giovedì 5 novembre 2009

Ciancimino consegna nuovi documenti e rivela: «Così Provenzano tradì Riina»

Il Messaggero

«Fu lui ad indicare ai carabinieri il nascondiglio del boss»
PALERMO (5 novembre) - «Il boss Bernardo Provenzano indicò ai carabinieri la zona esatta del nascondiglio in cui trascorse l'ultima parte della latitanza Totò Riina». È l'ultima rivelazione di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, che sta svelando ai magistrati i retroscena della trattativa tra mafia e Stato.

Secondo Ciancimino, dunque, Provenzano avrebbe «venduto» il boss corleonese Riina, consentendone la cattura. La circostanza confermerebbe che, a una prima fase della trattativa, in cui protagonista mafioso fu Riina, sarebbe seguita una seconda fase con un nuovo interlocutore in Cosa nostra: Bernardo Provenzano. Nell'inchiesta sulla cosiddetta trattativa al momento sarebbero indagati, oltre a Provenzano i boss Riina e Antonino Cinà. La procura ipotizza il reato di minaccia a corpo politico dello Stato.

Ciancimino, nel ricostruire il ruolo di Provenzano nella cattura di Riina, ha raccontato che nel periodo delle stragi mafiose del '92, l'allora capitano del Ros Giuseppe De Donno gli consegnò delle mappe di Palermo, chiedendogli di darle a suo padre e sperando di avere un contributo utile per l'arresto del boss latitante.

Secondo quanto raccontato da Ciancimino ai magistrati, don Vito avrebbe trattenuto una copia delle mappe e un'altra l'avrebbe affidata al figlio perché la consegnasse a un uomo di fiducia del geometra Lo Verde, il nome con cui l'ex sindaco indicava Provenzano. L'uomo del capomafia avrebbe poi restituito a Ciancimino la mappa con un cerchio proprio sopra la zona del quartiere Uditore in cui si nascondeva Riina. La cartina venne poi fatta avere ai carabinieri e Riina nel gennaio '93 finì in manette.

Ciancimino oggi ha poi consegnato nuovi documenti alla procura del capoluogo siciliano. «Si tratta di una serie di carte - ha specificato prima di entrare nell'aula bunker del carcere dove deve rendere dichiarazioni spontanee al processo in cui è indagato per riciclaggio - inerenti al periodo che i magistrati vanno esaminando. Saranno loro a stabilire se si tratta di documenti utili». Ciancimino ha precisato di avere consegnato solo materiale cartaceo. «Ho poi - ha aggiunto - tutta una serie di nastri, ma devo capire di cosa si tratti. Mio padre era solito registrare eventi importanti, ma non ho avuto ancora contezza personale di cosa sia impresso nelle bobine in mio possesso». Secondo quanto riferito da Ciancimino agli inquirenti, nelle scorse settimane, oltre agli appunti vocali per la redazione di un libro, l'ex sindaco avrebbe registrato anche alcuni colloqui avuti con i carabinieri del Ros, tra i quali l'allora colonnello Mario Mori.


Pdl: «Marrazzo non era lucido, annullare tutti gli atti». Pd: «Dovrebbe chiedere scusa agli elettori»

Il Messaggero


ROMA (5 novembre) - «Chiedo l'immediato annullamento di tutti gli atti e decreti firmati dall'ex Presidente Piero Marrazzo in quanto, come ha ammesso lui stesso nei verbali pubblicati stamani, in alcune occasioni si è trovato in stato confusionale a causa dell'assunzione di cocaina». Lo ha detto in una nota il consigliere regionale del Pdl Tommaso Luzzi, «annunciando l'invio della richiesta di annullamento degli atti e decreti firmati dall'ex governatore del Lazio a causa dell'assunzione di droga che avrebbe reso il Presidente non perfettamente consapevole delle proprie azioni». 

«Chi assume droga - ha continuato Luzzi - non è in grado, immediatamente dopo, di essere lucido e cosciente di ciò che fa. Non vedo perché non sia legittimo chiedersi se gli innumerevoli atti che competono al presidente della giunta regionale, non siano stati firmati in condizioni di non perfetta lucidità dovuta all'uso di droga. Marrazzo ha detto agli inquirenti di non ricordare fatti e circostanze accadute poco tempo fa, allora, probabilmente, per le stesse ragioni, potrebbe non ricordare neanche ciò che ha firmato durante il suo mandato e non essersi reso conto di ciò che siglava».

D'Amato (Pd): Dovrebbe chiedere scusa ai suoi elettori. «A me dispiace che a tutt'oggi Piero Marrazzo non abbia chiesto scusa ai suoi elettori». Lo ha detto Alessio D'Amato, del Pd, presidente della commissione Affari costituzionali e statutari della Regione Lazio, intervenendo a Radio città futura. «Io vorrei delle scuse da parte di Marrazzo a chi gli ha dato la fiducia, a chi lo ha eletto e alla coalizione che l'ha sostenuto fino all'ultimo con un sostegno solidale al caso umano e familiare. 


Chiedo che ci siano delle scuse agli elettori e alle elettrici che hanno avuto fiducia in questa figura e che oggi vivono con amarezza, difficoltà e disagio tutta questa vicenda». Parlando poi delle prossime elezioni regionali D'Amato ha detto che «una candidatura femminile sarebbe molto importante nel Lazio, un elemento di discontinuità. Credo che la vicenda Marrazzo - ha detto ancora il consigliere regionale del Pd - concluda una stagione iniziata diverso tempo fa in cui contava più la notorietà, il volto noto, che l'esperienza sul campo. Credo che bisogna ribaltare questo concetto».

Storace: «La sanità del Lazio dimostra che Marrazzo non ha mentito solo sulla sua vita privata. La sanità non può essere solo tagli, è giusto ridurre le spese ma il disavanzo della regione continua ad aumentare». Lo ha detto il segretario de La Destra ex presidente della Regione Lazio Francesco Storace, che ha aggiunto: «Vorrei ricordare che ad agosto la Corte dei Conti ha riconosciuto la correttezza della mia amministrazione. In tempi di ristrettezze infatti ho aperto quattro ospedali, mentre oggi non si parla che di chiuderli nonostante i vari governi abbiano trasferito otto miliardi di euro. Inoltre - ha concluso Storace - le scelte sciagurate del presidente Marrazzo ci costringono a tenere per sei mesi ferma la questione sanità perchè il consiglio regionale non può, come si dice a Roma, muovere paglia».


Lo stop alla banda larga blocca il Paese»

Corriere della Sera


Nota della Cgil

Il piano di sviluppo da 800 milioni è stato bloccato


MILANO - «Ancora una volta si dimostra come il Governo non racconti tutta la verità e soprattutto non abbia idee chiare su come far uscire il nostro Paese dalla crisi». Lo afferma il segretario confederale della Cgil, Fabrizio Solari, commentando l'annuncio del blocco di 800 milioni per il piano di sviluppo della banda larga nel nostro Paese sino a data da destinarsi. Un blocco che, secondo il rappresentante sindacale, non aiuta di certo il rilancio del Paese. Le motivazioni di questa scelta, riferisce infatti Solari in una nota, «consisterebbero, secondo quanto riferito dal Governo, nella priorità che lo stesso vuole dare agli interventi sugli ammortizzatori sociali in nome di una presunta centralità dell'occupazione: non sarà certamente la Cgil a negare la gravità della situazione e la necessità di concentrare le risorse a tutela dei redditi e dell'occupazione, tuttavia gli investimenti bloccati dal Governo sono necessari per rilanciare lo sviluppo del Paese e la sua modernizzazione tecnologica». Questi investimenti però, spiega Solari, servono proprio «alle imprese, soprattutto quelle più piccole, che si vogliono sviluppare, alle famiglie per rapportarsi alla Pubblica amministrazione, ai giovani per studiare e utilizzare i nuovi strumenti di comunicazione».

CRITICHE ANCHE DALLA UIL - «Non siamo d'accordo sullo stop ai fondi per lo sviluppo della banda larga: dalla crisi si esce rilanciando competitività e sviluppo e sarebbe sbagliato contrapporre le tutele occupazionali indispensabili in questa fase di crisi alle iniziative necessarie a consentire una più rapida uscita dalla crisi stessa». Anche Paolo Pirani, segretario confederale della Uil, critica la scelta del governo del Governo di congelare i fondi per lo sviluppo della banda larga. «Uno dei punti nodali della ripresa della competitività del sistema Italia - si legge nel comunicato - è quello di realizzare il traguardo dei 2 Megabit al secondo per tutti gli italiani entro il 2012, così come indicato sia dal piano del vice ministro Paolo Romani, sia soprattutto nel progetto di digitalizzazione di tutta la pubblica amministrazione predisposto dal ministro Renato Brunetta».

MELANDRI: 1GIOVERNO INCAPACE» - Duro anche il commento dell’ex ministro Giovanna Melandri, ora responsabile Cultura del Pd: «la notizia del blocco di 800 milioni per il piano di sviluppo della banda larga nel nostro Paese sino a data da destinarsi è l’ennesimo segno dell’assoluta incapacità del Governo di affrontare seriamente la crisi".

05 novembre 2009


Ue, la Polonia boccia la candidatura di D'Alema: "Il suo passato da comunista è un problema"

di Redazione




Bruxelles - Massimo D’Alema non riscontra il favore dei paesi dell’est Europa per il suo passato nel Pci. A dirlo è stato l’ambasciatore polacco presso l’Unione europea, Jan Tombinski, incontrando alcuni giornalisti questa mattina a Bruxelles, riferendosi ai candidati per il posto di Alto rappresentante per la politica estera Ue, che, in base al Trattato di Lisbona, sarà anche vicepresidente della Commissione Europea e avrà un suo servizio diplomatico. 

David Miliband in pole Crescono invece le chance per David Miliband. Il suo nome, ha confermato il diplomatico di Varsavia, "è il più citato, probabilmente perchè le chance di Tony Blair (alla presidenza Ue) stanno calando". In particolare su D’Alema, Tombinski ha sostenuto che il fatto che sia stato comunista "sarebbe un problema" per gli stati membri che fino al 1989 erano nell’orbita dell’Urss. Secondo l’ambasciatore, "sarebbe meglio avere una persona la cui autorità non potrebbe esser contestata a causa del suo passato". 

Quanto a Tony Blair, "al summit (Ue del 29 e 30 ottobre) il suo nome è stato raramente menzionato - ha riferito Tombinski - ma potrebbe anche ritornare, niente è escluso". Per il diplomatico la corsa alla presidenza stabile dell’Ue, carica introdotta dal nuovo trattato che entra in vigore il primo dicembre, è ancora "apertissima". Certo, crescono le quotazioni del premier belga Herman Van Rompuy, ma anche l’altro candidato più spesso citato, il premier olandese Jan Peter Balkenende, "sta facendo campagna in modo molto attivo attraverso i suoi collaboratori", ha detto l’ambasciatore polacco.



Battisti: "Per il premier sono solo un trofeo, quelle bugie di Alfano"

di Redazione

 

Brasilia - Cesare Battisti torna a farsi vivo dal Brasile. Questa volta non per ribadire la propria innocenza o il fatto di aver cambiato vita da svariati anni. Ha cambiato strategia: ora gioca a fare la vittima non tanto dell'Italia ma di Berlusconi e del suo esecutivo. Per il governo italiano "la ragione dell’estradizione non è vedermi in carcere, ma il fatto che ormai sono diventato un trofeo". Per questo il premier "mi vuole in Italia". L'ex terrorista rosso Battisti a una settimana dall’udienza dell’Alta Corte del Brasile che deve pronunciarsi sulla sua estradizione ripete la sua tesi: "In Italia rischierei la vita".

Motivazioni ideologiche "La Russa e altri ministri fascisti - ha proseguito Battisti - hanno invece forti motivazioni ideologiche e personali, in quanto eravamo nemici dichiarati". In Italia la giustizia "non è al di sopra delle parti e, d’altra parte, non c’è più un'opposizione, che ora vuole vincere le elezioni tramite la magistratura".

Rischio la vita Il Supremo Tribunal Federal (Stf) del Brasile deve tener presente che "se torno in Italia rischio la vita", ha proseguito, rilevando inoltre che "quando la stampa si calmerà, rischio di finire impiccato in un carcere. Credo che alcuni giudici dell’Stf non ne abbiano tenuto conto". Nel ricordare di aver subito in passato "due tentativi di sequestro, il primo dei quali in Francia", Battisti ha precisato: "C’è un manifesto degli agenti penitenziari italiani che chiedono vendetta, ci sono ministri che all’epoca erano i nostri avversari più duri".

L'attacco ad Alfano "Ci sono d’altra parte - ha aggiunto - le bugie del ministro della giustizia (Alfano, ndr), il quale dice al Brasile che potrò avere dei benefici carcerari, mentre in Italia c’è la divisione dei poteri, e quella è quindi una tematica del potere giudiziario". "Se torno in Italia - ha concluso Battisti - finisco in un carcere di massima sicurezza, e nei primi sei mesi in una prigione senza luce diurna". 



Marrazzo, troppi soldi: ora si indaga sulle spese di rappresentanza regionali

Il Messaggero

di Cristiana Mangani

ROMA (5 novembre) - Ha ammesso l’uso della cocaina, anche se avrebbe aggiunto di averlo fatto «saltuariamente e solo quando si incontrava con i trans». Ha dato una prima versione dei fatti e poi l’ha rettificata. E ora, proprio sulla base di queste dichiarazioni messe a verbale tre giorni fa dall’ex governatore della Regione Lazio, Piero Marrazzo, davanti ai pm Capaldo e Sabelli, i difensori dei carabinieri indagati puntano a far cambiare le accuse nei confronti dei loro assistiti.

Nel frattempo spunta un nuovo giallo sugli assegni consegnati a chi aveva girato il video compromettente: non sarebbero solo tre ma nove, i titoli di credito che l’ex governatore si sarebbe affrettato a bloccare denunciandone lo smarrimento. Anche di questo si stanno occupando i carabinieri del Ros, che stanno analizzando tutta una serie di comportamenti che l’ex presidente della Regione ha tenuto negli ultimi periodi.

A parte l’ammissione di aver fatto uso di cocaina, c’è l’enorme quantità di denaro che avrebbe consegnato dato ai trans per le loro prestazioni. Alcuni di loro, infatti, sentiti subito dopo l’arresto dei militari, avrebbero raccontato che l’ex governatore diceva di servirsi di soldi della Regione, quelli messi a disposizione per le spese di rappresentanza. Naturalmente i pm sanno che molti dei viados interrogati potrebbero aver raccontato verità “corrette” pur di ottenere lo status di testimone di giustizia e, dunque, il permesso di soggiorno. Ma le indagini punteranno ugualmente a fare chiarezza, perché sono state tante le versioni rese dall’ex presidente della Pisana, e vogliono verificarle.

Nell’interrogatorio dei giorni scorsi, poi, Marrazzo ha anche spiegato che a entrare nella casa di Natalie furono due carabinieri. «Mi spinsero in un angolo, impedendomi di tirare su i pantaloni - è scritto nel verbale - Mi trovavo quindi in uno stato psicologico di inferiorità e umiliazione. Inoltre, vennero a contatto con me quasi a volermi intimidire come per farmi capire che erano armati». Racconta ancora Marrazzo: «Per tutto quel tempo sono stato costretto a stare nella stanza da letto e solo in un’occasione mi sono affacciato sulla soglia della porta e ho potuto vedere con chiarezza che vi erano solo due persone, oltre a Natalie. Conosco Natalie già da qualche tempo e sono stato con lei in altre occasioni, ma non più di due-tre volte dal gennaio di quest’anno».

E proprio parlando di quella che lui stesso definisce una debolezza, riconosce anche di aver avuto «altri incontri di questo tipo con un’altra persona, un certo Brenda. Nell’occasione di un incontro con Brenda ricordo che è passato anche un altro trans del quale non rammento il nome». Nell’interrogatorio del 2 novembre, Marrazzo rettifica pure i termini del compenso pattuito con Natalie per la prestazione sessuale: «Non era di 5.000 mila euro, ma di 1.000. Preciso che la somma che avevo nel portafogli era di soli 3.000 euro. Successivamente la somma è stata sottratta dai due carabinieri entrati». Dopo aver affermato che «né Blenda (e non Brenda) né Natalie mi hanno mai chiesto del denaro o ricattato in relazione a foto o video che mi ritraevano», dichiara ancora che quando entrò nella casa di via Gradoli non vide «alcun piatto con la cocaina». «Ho visto invece la cocaina nel piatto - è scritto ancora nel verbale - solo dopo l’irruzione dei due carabinieri e non ho visto chi l’ha collocata».



E stato Provenzano a tradire Riina»

Corriere della Sera


PALERMO - Fu Bernando Provenzano a tradire Totò Riina e consegnarlo alla polizia. Lo ha detto Massimo Ciancimino nella seconda giornata di dichiarazioni spontanee nell’aula bunker del carcere di Pagliarelli. «Il boss Bernardo Provenzano indicò ai carabinieri la zona esatta del nascondiglio in cui trascorse l'ultima parte della latitanza Totò Riina» rivela. Provenzano avrebbe «venduto» il boss corleonese Riina, consentendone la cattura. Una circostanza che confermerebbe che, a una prima fase della trattativa, che ebbe come protagonista mafioso Riina, sarebbe seguita una seconda fase con un nuovo interlocutore in cosa nostra: Bernardo Provenzano.

MAPPE DI PALERMO - Ciancimino, nel ricostruire il ruolo di Provenzano nella cattura di Riina, ha raccontato che nel periodo delle stragi mafiose del '92, l'allora capitano del Ros Giuseppe De Donno gli consegnò delle mappe di Palermo, chiedendogli di darle a suo padre e sperando di avere un contributo utile per l'arresto del boss latitante. Secondo quanto raccontato da Ciancimino ai magistrati, don Vito avrebbe trattenuto una copia delle mappe e un'altra l'avrebbe affidata al figlio perché la consegnasse a un uomo di fiducia del geometra Lo Verde, il nome con cui l'ex sindaco indicava Provenzano. L'uomo del capomafia avrebbe, poi, restituito a Ciancimino la mappa con un cerchio proprio sopra la zona del quartiere Uditore in cui si nascondeva Riina. La cartina venne poi fatta avere ai carabinieri e Riina nel gennaio '93 finì in manette.

APPUNTI E LETTERE - Ciancimino, imputato di riciclaggio, tentata estorsione e fittizia intestazione di beni dopo essere stato condannato a 5 anni e 8 mesi in primo grado, ha consegnato ai pm Nino Di Matteo e Paolo Guido una serie di appunti e lettere del padre, Vito, sindaco mafioso di Palermo morto nel 2002. Tra questi, materiale definito di interesse investigativo che potrebbe servire per riscontrare le dichiarazioni sulla trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra. La scorsa settimana davanti la quarta sezione della corte d’appello, Ciancimino aveva sostenuto che ci sono «molte cose che non vanno» nella sua inchiesta e ha sostenuto che alcune intercettazioni in cui c’erano elementi a sua discolpa erano state indicate nei brogliacci come «irrilevanti». Stessa sorte, secondo Ciancimino, sarebbe toccata a conversazioni nelle quali ci sarebbero state notizie di reato che adesso «vengono valutate» dai magistrati che hanno aperto le inchieste. Massimo Ciancimino, alla scorsa udienza aveva detto alla Corte di essere in possesso delle trascrizioni integrali delle conversazioni e i giudici gli hanno chiesto di riferire in aula il contenuto.

NASTRI SEGRETI - Non sono stati consegnati in Procura i nastri contenenti le registrazioni dei colloqui che Vito Ciancimino incideva di nascosto per documentare i suoi incontri con i carabinieri. «Io non so cosa contengano quei nastri», ha precisato Massimo, annunciando di volerli prelevare dalla cassetta di sicurezza dove custoditi a Vaduz, nel Lichtenstein, per consegnarli ai magistrati. Mercoledì Ciancimino è stato sentito dai pm di Catania, con i quali ha parlato di imprenditori catanesi coinvolti in affari di mafia ma anche della conduzione delle indagini nei suoi confronti sul 'tesorò del padre Vito. «Io non ce l'ho con i magistrati che hanno coordinato le indagini su di me. Non sono loro infatti che eseguono le perquisizioni o che trascrivono le intercettazioni», ha detto Ciancimino, e alla domanda dei giornalisti se il riferimento fosse ai carabinieri ha risposto: «Sì, ma dovranno essere i magistrati competenti ad accertare i fatti e a verificare se siano state sottratte prove a mio favore».


Barbareschi, lo stipendio e le assenze La replica del deputato-attore al Corriere

Corriere della Sera

«Le mie assenze non giustificate ma non cediamo a facili populismi»

Le parole di Luca Barbareschi 
 
Dispiace che un professionista come Gian Antonio Stella (sul Corriere della Sera di ieri) faccia affidamento su di una intervista pubblicata su Il Fatto Quotidiano del 31 ottobre, manipolata in modo evidente in cui non ho mai dichiarato che lo stipendio di politico non mi basta, così come non mi aspettavo che si continuasse la prassi giornalistica di estrapolare alcune affermazioni dal contesto nel quale erano inserite. Quest’anno, come deputato, ho presentato 5 proposte di legge, tre sulla pedofilia, una contro la pirateria e una sullo spettacolo, ottenendo una legge che istituisce la giornata nazionale contro la pedofilia, uno dei pochissimi (purtroppo) disegni di legge di iniziativa parlamentare andati a buon fine.

La mia lotta per i fondi per lo spettacolo è stata appoggiata da uno schieramento bipartisan, così come la mia attività di imprenditore dello spettacolo porta lavoro a decine di donne e uomini che lavorano in campo culturale, in un Paese ancora incapace di valorizzare appieno il proprio patrimonio e le proprie eccellenze. Impegni antecedenti la mia candidatura hanno ostacolato per brevi periodi la mia presenza in aula. Questo non giustifica le mie assenze, che sono al 50%, e per questo il mio impegno nel prossimo futuro sarà di ridurle quanto più è possibile. Forse il momento sarebbe maturo per non cedere a facili populismi, a favore di un impegno concreto e reale per il miglioramento del nostro Paese, come nel mio piccolo sto cercando di fare.

Luca Barbareschi
Roma 


 
Posso capire l’imbarazzo di Barbareschi. Ma che mi rinfacci di aver riportato una frase uscita su un altro giornale che poi lui stesso ha ribadito («tolte tutte le spese, i collaboratori messi in regola e così via, non è che lo stipendio di parlamentare mi basti») in una sua telefonata a me martedì pomeriggio è curioso. Si chiederà il lettore: come mai Barbareschi ha telefonato a Stella mentre scriveva la rubrica su di lui? La curiosità è anche mia. Anzi, giriamola a Gianfranco Fini: come mai la mia richiesta di informazioni sulle presenze in commissione dell’onorevole Barbareschi rivolta all’ufficio stampa della Camera (dove stanno dipendenti pubblici pagati con soldi pubblici e tenuti a dare informazioni pubbliche) non solo è rimasta senza risposta («i dati non ci sono») ma è magicamente arrivata nel giro di tre minuti alle orecchie dell’attore-deputato? Il presidente Fini trova questo normale? E lui, Barbareschi, dopo essere stato eletto anche sull’onda delle polemiche feroci della destra contro la sinistra additata come simbolo della «casta», trova normale invitare oggi a «non cedere a facili populismi» chi sottolinea il suo monte assenze del 52,3%? 
 
Gian Antonio Stella
05 novembre 2009

Video choc: «Farò una strage a scuola» Era uno scherzo, ma ora è nei guai

Corriere della Sera 


Rintracciato dai carabinieri, è stato denunciato per procurato allarmeLa bravata su YouTube di uno studente di Racconigi, nel Cuneese. La vicenda ricorda il massacro alla Columbine


RACCONIGI (Cuneo) - La settimana scorsa uno studente di Racconigi, nel Cuneese, ha annunciato su YouTube una strage a scuola e, dopo aver titolato il pezzo «Eula High School Massacre - 3.11.2009», ha pubblicato un racconto terrificante, seguito dalla foto di un giovane con il volto coperto da una sciarpa che impugnava una pistola semiautomatica. Fortunatamente non ha messo in atto nulla di tutto questo, ma i carabinieri lo hanno scoperto e denunciato.

COME ALLA COLUMBINE - Nel suo servizio diffuso sulla rete internet, il giovane si era inventato le azioni di un sedicenne armato di una pistola Beretta, un machete e due pugnali che, dopo avere chiuso le tre entrate dell'istituto superiore Eula di Racconigi, uccideva la bidella, 41 ragazzi e 11 ragazze e dopo aver ferito tre uomini delle forze dell'ordine, completava l'opera togliendosi la vita. Un copione identico alla vicenda della Columbine High School, dove nell'aprile 1999 due giovani uccisero 12 studenti e un insegnante prima di suicidarsi.

PROCURATO ALLARME - L'immediata attività investigativa dei carabinieri, allertati da dirigente scolastico e docenti, ha permesso di risalire all'identità dell'autore del pezzo: uno studente sedicenne, abitante a Carmagnola (Torino), il quale, posto di fronte alle proprie responsabilità, ha ammesso di avere così agito per puro divertimento. La perquisizione domiciliare ha consentito di rinvenire e sequestrare la pistola semiautomatica giocattolo utilizzata nel video. Il giovane, denunciato alla Procura dei minori di Torino, dovrà ora rispondere del reato di procurato allarme.

Video


Quanti delinquenti nel Pd moralista

di Stefano Filippi


La sveglia è suonata, per la verità suona da un pezzo ma a sinistra fanno finta di non sentirla. Come un apparecchio radiocomandato, ormai squilla a intervalli regolari in attesa che qualcuno ne prenda atto e la zittisca. È il triste rintocco che accompagna un ammainabandiera, il ripiegamento di quella che fu l’orgoglio di uno come Enrico Berlinguer: la cosiddetta superiorità morale della sinistra. Il segretario del fu partito comunista pose il tema nel 1981. «La questione morale è il centro del problema italiano», disse in una celebre intervista a Eugenio Scalfari. Quasi trent’anni dopo, le sue parole restano attuali. La differenza è che la sinistra non ha più titoli, se mai ne ha avuti, per farle sue e ricordarle al resto del mondo.

Il partito dei moralisti invece insiste a gonfiare il petto. Non perde occasione per comportarsi come le maestre di una volta: tu dietro la lavagna, tu fuori dalla porta, tu con me dal preside, tu mostra le dita che ti bacchetto. Quando non fanno i perfettini, diventano saccenti come Debora Serracchiani, che in tv da Santoro ha difeso Piero Marrazzo e condannato Silvio Berlusconi: «I nostri quando sbagliano si dimettono, questa è la differenza tra i politici del Pd e gli altri», ha protestato scuotendo la frangetta. O sfoderano l’ironia spuntata di Pierluigi Bersani: «Non ho ancora visto autosospeso Berlusconi». O puntano il dito come Rosi Bindi: «Berlusconi che telefona a Marrazzo per avvertirlo del video è l’ennesima prova del conflitto d’interessi». O sproloquiano come Antonio Di Pietro. 

Che Marrazzo frequenti i trans e addirittura sia un cocainomane confesso (cosa di cui ha dovuto prendere atto perfino Repubblica, sia pure a malincuore), non è problema loro. Non lo è stato nemmeno il caso di Catello Romano, il giovane di Castellammare di Stabia iscritto al Pd, candidato in una delle liste per il direttivo cittadino, che partecipò a un agguato omicida di camorra. Non lo è stato neppure Luca Bianchini, romano, uomo dalla doppia vita, quella che i maggiorenti della sinistra condannano indignati: di giorno ragioniere, contabile, militante del Pd, coordinatore del circolo del Torrino; di notte stupratore seriale, incastrato dalla prova del Dna. 

Oggi si aggiungono altri due casi. Ad Alcamo, in Sicilia, il senatore pd Nino Papania si avvaleva dei servigi di Filippo Di Maria, autista e cassiere del boss locale Nicolò Melodia. Di Maria è stato arrestato con altre nove persone in un'operazione antimafia: nel tempo lasciato libero dai summit dei mammasantissima, curava il giardino della villa del senatore (ex assessore regionale di centrosinistra), ne guidava l’auto e partecipava all’attività della segreteria politica, oltre che procurare voti a Papania. 

E poi c’è il sequestro di beni per un valore di cinque milioni di euro a Domenico Crea, ex consigliere regionale della Calabria, in indagini legate all’omicidio di Francesco Fortugno. Crea era già stato arrestato nel 2008 per i rapporti tra politica e ’ndrangheta nella gestione della sanità calabrese.
È cronaca di questi giorni. Ma è cronaca pure il dito sempre puntato e il sopracciglio perennemente alzato dei maggiorenti del centrosinistra. Pronti a spolverare alla bisogna l’armamentario del conflitto d'interessi, le frequentazioni dello stalliere di Arcore Vittorio Mangano, le assoluzioni per prescrizione che equivarrebbero a condanna. 

Si scandalizzano per le veline, le vallette, le Noemi, le feste, i voli di Stato su cui sarebbe salito Mariano Apicella. Mostrano disgusto per le Patrizie D'Addario, che poi showman di sinistra come Michele Santoro portano in prima serata Rai, e pensano di cavarsela a buon mercato con Marrazzo facendolo dimettere e sperando che l’ex governatore del Lazio si faccia dimenticare a velocità supersonica. Dimissioni doverose, ma che pure il Partito democratico per qualche giorno ha cercato di evitare armeggiando tra certificati medici, stress, convalescenze e ritiri monastici pur di schivare l’onta di una regione rossa costretta alle elezioni anticipate da uno scandalo sessuale. Nella rincorsa a un moralismo ipocrita, nessuno ha più titolo per dare lezioni a nessuno. E la sveglia del Pd dice che è ora di cominciare a fare un bel po’ di autocritica.



Spunta secondo video: girato a casa di Marrazzo

di Gian Marco Chiocci

Gian Marco Chiocci
Massimo Malpica


Roma - Il video dell’ex governatore del Lazio Piero Marrazzo in compagnia dei trans Michelle e Brenda esiste. L’avrebbero appurato gli investigatori, risalendo anche all’origine «lecita» di questo secondo filmato. Nessun ricatto, almeno nella genesi, ma solo un «gioco» trasgressivo e privato, un video che è stato filmato, a quanto pare, non in un appartamento qualsiasi, ma in una casa nella disponibilità di Piero Marrazzo, nella zona di via Cortina d’Ampezzo, probabilmente la stessa dove il 3 luglio, dopo l’irruzione dei militari, si era rifugiato l’ex governatore, e dove poco dopo l’aveva raggiunto anche Natalie. 

Di questo secondo video, che sarebbe stato girato qualche settimana prima di quello «estorto», avevano parlato già a caldo i trans della zona di via Gradoli, giorni fa, spiegando che Brenda l’aveva mostrato a molti colleghi, dicendosi spaventata e affermando di voler scappare. Ma Brenda invece è stata rintracciata dai carabinieri, e ascoltata dai pm Giancarlo Capaldo e Rodolfo Sabelli lo scorso 2 novembre. Spiegando che la telecamera mostra prima una stanza «dipinta di rosa con pupazzi di peluches», per poi indugiare nella toilette. Qui Brenda riprende, e gli «attori» sono Marrazzo e Michelle. È quest’ultima che poi filma invece l’ex governatore con Brenda. 

Sul punto, i due magistrati avevano chiesto conto anche a Marrazzo. «Non sono a conoscenza di video o foto scattate da Brenda in occasione di questi incontri, ma il mio stato confusionale negli stessi dovuto all’assunzione occasionale della cocaina non mi mette in condizioni di saperlo», la sua risposta. Ma gli inquirenti stanno cercando di accertare anche il capitolo soldi e assegni. È stata rintracciata la denuncia presentata dal collaboratore di Marrazzo, Adelfo Luciani, per bloccare i famosi tre cheques (per un valore di 20mila euro) che il governatore sostiene di aver consegnato ai due carabinieri che gli chiedevano soldi. 

L’esposto è stato presentato al commissariato di Saxa Rubra, ma nella denuncia si parla di nove assegni, e non di tre. Così la procura vuol capire se gli altri sei erano davvero smarriti, o se anche quelli hanno a che fare con questa vicenda. Luana, altro trans che bazzica Roma Nord, aveva raccontato che Marrazzo pagava Natalie con assegni, poi girati a Fabio, un amico tassista. Su questo Marrazzo sostiene di «non ricordare». 

Restando ai soldi, sarebbero in corso accertamenti patrimoniali da parte degli inquirenti, per chiarire se il denaro speso da Marrazzo per i suoi appuntamenti fosse esclusivamente di provenienza personale, e fugare il dubbio che, almeno in parte, sia stato fatto risultare come spese di rappresentanza della presidenza regionale. 

Ieri, intanto, fumata grigia per l’udienza del tribunale del Riesame presieduto da Francesco Taurisano, chiamato a decidere sulle istanze di scarcerazione presentate dai legali dei quattro carabinieri arrestati: Carlo Tagliente, Luciano Simeone e Nicola Testini come ideatori e autori del presunto videoricatto, Antonio Tamburrino per ricettazione. L’udienza è stata infatti rinviata a lunedì prossimo, proprio per consentire agli avvocati di esaminare il secondo verbale di Marrazzo, quello messo nero su bianco il 2 novembre, che è stato depositato solamente ieri mattina. 

E proprio sul contenuto di quella deposizione riveduta e corretta rispetto all’interrogatorio reso dal governatore il 21 ottobre, si registrano i commenti dei legali degli indagati. «Marrazzo aggiunge bugie a bugie», commenta il difensore di Simeone, Bruno Von Arx, a proposito delle precisazioni fatte dall’ex presidente della giunta laziale sul clima di violenza di quel giorno in via Gradoli. Precisazioni che per Von Arx sono un «vano tentativo di irrobustire l’accusa con elementi poco convincenti», perché «dalla lettura del verbale emerge un quadro di accuse che nel primo interrogatorio non c’era. 

Accuse di violenza, come le minacce inferte nei confronti di Marrazzo e l’allusione alle pistole».
Circostanze che, per il difensore, «se fossero vere sarebbero state riferite immediatamente». Valerio Spigarelli, difensore di Testini, sul verbale bis è lapidario: «Non commento, ma sorrido». Dura Marina Lo Faro, legale di Tagliente: «I magistrati si bevono tutto ciò che dichiara Marrazzo in modo acritico».



Il «partito personale» di Di Pietro alle prese con la questione morale

Corriere della Sera

L'ex pm, la leadership, De Magistris e la lotta politica interna che si consuma in forme opache 

 

Antonio Di Pietro e Luigi De Magistris
Può darsi che Antonio Di Pietro
dica la verità, quando sostiene che lui e Luigi De Magistris sono come «due fratelli siamesi». E può darsi pure che sia sincero De Magistris, quando giura di essere «in perfetta sintonia con Di Pietro».

Può darsi. Ma, a guardare le polemiche che (non da oggi) scuotono l’Italia dei Valori, si riaffaccia subito alla memoria la massima antica di Pietro Nenni. Secondo la quale un puro trova sempre uno più puro di lui che lo epura. Di qua l’eroe di Mani Pulite, prima pubblico ministero «più amato dagli italiani», poi capo indiscusso e indiscutibile (almeno fino a ieri) dell’Idv, attesa, a febbraio, da un congresso che (almeno fino a ieri) sembrava fatto apposta per tributargli, sull’onda dei clamorosi risultati elettorali, l’ennesima acclamazione. Di là l’ex magistrato che, nella bufera, lascia anche lui la toga, si getta a corpo morto in politica, scavalca abbondantemente Di Pietro (19 mila voti in più) nelle elezioni europee, e (lui dice a sua insaputa) viene proposto come candidato alla guida dell’Idv medesima da un’ampia mobilitazione sul web, e non solo sul web. In mezzo un partito (chiamiamolo così) al quale evidentemente non bastano i successi per sbarazzarsi di un malessere che anzi, giorno dopo giorno, sembra farsi serio.

Soprattutto perché ha qualcosa, o forse parecchio, da spartire, specialmente in periferia, con quella «questione morale» che Di Pietro, prima da magistrato, poi da politico, ha sempre impugnato come una bandiera, o forse come una clava. Colpisce leggere sull’ultimo numero di Micromega, la rivista di un intellettuale un tempo più che amico come Paolo Flores d’Arcais, che nell’Idv non mancano casi di «illegalità diffusa», così diffusa da rendere urgente una «rifondazione», e vederli puntigliosamente elencati. E colpisce ancora di più apprendere (lo ha ricordato ieri sul Corriere Gianna Fregonara) che a Napoli l’altro giorno Di Pietro è stato accolto con striscioni su cui campeggiava la scritta: «Fuori i collusi».

Qualcuno potrebbe anche parlare, con un po’ di malizia, di una sorta di legge del contrappasso: e non avrebbe davvero tutti i torti. Il fatto è, però, che, anche nel caso dell’Idv, a ragionare solo per ritorsioni polemiche non si va troppo lontano. Sia perché Di Pietro, letto Micromega, ha aperto un’inchiesta interna (e informale) sui mali del Gabbiano sul territorio e, per quanto tardiva possa essere l’iniziativa, non c’è motivo di dubitare che non vorrà tener conto almeno dei casi più gravi. Sia, soprattutto, perché questa vicenda sin qui appena abbozzata rinvia a problemi d’ordine più generale, e forse è proprio su questi conviene puntare l’attenzione.

Sui partiti personali, fondati sul rapporto diretto tra il leader, la sua gente e gli elettori, e quindi sull’«io» assai più che sul vecchio e desueto «noi», si è scritto e si scrive moltissimo, quasi sempre a proposito di Silvio Berlusconi e del Pdl, ma talvolta anche del Pd, specie all’inizio della breve stagione di Walter Veltroni: ora per vantarne assieme la modernità e l’inevitabilità, ora per contestarne in radice il carattere strutturalmente non democratico.

Ma se c’è, o se c’è stato, un partito personale per eccellenza, questo, non c’è dubbio, è l’Italia dei Valori, non a caso presentata al suo sorgere da Di Pietro come una specie di incarnazione vivente della «fine della partitocrazia». E ai capi (o ai proprietari, fa lo stesso) dei partiti personali è del tutto inutile chiedere conto di quanto succede in casa loro, e del personale politico che li segue e li contorna: risponderanno sempre, magari in buona fede, che certo, di cose che non vanno ce ne sono sicuramente, ma che in ultima analisi la politica, quella vera, quella importante, la fanno loro, e per il resto l’intendance suivra.

Invece, non è così, e non solo perché, nelle salmerie, spesso si esagera fino a superare abbondantemente ogni possibile livello di guardia. Il fatto è che nei partiti personali la leadership, per definizione, non è contendibile, o quanto meno non è contendibile democraticamente, secondo regole chiare e condivise. Ciò non significa, naturalmente, che non possa essere contesa, e che, quando se ne dà l’occasione, non lo sia. Significa che la lotta politica interna (di per sé inevitabile, e anche fisiologica) si consuma in forme opache, spesso torbide e tendenzialmente autodistruttive, anche, e forse soprattutto, quando, per condurla, ci si fa forti di piazze, reali e virtuali, che, nel caso dell’Idv, si è provveduto a infiammare, per anni e anni, in nome dell’antipolitica.

Naturalmente, è tutto da stabilire che questo, per l’Italia dei valori, sia un destino segnato. Forse Di Pietro stupirà tutti facendo un congresso vero, chiamato a gettare le basi di un partito vero. Forse ha ragione la sua fedelissima tesoriera Silvana Mura quando dice, sempre a Gianna Fregonara, che De Magistris è giovane, ha il futuro dalla sua anche per motivi anagrafici, ma deve capire, e da buon pilota capirà, che per guadagnarlo deve stare attento a non rompere la macchina. In fondo quelli che ci narrano le cronache sono soltanto dei sintomi. Ma sintomi gravi. Sintomi di una malattia che non affligge solo l’Idv.


Paolo Franchi
05 novembre 2009

E il Gambero Rosso recensì un ristorante chiuso da 2 anni

Il Messaggero


ROMA (4 novembre) - E' polemica, sui siti internet, per un ristorante citato e valutato nella Guida Gambero Rosso 2010 con un aumento di punteggio da 76 a 77/100, ma in realtà chiuso da un paio di
anni. E' l'Antica Cascina Lenga a Botticino, frazione del comune di Sangallo, nel bresciano. E fioccano le ironie: qualcuno commenta sotto il titolo "Puzza di bruciato". «Il flambè sarà da panico!!»

La chiusura risale al 2007, a causa di un incendio. Il numero di telefono indicato è inesistente e, collegandosi al sito, arriva la risposta che è in allestimento. L'inesattezza è stata segnalata da siti come Chefdicucinamagazine.com, Terrauomocielo e dissapore.com . «Se è bruciato nel 2007 - si domanda Elvio Gorelli, direttore del portale chefdicucinamagazine.com, nel suo editoriale “le bufale” del Gambero Rosso - come può essere stato recensito dagli ispettori del Gambero Rosso nel 2008 per il 2009 e nel 2009 per il 2010? E se ogni recensione - come hanno sempre dichiarato dal Gambero Rosso - è garantita da una ricevuta fiscale, chi ha emesso quelle ricevute negli anni 2008 e 2009?».

La polizia urbana di Sangallo ha confermato la chiusura del ristorante nell'anno 2007. «E' vero, quel locale è chiuso da un paio di anni - hanno detto i poliziotti - non sappiamo se in seguito all'incendio o per altri motivi, si parla anche di una imminente riapertura ma è fuori di dubbio che attualmente sia chiuso».


Marrazzo: 'Sono stato rapinato, non ricattato'

La Voce

"Uso la droga solo saltuariamente" Il trans Jennifer risentito sulla morte del pusher


Roma – Nuovi sviluppi nel caso Marrazzo. Secondo indiscrezioni riguardanti le dichiarazioni dell’ex governatore del Lazio ai magistrati che lo hanno riascoltato l’altro giorno, Marrazzo non avrebbe confermato quanto dichiarato lo scorso 21 ottobre: “Loro volevano ancora molti soldi, io avevo con me quel giorno casualmente un blocchetto di assegni e ne riempii tre, mi sembra per l’importo rispettivo di 10.000, 5.000 e 5.000 euro”. Oggi ritratta e dichiara di esser stato ‘rapinato’ e mai ‘ricattato’. Riprende negando di essere un consumatore di droga: “Mi hanno puntato la pistola contro, imponendomi di calarmi i pantaloni. Ora che ricordo meglio, confermo che sul tavolino avevo lasciato mille euro, che era il prezzo pattuito con Natalie per la prestazione sessuale. Nel portafoglio avevo poco più di duemila euro. La droga? Ne faccio uso saltuariamente, ma quel giorno non c’era a casa di Natalie fino a quando non sono arrivati i due carabinieri. Rino Cafasso? Non c’era”.

Ieri poi, i magistrati hanno voluto risentire Jennifer, il trans convivente del pusher, che ha confermato di essere presente al momento del decesso del compagno. Resta da scoprire se Marrazzo potrà essere inserito nel registro degli indagati.

Valeria Bollini


Senza chat, Facebook e avatar non si vive: dipendenza da internet

La Voce


Al policlinico Gemelli, e' nato un centro di cura per la dipendenza da internet

Senza chat, Facebook e avatar non si vive: dipendenza da internet

Il 10% di chi frequenta assiduamente internet, infatti, potrebbe esserne dipendente

Varese – Oggigiorno si sta verificando un fenomeno che, a volte, può assumere proporzioni preoccupanti: la dipendenza da internet, o meglio da alcune applicazioni della rete.

Non ci sono dati ufficiali, ma la dipendenza dal web sta diventando, anche in Italia, una patologia; si pensa che il 10% di chi frequenta assiduamente internet, infatti, potrebbe esserne dipendente.

Adesso in Italia, e più precisamente a Roma, questa forma di ‘tossiscodipendenza’ può essere curata. Al policlinico Gemelli, è nato un centro di cura per la dipendenza da internet, che ha aperto i battenti lunedì 2 novembre, a seguire i pazienti lo psichiatra Federico Tonioni, responsabile dell'ambulatorio, e lo psicologo dell'associazione 'La promessa' Lucio De Alessandris.

De Alessandris spiega ad Apcom che esistono cinque tipologie di dipendenza da internet: ci sono i cyber sexual addicted, che sono coloro i quali frequentano i siti, video e immagini pornografiche, i cyber relations addicted, che non possono fare a meno di chat e Facebook, di essere sempre connessi, i net compulsor, dipendenti dal gioco d'azzardo, dallo shopping on line e dall'e-commerce, gli information overload, che consultano in modo compulsivo la rete per essere sempre e comunque informati su tutto e infine i computer addicted, ‘drogati’ dei giochi virtuali, che vivono più con il loro 'avatar' che nella vita reale.

Al policlinico verranno effettuati dei colloqui mirati a stabilire se ci sia una psicopatologia dietro la dipendenza dal monitor e, infine, i pazienti verranno inseriti in un gruppo di riabilitazione, che si riunirà il due giorni alla settimana, "nel quale fare riprendere loro le normali relazioni sociali e soprattutto farli confrontare 'dal vivo' e non da un monitor, con altre persone che hanno lo stesso problema".

De Alessandris spiega: “la dipendenza da siti pornografici, chat, social network, aste on line o gioco d'azzardo può raggiungere livelli davvero patologici, provocando radicali cambiamenti nella sfera personale dell'individuo, modificandone la vita reale. E la cosa più grave è che spesso i malati non si rendono conto di essere arrivati all'assuefazione".

Ne sono colpite soprattutto le persone dai 25 anni in su, ma anche le casalinghe, i 40enni impiegati, persino i dirigenti che anche in vacanza sono 'pc dipendenti'.

Luca Macchi




Finanziaria: arriva il giuramento di fedeltà per i dipendenti pubblici

Corriere della Sera

ROMA - Giuramento di fedeltà per i dipendenti pubblici, pagelle via web e ricette on line. Sono solo alcune delle novità previste nella bozza del disegno di legge taglia-burocrazia collegato alla Finanziaria.

GIURAMENTO - I dipendenti pubblici, al momento dell'assunzione, dovranno prestare un giuramento di fedeltà alla Repubblica. Il testo riporta anche la formula che dovrà essere pronunciata: «Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi, di adempiere ai doveri del mio uffici nell'interesse dell'amministrazione per il pubblico bene». Le nuove norme, che non potranno essere derogate da contratti o accordi collettivi, si applicano ai neo-assunti.

PAGELLE VIA WEB - Il ddl prevede anche l'introduzione della carta d'identità a partire dai 10 anni di età, cambi di residenza online e arrivo anche della pagella elettronica. Per quest'ultima la norma prevede che tutte le istituzioni scolastiche pubbliche e paritarie saranno connesse in rete entro il 2012 e potranno utilizzare «servizi tecnologici avanzati per la didattica e le relazione tra la scuola e la famiglia»: tra questi ci sarà «la possibilità di rendere disponibile alle famiglie la pagella in formato digitale».

RICETTE MEDICHE ON LINE - Anche la ricetta medica diventerà telematica, anche se il cittadino avrà il diritto ad ottenere il documento cartaceo. Il passaggio sarà progressivo è scatterà, per il 40% delle ricette, già dal gennaio 2010. Il passaggio dal documento cartaceo al documento elettronico si legge nella bozza del ddl «avviene in forma progressiva dal primo gennaio 2010 in ragione del 40% delle prescrizioni al 31 dicembre 2010, del 80% al 31 dicembre 2011 e del 100% al 31 dicembre 2012. A decorrere dal primo gennaio 2013 è fatto divieto di effettuare prescrizioni sanitarie farmaceutiche e specialistiche in forma non elettronica». Dal 30 giugno 2010 inoltre i certificati medici dovranno essere trasferiti all'Inps in via telematica anche per le assenze dei dipendenti privati.

04 novembre 2009


Il video con due trans? Presi cocaina, non ricordo»

Corriere della Sera


Il sospetto: nel telefonino del pusher immagini di altri clienti
ROMA — Filmato in un apparta­mento mentre si intrattiene con due transessuali. È questo l’ultimo incu­bo di Piero Marrazzo. Perché lunedì scorso, quando è stato ascoltato per la seconda volta, l’ex presidente del­la Regione Lazio ha ammesso di aver avuto rapporti a pagamento con altri viados, oltre a quelli con Natalie. E così ha confermato quanto già emer­geva dagli accertamenti compiuti in­terrogando proprio i brasiliani che abitano tra via Gradoli e via Due Pon­ti.

Stordito dalla cocaina

Afferma Marrazzo: «Ho avuto in­contri di questo tipo con un certo Brenda, nome che ho letto sui giorna­li in questi giorni e che mi sembra di ricordare. Nell’occasione di un incon­tro con Brenda ricordo che è passato anche un altro trans di cui non ram­mento il nome. Mi sembra che ho avuto solo due incontri con Brenda». E poi aggiunge: «Non sono a cono­scenza di video o foto scattate da Brenda in queste occasioni, ma il mio stato confusionale negli stessi dovuto all’assunzione di cocaina non mi mette in condizioni di saper­lo». In realtà era stato proprio Brenda a raccontare di un festino al quale partecipò l’allora governatore.

«Con noi c’era anche Michelle — ha verba­lizzato — ma adesso sta a Parigi. Io avevo quel video, ma quando è co­minciata questa storia l’ho distrutto perché ho avuto paura. Lo tenevo nel mio computer e mi è capitato di farlo vedere. Anche Michelle ne ave­va una copia». In giro — oltre al fil­mato originale dell’irruzione che du­ra circa 13 minuti — ci sono dunque nuove immagini dell’ex presidente della Regione Lazio. Non solo. Dopo aver ascoltato numerosi transessuali della zona, gli investigatori del Ros si sono convinti che altri clienti possa­no essere stati ripresi mentre si in­trattenevano negli appartamenti con i viados. E questa pista investigativa porta ancora una volta a Gianguari­no Cafasso, il pusher morto il 12 set­tembre scorso che per primo ha cer­cato di vendere il video di Marrazzo con Natalie durante l’irruzione dei due carabinieri del Trionfale.

Il telefonino buttato
Rino, così era conosciuto, era noto nell’ambiente dei transessuali pro­prio perché li riforniva di cocaina. E il sospetto degli inquirenti è che in alcune occasioni entrasse negli ap­partamenti mentre erano in compa­gnia del cliente. Con uno di loro, Jen­nifer, conviveva da tempo e due gior­ni fa, quando hanno scoperto che era sotto processo perché clandestino e dunque in via di espulsione, i pubbli­ci ministeri hanno deciso di interro­garlo subito. «Ci amavamo — ha rac­contato Jennifer — ero con lui anche quando è morto». Ma la parte più in­teressante del suo verbale riguarda il telefonino di Cafasso che lo stesso Jennifer ha raccontato di aver «butta­to, perché continuavano ad arrivare chiamate».

Una versione ritenuta non credibile dagli investigatori. Il sospetto è che il cellulare conten­ga video che ritraggono altri perso­naggi e sia tuttora nelle mani di qual­cuno. Materiale scottante che si sta cercando di rintracciare per evitare che possa essere messo in circolazio­ne, proprio come era avvenuto con il filmato su Marrazzo. L’ex governato­re ha negato di essere stato ricattato «da Brenda o da Natalie per foto o vi­deo che mi ritraevano, né mi hanno mai chiesto soldi». La sua versione coincide con quella di Brenda che ha parlato di quel video girato nei mesi scorsi lasciando intendere che tutti i presenti erano d’accordo.

Le trattative di Cafasso

L’ipotesi dei pubblici ministeri che altri video possano essere in circola­zione, è stata rafforzata proprio dal­l’atteggiamento di Jennifer. Il transes­suale ha infatti ricostruito gli ultimi giorni di convivenza con «Rino» e in particolare la scelta di andare a vive­re in un camera d’albergo, accreditan­do la sensazione che i due fossero in fuga. Del resto già il 15 luglio, duran­te l’incontro con le giornaliste di Libe­ro alle quali aveva cercato di vendere il video, il pusher aveva fatto capire di conoscere molti segreti e avere a disposizione molto materiale.

I tre carabinieri della Trionfale ar­restati con l’accusa di aver ricattato Marrazzo, avevano con Cafasso rap­porti frequenti. «Era un confidente», hanno ammesso i militari davanti al giudice. «Ci chiese aiuto per vendere il video e lo scaricò sul mio telefoni­no attraverso il bluetooth», ha spie­gato uno di loro, così confermando come lo custodisse sul suo cellulare. Gli investigatori sono ormai convin­ti che l’irruzione compiuta nell’ap­partamento di Natalie non fosse la prima e per questo verificano se altri video siano già stati messi in vendi­ta, semmai con altri mediatori.

Fiorenza Sarzanini
05 novembre 2009

Provocazione Allora aboliamo calendari, affreschi e domeniche

di Redazione


Caro Direttore,

la sentenza della Corte di Strasburgo mi ha finalmente aperto gli occhi. L’Italia deve svegliarsi dal suo medioevale torpore e imparare dalle avanguardie europee. Diciamola tutta: è l’ora di finirla con quest’Italietta cattolica, con questo Paese di campanili, con il frusciar di tonache pretesche e d’ingerenze cardinalizie a ogni piè sospinto.

Finalmente c’è un giudice a Berlino che riconosce l’inaudita violenza alla quale sono stati sottoposti fin dalla fondazione dello Stato unitario generazioni di studenti, costretti a incrociare con lo sguardo svogliato, quei due pezzi di legno inchiodati al muro. È ora di liberarsi da questi fardelli del passato, la cristianità è tramontata, la Repubblica è laica, i cristiani tengano i crocifissi in casa o in chiesa, non pretendano di imporli a scuola e negli uffici in pubblici né tantomeno nelle aule di giustizia dove vengono giudicati i poveri cristi.

La battaglia per la libertà dal giogo della religione è però appena cominciata. Questo è soltanto un primo, timido ma necessario passo. Te ne suggerisco qualche altro. Non basterà abolire, come tu stesso hai ricordato, il simbolo della Croce Rossa su fondo bianco, ormai tradizionale emblema delle istituzioni ospedaliere. Bisognerà porre la questione ormai irrinunciabile, del computo del tempo. Ti pare corretto che io, laico, sia costretto per un’assurda convenzione d’antan a calcolare gli anni dalla data nascita di un ebreo marginale e irrilevante, venuto al mondo in un villaggio agli estremi confini dell’Impero romano? Ti pare giusto che io debba riferirmi a quella nascita ogni qual volta spedisco un’email, scrivo una lettera, pianifico una vacanza o leggo un giornale? Sopruso insopportabile: son costretto a riferirmi a Gesù ogni santo giorno e più volte al giorno. L’Europa dovrebbe studiare un calendario veramente laico e condiviso, che faccia piazza pulita di queste convenzioni religiose di parte. Si potrebbe ricominciare a contare gli anni dalla fondazione di Roma (ma i laziali saranno d’accordo?) o meglio inventare una data di partenza ex novo.

E poi, vogliamo parlare della domenica? Si continua a chiamarla così, vale a dire dies Domini, giorno del Signore, e sono costretti a festeggiarla tutti, anche i non credenti, quando è risaputo che in questo giorno si ricorda la resurrezione del suddetto ebreo marginale nato in Giudea un paio di millenni fa. Perché favorire quei cattolici (sempre meno), che usano di quel giorno per le loro pratiche religiose di precetto? Noi laici dovremmo ribellarci, e chiedere all’Europa di istituire il fine settimana il martedì (non il mercoledì, sennò favoriamo quelli che vanno all’udienza del Papa), equidistante sia dalla domenica cristiana sia dal venerdì islamico e dal sabato ebraico. Non parliamo poi di feste quali il Natale o la Pasqua, così smaccatamente cristiane. Basta con l’ipocrisia di trasformarle in feste dei buoni sentimenti o della primavera: si aboliscano. E i cristiani che vogliono andare a messa si prendano un giorno di ferie.

Ancora. Vogliamo finirla con le scuole pubbliche e le vie intitolate ai santi? Perché mai una scuola statale dovrebbe chiamarsi «Francesco d’Assisi»? La famiglia benestante potrebbe risentirsi, non ritenendo quello di San Francesco un modello in linea con lanew economy, come pure potrebbe non essere d’accordo la famiglia del cacciatore, che agli uccellini e ai lupi preferisce sparare piuttosto che parlare. E i troppi affreschi esposti in luogo pubblico, così irritanti per il loro contenuto ostentatamente religioso? E i campanili che svettano fastidiosamente, impossibili da non notarsi, anche quando si percorre l’autostrada? Non si potrebbero oscurare con appositi pannelli? Chi pensa ai miei diritti di laico quando passeggiando per i sentieri di montagna m’imbatto in quelle edicole con l’effigie della Madonna (la madre dell’ebreo marginale di cui sopra)? E perché in cima alle montagne ci si deve andare per forza a piantare una croce?

Infine, bisognerà pur affrontare anche il problema di certi simboli matematici. Il segno del «più», lo sanno tutti, è una croce bell’e buona. Anche il segno del «per» lo è, infatti quella è la forma della croce di Sant’Andrea. Troviamo un’alternativa, per non offendere i laici che impegnati in un calcolo algebrico, potrebbero perdere la loro concentrazione soffermandosi su quel segno. Un segno che li potrebbe distrarre, ricordando le crociate, le battaglie contro gli arabi musulmani ai quali dobbiamo, tra l’altro, proprio i numeri che utilizziamo ogni giorno. Forse in nome della laicità, e per non sembrare di prendercela solo con i cristiani, sarebbe meglio abolire pure i sincretisici numeri indo-arabici e tornare ai vecchi numeri romani. Mi fermo qui, perché ho già scritto troppo, per l’esattezza LXXIX righe.