domenica 1 novembre 2009

Caso Marrazzo, condominio via Gradoli: «Incontri con i trans anche nei posti auto»

Il Messaggero

di Michele Ghiacci

ROMA (1 novembre) - «Era fine giugno tra le 15 e le 17. Io ero con Piero e ad un certo punto sono arrivati due carabinieri in borghese, Carlo e Luciano. Hanno bussato, credevo fosse una mia amica». Ieri Natalie, il trans brasiliano sorpreso con Marrazzo nell’appartamento di via Gradoli, è stato risentito dagli inquirenti che indagano sul ricatto all’ex governatore della Regione Lazio.

Intanto da via Gradoli monta la protesta dei residenti costretti da anni a convivere con quel viavai di clienti giorno e notte.
«I trans? Praticamente ci sono sempre stati qui in via Gradoli 96. Non so dire se siano gli stessi che sono venuti alla ribalta in questi giorni o altri completamente nuovi. Ma ci sono», spiega Luca Bruno, amministratore del condominio dal 1997 e di altri a Roma Nord. Via Gradoli 96 è un condominio di 110 appartamenti che vanno dai 16 ai 60 metri quadri. Circa il 30% di questi appartamenti è affittato a trans. Proprio in uno di questi Natalie riceveva il presidente Marrazzo.
Quella dei trans è sempre stata una presenza “ingombrante” in via Gradoli. «In passato abbiamo cercato di arginare questa situazione ma con poco successo – continua Bruno - prima non c’era neanche il portiere. Alcune volte sono stati sorpresi appartati in macchine nei posti auto condominiali. Posti che abbiamo subito tolto. Ora, dopo questi fatti, gli altri inquilini hanno alzato la voce, ricevo molte telefonate di protesta. Abbiamo fatto una riunione il 21 e deliberato di installare telecamere e monitor. Ora ne abbiamo indetta un’altra da svolgersi al più presto».
Ma i trans pagano regolarmente?
«In realtà i soldi sono richiesti ai proprietari degli immobili, e questi non sempre sono puntuali alle scadenze degli affitti, anzi».
Ma sanno, questi proprietari, di aver affittato a trans i loro appartamenti?
«In realtà, secondo quanto dicono alcuni di loro, le case non sono state affittate direttamente ai trans ma ad altre persone».
Si è parlato di una presenza di carabinieri e di altri apparati di sicurezza...
«Mah, è accaduto in passato, sono stati fatti alcuni appostamenti e pare che abbiano chiesto in affitto un appartamento per controllare qualcuno. Lo dico però, con il beneficio del dubbio perché di concreto non c’è stato nulla».



Campane a festa e non a lutto per la mistica Natuzza Evolo

Corriere della Sera

La popolana analfabeta diceva di aver ricevuto le stimmate, il dono dell'ubiquità e parlava con gli angeli

MILETO (VIBO VALENTIA) - Hanno suonato a festa e non a lutto domenica mattina le campane a Paravati di Mileto per la morte di Natuzza Evolo, la «mistica» morta la scorsa notte a causa di un blocco renale. A deciderlo è stato il parroco di Paravati, don Pasquale Barone, che aveva un rapporto molto stretto con Natuzza e le è stato vicino nei momenti di sofferenza provocati dalle malattie di cui era affetta.

CHI ERA - Natuzza, una popolana analfabeta del luogo, diceva di aver ricevuto le stimmate fin dall'età di 10 anni, di avere il dono dell'ubiquità e di parlare coi morti. Natuzza era anche conosciuta per la sua capacità di parlare con gli Angeli, con i Santi e con le anime dei defunti e per le stigmate che si arrossavano sulle sue mani nel periodo di Quaresima. Aveva 85 anni ed era malata da tempo. La mistica è morta nella casa anziani della fondazione Cuore immacolato di Maria, da lei stessa voluta e costruita con i soldi delle offerte dei fedeli.

L'OMAGGIO - «Oggi è un giorno di festa e non di lutto - ha detto il parroco per spiegare la sua decisione - perché Natuzza è tornata al Padre». Intanto sono state già centinaia le persone che hanno reso omaggio alla salma di Natuzza, composta nella camera ardente allestita nel Centro per anziani della Fondazione «Cuore immacolato di Maria rifugio delle anime» realizzato grazie alle centinaia di donazioni fatte dai fedeli che in tanti anni erano stati vicini alla mistica, dimostrandole vicinanze e devozione.




Ecco cos’è la Pec, chi deve possederla e perché

di Marco Guidi

Posta elettronica certificata. O più semplicemente Pec. Un acronimo che può far venire il mal di testa a chi non è a proprio agio con computer e connessioni on-line. Ecco allora una guida semplice che aiuta a capire cosa cambierà quando tutti i punti della legge 2/2009 saranno stati soddisfatti. Cominciamo dal semplice cittadino. Sì, anche un privato può dotarsi della Pec. E cioè istituire una propria mail ufficiale, le cui comunicazioni avranno il valore legale di una raccomandata con avviso di ricezione tradizionale. Per farlo basta attivarsi presso il Dipartimento per l'innovazione e le tecnologie (per informazioni telefonare allo 06.84.561 o visitare il sito www.innovazionepa.it). La procedura è gratuita, così come senza oneri sarà ogni comunicazione spedita usando la Pec. Un aiuto arriva anche dall'Inps, che dal mese scorso, grazie a un accordo con la pubblica amministrazione, ha deciso di fornire gratuitamente a ogni iscritto al sito www.inps.it una casella di posta elettronica certificata. Attenzione però: va ricordato che questa casella può essere usata solo per comunicazioni ufficiali. Quindi non è una normale mail con cui mandare messaggi ad amici e parenti.
Se il cittadino può scegliere, professionisti, pubbliche amministrazioni e imprese saranno invece obbligati a dotarsi della Pec. Giornalisti, medici, avvocati, architetti, ingegneri e via dicendo lo dovranno fare prima del 29 novembre. Entro quella data bisognerà fornire al proprio Ordine o collegio l'indirizzo telematico scelto come mail ufficiale. Sarà poi l'Ordine a stipulare accordi con i gestori accreditati presso il Centro nazionale per l'informatica nella pubblica amministrazione (Cnipa, consultare la sezione «Pec» sul sito www.cnipa.gov per informazioni), in modo da offrire ai propri iscritti la mail. Le imprese costituite in forma societaria avranno invece tempo fino al dicembre 2011 per comunicare al registro delle imprese l'indirizzo di posta elettronica prescelto. Per le nuove imprese, però, sarà obbligatorio farlo già da ora e fin dal momento della nascita. Importante è ricordare come non serva l'assenso del destinatario di un messaggio spedito con Pec per far sì che la comunicazione abbia valore legale.


Marrazzo: "Pregai i carabinieri di restare libero"

di Redazione

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Roma - Piero Marrazzo dice che Natalie l’ha conosciuta «per strada», e non dice mai che è un transessuale, solo che è «di altezza normale e formosa». Racconta che quello sfortunato appuntamento nell’appartamento di via Gradoli 96, il 3 luglio, lui lo prese per telefono, prima di farcisi accompagnare con l’auto blu. Cinquemila euro era il prezzo pattuito, ma prima di consumare alcunché ecco la sorpresa: l’irruzione dei carabinieri. Poi gli assegni, lo scambio di numeri telefonici: «Ero terrorizzato, volevo andar via». Questo è l’inizio dello scandalo che ha portato il presidente della giunta regionale alle dimissioni, nella versione che lo stesso Marrazzo il 21 ottobre mette a verbale in procura, di fronte ai pm Giancarlo Capaldo e Rodolfo Sabelli.

IL PREZZO? CINQUEMILA EURO
Il giorno 21 ottobre 2009 dinanzi ai pm Capaldo e Sabelli compare Marrazzo Piero, in qualità di persona informata dei fatti su convocazione verbale di questo ufficio. «Nei primi giorni di luglio, dal primo al quattro di quel mese, ho deciso di avere un incontro a pagamento con una persona incontrata per strada qualche giorno prima. Questa persona si chiamava Natalie. Le telefonai e presi appuntamento. Andai con l’auto guidata dal mio autista. Nell’appartamento mi sono parzialmente spogliato, ho deposto parte della somma concordata su un tavolinetto. Tale somma era di 5.000 euro. Mi sembra di aver lasciato 3.000 euro, conservando la rimanente parte nel mio portafogli».

NESSUN RAPPORTO SESSUALE QUASI SUBITO L’IRRUZIONE
«Anche Natalie si è spogliata, ma non abbiamo consumato alcun rapporto. A un certo punto, ha suonato la porta e sono comparsi due uomini in borghese, uno più alto l'altro basso. Mi dissero che erano carabinieri, ma non mi mostrarono alcun tesserino. I due avevano un atteggiamento molto arrogante. Mi chiesero di vedere un documento e presero il mio portafogli. Se ne andarono in un’altra stanza, tenendo separati me e Natalie in stanze diverse».

IL RICATTO: "VOLEVANO SOLDI, HO DATO TRE ASSEGNI"
«Quello più alto mi chiese di consegnare loro molti soldi e di andarli a prendere. Mi rifiutai dicendo che non ne avevo. Proposi di consegnare loro assegni. Ne compilai 3, mi sembra per importi di 10.000, 5.000 e 5.000 euro. Firmai e li consegnai. Non vi furono esplicite minacce verbali, ma l’uomo mi fece intendere con atteggiamenti e giri di parole che se non avessi pagato sarebbero stati guai. Ebbi paura di essere arrestato e anche per la mia incolumità. Pregai loro di lasciarmi libero».

"C’ERA POLVERE BIANCA, PRESUMO FOSSE COCAINA"
«Quando se ne andarono, su un tavolinetto mi accorsi che c'era della polvere bianca, presumo fosse cocaina. Non c’era quando ero arrivato. Preciso che non ne ho fatto uso. Nel mio portafogli non c’erano più i soldi per saldare il prezzo pattuito dell’incontro. Quando sono andati via, Natalie si è mostrata contrariata, come se i due uomini si fossero portati via i tremila euro che le avevo dato in anticipo. Prima di andare via i due carabinieri mi diedero un numero di cellulare, dicendo di chiamarli».

"ERO TERRORIZZATO, DEL VIDEO NON MI ERO ACCORTO"
«I due uomini non mi hanno detto di aver fatto fotografie, né io mi sono accorto se uno dei due avesse qualche strumento adatto allo scopo. Preciso che ero terrorizzato, volevo andar via. Prima di andar via i due mi chiesero un recapito telefonico e gli diedi uno dei recapiti telefonici della mia segreteria alla Regione. Dopo alcuni giorni arrivò una telefonata, penso di uno di loro, ma rispose una mia collaboratrice e non seppe dirmi altro. Io subito dopo l'incontro con i sedicenti carabinieri avevo strappato il biglietto con il numero di cellulare che mi avevano lasciato. Natalie era di altezza normale e formosa».

DOPO LA DISAVVENTURA UNA DENUNCIA PER GLI ASSEGNI


«Da allora non ho saputo più nulla di questa storia fino a lunedì 19 ottobre. L'unica cosa che ho fatto come conseguenza di quell’episodio è
stato quello di pregare uno dei miei segretari, Luciani, che gestisce un mio conto corrente, di fare una denuncia di smarrimento degli assegni».

"BERLUSCONI MI DISSE DELLE FOTO"

«Lunedì 19 ottobre mi è arrivata una comunicazione confidenziale del presidente del consiglio Silvio Berlusconi che mi ha telefonato per
comunicarmi di aver saputo che negli ambienti editoriali milanesi girava voce che vi fossero foto compromettenti che mi riguardavano. Io
ho subito ripensato all’episodio di luglio e ho cercato di saperne di più. Mi è stato dato il numero di telefono di un’agenzia che sembrava
interessata alla commercializzazione».

"HO CHIAMATO L’AGENZIA MA AVETE FATTO PRIMA VOI"

«Ho telefonato, ricevendo una risposta vagamente positiva. Ho preso appuntamento che poi non è stato rispettato avendo avuto la
convocazione del vostro ufficio. Ho così detto ai miei collaboratori di soprassedere».

PIERO GUARDA IL FILMATO: "LA COCA NON È ROBA MIA"

(gli viene mostrato il filmato di cui si parla) «Riconosco effettivamente in tale filmato me e Natalie. Ho notato anche della
polvere bianca, accanto a una mia tessera. Preciso che quando sono entrato nell'appartamento non l’ho notata. Posso azzardare l’ipotesi
che sono stati loro a metterla».

Nuove Br, la Blefari si impicca in carcere

Corriere della Sera

La neobrigatista si è tolta la vita a Rebibbia
Era condannata all'ergastolo per l'omicidio Biagi

Diana Blefari Melazzi in una foto del 2003 (Ansa)

ROMA - La neobrigatista Diana Blefari Melazzi si è impiccata ed è morta nel carcere femminile di Rebibbia a Roma.

LENZUOLA ANNODATE - La neo brigatista si è impiccata sabato sera, attorno alle 22:30, utilizzando lenzuola tagliate e annodate. La donna - secondo quanto si è appreso - era in cella da sola, detenuta nel reparto isolamento del carcere Rebibbia femminile. Ad accorgersi quasi subito dell'accaduto sono stati gli agenti di polizia penitenziaria che - si è inoltre appreso - avrebbero sciolto con difficoltà i nodi delle lenzuola con cui la neo brigatista si è impiccata in cella e avrebbero provato a rianimarla senza però riuscirvi.

ERGASTOLO CONFERMATO - Lo scorso 27 ottobre, la Prima sezione penale della Cassazione ha confermato la condanna all'ergastolo per la neobrigatista Diana Blefari Melazzi, accusata di concorso nell'omicidio del giuslavorista Marco Biagi, avvenuto a Bologna il 19 marzo 2002. Anche la Procura della Cassazione aveva chiesto la conferma del verdetto emesso lo scorso 9 gennaio dalla Corte di assise di appello di Bologna che aveva inflitto all'imputata il carcere a vita.



PERIZIA PSICHIATRICA - Il gup del tribunale di Roma, Pierfrancesco De Angelis, lo scorso aprile, aveva disposto una perizia psichiatrica per verificare la capacità di stare in giudizio e quella di intendere e di volere di Diana Blefari Melazzi, dopo che la terrorista aveva aggredito nel maggio dello scorso anno un agente di polizia del carcere romano di Rebibbia. L'episodio, secondo i suoi legali, sarebbe stato uno dei tanti dovuti alle particolari condizioni psicologiche in cui versava la detenuta dopo la condanna all'ergastolo a Bologna. I difensori della brigatista gli avvocati Caterina Calia e Valerio Spigarelli, avevano chiesto la consulenza affidata al professor Antonio Pizzardi, sostenendo che Blefari non fosse in grado di presenziare al processo. Il 27 ottobre scorso, quando la Cassazione confermò la condanna all'ergastolo per Blefari, senza successo, l'avvocato Spigarelli cercò di contestare la legittimità della perizia medica eseguita nell'appello bis sostenendo che era di parte in quanto affidata ad un consulente del pm che si era già occupato del caso.



Ladro scappa con la campana della chiesa

Il Messaggero
   
di Lauredana Marsiglia

PONTE NELLE ALPI (31 ottobre) - «Sono il nuovo proprietario della chiesa e anche della vostra casa. Potreste darmi una mano per staccare la campana?». Su compenso di 50 euro, il ladro avrebbe così convinto gli ignari cinesi che occupano il vecchio edificio a fianco alla chiesetta dedicata a San Paolo, a dargli una mano nel compiere il singolare furto sacrilego. La campana in bronzo, alta circa 60 centimetri e del peso di parecchi chili, è stata quindi caricata sulla macchina, prendendo il largo assieme al nuovo "proprietario".

Il parroco di Puos d’Alpago, don Luciano, ha già sporto denuncia-querela, ma del ladro al momento non c’è traccia. Si sa solo che viaggiava a bordo di un’auto targata Treviso. Decisamente troppo poco per riuscire a risolvere il caso, inquadrabile nel traffico di opere sacre o, molto più brutalmente, in quello dei metalli pregiati.

A raccontare ai carabinieri come sono andate le cose sono stati proprio i cinesi che occupano il vecchio edificio a fianco della chiesetta. Geograficamente rientra nel comune pontalpino ma di fatto ricade sotto la competenza della parrocchia alpagota.
Venne inaugurata ancora nel 1951 dal vescovo Muccin.

Il fatto, emerso solo ieri grazie alla segnalazione di una cittadina che si dice «offesa» per il sacrilegio commesso, si sarebbe verificato ancora un mese fa, ma scoperto solo sabato scorso dai veri proprietari della casa occupata dai cinesi. La nicchia vuota del campanile, infatti, non è passata inosservata ai loro occhi.

«Quando due anni fa la chiesa venne scoperchiata da una tromba d’aria - dice don Luciano - provvedemmo a portare via tutti gli oggetti di valore, ma non certo la campana. Chi mai poteva pensare che qualcuno potesse rubarla!». L’ingegno criminale non ha confine, così come la fantasia. Per cercare di rintracciarla, sempreché non venga fusa, i carabinieri avrebbero in mano una vecchia foto dell’inaugurazione.

Nel frattempo, resta il problema della copertura della chiesa. Nessuno ha soldi per rimetterla in ordine. «Da due anni mi sto muovendo con tutti gli enti - dice don Luciano -, ma nessuno ha dei soldi da darci. Per rimetterla a posto servono circa 50 mila euro».



Islanda, in migliaia in fila per gustarsi l'ultimo Big Mac

Migliaia di islandesi in fila per un panino. Questo week end infatti sull’isola nordica chiuderanno tutti i McDonald, tre, a causa della crisi economica. Gli islandesi dunque si mettono in coda per gustare un’ultima volta il fast food più famoso del mondo. Dall’ora di pranzo di ieri lo staff sta lavorando a ritmi serratissimi per soddisfare le migliaia di ordinazioni.  “Questa è la mia ultima chance di mangiarmi un vero Big Mac” spiega Siggi, 28enne in file per il suo panino. “Non sono un gran fan del McDonald – aggiunge Siggi – ma mangiarne uno ogni tanto arricchisce la propria dieta”.

Ogmundsson, il licenziatario McDonald per l’Islanda, ha dichiarato a un giornale locale che “le vendite non sono semplicemente salite, hanno messo il turbo”. L’imprenditore ha affermato che stanno vendendo qualcosa come 10mila panini al giorno. Ciononostante la crisi economica, che ha colpito con particolare durezza l’Islanda, ha fatto calare moltissimo il valore della corona islandese (la moneta locale) facendo salirei prezzi delle importazioni alle stelle: importare panini e il resto sarebbe dunque troppo caro. 

Libero



Ultimo diktat laicista: vietata l’Ave Maria

di Renato Farina



 
Vietato in Comune, prima durante e dopo un matrimonio, dire l’Ave Maria. O forse è vietato dirla e basta. Forse è una bestemmia contro il Dio della Santa Religione Multiculturale. Accade a Varese, ma è un sintomo, non un caso eccezionale. Un amico mi racconta, e io trascrivo. È una persona seria: è un dirigente del Movimento cristiano lavoratori (Mcl) di cui è presidente nella città insubrica e bossiana. Per intenderci: Peppino Falvo non è un fanatico né un bigotto. Va volentieri al matrimonio civile di una coppia di amici. Non si scandalizza. La vita è così complicata...
Dice Falvo: «Il fatto è avvenuto nel palazzo degli Estensi, sede del comune di Varese, martedì 29 settembre. Ero stato invitato al matrimonio di una coppia di carissimi amici. I nomi li dico, visto che è un atto pubblico, e anche per una ragione che si capirà poi: sono Flor de Lourdes e Alfonso Maria. La cerimonia civile era officiata - si dice così - dal consigliere comunale architetto Franco Prevosti innanzi a circa cinquanta persone di diversa nazionalità. A fine rito, quello civile è arido, ho preso la parola per innaffiare di qualche frase meno burocratica la felicità degli sposi che era di tutti noi».

Auguri, cento anni, figli eccetera. Poi pronunciare i due nomi - Lourdes e Alfonso Maria - fa scattare sui due piedi una proposta: «Che ne dite se diciamo insieme un’Ave Maria? Inizia a dire «Ave-Maria-piena». Alt! L'architetto alza la paletta del vigile urbano del politicamente corretto. Peppino dopo un mese non si dà ancora pace: «Non volevo fare un gesto premeditato o provocatorio (come se dire l’Ave Maria fosse una provocazione poi...), ma l’ho fatto perché era così naturale ispirandomi al nome degli sposi e per dare una nota spirituale che conosco di loro gradimento. Il celebrante mi ha immediatamente interrotto, proibendo la preghiera ed eccependone l’inopportunità in quel luogo. Siamo usciti tutti dall’aula attoniti e umiliati e con un senso di colpa come quello di chi abbia voluto in qualche modo tentare di profanare un luogo che non appartiene alla civiltà del nostro Paese ma a chissà quale ideologia. Difficile spiegare l’accaduto ai partecipanti alla cerimonia, specialmente a coloro che non comprendono l’italiano. Tutti, anche gli stranieri, abbiamo recepito come incomprensibile un tale divieto sapendo esservi in Italia e a Varese una maggioranza di religione cattolica».

Falvo si pone degli interrogativi che sono anche i miei. «Per quale motivo una preghiera semplice e popolare risulta indecente per un’aula comunale? Perché solo la nostra fede è così scandalosa? Perché le altre religioni, in particolare quella musulmana, vengono rispettate, vedi per esempio il velo non integrale delle donne, i copricapo dei musulmani, le frequenti prostrazioni in luoghi pubblici (piazze, strade, luoghi di passaggio pubblico) rivolti alla Mecca creando talvolta notevole intralcio e disturbo per le invocazioni ad alta voce e le difficoltà di transito dei passanti? Perché i musulmani si permettono di distruggere le nostre immagini e noi invece dobbiamo rispettare le loro? Perché una pacifica manifestazione del sentimento religioso come la preghiera dell’Ave Maria durante un matrimonio suscita scandalo in un luogo pubblico?».

Aspettiamo un chiarimento, una paroletta ufficiale o anche ufficiosa. Qualche cavillo si troverà per giustificare quello che a me sembra un furto di identità, un’estirpazione di radici, un sequestro del sentimento cristiano del nostro popolo. A chi fa male, a chi dà fastidio una preghiera cristiana?
Una ben strana idea di laicità questa. Non è stato un errore, ma dev’essere proprio un metodo. Di certo un costume Franco Prevosti è presidente della Commissione cultura, ed è del Popolo della libertà. Ci possono essere tante idee diverse in questo partitone. Ma che idea di laicità è questa? Una volta peraltro Prevosti, che è un uomo sicuramente di forti convinzioni, ha rotto la laicità della cerimonia quando si è fatto festeggiare lui più degli sposi.

Trascrivo da un sito internet varesino: «Angela e Athos non lo sapevano quando hanno varcato il portone di Palazzo Estense ieri mattina, sabato 13 giugno, ma hanno scoperto di partecipare a un piccolo-grande record quando hanno visto spuntare fotografi e curiosi. Già, perché la coppia che ieri si è sposata nella bella sala del Comune di Varese dedicata alle cerimonie, è stata la trecentesima che Franco Prevosti ha unito in matrimonio. Un risultato tanto curioso quanto sensazionale per il consigliere comunale varesino, «specializzato» in fiori d’arancio dal 2006 in avanti.
Qualcuno, scherzando, ha accostato il cognome «clericale» del consigliere all’attività matrimoniale; di certo l’architetto Prevosti ci ha preso gusto, surclassando il sindaco Fontana e gli altri consiglieri nel numero di «sì» tanto da meritarsi una torta (quasi) nuziale per festeggiare l’evento.
Vorremmo capire: è una questione di eleganza? Una torta nuziale per il celebrante va bene, è laica, e una preghiera squalifica e abbrutisce? Non è un calcolo, ovvio, ma uno stato del pensiero pubblico, uno stato d’animo, la paura presente in tutti di schiacciare i piedi a qualche imam o a qualche corifeo del laicismo. Risultato alla lunga sarà l’annullamento di ogni memoria che non sia la classifica del campionato. Noi invece siamo orgogliosi della nostra origine, dei nostri canti, del nostro nome e cognome.

Pistole a gas, polizia: "Le regole"

di Redazione


 
Milano - Torino e Foggia sono state nei giorni scorsi teatro di due gravi episodi di cronaca: ragazzi armati di pistole a gas, o ad aria compressa, hanno sparato ferendo con pallini di metallo due persone. Questo tipo di pistole anche se considerate "a modesta capacità offensiva" possono essere molto pericolose e non possono essere detenute e usate da minorenni. Lo ricorda la Polizia di Stato che ha dedicato uno speciale alla vicenda ed alle normative relative a queste armi con potenza inferiore a 7,5 joule sul proprio sito, www.poliziadistato.it "Il ragazzo solleva un fazzoletto rosso sul viso, impugna l’arma a due mani, tende le braccia - proprio come un vero "pistolero" - e spara, in alto. L’immagine del giovane di Torino che punta la pistola, a gas, verso l’ottavo piano di un palazzo e spara ha fatto il giro delle tv e dei siti web. La polizia - chiamata dal signore che ha ripreso tutta la scena - trova sul suo balcone pallini di metallo e poco dopo individua anche i responsabili del gesto. Sono 3 ragazzi, ancora minorenni, che lo stesso giorno hanno sparato, anche, ad un’insegnante alla fermata dell’autobus, ferendola al sopracciglio. La pistola usata è una copia della Walther P99 il cui caricatore può contenere fino a 15 proiettili calibro 4,5 che possono fare anche molto male: a dieci metri il pallino può forare senza fatica un vetro spesso 5 millimetri", si legge sul sito della Polizia.

"Giocattoli" pericolosi "A Foggia un caso analogo: un giovane studente di 16 anni è stato colpito sopra l’occhio dallo sparo della pistola di un compagno di scuola. Quest’ultimo, 18 anni, aveva da poco acquistato l’arma ad aria compressa e voleva mostrarla agli amici. Prima di riporla nel fodero ha svuotato la canna, sparando il colpo. È successo al liceo scientifico Volta -ricorda la Polizia sul proprio sito- dove il giovane ha premuto il grilletto colpendo al sopracciglio l’altro ragazzo che stava passando nel cortile della scuola".


Mi presento: presidente dello Stato veneto e questo è il passaporto"


Avendo la certezza che i figli prendano sempre dai padri, secondo l’aurea regola latina del qualis pater talis filius, per i veneti sarebbe un vero affare affidare le finanze pubbliche all’avvocato Vittorio Selmo, eletto per acclamazione dai suoi sostenitori presidente dello Stato veneto, quello che verrà sull’esempio di quello che fu. Pare infatti che l’avvocato Luigi Selmo (1907-1969) al momento di abbandonare, nel 1962, la presidenza degli Istituti ospitalieri di Verona abbia lasciato in cassa 6 milioni di lire, ciò che fece dell’ospedale scaligero l’unico nosocomio d’Italia in attivo. Tanto che il Consiglio comunale, a 40 anni dalla morte, qualche sera fa ha deciso - 37 voti su 37 presenti, destra, centro, sinistra, e persino estrema sinistra, per una volta concordi - d’intitolargli quello che fino a oggi s’è chiamato Ospedale maggiore di Borgo Trento.
Il modo in cui Selmo padre riuscì a ottenere l’attivo giustifica una digressione di Selmo figlio: «Nel 1958 il democristiano Giuseppe Togni, ministro dei Lavori pubblici, si apprestava a licenziare il famoso Testo unico sulla circolazione stradale e voleva a tutti i costi che passasse alla storia come codice Togni. Papà venne a sapere di questa piccola vanità e chiese al suo concittadino e compagno di studi Guido Gonella, ministro di Grazia e giustizia, che doveva dire l’ultima parola sulla bizzarra pretesa, di non firmare il relativo decreto se prima Togni non avesse erogato i soldi per costruire il nuovo ospedale geriatrico di Verona, dal cui progetto sarebbe nato in seguito anche l’attuale Policlinico di Borgo Roma. Così avvenne. Il ministro dei Lavori pubblici scucì e Verona non spese una lira». Come se non bastasse, il presidente degli Istituti ospitalieri pretese che delle condutture per acqua, elettricità, gas, ossigeno e riscaldamento si occupassero i progettisti delle navi, allenati a economizzare nei volumi delle opere.
Tutti nati per l’architettura muraria e istituzionale, i Selmo. Da Paolo, che fece costruire i muraglioni di contenimento dell’Adige dopo la disastrosa inondazione del 1882, a Giacomo, che fu primo presidente della Corte d’appello di Torino e consigliere di Cassazione, fino a Luigi, che era stato anche penalista per 40 anni, presidente dell’Ente comunale assistenza quando nel dopoguerra le famiglie morivano di fame, artefice della prima casa di riposo per anziani, assessore ma soprattutto enunciatore delle «tre leggi fondamentali della politica come scienza».
Se dunque Vittorio, 63 anni, civilista, tre figli di cui una chirurga laureatasi in medicina sotto le bombe all’università americana di Beirut, ha oggi deciso di rifondare lo Stato veneto, di dichiararlo «libero, indipendente e sovrano», di dotare i suoi seguaci (mezzo migliaio solo a Verona) di un passaporto veneto, di immaginare un partito che non sia un partito e che si assuma l’immane compito di cancellare i partiti romani, si presume che lo abbia fatto solo per assecondare la politica come scienza, questa vocazione di famiglia dei Selmo, un po’ giuristi e un po’ filosofi, un po’ politici e un po’ edili, un po’ realisti e un po’ sognatori.
Mi conferma che ha preso da suo padre?
«Lo spero. Era un antifascista, dirigente dell’Azione cattolica. Fu arrestato dalle Brigate nere. Riuscì a fuggire dal carcere degli Scalzi, quello dove furono detenuti Galeazzo Ciano e gli altri condannati del processo di Verona. Ciò nonostante, dopo la guerra, andava nei tribunali militari a difendere i fascisti. Si rifiutò di assisterne solo uno, il quale per un’intera notte era rimasto acquattato nell’acqua di un fosso in attesa che si accendesse una luce nella casa di un’anziana ebrea, fatta poi deportare dai nazisti. In piena dittatura fondò il Movimento liberi lavoratori e nel 1946 il quindicinale Civiltà, sul quale le migliori menti pensanti approfondivano lo studio del concetto di Stato».

Che lei ha continuato passando dallo Stato italiano allo Stato veneto.
«Un’alternativa alla repubblica dei partiti, da ottenersi per vie legali e pacifiche in base al diritto dei popoli all’autodeterminazione. Puntiamo a un referendum sotto il controllo dell’Osce, l’Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione in Europa».
Ha detto niente.
«Guardi che questo tipo di referendum s’è già svolto in ben 12 Stati. La prossima nazione sarà la Scozia. Non ho bisogno di parlare con Roma: vado direttamente alla Ue. La Groenlandia ha approvato l’indipendenza dalla Danimarca giusto un anno fa e nel giugno scorso il parlamento di Copenhagen è stato costretto a ratificarla. E stiamo parlando di 57.000 abitanti. I veneti sono quasi 5 milioni».
Intanto s’è fatto il passaporto.
«Un documento tipo bancomat, che riporta la foto e i dati anagrafici. Serve a confermare l’identità veneta del titolare».
Come la cresima.
«’Na roba del genere. La vera democrazia consiste nel rispetto delle differenze, non nell’omologazione».
Finora chi l’ha chiesto?
«Elettori di tutti gli orientamenti, tranne rifondaroli e dipietristi. Per averlo basta essere nati nel Veneto oppure risiedervi da almeno cinque anni. Quindi diamo il passaporto anche ai marocchini o ai cinesi, purché abitino qui. Non abbiamo preclusioni».
Vedo però che il passaporto, sopra il leone di San Marco, riporta la dicitura «Unione europea» in 12 lingue. Un veneto vero se ne strafotte del Parlamento di Strasburgo e parla solo in dialetto.
«Siamo europeisti e non abbiamo intenti provocatori. Semmai persuasivi».
Volete ripristinare le buche delle denunzie secrete, come nella Serenissima?
«Segrete ma non anonime. Per essere prese in considerazione dai magistrati, le denunce dovevano recare la firma di due persone. Questa era la civiltà della Repubblica veneta. Quella della Repubblica italiana qual è? Retribuire i pentiti e chiamarli collaboratori di giustizia, dopo che hanno sciolto nell’acido i bambini e ammazzato un centinaio di persone, come Giovanni Brusca».
I veneti che c’entrano con la Padania?
«Nulla».
Se Umberto Bossi fa la Padania, addio Stato veneto.
«Secondo me non vuol proprio farla. Mica può sputare nel piatto romano dove anche lui mangia. È stato due volte ministro delle Riforme e che cos’ha riformato? Nemmeno una proposta d’indipendenza è riuscito a presentare. Parlano tanto di federalismo fiscale, che Dio solo sa cos’è. Ma qui non si tratta di dare più potere alle regioni, bensì di avere noi il potere di decidere. Su tutto. Oggi invece non possiamo decidere su niente, dobbiamo prima passare dal governo centrale».
Nel vostro sito Statoveneto.com ve la prendete col «monitoraggio fiscale». Non volete più pagare le tasse?
«Ce la prendiamo con l’uso distorto dei dati fiscali, con un’anagrafe telematica delle Finanze alla quale possono attingere tutti i servizi segreti, Cisr, Dis, Aise, Aisi. Di fatto una dittatura informatica. Hanno in mano le nostre vite e di loro non sappiamo nulla».
Perché volete abolire i partiti?
«Perché hanno esaurito la loro funzione storica, oggi non sono più in grado d’interpretare la vita delle persone. I partiti, per definizione, curano gli interessi di parte, ai quali noi contrapponiamo la cura dei valori».

Vale a dire?
«L’articolo 1 della Costituzione veneta proclama che il Veneto è fondato sulla qualità della vita. Non sul lavoro. La vita non può ridursi a moneta. La Costituzione italiana, nata per reazione alla dittatura, aveva come unico scopo quello d’impedire il risorgere di un despota, era protesa a evitare l’assolutismo del re con lo spezzettamento dei poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario».
E a lei invece piace il doge.
«Ma il doge non aveva poteri effettivi, almeno in tempo di pace. Solo di rappresentanza. A Marin Faliero, l’unico che tentò di accentrarli nelle proprie mani, tagliarono la testa e ancor oggi nel Palazzo Ducale di Venezia, nella Sala del Maggior Consiglio, un drappo nero copre il suo volto. In Italia tutti vogliono “farsi principi”, scrive Niccolò Machiavelli nelle Istorie Fiorentine. Nella Repubblica veneta questo non è mai stato possibile».
Crede anche lei che alla presidenza della Regione Veneto sarà candidato un leghista oppure Giancarlo Galan ha ancora qualche chance?
«Dipende da variabili che non originano dal nostro territorio. Se solo Galan avesse puntato su chi vuole il Veneto libero e sovrano... Un recente sondaggio del Gazzettino dimostra che il 10% dei veneti chiede l’indipendenza e non l’autonomia».
Ma che interesse ha Bossi a crearsi un contraltare sul fronte orientale?
«La trincea del federalismo è qua. Non dimentichiamo che Bossi viene dal Pci, non è un originario. E s’è comprato il simbolo della prima Liga veneta offrendo un posto di sottosegretario a Franco Rocchetta».
Lei come lo sa?
«Ero fra i promotori della Liga veneta. Alle politiche del 1983 eleggemmo un deputato e un senatore spendendo appena 8 milioni di lire in manifesti». (Tira fuori alcune foto che lo ritraggono nel 1980 con Rocchetta e altri leghisti della prima ora sui Colli Euganei: è riconoscibile Luigi Faccia, che fu processato come ideologo dell’assalto al campanile di San Marco e sedicente presidente del Veneto Serenissimo Governo). «Il leone di San Marco che Bossi ha messo sullo scudo di Alberto da Giussano è quello di guerra, col libro chiuso e la spada sguainata, mentre nel simbolo dello Stato veneto ha il Vangelo aperto con la scritta Pax tibi».
Del gesto dei serenissimi che pensò?
«Una scelta molto originale. Avevo perso di vista Faccia da parecchi anni».
Crede anche lei, come mi disse Rocchetta dieci anni fa, che i fratelli Zen, veneti, avessero scoperto l’America un secolo prima di Cristoforo Colombo?
«Non ho riscontri».
E che il Renzo Tramaglino dei Promessi Sposi fosse «un extracomunitario proveniente dalla Lombardia spagnola, che non manteneva certo buoni rapporti con la Repubblica di San Marco, eppure l’abbiamo accolto come un figlio»?
«Qui andiamo sul goliardico».
Volete istituire l’insegnamento della lingua veneta nelle scuole?
«Sì. Il 75% dei veneti parla veneto, l’ha scritto La Stampa. Come diceva Giacomo Leopardi, i dialetti rappresentano la ricchezza della lingua italiana. La lengoa veneta è tale proprio perché al proprio interno ha i dialetti. Il veronese è diverso dal vicentino e il padovano dal rodigino. Qui ha ragione Rocchetta quando sostiene che il veneto va considerato una lingua per la sua capacità di tradurre i neologismi: il mouse del computer che diventa croto, cioè rospo; l’elicottero, sitòn, cioè libellula; il fax, damò, cioè da adesso, per esprimere immediatezza».
Quali sono i confini dello Stato veneto?
«Quelli del 1797, quando fu soppresso».
Fino alle Bocche di Cattaro? La vedo dura. Oggi è Macedonia.

«Adattati, logico. Diciamo Veneto, Friuli Venezia Giulia, a Nord fino a Rovereto, sulle cui porte c’è ancora il leone di San Marco, e a Ovest fino all’Adda e a Crema».
Per Rocchetta i confini veneti passano per Cipro, Terra Santa, Caucaso, e arrivano fino all’iraniana Tabriz, dove la lingua dei commerci è ancor oggi un ibrido veneto. Insomma, da Bergamo al Mar Caspio.
«Sarebbe folle voler prescindere dagli eventi storici degli ultimi due secoli e dal diritto internazionale».
Se ora le nomino Napoleone, lei che fa?
«Eviti. L’affossatore, nel 1797, della Serenissima Repubblica. Un predone di opere d’arte. Un violentatore che bruciava i simboli delle città: il Bucintoro a Venezia, il carroccio della Lega custodito da secoli nella basilica di San Zeno a Verona. L’iconoclasta che fece scalpellare via da tutti i palazzi il leone di San Marco, davanti al quale, almeno, gli Austriaci si fermarono. Ma la soldataglia francese, fatta di atei, illuministi e massoni, no. Quella di Napoleone è stata la prima guerra al mondo combattuta allo scopo d’imporre un’ideologia. C’è riuscito, due secoli dopo, solo George Bush in Irak. E infatti a Bagdad gli americani hanno saccheggiato e distrutto il Museo nazionale iracheno che racchiudeva 6.000 anni di storia».
Perché i veneti ieri venivano considerati un popolo di ubriaconi, servette di facili costumi, analfabeti, baciapile e oggi di arricchiti, razzisti, sfruttatori di clandestini?
«La prima serie di pregiudizi scaturisce dalla miseria in cui ci precipitarono i Savoia dal 1866 in poi, con l’annessione all’Italia, che costrinse 5 milioni di veneti a emigrare all’estero; la seconda dall’invidia degli italiani verso un popolo che ha saputo risollevarsi con la sola forza della propria dignità. Che quello veneto è un popolo sta scritto nello statuto della Regione, all’articolo 2. Nessun’altra comunità di persone in Italia viene definita “popolo” in una legge, a parte i sardi. Faccia caso: i movimenti politici autonomistici proliferano solo qui. Non è un fenomeno negativo, ma l’espressione di un sentimento innato. Per 1.158 anni i nostri antenati hanno vissuto in una nazione indipendente. Vogliamo tornare a essere Stato veneto e l’espediente più dozzinale per impedircelo è deriderci, diffamarci, etichettarci. Ma è come se ci rilasciassero un attestato d’identità: quella che altri non hanno più».

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Scudo fiscale, ira Svizzera Occhio, Silvio: se parliamo il governo salta in un giorno

Quotidianonet

Gli abitanti di Chiasso invitati dalle autorità elvetiche a denunciare le "spie" italiane delle Fiamme Gialle a caccia di conti segreti. Un banchiere ticinese: non c'è politico o industriale italiano che non abbia un conto in Svizzera

Da www.ticinolibero.ch


Senza commenti e senza modifiche riportiamo per intero un articolo pubblicato oggi dal sito di economia e finanza Bluerating Funds & Investments, firmato da Giacomo Berdini.

Dopo le incursioni nelle filiali delle banche elvetiche la situazione diplomatica con la Svizzera è precipitata. Gli abitanti di Chiasso sono chiamati dalle autorità locali a collaborare per smascherare le spie italiane e dalle colonne dei giornali si minaccia il governo Berlusconi: "Se parlassimo, il governo cadrebbe in 24 ore".

Clima da guerra fredda tra Italia e Svizzera e come nei migliori film hollywoodiani ci sono di mezzo anche le spie.
Gli abitanti di Chiasso, cittadina svizzera al confine con l'Italia, sono stati chiamati ufficialmente a collaborare con le autorità locali per smascherare gli investigatori del Fisco italiano che agiscono sul suolo svizzero.

L'iniziativa del comune ticinese è seguita a diverse segnalazioni su attività d'inchiesta non autorizzate che sarebbero ora in corso nella città.

Ieri il consigliere di Stato del Ticino, il liberale radicale Gabriele Gendotti, ha dichiarato che agenti italiani effettuano operazioni di spionaggio sui treni, ma ha aggiunto di non essere meravigliato dalle incursioni delle Fiamme gialle, giustificate dal bisogno di denaro da parte del governo italiano, alle prese con una grave crisi economica e con un forte indebitamento.

Il consigliere ha puntato il dito contro lo scudo fiscale, che viola le regole della libera circolazione dei capitali e le direttive europee sul riciclaggio di denaro.
Dopo la situazione di aperta tensione con la Confederazione Elvetica, la recente incursione alle 76 filiali di banche svizzere ha definitivamente rotto l'equilibrio italo-svizzero, catapultando la situazione politica in un contesto non troppo dissimile dal rapporto tra Stati Uniti e Russia alla vigilia della fine del secondo conflitto mondiale.

Non ci resta cha aspettare che venga eretto un muro sul confine con la Svizzera?
In realtà siamo già a buon punto, visti i metodi utilizzati dalle autorità italiane, che effettuano controlli serrati alle frontiere, piazzano telecamere ai valichi e, soprattutto, "eseguono odiose incursioni nelle filiali nel nostro paese", denunciano gli svizzeri.
La Confederazione, inoltre, si lamenta del fatto che l'Italia non si sia allineata alla decisione dell'Ocse di cancellare Berna della lista grigia dei paradisi fiscali e continuano i negoziati bilaterali per raggiungere un nuovo accordo di doppia imposizione.

Di fronte all'indignazione elvetica il ministro degli esteri italiano Franco Frattini minimizza il tenore dei problemi con Berna.

"L'Italia non ha alcun problema con la Svizzera. Abbiamo un'eccellente relazione, il resto è una questione interna di investigazione della Guardia di finanza che ha eseguito gli ordini impartiti".

Ma da quello che sembra i rapporti, almeno da parte elvetica, non sono così "eccellenti". Le minacce al governo italiano si susseguono, e di nuovo si gioca la carta del ricatto: "Non c'è politico o esponente dell'economia italiana che non abbia un conto in Svizzera", ha dichiarato un banchiere svizzero rimasto anonimo, ex direttore con anni di esperienza alle spalle presso una delle più grandi banche in Ticino.

"Se io parlassi, il governo italiano cadrebbe in un giorno", ha minacciato dalle colonne del giornale svizzero-tedesco Blick, che ricorda la misteriosa ascesa di Berlusconi e il ruolo decisivo della piazza finanziaria ticinese.
"Grazie al silenzio degli avvocati e delle banche ticinesi", si legge sul Blick, "non è ancora chiaro da dove sono arrivati i milioni che hanno permesso il sorgere del suo impero costruito attorno alla Fininvest".



Natalie al pm: «Così andò quel giorno»

Corriere della Sera

«Io ero con Piero e ad un certo punto sono arrivati due carabinieri in borghese, Carlo e Luciano».

Il trans Natalie (Emmevi)

ROMA - «Era fine giugno tra le 15 e le 17. Io ero con Piero e ad un certo punto sono arrivati due carabinieri in borghese, Carlo e Luciano. Hanno bussato, credevo fosse una mia amica». Questo uno dei passaggi dell'interrogatorio che il trans brasiliano Natalie ha reso agli inquirenti che indagano sul ricatto all'ex governatore della Regione Lazio.

L'IRRUZIONE - Natalie spiega che si trovava nell'appartamento di via Gradoli al numero 96 e racconta l'irruzione che Carlo Tagliente e Luciano Simeone, i due carabinieri in carcere per il ricatto a Marrazzo, fecero durante l'incontro. «Avevo detto a loro - si legge nel verbale ora depositato agli atti del Riesame che il 4 novembre prossimo dovrà decidere sulla richiesta di revoca della custodia cautelare in carcere per i quattro carabinieri arrestati - che non avevo clienti ma Carlo e Luciano sono entrati dicendomi che ero con qualcuno che a loro interessava molto vedere». Natalie descrive la situazione che i due carabinieri avevano trovato nel suo appartamento. Si tratta di dichiarazioni che il trans aveva già fatto ad alcuni organi di stampa che avevano intervistato il trans nei giorni scorsi. «Piero stava nella stanza - continua Natalie agli inquirenti - era in mutande bianche. Loro mi hanno obbligato ad uscire sul balcone. Ero lì fuori e si sono parlati per circa venti minuti. Poi sono tornata nella stanza e ho sentito che minacciavano Piero dicendo che se lo avessero portato in caserma lo avrebbero rovinato dato che stava con un transessuale. Ho sentito che uno dei due voleva cinquantamila euro, ed altri cinquantamila li voleva l'altro ma Piero non aveva quei soldi».

LA TESTIMONIANZA - Tra gli atti depositati al Riesame vi è anche la testimonianza dell'avvocato di Gianguerino Cafasso, il tossicodipendente deceduto nello scorso settembre, che, secondo i carabinieri arrestati, avrebbe dato lui ai militari il video oggetto del ricatto. Il suo avvocato ha smentito questa tesi. «Cafasso - ha detto il legale agli inquirenti il 29 ottobre scorso - mi disse che quel video gli era stato dato dai carabinieri e che il suo compito era quello di commercializzarlo». Agli atti degli inquirenti vi è anche, a tal proposito, l'interrogatorio di due giornaliste di Libero che hanno riferito di aver incontrato Gianguerino Cafasso per visionare il filmato che ritrae l'incontro tra il trans e Marrazzo.

CHI HA GIRATO IL VIDEO? - Versioni contrastanti su chi ha girato il filmato. Il fotografo Max Scarfone, contattato dai carabinieri indagati affinché potesse aiutarli a vendere il video, spiega - si legge sui verbali - che i militari, «ed in particolare Luciano Simeone, mi hanno dato versioni diverse sull'origine del video. Una volta mi ha detto che glielo aveva dato un trans di loro conoscenza, poi il 'pappone' dei trans che lo aveva girato. In un'occasione, addirittura, Luciano mi aveva fatto capire, senza dirmelo esplicitamente, che lo aveva girato lui». Un altro dei carabinieri, Antonio Tamburrino, racconta che sentì Simeone dire «che era stato girato da un altro transessuale il quale lo aveva poi consegnato a loro». Questa la versione di un terzo militare, Carlo Tagliente: nei primi giorni di luglio ci fu il contatto con il confidente Gianguerino Cafasso, che segnalò un festino con trans in via Gradoli; i militari andarono e sorpresero Marrazzo con un trans. Quindici giorni dopo richiamò Cafasso per «dirci che era venuto in possesso, senza specificare come, di un video che ritraeva Marrazzo mentre si trovava in compagnia di un trans in atteggiamenti ambigui». Laconica la versione di Simeone: «Non so chi abbia fatto il video, so solo che era a spezzoni ed era molto mosso»

NO ALLA SCACERAZIONE - La Procura di Roma intanto dirà no alla scarcerazione dei quattro carabinieri della Compagnia Trionfale detenuti a Regina Coeli. L'opposizione all'uscita dal carcere di Carlo Tagliente, Luciano Simeone, Antonio Tamburrino e Nicola Testini sarà formalizzata il 4 novembre in occasione dell'udienza del Tribunale del riesame dedicata alle istanze di scarcerazione presentate dai legali degli indagati arrestati. Ma prima di quel giorno i quattro saranno risentiti dal pm e con essi sarà interrogato anche un quinto carabiniere finito sul registro degli indagati, per ricettazione, Donato D'Autilia, in passato coinvolto in un'indagine di pedofilia. Il militare avrebbe ricoperto il ruolo di intermediario nell' attività di vendita del video che ritrae l'ex governatore del Lazio in compagnia di un transessuale. D'Autlia avrebbe messo a disposizione dei suoi colleghi un appartamento nella zona della via Cassia a Roma affinchè potessero far visionare a possibili acquirenti il filmato che ritraeva Marrazzo con un trans. Della circostanza parla - nei verbali agli atti dell'inchiesta - il fotografo Max Scarfone, che racconta di essere stato contattato dai carabinieri Luciano Simeone e Antonio Tamburrino per visionare il filmato e di essere stato accompagnato a fine luglio, attraverso un giro «molto tortuoso» in «un quartiere nuovo nella zona Cassia».

MARRAZZO ASCOLTATO - Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il sostituto Rodolfo Sabelli, sentiranno i cinque indagati prima del riesame per chiarire molti altri aspetti della vicenda, come la presenza della cocaina in via Gradoli e gli assegni che Marrazzo sostiene di aver consegnato ai carabinieri e mai incassati. I due magistrati intendono inoltre risentire anche Marrazzo. Non appena le condizioni di salute lo permetteranno, sarà convocato in procura.



Iran, in manette studente che ha criticato Khamenei Ma in rete è già un eroe



 
Teheran - Secondo quanto riporta un blog di opposizione iraniana, rilanciato dal sito iranian.com, uno studente universitario ventenne è stato arrestato dopo che mercoledì scorso ha pubblicamente criticato la Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei. Lo studente, stando a quanto riferito dal blog, mercoledì ha preso la parola a Teheran durante un incontro ufficiale dello stesso Khamenei con le elite universitarie del Paese, e da giovedì, secondo informazioni non confermate, sarebbe nelle mani dei Guardiani della Rivoluzione. Il giovane è uno studente di matematica alla Sharif University che avrebbe vinto le Olimpiadi della Matematica e si chiamerebbe Mahmud Vahidnia. Nel suo intervento ai microfoni, compiuto dopo che le autorità universitarie che partecipavano alla terza Conferenza nazionale delle Giovani Elite erano già intervenute e prima che parlasse Khamenei, Vahidnia ha parlato per 20 minuti malgrado le proteste di diverse persone nella platea.


Critiche contro radio e tv di stato
Ha criticato, si legge, "e tv e radio di stato, il clima poliziesco che circonda la stampa, l’impossibilità di esprimere critiche alla Guida Suprema e la struttura di potere nel Paese incarnata dal Consiglio dei Guardiani e l’Assemblea degli Esperti", che imbriglia la democrazia. Rivoltosi a Khamenei, che presiedeva l’incontro, Vahidnia ha chiesto più tempo per poter finire il suo discorso e la Guida suprema, sempre secondo il blogger, avrebbe detto: "Vorrei che proseguisse. Il tempo è già esaurito ma lei vada avanti". Secondo il sito, che precisa come l’informazione sia ancora da confermare, lo studente sarebbe da giovedì sera nelle mani dell’unità di intelligence dei Guardiani.Nel frattempo il video dell'intervento dello studente ha già fatto il giro del mondo e da molti siti viene già definito come un eroe



Guerre «private» Ecco i mercenari in prima linea

Avvenire

Inquadrare eserciti privati e servirsi di mercenari è usanza vecchia quanto la guerra. Le legioni romane abbondavano di militi alloctoni: "i mastini della guerra" del Giulio Cesare di Shakespeare, fino a quelli contemporanei di Frederick Forsyth. Nei secoli XIII e XIV, interi reggimenti appartenevano a questo o quel signore, che li reclutava, li equipaggiava e li comandava a suo piacimento, affittandone i servizi al miglior offerente, anche per breve tempo o per una singola campagna. L’esercito della East India Company superava per effettivi i "coloniali" della Regina: oltre 100mila uomini.

È un costume mai venuto meno, se solo si pensi ai conflitti dell’irredentismo post-coloniale. Nell’Indocina francese combatterono a peso d’oro i mercenari statunitensi della Cat. Era il 1953-54 e la parcella delle "tigri volanti" superava i 35 dollari l’ora. Nel Vietnam bombardato dal Pentagono, l’esternalizzazione dei servizi logistici – hi-tech in primis – fu talmente ampia che Business Week parlò di una «guerra a contratto». Si contava un "civile" ogni 5 militari (era il 1965).

La prima Guerra del Golfo (1991) ha rappresentato una parentesi poco significativa: c’era un solo "civile" ogni 60 soldati, mentre nei Balcani, in Iraq e in Afghanistan, gli uni e gli altri hanno cominciato a equivalersi. Non si tratta solo di numeri, ma anche di scenario, divenuto molto più complesso.
Con la fine della guerra fredda, sono aumentati i conflitti civili e i focolai di tensione: se nel 1997 si contavano 18 confronti gravi, oggi la cifra è più che doppia (39). Al tempo stesso, gli eserciti nazionali hanno smobilitato: nel decennio 1987-97, la somma degli effettivi britannici, francesi, russi e statunitensi è crollata da 5,23 a 1,24 milioni. Una massa di 6 milioni di ex-soldati, ufficiali e sottufficiali compresi, si è ritrovata senza divisa e, se appartenente al vecchio Patto di Varsavia, senza coperture socio-economiche. Il 70% degli 007 del Kgb si è riciclato in aziende militari e di sicurezza: le famigerate Pmsc (Private military and security companies), in gran parte anglosassoni, ma anche francesi, israeliane, russe e sudafricane.

Interi arsenali di armamenti convenzionali sono stati messi all’incanto. Fucili, carri armati e aerei da combattimento sono stati venduti a prezzi stracciati, senza discrimine fra acquirenti. L’Angolagate e la Somalia d’Ilaria Alpi hanno dimostrato le connivenze fra il traffico d’armi, le contropartite in materie prime e le attività mercenarie: un circuito illegale fatto di denaro sporco, ex agenti segreti e guerriglie, che hanno insanguinato molti Paesi africani e stimolato gli appetiti delle Pmsc.

A metà degli anni 80, se ne contavano una ventina, oggi sono circa duecento, 61 delle quali affiliate a una lobby di categoria: l’Ipoa, che manovra dalla sede statunitense per ghermire più appalti nelle operazioni oltremare. Gli affari non mancano: in crescita ininterrotta dal 1991 (+1000%), il mercato vale 100-150 miliardi di dollari l’anno, 15-20 dei quali "euro-britannici". Una quota sempre maggiore (16,7%) è assorbita dai servizi privati di sicurezza. Nell’ultimo triennio, Londra ha speso per le guardie "iracheno-afgane" 148 milioni di sterline. Ha affidato ad ArmorGroup l’ambasciata di Kabul e a Kroll quella di Bagdad.

L’elenco si farebbe sterminato, perché ai contractors ricorrono un po’ tutti: le multinazionali petrolifere e minerarie, i governi legittimi e vacillanti, le organizzazioni non governative e intergovernative. L’offerta copre l’intero spettro delle attività belliche e post-belliche. Oltre a gestire wargames e campi d’addestramento, le Pmsc combattono e fanno intelligence; contrastano la pirateria marittima; proteggono infrastrutture, sedi istituzionali e personale; inquadrano e preparano forze militari e di polizia; ricostruiscono e si accollano la logistica: dai pasti alla manutenzione di armi sofisticate, fra cui i bombardieri e i caccia invisibili B-2 ed F-117.

È un fenomeno istituzionalizzato. Almeno dal 1985, anno in cui il Pentagono, massimo dispensatore di guerre opulente, ha scommesso sulle tecno-unità e ridotto del 60% il comando logistico dell’Esercito. Con il Logcap, ha appaltato ai privati le forniture di carburante e di viveri, la manutenzione dei mezzi: un affare gigantesco, che continua tuttora e che, nel prossimo decennio, pomperà 150 miliardi di dollari nelle casse di 3 compagnie: DynCorp, Fluor e KBR. Pochi hanno fatto più affari dell’ultima: fra genio militare e nepotismo di Dick Cheney, l’ex controllata di Halliburton munge al Pentagono 5-6 miliardi l’anno. Molte delle basi oltremare ne dipendono per ogni servizio, se si escludono i combattenti.

Il 2003 è l’anno d’Iraqi Freedom e della svolta per DynCorp, appena rilevata dalla Computer Sciences Corporation. Fino ad allora, la società riparava i velivoli e i sistemi di combattimento ovunque chiamasse l’Aeronautica statunitense. Nella Bosnia occupata di fine anni ’90, alcuni suoi dipendenti furono coinvolti in uno scandalo a luci rosse, radiati e confinati nell’oblio, senza conseguenza alcuna per l’azienda, maestra nell’attività di lobbying. La persuasione finanziaria soft non ha confini: 100mila dollari al Partito repubblicano (2003) e per DynCorp comincia un crescendo di commesse. Nel 2004, l’azienda diversifica i servizi ed entra nel giro della sicurezza privata. Ha tremila dipendenti già pronti a proteggere personale e strutture, oltre che addestrare forze di polizia a ordinamento militare.

Il Dipartimento di Stato comincia a cooptarli nelle zone più turbolente del globo: dal Medioriente all’Africa subsahariana, senza dimenticare l’Afganistan. Il Pentagono ne spedisce anche in Giordania (al-Jaftlak), come istruttori delle forze di sicurezza palestinesi (Pnfs). Lievitano i costi e, nel 2010, forgiare l’esercito e la polizia afgana costerà 7,5 miliardi di dollari.
La storia della DynCorp è paradigmatica: similmente a lei, molte Pmsc hanno all’origine ex militari, dai forti legami con gli ambienti governativi. Da piccole realtà, si trasformano in network economici internazionali, strettamente imparentati con i grandi industriali di armamenti, con il mondo economico-finanziario e tecno-informatico. Basti solo pensare alla Vinnel, acquistata da Northrop Grumman, o all’Mpri, controllata da L3 Communications.

Nessuna delle due (Vinnel e Mpri) sarebbe del tutto fuori posto dinanzi ai tribunali per crimini di guerra: la prima per il lavoro sporco in Vietnam; la seconda per i torbidi balcanici. Mentre si celebra il processo a Radovan Karadzic, boia di Srebrenica, è bene non dimenticare che dietro i successi (e i massacri) croati in Krajina vi erano anche dirigenti e contractor dell’Mpri, al 90% ex militari statunitensi.
Francesco Palmas


Prato, cliente va con prostituta e il sindaco gli confisca l'auto

Corriere della Sera

Avrebbe violato la recente ordinanza antiprostituzione emessa il 28 aprile

L’uomo ha fatto ricorso, ma ha perso. È la prima volta che accade in Italia

MILANO - Prima confisca di auto in Italia a un cliente di una prostituta: è avvenuta a Prato, dove vige una ordinanza anti prostituzione emessa dal sindaco. Venerdì il Comune di Prato ha notificato a R. G., un collaboratore scolastico, un’ordinanza di confisca della sua Fiat Punto vecchio modello sequestrata dai carabinieri del nucleo radiomobile di Prato il 24 settembre per aver violato la recente ordinanza antiprostituzione emessa il 28 aprile dal sindaco di Prato.

IL RICORSO - La confisca del mezzo costituisce l’atto finale del procedimento amministrativo avviato dal Comune di Prato contro l’uomo che, mediante un legale di fiducia, ha anche fatto ricorso alla sanzione amministrativa contestatagli dai carabinieri. Ricorso, però, perduto. Con la confisca il destinatario della violazione amministrativa oltre al pagamento della sanzione pecuniaria, perde anche la proprietà del proprio bene che viene appunto alienato a favore dell’amministrazione pubblica. L’ordinanza del sindaco prevede, tra l’altro, la multa di 400 euro per le lucciole e i loro clienti.


31 ottobre 2009



Le promesse di Marrazzo ai ricattatori "Sarò riconoscente, vi aiuterò nell'arma"

Libero

di Roberta Catania - 

«Aveva gli occhi lucidi», Piero Marrazzo, «mentre ci implorava di non rovinarlo. Ci promise promozioni nell’Arma e trasferimenti». Ecco uno dei passaggi del verbale di uno dei quattro carabinieri arrestati per lo scandalo che ha costretto il governatore del Lazio alle dimissioni. Dichiarazioni spontanee che Libero è in grado di pubblicare integralmente.

È l’1.40 della notte del 21 ottobre 2009 quando i militari del Raggruppamento operativo Speciale sentono il collega “infedele”, il carabiniere scelto Carlo Tagliente. Gli altri negano, negano tutto. Lui no, lui ammette almeno parzialmente le responsabilità che lo legano soprattutto ai colleghi Nicola Testini e Luciano Simeone. La posizione di Alessandro Tamburrino, infatti, è una storia a parte, che entra in ballo solo all’ultimo, quando i militari cercano di vendere il video che ritrae l’ex presidente della Regione in compagnia di un trans.

Tagliente, pugliese di 32 anni, racconta ai colleghi che gli stanno perquisendo l’abitazione di essere «entrato in contatto con un confidente legato al mondo dei transessuali, tale Cafasso Gianguarino». Il 3 luglio Cafasso «ci chiamò (...) e ci disse che era venuto a conoscenza che si stava svolgendo un festino con dei trans all’interno di un appartamento in via Gradoli». È in questa occasione, dunque, che Gianguarino viene tirato per la prima volta in ballo. Il racconto del carabiniere della Compagnia Trionfale prosegue e arriva al momento in cui «bussammo alla porta». «Aprì un viados di pelle scura e moro di capelli», ricostruisce Tagliente, che aggiunge: «Ci trovammo di fronte una persona che riconoscemmo subito essere Marrazzo. (...) Ci trovammo in grandissimo imbarazzo, perché indossava solo una maglia intima e le mutande. (...) Lui ci pregò con gli occhi lucidi di non fare nulla, perché ci diceva: “Io ho una mia dignità e la mia posizione... vi prego aiutatemi.. saprò ricompensarvi, vi aiuterò nell’Arma”. Quindi ci disse che avrebbe potuto aiutarci se avessimo voluto un trasferimento». Qui il carabiniere ammette la propria debolezza e confida di aver a lungo cercato il trasferimento per ricongiungersi alla famiglia d’origine. Così, racconta, accettò l’offerta di Marrazzo.

l’altro trans di piero

Dopo 15 giorni, a leggere la ricostruzione di Tagliente, Cafasso si mise di nuovo in contatto con i carabinieri: «Disse che era entrato in possesso, senza specificare come, di un video che ritraeva Marrazzo mentre si trovava in compagnia di un trans in atteggiamenti ambigui».

Il video dello scandalo, si direbbe, anche se alcuni dettagli non tornano. È vero che dura quei famosi «2-3 minuti», ma il carabiniere arrestato identifica questo altro viados come «biondo». Anche se è possibile che il militare abbia confuso le due circostanze e invertito il ricordo della fisionomia dei due travestiti.

Dopo aver «nascosto il cd o dvd in una zona di campagna sulla via Trionfale», i carabinieri corrotti hanno cercato di vendere il filmato. Nel racconto si ricostruisce anche della improvvisa morte di Cafasso e dell’occasione, per loro, di continuare da soli le trattative per ricavare soldi dal video.

Il militare pugliese rivela anche di essersi «insospettito» avendo notato «un carabiniere del Ros che stava con una ragazza davanti al bar Vanni».

pedinamenti errati

«Questo fu un primo campanello d’allarme». Il primo segnale, perché dopo c’era stato anche uno strano incontro con un «collega appostato su un motociclo T-max, fermo in via Cortina d’Ampezzo».

I carabinieri sentono il fiato sul collo e decidono di fare un passo indietro, distruggendo i dvd, anzi «spaccandoli in più pezzi e gettandoli in un bidone dell’immondizia vicino alla caserma sede della Compagnia Trionfale». Un ravvedimento giunto comunque troppo tardi: ormai l’indagine è avviata e gli investigatori del Ros gli sono addosso.

Cinque giorni dopo aver rinunciato al video, infatti, scattano i fermi e la vicenda di Marrazzo e del trans diventa di dominio pubblico.

IL VERBALE

Il giorno 21 ottobre 2009, alle ore 01,40, in Roma, negli Uffici del Comando della Compagnia Carabinieri di Roma Trionfale.

Avanti ai sottoscritti Ufficiali di Polizia Giudiziaria Colonnello Massimiliano MACILENTI, Capitano Carmine TORDIGLIONE e Maresciallo A.s. UPS Roberto PUCCI, rispettivamente Comandante e addetti alla sezione Anticrimine Carabinieri di Roma, nonché Cap. Massimiliano D’ANGELANTONIO, comandante della II Sezione del II Reparto Investigativo del R:O:S: Carabinieri di Roma è presente TAGLIENTE Carlo, il quale spontaneamente Riletto confermato e sottoscritto in data e luogo di cui sopra

“Nei primi giorni del mese di luglio 2009, credo, se non ricordo male, forse il 3, unitamente al mio collega SIMEONE Luciano, ho avuto un contatto con un confidente legato al mondo dei transessuali, tale CAFASSO Gianguarino. Preciso che quest’ultimo era un confidente del Maresciallo TESTINI Nicola ma conseguentemente ai rapporti di stretta collaborazione di tipo professionale con il maresciallo è diventato anche mio confidente. Come vi dicevo quel giorno ci chiamò, non ricordo come e su quale utenza, noi (io e SIMEONE) andammo all’appuntamento e lui ci disse che era venuto a conoscenza e si stava svolgendo un festino con dei trans all’interno di un appartamento di Roma, via Gradoli, appartamento che sarei in grado di riconoscere se tornassi sul posto. Ivi giunti, nella tarda mattinata- primo pomeriggio (ora di pranzo), bussammo alla porta dell’appartamento qualificandoci come Carabinieri. Aprì un viados di pelle scura, moro di capelli. Noi entrammo e ci trovammo di fronte una persona di sesso maschile che riconoscemmo subito essere il Presidente della Regione Lazio Piero MARRAZZO.

Alla vista di questa personalità ci trovammo in gravissimo imbarazzo anche perché indossava solo una maglia intima e le mutande per cui non sapemmo veramente cosa fare. Lui ci pregò con gli occhi lucidi di non fare nulla perché ci diceva «Io ho una mia dignità e la mia posizione … vi prego aiutatemi… saprò ricompensarvi vi aiuterò nell’Arma». Quindi ci disse che avrebbe potuto aiutarci se volessimo un trasferimento.

«temevo che mi chiamasse»

Io purtroppo devo dirvi che ho una grave situazione familiare perché ho un nipote di 5 anni in gravissime condizioni. La voglia quindi cercare di rendermi utile alla mia famiglia mi ha fatto ritenere che veramente avrebbe potuto aiutarmi. Noi d’altronde, seppur dopo una brevissima ispezione dei locali, non avevamo individuato nessuna cosa pertinente a qualunque tipo di reato, per cui anche perché non sapevamo veramente cosa fare abbiamo deciso di andarcene senza fare nulla per timore della personalità.

Io prima di andarmene, su sua richiesta, gli lasciai l’utenza 333/********* di cui non ricordo l’intestatario e che io utilizzavo normalmente per i contatti con i confidenti necessari al mio lavoro. Devo precisare che questa utenza io l’ho dismessa circa 10 giorni dopo perché ero intimorito, imbarazzato dalla possibilità che lui potesse chiamarmi. Infatti, dopo un primo momento in cui avevo ceduto pensando in qualche modo che mi sarebbe stato utile, poi dopo una riflessione decisi che non volevo ricevere la sua chiamata. Specifico che nei 10 giorni successivi in cui ho ancora tenuto in uso quell’utenza non mi ha mai chiamato.

Circa 15 giorni dopo questo evento, non ricordo precisamente il giorno ma credo fosse la fine del mese di luglio, ci (a me e SIMEONE, credo fosse lui con me ma in questo momento non riesco ad essere più preciso) ricontattò Gianguarino CAFASSO che ci diede uno dei soliti appuntamenti. Noi ci andammo credendo ci dovesse dare qualche informazione per il nostro servizio. In realtà egli ci disse che era entrato in possesso, senza specificare come, di un video che ritraeva il citato Presidente MARRAZZO mentre si trovava in compagnia di un Trans in atteggiamenti ambigui. Ci chiese, visto che lui non era in alcun modo presentabile e non avrebbe potuto tenere rapporti legali, di aiutarlo a ricavare qualcosa da questo video. In termini di soldi intendo. Quindi noi gli chiedemmo di poter vedere il video anche perché ci volevamo rendere conto se fosse vero o meno quello che ci aveva raccontato ed eventualmente cercare di capire se era autentico o artefatto.

Andammo quindi con lui in zona cassia ed a bordo della sua autovettura ci fece vedere il video su un suo pc portatile. Effettivamente il video conteneva il Presidente della Regione Lazio Piero MARRAZZO che si trovava in un luogo chiuso in compagnia di un trans biondo, questa volta vicino ad un tavolo ove vi era un piatto con delle strisce di una sostanza bianca polverosa.

Alla fine del video, che peraltro era molto mosso e frammentato tanto da farci inizialmente pensare ad un fotomontaggio, vi era anche un’autovettura tipo Lancia THESIS a mia memoria di colore scuro ripresa lungo una strada. In quell’occasione, poiché noi palesammo l’idea di aiutarlo senza però dargli alcuna rassicurazione, CAFASSO ci diede il video in un CD ROM o DVD (non riesco a ricordare in questo momento con precisione) che io e SIMEONE nascondemmo in una zona di campagna sulla via Trionfale vicino al ponte nuovo. Preciso che il video da me visto durava circa 2-3 minuti ed era comunque breve.

«cerchiamo un acquirente»

Da quel momento, dopo averne parlato con TESTINI, iniziammo a cercare qualcuno che potesse comprarlo. Io però non sapevo come muovermi in questo settore per me assolutamente sconosciuto.

Nel frattempo a settembre di quest’anno CAFASSO morì di infarto sulla via salaria. Lui normalmente viveva negli alberghi e non aveva fissa dimora. Seppi della sua morte dal maresciallo TESTINI il quale lo aveva appreso da un altro suo confidente.

Ci trovammo quindi con la copia del filmato in mano e pensammo di proseguire nel tentativo di venderlo.

Io come vi ho detto prima non avevo i contatti giusti per fare questa cosa ma nel frattempo SIMEONE Luciano, tenendoci comunque al corrente, aveva instaurato rapporti finalizzati alla vendita su due diversi canali, il primo con tale Riccardo, un imprenditore che a me non è mai piaciuto, che per quanto di mia conoscenza fu presentato a Luciano da un suo confidente, tale Ottavio. Voglio precisare fin d’ora che questa situazione non ha portato a nulla anche se Riccardo con tale Massimo, mi pare di ricordare, ebbero modo di visionare il filmato sotto casa di Luciano stesso. In quell’occasione ero presente anch’io e dopo l’incontro nonostante i due sembrassero interessati ebbi modo di confermare a Luciano la mia cattiva sensazione nell’avere avuto rapporto con queste persone. Non mi ispiravano fiducia a pelle. Sempre su di loro, per quanto mi disse Luciano, posso dire che non erano loro i diretti acquirenti del video ma stavano agendo per conto di altri che non conosco. Prima di concludere quest’aspetto della vicenda devo dirvi che Luciano e TESTINI durante un incontro con Riccardo – non so dirvi quando perché non ero presente – notarono un maresciallo del ROS che stava con una ragazza davanti al bar Vanni per cui si insospettirono. Questo fu un primo campanello di allarme che aggiunto a quello che vi dirò ci fece desistere dalla trattativa per la vendita del video-----// il secondo attraverso TAMBURRINO, ossia un Carabiniere della Stazione Roma-Trionfale che Luciano attivò sapendo avere un parente fotografo. So per quanto mi ha riferito SIMEONE Luciano che ha tenuto i contatti con TAMBURRINO per questa situazione, che la trattativa è stata incanalata verso un’agenzia di Milano di cui poi io ho avuto modo di conoscere tali Max, una donna ed il marito di quest’ultima che io ho incontrato in una occasione perché SIMEONE non era disponibile, adesso non ricordo per quale motivo. Feci vedere nell’occasione il video alla donna e all’uomo in sua compagnia.

l’appuntamento

I due vennero all’appuntamento con il Carabiniere TAMBURRINO e tale Max. Questi ultimi due, in questa circostanza, non hanno assistito alla visione del video avvenuto a bordo della mia autovettura Mercedes Classe B. Attraverso questo canale ci è stato offerto il compenso di 50.000 (cinquantamila) euro. Noi valutammo positivamente l’offerta perché ci fu assicurato che questa agenzia avrebbe potuto commercializzare il video in modo assolutamente legale. Poi però un giorno, non vi posso dire quando con esattezza, ma posso dirvi che era successivo all’incontro del bar Vanni dove fu visto un maresciallo del ROS conosciuto da TESTINI, durante un servizio di ocp avemmo modo di notare un uomo a bordo di un motociclo tipo TMAX fermo di fronte il ristorante-bar “Al cocomerino” di via Cortina D’Ampezzo. Credendo che fosse un soggetto che si doveva incontrare con uno dei nostri indagati lo fermammo ed il maresciallo TESTINI gli chiese i documenti. Questa persona glieli diede ed il maresciallo TESTINI gli chiese se fosse un collega. Ricevuta risposta positiva ed avendo appreso che stava lì per un servizio poiché lui ci disse “o ci siamo noi o voi non possiamo starci in due”, noi decidemmo di andare via per non dare fastidio. Tuttavia riflettendoci successivamente la cosa sembrò strana e ci fece preoccupare ancor di più io quindi pregai gli altri di lasciare perdere, ma solo 5-6 giorni fa decidemmo di distruggere il video e chiudere questa vicenda che mi pento veramente di avere iniziato. Non so veramente spiegare come possa essermi trovato in una situazione tale, è stata una debolezza imperdonabile. Voglio precisare un’altra cosa, io feci d’accordo con i miei colleghi una copia del video attraverso il masterizzatore del mio pc portatile che ho tuttora a casa mia e che vi consegnerò spontaneamente. Entrambe le copie furono distrutte come vi ho detto da me Luciano e TESTINI 5 o 6 giorni fa spaccandoli in più pezzi e gettandoli in un bidone dell’immondizia vicino alla caserma sede della Compagnia Trionfale. La decisione di agire in questo modo la prendemmo circa una settimana fa quando ci riunimmo io Luciano e TESTINI perché eravamo molto preoccupati e ci stavamo finalmente rendendo conto che era un grosso errore.



Fini irritato con i giornalisti sbotta e insulta un cameram: non rompere

Il Messaggero

CAPRI (31 ottobre) - Il presidente della Camera Gianfranco Fini arriva a Capri, dove è in programma un suo intervento al convegno dei Giovani imprenditori, e si ritrova come sempre accerchiato da una folla di cronisti. Per giungere all'hotel dove si tiene il meeting il presidente è obbligato a percorrere un pezzetto di strada a piedi e, a causa anche di un funerale che si sta tenendo in contemporanea, spiega più volte che non vuole rispondere al pressing dei giornalisti e delle telecamere.

Palesemente irritato per la piccola folla che però continua a seguirlo, a un certo punto sbotta nei confronti di una telecamera: «Come te lo devo dire, in tedesco, di non rompere le palle?».

Poi percorre ancora qualche metro e si infila nella hall dell'albergo per raggiungere la sala dove si sta tenendo il convegno e dove resta seduto accanto alla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia in attesa che arrivi il suo turno per prendere la parola.