giovedì 15 ottobre 2009

Usa, atterrata la mongolfiera artigianale nessun bambino intrappolato a bordo

Corriere della Sera

Due le ipotesi:il piccolo è caduto poco dopo il decollo o invece si è nascosto dopo aver slegato l'ormeggio

WASHINGTON – Una storia incredibile in Colorado. Per oltre un’ora elicotteri e tv hanno seguito un pallone volante, riempito di elio a bordo del quale si pensava fosse salito un bambino di 6 anni. Ma quando la mongolfiera ha toccato il suolo non vi erano tracce del piccolo. Due le ipotesi: è caduto poco dopo il decollo o invece si è nascosto perché forse ha provocato la partenza dello strano oggetto volante. Polizia e squadre di soccorso sono impegnate a svelare il mistero con ricerche frenetiche in tutta la zona. Tutto è iniziato nella tarda mattinata a Fort Collins, Colorado, quando è stato segnalato che un pallone sperimentale ha rotto gli “ormeggi” che lo tenevano ancorato al suolo.

IL PALLONE NEL GIARDINO DI CASA - Lo strano oggetto volante – una sorta di fungo con un piccolo abitacolo - era parcheggiato nel cortile della casa di un ricercatore che conduce studi sul clima. E all’inizio si è pensato che a bordo fosse salito il figlio dell’esperto, un bimbo di sei anni che era stato visto giocare vicino alla mongolfiera. Un oggetto per lui affascinante visto che il padre lo portava spesso, insieme ai fratelli, nelle spedizioni a caccia di tempeste.

L'ALLARME - E’ scattato immediatamente l’allarme che ha coinvolto l’ente aeronautico, la Guardia nazionale e l’Us Air Force. Un elicottero si è messo all’inseguimento del pallone che si muoveva ad una velocità di 50 chilometri orari. Un possibile dramma trasmesso in diretta tv, con gli esperti che si interrogavano come poter “agganciare” l’oggetto volante. Dopo un’ora abbondante il pallone ha toccato terra in un’area desertica e la polizia ha avuto la conferma: non c’era nessuno a bordo.


Guido Olimpio.

Usa, neolaureato fa 50 lavori in 50 settimane

La Stampa


Un'impresa da guinness dei primati quella di Daniel Seddiqui. In 50 settimane ha attraversato i 50 stati Usa, svolgendo un mestiere diverso per ognuno di essi. Lo ha fatto per saldare un debito di 100 mila dollari: ora è famoso e scriverà un libro.

FRANCESCO SEMPRINI
NEW YORK

Ai fotografi mostra con orgoglio la mappa degli Stati Uniti piena di bandierine, cinquanta per la precisione, una per ogni Stato dell’Unione. E ne ha tutto il diritto Daniel Seddiqui, perché non solo con la sua jeep ha attraversato uno ad uno i 50 Stati, ma lo ha fatto in 50 settimane svolgendo in ognuno un lavoro diverso, per un totale di 50 mestieri. Un’impresa da guinness dei primati, il riscatto nei confronti di quella società «ingrata» che lo ha tenuto ai margini per troppo tempo.

Laureato in economia, Daniel si ritrova a 26 anni con un lavoro temporaneo e mal retribuito in un laboratorio di Skokie, in Illinois, sulle spalle un mutuo di 100 mila dollari acceso tempo prima per pagarsi gli studi, e centinaia di colloqui di lavoro finiti tutti allo stesso modo: «Mi spiace ma non ha esperienze». «Ma se nessuno mi fa lavorare come faccio ad avere esperienze?», risponde lui. I genitori lo spediscono persino dallo psicologo: «Forse hai qualche problema, non ti poni nella maniera più giusta con gli altri», gli dicono. «La cosa incredibile è che mi avevano quasi convinto, per me forse non c’era veramente nulla da fare, era colpa mia», racconta il ragazzo rivelando di essersi trovato negli ultimi tempi senza nemmeno i soldi per mangiare.

E’ da quel senso di impotenza che matura il desiderio di riscatto e nasce la sfida al limite del possibile: «Era il momento di agire e di farlo alla grande». La scintilla scatta lo scorso autunno, Daniel riempie lo zaino con qualche vestito, una cartina e un pc, e a bordo della sua jeep usata inizia il «Living the Map», «Vivere la mappa». L’obiettivo? Fare il massimo delle esperienze possibili in un tempo ragionevole: tradotto in numeri un lavoro per ogni Stato americano nel giro di un anno. E’ così nasce il progetto «Fifty-Fifty-Fifty» (50-50-50): partenza Utah, dove Daniel lavora in un centro di assistenza gestito dai mormoni, e arrivo in California presso un’azienda vitivinicola di Napa Valley.

Una sfida nella sfida, visto che il giovane Seddiqui non prende il primo lavoro che capita, ma uno di quelli per il quale ogni Stato è famoso. Ecco allora che organizza matrimoni lampo nei casinò di Las Vegas, concerti jazz a New Orleans. Vive immerso nei boschi dell’Oregon dove taglia legna, o nelle acque del Pacifico davanti allo stato di Washington dove fa il biologo marino. Calza il cappellone da cow boy per annunciare i rodei nel Sud Dakota, e veste giacca e cravatta per presentare progetti promozionali in una società di marketing a Times Square. Nonostante le quattro o cinque ore di sonno per notte non molla neanche un lavoro.

All’inizio nei suoi confronti c’è diffidenza: «Quando chiedevo un posto mi facevano problemi sul training o sulla sicurezza, per non parlare dei miei genitori, pensavano che fossi completamente andato». Man mano che l’avventura prosegue, e le imprese del giovane Seddiqui finiscono sul suo sito Internet, le cose cambiano, e per lui si aprono molte porte. Nel giro di cinquanta settimane, poco meno di un anno, colleziona una gamma di lavori al suo attivo come nessun altro prima, molti ha sempre desiderato provarli, altri giura che non li farà mai più. E al termine di ogni tappa riporta tutto nel diario online con tanto di commenti e spiegazioni.

«L’esperienza più bella è stata organizzare concerti jazz in Louisiana durante il martedì grasso». La peggiore? Allevare aragoste nel Maine: «Ho scoperto che fanno male con quelle grosse pinze». La più difficile è stata fare il formaggio in un caseificio del Wisconsin: «Provate voi a mantecare 40 chili di forme grezze per due ore di seguito». Il più pericoloso? La guardia di confine in Arizona: «Ci tiravano pietre enormi e noi rispondevamo sparando proiettili al peperoncino». In ogni caso questa avventura è destinata a cambiargli la vita non solo sotto l’aspetto umano ma anche economico visto che il giovane Seddiqui sta scrivendo un libro dal titolo «Living the Map» che sarà pubblicato entro fine anno. «Ora sono tutti contenti, persino i miei genitori o chi prima mi chiudeva le porte in faccia. Voglio vedere chi avrà il coraggio di dirmi che non ho esperienze?».

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Vescovo denuncia: "In Sudan i cristiani vengono crocifissi"

Quotidianonet



Mons. Hiiboro Kussala, vescovo della diocesi meridionale di Tombura Yambio, racconta: "Il 13 agosto scorso i ribelli sono entrati in chiesa ed hanno preso degli ostaggi. Mentre fuggivano ne hanno crocifissi agli alberi. Si verificano tanti drammi come questo. Alcuni di loro sono stati istruiti da al Qaeda in Afghanistan"

Città del Vaticano, 15 ottobre 2009

Sconvolgente denuncia di mons. Hiiboro Kussala, vescovo della diocesi meridionale di Tombura Yambio, che partecipa ai lavori del sinodo sull’Africa in corso in Vaticano: i cristiani vengono ancora crocifissi in Sudan.

“Il 13 agosto scorso - racconta il presule ai microfoni di ‘Radio vaticana’ - i ribelli sono entrati nella chiesa della mia parrocchia ed hanno preso tante persone in ostaggio. Mentre fuggivano nella foresta, ne hanno uccise sette: li hanno crocifissi agli alberi. Si verificano tanti drammi come questo. Alcuni di loro sono stati istruiti da al Qaeda in Afghanistan: sono contro la Chiesa. Il progetto è intimidire i cristiani. Noi - prosegue il vescovo sudanese - viviamo proprio in questo senso, perché stanno uccidendo la gente, bruciano le loro case, le chiese: questo è martirio”.

‘Radio vaticana’ ricorda che il Sudan è spaccato tra un Nord prevalentemente arabo che ha imposto la legge coranica e un Sud cristiano animista. Le elezioni politiche, previste dagli accordi di pace del 2005, dovrebbero svolgersi entro il 2010, mentre per il 2011 è fissato un referendum per l’autodeterminazione del Sud. Ma l’appuntamento con le urne è messo a rischio dalle continue violenze perpetrate da gruppi ribelli legati al governo di Khartoum.

Si uccide un ingegnere della France Telecom Venticinquesimo caso

di Redazione


Parigi - Ancora un morto alla France Telecom. Non si tratta di incidenti sul lavoro bensì di suicidio. Siamo a quota 25 in meno di due anni. I sindacati da mesi puntano il dito contro l'azienda: "Lavoratori al limite della sopportazione". La società ha bloccato fino al 31 ottobre il piano di mobilità e assunto alcuni esperti per cogliere eventuali segnali di malessere. Ma il disagio tra i lavoratori continua a mietere vittime.  

Ultimo caso: un ingegnere Questa mattina un ingegnere di 48 anni, a casa per ragioni di salute, si è impiccato nella sua abitazione a Lannion (Cotes d’Armor). Lo ha riferito una fonte della compagnia telefonica transalpina. L’uomo, impiegato presso il centro R et D di Lannion, sposato e padre di famiglia "da un mese era in malattia su consiglio del medico del lavoro". L’amministratore delegato della società, "profondamento colpito", si è recato subito sul posto. Si tratta del 25° suicidio nel gruppo dal febbraio 2008 e del secondo a Lannion. Un altro tecnico del centro di ricerche si era suicidato la notte del 29-30 agosto scorso, senza lasciare un messaggio di spiegazione del gesto. 

Appello dei sindacati I rappresentanti dei lavoratori di France Telecom hanno lanciato un appello al personale ad "agire in tutti i modi e in particolare organizzando assemblee generali" il 20 ottobre, giorno della prossima seduta di negoziati sullo stress da lavoro, sottolineando che il personale dipendente "è sempre in pericolo".

Ponte Stretto, Matteoli: "Lavori da 23 dicembre Sarà finito tra sei anni"

di Redazione


Roma - Il 23 dicembre cominceranno i lavori per il ponte sullo stretto di Messina. Entro sei anni la grande opera, fortemente voluta dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, sarà ultimata. A dettare l'agenda dei lavori è il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, in un'intervista a SkyTg24. Già nei giorni scorsi proprio il premier aveva invitato l’Italia a svegliarsi da un "lungo sonno" che ha portato anche a "condizioni di bilancio negative". "Dobbiamo fare i conti con il debito pubblico che abbiamo ereditat - aveva puntualizzato Berlusconi - ma questo non deve impedirci di innovare e di rimuovere e gli ostacoli".

Harley Davidson vende la MV Agusta

Corriere della Sera

NEW YORK - La Harley Davidson ha deciso di mettere in vendita la Mv Agusta, che aveva acquistato nel luglio dello scorso anno cui fa capo anche il marchio Cagiva. Harley aveva acquisito l'Mv Agusta sulla base di un controvalore di 70 milioni di euro, che comprendeva i debiti nei confronti delle banche (45 milioni). La notizia arriva due settimane dopo la presentazione negli Usa della prima nuova moto Mv Agusta dopo dieci anni di limbo. La casa Usa ha reso noto inoltre che chiuderà temporaneamente la produzione Buell, ma ha intenzione di mantenere il marchio della Casa del Wisconsin che appartiene ad Harley Davidson dal 1998. La decisione comporta il fermo della produzione, la vendita dello stock esistente e granti9sce comunque assistenza ai vecchi clienti.

OBIETTIVI - «Il nostro obiettivo nell'acquisire Mv Agusta era ampliare la nostra presenza in Europa» ha spiegato Matt Levatich, presidente e amministratore delegato di Harley. Invece ora l'azienda americana punterà tutto sul proprio marchio «Crediamo che focalizzarci solo sul marchio Harley-Davidson sia la miglior soluzione per la crescita», ha spiegato il manager. «Non è stata una facile decisione - ha aggiunto -. Mv Agusta è una grande azienda con un forte marchio e un'importante storia, eccellenti prodotti e un team appassionato che in questi 14 mesi ha conseguito ottimi risultati».

NUOVA MOTO - Negli ultimi 12 mesi sono stati infatti raggiunti importanti obbiettivi, tra i quali il consolidamento della produzione dello stabilimento di Varese e la ripresa dello sviluppo che ha portato al recente lancio della Brutale, mentre a novembre sarà presentata la nuova F4. «Con un business importante e molti progetti in sviluppo - ha aggiunto Levatich - siamo convinti che MV Agusta sia posizionata bene per il futuro». Harley Davidson sta cercando il miglior acquirente per Mv.

Metalmeccanici, c'è accordo separato Aumenti medi di 112 euro

Corriere della Sera

La Fiom non ha firmato. La prima tranche dell'aumento sarà in busta paga da gennaio 2010 e sarà di 28 euro

ROMA - Federmeccanica, Fim e Uilm hanno raggiunto l'accordo per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici. La Fiom non ha firmato. L'intesa prevede un aumento retributivo medio di 112 euro, equivalente a 110 euro per il quinto livello.

LE DATE - La prima tranche dell'aumento sarà in busta paga da gennaio 2010 e sarà di 28 euro, la seconda sarà di 40 euro dal 2011 e la terza di 42 euro nel 2012. Ai circa un milione e 300mila lavoratori metalmeccanici saranno corrisposti ulteriori 15 euro mensili dal primo gennaio 2011 come elemento di perequazione per chi non ha la contrattazione integrativa. Intesa raggiunta anche sul Fondo di Solidarietà per i lavoratori di aziende in crisi: l'azienda verserà due euro per i primi due anni per tutti i lavoratori. L'iscrizione al Fondo sarà volontaria e costerà ai lavoratori un euro al mese. Dal primo gennaio 2013, però, l'azienda verserà i contributi solo per quei lavoratori che hanno aderito al Fondo.

CECCARDI - Il presidente di Federmeccanica, Pier Luigi Ceccardi, dopo la firma ha commentato: «Un accordo molto buono e responsabile nei confronti dei lavoratori, delle aziende e del Paese».

FIOM, CONTRATTO ILLEGITTIMO - «Non escludiamo di portare questo contenzioso in Tribunale» per contrastare un contratto illegittimo», dichiara invece il segretario nazionale di Fiom, Fausto Durante. «A partire dal comitato centrale del 20 ottobre, metteremo in atto tutte le iniziative per impedire che questo contratto possa essere applicato e produca danni ai lavoratori. È stata una trattativa finta - ha concluso Durante - operata da sindacalisti mediocri che hanno gettato nel fango il prestigio delle loro organizzazioni».

Nel «covo» i documenti di altri islamici

Corriere della Sera
MILANO - Non solo nitrato d'ammonio e sostanze chimiche, ma anche documenti di altri islamici. Il covo di via Gulli a Milano, dove gli uomini della Digos hanno trovato il materiale con il quale è stato confezionato l'ordigno fatto esplodere davanti alla caserma dell'Esercito in piazzale Perrucchetti lunedì scorso, probabilmente ospitava altri islamici, oltre ai tre già finiti in manette. Massimo il riserbo degli inquirenti, ma a quanto si apprende sarebbero un paio i documenti di altre persone trovate nell'appartamento-laboratorio. Identità sulle quali gli investigatori stanno svolgendo tutti i controlli.

«Troppo presto adesso, per parlare di complici», dicono. I documento comunque appartengono a persone diverse da quelle arrestate finora. L'appartamento, dove è stato fabbricato l'ordigno, era nella disponibilità di Mohamed Game, il libico 35enne che lunedì scorso ha compiuto l'attentato. Per oggi sono attesi gli interrogatori dei suoi presunti complici: Mahmoud Abdelaziz Kol, 52 anni, egiziano, e Mohamaed Imbaeya Israfel, 33 anni, libico. Non è ancora possibile, invece, interrogare lo stesso Game, in coma farmacologico dopo aver perso una mano e la vista nell'esplosione.

MILANO — Il più piccolo dei bambini è scoppiato a piangere anche ieri. Fa sem­pre così, quando lei si allonta­na. «Non preoccuparti — gli ha detto — la mamma torne­rà presto». Pantaloni neri e maglia scura, capelli castani raccolti a coda, occhi segnati dalle occhiaie. Giovanna M. ha 39 anni e dalle 9 di lunedì mattina sta ripassando, gior­no dopo giorno, l’ultimo an­no della sua vita: «Adesso ca­pisco», ripete spesso agli inve­stigatori, con cui ha passato alcune ore anche ieri. Tocca a lei, oggi, rileggere da capo il suo passato, dare riscontri sui contatti del suo compagno, sulle sue amicizie, i particola­ri della sua «conversione», i periodi passati fuori casa. Ora scopre che forse, quando non c’era, andava a rintanarsi in un appartamento per prepara­re bombe.

Giovanna è una te­stimone nell’indagine che sta ricostruendo chi c’è intorno al kamikaze Mohamed Game. Ma lei sa anche che, quando tutto sarà finito, si ritroverà sola. Con quattro bambini. E un marito che ha perso gli oc­chi e una mano per portare la jihad nella caserma «Santa Barbara» di Milano. Ha risposto subito, quando le sirene dell’attentato grida­vano ancora vicino casa sua, alla domanda su chi fossero gli amici di Mohamed: «L’idraulico, quello del terzo piano».

È il più anziano della cellula, Mahmoud Kol, 52 an­ni, l’uomo che ha messo a di­sposizione il covo e che avreb­be accompagnato l’elettricista libico a farsi saltare in aria. Per l’antiterrorismo, erano due sconosciuti. Il terzo uo­mo, Mohamed Israfel, era sta­to invece controllato dalla Digos a luglio scorso, prima che si unisse al gruppo. S’era fatto notare per qualche frase un po’ troppo accesa, gli inve­stigatori l’avevano tenuto d’occhio, avevano anche per­quisito la sua casa, nello stes­so stabile di via Gulli 1 dove è stato poi scoperto il laborato­rio usato per costruire l’ordi­gno.

Ma in quella casa non c’era nulla che lasciasse so­spettare una deriva islamista. In quel momento non emerge­vano neppure legami fra i tre, la cellula di fatto non esiste­va, non aveva dato segnali. Anche per questo, la donna che viveva con Game notava solo che «ogni tanto era un po’ nervoso, un po’ più chiu­so ». Abitavano in meno di 40 metri quadri, in una palazzina popolare vicina allo stadio di San Siro. Casa occupata dal 2003. Una stanzetta per i bam­bini. Un soggiorno con il diva­no letto e la Tv, una cucina mi­nuscola. Senza bagno. Condi­zioni igieniche critiche. Ora qualcuno si chiede cosa signi­fica vivere accanto a un aspi­rante kamikaze, e come sia possibile non accorgersene. Lei ha sempre vissuto alla giornata, lavorando da un pa­io di anziani per qualche ora a settimana, panni da stirare e pulizie. Annunci su internet per cercare lavoro. I bambini sotto tutela del Comune.

Quando, lunedì mattina, le hanno detto che suo marito ri­schiava la vita, è rimasta im­mobile, con lo sguardo perso nel vuoto (ieri l’uomo, ancora in coma, non ha potuto ri­spondere al magistrato per la convalida dell’arresto). «Come è potuto arrivare a questo?», mormora Giovan­na. Ora vive in una comunità protetta del Comune. Ha visto il suo compagno attaccarsi sempre più alla religione; ri­spettare per la prima volta nel­la sua vita i precetti del rama­dan, lo scorso settembre. Lei era ai margini. Sopportava ras­segnata. Game era molto at­tento a non farle sapere nien­te. A qualche amica, Giovan­na ha confidato: «Pensava so­lo ai suoi figli». Come dire che lei non contava nulla. Da un anno Mohamed era anche prostrato dalla miseria e dai debiti, chiedeva aiuto. Simile, in questo, all’identikit dello shahid in Medio Oriente: sen­za lavoro, umiliato dalla po­vertà, si fa esplodere anche con la promessa di un aiuto economico per la famiglia. Morire da martire per l’islam. E lasciare qualcosa a chi resta.


Giuseppe Guastella Gianni Santucci


Uno dei terroristi era già stato segnalato

MILANO - Uno dei tre arrestati per l’attenta­to kamikaze alla caserma di piazza­le Perrucchetti in passato era stato «attenzionato» dalla Digos di Mila­no. Il nome del 33enne libico Mohamed Israfel era finito a luglio sotto la lente degli investigatori che lavorano sugli ambienti del­l’estremismo islamico, ancor pri­ma che con l’egiziano Mahmoud Kol e il connaziona­le Mohamed Game avviasse la realizza­zione dell’attentato di lunedì. Gli inqui­renti avevano an­che perquisito la sua casa, nello stes­so stabile di via Gulli 1 dove poi è stato scoperto il la­boratorio dei tre jihad fai-da-te, ma non avevano trova­to nulla che potes­se far prevedere una deriva perico­losa.

Tant’è che il capo del pool an­titerrorismo, Armando Spataro, ha dichiarato che nessuno dei tre era mai entrato in un’inchiesta prima dell’arresto. Fino all’estate scorsa, quindi, la cellula che ha eletto Mohamed Ga­me a martire-suicida, anche se è riuscito solo a perdere una mano e la vista, non era ancora nata. O co­munque non aveva dato segnali. I tre avrebbero deciso di passare dal­la fase ideativa a quella operativa, la più visibile, solo una settimana prima dell'attentato, quando han­no acquistato nel consorzio agra­rio di Corbetta tre sacchi da 40 chi­li di nitrato di ammonio. È il ferti­lizzante che, combinato con altre sostanze, anch’esse di libera vendi­ta, si trasforma nell'esplosivo che il kamikaze è riuscito a innescare solo in parte all’ingresso della «Santa Barbara».



Anche Game era, in qualche modo, passato tra le ma­ni
degli inquirenti, ma solo perché era stato fotografato con altri mu­sulmani durante i disordini scop­piati quando l’onorevole Daniela Santanché protestò per le donne islamiche con il volto coperto. È considerato il più esaltato dei tre. Ieri c’è stata l’ udienza di convalida del suo arresto nell’ospedale Fate­benefratelli dove è ricoverato in co­ma farmacologico. Il giudice ha rin­viato la decisione ad oggi e l'inter­rogatorio a quando sarà in condi­zione di rispondere alle domande. Oggi, invece, il gip interrogherà a San Vittore Israfel e Kol, fermati su ordine dei pm Spataro e Maurizio Romanelli per porto, detenzione e fabbricazione di esplosivi con fina­lità di terrorismo. Sono accusati con Game di strage. Gli investiga­tori stanno lavorando sui compu­ter sequestrati nelle abitazioni de­gli indagati, sui loro telefoni cellu­lari e sulle testimonianze di amici e conoscenti per ricostruire la reti delle relazioni.

Finora sono convin­ti che il gruppetto non sia mai sta­to in contatto con la rete del terro­re internazionale di Al Qaeda o con altre organizzazioni fondamentali­ste. Un isolamento che l’ha reso in­visibile ai sensori dei detective. Accertamenti anche nel covo do­ve, al momento dell'irruzione di Digos e Ros, c’erano ancora un in­tero sacco di nitrato d’ammonio, sostanze e reagenti vari, in parte in quattro pentoloni lasciati sui for­nelli spenti. Sulla sorte degli altri 80 chili di nitrato mancanti, gli in­quirenti sembrano tranquilli. Sono convinti che, tra esperimenti, pro­ve, bomba esplosa e rimanenze, niente manchi all’appello.

Giuseppe Guastella

L'attentato e i nuovi «no» alla moschea

di DON GINO RIGOLDI


Giustamente la Procura sta indagando sui compli­ci dell'ingegnere libico che ha tentato una avventura da kamikaze nella caserma di piazzale Perrucchetti a Milano. Altre parti della città, altre istituzioni ed i co­muni cittadini faranno bene a chiedersi perché di un gesto così disperato. Il suicidio, anche quando è com­piuto per una causa ritenuta santa, è una scelta grave che deve essere motivata da ragioni convincenti che è pericoloso liquidare con una generica affermazione di fanatismo. Il libico potrebbe aver coltivato un rancore sordo verso una nazione che tratta lui e tutti i suoi connazio­nali con diffidenza e disprezzo. Forse le condizioni economiche molto precarie, una famiglia pesante con dei figli ai quali non poteva assicurare un futuro dignitoso possono aver logorato le difese e convoglia­to la frustrazione verso la violenza o forse altri motivi ancora.

Io conosco e ascolto molti ragazzi di religione isla­mica di prima e soprattutto di seconda generazione. Ragazzi e ragazze che hanno studiato e si sono diplo­mati o laureati a Milano o in Italia i quali fanno una enorme fatica a sopportare tutte le forme di discrimi­nazione quando non di disprezzo di cui sono fatti og­getto: loro e la loro religione, la loro nazionalità. Si sente il desiderio, il dispiacere e la rabbia che monta perché è giusto che la ribellione monti in chi capi­sce di non essere rispettato. Sento che ci stiamo allevando come nemici deci­ne di migliaia di giovani ormai italiani e milanesi o lombardi i quali hanno il diritto al rispetto, che potrebbero diventare cittadini a pieno titolo, che vivranno certamente in­sieme con noi e tra di noi.

Troppi atteggiamenti di politici, di amministratori e di cittadini ammaestrati da cattivi maestri sono ingiusti, immorali, pericolosi. Quanti italiani potrebbero sopportare di essere trattati come persone di serie B, uomini e donne che non solo devono percorrere vie burocratiche e onero­se per avere un permesso di soggiorno o il ricongiun­gimento familiare ma anche quando lavorano e paga­no le tasse nella nazione della mafia e della ’ndran­gheta sono sospettati di essere l'origine della crimina­lità e della violenza, un pericolo per la fede cristiana e altre sciocchezze del genere. I giovani islamici, molti islamici moderati che so­no nati e che vivono e vivranno a Milano vogliono essere una risorsa per la città, istituzioni islamiche come il Centro Islamico di Milano cercano il dialogo, la moschea per Milano è diventata una necessità ed una risposta di riconoscimento e di dignità. Possiamo solo sperare, da persone intelligenti ed intellettualmente oneste che l'attentato fallito alla Perrucchetti non diventi un'altra delle logore argo­mentazioni contro.







Terroristi, ora spunta un timer

La Stampa


PAOLO COLONNELLO
MILANO

Ora che l’indagine operativa, svolta a tempo di record da Digos e Ros, ha messo al sicuro la cellula di terroristi «fai da te» che lunedì mattina ha fatto esplodere una bomba all’ingresso della caserma di via Perrucchetti, l’inchiesta dovrà accertare alcune circostanze che ancora rimangono misteriose.

La prima riguarda il materiale trovato nell’appartamento di via Gulli, il cosiddetto «covo». Oltre ai 40 chili di nitrato di ammonio, fertilizzante utile alla confezione di ordigni esplosivi, gli investigatori avrebbero trovato anche una certa quantità di acetone, alcune mascherine per filtrare le inalazioni chimiche e, soprattutto, diverso materiale elettrico utile per la costruzione di un timer. Per Game, elettricista e ingegnere mancato, non era un problema assemblarne uno. E sembra che i tre facessero da almeno una settimana diversi esperimenti per collegarlo a un ordigno potente. Ed è qui che è scattato il vero allarme tra gli inquirenti, che non si sono dati pace finché non hanno capito che i tre non disponevano di altri rifugi o altro materiale nascosto: perché una quarantina di chili di esplosivo e un timer, è stato ipotizzato, sarebbero potuti servire per un’autobomba e dunque per progettare una strage in piena regola.

E’ per questo che solo ieri gli investigatori hanno potuto tirare un sospiro di sollievo: quando cioè hanno potuto escludere con certezza da una parte che il nitrato mancante (ne erano stati comprati 80 chili) non fosse stato nascosto ma utilizzato per gli esperimenti e dall’altra che esistesse un altro ordigno già preparato e posizionato da qualche parte.

La seconda stranezza riguarda invece la motivazione che ha spinto un mezzo fallito come Mohamed Game a diventare un «kamikaze». Come aveva raccontato ai giornalisti - poco prima di essere fermato - Mohamed Israfel, Game aveva tanti di quei problemi (la piccola attività imprenditoriale fallita, una causa civile intentata dai suoi ex operai, una compagna e 4 bambini da mantenere in 30 metri di abitazione senza bagno), che avrebbe potuto decidere di farla finita «in qualsiasi modo». Il libico però sceglie di tentare la strada del «martirio». E il motivo, sospettano gli inquirenti, è che non solo immaginava di conquistare il Paradiso dei martiri di Allah, ma soprattutto sapeva di poter garantire così un futuro per la sua numerosa famiglia. Sapeva cioè che in seguito al suo gesto, qualcuno si sarebbe occupato di loro. Negli ambienti dell’estremismo islamico funziona come per la Mafia: ai parenti dell’affiliato che finisce in carcere, l’organizzazione garantisce un sostegno.

Dunque, Game e i suoi due complici erano «cani sciolti» ma, forse, fino a un certo punto. Per questo l’analisi che la Polizia Postale sta svolgendo sul computer trovato in casa del libico «kamikaze» potrebbe rivelarsi fondamentale per svelare sia l’eventuale esistenza di una rete di rapporti «pericolosi» sia l’esistenza di un altro obiettivo oltre alla caserma Perrucchetti. Dovrà dare parecchie risposte Mohamed Game quando verrà risvegliato dal coma farmacologico. Le attenzioni, per ora, si stanno focalizzando su Mohamed Israfel, il libico che il giorno dell’attentato è comparso in tutti i tg della sera per spiegare che Game lo conosceva bene e che era un tipo ossessionato dalla presenza italiana in Afghanistan. A sua volta arrestato, Israfel rimane un enigma: sembra fosse già salito all’attenzione della Digos nel luglio scorso, per alcune stranezze nel suo visto d’ingresso, tanto che il suo fascicolo era passato dall’ufficio stranieri della Questura a quello dell’antiterrorismo.

Da accertare infine la posizione di Abdel Kol, l’idraulico egiziano. Mentre a Israfel pare che gli investigatori siano arrivati grazie alle indicazioni dei vicini di casa e della moglie di Game («Erano sempre insieme»), per individuare Kol hanno dovuto visionare i filmati della telecamera del negozio di materiale agricolo di Corbetta (paesino vicino a Magenta), dove Game e Kol, una decina di giorni fa, si erano recati per acquistare il nitrato di ammonio.

Così Corleone ha voltato pagina

Avvenire


Via 11 aprile 2006, arresto di B. Provenzano, mafioso. La scritta spicca sul cartello stradale all’inizio della strada in contrada Montagna dei Cavalli, dove due anni e mezzo fa venne catturato il superlatitante dei "corleonesi". Pochi chilometri più in là, sull’edificio della nuova area artigianale, un grande cartello "Centro servizi Libero Grassi". E all’imprenditore antiracket ucciso dalla mafia nel 1991, è dedicato anche il viale. Usciamo in campagna, zona Chiatto Drago. Davanti a una bassa costruzione un cartello spiega: "Laboratorio per il confezionamento dei legumi realizzato sui beni confiscati alla mafia". Non lontano un altro cartello annuncia l’agriturismo "Terre di Corleone", di imminente apertura, anch’esso confiscato alle cosche. Benvenuti a Corleone, già terra di mafia, della più potente e terribile, quella di Provenzano, Rina e Bagarella, dei delitti eccellenti e delle stragi del ’92-’93, oggi terra di riscatto e di concrete iniziative antimafia e per la legalità. 

Dove amministrazione comunale, cooperative e volontariato collaborano strettamente, senza guardare al colore politico della casacca. «La Corleone di Provenzano e Riina non c’è più – dice il sindaco Antonino Iannazzo, ex An, alla guida di una giunta di centrodestra –. Certo la mafia c’è ancora, coi suoi riti e i suoi condizionamenti. Non chiede il pizzo ma assunzioni. Ma c’è un’altra Corleone, quella della gente onesta, delle cooperative che gestiscono i beni confiscati, di un’amministrazione comunale che senza la certezza della certificazione antimafia gli appalti non li comincia. Noi su questo – aggiunge – siamo più avanti del resto d’Italia, di necessità abbiamo fatto virtù, siamo un laboratorio dell’antimafia. Purtroppo a Roma neanche se lo immaginano...».

Non solo parole, per fortuna. Qualche esempio, partendo proprio dal municipio dove spesso in Sicilia, e nelle altre regioni del Sud, si concretizza il potere collusivo delle cosche. L’iniziativa più recente sono le modifiche al piano regolatore «approvate all’unanimità dal consiglio comunale – ricorda Iannazzo con orgoglio – senza condoni o favori ai mafiosi». Poi la costituzione di parte civile nei processi contro i boss. Un piccolo fondo per i familiari delle vittime di mafia, col quale viene pagata la scuola ad alcuni ragazzi. L’assegnazione dei beni confiscati, l’ultimo in appena 28 giorni, mentre solitamente passano anni. E quando recentemente si è scoperto che una delle imprese che stava realizzando un appalto era collusa con "cosa nostra", in 24 ore sono stati bloccati i lavori. Ed esclusa l’impresa "mafiosa", si è riusciti a far ripartire l’opera.

E la gente, i corleonesi, quelli veri? Gennaro, Marilisa, Angela fanno parte della Consulta giovanile, composta dai rappresentanti degli studenti, delle associazioni, dei movimenti politici. Quest’anno anche loro sono stati a lavorare sui terreni confiscati gestiti dalla cooperativa "Lavoro e non solo", dove ogni anno vengono ad aiutare giovani di tutt’Italia (quest’anno in più di 500). «C’è un pregiudizio nei nostri confronti – spiegano – e questo ci spinge a metterci alla prova. Se qualcosa è nostro dobbiamo andarci noi. E i beni confiscati sono nostri, dei veri corleonesi». Mentre parliamo con loro in piazza, poco più in là uno dei figli di Provenzano chiacchiera con altri ragazzi. Succede a Corleone, ma i tre delle Consulta non ci fanno caso. «Non vediamo una mentalità mafiosa tra i ragazzi. Prima c’era un comportamento da struzzo, ora ci si è resi conto che la mafia esiste e se ne vuole parlare. Lo sentiamo come nostro compito».

Uomini e giovani nuovi e tante iniziative concrete, fatte di mattoni e di frutti della terra. In via Crispi il palazzo di tre piani confiscato ai fratelli Grizzaffi (nipoti di Totò Riina) è stato assegnato all’Arci Toscana e ospita i partecipanti ai campi di lavoro sui beni confiscati. Come ci spiega Maurizio Pascucci, era stato completamente vandalizzato. I volontari l’hanno rimesso a posto e hanno anche verniciato la facciata di un bel verde pastello. Spicca così – è stato fatto apposta – rispetto agli altri palazzi della via, tutti ancora a rustico.

Ci spostiamo in via Colletti. Qui c’è la casa della famiglia di Provenzano. Simbolo del suo potere. Proprio martedì sono cominciati i lavori per trasformarla nel "museo della legalità": sarà gestito dalla "Lavoro e non solo" e ospiterà anche un negozio dove verranno venduti i prodotti dei terreni confiscati. Nella casa confinante vivono ancora i fratelli di Bernardo Provenzano. Si fanno vedere, si interessano dei lavori. Devono comunque dimostrare che ancora hanno un ruolo.

Altra strada, altro bene confiscato. In via Alvisio c’è la grande villa che Riina non è mai riuscito ad abitare. Ora è la caserma della Guardia di Finanza e spesso vengono in visita i ragazzi dei campi di lavoro. Di fronte l’ultimo arrivo. È il palazzo dei fratelli Lo Bue, una delle tappe dei "pacchi" che dovevano andare al latitante Provenzano. Metà confiscato e metà no. Ci abitano ancora. Sarà un problema ma presto anche qui il bene ospiterà un’iniziativa concreta. Come i 170 ettari della cooperativa "Lavoro e non solo" (nel comune ne hanno anche la "Placido Rizzotto" e la "Pio La Torre"). 


Si coltivano pomodori (si fanno passata di pomodoro e sughi chiamati "Sciàlo"), uva (vini Limpio, Genus e Naca), fichi d’India (una dolcissima marmellata), lenticchie e ceci. Da poco per questi ultimi c’è anche una laboratorio, così si risparmia il lavoro di un’impresa esterna. E proprio nell’area dedicata a Libero Grassi sorgerà l’impianto per la passata di pomodoro (il comune ha concesso l’area gratuitamente in base ad un’interpretazione estensiva della legge regionale sull’aiuto alle aziende antiracket). Un prodotto che i corleonesi apprezzano molto. Le bottiglie offerte prima ai negozi, dopo le minacce dei mafiosi («Non verrò più a comprare da te...»), sono state ritirate, ma la gente viene a comprarle alla cooperativa, quasi di nascosto: ben 8mila quest’anno, su una popolazione di 11mila abitanti. Un vero successo. Un tempo nessuno avrebbe osato... Già un tempo. Ma oggi davvero Corleone sta cambiando.
 
dal nostro inviato a Corleone Antonio Maria Mira

Sorridente, 18 anni dopo Il nuovo volto di Jaycee

Corriere della Sera

NEW YORK — È la prima intervista, sebbe­ne realizzata a distanza, concessa da Jaycee Du­gard, la giovane donna te­nuta sotto sequestro per 18 anni in California dal maniaco sessuale Phillip Craig Garrido, 58 anni e dal­la moglie Nancy, 54enne. Il settimanale People, che sarà in edicola venerdì, ha pubblicato in copertina la pri­ma foto da adulta di Jaycee scattata dopo la sua liberazio­ne avvenuta lo scorso 25 ago­sto.

Nell’immagine la giovane — che aveva soltanto 11 anni quando fu rapita — appare sorridente come nelle foto da bambina, il viso pulito e inno­cente incorniciato da lunghi capelli castano chiari e ondula­ti. Nonostante le angherie su­bite per anni per mano del suo aguzzino, sotto l’occhio condiscendente della moglie, ha un aspetto molto più giova­ne dei suoi 29 anni. «Sono così felice di essere di nuovo assieme alla mia fa­miglia», dichiara la donna nel­l’intervista che accompagna l’immagine pubblicata in ante­prima sul sito internet del set­timanale. «Niente è più impor­tante dell’amore incondiziona­to e del sostegno che la mia fa­miglia mi dà». Nell’intervista a People la Dugard ha raccontato anche come trascorre oggi le sue giornate: va a cavallo, cucina, e sta pensando di collaborare alla stesura di un libro (già ac­quistato dal colosso Random House).

Jaycee, che è tornata alla sua famiglia di origine due giorni dopo la liberazione, vi­ve ora con la madre 50enne, Terry Probyn, con la sorella minore Shayna, di 19 anni, e con le due figlie Angel e Star­lit, rispettivamente di 15 e di 11 anni, di cui lo stupratore Garrido è il padre. «Mia nipote e le sue figliole vivono una vita sorprendente­mente normale, considerando l’odissea attraverso la quale sono passate», ha dichiarato al settimanale la nonna Joan Curry. Ma il trauma ha lascia­to i suoi segni e Jaycee non se l’è sentita di incontrare perso­nalmente il giornalista di Peo­ple, rispondendo solo per iscritto a una serie di doman­de. La rivista non ha voluto rendere nota neppure la cifra pagata per uno scoop, solleci­tato dalla stessa donna, che ha subito mandato in fibrillazio­ne il web.

La portavoce della famiglia, Erika Schulte, ha riferito mer­coledì allo show della Nbc Today che la Dugard ha ac­consentito a posare per Peo­ple per «condividere con il mondo la sua gioia e mostrare come adesso stia bene. Jaycee ha legato molto con la sorella minore, Shayna, che era nata da poco quando lei fu rapita». Secondo quanto riportato dalle autorità, Jaycee e le sue due figlie vivevano in uno squallido accampamento na­scosto nel cortile di casa dei Garrido. I due sono accusati di rapimento e di stupro nei confronti di Nancy, che sparì mentre si trovava all’esterno della sua casa di South Lake Tahoe, in California, nel 1991. In passato, un vicino dei Garri­do aveva notato le minori e aveva avvertito le autorità che però dopo un’irruzione non avevano trovato nulla di anor­male. Il motivo: si dimentica­rono di perquisire il recinto dove Jaycee e le sue figlie era­no prigioniere.

Al Pacino: da giovane mi prostituivo in Sicilia

Corriere della Sera

L’attore al «New York Post»: sesso con una donna più anziana in cambio di un tetto

NEW YORK — Che da giova­ne fosse attraente e sexy si sa­peva già. Eppure nessuno avrebbe mai potuto immagi­nare un’esperienza da gigolò del leggendario Al Pacino, da quasi quarant’anni icona del­l’italo- americano macho. «Da giovane mi sono prostituito in Sicilia, concedendomi in cambio di vitto ed alloggio ad una donna più anziana di me». Le frasi, rilanciate dai siti di tutto il mondo, sono state at­tribuite all’attore dalla settan­tanovenne decana del gossip made in Usa, Cindy Adams. Nella sua seguitissima rubrica pubblicata quotidianamente sul tabloid newyorchese di Ru­pert Murdoch, la Adams rievo­ca i retroscena del «fattaccio» che il diretto interessato, in­terpellato dal Corriere , non ha voluto smentire.

Tutto risale agli anni Ses­santa quando la futura star, al­lora soltanto un aspirante atto­re alle prime armi, decise di abbandonare gli studi per in­seguire il sogno di una carrie­ra hollywoodiana. Ma il desti­no volle farlo tornare in Sici­lia, nella terra della quale era­no originari entrambi i suoi genitori. Fu lì che, assediato dai debiti e senza il becco di un quattrino, il giovane Al finì per prostituirsi. «Per mangia­re e mantenere un tetto sopra la mia testa, decisi di vender­mi ad una donna più anziana di me l’unico bene che potevo offrire: il mio corpo», ha rive­lato alla Adams. Una scelta di cui il cattolicissimo figlio del­la corleonese Rose Gerardi e del messinese Salvatore Al­fred Pacino finì per pentirsi. Ed ecco altre confessioni: «Mi sono svegliato spesso, il matti­no successivo agli incontri, sentendomi in colpa e odian­domi per ciò che stavo facen­do », si legge nella rubrica del­la Adams.

La rivelazione serve forse a far luce su un attore dalla vita privata tormentata che, pur es­sendo padre di tre figli, non si è mai sposato. Eppure in pas­sato Pacino ha avuto innume­revoli relazioni sentimentali con attrici come Jill Claybur­gh, Tuesday Weld, Marthe Kel­ler, Carol Kane, Diane Keaton, Penelope Ann Miller e Madon­na. Attualmente Al vive nella sua villa a New York, sul fiu­me Hudson. Non si tratta però dell’unica trasgressione legata a quegli anni. Nel 1961 Pacino fu arre­stato per porto abusivo d’armi da fuoco. L’esperienza lo con­vinse a cambiar vita. Dopo aver studiato in numerose scuole di recitazione, verso la fine degli anni sessanta fu ac­colto all’Actors Studio da quel­lo che, negli anni a seguire, Al considererà il suo più grande maestro: Lee Strasberg, il pri­mo a riconoscere in lui il ge­nio della recitazione.

Di Pietro, professione manifestante In Aula il leader dell'Idv non c'è mai

Il Tempo

Da inizio legislatura assente al 68% delle votazioni. Il controsenso: il leader dell'Idv scende in piazza pure contro il Parlamento che non lavora. L'ex pm pensa già ad una manifestazione per il 5 dicembre.


Predica bene e razzola male. Antonio Di Pietro, il moralizzatore della politica italiana, ne ha combinata un’altra delle sue. Ormai chi si stupisce più? Tonino, da quando si sente il leader incontrastato dell'opposizione, ne ha per tutti. Riesce sempre a vedere la pagliuzza nell'occhio del suo avversario anche quando la trave, che è nel suo, non ha eguali. Ma questo non importa. Bisogna protestate, sempre e comunque. Ieri, ad esempio, ha costretto i suoi a scendere in piazza per manifestare contro un «Parlamento fannullone». Peccato che sia proprio uno dei deputati più assenteisti della Camera, almeno all'interno del gruppo dell'Idv. Sì, è così. Basta confrontare le sue presenze con quelle dei colleghi di partito.

Dall'inizio della legislatura ad oggi, quando la Camera è stata chiamata ad esprimere il proprio parere, Antonio di Pietro non ha risposto all'appello, su un totale di 4.462 votazioni, ben 3.025 volte. Numeri che rendono ancora di più l'idea se letti sotto forma di percentuale. Infatti con il 67,79% delle assenze Tonino conquista la medaglia d'oro degli assenti seguito, a distanza dai colleghi Aniello Formisano (41,37%) e Gaetano Porcino (40%). Eppure nonostante questi numeri, nulla impedisce al leader dell'Idv di improvvisare un sit-in davanti a Montecitorio e denunciare: «Il Parlamento si riunisce per un paio di giorni a settimana per un paio di ore ciascuna e poi tutti a fare il secondo lavoro».

Così, con l'ordine di protestare, ecco che dà il buon esempio, si mette al collo un cartellone con su scritto «In un mese approvate solo 3 leggi», e fa la morale: «Si dovrebbe approvare una norma per cui chi fa il parlamentare non debba avere un secondo lavoro - aggiunge Di Pietro - sennò tutte le scuse sono buone per andare a casa. Il Parlamento ratifica solo i provvedimenti del governo e non svolge il suo lavoro». A questo punto la domanda sorge spontanea: ma fare il segretario di un partito politico ed essere parlamentare non è come avere un secondo lavoro?

La risposta non può essere che affermativa e per avere conferma di ciò basta vedere nello specifico le assenze del maggio scorso ovvero dell'ultimo mese di campagna elettorale per le elezioni Europee. Tonino, che vedeva in quella tornata elettorale l'occasione di accrescere i propri consensi a danno dei Democratici ha preferito girare l'Italia in lungo e in largo piuttosto che fare il suo lavoro di deputato. E così ha pensato di non presentarsi a Montecitorio per il 99,32% delle votazioni (ovvero ha premuto il bottone solo due volte su 294).

Un record con il quale è riuscito a sbaragliare i colleghi dell'opposizione se si pensa che il segretario del Pd, Dario Franceschini, é stato assente per il 90,48% e il leader del'Udc, Pier Ferdinando Casini, lo è stato per l'80,61% delle volte. Questi però sono solo dei numeri, quello che conta è non perdere l'abitudine di manifestare. E per non perdere il ritmo ecco pronto alla prossima bordata: «In Italia il governo opera per scardinare i principi fondanti la nostra Costituzione. Auspichiamo che tutte le forze politiche e sociali, scendano in piazza il più presto possibile. Magari il 5 dicembre prossimo». Tonino manifesta pure, tanto alla resa dei conti, i dati forse diranno tutto il contrario.

Alessandro Bertasi


The Times: 'I servizi italiani pagarono le milizie talebane' La Russa: 'E' spazzatura'

Quotidianonet

Roma, 15 ottobre 2009   

Pesante accusa del quotidiano britannico The Times, secondo cui i servizi segreti italiani avrebbero pagato le milizie talebane per mantenere calma la regione afgana di Sarobi e utilizzato una tattica simile anche a Herat. Il quotidiano anglosassone cita fonti militari della Nato; secca la smentita del Ministero della Difesa italiano.

Secondo il Times le forze francesi, che subentrarono nel 2008 a quelle italiane dispiegate a Sarobi, non vennero informate dei pagamenti e di conseguenza sottovalutarono la situazione nella regione e non presero le dovute precauzioni subendo numerosi attacchi fra cui l’agguato in cui los corso anno persero la vita dieci paracadutisti.

Stando al Times i servizi statunitensi erano al corrente della pratica grazie ad intercettazioni telefoniche e già nel giugno del 2008 l’ambasciatore a Roma protestò con il governo: “Non si può essere eccessivamente dottrinari su tali questioni: può avere senso comprare gruppi locali e tenere basso il livello della violenza con metodi non violenti, ma è follia farlo e non informare i propri alleati”, conclude una fonte.

Dopo l’agguato l’esercito francese venne aspramente criticato per la mancanza di preparazione: le fonti sostengono che le truppe francesi pensavano di trovarsi in una zona pacificata, portata ad esempio del successo della ricostruzione.

Ad effettuare i pagamenti - decine di migliaia di dollari destinati ai comandanti locali - sarebbero stati i servizi segreti e non l’esercito italiano: “Gli italiani non hanno mai ammesso la cosa, sebbene esistessero delle intercettazioni telefoniche in merito alla questione, e il risultato è stata la protesta, mai resa pubblica perché avrebbe causato un incubo diplomatico”, secondo le fonti.

Dura la reazione del ministro della Difesa Ignazio la Russa, intervistato dal Corriere della Sera: “Ancora una volta il giornale londinese raccoglie spazzatura. Io mi ero insediato da poco al Ministero, e non ho mai avuto notizia dai servizi segreti di pagamenti ai capi talebani”.

A spiegare il diverso atteggiamento nei confronti degli italiani, secondo il Ministro, è “il comportamento dei nostri militari, ben diverso rispetto a quello degli altri contingenti: hanno sempre manifestato vicinanza umana alla gente e ne vengono ricambiati”.


Giovane Pd: killer per Silvio È polemica, si dimette

Libero


Si cosparge il capo di cenere e a differenza di Paola Binetti, finita nell’occhio del ciclone per aver contribuito con il suo voto ad affossare la proposta di legge sull’omofobia ieri alla Camera, Matteo Mezzadri, 22 anni, di Savignano sul Panaro (Modena), dopo aver confessato tutto il suo disagio e il peso di capire solo ora averla fatta davvero grossa ha chiesto scusa a tutti, a partire da Berlusconi, e si è dimesso. Un beau geste, direbbero i francesi, soprattutto in un Paese come il nostro dove le dimissioni vengono continuamente minacciate e mai messe in pratica e dove diversi esponenti politici (vedi Di Pietro) a ben più alti livelli si scagliano continuamente contro il Cavaliere con un linguaggio allusivo e minaccioso. ''Chiedo scusa a tutti, amici e meno amici, a partire da Berlusconi. E mi dimetto dalle cariche del Pd, attendendo dal partito eventuali provvedimenti nei miei confronti. 

Il mio è stato un linguaggio che nessuno dovrebbe avere, tantomeno uno che si occupa non solo della propria vita, ma anche di quella degli altri”, ha detto Mezzadri. Ma cosa aveva fatto di tanto grave? ''Ma santo cielo, possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi!''. Questo l’auspicio del giovane democratico fatto circolare su Facebook dopo la bocciatura del Lodo Alfano della settimana scorsa. ''Certe cose - ha detto ancora Mezzadri - non solo non si devono dire. Non si devono nemmeno pensare. Soprattutto quando hai assunto ruoli per i quali diventi punto di riferimento per altri, soprattutto giovani. È chiaro che non ho mai pensato di voler la morte di Berlusconi. Non fa parte dei miei pensieri desiderare la morte di qualcuno. Ho scritto una sciocchezza. Punto e basta. L'ho fatta fuori dal water, come si dice in gergo. Ma non me la sento di spiegare cosa intendessi dire davvero. A questo punto è meglio che io taccia, e che parli il partito''.

Il Pd accetta le dimissioni – E il partito ha parlato eccome. Ha detto di aver accolto le dimissioni del giovane. Duro il commento di Tommaso Fregni, coordinatore provinciale di Generazione democratica di Modena. ''Non c'è spazio nella nostra organizzazione - ha detto Fregni - per chi utilizza un linguaggio violento che nulla ha a che fare con il confronto politico e la dialettica delle opinioni. Le parole usate da Mezzadri non possono essere giustificate in alcun modo, sono estranee alla cultura di Generazione democratica e agli ideali di quei giovani che ogni giorno si impegnano per rinnovare il linguaggio e il modo di fare politica nel nostro Paese”.


Ferma presa di posizione anche da parte di Stefano Bonaccini, segretario provinciale del Partito democratico di Modena, che ha espresso solidarietà ai dirigenti locali del Popolo della libertà di Modena. ''Ogni forma di violenza, anche verbale, è inaccettabile”, ha dichiarato Bonaccini, che ha aggiunto: ''L'età e l'inesperienza non possono in alcun modo giustificare gesti di tale gravità. Mezzadri ha saggiamente deciso di dare le sue dimissioni. Se non lo avesse fatto avremmo provveduto noi a sospenderlo. Il Partito democratico è nato per ridare speranza al Paese e futuro alle nuove generazioni, non per eccitare all'odio contro gli avversari politici”.

Kamikaze fai da te "Vorrei del nitrato d'ammonio"

Il Giorno

Il nostro inviato si è recato nel negozio dove il libico, responsabile dell'attentato di due giorni fa alla caserma Santa Barbara, ha acquistato il componente per l'esplosivo. Ne ha comprati 200 chili

Milano, 14 0ttobre 2009   

"Vorrei acquistare del nitrato di ammonio". L’impiegata del Consorzio Agrario di Corbetta sorride fra sorpresa (non molto, per la verità), incuriosita, per nulla infastidita e così via in un caleidoscopio di reazioni che durano un attimo fuggente.

La foglia è già ampiamente mangiata, masticata, metabolizzata. I dipendenti del posto dove Mohamed Game e soci si sono procurati il nitrato di ammonio si rassegnano a una breve e non richiesta notorietà. Giusto il tempo di appurare che il nitrato di ammonio è in libera vendita, al minuto per chi vuole accudire il prato di casa e all’ingrosso per chi cura invece vasti appezzamenti e arriva ad acquistarne anche una trentina di quintali.

Vendita a sacchi, ogni sacco 40 chili. Quanti sacchi? Tre. Anzi no, facciamo cinque. Spesa 41,60 euro. Pagamento in contanti, bolla di consegna, tutto a posto passare in magazzino. Il ragazzo manovra il muletto e preleva i sacchi. Cinque? Sì, cinque. "Forse è meglio che si avvicini con l’auto". Certo che sì. Quanto pesano, 40 chili a sacco ma l’inattivitià sportiva moltiplica lo sforzo all’ennesima potenza. Il ragazzo del muletto esegue silenzioso e compunto. Solo al momento dell’ultimo carico pare riscuotersi. "È quello della bomba di Milano?". Sì, ma lo useremo per il praticello di casa.

Foto sul piazzale. Cos’era la bomba tirata quando si era soldati, quell’innocuo e fragoroso petardone che non sarebbe riuscito a spaventare nemmeno un soldatino di Francesco Giuseppe, a confronto con la potenzialità esplosiva, anche se solo teorica e virtuale, dei sacchi di plastica (ma quanto pesano, forse è il caso di tornare a fare palestra) disposti davanti all’obiettivo del bravo fotografo Roberto.

 Comunque Game & C. avrebbero avuto la possibilità di risparmiare in benzina e in euro. Al vicino Consorzio di Abbiategrasso la vendita al minuto è a sacchetti da 5 chili, costo 6 euro. Stesse modalità e stesso costo al Consorzio Agrario in via Ripamonti a Milano.

Nitrato di ammonio nel baule. Brividino interrotto solo dalle tranquillizzanti spiegazioni del professore di chimica. Intanto, il criminale che dorme in ognuno di noi, latente, nascosto, ma c’è, accidenti se c’è incomincia, a fare sentire la sua voce insinuante. Hyde inizia a smantellare il buon dottor Jekill. Rimane un gioco, un divertissement. Ovviamente. Vade retro, Hyde. Che fare? Il giardiere trasecola: "Due quintali di nitrato di ammonio? Cosa te ne fai". Ci gioco. Lo mangio.

I due quintali finiscono nel garage di un amico compiacente, comprensivo e soprattutto non impressionabile. Promette che lo custodirà con cura in attesa di ricevere istruzioni (sic) domani. Domani è un altro giorno, dice Rossella O’Hara. Ma scommettiamo che anche Rhett Butler si sarebbe trovato in difficoltà se si fosse ritrovato in un pomeriggio di ottobre con 200 chili di nitrato di ammonio.

di Gabriele Moroni


In viaggio su una crociera-gay senza preavviso, coniugi contro la Grimaldi

Corriere del Mezzogiorno


Marito e moglie di Trevi hanno chiesto un risarcimento alla compagnia napoletana per l'insolito tour

NAPOLI - Strana «disavventura» per due coniugi umbri che si sono trovati a viaggiare su una crociera della Grimaldi rigorosamente dedicata ai gay. Marito e moglie di mezza età, residenti a Trevi, sostengono di non essere stati avvisati del «particolare» tipo di viaggio sulla nave «Cruise Barcellona» della compagnia napoletana, che da Civitavecchia approda nel capoluogo catalano. I coniugi ritengono di aver prenotato un viaggio «normale» e perciò hanno chiesto alla Grimaldi un risarcimento di 3mila euro.

La notizia è stata riportata dal Corriere dell’Umbria. La coppia di Trevi si sono rivolti all’avvocato Antonio Francesconi che ha scritto alla compagnia senza però - ha spiegato - ricevere al momento alcuna risposta. «Non è una questione di discriminazione - ha detto il legale - ma solo di godimento del viaggio. Uno spiacevole equivoco che però va risarcito».

La coppia aveva ottenuto il viaggio con una raccolta punti. Dopo averlo scelto sul catalogo - ha spiegato l’avvocato Francesconi - i due si erano «messi in contatto con la compagnia per la prenotazione senza però che nessuno facesse riferimento alla crociera gay». Una volta a bordo, il 19 settembre scorso, marito e moglie si sono imbattuti - riferisce legale - in una nave «a tema», con feste e spettacoli «tutte» dedicate ai gay. «Una situazione di palese imbarazzo per i miei assistiti - ha concluso l’avvocato Francesconi - che al ritorno hanno deciso di chiedere il risarcimento».

14 ottobre 2009


Attende la sentenza per furto e prova a rubare un cellulare

Corriere della Sera


un carabiniere lo ha visto e lo ha subito bloccato nel tribunale di Sanremo

SANREMO (Iimperia)
- Attendeva una sentenza in tribunale a Sanremo, in un processo per direttissima per tentato furto, ma non ha saputo resistere: un immigrato algerino di 37 anni ha tentato di rubare il cellulare dall'interprete. L'uomo, approfittando di una distrazione dell'interprete, ha allungato le mani per sfilare il telefonino dalla sua borsetta, ma un carabiniere lo ha visto e lo ha subito bloccato. L'interprete ha poi detto di non volerlo denunciare.