martedì 27 ottobre 2009

Marrazzo, ufficializzate le dimissioni «Basta, voglio chiudere con la politica»

Corriere della Sera


Il giallo del trasferimento in convento a Montecassino

ROMA - «Piero Marrazzo ha rassegnato le dimissioni da Presidente della Regione Lazio». Poco dopo le 17 l'ufficio stampa della giunta regionale ha comunicato la decisione adottata dal «governatore» di cui si è parlato per tutta la giornata. Lo showdown del giornalista non si è dunque avuto a novembre, come aveva lasciato intendere lunedì l'attuale reggente della giunta Esterino Montino, ma è arrivato subito.

LE PRIME VOCI - Già in mattinata si erano diffusi alcuni rumors che annunciavano un'accelerazione nella vicenda. La decisione ha un effetto politico immediato, ovvero la crisi e di seguito il voto anticipato, così come richiesto a gran voce dal Pdl. Nel pomeriggio era stato lo stesso Montino ad ammettere che lo showdown fosse imminente: «Non posso essere categorico, ma credo che il presidente Piero Marrazzo si dimetterà entro oggi».

«VOGLIO CHIUDERE» - A quel punto non si trattava più solo di rumors. L'Ansa, pochi minuti dopo la dichiarazione di Montino, ha diffuso le parole dello stesso governatore, raccolte da alcuni dei suoi collaboratori e poi da questi riferite all'agenzia di stampa: «Basta, voglio chiudere, non avere più nessun contatto con la mia vita politica». Una sorta di conferma indiretta, insomma, di un addio sempre più imminente.

ALLE URNE- Il centrodestra, del resto, ha presentato al ministro per i Rapporti con le Regioni, Fitto e al ministro dell'Interno, Maroni, un'interrogazione urgente nella quale si chiede di verificare l'esistenza della delega a Montino per l'esercizio delle funzioni. I parlamentari del Pdl chiedono «se allo stato attuale gli organi della Regione siano legittimati a svolgere le rispettive funzioni ovvero se debba intendersi il Consiglio regionale decaduto, mentre la Giunta in carica solo per l'esercizio dell'ordinaria amministrazione». In risposta a chi ha fatto riferimento alle elezioni anticipate il-vice presidente con delega Montino ha risposto di non pensare di trovarsi «di fronte ad una lesione istituzionale o democratica per cui si debbano anticipare le elezioni di 20 giorni. Ormai sono fissate a marzo. Tecnicamente abbiamo 90 giorni per indire le elezioni e poi 45 giorni elettorali, ovvero abbiamo di fronte un tempo di massimo 135 giorni. Questo ovviamente si può anche anticipare ma lo deve stabilire il presidente della Regione o chi ne fa le veci».

IN PROCURA- Devono trovare conferma anche le voci di un'altra convocazione in procura per Marrazzo. «Non c'è stata alcuna convocazione e non è neppure previsto che debba essere sentito. Almeno per il momento», è quanto si precisa negli ambienti giudiziari di piazzale Clodio dove si smentisce, tra l'altro, l'ipotesi di un'iscrizione sul registro degli indagati. Gli inquirenti sottolineano anche che «allo stato degli atti non ci sono tracce di altri esponenti politici sotto ricatto perché finiti nel giro di trans». In procura si ribadisce che Marrazzo, in questa vicenda, rimane parte offesa: dunque, non sarà aperto nei suoi confronti un procedimento per l'ipotesi di peculato (in relazione all'uso dell'auto blu) e per quella di corruzione (con riferimento al denaro preso dai carabinieri che hanno fatto il blitz nell'appartamento del trans in via Gradoli). Quanto al peculato, Marrazzo aveva diritto all'auto di servizio e con quella poteva andare dove voleva; quanto alla corruzione, gli inquirenti ritengono che il video sia stato girato dai due carabinieri «infedeli» (Carlo Tagliente e Luciano Simeone) e che l'uomo politico sia stato vittima di un ricatto senza sapere di essere stato filmato.

I CINQUE MILA EURO - Il legale di Marrazzo è intervenuto poi in merito alla notizia che 5.000 euro (tremila sul tavolino nell'appartamento e duemila nel portafogli del politico) sarebbero stato il compenso pattuito per la prestazione sessuale. «I tremila euro - ha detto l'avvocato Petrucci, in procura per un colloquio con il procuratore Giovanni Ferrara - erano soldi provento dell'attività del trans». Secondo questa versione i tremila euro citati nell'ordinanza di custodia cautelare del gip Sante Spinaci nei confronti dei quattro carabinieri infedeli estorsori di Piero Marrazzo, erano in realtà provento dell'attività di mercimonio di Natalie, il trans che compare nel video nell'appartamento di via Gradoli.

IN RITIRO - Intanto la vicenda giudiziaria s'intreccia con quella personale facendo emergere nuovi particolari. Marrazzo inizialmente aveva lasciato la sua abitazione romana per prendersi qualche giorno di riflessione in un istituto religioso nei dintorni della Capitale, l'Abbazia di Montecassino. Nel convento doveva trascorrere parte della convalescenza dopo che ieri, visitato al Policlinico Gemelli, gli è stato diagnosticato un forte «stress psicofisico» e trenta giorni di malattia. «Ha bisogno di riflettere sulla sua vita per uscire da questa situazione e per ritrovare se stesso. La famiglia ha promesso di stargli accanto e speriamo che ciò lo aiuti», era stato il commento del suo legale. Tuttavia poi ha cambiato idea perché la destinazione è stata rivelata da alcuni organi di stampa. Dunque per timore di essere assediato dai giornalisti Marrazzo ha deciso di cambiare meta durante il viaggio.


27 ottobre 2009

Sicilia, massacra fidanzata e poi la taglia a pezzi con una sega elettrica

di Redazione


Siracusa - Folle per gelosia. Per fare a pezzi il cadavere della compagna appena uccisa ha utilizzato un flex, una sega elettrica in genere utilizzata per tagliare materiali duri come il marmo. È uno degli agghiaccianti particolari emersi questa mattina dalla ricostruzione fatta dagli investigatori sull’ uccisione di Francesca Ferraguto da parte del fidanzato Gianfranco Bari, operaio trentacinquenne sottoposto a fermo dopo la sua confessione. Le indagini sono condotte dai carabinieri della compagnia di Augusta, coordinati dal sostituto procuratore della Repubblica di Siracusa Manuela Cavallo. Bari ha detto di ricordare solo di aver picchiato la donna, che sarebbe caduta a terra battendo violentemente la testa e morendo.

Fatta a pezzi e messa nei sacchi
Dopo avrebbe utilizzato uno dei suoi attrezzi di lavoro per tagliare in più parti il corpo, chiuderlo in sacchi di plastica da rifiuti e quindi gettarli in una profonda buca che aveva scavato in un terreno vicino all’abitazione rurale dei suoi genitori, dove i resti sono stati trovati ieri sera dopo che Bari, messo alle strette, aveva confessato. Ad Augusta si attende l’arrivo dei carabinieri del Ris di Messina che dovranno effettuare i rilievi sia nell’abitazione di via Lavaggi, nel centro della città, dove si è verificato il litigio mortale e dove si suppone che sia anche avvenuta l’ operazione di sezionamento del cadavere, sia sul luogo del ritrovamento del corpo.

L'alibi degli sms L’uomo costruisce il suo alibi così: telefona dal suo cellulare a quello di Francesca lasciandole messaggi in segreteria telefonica e invitandola a ritornare. Nei giorni successivi, utilizzando il telefono cellulare della compagna che aveva con sè, invia alcuni sms sia al proprio telefonino che a quello della madre, e anche ad un sottufficiale dei carabinieri, suo conoscente, che si stava occupando delle ricerche della ragazza. Nel testo dei messaggini Bari, fingendosi Francesca, scrive di essersi allontanata da casa perchè vuol stare sola. I messaggi giungono da parti diverse del territorio, avvalorando per gli investigatori - che avevano messo l’utenza sotto controllo - l’ipotesi di un allontanamento volontario.

Lo snodo delle indagini La svolta nelle indagini sull’ omicidio di Francesca Ferraguto avviene quando l’assassino, Gianfranco Bari, commette l’unico errore di questa vicenda: una sola volta pone la sim card della ragazza nel suo telefono personale per leggere alcuni messaggi. In quel momento gli investigatori hanno la certezza che l’uomo ha anche il telefono (trovato ieri sera nell’abitazione rurale dei genitori del fermato) e la sua sim. Nel tentativo di depistare gli investigatori, Bari inserisce la sim del telefono di Francesca in un altro suo vecchio apparecchio telefonico: sale su un treno diretto a Milano ma prima che il convoglio si muova nasconde il cellulare acceso nell’imbottitura di un sedile e scende. Il telefono di Francesca parte da solo per Milano per poi tornare, alcuni giorni dopo, ormai spento, ad Augusta.

"Chi l'ha visto"
I carabinieri presidiano le stazioni di Catania e Augusta ma in quel treno, dove Francesca non è mai salita non c’è ovviamente traccia della ragazza. Questi spostamenti virtuali di Francesca lungo l’Italia trovano eco, hanno spiegato gli investigatori, anche nella trasmissione di Rai 3 "Chi l’ha visto", che si occupa del caso in più di un’occasione. Diverse le segnalazioni di persone che affermano di aver visto e anche parlato con Francesca. Tutto questo sembra dare credito all’ alibi di Bari. Ma il pm Manuela Cavallo è convinta che quella di Francesca non sia una sparizione volontaria e va dritta per la sua strada. Ieri pomeriggio convoca per una nuova audizione l’operaio, che messo alle strette, incalzandolo in particolare sulla vicenda delle sim card, confessa.

Attentato a Falcone, Grasso rilancia: "Resta il sospetto di un'entità esterna"

Corriere della Sera

«Perché il giudice non fu ucciso a Roma dove era più vulnerabile e invece furono necessari 500 kg di tritolo?»

MILANO
- Dietro la strage di Capaci in cui morì il giudice Giovanni Falcone «resta il sospetto che ci sia stata qualche entità esterna che abbia ideato, agevolato oppure dato un appoggio a Cosa nostra». Ne è convinto il procuratore nazionale Antimafia, Pietro Grasso, che davanti alla commissione Antimafia rilancia la «lettura» dell'uccisione del giudice come qualcosa di non completamente riconducibile a Cosa Nostra.

GLI INTERROGATIVI - «Non c'è dubbio che la strage che colpì Falcone e la sua scorta siano state commesse da Cosa Nostra. Rimane però l'intuizione, il sospetto, chiamiamolo come vogliamo, che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell'ideazione, nell'istigazione, o comunque possa aver dato un appoggi all'attività della mafia» ha detto Grasso. Dopo aver citato numerosi passaggi delle sentenze sulla vicenda, il procuratore nazionale Antimafia si pone e gira ai commissari un quesito: perché si passò dall'ipotesi di colpire Falcone mentre passeggiava per le strade di Roma all'attentato con 500 chilogrammi di esplosivo, collocato a Capaci. Una scelta, quella dell'attentato, che ha una modalità «chiaramente stragista ed eversiva. Chi ha indicato a Riina queste modalità con cui si uccide Falcone? Finchè non si risponderà a questa domanda sarà difficile cominciare ad entrare nell'ordine di effettivo accertamento della verità che è dietro a questi fatti». In precedenza, Grasso aveva ricordato che inizialmente Falcone era in un elenco di obiettivi da colpire a Roma, elenco che comprendeva, oltre al magistrato, il ministro Martelli, il giornalista Barbato e Maurizio Costanzo. Oltre a fare i sopralluoghi per colpire Costanzo, i mafiosi a Roma frequentavano noti ristoranti per verificare se effettivamente il giudice vi andasse a cena. Ad un certo momento, nel marzo 1992, Sinacori (il mafioso che eseguiva i sopralluoghi) va a Palermo e in quella sede Riina gli dice che non c'è più bisogno di colpire Falcone a Roma, perché «abbiamo trovato qualcosa di meglio».




Nel video un incontro privato del governatore del Lazio

Corriere della Sera

L'indagine nata per caso: da intercettazioni si scopre che qualcuno cerca di vendere a una so­cietà il filmato

ROMA - Sono stati arre­stati per un’estorsione da 80.000 euro al presidente del­la Regione Lazio, Piero Mar­razzo. Soldi che sarebbero sta­ti versati in quattro tranche per evitare la diffusione di un video che ritraeva l’esponen­te del Partito democratico in momenti intimi. Sono quat­tro i carabinieri finiti in carce­re. Sottufficiali in servizio presso la Compagnia Trionfa­le di Roma accusati di estor­sione, ma anche di altri reati, compreso lo spaccio di so­stanze stupefacenti. A cattu­rarli sono stati giovedì mattina i loro colleghi del Ros, il rag­gruppamento operativo spe­ciale, che appena poche ore prima avevano interrogato lo stesso Marrazzo. Il governato­re non aveva infatti presenta­to alcuna denuncia, dunque dopo aver ascoltato la sua ver­sione si è deciso di far scatta­re l’operazione.

L’indagine nasce casual­mente, nell’ambito di accerta­menti che riguardavano una vicenda completamente di­versa. Circa sei mesi fa, ascol­tando alcune conversazioni intercettate, gli investigatori scoprono che qualcuno sta cercando di vendere a una so­cietà di produzioni televisive di Milano un filmato che ri­trae Marrazzo insieme ad un’altra persona in atteggia­menti privati. Si decide così di attivare nuovi controlli e si scopre che chi ha in mano la videocassetta è riuscito ad ar­rivare anche al governatore per ricattarlo. I colloqui capta­ti sui telefoni degli indagati consentono di stabilire che il video è stato girato nel corso di un’irruzione effettuata nel­l’abitazione di questa perso­na che Marrazzo avrebbe già incontrato in precedenza e con la quale si stava intratte­nendo. Le richieste di denaro co­minciano dopo poco, con la minaccia esplicita di diffonde­re le immagini compromet­tenti. Ed è proprio a questo punto che, secondo l’accusa, sarebbe stata presa la decisio­ne di pagare, ma non è chiaro se i versamenti siano avvenu­ti direttamente o attraverso intermediari. Così come non si sa se sin dall’inizio fossero state pretese diverse tranche o se invece gli estorsori abbia­no deciso di approfittare del­la situazione pretendendo sempre più soldi. Resta il fat­to che in sei mesi sarebbero riusciti a ottenere 80.000 eu­ro ed è probabile che avrebbe­ro continuato la loro attività illecita se il Ros non fosse in­tervenuto per fermarli.

Durante l’interrogatorio av­venuto mercoledì Marrazzo avrebbe spiegato di non ave­re avuto alcuna percezione che i ricattatori erano carabi­nieri. Del resto sembra che gli stessi investigatori del Ros abbiano capito di avere a che fare con colleghi soltanto quando le verifiche erano or­mai in fase avanzata. Durante i tentativi di vendere il filma­to i quattro non hanno mai fatto cenno al proprio ruolo all’interno dell’Arma, cercan­do anzi di mascherarsi utiliz­zando telefoni privati e na­scondendo in ogni modo la propria identità. Già tre anni fa - indagan­do su un’attività di spionag­gio messa in piedi dai collabo­ratori dell’allora presidente della Regione Francesco Sto­race che volevano screditare gli avversari nella corsa per il governatore - un investiga­tore privato confessò che era stato messo in piedi un com­plotto «per distruggere Mar­razzo non solo sul terreno po­litico, ma anche su quello pri­vato» e chiarì che il proposito era stato abbandonato soltan­to perché «non ci siamo fida­ti delle persone che avevamo ingaggiato».

Possibile che anche i quat­tro carabinieri facciano parte di un complotto? Le verifiche svolte finora avrebbero esclu­so l’esistenza di mandanti, ma soltanto quando comince­ranno gli interrogatori degli arrestati si potrà comprende­re meglio in quale ambito si siano mossi. Il governatore avrebbe infatti frequentato di­verse volte quell’abitazione dove è stato poi filmato e dunque non si può escludere che i carabinieri lo abbiano sa­puto attraverso una «soffia­ta». Del resto i sottufficiali so­no entrati nell’appartamento vestiti «in borghese», utiliz­zando uno stratagemma, e co­sì sarebbero riusciti a sor­prendere il presidente Mar­razzo. Secondo i primi accer­tamenti i militari del Trionfa­le avevano messo in piedi una vera e propria associazio­ne per delinquere che, oltre all’estorsione di Marrazzo, avrebbe compiuto altri gravis­simi reati come la detenzione e lo spaccio di stupefacenti. Non è chiaro da dove prove­nisse la droga, ma non è escluso che siano riusciti a procurarsela proprio nell’am­bito della loro attività illecita legata a questa storia.

Fiorenza Sarzanini

L’irruzione e la coca nella casa di Natalie

Corriere della Sera

ricostruzione della vicenda avvenuta ai primi di luglio

ROMA — Il filmato parte dalla camera da let­to. Si vede un uomo che indossa soltanto una camicia, accanto ha un transessuale seminu­do. «Favorite i documenti» intima una voce fuori campo. L’uomo sgrana gli occhi. «Non mi rovinate, non mi fate del male» risponde. Poi va verso un tavolino. Poco dopo vengono inquadrate alcune strisce di cocaina e una pic­cola cannula per aspirarla. Accanto c’è un tes­serino della Regione Lazio che viene «zooma­to » per captarne i dettagli. È intestato a Piero Marrazzo. È lui l’uomo ripreso con un telefoni­no all’interno dell’appartamento che si trova in via Gradoli, zona nord di Roma.

Il video du­ra un minuto e mezzo ed è servito a tenerlo poi sotto ricatto. Perché in quel momento il Governatore, minacciato e per questo preso dal panico, consegna ai due militari che han­no compiuto l’irruzione tre assegni per un to­tale di 20.000 euro. Titoli che non risultano in­cassati, ma che da quel momento lo hanno messo in scacco. Sono i primi di luglio. Mar­razzo lascia l’appartamento e decide di non de­nunciare quanto è successo. Probabilmente non sa che sarà costretto a incontrare nuova­mente queste persone, a soddisfare alcune lo­ro richieste. Non può neanche immaginare che cosa accadrà in seguito.

Per le immagini 140.000 euro - Circa un mese dopo la vicenda finisce al cen­tro di un’inchiesta. La versione ufficiale accre­dita l’ipotesi che gli accertamenti siano comin­ciati captando casualmente una conversazio­ne durante la quale si parlava di vendere a un giornale o a una tv «il video di un politico mol­to noto con un trans». Ma non è escluso che sia stata invece una «soffiata» a mettere gli in­vestigatori del Ros, il Raggruppamento opera­tivo speciale dell’Arma, sulla pista giusta. Nel­le carte processuali sin qui raccolte si rintrac­cia comunque il filo di una storia che ha anco­ra molti punti oscuri, soprattutto per le versio­ni discordanti dei protagonisti.

La persona che al telefono offre il materiale si chiama Antonio Tamburrino è un giovane carabiniere in servizio alla Compagnia Trionfa­le. Le sue parole forniscono la traccia per indi­viduare i tre complici: Luciano Simeone, Carlo Tagliente e Nicola Testini. Si scopre che pure loro sono carabinieri. Si attivano così altre in­tercettazioni, i quattro vengono pedinati. Le conversazioni registrate dimostrano che i ten­tativi per piazzare il filmato sono continui. Si parte da una richiesta iniziale di 140.000 euro, ma poi le pretese sono sempre più modeste. Ad aiutarli c’è Max Scarfone. È il paparazzo di­ventato noto per aver immortalato il portavo­ce del governo Prodi Silvio Sircana mentre si avvicinava con l’auto a un transessuale. Agli inizi di luglio viene contattata la direzione del settimanale Oggi. Un inviato esamina il filma­to, ma dopo qualche giorno comunica di non essere interessato. Si prova con alcuni quoti­diani, ancora una volta senza successo.

Il 5 ot­tobre scorso Tamburrino parte per Milano. Il biglietto del treno è stato acquistato via inter­net dalla società Photo Masi. Gli accertamenti entrano nella fase finale. Qualche giorno dopo Scarfone viene convoca­to per un interrogatorio. Conferma il viaggio dell’amico. «Altre copie del video — dichiara — sono state consegnate ad alcune testate e gruppi editoriali». Il 20 ottobre scattano le per­quisizioni. Nella sede della Photo Masi il Ros rintraccia un dvd che contiene le immagini. Nulla viene invece trovato a casa dei ca­rabinieri indagati, alimentando il sospetto che l’originale duri molto più a lungo e per questo sia stato nascosto.

«Il festino con la cocaina»- I carabinieri negano. La loro versione dei fat­ti viene ricostruita dal pubblico ministero nel­l’ordinanza di fermo: «Gli indagati hanno so­stenuto che il video sarebbe stato loro conse­gnato da Gianguarino Cafasso, soggetto a con­tatto con alcuni transessuali, deceduto per cau­se naturali nel settembre scorso. Tagliente for­nisce un particolare ulteriore: nei primi giorni del mese di luglio, egli e Simeone furono avvi­sati da Cafasso che presso un’abitazione roma­na era in corso un festino con alcuni transes­suali. Entrarono nell’appartamento, si qualifi­carono come carabinieri e riconobbero Marraz­zo che gli chiese di mantenere riserbo sull’ac­caduto. Poi andarono via e soltanto dopo rice­vettero da Cafasso il filmato realizzato in una occasione diversa rispetto a quella del loro in­tervento». A questa ricostruzione i magistrati non danno alcun credito. Il giorno dopo viene ascoltato il presidente della Regione.

Così il magistrato nel provvedi­mento sintetizza il suo interrogatorio: «In un giorno ai primi di luglio scorso, mentre Mar­razzo si tratteneva all’interno di un apparta­mento in compagnia di tale Natalie, fecero in­gresso due uomini che si presentarono come carabinieri. Gli stessi, con modi palesemente intimidatori, si fecero consegnare dalla parte lesa il portafoglio contenente, oltre a una som­ma di denaro, i documenti di identità e chiese­ro una somma ingente, lasciando intendere, in caso di rifiuto, gravi conseguenze. La vitti­ma rifiutò di versare denaro contante, ma rila­sciò tre assegni dell’importo complessivo di 20.000 euro. Prima di andare via i due lasciaro­no un numero di cellulare chiedendo di essere contattati in quanto volevano altri soldi». Il Governatore ammette dunque di aver pa­gato, cedendo così al ricatto. Scrive ancora il magistrato: «Marrazzo aggiunge che una volta recuperato il proprio portafogli, mancava la somma di 2.000 euro che vi custodiva. Inoltre Natalie appariva contrariata, come se i due si erano impadroniti anche di una somma di ul­teriori 3.000 euro (il prezzo della prestazione ndr ) che era stata lasciata su un tavolino. Sem­pre secondo tali dichiarazioni, nella stanza era presente anche polvere bianca che il teste ( Marrazzo ndr ) identifica come cocaina, pur non avendone fatto uso. Riferisce poi che non fu lui a collocare il suo tesserino nella posizio­ne che si vede nel video e deve pertanto rite­nersi che il documento fu asportato dai milita­ri, collocato accanto alla polvere e intenzional­mente filmato».

«Ho pagato per paura dell’arresto» - Alla fine Marrazzo dichiara: «C’era la cocai­na, ho pagato perché avevo paura di essere ar­restato». Alle 15 del giorno successivo gli inve­stigatori si presentano nella caserma del Trion­fale e ammanettano i loro quattro colleghi. Agli atti ci sono già le tracce degli altri contatti con il presidente della Regione per chiedere al­cuni favori. Gli accertamenti dovranno adesso stabilire se Marazzo gli abbia versato anche soldi in contanti. I militari finiti in carcere non hanno mai messo all’incasso gli assegni, dun­que è possibile che li abbiano utilizzati come strumento di pressione per ottenere altro ed è su questo che si concentrano le verifiche. Del resto è stato lo stesso Scarfone a raccontare che «hanno a disposizione ingenti risorse pa­trimoniali». Il governatore ha detto di aver pre­sentato una denuncia di smarrimento di quei titoli pochi giorni dopo la consegna. Finora questa sua affermazione non ha però trovato riscontro.

Fiorenza Sarzanini
24 ottobre 2009(ultima modifica: 26 ottobre 2009)



Garlasco, spunta testimone "Quel giorno vidi qualcuno"

Quotidianonet

Il musicista del paese rivela: "Ho visto una persona in bici davanti alla villetta di Chiara. Penso fosse un uomo ed era vestito di scuro"

Vigevano (Pavia), 27 ottobre 2009 -

Inevitabile. Ecco anche
il supertestimone del giallo di Garlasco. Pietro Emilio Franchioli, musicista del paese, amico del padre di Chiara, autore di una poesia dedicata alla ragazza uccisa scritta di getto, rivelò a suo tempo, dopo averla vista in sogno. Una volta appreso che il range del possibile orario dell’omicidio era stato dilatato dai medici legali fra le 7 le 12, Franchioli si è ricordato di essere passato in bicicletta accanto a via Pascoli la mattina del 13 agosto 2007 attorno alle 7.30 e di avere scorto, davanti a casa Poggi, una figura china in avanti sul manubrio di una bicicletta, come a controllare la gomma anteriore. Un’altra delle bici che entrano nella storiaccia di Garlasco. Il 28 settembre il maestro si è presentato dai carabinieri. Ieri sera è approdato a «Chi l’ha visto?» con la sua testimonianza.

«Quella mattina — racconta Franchioli — mi sono alzato alle 7. Doveva essere nuvoloso perché ho cambiato il mio programma di andare al mare o al Ticino. Sono uscito in bici dopo mezz’ora. Sono passato per via Pavia, a sinistra avevo via Pascoli. So bene dov’è la villetta dei Poggi. Con la coda dell’occhio ho visto una figura seduta su una bici, tutta piegata in avanti. Era proprio davanti a casa Poggi, direi fra il cancellino e il cancello. Era di spalle, non so dire se era vestito in grigio o in blu, certamente non erano colori vivaci. Non saprei dire se uomo o donna, direi più un uomo. Non ho idea di che colore fosse la bici. Nel pomeriggio verso le quattro, sono andato al supermercato e ho saputo dell’omicidio». Reazione degli investigatori? Scettica.

Ieri toni pacati ma battaglia in aula. Dove si trovava Alberto Stasi alle 13.50 di quel giorno quando ha telefonato al 118? Ancora nei pressi di casa Poggi o già nella caserma dei carabinieri di Garlasco? La chiamata è stata captata dalla cella telefonica a cui fa riferimento via Pascoli, la strada della famiglia Poggi, e non da quella di via Leonardo da Vinci con la caserma dei carabinieri. Nella loro perizia gli informatici Porta e Occhetti hanno concluso che quando Stasi ha fatto la chiamata si trovava «con maggiore probabilità non molto distante dall’abitazione Poggi» controllata dalla cella PV4D2. La contestazione poggia su una relazione dei carabinieri. C’è quella che gli esperti chiamano «distonia» fra quella cella, così come si configurava il 13 agosto del 2007 e quella che appariva il giorno dopo: una non corrispondenza, una non sovrapposizione geografica. In più. Secondo i carabinieri il percorso fra casa Poggi e la caserma può essere percorso in 2 minuti. Dopo 38 secondi si avvertono nella registrazione un rumore che potrebbe essere lo schiocco di un cancello richiuso e la voce di un uomo che chiama «Andrea». E’ quella del carabiniere Moscatelli che sta chiamando il brigadiere Andrea Serra. Conclusione accusatoria: quando Stasi chiama il 118 non è nelle vicinanze di casa Poggi ma è già in caserma o sta per entrarvi.

In aula i periti non escludono che la telefonata di Stasi possa essere stata agganciata dalla cella di via Pascoli quando invece il biondino era già fuori dalla caserma. Retromarcia? No, precisano Porta e Occhetti. «Rimane più probabile — spiegano — che la telefonata sia stata effettuata nella vicinanze di casa Poggi. Per due elementi. Primo. La telefonata è stata correttamente agganciata dalla cella di via Pascoli. Secondo. Tutte le telefonate partite quella mattina dalla caserma vengono agganciate dalla cella di via Leonardo da Vinci, la PV09D1. Perché proprio la chiamata di Stasi, ammesso che sia avvenuta vicino alla caserma, deve essere stata agganciata da un’altra cella?». E’ stato acquisito anche il video realizzato dalla parte civile che ricostruisce l’omicidio con dei figuranti. In tutto 9 minuti: per la parte civile Alberto Stasi avrebbe avuto il tempo per commettere il delitto, rincasare e iniziare a lavorare alla tesi.

dall'inviato Gabriele Moroni



Marrazzo lascia la casa e va in istituto religioso Voci di dimissioni

Quotidianonet

Il presidente della Regione Lazio potrebbe lasciare definitivamente l'incarico dopo lo scandalo che lo ha travolto. Diagnosticato uno stato di forte stress, la procura di Roma: "Non è indagato"

Roma, 27 ottobre 2009 - Si rincorrono voci sulle prossime dimissioni del presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, che potrebbe abbandonare definitivamente l’incarico di governatore già nella giornata di oggi. Indiscrezioni che, al momento, non trovano alcuna conferma ufficiale.

Intanto Marrazzo ha lasciato stamani la sua abitazione per recarsi in un istituto religioso nei pressi della capitale. Nella struttura religiosa l’ex governatore, travolto dallo scandalo di un video che lo ritrae con un trans e ricattato da quattro carabinieri finiti in manette, trascorrerà parte della convalescenza dopo che ieri, visitato al Policlinico Gemelli, gli è stato diagnosticato un forte stress psicofisico. Il certificato prevede un periodo di riposo di trenta giorni, periodo che - appunto - trascorrerà nella struttura religiosa gestita da preti.

Marazzo subito dopo la notizia degli arresti e del video era rimasto a casa con la sua famiglia. Ora il trasferimento in una struttura di preti anche, secondo quanto si è appreso, "per permettergli di recuperare un po’ di serenità e di equilibrio".

In un primo tempo il giornalista passato alla politica era diretto all'abbazia di Montecassino. vista l’amicizia di vecchia data al padre abate del monastero Benedettino don Pietro Vittorelli. La meta, però, è stata successivamente cambiata: dopo che la notizia è trapelata, infatti, il presidente della Regione Lazio temeva l'assedio di telecamere e reporter. 

 

L'INCHIESTA

"Non c'è stata alcuna convocazione in procura di Piero Marrazzo e non è neppure previsto che debba essere sentito. Almeno per il momento". È quanto si precisa negli ambienti giudiziari di piazzale Clodio dove si smentisce, tra l’altro, l’ipotesi di un’iscrizione sul registro degli indagati dell’ex presidente della Regione Lazio. Chi indaga sottolinea anche che "allo stato degli atti non ci sono tracce di altri esponenti politici sotto ricatto perchè finiti nel giro di trans".

In procura si ribadisce che Marrazzo, in questa vicenda, rimane parte offesa: dunque, non sarà aperto nei suoi confronti un procedimento per l’ipotesi di peculato (in relazione all’uso dell’auto blu) e per quella di corruzione (con riferimento al denaro preso dai carabinieri che hanno fatto il blitz nell’appartamento del trans in via Gradoli).

Quanto al peculato, Marrazzo aveva diritto all’auto di servizio e con quella poteva andare dove voleva; quanto alla corruzione, gli inquirenti ritengono che il video sia stato girato dai due carabinieri ‘infedelì (Carlo Tagliente e Luciano Simeone) e che l’uomo politico sia stato vittima di un ricatto senza sapere di essere stato filmato.

IL LEGALE DI MARRAZZO

Il legale di Piero Marrazzo, Luca Petrucci, è intervenuto specificando che i tremila euro citati nell’ordinanza di custodia cautelare del gip Sante Spinaci nei confronti dei quattro carabinieri infedeli estorsori di Piero Marrazzo, erano in realtà provento dell’attività di Natalie, il trans che compare nel video insieme all’ex presidente della Regione nell’appartamento di via Gradoli a Roma. 

"I tremila euro - ha detto Petrucci, in procura per un colloquio con il procuratore Giovanni Ferrara - erano soldi provento dell’attività del trans", ha precisato l’avvocato in merito alla notizia che 5.000 euro (tremila sul tavolino nell’appartamento e duemila nel portafogli di Marrazzo) sarebbero stato il compenso pattuito per la prestazione sessuale.

Marrazzo, che - dice Petrucci - resta consigliere regionale nonostante l'autosospensione dall'incarico di presidente, è in questa vicenda "parte offesa perchè vittima di un ricatto ordito da corpi deviati dello Stato che si fanno i fatti altrui e vanno a taglieggiare i trans".


Caso Marrazzo: i retroscena



Lavoro, disparità e poche chance per le italiane

 
New York - Lungi dall’essere pari, le opportunità per le donne in Italia sono un terreno sempre più accidentato, soprattutto nel lavoro. Nel rapporto 2009 sul gender gap del World economic forum, la penisola scende al 72° posto su 134 paesi dal 67° del 2008 e dopo l’84°del 2007. L’Italia è superata anche da Vietnam, Romania e Paraguay, precede appena la Tanzania, è terzultima in Europa. A pesare è "la persistenza di indici negativi sulla partecipazione delle donne alla vita economica", in primis la disparità di salari e redditi rispetto agli uomini. "I paesi che non capitalizzano sulla metà delle loro risorse umane minano la loro competitività", ammonisce il rapporto.

Il podio ai Paesi scandinavi La classifica stilata dal Wef, l’istituzione che organizza il forum di Davos, copre il 93% della popolazione mondiale, assegnando ai paesi scandinavi il podio delle pari opportunità tra donne e uomini. Al primo posto si piazza l’Islanda (quarta nel 2008), davanti a Finlandia, Norvegia e Svezia. Seguono Nuova Zelanda, Sudafrica, Danimarca e Irlanda. Sorprendente il Lesotho al decimo posto (dal 16°), davanti quindi a tutti i big europei: la Germania è 12°, il Regno Unito 15° (entrambi in leggero calo), la Spagna 17° e la Francia 18°. Agli ultimi posti nel Vecchio Continente Repubblica Ceca (74°) e Grecia (86°).

La situazione in Italia Il rapporto assegna poi il 31° posto gli Stati Uniti, in discesa di tre posizioni e il 7° al Giappone. A spingere l’Italia nella retroguardia è soprattutto il sub-indice su "partecipazione e opportunità nell’economia" (96° posto) a causa delle disuguaglianze rispetto agli uomini nei salari (116° posto), nel reddito da lavoro (91°) e nella partecipazione alla forza lavoro (88°). Ovvero, solo il 52% delle donne fanno parte della popolazione attiva contro il 75% degli uomini e il reddito medio delle donne è la metà rispetto agli uomini, 19.168 dollari l’anno contro 38.878. Vanno molto meglio le aree di "potere politico" (45°, grazie alle donne che siedono in parlamento e al governo) e "scuola e istruzione" (46°), meno bene di quanto ci si potrebbe aspettare il settore "salute e attesa di vita" (88°). Tra gli altri dati evidenziati dal rapporto la differenza nella disoccupazione tra donne (7,87%) e uomini (4,88%), come pure l’età media di matrimonio (28 anni).

La parità tra sessi nel corso degli anni Rispetto al 2006, anno del primo rapporto sul gender gap, il voto all’italia è solo marginalmente migliorato: laddove 1 rappresenta la parità, la penisola è passata dallo 0,646% allo 0,68%, mentre l’islanda e i principali paesi nordici veleggiano sullo 0,82%. All’estremo opposto pakistan, chad e, ultimo di tutti, lo yemen (0,46%). "Per avere società economicamente competitive e prospere è necessario coinvolgere le donne su un livello pari degli uomini in tutti gli aspetti della vita", sottolinea il rapporto e "l’integrazione di donne e ragazze è tanto più imperativa se si vuole una ripresa rapida e sostenibile della crisi finanziaria".



Scientology alla sbarra: condannata per truffa

di Redazione


Parigi - La Francia infligge un durissimo colpo alla Chiesa di Scientology. L'associazione spirituale e uno dei suoi principali dirigenti, Alain Rosenberg, sono stati condannati per "associazione  a scopo di truffa". Il tribunale di Parigi li ha, tuttavia, autorizzati a proseguire le attività per evitare che queste continuino "fuori da ogni quadro legale".

La condanna a Scientology Il tribunale di Parigi ha condannato l’associazione spirituale della Chiesa di Scientology a pagare una multa di 400mila euro e la biblioteca dell’organizzazione, la Sel, a pagare 200mila euro per "associazione a scopo di truffa". Non solo. Quattro appartenenti all’organizzazione sono stati, poi, condannati a pene che vanno dai dieci mesi ai due anni di carcere per lo stesso reato, mentre altri due membri dovranno pagare ammende di mille e duemila euro rispettivamente. Il tribunale non ha tuttavia deciso la sospensione della attività di Scientology - come chiesto dalla procura - perché queste "rischierebbero di continuare fuori da ogni quadro legale".

Condannato il responsabile Rosenberg Alain Rosenberg, riconosciuto come il responsabile della chiesa di Scientology in Francia, è stato condannato per truffa a 2 anni di reclusione con la condizionale e a 30mila euro di ammenda. Le due principali strutture, il Celebrity Center e la biblioteca, sono state condannate a ammende pari, rispettivamente, a 400mila e 200mila euro. Le accuse di truffa si basano sulle decine di migliaia di euro che sei dirigenti di Scientology avrebbero sottratto a quattro anziani adepti approfittando della loro vulnerabilità. Il tribunale ha stimato che "un’ammenda molto forte" sia "più opportuna" che l’interdizione di proseguire le attività.

Rischio attività illegali "L’interdizione a esercitare - ha affermato Sophie-Helene Chateau, presidente della corte - rischiava di generare un proseguimento dell’attività per vie illegali". Il tribunale ha, però, insistito che le due strutture di Scientology dovranno diffondere, in larga misura, la notizia della condanna su giornali francesi e anche stranieri. Il movimento di Scientology, fondato nel 1954 dallo scrittore di fantascienza Ron Hubbard è considerato come una religione negli Stati Uniti mentre in Francia è classificato come setta da un rapporto parlamentare del 1995. Scientology conta 12 milioni di adepti nel mondo, tra cui molti volti noti dello spettacolo come gli attori Tom Cruise e sua moglie Katie Holmes, ma anche John Travolta e la cantante Lisa Marie Presley. Sono 45mila gli affiliati in Francia.

Blitz del Fisco nelle filiali delle banche svizzere e in quelle vicine a San Marino

Corriere della Sera

MILANO - Un vero e proprio blitz. Sono infatti settantasei le filiali di banche svizzere e quelle di banche italiane di emanazione elvetica o comunque ricollegabili ad intermediari elvetici o con sedi territorialmente vicine a San Marino, controllate oggi dagli agenti del Fisco. Il corretto adempimento degli obblighi di segnalazione dei rapporti con la clientela, da parte di questi operatori, è infatti considerato particolarmente importante dal Fisco italiano, soprattutto ai fini delle indagini in tema di evasione fiscale internazionale. Nel mirino degli 007 il corretto adempimento da parte di banche e intermediari finanziari degli obblighi di comunicazione all'Archivio dei rapporti finanziari, imposti alle banche ed altri intermediari finanziari, di tutti i rapporti intrattenuti con la clientela e delle operazioni svolte al di fuori di rapporti continuativi.

LA NOTA - «Si è così aperta, su un primo campione di soggetti a particolare rischio - spiega una nota dell'Agenzia delle entrate - la partita dei controlli che ha l'obiettivo di garantire il preciso e puntuale rispetto degli obblighi di comunicazione e, dunque, la completezza dei dati contenuti nell'Archivio dei rapporti finanziari. Informazioni che rivestono fondamentale importanza ai fini della lotta agli illeciti fiscali internazionali e, più in generale, del contrasto all'evasione». L'Archivio è alimentato dalle comunicazioni relative ai rapporti continuativi intrattenuti con la clientela esistenti, a partire dalla data dell'1 gennaio 2005, alle operazioni poste in essere al di fuori di un rapporto continuativo con l'esclusione delle operazioni di versamento effettuate tramite bollettino di conto corrente postale per un importo unitario inferiore a 1.500 euro, nonchè ai rapporti diversi da quelli intrattenuti con i titolari dei rapporti continuativi o delle stesse operazioni extra-conto (procure e deleghe). Le comunicazioni devono avvenire, in via telematica, con cadenza mensile. Ad oggi l'Archivio censisce oltre 950 milioni di rapporti ed oltre 90 milioni di soggetti con operazioni extra-conto. Sono obbligati a effettuare le comunicazioni: le banche, la società Poste italiane, gli intermediari finanziari, le imprese di investimento, gli organismi di investimento collettivo del risparmio, le società di gestione del risparmio e ogni altro operatore finanziario. Si tratta, complessivamente, di circa 13.000 operatori. L'obbligo ricade anche sulle filiali estere di operatori italiani e, ovviamente, su quelle italiane di operatori esteri.

Marrazzo, vicine le dimissioni

Corriere della Sera

Forse già oggi la decisione che porterebbe subito al voto la Regione. E intanto si trasferisce in un istituto religioso

ROMA - Piero Marrazzo si prepara all'addio finale. Il presidente della Regione Lazio, autosospesosi dall'incarico dopo il caso a luci rosse che lo ha visto coinvolto, sembra intenzionato a compiere l'ultimo passo: presentare le formali dimissioni. Non a novembre, come ha lasciato intendere ieri l'attuale reggente della giunta Esterino Montino, ma subito. Forse già stamattina, secondo rumors che circolano con insistenza. La decisione provocherebbe un effetto politico immediato, la crisi in Regione e di seguito il voto anticipato, così come richiesto a gran voce dal Pdl.

ALLE URNE- Il centrodestra ha infatti presentato al ministro per i Rapporti con le Regioni, Fitto e al ministro dell'Interno, Maroni, un'interrogazione urgente nella quale si chiede di verificare l'esistenza della delega a Montino per l'esercizio delle funzioni. I parlamentari del Pdl chiedono «se allo stato attuale gli organi della Regione siano legittimati a svolgere le rispettive funzioni ovvero se debba intendersi il Consiglio regionale decaduto, mentre la Giunta in carica solo per l'esercizio dell'ordinaria amministrazione». In risposta a chi ha fatto riferimento alle elezioni anticipate il-vice presidente con delega Montino ha risposto di non pensare di trovarsi «di fronte ad una lesione istituzionale o democratica per cui si debbano anticipare le elezioni di 20 giorni. Ormai sono fissate a marzo. Tecnicamente abbiamo 90 giorni per indire le elezioni e poi 45 giorni elettorali, ovvero abbiamo di fronte un tempo di massimo 135 giorni. Questo ovviamente si può anche anticipare ma lo deve stabilire il presidente della Regione o chi ne fa le veci».

IN PROCURA- Devono trovare conferma anche le voci di un'altra convocazione in procura per Marrazzo. «Non c'è stata alcuna convocazione e non è neppure previsto che debba essere sentito. Almeno per il momento», è quanto si precisa negli ambienti giudiziari di piazzale Clodio dove si smentisce, tra l'altro, l'ipotesi di un'iscrizione sul registro degli indagati. Gli inquirenti sottolineano anche che «allo stato degli atti non ci sono tracce di altri esponenti politici sotto ricatto perché finiti nel giro di trans». In procura si ribadisce che Marrazzo, in questa vicenda, rimane parte offesa: dunque, non sarà aperto nei suoi confronti un procedimento per l'ipotesi di peculato (in relazione all'uso dell'auto blu) e per quella di corruzione (con riferimento al denaro preso dai carabinieri che hanno fatto il blitz nell'appartamento del trans in via Gradoli). Quanto al peculato, Marrazzo aveva diritto all'auto di servizio e con quella poteva andare dove voleva; quanto alla corruzione, gli inquirenti ritengono che il video sia stato girato dai due carabinieri «infedeli» (Carlo Tagliente e Luciano Simeone) e che l'uomo politico sia stato vittima di un ricatto senza sapere di essere stato filmato.

DAI RELIGIOSI - Intanto la vicenda giudiziaria s'intreccia con quella personale facendo emergere nuovi particolari. Marrazzo ha infatti lasciato la sua abitazione romana per prendersi qualche giorno di riflessione in un istituto religioso nei dintorni della Capitale . Nel convento trascorrerà parte della convalescenza dopo che ieri, visitato al Policlinico Gemelli, gli è stato diagnosticato un forte «stress psicofisico» e trenta giorni di malattia. «Ha bisogno di riflettere sulla sua vita per uscire da questa situazione e per ritrovare se stesso. La famiglia ha promesso di stargli accanto e speriamo che ciò lo aiuti», è stato il commento del suo legale, Luca Petrucci.



Sui rifiuti niente Iva Ma lo Stato la pretende

Il Tempo

Disattesa la sentenza della Consulta. Gli utenti pagano ancora il 10% non dovuto. Le Entrate: "Il mancato gettito toglie soldi alla finanza pubblica".

rifiuti Ci ha provato la Cassazione a certificare che sulla Tariffa dei Rifiuti pagata dai romani l’Iva al 10% non va applicata. Poi è arrivata la Corte Costituzionale che ha ribadito che i costi richiesti sono "tasse" esenti da imposta. segue a pag.  Ma lo Stato continua a incassare perché non sa come coprire il mancato gettito. Insomma dopo l'ultimo grado di giudizio che ha certificato che sulla Tariffa Rifiuti pagata dai cittadini alla aziende di pulizia l'Iva al 10% non va applicata. E la la parola della Corte Costituzionale che dovrebbe essere quella definitiva sull'interpretazione della legge nazionale.

E che ha spiegato nella sentenza del 24 luglio 2009 che ha stabilito che: «sia la Tia (Tariffa d'Igiene Ambientale) che la Tarsu (tassa di smaltimento rifiuti solidi urbani) sono "tasse" e non "tariffe" e non sono quindi assoggettate all'Iva (applicata in bolletta al 10%)», nulla è cambiato. Lo Stato ha continuato a incassare la tassa aggiuntiva rimasta a campeggiare in bella mostra sui bollettini di pagamento. Inutile scomodare il fatto che molte società, in prevalenza di proprietà dei Comuni, avessero cambiato la dicitura da Tassa a Tariffa sulla bolletta. Troppo semplice secondo la Corte. Che infatti ha spiegato nella sua sentenza che questo sarebbe possibile solo se le aziende di pulizia applicassero non la Tariffa di igiene ambientale ma la Tariffa integrata ambientale. Stessa sigla (prodigi del burocratese) ma presupposti di funzionamento completamente differenti. Solo quest'ultima consentirebbe di applicare l'ulteriore balzello della 10%. Una soluzione all'apparenza semplice ma non troppo.

La Tariffa integrata che è prevista da un decreto legislativo del 2006 non ha ancora trovato applicazione perché non c'è ancora il decreto ministeriale per attuarla. Ergo, tutte le voci che sono utilizzate nelle fatture inviate ai cittadini e allae inprese, a prescindere da come sono chiamate, in realtà sono tasse e dunque non assoggettabili a Iva. Chiara resta dunque la possibilità di un ricorso da parte degli utenti per percepire quanto indebitamente pagato. Una cosa semplice anche questa solo a parole. Non è chiaro infatti a chi indirizzarlo. L'ente pubblico si chiama fuori. Nel sito dell'Ama ad esempio c'è scritto: «Sull'importo della bolletta viene applicato il 10% obbligatorio di IVA come indicato dall'Agenzia delle Entrate con risoluzione n. 25/E del 5 febbraio 2003 e risoluzione del 17 giugno 2008 n. 250». Come a dire: noi incassiamo per conto dello Stato, devolviamo le somme all'agenzia delle entrate e facciamo solo la riscossione. Ecco trovato l'altro capo della matassa dunque: il fisco. Che lungi dall'applicare le regole si limita a incassare per conto dello Stato. Già è la legge che non ha ancora chiarito come applicare correttamente la sentenza della Consulta.

Lo stallo ha una ragione precisa. Sempre la stessa. Come coprire il buco che si aprirebbe nel bilancio statale se il 10% venisse a mancare. I fondi sono pochi e la copertura non semplice da trovare. Lo ha spiegato lo Dipartimento delle Finanze in una recente richiesta da parte dei deputati alla commissione finanze della Camera. Se si realizzasse il principio enunciato dalla Consulta si porrebbe il problema della copertura finanziaria dei mancati introiti erariali derivanti dal non assoggettamento ad IVA della TIA stessa e alla definizione di una procedura che semplifichi le procedure di rimborso agli utenti dell'imposta addebitata illegittimamente. Insomma la ragione degli utenti c'è ma per ora sono sacrificate sull'altare della crisi delle casse statali. Pertanto tutti coloro che avessero indebitamente pagato l'imposta hanno diritto ad essere rimborsati.

Attenzione però: l'esenzione al pagamento dell'Iva si riferisce solamente alle fatture degli ultimi 10 anni Per ora dunque occorre tenere i bollettini da parte e preparare, solo scrivere per adesso, una richiesta di rimborso quantificando il dovuto. In base alle medie tariffarie registrate nell'ultimo rapporto governativo sui rifiuti, il rimborso medio per famiglia in Italia varrebbe circa 360 euro (e fino a 3750 per le imprese). Non poco. Per ora non c'è speranza.

Filippo Caleri

Il video-scandalo scoperto cercando il boss Iovine

Il Tempo

Il Ros era sulle tracce del camorrista superlatitante e ha intercettato traffici di cocaina tra la Capitale e il Casertano.

Cercavano il camorrista Antonio Iovine e sono capitati nelle trame del caso Marrazzo e del video-scandalo coi trans di via Gradoli. Insomma, dalle stelle mafiose alle stalle del crimine. Del resto davanti ai brasiliani con ombretto, tacchi e rossetto, i carabinieri del Raggruppamento operativo speciale l'avevano detto: «Noi ci occupiamo di altro, di criminalità organizzata, diamo la caccia ai superlatitanti. E invece...». Invece hanno scoperchiato un altro inferno, dove non hanno esitato a gettarsi quando hanno capito che in mezzo poteva essere finito anche un carabiniere.

 I mastini del Ros stavano sulle tracce di Iovine: 45 anni compiuti due domeniche fa, vicerè dei Casalesi ancora a piede libero insieme con Michele Zagaria, l'altro pincipe della criminalità organizzata del Casertano. I loro nomi sono inseriti nella lista dei trenta superlatitanti, quella che il Ros usa come agenda degli impegni: ogni faccia è un obiettivo da raggiungere. Per arrivare a Iovine volevano tallonare i suoi affiliati. Un lavoro di ricerca che richiede tempo, pazienza e anche un po' di fortuna: sono 14 anni che il boss sfugge alle manette. I militari avevano cominciato a puntare alcuni soggetti intercettando le loro conversazioni telefoniche.

Durante una di queste la sorpresa. Dal dialogo salta fuori la storia del video con Marrazzo, del tentativo di venderlo, del presunto ricatto. Le indagini virano bruscamente, finiscono a via Gradoli e poi con gli arresti dei quattro carabinieri accusati del presunto ricatto. E la pista della droga? Non è sbiadita. Il Ros l'ha imboccata di nuovo. Solo che gli obiettivi si sono moltiplicati. Antonio Iovine resta il superlatitante da prendere. Ma nell'inchiesta sul ricatto al governatore del Lazio il capitolo droga è ancora tutto da scrivere. Ci soltanto poche righe. Sul tavolino ripreso nel video c'era polvere bianca, probabilmente cocaina. Marrazzo dice di non essere un consumatore di droga. E allora? Lo stupefacente l'hanno portato i trans o i carabinieri? Da dove viene? Nella prima ora del caso Marrazzo era stato abbozzato il sospetto che i quattro avessero fatto i prepotenti con gli spacciatori che fermavano nella zona di competenza della Compagnia carabinieri Trionfale, di cui fanno parte: li ripulivano di droga che poi piazzavano loro. Ma sono voci che al momento neppure hanno assunto la sostanza di indizi. Anzi, stando agli statini di servizio di ciascuno i quattro carabinieri sono bravi investigatori, degni di encomio.

I Ros vogliono ricostruire il traffico di droga e capire chi sono i personaggi chiave dello scambio. Le intercettazioni telefoniche stavano cominciando a disegnare una rotta tra il Casertano e la Capitale, dove diverse inchieste coordinate proprio dalla Procura di Roma hanno dimostrato che i camorristi sotto il nome degli Schiavone riforniscono fette importanti del mercato romano. I Ros indagano.


Fabio Di Chio

27/10/2009



Via Gradoli, rifugio segreto dei vip

Il Tempo

Arrivavano a bordo di scooter ed auto di lusso nell'ex residence, sorto per gli alloggi Alitalia. Ora ci sono viados, romeni e bengalesi.

Ciaccolano senza freni e raccontano, forse anche senza troppa verità, la loro vita lasciando intendere il nome dei clienti affezionati e insospettabili che parcheggerebbero sotto le finestre e poi s'infilerebbero in casa e sotto le lenzuola. «Eeeeh, qui è un continuo. Passa di tutto - spiffera Silvia pettinandosi i capelli con le dita - Se uno dicesse i loro nomi la gente non ci crederebbe. Invece è così: ci sono persone famose che vengono da noi abitualmente».

C'è l'attore che arriva in sella a uno scooter Burgman 400, e l'altro che si presenta su auto di lusso. La vicenda Marrazzo dimostra che anche i ricchi e potenti scivolano nell'ombra. Silvia è brasiliana, ha 52 anni. Nel suo paese ha lasciato tre figli che mantiene spedendo i soldi che guadagna battendo il marciapiede all'Acqua Acetosa, a Largo Sperlonga e nella sua alcova stile popolare, in via Due Ponti. È andata a fare la spesa in uno dei supemercati della zona.

Qui ne vediamo tanti è un viavai di vip. Parlano e sono in festa i trans di Roma nord, sulla Cassia. Avere tv e giornalisti attorno ha schiarito loro la gola. E allora si sprecano in battute, mezze parole e sorrisetti tutti malizia e compiacimento.

Sale le scale di casa in compagnia di un ragazzetto: lui l'aiuta a portare le buste cariche e lei lo ricambia con gentilezza. Silvia occupa uno dei tanti appartamentini dell'ex residence dove l'Alitalia una volta faceva alloggiare il suo personale di bordo in transito.

Ora l'edificio somiglia a un alveare con tante "celle" a luci rosse. Ci sono panni stesi, bambini a giocare in strada, motorini parcheggiati e strade sconnesse. Sembra un'altra Cassia, un'altra Roma, dove anche gli odori sono diversi. In una scala, al primo piano, abita pure Brenda, nera e procace al silicone, il viados che insieme con l'altro trans brasiliano, Natalie, avrebbe (o non avrebbe) partecipato al festino col governatore del Lazio nell'appartamento di via Gradoli 96, sempre sulla Cassia.

Nell'ex residence ci sono famiglie romene, bengalesi, africane, qualche italiano e anche la coppia di gay romani, avanti con gli anni, che per un anno hanno ospitato Brenda e la sua amica Michelle, ora pare sparita all'estero. Il traffico di clienti a via Due Ponti lo confermano tutti. I romeni lo tollerano, gli africani lo ignorano, blindati dietro le porte chiuse a due mandate, sopra e sotto. Gli italiani non ci fanno caso. Anzi, qualcuno ne approfitta. «Io - confessa Pino - lo dico a mio figlio: "Stasera papà va da un trans". Che c'è di male. Quando sarà lui ad andarci, perché ci andrà, non potrò mica fare l'ipocrita e dire che queste cose non si fanno, non sta bene o è pericoloso. Coi figli bisogna essere sinceri».

I bengalesi invece sopportano a stento la frenetica attività dei brasiliani. «Alla fine dico che sto con Bossi - si sfoga uno dei residenti nel complesso, sposato e padre di un bimbo - Chi vuole rimanere in Italia deve lavorare e pagare le tasse, altrimenti via. Io mi alzo tutte le mattine alle 5. Anche se ho un regolare contrattato (pulisce lo studio di un avvocato, ndr) combatto sempre per rinnovare il permesso di soggiorno. Avrei diritto a un po' di tranquillità e di pulizia. E invece: qui è pieno di rifiuti, i trans spesso litigano e a volte diventano violenti. Le forze dell'ordine passano, ma stranamente il cliente esce un attimo prima che arrivino, segno che giunta la telefonata di qualcuno che sapeva e ha informato per tempo. Qui c'è un giro...».


Fabio Di Chio

27/10/2009



Credito difficile, il silenzio delle aziende

Corriere della Sera

Ai prefetti sono arrivate solo 540 proteste contro le banche. Gli artigiani: paura per le eventuali ritorsioni

(Ansa)
(Ansa)
L'ufficio reclami è pratica­mente deserto. I cento prefet­ti d’Italia (più i commissari di Trento e Bolzano e il presidente della Regione autonoma della Valle d’Aosta) sostengono di essersi appli­cati con zelo. Hanno «predisposto» le informazioni necessarie oltre ai moduli forniti dal ministero del­l’Economia, da scaricare direttamen­te da Internet. Hanno «sensibilizza­to » le categorie dell’industria, le pic­cole imprese, gli artigiani e i com­mercianti. Tutto come previsto dal­la legge entrata in vigore il 29 genna­io scorso, su iniziativa del ministro dell’Economia Giulio Tremonti.

Il provvedimento istituisce gli Osser­vatori del credito in ogni provincia e, inoltre, affida ai rappresentanti del governo l’inedito compito di «monitorare» i flussi di credito ero­gati (o meglio non erogati) dalle banche e, soprattutto, di raccogliere le segnalazioni degli imprenditori messi alle strette. Insieme ai Tre­monti bond era stato concepito co­me l’intervento cardine per fronteg­giare il credit crunch, l’asfissia del­l’economia per mancanza di presti­ti. Ma da aprile (quando il nuovo meccanismo è entrato a regime) al­la fine di ottobre, le prefetture han­no ricevuto complessivamente solo 540 «istanze» presentate dalle azien­de. Fosse per questi numeri la que­stione «credito difficile» andrebbe archiviata, cancellata come non (più) sussistente. Dalla Valle d’Ao­sta (0 ricorsi) alla Sardegna (8): in tutta Italia si contano solo poche centinaia di segnalazioni, a fronte di oltre un milione e mezzo di imprese che hanno acceso fidi superiori ai 30 mila euro con il sistema crediti­zio (dati Abi). In questi giorni i prefetti stanno preparando i rapporti per l’ultimo trimestre da inviare al ministero del­l’Economia e al ministero dell’Inter­no.

I numeri essenziali sono antici­pati nella tabella compilata sul cam­po, regione per regione, con l’ag­giunta delle istanze avanzate dalle famiglie (tassi e garanzie su prestiti personali). Le cifre sono basse ovunque, an­che nelle aree di più intensa indu­strializzazione, come il Veneto, do­ve a fine luglio si erano fatte avanti soltanto 26 aziende. A Venezia il pre­fetto Michele Lepri Gallerano sta completando i conteggi con gli ulti­mi arrivi: alla fine i dossier raccolti in tutta la regione saranno circa 50. Il doppio rispetto all’estate, ma pur sempre un livello irrisorio rispetto all’allarme (e alle polemiche) sul cre­dito difficile. Tanto che lo stesso Le­pri Gallerano si è già preparato il di­scorsetto da fare nella riunione di fi­ne mese con i rappresentanti delle categorie che partecipano all’Osser­vatorio regionale: cari amici impren­ditori, ci volete spiegare perché con­tinuate a lamentarvi, ma poi non ci fornite gli elementi concreti per in­tervenire?

La domanda rimbalza in queste settimane da un capo all’al­tro del Paese. Basta seguire il sentie­ro tracciato dai numeri: in Lombar­dia 118 ricorsi (di cui 45 nella sola provincia di Milano), in Piemonte 52 (di cui 21 a Torino) e in Liguria, tanto per chiudere il vecchio trian­golo industriale, sono solo 8, lo stes­so livello del Molise e della Sarde­gna e uno in più della Basilicata. Dalle associazioni territoriali d’impresa arrivano risposte secche: «Questo tipo di denunce si fa in mo­do indiretto, altrimenti le banche ti mettono sulla lista nera» sostiene Roberto Castellucci, dirigente degli artigiani associati a Cna Toscana. Nel tabellino della regione figurano 48 «denunce»: niente rispetto alle ol­tre 250 mila imprese toscane. «E in­fatti le cose funzionano in un altro modo — continua Castellucci — noi abbiamo raccolto pacchi di lette­re, a centinaia, scritte da nostri iscritti che protestavano per la sosti­tuzione del massimo scoperto con nuovi balzelli. Tutti, però, ci chiede­vano di togliere i nomi e così abbia­mo fatto, prima di consegnarle alla Prefettura di Firenze, dove non com­paiono tra gli esposti ufficiali».

I timori dei piccoli imprenditori ritornano nelle conversazioni infor­mali con gli stessi funzionari delle Prefetture. Senza troppa distinzione tra Nord e Sud, tra grandi e piccoli centri. Ma in realtà questa sembra essere solo una parte della storia. Certo, l’Abi (l’Associazione bancaria italiana) offre una spiegazione di se­gno opposto: gli imprenditori non hanno paura delle loro banche di ri­ferimento, ma hanno capito che in questa fase non c’è alternativa a un negoziato diretto e pragmatico su costi, valori e durata dei fidi. E pro­babilmente in alcune aree è anche andata così. In Liguria, per esempio, nota il prefetto di Genova Annama­ria Cancellieri: «Il sistema delle ban­che funziona bene e può darsi che abbia fornito le risposte attese dalle aziende». Da molte prefetture, inol­tre, si fa notare che gli Osservatori sul credito svolgono una funzione di raccordo, una nuova «concerta­zione decentrata» tra piccole impre­se, categorie e istituti di credito. Co­me dice Donato Cafagna, capo di ga­binetto della Prefettura di Bari: «La raccolta dei reclami non esaurisce l’attività che abbiamo sviluppato in questi mesi. Facendo seguito alle in­tese nazionali, stiamo organizzando un momento di incontro con Abi, Banca d’Italia e le categorie anche a livello regionale».

I prefetti, insom­ma, si propongono come mediatori. D’altra parte i numeri, ancora una volta, dimostrano che certamente non sono nelle condizioni di fare gli sceriffi. Per un motivo molto sempli­ce: le norme non assegnano poteri coercitivi. Il rappresentante del go­verno, una volta ricevuta «l’istanza» di protesta da parte dell’imprendito­re, può solo girarla alla banca chie­dendo di riesaminare il dossier en­tro 30 giorni. Tutto qui. Un semplice esercizio di «moral suasion». Con ri­sultati poco entusiasmanti, come si può verificare nella tabella e con al­tri dati. Nella provincia di Milano, per esempio, le banche hanno accet­tato di riconsiderare solo cinque ca­si, contro 20 rifiuti (altre 20 pratiche sono ancora in istruttoria). Da que­sto punto di vista non ci sono diffe­renze con un’area meno industrializ­zata come il Molise, dove ci sono sta­ti nove no contro due «sì». Se si leg­gono le cifre con le lenti di un im­prenditore risulta chiaro come al ri­schio di esporsi ufficialmente corri­spondano poche probabilità di ribal­tare la posizione della banca. E allo­ra non vale la pena scomodare il pre­fetto. Giuseppe Sarcina

Marrazzo si dà malato e salva il Pd

di Massimo Malpica

Roma


Tre giorni col fiato in gola, tra le voci di una partenza immediata che si rincorrono, per una comprensibile fuga dall’assedio mediatico, e la visita a sorpresa al policlinico Gemelli. Una visita «politica», frutto di un pizzico di cinico pragmatismo del suo partito, quella di Piero Marrazzo nell’ospedale romano dell’università Cattolica. Necessaria per «perfezionare» l’autosospensione, decisa quando sono emerse le contraddizioni nel suo racconto a caldo sul videoricatto col trans.

Fondamentale per mollare la poltrona di governatore del Lazio al vice, Esterino Montino. Piero Marrazzo doveva motivare il suo «impedimento temporaneo». E visto il fuoco di fila dei tanti nel Pdl che hanno sollecitato a non scherzare con i certificati medici, l’apparato del Pd l’ha invitato a marcare visita. Stress psicofisico, la diagnosi del medico. Trenta giorni la prognosi. Sufficiente per rimandare le dimissioni, e per scongiurare l’ipotesi di elezioni anticipate che il centrosinistra voleva a tutti i costi evitare.

Lo stress è senza dubbio vero. Piero Marrazzo è un uomo a pezzi, emotivamente provato da un fine settimana a dir poco sconvolgente. Cominciato come presidente della giunta regionale e finito in scarsa gloria, col presunto ricatto e le sue giornate con i trans sparate in prima pagina su tutti i giornali. Ma quei trenta giorni di riposo, come spiegato, fanno comodo soprattutto al Partito democratico, che può evitare di tuffarsi in campagna elettorale in tempi brevissimi pagando lo scotto dello scandalo. Cinismo pragmatico, appunto.

Perché dopo essere scivolato sulle sue dichiarazioni a caldo, quelle in cui aveva definito «bufala» la notizia del videoricatto, da un lato i vertici del Pd hanno chiesto a Marrazzo di farsi da parte, ma dall’altro gli hanno imposto di farlo con molta calma, rinunciando alle dimissioni d’impeto a cui il governatore aveva pensato. E così sabato gli hanno dettato i tempi e i modi della exit strategy: autosospensione, delega a Montino, lettera di dimissioni da accettare tra un mesetto.

Perché dal momento del suo addio il tempo massimo per tornare alle urne è 135 giorni, troppo pochi perché Piero possa lasciare adesso: si andrebbe a votare a metà marzo, due settimane prima dell’election day indicato da Maroni.

Insomma, anche la partenza in cerca di un po’ di pace viene rimandata per obbedire all’ultimo diktat e onorare il rendez vous con i medici del reparto di emergenza del Policlinico Gemelli, diretto da Nicolò Gentiloni Silveri, cugino del responsabile comunicazione del Pd, Paolo Gentiloni. Ma a «comunicare» gli esiti della visita è stato il nuovo reggente della giunta (ieri la prima riunione senza Piero a coordinarla), Montino.

Che ha dato notizia del referto medico e ha assicurato sulla «decisione di Marrazzo di dimettersi dopo il periodo di convalescenza». Per aggiungere che comunque «le dimissioni stanno nelle sue mani» e che dunque la giunta «non sa dire di preciso quando verranno rassegnate», frase dal sapore beffardo, infatti accompagnata dalla precisazione che «non supereranno sicuramente il prossimo mese».

Lui, l’ormai ex governatore, intanto smobilita dal ponte di comando. Ieri ha anche scritto al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per comunicare la rinuncia all’incarico di commissario governativo per il rientro dal deficit sanitario. Avrebbe voglia di farsi da parte, di sottrarsi alle attenzioni del media, e tanto più alla polemica politica sul «percorso» delle sue dimissioni.

Ma non può. Ora che il certificato medico giustifica la sua assenza per i prossimi trenta giorni (e Montino ha anche fatto dell’ironia sui dubbi avanzati da Maurizio Gasparri), forse riuscirà a prendere un aereo che lo porti lontano da tutto. Chi lo conosce, dice che l’unica cosa che gli importa al momento è riprendere i fili della sua vita privata. Spiegarsi con le persone più care, ritrovare una serenità che ora sembra davvero lontana, non pensare al precipitare degli eventi degli ultimi giorni.

Ma forse anche questa aspirazione così umana dovrà attendere. Non si esclude che gli investigatori che scavano sulla vicenda, sul presunto ricatto ai suoi danni portato avanti fin dall’inizio di luglio da quattro carabinieri, vogliano approfondire la sua versione dei fatti, ascoltandolo di nuovo, mettendo a verbale le sue parole ancora una volta.

Tutti a Napoli per l’esame Ecco la città del bengodi dove i concorsi sono facili

di Manila Alfano

 

Si incontrano su internet per scambiarsi informazioni. Emigrano spudoratamente in cerca dell’indulgenza, della clemenza, della generosità. Sono i futuri professionisti d’Italia, quelli che manca l’esame di Stato e poi ce l’hanno fatta. Ogni destinazione è possibile. Non si guarda a spese. Da Milano a Reggio Calabria, da Catania a Napoli, andata-ritorno possibilmente low cost. L’importante è avere la dritta giusta: «Lì la commissione è di manica larga». Via, si parte. Un giro su internet per trovare flotte di aspiranti commercialisti che invocano la soffiata sulla sede giusta. Li chiamano i globetrotter degli esami, quelli che manca l'ultimo e poi la vita (lavorativa) sarà tutta in discesa. Ma l'esame di Stato resta l'angoscia più grande per i professionisti d'Italia. Troppo importante per rischiare la bocciatura, è l'ultimo. L'idea di rifarlo atterrisce, demotiva, costa. E allora prima ancora di finire di studiare per il programma di esame, si studia la sede dove tentare la sorte. Qualcuno l’ha anche battezzato il turismo d’esame. Lo dicono i dati del Miur, elaborati dal Sole-24 ore.

Si parte in gruppo, vada come vada, sempre meglio condividere l’esperienza. Il traguardo è l’abilitazione in una sede diversa dal proprio ateneo di provenienza, se le regole lo consentono, nella speranza di trovare una commissione di manica larga. È tutto certificato, basta leggere i dati di accesso alle professioni. Non ci sono santi. Il viaggettino lo fanno architetti, commercialisti, psicologi. Un architetto su due, con laurea quinquennale, ottiene l’abilitazione. Questa è la media, ma alla Seconda università di Napoli il 94 per cento dei candidati ce la fa. A Trieste invece ci riesce solo uno sui quattro. Il campo di gioco non è mai neutro. È una falla nel sistema che tutti conoscono, ma che non si riesce a chiudere.

Ogni sede fa da sé. Sono i singoli atenei che organizzano la prova due volte all’anno, in genere a giugno e a novembre.
Discrezionalità anche sulle tracce preparate dalla commissione presieduta da un docente. La partita per gli architetti si gioca in tre giorni: due progetti e un tema. In tutto venti ore per dimostrare di essere idonei. La difficoltà più grande è il dover tornare a squadre e righelli: dimenticarsi il computer e tornare a progettare a mano. Per passare bisogna avere la sufficienza in tutte e tre le prove per passare all'orale.

E anche la valutazione è a discrezione di ogni singola commissione. Insomma un vero e proprio terno al lotto. Differenze territoriali che danneggiano o favoriscono i candidati. Un problema che non è sfuggito ai consigli nazionali delle categorie, che chiedono più omogeneità nelle prove, con linee guida e criteri stringenti. Più uniformi per fermare l’esodo.

Come succede ad esempio nelle prove di abilitazione per i commercialisti. Se a livello nazionale uno su due ha la strada spianata, la doppia faccia dell'esame vede contrapposte Udine e Torino.

Nell’ateneo friulano solo il 7% riesce a ottenere l'idoneità, nel capoluogo piemontese invece supera lo scoglio il 90 % di quelli che ci provano. Anche in questo caso ogni commissione decide in autonomia sulle tracce e sulla valutazione. Ma anche in questo caso Napoli è messa bene. Risulta infatti la terza nella graduatoria tra le sedi più facili. Su 399 candidati infatti riescono a farcela il 78 per cento. E per diventare psicologi? Scontato. Anche qui Napoli si aggiudica il titolo, visto che su 848 candidati il 91% riescono nell’impresa. Insomma alla fine farsi esaminare nel capoluogo campano conviene sempre o quasi.

Per gli avvocati invece il turismo da esame è solo un lontano ricordo. Il decreto Castelli del 2003 poi convertito in legge ha modificato il sistema di correzione. A correggere la prova scritta è però un’altra Corte d’appello sorteggiata tra sedi omogenee per numero di iscrizioni. Così Trento corretta da Caltanissetta, si è distinta nel 2007 come sede più rigida con appena il 17,2 per cento dei promossi. Catanzaro, già giudicata in passato una delle sedi di manica larga regala a Palermo lo scettro per il più elevato tasso di successo.


Vittima di Polanski chiede stop a processo

Corriere della Sera

Samantha Geimer
Samantha Geimer
MILANO - La vittima di Roman Polanski, Samantha Geimer, con la quale il regista franco-polacco aveva riconosciuto oltre 30 anni or sono di avere avuto relazioni sessuali quando la ragazza aveva 13 anni, ha chiesto ancora una volta che siano abbandonate le accuse contro l'autore di Rosemary's Baby e Chinatown. È quanto si legge nei documenti che i legali della donna, sposata con figli alle Hawaii, hanno depositato presso la corte di appello di Los Angeles, nel sud della California. Gli avvocati della Geimer, che aveva ottenuto negli anni scorsi un risarcimento da Polanski, sostengono che la donna soffre di problemi di salute provocati dai ripetuti contatti che la stampa sta tentando di avere con lei. Sarebbero state oltre 500 le telefonate ricevute in queste ultime settimane. Non è la prima volta che la Geimer chiede alla giustizia di lasciare in pace Polanski, da lei perdonato e che secondo lei ormai ha pagato per il suo delitto. Il regista è stato arrestato in Svizzera alla fine del mese scorso e gli Usa ne hanno chiesto l'estradizione. In un primo tempo Polanski era stato accusato di stupro della minorenne, ma il regista, dopo un patteggiamento, aveva riconosciuto, in accordo con l'accusa, soltanto le relazioni sessuali con una minorenne. Prima della sentenza, e dopo avere passato 42 giorni in carcere per un esame psichiatrico, Polanski aveva lasciato gli Usa, convinto che il giudice del tribunale di Santa Monica responsabile del caso avesse l'intenzione di inviarlo in carcere per numerosi anni, senza rispettare l'accordo.


26 ottobre 2009(ultima modifica: 27 ottobre 2009)



La scelta della moglie: «Non lascerò Piero, la famiglia è unita»

Corriere della Sera


Insieme nella loro villa. Lei torna in tv

ROMA — «La mia famiglia, comunque, rimane unita». Ro­berta Serdoz, la moglie di Pie­ro Marrazzo, è la fierezza perso­nificata. Nella grande casa di Colle Romano, immersa nel si­lenzio del castagneto, il cami­no è acceso come sempre. Ci sono tante foto sui muri, le fo­to di una vita, le foto di loro due felici. Sembra un secolo fa. Come può reagire una don­na tanto ferita, tradita nel pro­fondo? Poteva cedere di schian­to e invece lei ha tirato fuori l’orgoglio, la grinta da reporter mostrata per anni in televisio­ne e che adesso le serve come il pane a casa sua, tra le mura amiche, per riprendere in ma­no una situazione drammati­ca. Dopo un weekend di auten­tica umiliazione e sofferenza, Roberta ha deciso che non ab­bandonerà suo marito, anzi gli starà vicino, perché ora lui è di questo che ha più bisogno. Pie­ro Marrazzo, travolto dallo scandalo, sta male. I suoi amici più stretti sono davvero preoc­cupati, ieri mattina respirava a fatica, s’è svegliato con le palpi­tazioni, l’hanno dovuto accom­pagnare al Gemelli: «Stress psi­cofisico », hanno detto i medi­ci, trenta giorni di stop.

Ma non è questo il tempo delle parole, delle spiegazioni, adesso quello che conta è stare insieme - così ragiona un’ami­ca della coppia - condividere come prima il lettone in ferro battuto che Roberta si porta dietro da sempre. Come un ni­do, un estremo rifugio. Per Pie­ro non ci sarà bisogno di un te­rapeuta - continua l’amica del cuore - perché Roberta per lui, da sempre, è la migliore tera­peuta che possa esistere, con la sua capacità di parlare, di ri­dere, di riflettere. Forse, più in là, si prenderanno anche una vacanza. Per stare vicini, per ri­trovarsi. Ma è presto per fare programmi, questi sono solo i giorni del dolore e della fatica di andare avanti.

Gli amici più stretti, per for­tuna, sono rimasti: l’onorevole Rosa Calipari, deputata del Pd, che fu la loro testimone di noz­ze in Campidoglio, il 25 settem­bre del 2005, davanti a Veltro­ni sindaco; e poi il giornalista Raffaele Genah del Tg1, Mauri­zio Mannoni e l’avvocato Mas­simo Pineschi, ex presidente del consiglio regionale del La­zio, che sta con Marrazzo dai tempi di «Mi manda RaiTre». Loro ci sono ancora, silenziosi, invisibili, pronti a dare una ma­no.

Nella grande casa di Colle Romano, sulla Tiberina, sem­pre piena di allegria, di feste, di tavolate, ieri mattina però c’erano solo loro tre: Piero, Ro­berta e la piccola Chiara, 8 an­ni, alunna di terza elementare, che però non è andata a scuola dalle suore. In questi giorni si parla molto in giro di suo pa­dre e la bambina ha già soffer­to tanto, meglio non esporla ad altro dolore inutile. Così è rimasta a giocare in giardino, con Nana, la labrador nera e il gatto Andrea, nella speranza che ritrovi presto un po’ di se­renità. La madre, del resto, ten­ta di farle scudo in ogni modo. Mostrandole, innanzitutto, co­me fa lei.

Domenica mattina il suo amico Maurizio Mannoni, il conduttore di «Linea Notte», le aveva inviato un paio di sms: «Roberta coraggio!», «Re­agisci subito!», «Vieni a lavora­re ». La Serdoz all’inizio non aveva neanche la forza di ri­spondergli, gli ha scritto sem­plicemente «Scusa, sto molto male», «Davvero non ce la fac­cio », ma col passare delle ore, forte com’è, è riemersa pian piano dall’abisso. Alla fine gli ha risposto: «Va bene Mauri­zio, ci provo, seguo il tuo consi­glio ». E ieri sera, infatti, era già a Saxa Rubra, negli studi di Rai­Tre, pronta per un collegamen­to in esterna sui mali dell’im­migrazione. Giovedì scorso, s’era sfiorato il dramma in di­retta: lei curava la rassegna stampa al touch screen, lo schermo a sfioramento, i gior­nali che parlavano di Piero per sua fortuna sono arrivati in ri­tardo, quando la trasmissione era ormai sfumata. Ma Roberta è una donna forte: «La mia fa­miglia, comunque, rimane uni­ta ». Un’anchorwoman non si arrende facilmente. Fabrizio Caccia

Obama non vuole perdonare il pugile nero perseguitato

Corriere della Sera

Il caso Il boxeur condannato nel 1913 per i suoi legami con donne bianche

WASHINGTON — Mai «per­dono presidenziale» era appar­so più ovvio, dovuto e politica­mente semplice a farsi. Non solo. Sembrava l'emblematico corollario per Barack Obama: il primo presidente afro-ame­ricano, che concede una riabi­litazione postuma al primo pu­gile nero campione mondiale dei massimi, vittima del pre­giudizio razziale. Eppure la pratica Jack John­son resta inevasa. Quasi cento anni dopo la sua condanna, per aver avuto rapporti con una donna bianca, che gli costò la fuga dagli Stati Uniti, il titolo e poi anche il carcere, Johnson at­tende ancora giustizia. Ma la Casa Bianca di Obama offre so­lo un assordante silenzio alla campagna lanciata in aprile dal senatore John McCain e da Pe­ter King, congressista di New York, entrambi repubblicani e grandi appassionati di boxe.

«Sono sicuro che il presi­dente sia l'ultima persona che dovrò convincere» aveva det­to McCain 6 mesi fa, quando era riuscito a far approvare a Senato e Camera una risoluzio­ne bipartisan, che invitava il presidente a «eliminare dagli annali della giustizia penale americana un abuso dell'auto­rità inquirente, motivato da ra­gioni razziali». Sono seguite due lettere per­sonali a Barack Obama dell'ex candidato alla Casa Bianca, l'ultima 10 giorni fa, in cui Mc­Cain ha rinnovato l'appello a «aggiustare il torto e cancella­re un atto razzista che inviò un cittadino americano in car­cere ». Ma nessuna risposta è venuta dal presidente, né al­cun commento dal suo staff.

Fattori diversi e complessi pesano su questo eccesso di cautela nell'uso di un classico strumento presidenziale. C'è in primo luogo la riluttanza di un presidente afro-america­no, che non ha quasi mai volu­to affrontare di petto temi a sfondo razziale, evitando ogni sospetto di pregiudizio favore­vole.

Pesa il rifiuto di offrire anche il più piccolo spiraglio a ogni accusa di debolezza o comprensione verso la crimi­nalità, che la destra è sempre pronta a lanciare. Non ultimo, l'abuso che del perdono presi­denziale hanno fatto Bill Clin­ton e George W. Bush, ha fini­to per associarlo nella perce­zione pubblica a scandali e malfattori. E' un fatto che in 10 mesi alla Casa Bianca, Oba­ma non abbia concesso un so­lo perdono: è il quarto presi­dente della storia a non farlo nei primi 100 giorni.

Eppure il caso Johnson gri­da vendetta. «Non ci sono im­plicazioni ideologiche, sareb­be un simbolo di armonia raz­ziale e politica», spiega Peter King, che va regolarmente in palestra a boxare. «Il tratta­mento di Jack Johnson fu così vergognoso da andare oltre ogni possibilità di controver­sia, anche agli occhi dei più bi­g otti» dice Leonard Steinhorn, docente di Comuni­cazioni e Storia all'American University.

Vera leggenda della boxe, Johnson aveva conquistato il titolo nel 1908, un affronto per la mistica di una discipli­na al tempo considerata privi­legio dei bianchi. Ma forse il peccato più grande il pugile lo commise il 4 luglio 1910, umiliando sul ring James Jef­fries, la cosiddetta «Grande speranza bianca», che dichiarò di aver accettato il combattimento, dopo averlo accu­ratamente evitato per anni, «con il solo scopo di di­mostrare che un bianco è meglio di un negro». L'incon­tro cambiò la sto­ria della boxe americana, da quel momento dominata so­prattutto dai neri e per sem­pre angosciata dalla ricerca della «Great White Hope», fossero Carnera, Marciano o Jake LaMotta.

Spavaldo nello stile di vita, Johnson non nascose mai la sua passione per le donne bianche, molte di loro prosti­tute, due delle quali prese an­che in moglie. Fu una delle sue falene dalla pelle diafana a tradirlo, testimoniando la lo­ro fuga d'amore agli agenti dell’Fbi che tentavano di inca­strarlo. Venne condannato nel 1913 ai sensi del Mann Act, la legge che proibiva di traspor­tare una donna da uno Stato all'altro per «scopi immorali». «In realtà fu perseguitato per aver sconfitto Jeffries e sfidato la morale dell'epoca» dice John McCain. Il pugile evitò l'arresto fuggendo in Gran Bre­tagna. Andò a combattere e vincere a Cuba nel 1915.

Poi decise di tornare negli Usa, consegnandosi alle auto­rità. Fece quasi un anno di car­cere. Venne privato del titolo, che dopo l'uscita di prigione non riuscì mai più a riconqui­stare. Jack Johnson morì in un incidente d'auto nel 1946.
Paolo Valentino

I guardiani della castità nelle strade di Gerusalemme

Libero

Un esercito di “guardiani della castità” ha iniziato a battere e a seminare il panico nelle strade di Beit Israel, sobborgo di Gerusalemme abitato in prevalenza da religiosi ebrei di origine sefardita, alla caccia di peccatori da bastonare più o meno metaforicamente. Secondo le testimonianze raccolte fra i residenti, queste pattuglie di improvvisati difensori della modestia sarebbero spuntate fra gli adepti delle sempre più numerose comunità ultraortodosse della zona per aggredire violentemente diverse persone colpevoli ai loro occhi di gesti o stili di vita immorali. Tra le vittime, una giovane divorziata, ustionata con acqua bollente giorni fa e percossa sulla pubblica via. Ma c'è anche chi riferisce di un'irruzione nell'appartamento di alcuni studenti americani, accecati con spray lacrimogeno e derubati di un computer dove pare fossero stati scaricati film porno. Non mancano inoltre episodi d'intimidazione - con scritte di avvertimento sui muri e porte d'ingresso imbrattate con vernice - contro le case di 'colpevoli’, sospettati di dare scandalo, per un motivo o per l'altro, o comunque di non essere abbastanza rispettosi dei precetti della più draconiana ortodossia ebraica. Non si sa se appartenga allo stesso gruppo anche il giovane attivista che da qualche tempo viene visto aggirarsi nei dintorni con fare aggressivo per obbligare uomini e donne a camminare rigorosamente su marciapiedi separati, ai due lati opposti delle strade. Pronto a punire i 'trasgressori’ con spruzzi di sostanze irritanti.

Arabia, il re grazia la giornalista «Niente frustate per il talk sul sesso»

Corriere della Sera



Il re dell'Arabia Saudita Abdullah ha graziato la giornalista Rozanna al Yami, 22 anni, condannata a 60 frustate per aver lavorato ad un talk show in cui un saudita ha parlato delle sue esperienze sessuali extraconiugali. Abdullah ha chiesto al ministero della Giustizia saudita di abbandonare il caso e passarlo al ministero dell'Informazione.

La donna sabato era stata condannata per aver lavorato part-time per il canale satellitare libanese Lbc, colpevole di aver mandato in onda una trasmissione nella quale un saudita si vantava della sua vita sessuale. Il re «ha chiesto al ministero della Giustizia di abbandonare (la condanna alla) flagellazione e di passare la questione al ministero dell'Informazione», ha detto un portavoce del governo, Abdel Rahmane al-Hazaa.

Anche il dossier su un'altra giornalista di Lbc è stato trasferito, su ordine del re, al ministero dell'Informazione, che dovrà decidere come e se punire le due professioniste.

«ORA HO IL CONFORTO DEL SOVRANO» - «La società, prima ancora del giudice, mi aveva già condannata ad una morte civile e la grazia emessa dal mio sovrano, il Re Abdullah Bin Abdul Aziz, mi ha restituito la mia dignità e mi permette, fiera, di alzare la testa» racconta Rozanna in un'intervista alla tv satellitare al Arabiya. Quella del sovrano saudita è un intervento senza precedenti: Abdullah ha ricevuto numerose pressioni internazionali fra sabato scorso, giorno della sentenza, e lunedì. «Ora che ho il conforto del sovrano, non intendo assolutamente abbandonare la mia missione di giornalista», ha detto Rozanna che «per tutta la mattinata è stata subissata da telefonate, sms e email di congratulazioni».

LE ALTRE CONDANNE - All'inizio di agosto le autorità saudite avevano annunciato la chiusura della sede di Jeddah della televisione libanese. Lo scorso 7 ottobre il protagonista del talk show incriminato, Mazen Abdul Jawad, era stato condannato a cinque anni di prigione e mille frustate per il suo comportamento «immorale» e contrario alla legge islamica. Tre amici dell'uomo che avevano partecipato al programma erano stati condannati a due anni di carcere e 300 frustate ciascuno. Il caso aveva scatenato critiche contro il principe saudita Al Walid bin Talal, azionista maggioritario di Lbc e proprietario dei canali televisivi del gruppo Rotana.