domenica 8 novembre 2009

Marrazzo, Luxuria all'attacco "Mostrate anche i volti dei carabinieri coinvolti"

Quotidianonet

L'ex parlamentare: "Sono gli unici protagonisti di questa vicenda le cui facce non sono state rese note. Probabilmente il diritto alla privacy è stato valido solo per loro e non per i trans Natalie’ e Blenda"

ROMA, 8 novembre 2009 - Vladimir Luxuria 'legge' il caso Marrazzo da un'angolazione un po' speciale. Il governatore, lo scandalo, i trans, la cocaina: tutto sbattuto nel tritacarne mediatico. Ma qualcuno è finito dulle prime pagine meno degli altri. "Chiedo che vengano mostrati i volti dei carabinieri arrestati nel caso Marrazzo - dice l'ex parlamentare e vincitrice dell'Isola dei Famosi -  sono gli unici protagonisti di questa vicenda le cui facce non sono state rese note".

"Probabilmente - attacca Luxuria - il diritto alla privacy è stato valido solo per questi carabinieri e non per Natalie’ e Blenda, i trans coinvolti nella vicenda. Eppure far vedere chi sono servirebbe a farli riconoscere da parte di tanti trans che sono stati ricattati insieme con i loro clienti da esponenti delle forze dell’ordine, soprattutto dopo le ordinanze anti-lucciola, in agguati in cui in cambio di denaro si prometteva di non mandare il verbale a casa del cliente".



Santanchè: «Maometto era un pedofilo» Lite e bagarre su Canale 5

Il Messaggero

ROMA (8 novembre) - «Maometto per noi era poligamo e pedofilo, perché aveva nove mogli e l'ultima di nove anni». Così Daniela Santanchè, leader del Movimento per l'Italia, nel corso del programma Domenica Cinque su Canale 5. «Noi vogliamo parlare di cose serie, non delle sue schifezze», replica Ali Abu Schwaima, presidente del Centro Islamico di Milano e Lombardia, a conclusione della discussione sulla questione dei crocifissi in classe a Domenica 5.

I due si accusano reciprocamente di non lasciarsi parlare. «Ecco l'ignoranza sua e di tutti quelli come lei, che non hanno altri argomenti per controbattere quel che dico» afferma Schwaima, mentre la Santanchè continua a ripetere «per noi era pedofilo» e Vittorio Sgarbi ride in silenzio.

In chiusura Barbara D'Urso, la conduttrice, prima dice tra l'altro di avere un crocefisso in camerino, mentre Schwaima afferma che i «mussulmani non sono quelli che mettono le bombe», e la Santanchè ripete che non «noi non ascolteremo mai Maometto che era un poligamo e pedofilo» e invita l'Europa a «occuparsi del fatto che in Arabia Saudita danno le bambine agli sceicchi». Il presidente del Centro islamico ribadisce che «Cristo per noi è uno dei cinque profeti maggiori e lo rispettiamo come il crocifisso, che, pur ritenendolo un falso storico, non chiediamo di toglierlo dalle scuole».



Marrazzo è ancora presidente"

Il Tempo
Regione - Il Consiglio "Piero Marrazzo è ancora presidente della Regione Lazio". A sostenerlo è il suo difensore, l'avvocato Luca Petrucci, che ieri è intervenuto sottolineando che il suo assistito "per legge non può abbandonare la giunta regionale, deve restare in carica come presidente della giunta, ruolo che per funzione corrisponde alla carica di consigliere regionale". E ancora: "Marrazzo risulta essere, per la carica di presidente della giunta, il settantunesimo consigliere regionale. Se si dimette non può essere sostituito da nessuno. Il presidente è obbligato a rimanere in carica fino alla proclamazione del nuovo presidente della giunta. Quindi Marrazzo non si può dimettere da consigliere regionale. E non può rinunciare allo stipendio, ma destina parte delle indennità, circa 7000 euro, in beneficenza".
Da una parte c'è la posizione processuale di Marrazzo, fino ad oggi parte offesa nella vicenda che ha mandato in galera quattro carabinieri, dall'altra invece la sua posizione politica. Su quest'aspetto è intervenuto anche Donato Robilotta, consigliere regionale Pdl. "Le molte incertezze sulle dimissioni del presidente della Regione e anche sulla data delle prossime elezioni regionali mi obbligano a precisare alcune questioni avendo scritto di mio pugno lo Statuto della Regione nella scorsa legislatura. Ad oggi da un punto di vista di legge Marrazzo è ancora il presidente della Regione e come tale è anche consigliere regionale e resta in carica per l'ordinaria amministrazione sino alla proclamazione del presidente della Regione neo eletto, così come prevede l'articolo 45 comma 6 dello Statuto".
All'esame del consigliere Pdl anche la questione del certificato medico presentato da Marrazzo a cavallo delle sue dimissioni. "Attualmente avendo l'ex governatore consegnato un certificato di malattia per 30 giorni è sostituito temporaneamente nelle sue funzioni dal vice presidente Montino, così come prevede l'articolo 45 comma 2 dello Statuto, e potrebbe rientrare in carica allo scadere dei 30 giorni. Nel decreto di scioglimento del Consiglio, sottoscritto dal presidente del Consiglio Regionale, all'indomani della lettera di dimissioni di Marrazzo non c'è nessun riferimento a un eventuale impedimento permanente sino alle elezioni o decisa volontà di non rientrare in carica per l'ordinaria amministrazione e non essendo dunque prevista nessuna decadenza dell'ex governatore ad oggi risulta ancora in carica sia come presidente per l'ordinaria amministrazione che come Consigliere Regionale".
08/11/2009


Canone, la Rai attacca. Ecco come difendersi

di Felice Manti

 

È partita l’offensiva della Rai, più veloce della luce, contro i «disobbedienti» che hanno chiesto la disdetta del canone della tv pubblica. I lettori del Giornale che hanno aderito alla nostra campagna sono stati «prontamente» (e quasi minacciosamente) messi sull’avviso. «Diteci dove abitate e quanti televisori avete e dateci un recapito per fissare un appuntamento e suggellare le vostre tv. Avete solo 15 giorni», recita sostanzialmente la missiva dell’Agenzia delle Entrate arrivata a casa delle migliaia di telespettatori stanchi della sinistra deriva della Rai e intenzionati a chiudere i conti, quelli veri, con Viale Mazzini. Stavolta il carrozzone della tv pubblica si è mosso con una rapidità da ghepardo, perché ha paura di perderci un bel po’ di quattrini. E adesso?

Niente paura. Nessuno può varcare la soglia di casa vostra a suggellare la tv senza il vostro consenso o un mandato del giudice. È vero che la lettera fissa un termine di 15 giorni entro i quali rispondere, ma è anche vero che la lettera è stata inviata per posta ordinaria, non per raccomandata. Questo significa che è sostanzialmente impossibile per il mittente stabilire la data esatta e persino l’eventuale ricezione della missiva. È una «scelta» sulla quale è opportuno un ragionamento che faremo più avanti. L’altro elemento sul quale ragionare è l’espresso riferimento alla «richiesta di suggellamento» e non già della richiesta di rescissione del canone Rai.

È pur vero che all’inizio l’Agenzia delle Entrate scrive «per rendere efficace la denuncia di cessazione...» rispondete con i vostri dati, eccetera, ma è altrettanto vero che un passaggio successivo recita: «La mancata restituzione della dichiarazione (...) renderà definitivamente inefficace la richiesta di suggellamento da Lei inoltrata». Ecco il punto.
La disdetta del canone, come peraltro conferma Alessandro Drei, legale di una delle associazioni dei consumatori, è un aspetto: il suggellamento della tv è un’altro. Dunque, stando a quanto recita la lettera, la richiesta di rescissione del canone vive di vita propria e non è necessariamente subordinata all’effettivo suggellamento della tv: quest’operazione è un elemento, potremmo dire, «accessorio» alla disdetta. La cui validità non può essere scalfita da una lettera ordinaria.

Peraltro, come tutti sanno, l’Agenzia delle Entrate è già a conoscenza di tutte le informazioni che richiede tramite la lettera: residenza anagrafica, composizione della famiglia, eccetera. Perché dunque chiedere all’utente elementi di cui si è già a conoscenza? Questa domanda andrebbe rivolta all’Erario, ma proviamo ad azzardare una risposta. Il fisco ha sempre fame di notizie e di riscontri, da incrociare con una serie di altre informazioni in suo possesso ma non immediatamente verificabili senza «avvertire» l’utente che è nel mirino. Tra il 2002 e il 2005 alcuni solerti impiegati Rai andarono in giro per l’Italia a far firmare ai cittadini documenti in cui, senza far alcun riferimento al canone, si doveva rispondere all’innocente domanda: «Lei possiede una tv?». Nel 2006, durante il tragicomico biennio Prodi-Visco, le risposte vennero messe in un magico frullatore, e l’esito fu mefitico (almeno secondo i giornali di allora): l’elenco con nome e cognome di qualche decina di migliaia di «evasori» venne girato alla Guardia di Finanza con la consegna di far pagare loro, tra arretrati e more, circa 400 euro a testa.






















































In molti sembrano dunque intenzionati a non dare alcun seguito a questa missiva. Altri, invece, hanno già risposto. E ora aspettano che qualcuno in divisa, nella data concordata dall’utente «decanonizzato» (altrimenti, va chiarito, serve un mandato della magistratura) venga a casa loro a infilare la tv in un sacco di juta, metterci due sigilli di piombo con la cera lacca e amen. Succederà davvero? È presto per dirlo. Ma secondo le associazioni di consumatori, sarà molto difficile che avvenga. Gli ultimi suggellamenti di cui si ha notizia risalgono a una trentina d’anni fa. E quelle tv «insaccate» allora sono autentici pezzi d’antiquariato. Che su eBay, pare, valgono un sacco di soldi.
felice.manti@ilgiornale.it

La macchina del Big Bang si blocca. Per una briciola di pane

Corriere della Sera

Lasciata cadere da un uccellino, manda in tilt l’acceleratore del Cern di Ginevra

Il Collider del Cern

Gli americani dicono «the devil is in the details», il diavolo sta nei detta­gli. Ma anche Dio — diciamolo — non se la cava male, quando ci si mette. Il Large Hadron Collider (in italiano: grande colli­sore di adroni) è un acceleratore di parti­celle presso il Cern di Ginevra, il più grande e potente mai realizzato. Lungo 27 chilometri, costato 4,9 miliardi di eu­ro, dovrebbe provare l’esistenza del «bo­sone di Higgs», detto anche «la particella di Dio», che fornisce la massa alla mate­ria nell’universo e simula il Big Bang Be’, si è fermato: ci hanno tro­vato dentro mollica di pane. Nessuno sa come sia finita lì. Tecnicamente, essendo Ginevra nella Svizzera francese, si tratta­va di mollica di baguette. Duran­te l’ispezione si è scoperto che aveva messo fuori uso una delle unità esterne di raffreddamen­to che mantengono la tempera­tura a 1,9 gradi sopra lo zero as­soluto. Una portavoce del Cern ha detto:

L'UCCELLINO- «Supponiamo sia sta­to portato da un volatile oppure sia caduto da un aeroplano di passaggio». Titola il sito www. smartplanet. com : « Uccel­lino con Baguette 1 - Big Bang 0». Sembra un buon riassunto. Fin qui, la vicenda appare di­vertente e paradossale. Una macchina studiata per accelera­re protoni e ioni pesanti fino al 99,9999991% della velocità del­la luce, e scoprire l’origine del­l’universo, bloccata da una bri­ciola. Il più grande e costoso esperimento della fisica mon­diale sconfitto (temporanea­mente) dalla panetteria quoti­diana. Materiale per umoristi scientifici o scienziati dotati di senso dell’umorismo.

IL PRECEDENTE «INQUIETANTE» - C’è un precedente, però, che rende la faccenda fascinosa e/o inquie­tante (fate voi). Quando il Large Hadron Colli­der venne inaugurato, il 10 set­tembre 2008, un’esplosione di scintille, fumo ed elio refrigera­to lo ha spento. Un incidente bizzarro, e mai del tutto spiega­to. Dennis Overbye, sul New York Times , ha lanciato una supposizione (segnalata e tra­dotta da Enrico De Simone sul sito L’Occidentale ). L’articolo del NYT è uscito lo scorso 13 ot­tobre — quindi PRIMA che il vo­latile, l’aeroplano, il caso, il de­stino o Altro depositassero mol­lica di pane nel sincrotrone. Leg­gete, e stupitevi. Scriveva Overbye, tre settima­ne fa: «... il Large Hadron Colli­der è pronto per ripartire (...) Sa­rà il momento per verificare una delle più bizzarre e rivolu­zionarie teorie scientifiche mai sentite (...) Sto parlando del­l’ipotesi secondo cui a sabotare il travagliato sincrotrone sareb­be niente meno che il suo stes­so futuro. Una coppia di affer­mati fisici ha suggerito che l’ipo­tetico bosone di Higgs, che gli scienziati sperano di produrre grazie all’LHC, potrebbe essere a tal punto scabroso per la natu­ra che la sua creazione sarebbe sufficiente a produrre un ritor­no al passato e a fermare il sin­crotrone prima che ne produca uno. Come un viaggiatore del tempo che tornasse indietro ne­gli anni per uccidere il proprio nonno » . I fisici in questione sono Hol­ger Bech Nielsen, dell’Istituto Niels Bohr di Copenhagen, e il giapponese Masao Ninomiya, dell’Istituto Yukawa di fisica te­orica di Kyoto. «È nelle nostre previsioni che ogni macchina che produca bosoni di Higgs ab­bia cattiva fortuna», ha scritto il dottor Nielsen in una email. In un testo non ancora pubblicato — ma citato dal New York Ti­mes — conclude: «Si potrebbe quasi dire che abbiamo un mo­dello di Dio (...) Anche Lui odia alquanto le particelle di Higgs, e cerca di evitarle». Con la mollica di pane?! Per­ché no: un Onnipotente col sen­so dell’umorismo. Avendo a che fare con gentaglia come noi, Gli serve di sicuro.

Beppe Severgnini

Usa, il peso lo scagiona "troppo grasso per uccidere"

Libero

Troppo grasso per uccidere.È questa la sentenza che ha scagionato Edward Ates, l’uomo che, venerdì scorso,  è stato accusato di aver assassinato Paul Duncsak nella periferia di New York.Secondo la difesa, Ates  sarebbe troppo in sovrappeso per riuscire a correre sulle scale, commettere il  crimine e fuggire via. A confermare questa strana tesi anche il dottore di Ates che ha detto che l’uomo sarebbe stramazzato al suolo se avesse fatto  lo sforzo di raggiungere il luogo dove si è compiuto il delitto.

Marrazzo, dimissioni bluff Storace: i conti non tornano

Libero

Per Piero Marrazzo la quiete non sembra voler arrivare. Momentaneamente archiviata la pratica ‘trans’, ora l’ex presidente della Regione Lazio è caduto nel vortice della questione ‘dimissioni farlocche’. Ossia: se Marrazzo si è dimesso, perché percepisce ancora lo stipendio? Sull’argomento è intervenuto Luca Petrucci, avvocato dell'ex governatore laziale: «Per legge Piero Marrazzo non può abbandonare la giunta regionale, deve restare in carica come presidente della giunta, ruolo che per funzione corrisponde alla carica di consigliere regionale. Marrazzo risulta essere, per la carica di presidente della giunta, il settantunesimo consigliere regionale - spiega Petrucci - se si dimette non può essere sostituito da nessuno. Il presidente è obbligato a rimanere in carica fino alla proclamazione del nuovo presidente della giunta. Quindi Marrazzo non si può dimettere da consigliere regionale. E non può rinunciare allo stipendio ma destina parte delle indennità, circa 7000 euro, in beneficenza».

Sul tavolo della questione soldi è intervenuto anche il segretario de La Destra Francesco Storace che ha sottolineato che Marrazzo «percepiva 20mila euro al mese, una cifra che mi ha incuriosito, visto che io ne guadagnavo di meno quando guidavo la Regione Lazio. In quei 20mila euro al mese ce ne erano 3.000 che incassava come presidente della Fondazione Tor Vergata, anche io ho ricoperto quel ruolo, ma senza percepire ne pretendere compensi». L'ex governatore del Lazio ha attaccato Marrazzo sostenendo: «È un uomo senza scrupoli, prendeva quei soldi e andava a trans. È uno svergognato - ha aggiunto - ha fatto bene a coprirsi il volto uscendo dalla procura dopo l'ultima volta che è stato interrogato: non si faccia più vedere».

E mentre Samuele Piccolo, vicepresidente del Consiglio comunale di Roma, auspica che si arrivi al più presto a sapere tutta la verità sulla questione – Marrazzo («Siamo di fronte ad una storia dai contorni nebulosi e che ogni giorno si arricchisce di particolari sempre più inquietanti. Credo che in questa vicenda le abitudini sessuali dell'ex governatore del Lazio siano la cosa meno importante - continua Piccolo - emergono, invece, inquietanti interrogativi su come sia stato gestito il denaro pubblico e su contribuzioni doppie e forse non dovute che vanno chiarite immediatamente come alcuni compensi dei quali forse l'ex presidente non aveva diritto. La verità è importante su questa vicenda - conclude Piccolo - La politica ha bisogno di verità, i cittadini hanno diritto alla verità, quella verità purtroppo troppo spesso negata quando riguarda uomini politici o prestati alla politica»), il senatore del Pdl, Andrea Augello ha comunicato che presenterà «un'interrogazione indirizzata al ministro Sacconi e al viceministro Fazio per sapere per quale stravagante motivo in questi anni la Fondazione del Policlinico di Tor Vergata abbia implementato la retribuzione dell'ex presidente, Piero Marrazzo, di circa 70 mila euro lordi l'anno. Nella fretta di giustificare il vorticoso giro di denaro che sta emergendo dall'inchiesta sul tentativo di estorsione ai danni dell'ex governatore, l'avvocato Petrucci - continua Augello - ha candidamente ammesso che Marrazzo percepiva un doppio stipendio: alla normale indennità, che gli era dovuta come presidente e consigliere regionale, ha aggiunto per anni quella di presidente della Fondazione del Policlinico di Tor Vergata. Statuto alla mano, questo secondo incarico spetta di diritto al presidente della Regione, proprio per la funzione che ricopre e per la quale è già indennizzato, e non giustifica l'erogazione di alcuna ulteriore indennità. Lo stesso vale per l'assessore alla sanità. Infatti - spiega Augello -, nel Cda compare anche l'ex assessore Augusto Battaglia, che non entrò in quel consesso per aver vinto un concorso pubblico, ma semplicemente come assessore in carica. Se l'avvocato Petrucci non sta mentendo, e non avrebbe alcuna ragione di farlo, devo concludere che il presidente Marrazzo sia il primo nella storia delle Regione Lazio ad aver ricevuto un doppio stipendio per un incarico amministrativo derivante dalla sua funzione». «Devo anche concludere - aggiunge Augello - che lo stesso sia accaduto con l'ex assessore Battaglia e che continui ad accadere nonostante non sia più assessore. Ovviamente su questa vicenda bisogna fare chiarezza ed è opportuno che se ne occupi anche la Corte dei Conti». «A parte ogni considerazione sotto il profilo dell'opportunità nell'incamerare doppi stipendi in una Regione commissariata per i debiti, si pone - conclude - un problema di legittimità sul quale bisognerà andare fino in fondo».



Tenta suicidio e si salva, ma insieme ai soccorsi era già arrivato il carro funebre

Il Messaggero

BENEVENTO (7 novembre) - Una donna di 45 anni ha tentato il suicidio lanciandosi da un ponte sul fiume Calore alto più di 20 metri. Ma, rimasta solo ferita, è stata salvata dai vigili del fuoco e trasportata in ospedale. E' accaduto questa mattina nei pressi di Benevento. La donna, di S. Angelo a Cupolo ha evitato la morte grazie al limo accumulato sulla sponda del fiume e alla folta vegetazione di arbusti, che ne hanno attutito la caduta. Ricoverata in ospedale, non è in pericolo di vita.

Singolare è il fatto che, mentre erano in corso le operazioni di salvataggio, fosse giunto sul posto un carro funebre, allertato non si sa da chi, anche se è facile ipotizzare la lunga mano del fenomeno del "caro estinto". E' stata la polizia municipale a far allontanare la vettura funebre.


Veronica: "Quel maiale di mio marito" La frase che l'Ansa censurò

Libero

"Un maiale". Sarebbe questa l'espressione che Veronica Lario utilizzò nella mail inviata all’Ansa il 28 aprile 2009 e che fu censurata nel lancio d'agenzia andato in rete alle 22 e 31 e tutto dedicato al marito Silvio Berlusconi, alle sue frequentazioni femminili e all'utilizzo di queste per la composizione delle liste elettorali. Lo riferisce ‘il Fatto Quotidiano’. A uscire per primo allo scoperto è stato Bruno Vespa che nel suo ultimo libro ‘Donne di cuori’  racconta come quel pomeriggio del 28 aprile il direttore Giampiero Gramaglia disse a Veronica. "Signora, la frase è un po' troppo sopra le righe. Mi permette di tagliarla?". E lei: "Direttore, ho i miei buoni motivi per averla scritta. Comunque si regoli come meglio crede. L'importante è che la sostanza di quel che penso esca immutata". Nessuno al momento ha smentito la ricostruzione di Vespa. Anzi. Gramaglia si limita a sottolineare che la ricostruzione del libro è "sostanzialmente corretta".

Furti al supermercato, bottino miliardario

Corriere della Sera

In un anno sparita merce equivalente a 50 mila camion Pagano gli onesti: gli ammanchi fanno salire i prezzi


Cinquantamila camion in proces­sione uno dietro l’altro. Pieni di ogni ben di Dio si possa trovare in un supermercato. In fila non passano certo inosservati. Eppure sono spariti nel giro degli ultimi dodici mesi. Colpa dei mariuoli che si aggirano tra carrelli e scaffali: nell’ultimo anno nel nostro Pae­se si stima siano venuti a mancare dagli 1,5 agli 1,8 miliardi di merce, pari al­l’ 1,25-1,5 per cento del fatturato del set­tore. Visto che un camion caricato al su­per contiene prodotti per 35 mila euro, il conto è presto fatto. Un duro colpo per la grande distribuzione.

IL FABBISOGNO DI UNA PROVINCIA - Con il valore degli ammanchi si sareb­bero potute sfamare 300 mila famiglie per un anno. L’intera provincia di Vero­na. E non finisce qui: «Ha senso parlare di 1,5-1,8 miliardi se pensiamo solo alla grande distribuzione — fa notare Sandro Castaldo, ordinario di marketing all’uni­versità Bocconi —. Se aggiungiamo le ca­tene dell’abbigliamento e dell’elettroni­ca, le perdite vanno moltiplicate per tre». La guerra ai ladri della spesa è nata in­sieme con la grande distribuzione. La no­vità è che la crisi aguzza l’ingegno. Dei ladri. Nell’ultimo anno i furti al super so­no aumentati in modo consistente. In tut­ta Europa ma soprattutto in Italia, come certifica un’indagine del «Centre for re­tail research» di Nottingham che sarà pubblicata a giorni. In pratica uno dei po­chi rapporti su un fenomeno di cui nes­suno nell’ambiente vuol parlare. «Oggi l’utile delle catene virtuose sfiora l’1 per cento del fatturato. Un incremento dei furti può facilmente mandare in rosso i conti», spiega Castaldo.

BOCCHE CUCITE - Solo a garanzia dell’anonimato qualcu­no racconta come stanno davvero le co­se. «Con la crisi difendersi è diventato sempre più difficile — confessa l’ammi­nistratore delegato di un grosso gruppo —. Ormai il taccheggio non fa distinzio­ne di classe sociale e di reddito. Ci è capi­tato di scoprire signore insospettabili con diversi chili di prodotti sotto la gon­na. Perciò siamo costretti a investire sem­pre di più per difenderci». La spesa antitaccheggio ha due grandi capitoli. La vigilanza (circa il 50 per cen­to) e i dispositivi elettronici come le tele­camere e i campi elettromagnetici che fanno partire una sirena quando dal su­permercato esce merce con un micro­chip attivo sull’etichetta. Nonostante tut­to, ci sono prodotti che continuano a vo­latilizzarsi. «Vengono a mancare soprat­tutto cosmetici, grana, liquori, vini pre­giati. E poi pile e lamette da barba (getto­nate le ricariche da 15 euro). Ancora: ca­viale, zafferano, tonno di marca, cd, dvd. «C’è persino un racket dei carrelli — rac­conta un responsabile di punto vendita alle porte di Milano —. A noi un carrello costa sui cento euro. Ci sono professioni­sti che ne rubano a decine per poi rimet­terli sul mercato». Stesso discorso per i pallet, le pedane con cui entrano le mer­ci: «Ciascuno vale un paio di euro sul mercato nero. E così si volatilizzano dal­la sera alla mattina. Da quando la crisi ha fatto diminuire la domanda di pallet si sono rarefatti anche i furti». Ma come fanno a sparire tonnellate di merci sotto gli occhi di una vigilanza sempre più arrabbiata? C’è il vecchietto con la pensione minima che pesa i pomo­dori come fossero insalata per risparmia­re. Ci sono quelli che foderano zainetti e borse con la stagnola per ingannare i campi elettromagnetici. C’è chi semplice­mente si mangia una confezione di bi­scotti nelle corsie fitte di clienti e abban­dona il sacchetto vuoto per terra. «Per chi non vede di persona è difficile imma­ginare, per esempio, cosa si può nascon­dere in un passeggino o in una carrozzi­na — racconta il direttore di un iper alle porte di Roma —. La fantasia non ha limi­ti. Si scoprono persone con le pile infila­te nella baguette, persino mamme che nascondono la merce nello zainetto dei figli per farla passare inosservata». Mai più cosmetici In media le catene spendono lo 0,36 per cento del fatturato per difendersi. Ogni supermercato di città ha un addet­to alla sicurezza tra le corsie. Di solito le catene fanno contratti con società di vigi­lanza specializzate. Le telecamere ci sono ma talvolta il professionista del taccheg­gio impara a beffarle semplicemente ren­dendosi irriconoscibile. Non sempre i tornelli con campo elet­tromagnetico sono attivati. E comunque non da tutti. Perché questi sistemi di di­fesa comportano un nolo che può costa­re dai duemila ai tremila euro al mese per punto vendita. D’altra parte anche le etichette elettroniche costano qualche centesimo l’una. Morale: di solito si met­tono solo sulla merce più costosa (nel­l’abbigliamento, per esempio, hanno ri­dotto in modo consistente quelle che in gergo si chiamano «differenze inventa­riali »). La forma estrema di deterrenza è tenere la merce sotto chiave, come succe­de in molti supermercati con champa­gne e zafferano. «Così, però, le catene si autopenalizzano riducendo in modo con­sistente le vendite. C’è anche chi arriva a togliere i cosmetici dagli scaffali perché, visti i furti, non conviene tenere l’assorti­mento », racconta Castaldo della Bocco­ni.

IL TRADIMENTO DEL DIPENDENTE - Secondo le statistiche del settore circa il 30 per cento del danno da taccheggio è dovuto al personale. Ma com’è possibile un tale livello di inaffidabilità? «Se Gesù su 12 discepoli ha selezionato un tradito­re e uno che l’ha rinnegato tre volte è comprensibile che i nostri sforzi non por­tino risultati migliori», scherza l’ammini­stratore delegato di un grosso gruppo —. La verità è che anche la selezione più accurata del personale comporta un altis­simo margine di errore». La grande distribuzione è un settore ad alta intensità di lavoro. Basti pensare che un iper occupa anche 300-400 perso­ne. «Le aziende hanno tutti gli strumenti per intervenire. Chi ruba rischia il posto. E non si può buttare la croce su un’intera categoria di lavoratori per colpa di po­chi », si infervora Graziella Carneri, segre­tario generale della Filcams Cgil di Mila­no.

DESIDERI O DIRITTI? - Secondo il sociologo Enrico Finzi non basta la crisi a spiegare il fenomeno. «Dall’inizio del 2008, secondo una no­stra ricerca, 3.900.000 italiani hanno regi­strato una drammatica caduta del tenore di vita — ricorda il presidente di Astra Ricerche —. Il maggiore stato di bisogno si accompagna a una sorta di confusione tra desideri e diritti. A un menefreghi­smo generalizzato che rende tutto leci­to ». Alla fine a perderci sono gli onesti. Per­ché la grande distribuzione ricarica gli ammanchi da furto sui prezzi. «Solo la concorrenza può salvare i consumatori — conclude il presidente di Altroconsu­mo, Paolo Martinello —. Dove più cate­ne si confrontano sul mercato i responsa­bili faranno il possibile per ridurre al mi­nimo la penalizzazione per chi paga». Rita Querzé

Rita Querzè
08 novembre 2009

Marrazzo verso il ritorno alla Rai

Corriere della Sera

Imbarazzo a Viale Mazzini: ha diritto a un posto da conduttore

Piero Marrazzo (Lapresse)

ROMA — Ricattato, bersagliato da battute al vetriolo, sparito dalle scene. E adesso scaricato dal Pd e sul punto di dover tornare in viale Mazzini. Con quali imbarazzi, si può immaginare. L'ultimo capitolo della vicenda ruota attorno ai compensi di Piero Marrazzo: l'ex conduttore di Mi manda Raitre può ancora contare su una busta paga che sfiora i diecimila euro al mese sia come presidente, sia come consigliere della Regione Lazio. L'indennità da governatore, annuncia l'avvocato Luca Petrucci, sarà devoluta in beneficenza. Ma la promessa non basta a calmare la bagarre scoppiata ieri alla Pisana, dove il destino del giornalista è appeso a una questione tecnica: con le dimissioni Marrazzo è decaduto o no dalla carica di presidente? Se sì, ha perso anche la poltrona di consigliere e non ha più diritto a un soldo. In caso contrario continuerà a percepire lo stipendio fino alla nomina del successore. Compresi ottomila euro netti tra diaria e rimborsi spese per i collaboratori e 70 mila euro lordi all'anno per la guida della fondazione del Policlinico Tor Vergata.

IMBARAZZO - «Se fossi nei panni di Marrazzo — sottolinea il consigliere del Pd Alessio D'Amato — toglierei la Regione da questo imbarazzo. Sarebbe un atto di buon senso». D'Amato è presidente della commissione Affari statutari e per questo qualche giorno fa l'ufficio stipendi della Pisana gli ha chiesto un parere: continuare a pagare o chiudere i cordoni della borsa? «Lo Statuto della Regione — spiega D'Amato — prevede che il presidente eletto è anche consigliere. Quindi, visto che Marrazzo si è dimesso irrevocabilmente dalla carica di governatore, è decaduto anche dall'altra». Facile, no? Non proprio, almeno a dar retta a Donato Robilotta (Sr-Pdl), che lo Statuto lo ha scritto: «Tecnicamente — chiarisce — Marrazzo è ancora presidente della Regione per l'ordinaria amministrazione. E quindi è anche consigliere. Non c'è però nessun obbligo di legge a restare: se ci fosse una precisa dichiarazione di volontà da parte di Marrazzo, si dovrebbe dichiararne la decadenza». Insomma, per Robilotta tocca all'ex governatore scegliere: il Pdl non preme per «licenziare» l'ex presidente.

RIENTRO IN RAI - Della questione discuterà mercoledì l'ufficio di presidenza del consiglio regionale: se si opterà per la decadenza automatica, come sostiene il Pd, Marrazzo dovrà rientrare nei ranghi della Rai. Per fare cosa, sarà oggetto di trattativa: «È una questione molto delicata», ammettono in viale Mazzini. Il giornalista infatti ha diritto a un incarico non inferiore a quello di conduttore. L'ipotesi più probabile però è che decida di togliersi d'impaccio grazie a un certificato medico o alle ferie arretrate. L'inchiesta intanto è già in dirittura d'arrivo: la procura intende chiudere le indagini entro la fine di novembre. In queste ore i magistrati stanno riesaminando le carte in vista dell'udienza di domani al tribunale della libertà. Per il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e per il pm Rodolfo Sabelli il quadro non è cambiato: Marrazzo è stato ricattato dai carabinieri, che hanno pure organizzato il tentativo di vendere il video a Libero. Il romeno Adrian Gheorghe Lutic, dipendente del bed & breakfast dove avvenne l'incontro, ha riconosciuto in foto Nicola Testini, Carlo Tagliente e «il biondino» che dovrebbe essere Luciano Simeone. Anche tre trans rapinati, guardando le immagini, hanno puntato il dito contro alcuni dei militari: accuse che la procura sta per formalizzare in nuove incriminazioni.

Lavinia Di Gianvito

Usa: sì storico della Camera alla riforma sanitaria di Obama

Corriere della Sera

Ora dovrà affrontare il vaglio del Senato, a maggioranza democratica, per diventare legge

Barack Obama con la speaker della Camera  nacny Pelosi e altri esponenti democratici favorevoli alla riforma sanitaria (Epa)

WASHINGTON - Decisione storica da parte della Camera degli Stati Uniti: per la prima volta in decenni i deputati americani hanno detto sì alla riforma del sistema sanitario. La Camera, in una rara seduta di sabato conclusasi a notte fonda, ha votato a favore della riforma fortemente voluta dal presidente, Barack Obama. Il testo è passato nonostante l'opposizione compatta di tutti i deputati repubblicani tranne uno e di un certo numero di deputati democratici moderati: 220 i voti a favore, 215 i contrari.

ORA AL SENATO - Affinchè la riforma diventi legge, tuttavia, è necessario che si esprima anche il Senato, dove la maggioranza democratica non è affatto data per scontata. Nello stesso tempo, però, il sì della Camera rappresenta una vittoria politica di straordinaria portata per l'amministrazione Obama. Lo stesso presidente, infatti, nell'imminenza del voto si era recato al Congresso per esortare i deputati ad esprimersi a favore della riforma.

«GIORNATA STORICA» - E in una dichiarazione successiva aveva parlato di «momento storico» per gli Stati Uniti. Le stesse parole erano state usate dalla Speaker della Camera, Nancy Pelosi: «Oggi - aveva detto - è una giornata storica per l'America. I nostri pensieri vanno al senatore Ted Kennedy, che era solito definire la riforma sanitaria come il grande lavoro incompiuto del nostro Paese».

LA RIFORMA - La riforma prevede la assistenza sanitaria nei confronti di 36 milioni di cittadini americani che attualmente non godono di alcuna copertura. Inoltre prevede in un arco di dieci anni di arrivare a coprire il 96% della popolazione, per un ammontare complessivo di 1.200 miliardi di dollari. Il testo introduce poi una serie di norme restrittive per le compagnie assicurative rispetto al sistema attuale. Non solo prevede di introdurre nel mercato la tanto contestata «public option», l'opzione pubblica voluta dal governo per calmierare il mercato, ma contiene regole nuove come per esempio l'obbligo da parte dei datori di lavoro di assicurare i loro dipendenti; oppure il divieto nei confronti delle compagnie di assicurazione di negare a clienti la copertura sulla base delle cosiddette «condizioni mediche preesistenti», oppure di alzare in misura significativa il prezzo delle polizze nei confronti delle persone più anziane.