venerdì 23 ottobre 2009

Inchiesta Arpac, i raccomandati sono pure 'dementi'

La Voce


Ecco i verbali della "tangentopoli napoletana": gli assunti "fortunati", secondo un dirigente, sono fannulloni

Napoli – Eccoli, puntuali, i verbali con le intercettazioni basilari dell’inchiesta sull’Arpac. L’indagine vede coinvolti, tra gli altri, anche numerosi politici noti a livello nazionale e locale. Nei testi, pubblicati da diversi quotidiani, sembra chiaro un quadro preoccupante: i politici segnalavano alcuni nomi, le segretarie chiamavano per accertarsi che i “fortunati” avessero ottenuto un contratto. E le risposte erano, quasi sempre, positive. Tutto questo anche nel pieno dell’emergenza rifiuti. L’Arpac, nel 2004, dovette creare un comitato capace di lavorare accanto al commissario straordinario di governo. E ovviamente, per questo comitato, le persone selezionate avevano ricevuto una spinta da parte di qualcuno che conta. Il direttore dell’Agenzia, Luciano Capobianco, firmò una delibera in base alla quale tutti quelli compresi in questo comitato, avrebbero lavorato con regolare contratto sino alla fine dell’emergenza: secondo il gip “lucravano sulla persistente durata dell’emergenza rifiuti, conseguendo continue proroghe contrattuali e illeciti profitti”.

Ma almeno con la spinta erano state segnalate persone meritevoli di quel posto? “’Ncoppa a dieci cose nove nun le sape fa”. “Non viene mai”. “Sta ammalato”. “È nu demente”. Queste sono le risposte e le definizioni date da un alto dirigente Arpac, al telefono con un’amica. Dunque, si tratta dei classici casi di persone incapaci che “lavorano” solo grazie alla raccomandazione.

Domenico D'Alessandro

Disconnessione dal web: la Ue lascia aperta la possibilità

Corriere della Sera


MILANO - Dalla Camera di conciliazione di Bruxelles esce l’ultima versione dei provvedimenti noti come Telecom Package. Tra questi il tanto discusso emendamento 138 che riguarda la possibilità o meno di sospendere la connessione a Internet a quegli utenti che si faranno sorprendere a condividere senza autorizzazione file d’autore. Dopo un lungo tira e molla, la versione su cui dovranno votare sia il Parlamento che il Consiglio dei ministri entro le prossime otto settimane, lascia uno spiraglio in cui gli Stati membri possono fare quello che vogliono.

CONTRADDIZIONI - Lo spiraglio - apertosi in evidente contrasto sia con una precedente raccomandazione del Parlamento Europeo che con la prima versione dell’emendamento 138 che imponeva la valutazione di un organo giudiziario prima di eventuali sanzioni - è in realtà abbastanza ampio da rendere conciliabili sia la legge francese, nota come Hadopi, appena approvata dalla Corte costituzionale transalpina e quella al vaglio del legislatore britannico. In quest’ultima proposta, a differenza di quella francese, le indagini sui presunti reati dell’utente verranno compiuti dall’autorità amministrativa e non giudiziaria. La verifica dei magistrati avviene solo in una fase successiva alla disconnessione. Francia e Regno Unito sono stati tra i più convinti assertori, in sede di Consiglio dei ministri, della necessità di lasciare più liberta agli Stati.

CHI RIDE, CHI PIANGE - Sarà contenta Carla Bruni, convinta sostenitrice della legge francese; si disperano invece gli attivisti per le libertà degli utenti e dei diritti civili. La disconnessione, oltre che discutibile deterrente per la tutela del copyright, si configura come una misura che contraddice tutti gli sforzi degli ultimi anni (basti citare gli obiettivi di Lisbona 2010 per ridurre il digital divide e portare ogni cittadino europeo a connettersi a internet.

QUESTIONE DI TERMINI - Il nuovo testo redatto dalla Camera di conciliazione (composta da 27 rappresentanti del Parlamento e 27 del Consiglio dei ministri) stravolge il senso dell’emendamento stesso eliminando l’aggettivo «giudiziario». Se nella prima versione qualsiasi provvedimento era conseguenza di un’indagine giudiziaria, nella nuova versione l’indagine deve essere semplicemente «equa e imparziale» e condotta non necessariamente da un magistrato. Tutte le discussioni e le approvazioni dovranno tassativamente avvenire nelle prossime otto settimane. Se al termine della scadenza non ci sarà accordo sul testo, l’intero pacchetto verrà scartato e dovrà essere messa mano a una nuova legge in materia.

Gabriele De Palma

Stasi verso l'assoluzione Ma chi ha ucciso Chiara?

Il Tempo


Cammina verso l'esterno, in direzione di un cartello, quello della libertà, che non ha mai perduto di vista. Esce dalla pagina del giornale, contravvenendo a una regola grafica che vuole la foto esterna «guardare» all'interno. Ma lui, Alberto Stasi, da quella pagina nera della sua vita vuole uscire in ogni modo e il suo passo appare spedito, in attesa dei risultati della quarta perizia super-partes che verrà consegnata oggi (o al più tardi lunedì).


Le tre precedenti hanno smontato quasi del tutto l'impianto accusatorio nei confronti del «biondino dagli occhi di ghiaccio»: allo stato attuale la condanna appariva già impensabile. Ora, da indiscrezioni con bassa tara di beneficio d'inventario, sembra che anche l'ultima sofisticata ricostruzione porti a scagionare Stasi. La quarta perizia - affidata a due esperti super partes, il professor Nello Balossino del dipartimento di Informatica dell'Università di Torino e il professor Giuliano Geminiani, ordinario di neuropsicologia allo stesso ateneo - è basata su una simulazione semi-virtuale fatta dallo stesso Stasi all'istituto Don Gnocchi di Milano e sul contributo di un attore con le stesse caratteristiche fisiche dell'imputato.


L'obiettivo è capire se sia stato possibile o meno che le scarpe del giovane non si macchiassero di sangue nel momento del ritrovamento del cadavere, il 13 agosto del 2007. Il processo riprenderà domani con l'esame in Aula della perizia informatica, la prima delle quattro richieste dal Gup Stefano Vitelli. E sarà difficile per Alberto non sorridere: i risultati fanno pendere la bilancia della giustizia nettamente in suo favore: infatti, le indiscrezioni parlano di una «convergenza» con le conclusioni raggiunte dagli altri esperti super partes. Le udienze andranno avanti ancora un paio di mesi, ma nulla, a questo punto, sembra poter cambiare le carte in tavola di un processo che appare finito.


Sarà il giudice Vitelli a emettere una sentenza che appare scontata. Insomma, contro Alberto Stasi non c'è nessuna prova, la giustizia è pronta a emettere il suo verdetto e la morte della 26enne, uccisa nella sua villetta a Garlasco, è destinata a trasformarsi in un delitto irrisolto. Sembra che mai, tra le righe, si punti apertamente il dito contro l'unico imputato. La verità di Alberto, dunque, è credibile o almeno non può essere smentita categoricamente. Erano vere le sue lacrime il 18 agosto del 2007 ai funerali della sua fidanzata, in un dolore condiviso con la madre di Chiara. Ma allora, chi ha ucciso Chiara Poggi? L'ennesimno processo indiziario riparte in Italia da zero.


Marino Collacciani

I vescovi: "Sull'aborto l'obiezione di coscienza diritto dei farmacisti"

di Redazione

Roma - Bloccare la diffusione dei medicinali abortivi con l'obiezione di coscienza dei famracisti. Questa la richiesta dei vescovi. "L’obiezione di coscienza è anche un diritto che deve essere riconosciuto ai farmacisti permettendo loro di non collaborare direttamente o indirettamente alla fornitura di prodotti che hanno per scopo scelte chiaramente immorali come l’aborto e l’eutanasia". Lo afferma il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, intervenendo al convegno nazionale dell’Unione cattolica farmacisti italiana dal titolo "L’obiezione di coscienza del farmacista tra diritto e dovere".

Obiezione di coscienza "Per il farmacista cattolico - ha detto il presule - aderire all’insegnamento della Chiesa sul rispetto della vita e della dignità della persona umana, che è di natura etica e morale, rappresenta anzitutto un dovere, sicuramente difficile da adempiere in concreto ma al quale non può rinunciare. I cristiani infatti sono chiamati a non prestare la loro collaborazione a quelle pratiche che, pur ammesse dalla legislazione civile, sono in contrasto con la Legge di Dio". Per Crociata, inoltre, "il diritto-dovere all’obiezione di coscienza non riguarda solo i farmacisti cattolici ma tutti i farmacisti, perché - ha detto il presule citando Giovanni Paolo II - la questione della vita e della sua difesa e promozione non è una prerogativa dei soli cristiani".

Rispettare la 194 Il segretario della Cei ha sottolineato che la questione del "diritto-dovere" dei farmacisti all’obiezione di coscienza "viene oggi in discussione sia di fronte a taluni farmaci abortivi (come la RU486, per i farmacisti ospedalieri) o potenzialmente abortivi, quale in concreto la cosiddetta pillola del giorno dopo, sia di fronte a taluni sviluppi (o meglio involuzioni) che si profilano in materia di fine vita, considerato che in alcuni paesi europei, come ad esempio in Belgio, risulta già in vendita nelle farmacie un kit eutanasico". Quanto alla pillola del giorno dopo, più specificamente, "appare abbastanza chiaro che l’intenzione di chi chiede o propone l’uso di questa pillola o è finalizzata direttamente all’interruzione di una eventuale gravidanza, proprio come nel caso dell’aborto, o perlomeno non esclude e accetta questo possibile risultato, che verrebbe a realizzarsi al di fuori delle rigorose prescrizioni e procedure stabilite dalla legge 194".

E morto Giuliano Vassalli

Corriere della Sera



ROMA - È morto a Roma il Professor Giuliano Vassalli, già ministro di Grazia e Giustizia e Presidente della Corte Costituzionale. La morte è avvenuta il 21 ottobre e la notizia è stata diffusa, per espressa volontà della famiglia, solo ad esequie avvenute. Vassalli aveva 94 anni. La notizia della morte è stata data ai giornalisti da Emilio Albertario, allievo di Vassalli e più volte capo ufficio stampa.



LA BIOGRAFIA - Vassalli era nato Perugia il 25 aprile 1915. Figlio del civilista Filippo Vassalli, ha compiuto gli studi universitari negli anni del fascismo, laureandosi a Roma a «La Sapienza» nel 1936. È solo durante gli anni della seconda guerra mondiale che matura la sua scelta antifascista ed entra, l'8 settembre 1943, nella Resistenza romana e dall'ottobre 1943 alla fine di gennaio del 1944 fa parte della Giunta militare centrale del Cln. Nel gennaio del 1944 organizzò l'evasione di Sandro Pertini e Giuseppe Saragat dal carcere di Regina Coeli. Fu fatto prigioniero a Roma dai nazisti nell'aprile 1944. Viene recluso nel carcere di via Tasso dove è anche sottoposto a pesanti torture da parte delle SS. liberato per intercessione di Pio XII la vigilia dell'arrivo a Roma delle forze armate angloamericane il 4 giugno 1944 .

Avvocato e docente universitario, ordinario di diritto e procedura penale, ha insegnato nelle università di Urbino, Pavia, Padova, Genova, Napoli e infine Roma, dove ha concluso la la sua carriera accademica nel 1990. Durante la sua attività politica è stato consigliere comunale e capogruppo del Partito Socialista Italiano (Psi) a Roma dal 1962 al 1966; deputato dal 1968 al 1972; senatore e capogruppo parlamentare dal 1983 al 1987. È stato ministro di Grazia e Giustizia nel governo Goria dal 28 luglio 1987 al 13 aprile 1988, nel governo De Mita dal 13 aprile 1988 al 22 luglio 1989, nel governo Andreotti VI dal 22 luglio 1989 al 31 gennaio 1991. È stato anche candidato del Psi alla presidenza della Repubblica nel 1992, quando però venne eletto Oscar Luigi Scalfaro.

È stato nominato giudice costituzionale dal presidente della Repubblica Cossiga il 4 febbraio 1991, e ha giurato il 13 febbraio 1991. È stato eletto presidente l'11 novembre 1999. Cessa dalla carica di presidente e di giudice il 13 febbraio 2000. Vassalli, autore peraltro di diversi testi di diritto, ha fatto parte di tutte le commissioni insediate dal 1946 al 1968 e dal 1972 al 1978 per la revisione del codice penale e di quello di procedura penale. Nel 1987, come ministro di Grazia e Giustizia, ha presenta una riforma del codice di procedura penale, approvata nel 1988 ed entrata in vigore l'anno successivo. Sempre nel 1987 ha presentato un disegno di legge di riforma parziale del codice di procedura civile, approvato, con numerose integrazioni, nel 1990. Su Facebook è presente un gruppo di discussione che chiedeva da tempo che Vassalli fosse nominato senatore a vita.

Usa, pilota dimentica di atterrare E manca la pista di 240 km

Corriere della Sera



MILANO - Un aereo della Northwest Airlines diretto a Minneapolis, negli Stati Uniti, ha mancato l'aeroporto di 240 chilometri perché il pilota si sarebbe «scordato» di atterrare: era immerso in una accesa discussione con il personale di bordo. L'apparecchio, un Airbus A320 partito da San Diego e diretto a Minneapolis con 147 passeggeri a bordo, ha perso improvvisamente il contatto con la torre di controllo verso le 19 di mercoledì sera. Sono subito scattati gli allarmi.

Due aerei caccia erano pronti al decollo. Solo dopo un'ora il pilota ha ristabilito le comunicazioni con la pista. La giustificazione: in quel momento il personale di bordo era alle prese con una vivace discussione proprio sui regolamenti della compagnia aerea, e il pilota si sarebbe «scordato» d'atterrare, ha spiegato la Faa, l'autorità che sovrintende alla navigazione aerea americana.

«NON STAVANO DORMENDO» - L'Agenzia per la sicurezza del volo (National Transportation Safety Board) ha smentito le speculazioni del primo momento secondo le quali i piloti si sarebbero «addormentati» sulla cloche. Nel frattempo, pilota e copilota sono stati sospesi dal servizio e sono sotto indagine da parte della Faa. Una volta interrotto il contatto radio, la Faa ha messo subito in allerta l'aeronautica militare; ogni scenario era possibile in quei minuti - anche un sequestro e dirottamento del velivolo, ha comunicato la NTSB.

Due aerei da combattimento erano pronti al decollo, ma «appena è stato ripristinato il contatto abbiamo segnalato il cessato allarme», ha spiegato il portavoce militare Michael Kucharek. Quando l'Airbus è atterrato a Minneapolis la polizia è salita a bordo; i passeggeri non si sarebbero accorti del «giro lungo, ma sono rimasti sconvolti quando hanno appreso ciò che era realmente successo», ha detto Andrea Allmon, che sul volo 188 della Northwest sedeva nella business class.

Ricatto a Marrazzo con video Arrestati quattro carabinieri

Corriere della Sera



Sarebbero stati pagati 80mila euro per un filmato che ritrae il governatore del Lazio in un momento di privacy

ROMA - Un filmato che ritrae il presidente del Lazio Marrazzo in un momento di intimità. Un ricatto con la richiesta di 80mila euro per non diffondere le immagini. L'arresto di quattro carabinieri a Roma. Questi gli elementi dell'indagine nata per caso circa sei mesi fa grazie a intercettazioni legate a un'altra inchiesta e sfociata nell'interrogatorio del governatore e nei successivi arresti.

INCONTRO PRIVATO - I quattro carabinieri, definiti «mele marce» dal comandante provinciale Vittorio Tomasone, avrebbero chiesto a Piero Marrazzo circa 80mila euro per non diffondere il video che ritrae un momento di privacy del governatore del Lazio. Cifra che sarebbe stata versata in quattro tranche, o con un unico assegno, ma che il governatore smentisce categoricamente di aver pagato. Secondo le prime indiscrezioni Marrazzo sarebbe stato ripreso nell'appartamento di una persona con cui si stava intrattenendo e che avrebbe già incontrato diverse volte. «È stato sventato un tentativo di estorsione basato su una bufala. Sono amareggiato e sconcertato per come a pochi mesi dalle elezioni si tenti di infangare l'uomo Marrazzo per colpire il presidente Marrazzo - ha commentato il governatore -. Ringrazio la magistratura e la stessa Arma dei carabinieri per la serietà del loro operato».

«ISOLATE LE MELE MARCE» - I quattro arrestati, sottoufficiali di una compagnia dell'Arma di Roma, sono stati fermati dai colleghi del Ros e sarebbero accusati anche di altri gravi reati: avrebbero messo ibn piedi una vera e propria associazione per delinquere dedita, oltre all'estorsione, alla detenzione e allo spazzio di stupefacenti. «Sono quattro mele marce che abbiamo immediatamente scoperto e isolato dalla istituzione alla quale non sono degni di appartenere» dice il comandante provinciale dei carabinieri Vittorio Tomasone, che sottolinea come «nel corso di alcuni accertamenti sono emersi elementi di responsabilità sull'attività illecita dei quattro militari. Per questo motivo, nel riferire immediatamente alla magistratura quanto stava avvenendo, i quattro sono stati sospesi dal servizio dell'Arma dei carabinieri». Tomasone ha aggiunto che sull'intera vicenda che ha visto coinvolto il presidente del Lazio «non è possibile fornire altri particolari se non quello che l'indagine che ha portato al fermo della Procura di Roma dei quattro militari è nata all'interno dell'Arma dei carabinieri. Un'indagine rapida e rigorosa, che ha permesso così di isolare le quattro mele marce».

FRANCESCHINI - «È un vicenda che parla da sé, ci sono già stati provvedimenti dell'autorità giudiziaria, i ricatti vanno condannati e puniti - è il commento del segretario del Partito Democratico Dario Franceschini ai microfoni di CNR Media -. Conosco Marrazzo come una persona seria che ha fatto bene il presidente della Regione, altri ragionamenti sugli effetti di quesa vicenda in vista delle elezioni regionali sono prematuri».