giovedì 29 ottobre 2009

Il marine sfigurato in Iraq diventa opera d'arte

CORRIERE DEL MEZZOGIORNO


Esposto a Washington il ritratto di un soldato colpito da un ordigno durante una missione. Polemiche in Usa

Video

Killer spietato in azione nel quartiere Sanità: ecco il video dell'orrore

Corriere del Mezzogiorno




A maggio l'omicidio di un 53enne vicino al clan Misso: gli inquirenti cercano ora di risalire a killer e complice


il video shock


NAPOLI - Come in un'inquadratura di Gomorra, del Padrino o, più realisticamente di un gangster movie di serie B degli anni Settanta. Si muore così nella Sanità, popoloso quartiere del centro: un uomo fuma sull'uscio del bar, guarda la strada, la gente che passa e da sempre vicino al boss e al clan Misso si sente a casa propria nel quartiere dove tutti lo conoscono e tutti conosce, tranne chi del quartiere non è. Ed è con tutta probabilità questo che decide drammaticamente la sorte di Mariano Bacioterracino, specialità criminale rapine in banca.

Col metodo del buco. I fori che approfittano della Napoli sotterranea per rubare dalle caverne oscure del sottosuolo alle filiali scintillanti alla luce del sole. Ma Bacioterracino, 53 anni, non sa che la sigaretta che aspira sarà l'ultima della sua vita e che una della facce tra quelle che ha già giudicato come di «forestieri», casuali avventori del bar Vergini dove pensa di essere al sicuro, è in realtà la faccia del suo killer designato.

È un attimo, come testimonia i videtape acquisiti dalla Direzione distrettuale di Napoli di quell'11 maggio da due telecamere piazzate nel bar. Il «palo» fino a un momento prima sagoma invisibile, a volto scoperto, segnala con uno sguardo e toccandosi l'orologio il «mago del buco». Un uomo entra ed esce dalla caffetteria arma in pugno, la tiene sotto la giacca ma, c'è un ma, una donna si frappone tra il cacciatore e la sua preda.

Con un biglietto della lotteria istantanea tra le mani non può sapere che grattando quel biglietto sta mettendo a dura prova i nervi dell'omicida. Perde alla lotteria, ma vince una seconda chance per Bacioterracino, rimandando il killer all'interno del bar e l'esecuzione a quando sarà fuori dall'angolo di tiro. L'uomo che fuma potrebbe essere arrivato all'ultimo tiro di nicotina, gettare la sigaretta e andare via, ma non è così.

E un minuto dopo non c'è alto rinvio: è il momento dell'azione, senza più esitazioni. L'assassino probabilmente chiama Mariano Bacioterracino per nome, forse con un appellativo, uscendo dal caffè. Da sotto il berretto calato sugli occhi gli sguardi si incrociano prima dei quattro colpi secchi, l'ultimo della sequenza alla nuca, le quattro pallottole che chiudono per sempre quelli di Bacioterracino.
Il boia prima di uscire dal quadro torna indietro e mostra le corna al corpo esanime. Fuori quadro una moto sbuffa, impaziente davanti alla camminata lenta dell'assassino, pronta a dare il via alla fuga. 

Il dopo è un refrain per chi ricorda l'assassinio di Petru Birlandeanu, il romeno ucciso da innocente durante una pazza sparatoria per la strada, alla stazione di Montesanto il 26 maggio. Anche quella una morte in diretta, ripresa da una videocamera di sorveglianza. La gente fugge impaurita: un padre con la bambina tra le braccia, i clienti del bar, il proprietario che chiude letteralmente bottega, giovani e vecchi. Dopodiché l'indifferenza, una donna arriva a tirare la camicia del morto. Vuole vederlo in volto e gli alza persino il capo. Forse vuole sincerarsi che non si tratti di un conoscente.

Ora quelle immagini analizzate e scandagliate dagli inquirenti e dalla procura napoletana diventano pubbliche. Non per rintuzzare lo spirito voyeuristico dei media, ma perché la Procura cerca ancora di dare un nome agli assassini di Mariano Bacioterracino, al tandem della morte che entrò in azione l'11 maggio di cinque mesi fa.

Sandro Di Domenico

Fede e libri, così Piero ricomincia

Il Tempo

Nella grande casa di Colle Romano, a due passi da Riano, Piero Marrazzo tenta di riprendersi. Non è facile, è il primo giorno da ex presidente del Lazio, dopo le dimissioni causate dallo scandalo del video a luci rosse e del ricatto da parte dei quattro carabinieri arrestati. «L'unica cosa che ho è la mia immagine» ha detto spesso ai fedelissimi. L'ha costruita in anni di lavoro e di impegno sincero al fianco dei cittadini. Adesso è messa a dura prova. Anche se dopo lo scalpore iniziale, tra la gente cresce il sentimento di una vicinanza al dramma del governatore e della sua famiglia. Ci vorrà tempo per uscirne, per riprendere una vita normale. Per ripartire. Chi gli sta vicino sa che non gli mancano le risorse. Che ce la farà. Certo la strada è lunga, ma è già cominciata. Marrazzo sa che dimettendosi ha fatto la cosa giusta. Questo pensiero gli ha dato un senso di liberazione: «Finalmente posso uscirne ma devo riflettere, devo capire perché è successo», ha detto più volte.

È silenzioso. Prega, di continuo. L'ex governatore è cattolico, va a messa la domenica. L'ha sempre sottolineato con orgoglio. Non è un caso che pochi giorni fa abbia ricordato: «In Chiesa si può entrare anche attraverso un peccato». Marrazzo ha sempre cercato il conforto della fede, fin da quando, ragazzo, si confidava con don Gianni, il sacerdote di Vigna Clara. Qualcosa di più, la sua guida spirituale. Martedì voleva andare davvero al monastero di Montecassino. Ci ha pensato lui. Aveva bisogno di raccoglimento. Di recuperare un briciolo di tranquillità. Ma non è stato possibile.

L'assalto di telecamere e giornalisti è stato immediato, tanto da infastidire gli stessi monaci benedettini. Allora, sentito l'abate don Pietro Vittorelli, a cui lo lega un'amicizia di lunga data, Marrazzo ci ha ripensato ed è rimasto a casa. Ma ha intenzione di andarci in convento. Appena la situazione si calmerà un po'. Forse la prossima settimana. Appena lo lasceranno libero di riprendersi la sua vita. Ha sentito i suoi più stretti collaboratori: si preoccupano ogni giorno del suo stato. Nessuno di loro si aspettava un epilogo di questo genere, nessuno di loro sapeva. Ma non lo lasciano solo. Gli amici continuano a farsi tante domande, tentano di capire. Ma sanno che tra loro e Piero non cambierà niente. «Tutti sbagliano, ma tutti possono ricominciare». C'è poi la moglie Roberta che lo coinvolge nelle faccende di casa, che lo tiene occupato, che ha deciso di restargli al fianco con tutta se stessa. Sa che anche questo passerà.

Alberto Di Majo



Sei un ubriacone". "Tu un bugiardo" Moore e Chavez: è la fine di un idillio


Questa storia ricorda un po’ quella del bue che dava del cornuto all’asino. Considerati però i suoi due protagonisti di genere "umano", il parallelo va fatto premettendo da un lato il rispetto dovuto a ciuchi e bovini; e dall’altro una generosa dose di quell’umana comprensione che va riservata a chi è stato fatto "becco" dal (o dalla) coniuge. Perché il fatto che uno come il regista americano Michael Moore, con quel ventre da mastro birraio dell’Oktoberfest, si metta a dare dell’ubriacone al presidentissimo del Venezuela, Hugo Chavez, è cosa che fa quantomeno sorridere. Mentre fa scompisciare il pensiero di quale sia ormai la "statura" di coloro che la sinistra elegge - senza la pur minima autoironia - a propri miti ed eroi.

La storia risale ai giorni del festival del Cinema di Venezia, bolso appuntamento lagunare che aveva visto Moore presentare il suo film più recente, Capitalism, e il signorotto di Caracas calarsi negli insoliti panni di promoter di South of the border, ultimo documentario di Oliver Stone. Andando però così anche a raccogliere, specie il secondo, il tifo delirante della gauche cinefila (quasi mi scappava «cinofila») accorsa ad acclamarlo in un tripudio di bandiere rosse con l’effigie del povero e incolpevole Che Guevara (comunque la si pensi, lui sì un eroe autentico).

Il resto del racconto è quello fatto giorni fa dallo stesso Moore al Jimmy Kimmel Show, salotto tv della rete americana Abc. E cioè che una notte, verso le 2, lui e la moglie erano stati svegliati nella loro camera d’albergo, al Lido, da un’intollerabile canea proveniente dal piano di sopra. Una telefonata alla reception, ed ecco la sorpresa: nella suite, al piano superiore, c’era il presidente Chavez. Al quale Moore, rivestitosi in fretta, era andato subito a chiedere la cortesia di abbassare il tono di quegli schiamazzi e grida.

«Una bottiglia e mezza di tequila più tardi», ha rivissuto quei momenti Moore, sghignazzando davanti alle telecamere, i due erano diventati amiconi a tal punto, complice l’alcol, che lui avrebbe aiutato il presidente a scrivere il discorso che di lì a breve avrebbe fatto alle Nazioni Unite. «Come minimo, adesso il "ragazzo" mi deve un anno di benzina gratis», ha chiosato divertito il regista, facendo sobbalzare in diretta tv il suo ventre sconfinato.

Con il risultato che «il ragazzo», ovvero Chavez, si è incavolato di brutto. Ma anziché mettere personalmente i puntini sulle «i» ovvero: A) lui è notoriamente astemio; e, B) quel meeting notturno non è mai avvenuto, avendo lui incontrato Moore soltanto di giorno, pur se per ben tre ore), il presidente ha mandato avanti il folto esercito dei suoi supporter. Sinistra contro sinistra, insomma. Tutto da ridere. A spiccare, nella furibonda e indignata polemica, è stata su tutti Eva Golinger, avvocatessa americana da anni residente a Caracas, autrice di sdraiati libri pro Chavez quanto di astiosi saggi anti yankees, e meglio nota come la Novia de Venezuela. Una sorta di Serracchiani di casa loro che con veemenza ha definito Moore un «codardo, il peggiore tra i giornalisti da strapazzo», nonché «bugiardo e menestrello del grande schermo» che con la sua comparsata in tv è stato «offensivo e insultante», a conferma delle sue «ipocrisia e assenza di etica».
Mentre un altro accademico e blogger marxista, Franz JT Lee, nato in Sudafrica e pure lui residente in Venezuela, è arrivato a definire i commenti del regista come «facenti parte della guerra delle idee condotta dagli Usa contro il Venezuela», qualcosa che a suo dire è simile alla «propaganda» che negli anni Trenta portò i nazisti al potere in Germania.
Poche idee, ma chiare. Di lui ci resta da scoprire se, come Chavez, sia o no astemio. Perché qualche dubbio lo nutriamo.


Politica e gossip: caccia ai trans in parlamento

di Gabriele Villa



 

Ricordate «Prima Pagina», il capolavoro di Billy Wilder, straordinaria satira-specchio del giornalismo? Ricordate una delle scene più significative di quel film, quando Jack Lemmon, irriducibile e scanzonato cronista dell’Examiner, nasconde nella scrivania della sala stampa del palazzo di giustizia, il «suo scoop», ovvero Earl Williams, il condannato all’impiccagione riuscito, rocambolescamente, a fuggire? Bene, se ricordate quella scena, dimenticatevela. Perché oggi come oggi in altri luoghi e in altri palazzi nelle scrivanie si nascondono ben altri scoop. Parola di Candida Morvillo, direttrice di Novella 2000 che, in ossequio al proprio nome di battesimo, ha candidamente sintetizzato a Porta a Porta il clima in cui stiamo vivendo attualmente: «Si sono aperte le gabbie», si salvi chi può. «Non passa giorno - ha aggiunto - che io non mi ritrovi sulla scrivania qualche documento scottante su qualcuno o contro qualcuno».

Così, aggiungiamo noi, c'è un interessante video che sta circolando su un politico molto noto, ripreso a stendersi tra le lenzuola, e non per fare le parole crociate, con una collega. Come ci si sono ancora altri servizi fotografici su Tizio che si regala una folle notte di vizi e stravizi dando libero sfogo a certe sue inconfessabili debolezze e pare, in un altro cassetto o in un'altra scrivania, c'è pure la registrazione, in presa diretta, dei sospiri di un autorevole uomo d'affari che ha una famiglia e una rispettabilità da difendere. E invece la rispettabilità e la famiglia in un batter di ciglia vanno alle ortiche (per non dire a puttane come pare sia di moda al momento).

Basta una parolina sussurrata all'orecchio giusto e mezzo Parlamento trema. Basta un gossip, anche un gossip che somiglia a un anagramma o a un messaggio in codice, magari raccolto e rilanciato da Dagospia (come quelli che si sono susseguiti in tempi recenti) perché nel salotto dei personaggi pubblici, quelli dalle virtù e dai vizi molto privati, si cominci subito la sfiancante conta del «questa volta tocca a me, no tocca a te». Il disegno sembra terribilmente chiaro e la situazione terribilmente drammatica. Tempo fa qualcuno ha cominciato ad ammonticchiare, palata dopo palata, una bella montagna di fango. Poi un altro qualcuno, un volontario dalla mano lesta ha acceso il ventilatore, alla massima velocità, e gli schizzi sono partiti (e continueranno a partire) in varie direzioni.

A destra come a sinistra. Come, ovviamente, anche al centro. In principio (oddio, a voler esser precisi, prima del principio ci furono anche certe soste vietate compiute in auto dal portavoce di Prodi, Sircana) fu il caso Noemi Letizia, della sua amicizia con il premier, e della caccia ai vari terzi incomodi o comodi con le versioni rivedute e corrette fornite dal suo fidanzato Gino Flaminio. Poi vennero le escort ed entrò sulla scena, o meglio in camera da letto, Patrizia D’Addario da Bari, pronta per una fulminea carriera che l'ha portata sul tappeto rosso della Mostra del cinema di Venezia e nella grande piazza circense del domatore Santoro. Poi ancora vennero le dieci domande quotidiane di Repubblica che, fortunatamente, come le pecorelle che saltano lo steccato, aiutarono un po' tutti a prender sonno la notte. Ma da allora niente è più rimasto uguale, il mondo è cambiato. Il clima è irrespirabile perché intriso ormai di miasmi e veleni.

Se ne è puntualmente accorto anche il Riformista che ieri in prima pagina titolava: «In Parlamento terrore trans-versale» approfittando per raccontare all’interno le preoccupazioni di due altri frequentatori dell’appartamento di via Gradoli, già caro a Marrazzo. Due notissimi esponenti uno del Pdl, area An e l’altro del Pd che rischiano di essere travolti da un nuovo scandalo, come dire, bipartisan se le dichiarazioni di certi viados diventassero di dominio pubblico. D’altra parte anche Dagospia continua a rimanere sulla notizia tanto che tra le rivelazioni internettiane di ieri riportava il seguente spiffero: «Caro Dago, come al solito ci hai preso.

Al tuo riferimento ai politici di un noto ex grande partito di centrodestra che farebbero meglio a stare zitti sul caso Marrazzo, aggiungo una data: 29 aprile 1996. È in quel giorno (anzi, quella sera) che un notissimo esponente di quel partito finì in una retata di clienti di travestiti a Roma e riuscì a salvarsi grazie al “lei non sa chi sono io” e all'indulgenza di troppi giornalisti della capitale che da allora sanno tutto ma sono rimasti muti. Firmato: Protosardo, che poi sarebbe tipografo sardo (che quella sera era in servizio).

E tra spifferi e correnti d’aria meglio mettersi al riparo e interrogarsi. Cosa che farà stasera ad Annozero l’immarcescibile Santoro. Che si chiederà e chiederà al mondo: «Il caso Marrazzo è solo un affare privato o dimostra come la politica sia sotto ricatto? E di quella vicenda è stato chiarito tutto o ci sono ancora retroscena sconosciuti?». Tirando già la sua conclusione: «Una cosa è certa: dossier, veline, filmati sembrano essere diventate le armi della politica». E se lo dice lui.



Insulti alla cinese nera: «Non sei una di noi»

Corriere della Sera


SHANGHAI — Ci sono vol­te in cui lo stupore si guasta, irrancidisce subito. È succes­so ad agosto, per esempio. Una televisione di Shanghai, la Dragon Tv , manda in onda una trasmissione per nuovi talenti, «Go! Oriental Angel». Tra le concorrenti, una spicca fra tutte. È alta, è graziosa, canta così così, nel comples­so se la cava. Arriverà fra le prime cinque. È cinese, come le altre. È nera, diversamente da tutte le altre. Si chiama Lou Jing. Il presentatore è gentile, la chiama la «Halle Berry della Cina», citando un’attrice americana, bella e premiata con un Oscar. Lei apprezza e non si di­strae: in fondo studia all’Acca­demia Drammatica di Shan­ghai, da grande vuole fare la presentatrice, e davanti alle telecamere, su un palcosceni­co fin troppo vasto, non si perde, in fondo allo show ce l’hanno spedita i suoi profes­sori. Ma lo stupore del pubbli­co, appunto, non sempre resi­ste a se stesso, capita che va­da a male, e sulla rete comin­ciano a circolare commenti ironici, via via più oltraggio­si, fino a diventare immondi: «Non esistono cinesi neri».

L’exploit artistico di Lou Jing diventa un caso, suo malgra­do. E invece Lou Jing è cine­se, cinesissima. Nata il 28 aprile 1989, anno del serpen­te. Di Shanghai, come sua mamma. Il padre non l’ha co­nosciuto né cercato, veniva dagli Stati Uniti — dice lei — e se n’è andato subito. Era ne­ro e ha lasciato a Lou Jing una pelle che le ha fatto guadagna­re l’etichetta di «ragazza di cioccolato»: un tentativo di dolcezza per indicare qualco­sa che devia dalla norma, un’eccezione che per un istan­te scardina l’omogeneità dei cinesi han. Meglio essere «Halle Berry», allora, perché «quando mi sono vista trucca­ta ho pensato che in effetti ve­nivo bene, che ero bella», pe­rò «meglio ancora essere chia­mata con il mio vero nome». Lou Jing sorride, si ritrova intorno una curiosità vischio­sa, spesso più ingenua che malevola, ma insistente. «Al­lo sguardo un po’ così degli altri — spiega al Corriere , da­vanti a un gelato aggredito senza complessi — mi sono abituata presto, non è mai sta­to un problema. Non con quelli che mi vivono accanto, almeno. Sul web sì. Ai com­menti, alle critiche on line lì per lì non mi sono abituata af­fatto. Perché subire un’ingiu­stizia? Ma adesso ho una nuo­va attitudine: non voglio pre­occuparmi di chi con me non c’entra nulla».

Da ventenne, Lou Jing prova a vedere le co­se in modo semplice: «Se c’è razzismo in Cina? Io parlerei più di aggressività che di raz­zismo. Davanti alle offese la­scio perdere, reagisco solo se sono di cattivo umore». Quando la madre è andata in trasmissione a raccontare quanto la sua Jing fosse una ragazza brava e posata (e lei aggiunge: le piacciono il com­puter e il Milan, per via di Maldini e Kaká), il web ha preso a ribollire di ipotesi e insinuazioni. I filoni del na­zionalismo spiccio hanno tira­to fuori pezzi scontati del lo­ro repertorio: se quella donna ha avuto una figlia fuori dal matrimonio, non è che una poco di buono; una figlia fat­ta con uno straniero, poi; e ne­ro, figuriamoci; e magari non americano ma, orrore, africa­no… Gli stereotipi peggiori sono emersi tutti.

Il China Daily ha dovuto dedicare una pagina alla difesa di Lou Jing, parlando apertamente di raz­zismo e auspicando che una cinese dalla pelle scura possa «strappare un esercito di bi­gotti a una mentalità medie­vale » (lo stesso giornale nei giorni scorsi raccontava della sorpresa dei cittadini del Guangdong nello scoprire che a soccorrere per primo i feriti di un grave incidente stradale fosse stato «un ne­ro », poi dileguatosi nella not­te). Lou Jing è una che va avan­ti: «Ho un buon carattere, mi considero un’ottimista». Am­mette che potrebbe cantare meglio, «sono un po’ stona­ta », e che recitare le piacereb­be, «magari in un ruolo bril­lante ». Spinta dai suoi inse­gnanti sta facendo tirocinio in un’altra trasmissione sul canale Smg , ammira Beyoncé «per come sta sul palco» an­che se non è riuscita a procu­rarsi un biglietto per lo show di Pechino, perché «erano ri­masti solo quelli cari». Nes­sun agente la aiuta, per ora si gestisce da sola, tutt’al più la mamma la accompagna. Tra due anni si laureerà, «poi vor­rei lasciare casa e andare al­l’estero e studiare ancora. In Europa o in America». Ecco, l’America. Anche lì Lou Jing potrebbe sentirsi a casa, alme­no un po’. Marco Del Corona

Natalie, clandestina, resta in Italia Testimonierà su filmato e soffiate

Corriere della Sera


ROMA — Resta in Italia Natalie, anche se non aveva il permesso di soggiorno. La transessuale ripresa in un video con Piero Marrazzo otterrà un visto per «fini di giu­stizia ». Vuol dire che la sua testimonianza viene ritenuta preziosa per scoprire che co­sa avvenne davvero in quell’appartamento di via Gradoli ai primi di luglio. Vuol dire, soprattutto, che sono ancora molti i dubbi su questa vicenda perché le prime verifi­che dimostrano che nessuno ha raccontato la verità su che cosa accadde in quelle stan­ze.

Ha detto poco anche Natalie, ma resta a disposizione perché ha ammesso che era accanto all’allora governatore del Lazio quando i due carabinieri della Compagnia Trionfale, Luciano Simeone e Carlo Taglien­te, fecero irruzione nell’appartamento. Li hanno filmati insieme, poi gli stessi milita­ri hanno cercato di vendere il video che do­cumenta l’episodio. E adesso le indagini potrebbero fare un deciso passo in avanti perché c’è una traccia che consentirebbe di recuperare l’intero filmato. La visione di queste nuove immagini — oltre dieci mi­nuti — potrebbe fornire numerosi dettagli e dunque aiutare a capire chi ha mentito e per quale ragione. Ma anche se — come sembra emergere dalle prime verifiche — altri possano aver aiutato i ricattatori, ren­dendosi complici delle loro minacce. Una strada imboccata anche per capire il vero ruolo di Max Scarfone, il fotografo che sta­va aiutando i carabinieri a vendere il vi­deo. L’ipotesi esplorata in queste ore è che il filmato breve messo sul mercato ad un prezzo iniziale di 200.000 euro, sia il reso­conto di due momenti diversi. Nella prima parte ci sono le immagini che servono a ri­cattare Marrazzo perché lo mostrano in una situazione estremamente privata e im­barazzante.

La seconda parte servirebbe in­vece a documentare che i 5.000 euro non sono il prezzo della prestazione sessuale di Natalie, ma la somma consegnata per ga­rantirsi il silenzio dei carabinieri. Prima tranche di altri versamen­ti che il Governatore avrebbe garantito stac­cando tre assegni per un totale di 20.000 euro. Non a caso i soldi sono stati messi accanto alla cocaina e alla tessera di identificazione del politi­co e poi filmati. Lo stesso Marrazzo, sia pur nella certezza che queste sue dichiarazioni non sarebbero state ver­balizzate, ha confidato che «i carabinieri mi sono tornati sotto in seguito» e avrebbe­ro sollecitato un suo intervento affinché uno di loro ottenesse il trasferimento. Nel­le intercettazioni telefoniche la voce del Presidente della Regionale Lazio, ora dimis­sionario, non è stata captata e ciò fa presu­mere che i militari lo abbiano raggiunto in ufficio. Che cosa sapeva Natalie di tutto questo? E quante altre volte il copione si è ripetuto? Il transessuale al momento ha ammesso quanto era già emerso dagli accertamenti degli investigatori del Ros, però alcune sue dichiarazioni sono coperte da «omissis» e questo fa presumere che possa aver forni­to l’identità di altre vittime. Uomini politi­ci o personaggi pubblici finiti nella rete dei ricattatori. Sembra ormai accertato che i due carabinieri del Trionfale avessero effet­tivamente ricevuto diverse «soffiate» sulla presenza di clienti che potevano essere mi­nacciati, tanto che i magistrati hanno deci­so di effettuare nuovi accertamenti sulla morte di Gianguarino Cafasso, l’uomo che gli stessi carabinieri hanno indicato come il confidente che aveva consegnato loro il video per accertare se davvero sia morto per cause naturali.

Fiorenza Sarzanini

I gufi che brindano al boom di immigrati

di Redazione


C’è un sottile compiacimento, una vena di condiscendenza, uno sprazzo di felicità. Quasi un’esultanza repressa a fatica. I fan dell’immigrazione sregolata leggono contenti il rapporto Caritas Migrantes: «Per la prima volta in Italia c’è una quota di immigrati regolari maggiore della media europea. Sono 4,5 milioni. E cresceranno. Nel 2050 saranno 12 milioni, anzi forse di più, perché questa è una stima prudente».
I numeri sono un problema che nessuno vuole vedere. C’è quella strana sensazione di indulgenza esagerata che stona con la realtà. Perché 12 milioni di immigrati sono troppi, perché alla velocità con cui cresce la quota di straniero è abnorme e sproporzionata: significa che un italiano su cinque in realtà non sarà italiano, significa moltiplicare per quattro i problemi che abbiamo oggi. La Caritas scrive serena, quasi soddisfatta, come a dire senza dirlo esplicitamente che i dati ci raccontano che i respingimenti non servirebbero, che il rigore alle frontiere è inutile, che accogliere senza neanche pensarci è l’unica strada possibile. Il buonismo dell’immigrazione distrugge la bontà delle idee sugli immigrati. Chi non dice che questi numeri dovrebbero spaventare è in malafede e se non è in malafede sbaglia.

La paura non è degli immigrati, ma dell’immigrazione. La differenza è sottile, ma fondamentale. Non si teme per le persone, ma per il fenomeno. Dodici milioni di immigrati su settanta milioni di abitanti sono un assurdo in grado di cancellare un’identità, sono la quasi certezza che l’integrazione difficile diventi impossibile: più grandi e numerosi sono i gruppi etnici più è facile che restino autonomi e indipendenti, slegati dal resto del Paese, dalla lingua, dagli usi, dai costumi. Bisogna leggere quello che ha detto ieri il presidente della Camera, Gianfranco Fini: «In Italia non c’è razzismo, ma tanta xenofobia strisciante che vuol dire pregiudizio e molta ignoranza. Il primo impegno dell’istituzione è combattere questa paura immotivata».
Allora se l’istituzione deve contrastare i timori, non può non regolare meglio l’immigrazione. È un’equazione ovvia, scontata, banale. L’immigrato si integra se è una minoranza. Se comincia a sviluppare un’identità autonoma e indipendente si emargina da solo. Lo dice la storia dell’umanità, lo dicono le comunità che oggi vivono in Italia: più grandi sono, più isolate sono.

Dodici milioni di stranieri nel 2050 sono una catastrofe sociale, demografica, geografica. Se gli immigrati che arriveranno andranno a sovrappopolare le grandi città del centro nord, allora avremo un Paese ancora più diviso: i lavoratori stranieri concentrati nel settentrione dove presumibilmente il lavoro ci sarà più che altrove, il Sud sempre meno popolato e sempre meno produttivo. Il rischio è di vedere in Italia il processo in stile Cina: l’urbanizzazione incontrollata delle città e l’abbandono delle zone più rurali, più lontane, più agricole. Solo che non saranno gli italiani a lasciare la loro terra, ma gli stranieri che arrivando dall’estero andranno dritti a ingolfare metropoli e cittadine di province pronte a diventare sempre più grandi e simili ai grossi centri. È la fantascienza della demografia, una dinamica immaginaria eppure così probabile da diventare un’inquietante certezza. Che cosa c’è da essere compiaciuti, allora? Perché essere soddisfatti dell’Italia che aumenta la sua quota immigrati? Perché raccontare con quel tono da sventato problema il fatto che alla fine le linee restrittive sull’immigrazione sono inutili? È il contrario. Più aumenteranno gli ingressi, più la gente chiederà rigore. La crescita della Lega Nord è dovuta a molti fattori, ma uno di questi è quello dell’immigrazione: all’elettore, al cittadino, c’è qualcuno che dice «fidati di noi, siamo gli unici che fermeranno l’avanzata degli immigrati». La gente ci crede perché è vero. La gente ci crede perché lì non trova il compiacimento che vede altrove.

Sì è xenofobia, di sicuro è paura: di perdere se stessi, di non sentirsi più a casa, di vedere se stessi come oggetti estranei al proprio Paese. La paura chiude gli orizzonti, ma per contenerla ci vuole qualcuno che rassicuri. Chi gode all’idea di aver beffato il rigore, chi si esalta per i numeri che dovrebbero preoccupare, fa il contrario. E se non c’è razzismo, finirà col crearlo.

Caro Pd, la legge è chiara: paga le tasse sulle primarie

di Redazione


di Francesco Forte

Gli oltre 4 milioni di euro incassati dal Pd per le primarie, a carico di chi vi voleva votare, debbono pagare l’imposta sul reddito delle società. Ciò anche se tali somme sono stata chiamate «offerte». È vero che i «doni» non rientrano fra i redditi tassabili. Ma ciò non basta per evitare, in questo caso, il tributo e la relativa dichiarazione dei redditi.
Il signor Rabesani nella rubrica «La parola ai lettori» ha posto il quesito se queste somme sono equiparabili alle mance ai camerieri e ai portieri d’albergo, che la Guardia di finanza sta setacciando, per sottoporle a tassazione. La risposta è affermativa. L’organizzazione che li ha incassati deve fare la dichiarazione dei redditi e dichiararli. Un’organizzazione politica o di qualsiasi altro genere non ha bisogno di essere dotata di una personalità giuridica, per essere sottoposta alla imposta sulle società. Infatti l’articolo 73 del Testo unico delle imposte sui redditi dispone che sono soggetti al tributo in questione, oltre alle società e agli enti pubblici e privati anche le associazioni non riconosciute, i consorzi e le altre organizzazioni nei confronti delle quali il presupposto dell’imposta si verifica in modo unitario e autonomo.

Questo principio del Testo unico risale a Ezio Vanoni, il professore e ministro delle Finanze che introdusse la dichiarazione dei redditi per civilizzare il rapporto fra fisco e contribuente. Nella civiltà di questo rapporto vi è sia il principio che il fisco non fa vessazioni, come accertamenti a fantasia, sia quello che il potenziale contribuente non cerchi di eludere le imposte con espedienti apparentemente legali. Non so quale organizzazione abbia gestito le primarie, se il Pd nazionale o un suo ente collaterale o un’entità apposita. In ogni caso si tratta di un’«organizzazione» di diritto o di fatto, facente capo al Pd. Quindi c’è un soggetto tassabile che deve fare la dichiarazione dei redditi per queste somme. Va notato che gli enti non commerciali sono tenuti a tale dichiarazione per i redditi che ottengono, sia con le attività non commerciali sia con le commerciali che svolgano collateralmente. C’è però una differenza, che alleggerisce il peso fiscale, nel caso delle cosiddette donazioni fatte per partecipare alle primarie. I redditi di attività commerciali dei soggetti non commerciali oltreché alla imposta sul reddito sono sottoposti all’Iva e all’Irap. Quelli delle attività non commerciali pagano solo l’imposta sul reddito: Nelle categorie dei redditi tassabili, elencate nel Testo unico, come dicevo, non sono inclusi i donativi.

Ma con questo termine esso intende solo gli atti di liberalità, che non hanno contropartita. Le offerte da due euro in su per le primarie non vi rientrano. Esse rientrano nei redditi «diversi» dell’articolo 67, tassati, a seconda dei casi, con l’imposta sulle persone fisiche o sulle società. Infatti, per la lettera «i» dell’articolo 67 si considerano «redditi diversi» tassabili i proventi derivanti «dalla assunzione di obblighi di fare, di non fare o di permettere». Come si vede, la legge fiscale stabilisce che, ai fini della tassazione, il pagamento per ottenere un diritto, è assimilato ai veri corrispettivi. Si tratta di una norma «anti elusione». Senza questa norma, per evitare il tributo sul reddito basterebbe stabilire che per «permettere» di entrare in un museo o in un party o in un sito di Internet non si paga un prezzo, ma si deve fare un’«offerta» non inferiore a un dato livello. Dunque le donazioni per votare alle primarie vanno tassate, perché costituiscono il quid che si paga per avere un permesso di partecipazione. Se fossero vere donazioni, la partecipazione al voto sarebbe consentita anche a chi non pagasse nulla o desse meno di due euro.

Una «liberalità» obbligatoria non è «liberalità». E il fisco la tassa. La formula del donativo con un livello minimo, inoltre, per consentire una tassazione in base alla dichiarazione dei redditi, comporta di esibire, ai fini fiscali, un registro con l’importo e le firme di chi ha dato le offerte. Se esso fa difetto, il fisco non potrà fermarsi alla supposizione di soli due euro a testa, né credere sempre a una dichiarazione dei redditi con una cifra di poco superiore. Dovrà adottare una presunzione di incasso forfettario, basata oltreché sul numero, anche sulle caratteristiche dei partecipanti. Il principio tributario equo è «pagare tutti per pagare meno». È augurabile che i partiti siano i primi a rispettarlo.

Il Vaticano contro i Balilla

Avvenire

«Sarebbe in preparazione un progetto di legge che istituirebbe un Ente Nazionale per l’educazione civile e morale della gioventù. Si parla anche di assistenza religiosa che sarebbe fatta da speciali cappellani. 1) Quali garanzie potrà dare un tale ente statale per la formazione morale dei giovani? 2) Come mai un Consiglio dei Ministri preannunzia la nomina di futuri cappellani? Non spetterebbe questa, nel caso, alle autorità ecclesiastiche? E queste sono state interrogate se intendano o no procedere all’assegnazione dei cappellani in parola? È stato comunicato alle legittime autorità ecclesiastiche il testo del progetto di legge, unica base per stabilire se convenga o meno dare cappellani all’ente suddetto?... 3) E questi cappellani dovranno limitarsi alla sola assistenza religiosa? Non è inoltre loro compito esclusivo (e non di enti statali) anche la formazione morale? 4) Quali saranno le conseguenze di simili provvedimenti sulle organizzazioni giovanili cattoliche? Tutti questi dubbi lasciano in grave preoccupazione».

Così all’inizio del gennaio 1926 monsignor Domenico Tardini, assistente ecclesiastico della Gioventù cattolica e minutante in Segreteria di Stato. Si tratta di uno dei documenti sull’immediata preoccupazione da parte della Chiesa per il nascente istituto destinato a diventare di lì a poco l’Opera Nazionale Balilla (Onb),sorta di esperimento pedagogico legato al regime fascista. Altri scritti, più allarmati, seguirono presto da parte di varie organizzazioni cattoliche nel tentativo di neutralizzare i pericoli legati al nuovo ente che, nonostante le rassicurazioni di Mussolini, aspirava al monopolio dell’educazione giovanile.

Fra i mittenti la Giunta di Azione Cattolica che, diffidando dei segnali distensivi lanciati dal governo attraverso incontri e carteggi riservati (specie tra il gesuita mediatore Tacchi Venturi e diversi uomini del Duce), già nell’adunanza del 18 gennaio deplorava «le influenze e pressioni allo scopo di ottenere che fanciulli e giovanetti appartenenti a nostre Associazioni ed Opere siano da queste distolti, per essere aggregati ad altri Enti e Istituzioni». Solo qualche mese prima il Sant’Uffizio aveva condannato l’opuscolo <+corsivo>Il catechismo del balilla e dell’avanguardia fascista<+tondo>, giudicandolo «parodia sacrilega del Catechismo cattolico».

In ogni caso, mentre i lavori parlamentari si concentravano sulla costituenda Opera e le pressioni sui cattolici si moltiplicavano, la Chiesa continuò a rivendicare il diritto alla formazione morale dei giovani e l’Ac quello di esistere con una sua peculiarità distinta dalle organizzazioni fasciste. Inoltre, circa la concessione dei cappellani, una nota vaticana del 2 marzo 1926 per l’ordinario militare monsignor Panizzardi ammoniva: «Cappellani ai Balilla. 1° non possono concedersi se non si ha il testo della legge e del regolamento; 2° se nella legge e nel regolamento non è espressamente detto che deve essere impartita ai balilla la istruzione religiosa e questa la cattolica; 3° se il maestro di religione non è nominato dalla autorità ecclesiastica; 4° se a questo insegnamento della religione ed alle pratiche religiose non è lasciato il tempo e la libertà necessarie.

Deve constare in modo esplicito che non devono incomodare le nostre organizzazioni cattoliche. 5° ove tutto ciò risulti, V.S. non prenda verun impegno».
Nessuna concessione, quindi, e, in attesa di conoscere il regolamento, difesa delle proprie posizioni, anche se nelle singole realtà locali, di fronte alle pressioni fasciste perché i religiosi insegnanti facessero iscrivere i loro alunni fra i Balilla o perché i parroci impartissero loro l’istruzione religiosa, c’era chi cominciava ad adeguarsi. «È però desiderabile svolgere e far svolgere azione di persuasione presso i genitori, perché preferiscano l’educazione religioso-morale, ed anche fisica, che viene data dalle associazioni cattoliche.

Quanto all’istruzione religiosa per i balilla, se le circostanze d’ambiente consigliano a concederla, è bene sia data possibilmente nella parrocchia purché in modo serio e dignitoso e dallo stesso parroco o da un sacerdote delegato da questo. Siccome però il regolamento non è ancora noto, conviene... dare disposizioni provvisorie», confidava in via riservata a un vescovo il cardinale segretario di Stato Gasparri.

Il disorientamento a livello periferico, in assenza di direttive precise aumentava. «Mi risulta che monsignor Baccini ha nominato un parroco di Cagli cappellano dei Balilla. Faccio notare confidenzialmente quanto pericolo si incorrerebbe se i vescovi incominciassero a far da loro in argomento di tanta importanza, senza rivolgersi alla S. Sede. Già ci troviamo in mezzo a tante difficoltà… perché aumentarle?», così ancora un preoccupato Tardini a Gasparri il 21 aprile.
A dare il termometro della situazione la stampa di regime, pronta a sostenere che con l’Onb le formazioni cattoliche erano oramai inutili: «Fare dell’organizzazione prettamente "cattolica" là dove è in piena fioritura il movimento giovanile fascista... è un controsenso che nasconde dei fini molto in contrasto colla attuale coscienza nazionale...

I giovani, veramente italiani, non hanno quindi ragione di estraniarsi dalle alte e nobili finalità di quella Fede religiosa che proprio il Fascismo ha liberato dalle angherie del sovversivismo massonico e popolare. E se una corrente essi devono seguire, è quella sola delle idee e dei fatti che il Fascismo stesso sta alimentando... Diversamente, dimostreranno di voler apparire come le riserve dell’antifascismo e in tal caso, non avranno motivo di protestare se noi fascisti, cattolici, ci faremo un dovere di romper loro le corna», si poteva leggere su Il popolo apuano, organo della federazione fascista di Carrara. E via di questo passo.

La nascita dell’Onb, originale creazione del fascismo, viene illustrata da Ornella Stellavato sul prossimo numero della rivista Mondo Contemporaneo, edita da Franco Angeli. Gli inediti da lei valorizzati, provenienti dall’Archivio Segreto Vaticano, informano dettagliatamente sui rapporti intercorsi fra la Santa Sede e Mussolini circa la preparazione della legge istitutiva e del relativo regolamento lungo il suo iter fra 1925 e 1927: una dura prova di forza conclusasi però con la sostanziale vittoria del regime. Infatti, pur avendo fatto concessioni per poter continuare le trattative sul Concordato, Mussolini raggiunse il suo obiettivo principale, sbaragliando le organizzazioni cattoliche più dirette rivali dell’Onb.

Con la legge e con la forza. Mettendo spesso il Vaticano davanti a fatti compiuti, e la Chiesa nelle condizioni di dover cedere rispetto le sue posizioni di partenza.
Scrive la Stellavato che «anche se essa ottenne garanzie circa l’Azione cattolica, non poteva certo essere sicura che, in futuro, il governo le avrebbe rispettate». Infatti «le affermazioni di principio del Pontefice riguardo al rifiuto di un monopolio statale furono recise, ma poi, nella pratica, egli dovette piegarsi ad accettare il compromesso, puntando le sue carte sulla soluzione della Questione romana e sulla possibilità indiretta che questa gli avrebbe dato d’influire anche su tale ambito».
Marco Roncalli