaciov, Muhammad Yunus o Lech Walesa.

Tutto il mondo fa memoria Con la spettacolare caduta delle mille tessere che questa sera sarà trasmessa in diretta dalle televisioni, gli organizzatori vogliono ricordare il crollo del vero muro che vent'anni fa diede l'avvio alla riunificazione della Germania, la fine della guerra fredda e la chiusura di una ferita che divideva l'Europa e il mondo intero. Senza dimenticare l'implosione e la scomparsa dell'Unione Sovietica e l'inizio di una nuova epoca. Oggi, davanti alla Porta di Brandeburgo tornata a splendere nel suo pieno fulgore e nuovamente circondata da edifici di ogni genere, della tensione nervosa e anche della gioia della folla in quella notte di 20 anni fa è rimasto solo un vago ricordo.

La festa per i vent'anni La caduta delle tessere è il momento culminante della festa per i 20 anni dalla rivoluzione pacifica e dalla apertura del muro. Per questo Berlino ha invitato i capi di Stato e di governo del 27 paesi membri dell'Unione Europea (per l'Italia é atteso il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi) ma anche il presidente russo Dmitri Medvedev, e altri. I grandi assenti saranno l'ex cancelliere e padre della riunificazione Helmut Kohl (ancora alle prese con problemi di salute dopo una rovinosa caduta a febbraio 2008) e il presidente americano Barack Obama. "Dobbiamo avere coscienza che la libertà non è sinonimo di egoismo, di individualismo - ha commentato Berlusconi - la libertà è vera quando è relazione con gli altri, quando rivendica legittimi diritti ma si fa carico dei doveri verso la società".


L’addio alla televisione del palinsesto

Corriere della Sera

Il tg della sera resta l’unico «orologio sociale» Ognuno si organizza la propria giornata davanti alla tv

(archivio Corsera)

Per anni le nostre abitudini casalinghe sono state regolate dal palinsesto. Persino la cena veniva a coincidere con il tg, giusto per condividere le notizie della giornata a tavola. Per anni il nostro rapporto con la tv è stato regolato da una specie di orario dei treni: a volte impreciso, a volte ballerino, ma pur sempre orario; se mancavi l’appuntamento il programma era perduto, difficile riprenderlo.

Adesso le cose stanno cambiando, in maniera radicale. È vero, come predicano i guru della comunicazio­ne, che siamo alle soglie della scom­parsa del palinsesto? La tv è pronta a poter fare a meno di quella griglia temporale che per mezzo secolo l’ha caratterizzata come principio ordina­tore? Di scomparsa del palinsesto si par­la da anni. Almeno dall’avvento del­le prime tecnologie domestiche che hanno consentito di «addomesticare il flusso», di renderlo docile alle pro­prie esigenze, ai ritmi della vita quo­tidiana: il videoregistratore, prima, il masterizzatore poi. Ma prima di gridare al salto di qualità facciamo un passo indietro per capire le logi­che che hanno governato l’età del pa­linsesto. Il termine palinsesto in origine in­dicava il codice di pergamena su cui, raschiata la prima scrittura, si verga­va un nuovo testo (dal greco palímp­sèstos , «raschiato di nuovo»). La pa­rola è diventata famosa quando il fi­lologo Angelo Mai (1782-1864) tro­vò tra i palinsesti della Biblioteca Va­ticana testi di Frontone e Cicerone. Un funzionario colto della Rai (un tempo ne esistevano) chiamò palin­sesti i fogli — sovrapposti gli uni agli altri — che scandivano la pro­grammazione trimestrale. Il palinse­sto è il prospetto o quadro d’insieme delle trasmissioni programmate da una rete per un dato periodo (gior­no, settimana, mese, trimestre), con titoli dei programmi, caratteristiche tecniche, durata, orari di messa in onda.

Rispetto al corrispettivo francese ( grille ) e inglese ( schedule ), il termi­ne sembra sottolineare il continuo lavoro di perfezionamento, ridefini­zione, correzione cui è sottoposta la programmazione. Che può essere in­fatti continuamente rielaborata in rapporto agli obiettivi della rete. Per molti anni, quando esisteva ancora il RadioCorriere , il palinsesto è stato l’orgoglio del reggimento, il grande orologio sociale. Ordine, regolare funzionamento, puntualità: «E dopo Carosello tutti a nanna». Poi la tv ge­neralista ha preso un’altra china: per seguire le logiche della contropro­grammazione ( counter program­ming : collocazione su una rete di un programma destinato a un target di­verso da quello della rete concorren­te, oppure competitive program­ming : collocazione su una rete di un programma destinato allo stesso tar­get della rete concorrente), per can­cellare i flop, per tirare fino a mezza­notte un appuntamento di prima se­rata ha cominciato a infischiarsene degli orari palesando un’assoluta mancanza di rispetto nei confronti dello spettatore: un vecchio vizio di una dirigenza abituata a operare in regime di monopolio (o duopolio), a ignorare le proteste degli utenti, a non dover mai rendere conto a nes­suno.

Non solo l’orario comincia a diven­tare variabile, ma anche il giorno di messa in onda non è più un dato de­finitivo. Questo rende ardua la vita dello spettatore, e mina due meccani­smi su cui si fonda, o si dovrebbe fondare, il patto comunicativo con la tv: l’abitudine e la fedeltà. Il pubbli­co è consuetudinario e affezionato ai suoi programmi preferiti. Quasi un riflesso automatico: stesso giorno, stessa ora, stessa rete. Se invece si cambiano continuamente orari e giorni di messa in onda, per di più senza preavviso, il pubblico fatica a trovare ciò che vuole, e si disaffezio­na. Si smarrisce nei cambiamenti, e lascia perdere. Con l’arrivo della pay-tv (satellite e digitale terrestre) le cose sembra­no migliorare. Certi diritti (certezza e puntualità della messa in onda) in Italia sono lussi a pagamento. Lo spettatore comincia a prendere confi­denza con la nuova sintassi della tv tematica — destinata a un pubblico settoriale, consapevole di aver scelto quella proposta televisiva (solo news, solo sport, solo cinema...) per la quale paga un canone — che porta con sé interessanti effetti comunica­tivi e pragmatici: la sua proposta è «discreta», non impone una «tempo­ralità dura», come fa invece la tv ge­neralista, che mima i ritmi della quo­tidianità, ma offre un «pacchetto», che si ripete durante il giorno e si adatta ai tempi e allo stile di vita del­lo spettatore.

È venuto ora il momento di rende­re il flusso molto più gestibile dal­l’utente. Ormai da tempo gli operato­ri della «IpTV» (in Italia Alice e Fa­stweb) offrono dei servizi online che consentono di «recuperare» ogni programma andato in onda nell’arco di sette giorni, di fissarlo sull’hard disk del proprio decoder e di poterlo guardare quando lo si desidera. Sul­la scia dell’ampia diffusione dei regi­stratori digitali negli Stati Uniti (il fa­moso TiVo), Sky rende disponibile con MySky un sistema estremamen­te semplificato e user friendly per po­ter posticipare la visione dei propri programmi preferiti. Sono le cosid­dette time shifting technologies , tec­nologie che rendono il tempo televi­sivo flessibile e maneggevole. Ma c’è di più: perché spesso è Internet a di­ventare un deposito sempre disponi­bile di prodotti televisivi, e certi pro­grammi sono consciamente o incon­sciamente pensati per finire su You­Tube. La novità non sta tanto nelle tecnologie, quanto negli usi: recupe­rare la canzone sulla D’Addario di Checco Zalone o la telefonata di Sil­vio Berlusconi a «Ballarò» è pratica sempre più diffusa e condivisa (deci­ne di migliaia di visualizzazioni). Con le sue doti d’archivio, Internet diventa volano della popolarità di personaggi e singoli frammenti tele­visivi; libera, in qualche modo, dalla schiavitù del flusso, lo blobbizza: l’ho perso, ma posso recuperarlo. Fatto sta che la televisione time shif­ted , la tv differita, adattata ai tempi di ciascuno, è sempre più qualcosa di comune.

Ma il palinsesto è davvero destina­to all’estinzione, come i dinosauri? E senza palinsesto, la tv è sempre tv, o è qualcosa di diverso? Le cose sono sempre più complesse. Il palinsesto è stato il mattone chiave d’edificazio­ne della popolarità della tv: perché la tv non s’identifica semplicemente coi suoi contenuti, ma è fatta di ritua­lità condivise, del gusto di guardare lo stesso programma con un’intera comunità nazionale. È il gusto di par­lare di Grande Fratello al bar, la mat­tina successiva, con i colleghi, i com­pagni di scuola o d’università… Questa funzione rituale non è de­stinata a morire, e così anche il palin­sesto, nonostante tutte le innovazio­ni tecnologiche che potranno essere introdotte. Piuttosto un doppio regi­me: da un lato resta la tv come «oro­logio » sociale condiviso (guardare il tg della sera); dall’altro lato la diffu­sione sempre più massiccia e comu­ne delle tecnologie, e delle pratiche, che svincolano dal flusso, e dal palin­sesto.


09 novembre 2009



Forno di fortuna e ingredienti sovietici Così nacque la prima pizzeria dell'Est

Corriere della Sera

La mise in piedi nel 1982 il figlio di un emigrante italiano. Tra i suoi clienti anche le spie della Stasi

BERLINO – Pizza, amore e fantasia. E’ il 1 gennaio 1982, Ronald Reagan è da poco presidente degli Usa, il primo pc troneggia negli scaffali dei negozi e in Italia si balla sulle note di «Maledetta Primavera». E nella Repubblica Democratica Tedesca apre la Belletti’s Pizzeria, nel centro di Halle, in Sassonia, a circa 130 km da Berlino. «La prima pizzeria della Rdt», racconta Dieter Belletti, proprietario del locale insieme alla moglie Thekla.

INGREDIENTI MADE IN URSS - Ingredienti razionati e made in Urss, niente forno né ricettario. Un menu di tre pizze, disponibili fino ad esaurimento scorte e solo al venerdì al prezzo di 1,95 Ostmark, il marco della Germania dell’Est (circa 45 centesimi di euro). Ma successo garantito: «Ogni venerdì c’era la coda fuori dal locale, malgrado per anni le autorità ci avessero negato il permesso dicendo che nella Rdt nessuno voleva la pizza. Invece fra i nostri clienti c’erano molti membri del partito socialista e anche qualche spia della Stasi, incaricata di controllarci», sorride Dieter.

TRE PIZZE NEL MENU' - Figlio di un italiano nato in provincia di Lucca ed emigrato in Germania per amore dopo la seconda guerra mondiale, Dieter (che oggi ha 53 anni) non parla italiano ma fa il cuoco e vuole un locale all’italiana. Per farlo, nella Germania dell’Est, occorrono fantasia e ingegno. I coniugi Belletti si costruiscono da soli il bancone di legno, si inventano un matterello per la pasta della pizza usando il rullo di legno di un mangano per biancheria. Il forno glielo crea un amico elettricista truccando una graticola per polli arrosto. Per le pizze, ci si arrangia mettendo insieme quel che c’è. Nasce la «Rusticale», con salsiccia, cetrioli sottaceto, cipolle e l’ungherese letscho, cioè una pasta di spezie composta da peperoni, pomodori, cipolla. Poi l’«Italia», a base di letscho e salame. E la «Strana», quella che andava per la maggiore: prosciutto, origano, uva spina. «Volevamo metterci l’ananas, ma era introvabile. Così abbiamo ripiegato sull’uva spina», ricorda Dieter.

DOPO IL CROLLO DEL MURO - Per l’ananas, così come per l’agognato ricettario, bisognerà aspettare il 1989. Con la caduta del muro di Berlino e l’apertura delle frontiere i Belletti possono finalmente acquistare prodotti italiani ed ampliare la lista delle pizze, dotando il locale di un vero forno e di un mattarello degno di questo nome. E pensare che il 9 novembre lo avevano vissuto con scetticismo: «Siamo scesi in strada a festeggiare come tutti, ma non pensavamo di stare davvero assistendo alla fine della Germania dell’Est». Oggi la pizzeria è chiusa, i Belletti si sono lanciati nel business del catering. Per il ventennale della caduta del muro niente programmi speciali: il lunedì è un giorno «morto» e nessun cliente ha prenotato per un servizio di catering.

Greta Sclaunich
09 novembre 2009

Messa vietata a scuola per paura dell’islam

di Marino Smiderle


 
Treviso - A messa? Non sia mai. Gli alunni delle elementari e medie di Cordignano (Treviso) potrebbero subire uno choc se la festa del 4 novembre, oltre che con l’orazione civile davanti al monumento dei Caduti, venisse celebrata anche con una funzione religiosa. Che direbbe quel 10 per cento di ragazzini stranieri? Dopo aver tolto il crocifisso dalle aule, si vuole forse creare un conflitto interiore agli islamici? Certo che no. E così, manuale del laicismo e disposizioni europee alla mano, le due scolaresche dell’Istituto comprensivo di Cordignano sono rimaste sul sagrato del Duomo, quasi quest’ultimo fosse la casa del demonio e non quella del Signore.

«Mi sono stupito - ha dichiarato al Gazzettino monsignor Piergiorgio Santon - che in chiesa non ci fosse nessun rappresentante della scuola. Erano tutti fuori, davanti al municipio, in attesa di partire per la processione. Ma la messa era parte integrante della commemorazione. È inaudito che, a causa di pochi alunni di altre religioni, venga negato, alla maggior parte dei ragazzi, che sono cristiani, battezzati e frequentano la parrocchia, il diritto di entrare in chiesa».

Il sacerdote ci è rimasto male. E all’amarezza è subentrata presto, se non la collera, la voglia di mettere i puntini sulle «i». «Mi hanno detto che la scelta della scuola si spiegava col rispetto dovuto alle altre religioni. Dico, ma ai cristiani che rispetto è stato riservato?».
Anche al presidente dell’Associazione combattenti e reduci, Gino Piccoli, erano state date queste spiegazioni. Poi, visto che la tradizione culturale di una nazione è difficile da cancellare a colpi di decreti, è successo che nel corso della cerimonia civile ci sia scappata pure la benedizione. Sì, perché agli italiani che sono morti durante la Prima guerra mondiale nessuno, per fortuna, ha voluto negare la consueta benedizione.

«Ma ci è stato chiesto di portare i ragazzi alla commemorazione civile e questo abbiamo fatto - tiene a precisare Carlo Berlese, vicepreside dell’istituto -. Non c’era nessuna motivazione anticattolica, ci mancherebbe». «Ma nella nostra scuola oltre il 10 per cento degli alunni è straniero - ha spiegato Berlese al Gazzettino - e sono molte le famiglie di cordignanesi che non avrebbero gradito la nostra presenza a messa. Qui lavoriamo e ci confrontiamo con ragazzi di dieci diverse etnie e questo testimonia il profondo cambiamento subito da questa società». I cambiamenti intervenuti sono tali che la dirigente scolastica Maria Grazia Bollettin, dirigente scolastica di Villafranca Padovana a suo tempo licenziata dal direttore per «incapacità gestionale» (e perché aveva rifiutato di portare gli alunni proprio a una cerimonia del 4 novembre per non urtare la sensibilità degli alunni stranieri), ha vinto il ricorso e ha ottenuto dal giudice del lavoro il reintegro nel posto.

C’è da giurare che, se i dirigenti scolastici di Cordignano, anziché dribblare con attenzione le chiese, avessero portato le classi in duomo, il licenziamento in tronco si sarebbe abbattuto inesorabile. Togliere i crocifissi, introdurre approfondimenti sull’Islam ed evitare qualsiasi contatto con luoghi cristianamente sacri. Queste sono le istruzioni «superiori».
A Cordignano ci è scappata la benedizione in piazza, ma c’è da star sicuri: l’anno prossimo si vedrà di evitare anche questa scivolata.



Al liceo: «Il Muro? Fatto dagli americani...» Quando l'attualità irrompe tra i banchi di scuola

Avvenire

I giovani italiani tra ignoranza e desiderio di conoscere. In molte scuole sono nati progetti per approfondire un evento di cui gli studenti sanno poco o nulla. O che conoscono in maniera clamorosamente distorta. E così la storia diventa più affascinante e «vicina».

Quelli che pensano che a costruirlo siano stati gli americani. E poi quelli che lo hanno buttato giù in un videogioco, lo hanno visto in un film, ne hanno sentito parlare sull’autobus o a casa, davanti alla cena e al tg della sera. Se (e come) gli studenti italiani conoscano la storia del Muro di Berlino e, in generale, degli eventi più vicini ai giorni nostri come i fatti di piazza Tienanmen, l’attacco alle Torri, la guerra in Iraq e in Afghanistan, è argomento spinoso: perché sì, i libri di testo ne parlano, e accanto alla storia condensata in qualche colonna esibiscono anche fotografie e volti. Ma a guardar fuori, su Youtube o nell’album di famiglia, il Muro e i grattacieli di New York hanno molto altro da dire.

Capita così che in Veneto una sola studentessa – Elisabetta Luckinska, quarta superiore di un istituto tecnico-commerciale di Padova – compia un "miracolo" didattico. Di origini polacche, ha sempre sentito raccontare la storia del Muro di Berlino dai genitori, che quella notte erano là, appena oltre la cortina, per trovare la libertà, e qualche mese dopo emigrati in Italia. Lei voleva viverla in prima persona, quell’emozione. Così ha organizzato una riunione in classe, poi con quelle vicine, finché il suo desiderio ha contagiato insegnanti, presidi e una rete di 10 scuole in regione: da Padova a Vicenza, Castelfranco Veneto, Monfalcone. Oggi – dopo mesi di approfondimenti, lezioni, ricerche, dibattiti, partono per Berlino. Tre giorni al cuore della storia, per arrivare là dove la sera del 9 un altro piccolo muro – simbolicamente – sarà buttato giù. Una gita di cui sono entusiasti anche Burgutt e Chang, la prima una studentessa marocchina, la seconda cinese: che del Muro hanno imparato attraverso le storie di Elisabetta e che della storia d’Europa si sono sentite anche loro – arrivate da così lontano – piccola parte. «Misurarci con la richiesta di storia che veniva dai ragazzi è stato affascinante – spiega Giulio Zennaro, che insegna la materia nel liceo classico Marchesi di Padova –. Abbiamo capito che era necessario farli entrare in quelle vicende in prima persona, fargliele vivere».

Lo stesso con gli altri eventi che bussano alla quotidianità: il terrorismo, le problematiche del Medio Oriente, l’Unione europea con le sue istituzioni e i suoi trattati: «I ragazzi fanno domande su questi eventi perché interessano il loro presente e anche il futuro – spiega Zanotto –. Penso per esempio alla crisi economica: hanno molto da chiedere, e molto si è dibattuto su quello che è successo negli ultimi mesi a partire dal crac delle banche americane». Argomenti che i ragazzi non trovano sui libri di testo, certo. Ed ecco entrare in scena Internet, giornali e tv, che sempre più spesso supportano lo studio tradizionale sui libri: «Si può partire da un articolo o da un fatto di cronaca raccontato al tg – spiega Mariano Vezzali, che insegna storia e filosofia al liceo Romagnosi di Parma –. E poi li si può stimolare a cercare informazioni, ad approfondire gli argomenti utilizzando vari strumenti. Sono interessati a ciò che interroga la loro vita, a ciò che sentono contemporaneo». Al Romagnosi per arrivare al Muro di Berlino si è partiti dalle badanti moldave, numerose in città: dov’è la Moldavia, perché è un Paese da cui si fugge ancora, e via – cartina alla mano – fino a capire come si viveva nell’Europa dell’Est ieri, cosa è cambiato dopo quella notte del 1989, e perché mai oggi a Parma e in Italia ci sono così tante donne che arrivano da uno staterello nel cuore dell’ex Urss.

Gli studenti, per parte loro, sembrano avere le idee chiare. Se non su alcuni argomenti, almeno sul fatto che vorrebbero fossero trattati più di altri: «La storia mi piace se mi fa capire dove vivo io – spiega Alice, del Liceo Linguistico Marcello Candia di Seregno –. Queste in generale sono le lezioni che mi appassionano di più». Nell’istituto la storia della Germania è stata studiata in tedesco, e non sempre con facilità: «A me è servito, e piaciuto – continua Alice –. A scuola però è facile anche incontrare ragazzi a cui questi argomenti non interessano. Forse perché i professori rimangono troppo attaccati ai libri, alle lunghe spiegazioni o alla memorizzazione delle date. Ma secondo me anche per disinteresse loro: sembra che basti la tv, a volte, e i pettegolezzi sui personaggi famosi per capire la realtà che ci circonda».

Il rovescio della medaglia, insomma: quello dei ragazzi che non sanno chi è Benladen, che faticano a individuare la Cina su una cartina geografica, che non saprebbero dir nulla su Gandhi, Kennedy o Falcone, e tutto su Paris Hilton: «Non abbiamo pensato progetti specifici sul Muro – dice Licia Morra, storia e filosofia allo scientifico Righi di Bologna –. Ricordo anche di aver fatto un sondaggio tra gli studenti delle mie classi: ho scoperto che molti pensavano che il Muro fosse stato eretto dagli americani». Eppure la vicenda del Muro, la vittoria delle ragioni della vita delle persone contro quella del potere, assomiglia tanto alle rivendicazioni che spesso gli studenti avanzano: «È fondamentale intrecciare la loro vita alla storia, e farli sentire protagonisti», aggiunge la Morra. Come Paolo, studente del Righi, che dell’attentato alle Torri Gemelle ha cominciato a interessarsi giocando a "New York Defender", sulla playstation, in cui doveva difendere i grattacieli dai terroristi: «Avevo sentito della notizia, avevo visto qualche immagine, ma non mi ero molto interessato. Quando mi hanno passato il videogioco ho saputo degli aerei impazziti, l’ho come vissuta in prima persona. Ho cominciato anche a fare domande al prof. Oggi la storia la studio di più».

Viviana Daloiso