mercoledì 14 ottobre 2009

Vaticano, in mostra il telescopio di Galileo invia a un amico

  Il Giornale

Quattrocento anni fa il processo davanti all'Inquisizione per l'eretico Galileo Galilei...oggi il Vaticano gli rende invece omaggio con una mostra in cui vengono esposti ii telescopi usati dallo scienziato pisano e i suoi scritti astronomici

Video

Pizzul: «Io morto sul web? Ridiamoci su»

Corriere della Sera

Bufala sulla Rete: «Il telecronista è scomparso». Poi arriva la smentita: «Mi hanno chiamato in centinaia»


TRIESTE - Stava giocando a scopa. A un certo punto il telefono ha iniziato a squillare insistentemente. Volevano capire se fosse morto davvero, come qualcuno aveva scritto su Internet. E invece, per fortuna, Bruno Pizzul è vivo e vegeto. «Però ho dovuto spegnere il cellulare per la quantità di chiamate che ho ricevuto - racconta il telecronista. - Stavo facendo la mia consueta partita a scopa al mattino e mi distraevano continuando a chiedermi notizie». Ma com'è successo, secondo lei? «Non vorrei che nonostante la preoccupazione che c'è per l'utilizzo del palloncino anti-alcol da parte delle forze dell'ordine - scherza Pizzul - qualcuno abbia esagerato e si sia lasciato andare a questa boutade».

BUFALA - Una "bufala" nata sulla Rete, quella sulla morte di Pizzul. E che, attraverso la Rete, in poche ore, si diffonde in tutta Italia. Rimbalzando tra siti, forum, blog... e bar: «Ma è vero che Pizzul è morto»?. Qualcuno conferma, assicurando che sui campi di calcio sarà osservato un minuto di silenzio in suo onore. Anche Wikipedia ci casca in pieno, tanto da aggiornare la pagina dedicata al telecronista: «Il 13 Ottobre 2009, all'età di 71 anni, muore nella sua abitazione di Udine colto da un infarto». Ma la celebre enciclopedia online è costretta ben presto a correggere l'errore. Perché di questo si tratta.

QUEL MESSAGGIO - Spulciando in Rete, c'è un messaggio "sospetto" che appare tra le pagine di "Yahoo! Answers" (data: 13 ottobre). «Mamma mia... è morto Bruno Pizzul! - scrive un utente - Abito nella zona di casa sua.. Mezz'ora fa l'hanno portato via in ambulanza! La voce è che sia morto.. mamma mia sono sconvolto... era un grande». Tra gli utenti il dibattito si fa acceso: c'è chi dà credito alla notizia, chi la smentisce seccamente. Fatto sta che la "bufala" ci mette poco a diffondersi sul Web: da Facebook, dove gli ammiratori del giornalista pubblicano le loro commosse frasi di addio, a Google News, che "pesca" in automatico l'articolo (poi rimosso e rettificato) del "Giornale del Friuli libero". «Non ho la più pallida idea di chi possa aver messo in rete questa notizia - commenta - ridiamoci su!». Ah, un'ultima cosa: «Ringrazio coloro che si erano già preoccupati di mandare le condoglianze...». Per chiuderla con un sorriso.

E i Camuni gridarono: una provincia anche a noi

Corriere della Sera

E i Camuni? Niente ai Camuni? Deciso a vendicare l’ingrata storia, il deputato leghista Davide Caparini ha deciso di tirare dritto: vuole a tutti i costi la nuova Provincia della Valcamonica. Capoluogo: Breno, metropoli di 5.014 anime. Direte: ancora un’altra provincia? Ma non avevano promesso quasi tutti di abolirle? Certo: prima delle elezioni, però.

Promessa elettorale, vale quel che vale. Tanto è vero che il disegno di legge per sopprimerle, presentato alla Camera dalla strana coppia Casini & Di Pietro, è già morto. Se dovesse passare l’iniziativa camunica del parlamentare del Carroccio, quella con capita­le Breno (inno ufficiale: «E su e giù e per la Val­camonica / la si sente la si sente...») sarebbe la provincia numero 110. Quando nacquero nel 1861, al momento dell’Unità d’Italia, erano qua­si la metà: 59. Distribuite sul territorio con un criterio semplice: dovevi attraversare ciascuna in una giornata di cavallo. Nel 1947 erano già 91. E col passaggio dagli equini alle autoblu, hanno continuato ad aumentare, aumentare, aumentare a dispetto del proposito dei padri costituenti, che avevano previsto la loro aboli­zione con l’arrivo delle Regioni, fino a diventa­re 95 e poi 102 e su su fino a 109 grazie a new entry e soprattutto al raddoppio (da 4 ad 8) di quelle della Sardegna. La quale con l’Ogliastra (57.960 abitanti, due terzi di Sesto San Giovan­ni) mise a segno il capolavoro, la provincia a due teste: Tortolì (10.661 anime) e Lanusei, che di anime ne ha ancora meno: 5.699. Un re­cord mondiale. Che con l’arrivo di Breno ver­rebbe stracciato in attesa di nuove province e nuove capitali tipo Quinto Stampi, Pedesina, Zungri, Maccastorna, Carcoforo... Direte: ma dai, Carcoforo! Perché no, scusate? Se la pro­vincia è indispensabile per essere vicina ai cit­tadini, cosa han fatto di male i carcoforesi per non avere anche loro una provincia?

Quanto costino lo ha calcolato l’anno scorso il Sole 24 Ore : 17 miliardi di euro. Con un au­mento del 70% rispetto al 2000. Da dove arriva­no i denari? Un po’ dai trasfe­rimenti. Parte dal prelievo del 12,5% sull’assicurazione delle auto e delle moto: 2 mi­liardi nel 2007, il 54% in più rispetto al 2000. Più aumenta l’assicurazione, più intasca la Provincia. Altri quattrini arri­vano dall’imposta provincia­le di trascrizione: le annota­zioni al Pubblico registro au­tomobilistico che doveva es­sere abolito. Ci sono poi un’addizionale sulla bolletta elettrica e il tributo provincia­le per l’ambiente.

Come mai i cittadini non si arrabbiano? Occhio non ve­de, cuore non duole: sono tut­te tasse dentro altre tasse. Non si notano. Va da sé che a quel punto, ignaro delle spe­se, il cittadino vede titillato il suo campanilismo. Come nel caso della provincia di Fer­mo nata dalla divisione di quella di Ascoli Piceno. Una specie di scissione dell’ato­mo: da una piccola provincia ne sono nate due minuscole. In compenso, al posto di un solo consiglio da 30 membri, ne sono nati due da 24: totale 48 poltrone. Per non dire del­la provincia a tre piazze di Barletta-Andria-Trani, chia­mata così per non far torto ai permalosi cittadini dell’una o l’altra capitale. Quanti sono i comuni di quel­la nuova Provincia? Dieci in tutto, sono. Il che, diciamolo, aumenta la pena per i sette tagliati fuori dal nome: Bisceglie, Trinitapoli, Minervi­no Murge. E la targa automobilistica? «BT». Ri­volta: «E Andria? Non si può fare “Bat”?». «No, quella è di Batman».

C’è da sorridere? Mica tanto. Sull’abolizione delle province, infatti, fu giocato un pezzo del­l’ultima campagna elettorale. «Aboliremo le Province, è nel nostro programma», disse Ber­lusconi a Porta a porta il 10 aprile 2008. «Ma la Lega sarà d’accordo?», eccepì Bruno Vespa. E lui: «La Lega è composta da persone leali». «Presidente, che cosa ha previsto per abbassa­re i costi folli della politica?», gli chiese la si­gnora Ines nella chat-line al Corriere . E lui: «La prima cosa da fare è dimezzare il numero dei parlamentari, dei consiglieri regionali, dei con­siglieri comunali». E le Province? «Non parlo delle Province, perché bisogna eliminarle». Mostrava di crederci al punto, il Cavaliere, che cercava sponde: «Se Veltroni ci darà una ma­no... ». La linea veltroniana, del resto, era già stata dettata: «Cominceremo da subito abolen­do le Province nei grandi comuni metropolita­ni ». Posizione confermata a Matrix : «All’aboli­zione delle province penso ci si possa arrivare. Ma non sono un demagogo. È facile dirlo in campagna elettorale...». Il socio fondatore del Pdl Gianfranco Fini era d’accordo: «I carrozzo­ni non sono intoccabili e si possono abolire per esempio le Province». Una tesi già benedet­ta da altri. Come l’ex ministro degli Interni az­zurro Giuseppe Pisanu: «Le Province ormai non hanno più senso».

Qualche settimana dopo le elezioni il capo del Governo sventolava il primo trionfo, rias­sunto dai tg amici con titoli così: «Abolite no­ve Province». In realtà nove province cambia­vano soltanto nome. D’ora in avanti si sarebbe­ro chiamate aree metropolitane. Un ritocco se­mantico. Ma naufragato lo stesso. Poi comin­ciarono i distinguo. «C’è un solo punto nel pro­gramma in cui ho difficoltà serie con gli allea­ti, l’abolizione delle Province. La Lega ha una posizione molto ferma», confessò Berlusconi nel dicembre 2008. «Sono enti inutili, ma non riusciremo a cancellarli in questa legislatura», confermava Renato Brunetta. Di più: nel dise­gno di legge sulle autonomie locali definito dal ministro Roberto Calderoli non solo so­pravvivevano. Venivano addirittura rafforzate, con la possibilità di riscuotere tasse proprie.

Vero è che Bossi aveva eretto un muro insor­montabile: «Le Province non si toccano». Ma che la marcia indietro collettiva sia stata dovu­ta solo all’altolà del Carroccio non si può dire. Basti rileggere quanto affermò il deputato del Pd Gianclaudio Bressa nell’ottobre scorso: «Non siamo d’accordo con l’abolizione delle Province, né abbiamo mai detto di esserlo in passato. È ora di finirla con questa mistificazio­ne ». E quello che diceva Veltroni? Coro demo­cratico: Veltroni chi? Ma è niente in confronto alle contraddizioni della maggioranza. Dove Sandro Bondi, da coordinatore forzista, era a pié fermo al fianco del Capo: «Aboliamo le Pro­vince. Sono un diaframma inutile fra i Comuni e le Regioni». Era il 14 luglio 2007: qualche me­se dopo, con marmorea coerenza, si candidava alla presidenza della Provincia di Massa Carra­ra.

E meno male anche per lui (oggi ministro) che non ce l’ha fatta. Sennò sarebbe andato a ingrossare la folta schiera dei fedeli di sant’Al­fonso Maria de’ Liguori al quale Dio concesse il dono della bilocazione. Cioè quei politici che sono insieme assisi su due poltrone: quella di parlamentare e quella di presidente provincia­le. La legge dice che il presidente di una Provin­cia o il sindaco di una città con oltre 20 mila abitanti non può essere eletto parlamentare? Sì, ma non dice il contrario. Così i casi di dop­pio o triplo incarico si sono moltiplicati. Ades­so sono nove, di cui sei pidiellini: c’è il presi­dente foggiano Antonio Pepe, quella astigiana Maria Teresa Armosino, quello avellinese Cosi­mo Sibilia, quello salernitano Edmondo Ciriel­li, quello napoletano Luigi Cesaro, quello cio­ciaro Antonio Iannarilli... Poi ci sono gli «ubi­qui » della Lega: il presidente biellese Roberto Simonetti, quello bergamasco Ettore Pirovano e quello bresciano Daniele Molgora, che è an­che sottosegretario all’Economia: un esempio di trilocazione mai tentato neppure dal santo fachiro Sai Baba capace al massimo di apparire insieme nell’Andra Pradesh e a Toronto. Chie­derete: ma come fa uno a stare in tre posti di­versi? La risposta la può forse suggerire lo stes­so Pirovano. Il quale il 27 luglio scorso, mentre teneva la giunta a Bergamo, votava alla Came­ra a Roma materializzandosi grazie al tesserino usato al posto suo dal collega Nunziante Consi­glio. Il quale, pizzicato da Fini, disse: «Era un gesto innocente, pensavo stesse per arriva­re... ». Ma se di lunedì ha la giunta! «Oh signur, credevo fosse martedì...».

Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella



Ora Gad scorda gli harem del '68 E processa il corpo delle donne

di Redazione

Le donne del capo? Viene un po’ da ridere, ascoltando i seri dibattiti su sesso e potere, tutti lì a interrogarsi più o meno pudicamente se al leader la diano gratis e per pura soddisfazione oppure in cambio di qualcosa, favori, promesse, speranze o quattrini poco cambia. E ancor più, vedendo lo strappar di vesti e gli strepiti in punta di penna delle femministe più o meno attempate. Più, che meno. Come se avessero dimenticato non solo e non tanto la liberazione sessuale, ma il Sessantotto. Imperversa la sofferenza, la «sudditanza psicologica», la «prevaricazione» del potere, la sindrome di Stoccolma. Insomma, quel sempiterno maschilismo che a ogni puntata tanto indigna Gad Lerner e gli ospiti dell’Infedele. Ma il fascino del leader, le donne che s’offrivano (con l’apostrofo) o “timidamente” si rendevano disponibili ai capi e a chi infiammava le assemblee, sono figliolanza di quel vituperato Sessantotto, hanno segnato con forza il movimento studentesco e i gruppi extraparlamentari. E dev’esserci un motivo, se quasi - non dimenticate il quasi - tutti i soggetti maschi che ancora negli anni ’70 “militavano” e occupavano licei e università, ricordano quegli anni come i migliori della loro vita.

È una fetta di storia poco raccontata, non emerge più nemmeno nelle serate dei reduci, ma anche chi “non ha fatto il Sessantotto” l’ha sempre subodorata. O non erano pruriginose le cronache dei giornali perbene che raccontavano le notti d’okkupazione col sacco a pelo a Lettere, tutto sesso, droga e rock and roll? In realtà il meglio si sviluppava di giorno, sotto la cattedra dell’aula dove si tenevano quelle estenuanti e interminabili assemblee. Altro che la passerella delle veline o l’offerta delle escort, era il mercato dell’acchiappo. Chi parlava meglio al microfono aveva svoltato la serata, poteva scegliere a piene mani guardando il parterre. Quello che eccelleva su tutti gli oratori della giornata svoltava anche il pomeriggio, diversificando. Altro che «il corpo è mio e lo gestisco io», c’era la corsa, da ambo le parti. Il giorno dopo o a fine settimana, nel rendiconto in trattoria, a esibir gli scalpi non erano soltanto i leaderini. Spesso anche una bella ragazza vantava di «essersi fatta» il più ambito.

Quelli della Fgci, i giovani del Bottegone, rosicavano. Si son liberati più tardi, dandosi da fare dopo la scissione del Manifesto, quando hanno visto che i compagni espulsi gli davano giù di brutto. Ma quanto rimediava Franco Piperno, leader di Potere Operaio, non sapeva tenere il conto nemmeno lui, era il più invidiato (dai maschi, ovviamente) di tutta Roma. Una sera, a Campo de’ Fiori, si sono accapigliate in tre per un passaggio nel suo letto. Anche Adriano Sofri era assai ricercato e inseguito dalle compagne, a dimostrazione che il carisma è fatto pure di carni e umori. Certo è l’esagerato culto della personalità che imperava in Lotta Continua, ma dicevano che il leader ce l’avesse pure grande, se non altro per via del «basso ma dotato». Il dirigente Lc di Roma Centro, parliamo già di terze file, non aveva un brutto viso ma era alto un barattolo. Però parlava come un dio greco, incantava anche i serpenti, e scopava come un riccio. Gad Lerner invece, raccontano i suoi compagni, pare che restasse sempre a bocca asciutta. Lanfranco Pace, che allora non era poi così diverso da adesso, mieteva a Ingegneria e in Potere Operaio come un dannato, da stupire anche Piperno.

Domandate a Mario Capanna, se ricorda qualcosa sull’argomento. Oppure ad Aldo Brandirali, prima che imponesse a Servire il Popolo il rigido moralismo del Pci stalinista. Furono anni d’oro quelli, rimediava discretamente anche Renato Mannheimer, dopo un buon intervento. Pure Paolo Mieli, tra Potere Operaio, l’università e i primi grandi passi nel giornalismo, ha raccolto abbondanti grazie dalla militanza movimentista. Se Gianni Mattioli era monogamo e “serio”, è soltanto perché aveva una donna, anzi ce l’ha ancora, che lo avrebbe sbranato. E Stefano Marroni, leader del Tasso? Era della Fgci, ma cavalcava come un gruppettaro.

Più o meno come oggi, te la davano sull’onda del potere, per la forza della parola, o sul mito della forza bruta. Quanto dragavano i migliori del servizio d’ordine al tramonto e i katanga, non immaginate. Ricordate il film «Quando le donne avevano la coda»? Il clima era quello, e quanto fossero belle le prede, basta sfogliare le foto delle manifestazioni d’allora. Nel ’74 all’Argentina, ci fu uno scontro tra il servizio d’ordine di Lotta Continua con quelli di Avanguardia Operaia e del Manifesto che si ergevano a paladini delle prime femministe. Nella corsa al pelo libero e autogestito, gli ex lottatori sostengono ancora oggi di aver vinto loro.

Qualcuno ricorderà la vicenda di Popi Saracino, dirigente del movimento studentesco milanese, che divenuto insegnante fu portato in tribunale da una sua allieva, maggiorenne, che s’era sentita in «costrizione psicologica». Probabilmente Saracino non s’era accorto che il movimento era finito, quel che può avere un leader non è permesso ad un prof, e si beccò 4 anni e 4 mesi. Quattro anni dopo però, nell’85, lo hanno assolto con formula piena.

La morale di questa storia? Difficile distillarla, forse è attaccata ad un pelo. Però, se Berlusconi avesse fatto il Sessantotto, ora forse lo lascerebbero in pace.




L’ex supercarabiniere: Le bugie di Tonino sul caso Ciancimino

di Gian Marco Chiocci

Sulla (presunta) trattativa fra Stato e Antistato mafioso, complice l’ultima puntata di Annozero e le esternazioni del giovane Ciancimino, si è detto di tutto. C’è chi parla oggi quando avrebbe dovuto aprire bocca subito dopo le stragi del ’92. Chi improvvisamente, con 17 anni di ritardo, ricorda dettagli utili alle inchieste sugli attentati a Falcone e Borsellino. Chi tira conclusioni affrettate smentendo quando precedentemente dichiarato in interviste e interrogatori. E c’è chi, come Antonio Di Pietro, conferma di non avere mai avuto niente a che fare con Ciancimino quand’invece uno dei protagonisti di quell’asserita trattativa, l’ex capitano del Ros, Giuseppe De Donno, attraverso il Giornale, sostiene il contrario. L’ennesimo rompicapo ruota intorno a questa asserita «trattativa» che per alcuni è quella (presunta) fra le istituzioni e Cosa nostra, e per altri è invece quella (riscontrata) della trattativa dei carabinieri per convincere Ciancimino a pentirsi. Proprio di quest’ultimo tipo di «trattativa» sarebbe stato a conoscenza Di Pietro, che ieri l’ha negata di nuovo: «Io non ricordo di aver interrogato Vito Ciancimino, e se non me lo ricordo è facile che non sia mai avvenuto. Stamattina ho ricevuto una segnalazione dallo stesso figlio di Ciancimino in cui mi dice che ricorda bene, che quell’interrogatorio non c’è stato». Il leader dell’Idv è smentito dall’ex capitano Giuseppe De Donno, investigatore da sempre nel mirino dei detrattori siciliani dell’Arma. De Donno al Giornale giura di esser stato presente nel 1993, insieme all’ex Pm, a un interrogatorio di Ciancimino a Rebibbia: «Ad Annozero si è cercato di far passare un messaggio molto chiaro, che è stato condito con un pizzico di mistero quando Ciancimino junior ha detto che il padre aveva più volte chiesto di incontrare il dottor Di Pietro e che i pm palermitani glielo avrebbero impedito. A questa affermazione - precisa De Donno - Di Pietro si è meravigliato e lasciando intendere che questa cosa era estremamente importante e, chissà per quale motivo, nessuno gliel’aveva detto. Di Pietro dimentica però che proprio lui, all’epoca Pm di Milano, venne avvisato da noi del Ros della volontà di Ciancimino di incontrarlo e che venne ad interrogarlo nel carcere di Rebibbia nel ’93 alla mia presenza». L’ex ufficiale del Ros si chiede come mai Di Pietro non ricordi «neanche che giudicò non interessante l’interrogatorio di Ciancimino, che non diede alcun peso alle nostre richieste di non sottovalutare le potenzialità collaborative del Ciancimino, e che non diede corso ad altre ipotesi di attività». E ancora. Il non più capitano del Ros annuncia iniziative legali nei confronti di Claudio Martelli e, in subordine, del magistrato Ferraro qualora dovessero confermare nell’interrogatorio di quest’oggi a Palermo il racconto fatto dall’ex guardasigilli ad Annozero, a proposito di un incontro fra De Donno e la Ferraro inerente la trattativa con Ciancimino, incontro di cui la Ferraro avrebbe messo immediatamente a conoscenza il giudice Paolo Borsellino: «L’incontro con la Ferraro nei modi e nei termini riportati da Martelli in tv - sbotta De Donno - non è mai avvenuto. Pertanto, essendo in grado di dimostrare la non veridicità delle dichiarazioni, ho conferito mandato ai miei legali di denunziare tali condotte calunniose e diffamatorie». Tornando alla collaborazione (mancata) di Ciancimino, De Donno si domanda come mai nessun pubblico ministero abbia sentito la necessità di utilizzare in dibattimento le dichiarazioni dell’ex sindaco «che si era soffermato su vari episodi della vita politica palermitana e sull’attività di alcuni personaggi politici siciliani, tra cui anche, e non solo, l’onorevole Leoluca Orlando Cascio», ex sindaco di Palermo, attuale deputato dell’Idv.

Quanto, infine, agli interrogativi sollevati da Di Pietro in trasmissione sul medesimo allarme dei carabinieri che avrebbe raggiunto solo lui e non anche Paolo Borsellino («io ho ricevuto un passaporto falso e sono subito espatriato in Centroamerica, ma nell’agosto del’92 dopo le stragi»), fioccano le smentite. Una è documentale, ed è contenuta nella relazione di servizio del Ros del 19 giugno ’92 dove si dà conto del progetto di attentato. La seconda è condensata nelle parole della vedova Borsellino, Agnese Piraino, ascoltata il 23 marzo 1999 a Calatanissetta: «(...) Il ministro Andò parlò con Paolo nella saletta vip di Punta Raisi, con noi c’era la Ferraro. Gli disse: “So che è arrivata una lettera bruttissima di minacce contro di lei, di morte, oltre che un rapporto del Ros dei Carabinieri. Che che cosa hanno fatto? Ci sono state delle indagini?”. Mio marito era stravolto: “Guardi, disse, il procuratore... questa lettera è arrivata a lui, ma il procuratore non mi ha assolutamente informato”». Quando il Pm le chiede se avesse visto l’informativa dei carabinieri, la vedova Borsellino è categorica: «Sì». Fine delle dietrologie: il giudice era stato avvertito esattamente un mese prima di saltare in aria con la sua scorta in via d’Amelio.

Napolitano giura: "Non sono di parte" Da ministro punì chi indagava sui Ds

«Già da ministro dell’Interno fui uomo delle istituzioni, non di parte». Parola del capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Parola da prendere con le molle se è vero che quando l’inquilino del Colle sedeva giust’appunto al Viminale si rese protagonista di un’iniziativa clamorosa, stigmatizzata dal centrodestra quanto sfruttata dalla criminalità organizzata, tesa a tagliare le gambe agli scomodi reparti speciali delle forze dell’ordine (Ros dei carabinieri, Scico della Guardia di finanza, Sco della polizia) con un apposito decreto ministeriale che porta in calce la sua firma. Successe il finimondo con la direttiva che azzoppò definitivamente i reparti scelti che avevano indagato su Di Pietro e Pacini Battaglia, le coop rosse, i Ds, la Tav, che avevano arrestato Riina, che stavano puntando Provenzano e via discorrendo. Fioccarono le interrogazioni parlamentari. I vertici dei reparti vennero via via rimossi. Protestarono le rappresentanze di base. Alcuni magistrati alzarono la voce contro quel decreto che di fatto rendeva inoperativi i reparti con una scelta d’imperio mirata a togliere la centralità decisionale ai reparti delle tre forze dell’ordine attuando la «frammentazione» degli stessi, ridotti così a meri centri di analisi, raccordo informativo e supporto tecnico, senza più nessun raccordo operativo con le direzioni centrali né uno straccio di coordinamento per la lotta alla mafia, al terrorismo, alla corruzione. Lo «Scico», per dire, tornò a essere quello che era stato in passato il «Ccaico» (centro coordinamento attività investigativa sulla criminalità organizzata) il primo servizio centrale investigativo sulla criminalità organizzata che di fatto fallì perché impegnato in soli compiti di coordinamento informativo. A dimostrazione dei danni fatti dal decreto Napolitano, il comando generale della Guardia di finanza dovette prendere atto, il 4 febbraio 1999, che a seguito della pesantissima ristrutturazione l’attività di contrasto alle mafie aveva subito una «notevole diminuzione». Il capo dello Scico (contro il quale Antonio Di Pietro scrisse una lettera aperta indirizzandola al ministero delle Finanze parlando di «oscure minacce») venne sollevato dall’incarico e spedito a Torino. Idem per il colonnello e il capitano del Gico di Palermo, rimossi entrambi quand’avevano trovato la preziosissima traccia investigativa dell’«insufficienza renale»» di Bernardo Provenzano, la stessa che solo otto anni più tardi porterà all’arresto del boss.

E se attraverso una sofisticatissima interpretazione del decreto-Napolitano i carabinieri riuscirono ad aggirare in parte la tagliola ministeriale inventandosi una sorta di «dipendenza funzionale» con la casa-madre del Ros, lo Sco si ridimensionò a vantaggio delle Squadre Mobili mentre lo Scico difatto venne ammazzato dall’allora comandante generale, Rolando Mosca Moschini, che oggi vediamo (anche ai funerali) sempre un passo indietro al presidente Giorgio Napolitano quale consigliere militare. Nel 1998 il Viminale di Napolitano sciorinò numeri improbabili sulla lotta alla criminalità per tentare di arginare le polemiche. Ma la verità raccontata in imbarazzanti interpellanze fu che numerose e importanti indagini, alcune di rilevantissimo spessore, vennero abbandonate, spezzettate, diluite e disperse in più procure.

Il decreto Napolitano fu la pietra tombale sull’operatività dei reparti scelti, ma la sua promulgazione non passò sotto silenzio. L’allora superprocuratore antimafia, Pierluigi Vigna, se la prese addirittura con Massimo D’Alema che s’era permesso di parlare di potenziamento (sic!) dei reparti operativi e non di ridimensionamento: «No, non è così. Vi è stato un calo sensibilissimo nelle indagini», tuonò. Per Vigna la carenza nella lotta alla grande criminalità veniva aggravata proprio da quella circolare che indebolì il Ros e lo Scico in quanto «non potendo più contare su una direzione centralizzata» erano di fatto «legati alle iniziative delle singole procure». Sempre Vigna sostenne che la circolare ministeriale aveva addirittura violato l’articolo 371bis del codice di procedura penale poiché, come atto amministrativo, non poteva assolutamente modificare una norma di legge. Vi era un problema di legittimità grande come una casa: «Con un decreto - aggiunse - non si può cambiare una legge che ha una forza superiore a un decreto ministeriale». Napolitano riuscì nell’impresa. E quei colleghi parlamentari già sotto inchiesta tirarono tutti un sospiro di sollievo.


Duomo: la guglia «censurata»

Avvenire

Sarà anche bella e famosa, la Madunina tuta dora e piscinina. Però guai a chiedere chi e quando abbia messo lassù colei che rappresenta il simbolo più noto di Milano: non c’è nessuno, meneghino od oriundo, capace di sciorinare sull’unghia la risposta esatta. Se poi si passa al suo piedestallo, ovvero la «gran guglia» che la sostiene in altezze da cui è permesso brillare de lontan, l’ignoranza collettiva si fa ancor più abissale: la cattedrale è tardogotica, sarà dunque dovuto a qualche mastro medievale anche il pinnacolo che la corona a meraviglia (almeno così oggi ci pare)... O al massimo, visto che la «fabbrica del Duomo» si sa essere stata alquanto lenta, la sua punta più alta potrebbe aver sforato dentro il Rinascimento... Più in là, però, sembra davvero impossibile.

E invece quel manufatto aereo e traforato come un merletto a sesto acuto ha soltanto 250 anni e non ha visto nemmeno da lontano gli Sforza, Leonardo, san Carlo Borromeo né Renzo Tramaglino; la guglia maggiore del Duomo venne infatti progettata dall’architetto Francesco Croce nel 1764 e fu costruita nel quinquennio successivo (la Madonnina – opera dello scultore Giuseppe Perego e dell’orafo Giuseppe Bini – fu invece posta in loco nel 1774). Un’opera grandiosa, se si tiene conto che da secoli il coronamento della cattedrale rappresentava un problema insoluto e che la scelta di collocare proprio sopra la cupola una torre di 600 tonnellate di marmo e 40 metri d’altezza rappresentava una decisione alquanto ardita.

Bene fa dunque Marco Castelli a riesumare questa vicenda e il suo protagonista ne Il caso Croce (Ares, pp. 128, euro 15); e lo fa con tinte gialle, come «un delitto mediatico all’ombra della Madonnina». È infatti convincimento dell’autore, ricercatore dilettante ma appassionato nel campo dell’arte, che l’opera dell’architetto Francesco Croce – notevole esponente del «barocchetto» milanese, progettista della facciata di Palazzo Sormani (attuale Biblioteca civica) e del portico della Rotonda della Besana – sia stato volutamente nascosto e censurato: sia per motivi storici, sia per ragioni ideologiche. E anche per questo la Veneranda Fabbrica del Duomo e la Fondazione Collegio Ingegneri e Architetti di Milano organizzano il 28 ottobre, presso il Museo del Duomo, una giornata di studi che si propone di «riabilitare» l’autore della «Gran Guglia».

Anzi, l’ingegner Castelli parla senza mezzi termini di «complotto illuminista» ai danni del povero Croce. Costui, classe 1696, aveva salito dal basso tutti i ranghi della professione fino ad essere architetto del Duomo nel 1760: ovvero proprio l’epoca in cui si scatenava il conflitto tra la Chiesa (quasi unica committente di opere d’arte, e dunque arbitra del gusto comune barocco) e il mondo «laico» ispirato all’«illuminata» sovranità asburgica di Maria Teresa e del figlio Giuseppe II e all’architetto neoclassico Giuseppe Piermarini; tra i rappresentanti della tradizione (in primis il cardinale Giuseppe Pozzobonelli, allora arcivescovo ambrosiano) e gli innovatori, compendiati a Milano nel circolo del «Caffé» dei fratelli Verri e del Beccaria.

Dunque l’ultrassessantenne Croce si trovò a concludere una cattedrale che all’inizio del Settecento si mostrava ancora grandemente mutila e ben diversa dall’attuale, soprattutto nella facciata e nel coronamento superiore. Già Carlo Buzzi nel 1646 per concludere il Duomo aveva elaborato un progetto che era anche stato approvato nel 1653, però mai eseguito (anche se curiosamente venne riprodotto a lungo nelle stampe, come se fosse la vera immagine della chiesa). Un secolo dopo ritentò l’impresa Carlo Giuseppe Merlo, che però moriva nel 1760 lasciando l’incarico di completare l’opera all’assistente Croce. Il quale ripensò da capo la guglia nel senso dell’alleggerimento e della robustezza ed elaborò un progetto con soluzioni molto originali, come l’uso di giunti in ferro che «anticipano» il moderno concetto del cemento armato, approvate per quanto riguarda la resistenza da un giurì di quattro luminari dell’epoca.

Ciò non bastò tuttavia a superare l’esame ben più ideologico dei «novatori», che infatti mossero guerra spietata alla nuova guglia. Pietro Verri la definì «ridicola e bestiale». L’ecclesiastico e scienziato Paolo Frisi scrisse un pamphlet (anonimo) di Brevi considerazioni sopra la Cupola del Duomo che l’accusava di attirare tutti i fulmini della pianura padana. E pare che non piacque nemmeno all’abate Giuseppe Parini... Così anche il suo autore – che «aveva il torto di essere l’ultimo rappresentante superstite del barocco, osteggiato dai giovani illuministi tutti fautori del neoclassico» – venne «oscurato», al punto che il nome non compare nelle guide fino al 1820 ma ancora oggi risulta a malapena citato persino nelle compilazioni che dovrebbero essere esaustive in materia. È vero che – come scrive Castelli – «questa "rimozione" non impedì alla sua opera di divenire un simbolo amatissimo dai milanesi, anzi il simbolo assoluto della "milanesità"»; tuttavia ormai una «riabilitazione» di Francesco Croce s’impone, magari – perché no? – dedicandogli una via: quella che, correndo su un fianco di Palazzo Reale, inquadra alla vista del passante proprio la «Gran Guglia» e, lassù in cima, la bela Madunina.
Roberto Beretta


Mondadori, il Csm promuove il giudice Mesiano

di Redazione

Roma - Promosso il giudice Mesiano. Con una delibera, che ne sottolinea "indipendenza, imparzialità ed equilibrio" il plenum del Csm ha dato una promozione a Raimondo Mesiano, il giudice del tribunale civile di Milano che ha condannato la Fininvest al risarcimento di 750 milioni di euro a favore della Cir di De Benedetti per la vicenda del lodo Mondadori. Una sentenza che è stata pesantemente contestata sia dal presidente del consiglio, che l’ha definita un’enormità giuridica, sia dai capigruppo del Pdl a Camera e Senato che hanno parlato di "disegno eversivo".

Massimo grado Il plenum di Palazzo dei Marescialli ha riconosciuto a Mesiano il massimo grado raggiungibile da un magistrato nella sua carriera, sancendo il superamento da parte sua della settima valutazione di professionalità. Un provvedimento motivato da "indipendenza, imparzialità ed equilibrio" e anche da "capacità, laboriosità, diligenza ed impegno dimostrati" da Mesiano nell’esercizio delle sue funzioni. La promozione è passata all’unanimità e senza nessuna discussione ed era inserita in un ordine del giorno speciale.

Pratica a tutela Il provvedimento è retroattivo, visto che il riconoscimento decorre dal 13 maggio del 2008 e comporterà per il magistrato un aumento di stipendio oltre alla possibilità di concorrere per incarichi che sinora gli erano preclusi. Intanto martedì prossimo la prima commissione aprirà una pratica a tutela di Mesiano, dopo gli attacchi ricevuti per la sentenza sul lodo Mondadori.

La rinascita della Polaroid Nuovo amore per le foto istantanee

Quotidianonet


In controtendenza rispetto al digitale, l’azienda cinese ha infatti annunciato che metterà in produzione il modello di macchina fotografica “Polaroid One Step Camera”, quello più semplice e basico

Roma, 14 ottobre 2009 - Rinasce, in controtendenza rispetto ai tempi dominati dal digitale, la fotografia istantanea analogica, ovvero, la vecchia Polaroid. L’azienda licenziataria del marchio, la Summit Media Group, basata in Cina, ha infatti annunciato che metterà in produzione il modello di macchina fotografica “Polaroid One Step Camera”, quello più semplice e basico.


Le pellicole, o meglio, i “caricatori” come sono detti quelli delle Polaroid, verranno commissionati al cosiddetto “Impossible Project” che è un gruppo di ricercatori e operai che avevano rilevato un vecchio stabilimento in Olanda per cercare di produrre nuove versioni dei vecchi caricatori. Adesso hanno ricevuto la prima commessa: realizzeranno le pellicole marchiate Polaroid in edizione limitata dalla metà del 2010 mentre produrranno su larga scala fin dall’inizio del 2010 una nuova pellicola che si adatta perfettamente alla macchina analogica digitale.


All’inizio sarà solo bianco e nero, poi arriverà il colore. Ma per i fotografi appassionati di questo genere di fotografia avere una pellicola in bianco e nero rappresenta un vero e proprio evento, in quanto sono praticamente esaurite le rimanenze di quelle originali, spesso scadute, che hanno raggiunto prezzi da capogiro al “mercato nero” o su Ebay.


Nel febbraio 2008 la Polaroid aveva annunciato di voler cessare la fabbricazione del supporto dato il calo verticale delle vendite, un anno dopo aver mandato in pensione l’ultimo modello della macchina fotografica nata nel 1948, la “Instamatic”.
Ma la Polaroid evidentemente continua ad avere un senso anche nel mondo digitale. La usano, infatti, alcuni fotografi attratti dalla possibilità artistica di agire manualmente sulla foto in fase di sviluppo (gli scatti manipolati possono assomigliare a quadri).
 

La utilizzano poi truccatori, costumisti e scenografi sui set cinematografici e gli stilisti durante le sfilate di moda (è ancora più comoda della digitale). Poi, chi vuole una fototessera che non sia orribilmente fatta da una macchina automatica si rivolge al fotografo che scatterà, ancora oggi, nel 2009, con una enorme Polaroid nel retrobottega.
 

Qualcuno ancora ne fa uso in campo medico, scientifico e legale.
Agli amanti del vintage piacciono invece quei colori lievemente innaturali che sono propriamente “polaroid”. Se scomparisse del tutto sarebbe come se andasse via per sempre uno sguardo originale sulle cose. A testimoniare l’appeal della Polaroid su migliaia di fan di tutto il mondo c’è il sito Polanoid.net.

Idv: "Parlamento fannullone In un mese solo tre leggi"

Quotidianonet


“Ci si riunisce solo due giorni a settimana" ha detto Antonio Di Pietro, che questa mattina ha manifestato davanti alla Camera, e ha lanciato una provocazione: "Rinunceremo alla diaria per ogni seduta in cui non ci saranno votazioni"

Roma, 14 ottobre 2009 - Italia dei valori denuncia lo scandalo di un “Parlamento fannullone”, che in un mese ha approvato solo 3 leggi perchè i deputati svolgono altre attività e lavorano a Montecitorio solo due giorni a settimana. Per questo Antonio Di Pietro e i suoi parlamentari hanno fatto una breve manifestazione davanti alla sede della Camera dei deputati, con tanto di cartelli, e lanciato una provocazione: rinunceranno alla diaria per ogni seduta in cui non ci saranno votazioni.


Questo è un Parlamento fannullone che si riunisce solo due giorni a settimana - ha detto l’ex pm - solo per due ore al giorno, poi se ne vanno tutti a fare il secondo lavoro. Serve una norma che imponga ai parlamentari di non svolgere altri lavori. Il risultato è che il Parlamento si limita a votare le fiducie e a ratificare i provvedimenti del governo mentre ci sono migliaia di provvedimenti da affrontare nelle commissioni, solo Idv ne ha presentati un centinaio, di cui 25 sulla giustizia”.

 Di Pietro chiede che vengano affrontate immediatamente le proposte di legge di Idv che chiedono “il raddoppio della cassa integrazione da 52 a 104 settimane, la riduzione dell’Irap per le imprese e l’eliminazione delle imposte sulla tredicesima per rilanciare il consumo”.
 

I parlamentari di Idv mostravano cartelli con le scritte “Parlamento fannullone? Colpa del governo”, “Parlamento part time, lavora solo per il premier”, “In un mese approvate solo 3 leggi” e “Pagati per non lavorare”. E’ colpa del governo, insiste il leader di Idv “se siamo costretti a fare niente, a discutere a Porta a Porta delle varie D’Addario o Noemi invece che dei problemi del paese”.

Il capogruppo Donadi ha sottolineato che “la maggioranza è lobotomizzata e non lavora se non riceve ordini da palazzo Chigi. Oggi hanno deciso di ratificare tre Trattati internazionali perché altrimenti non c’era nulla. Perciò l’Idv lancia una provocazione: d’ora in poi se non ci saranno votazioni il gruppo restituirà la diaria e se non accetteranno la nostra proposta la daremo in beneficienza”.

La polizia: "Saviano non doveva avere la scorta"

di Redazione


Milano - "Sull’assegnazione alla scorta a Saviano, il nostro parere fu negativo". Lo rivela, in un’intervista al Corriere della Sera Magazine, il capo della Squadra Mobile di Napoli, Vittorio Pisani, continua parlando al magazine che uscirà giovedì prossimo. A proposito della scorta assegnata tre anni fa all’autore di Gomorra, Pisani racconta: "A noi della Mobile fu data la delega per riscontrare quel che Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli accertamenti demmo parere negativo sull’assegnazione della scorta". "Resto perplesso - aggiunge - quando vedo scortate persone che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, carabinieri, magistrati e giornalisti che combattono la camorra da anni".

Il libro: "Peso mediatico eccessivo" E sul bel best seller tradotto in 43 Paesi, il capo della Mobile dice: "Il libro ha avuto un peso mediatico eccessivo rispetto al valore che ha per noi addetti ai lavori". Secondo il capo della squadra mobile per rapportarsi alla criminalità organizzata bisogna rispettare "delle regole deontologiche" e soprattutto cercare di non dare "un’immagine eroica della lotta alla criminalità" perchè "la lotta alla criminalità è una cosa normale. A cui tutti possono partecipare". Diventato a soli trent’anni capo della omicidi di Napoli, a Magazine Pisani dice la sua anche sulle intercettazioni, di cui invita a considerare l’enorme importanza ai fini delle indagini. "Sono perplesso dal fatto che per autorizzare un’intercettazione ci debbano essere gravi indizi di colpevolezza", spiega.

Napolitano, quel ministro che punì chi indagava sui Ds

di Gian Marco Chiocci


«Già da ministro dell’Interno fui uomo delle istituzioni, non di parte». Parola del capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Parola da prendere con le molle se è vero che quando l’inquilino del Colle sedeva giust’appunto al Viminale si rese protagonista di un’iniziativa clamorosa, stigmatizzata dal centrodestra quanto sfruttata dalla criminalità organizzata, tesa a tagliare le gambe agli scomodi reparti speciali delle forze dell’ordine (Ros dei carabinieri, Scico della Guardia di finanza, Sco della polizia) con un apposito decreto ministeriale che porta in calce la sua firma. Successe il finimondo con la direttiva che azzoppò definitivamente i reparti scelti che avevano indagato su Di Pietro e Pacini Battaglia, le coop rosse, i Ds, la Tav, che avevano arrestato Riina, che stavano puntando Provenzano e via discorrendo. Fioccarono le interrogazioni parlamentari. I vertici dei reparti vennero via via rimossi. Protestarono le rappresentanze di base. Alcuni magistrati alzarono la voce contro quel decreto che di fatto rendeva inoperativi i reparti con una scelta d’imperio mirata a togliere la centralità decisionale ai reparti delle tre forze dell’ordine attuando la «frammentazione» degli stessi, ridotti così a meri centri di analisi, raccordo informativo e supporto tecnico, senza più nessun raccordo operativo con le direzioni centrali né uno straccio di coordinamento per la lotta alla mafia, al terrorismo, alla corruzione. Lo «Scico», per dire, tornò a essere quello che era stato in passato il «Ccaico» (centro coordinamento attività investigativa sulla criminalità organizzata) il primo servizio centrale investigativo sulla criminalità organizzata che di fatto fallì perché impegnato in soli compiti di coordinamento informativo. A dimostrazione dei danni fatti dal decreto Napolitano, il comando generale della Guardia di finanza dovette prendere atto, il 4 febbraio 1999, che a seguito della pesantissima ristrutturazione l’attività di contrasto alle mafie aveva subito una «notevole diminuzione». Il capo dello Scico (contro il quale Antonio Di Pietro scrisse una lettera aperta indirizzandola al ministero delle Finanze parlando di «oscure minacce») venne sollevato dall’incarico e spedito a Torino. Idem per il colonnello e il capitano del Gico di Palermo, rimossi entrambi quand’avevano trovato la preziosissima traccia investigativa dell’«insufficienza renale»» di Bernardo Provenzano, la stessa che solo otto anni più tardi porterà all’arresto del boss.

E se attraverso una sofisticatissima interpretazione del decreto-Napolitano i carabinieri riuscirono ad aggirare in parte la tagliola ministeriale inventandosi una sorta di «dipendenza funzionale» con la casa-madre del Ros, lo Sco si ridimensionò a vantaggio delle Squadre Mobili mentre lo Scico difatto venne ammazzato dall’allora comandante generale, Rolando Mosca Moschini, che oggi vediamo (anche ai funerali) sempre un passo indietro al presidente Giorgio Napolitano quale consigliere militare. Nel 1998 il Viminale di Napolitano sciorinò numeri improbabili sulla lotta alla criminalità per tentare di arginare le polemiche. Ma la verità raccontata in imbarazzanti interpellanze fu che numerose e importanti indagini, alcune di rilevantissimo spessore, vennero abbandonate, spezzettate, diluite e disperse in più procure.

Il decreto Napolitano fu la pietra tombale sull’operatività dei reparti scelti, ma la sua promulgazione non passò sotto silenzio. L’allora superprocuratore antimafia, Pierluigi Vigna, se la prese addirittura con Massimo D’Alema che s’era permesso di parlare di potenziamento (sic!) dei reparti operativi e non di ridimensionamento: «No, non è così. Vi è stato un calo sensibilissimo nelle indagini», tuonò. Per Vigna la carenza nella lotta alla grande criminalità veniva aggravata proprio da quella circolare che indebolì il Ros e lo Scico in quanto «non potendo più contare su una direzione centralizzata» erano di fatto «legati alle iniziative delle singole procure». Sempre Vigna sostenne che la circolare ministeriale aveva addirittura violato l’articolo 371bis del codice di procedura penale poiché, come atto amministrativo, non poteva assolutamente modificare una norma di legge. Vi era un problema di legittimità grande come una casa: «Con un decreto - aggiunse - non si può cambiare una legge che ha una forza superiore a un decreto ministeriale». Napolitano riuscì nell’impresa. E quei colleghi parlamentari già sotto inchiesta tirarono tutti un sospiro di sollievo.



Aulla, lavoratori ditta sequestrano il sindaco

di Redazione


Aulla - Dopo il sequestro dei manager arriva il sequestro dei sindaci. La clamorosa protesta è stata messa in atto ad Aulla (Massa Carrara) dai lavoratori della "Costa Mauro", un'azienda che tratta i rifiuti. Stamani hanno invaso la sede del Comune e "sequestrato" il sindaco Roberto Simoncini nel suo ufficio per protestare contro il rischio di licenziamento. Si rifiutano di farlo uscire perché vogliono attirare attenzione sulla loro sorte. Alcuni lavoratori sono saliti sul tetto della palazzina, dichiarando di essere pronti anche a gesti estremi, se non si interverrà a salvaguardia del loro posto di lavoro.

Stabilimento chiuso I 57 dipendenti dell’azienda stamani hanno trovato i cancelli dello stabilimento chiusi. La proprietà ha spiegato che la provincia di Massa Carrara ha vietato arrivo e trattamento dei rifiuti provenienti dalla Spezia. Pertanto l’attività è stata interrotta.

Accertamenti Gdf La Costa è al centro di accertamenti della Finanza per presunte irregolarità contabili, ma si è dichiarata "estranea ai fatti contestati". Il sindaco di Aulla ha firmato un’ordinanza nella quale impone alla "Costa Mauro" lo smaltimento dei rifiuti: ma la situazione appare complessa. Se non interverrà un accordo fra province e regioni confinanti in tema di conferimento di rifiuti, i 57 rischiano il posto. Con i soli rifiuti dell’area della Lunigiana, l’azienda non sarebbe in grado di garantire il lavoro. Da qui la clamorosa decisione di occupare. 

Londra, mistero sull'impronta di Da Vinci

La Stampa


Un capolavoro perduto di Leonardo da Vinci sarebbe stato identificato da alcuni esperti d'arte che avrebbero riconosciuto sul dipinto un?impronta digitale dell'artista. Venduto da Christie's a New York per 19.000 dollari nel 1998, il ritratto, inizialmente attribuito ad un artista tedesco d'inizio Ottocento, sarebbe dunque il primo dipinto del maestro italiano a venire alla luce in più di un secolo e varrebbe oltre 100 milioni di sterline.
(Nella foto: a sinistra un presunto autoritratto di Leonardo da Vinci, a destra il quadro "del mistero")

Ad essere convinto dell'illustre paternità dell'opera - in gesso e inchiostro su pergamena e delle dimensioni di 33cm x 24cm - è Martin Kemp, professore emerito di Storia dell'Arte all'università di Oxford, che ha sottoposto il quadro ad una serie di osservazioni ed analisi.

Dalle immagini scattate con una macchina fotografica multispettrale, in grado di evidenziare i diversi strati di colore, Peter Paul Biro, un esperto d'arte canadese ha identificato un'impronta digitale che secondo Kemp e altri studiosi sarebbe molti simile ad un'altra impronta del maestro italiano, trovata sul "San Girolamo" dei Musei Vaticani un'opera dipinta da Leonardo nei suoi anni giovanili quando non aveva ancora alcun assistente.


FOTOGALLERY

Guantanamo: quando le guardie si convertono all'Islam

La Voce

Clamoroso caso di conversione di uno dei soldati di guardia ai detenuti della superprigione
Alla base della conversione il rapporto tra un giovane soldato e un marocchino poi risultato innocente


Guantanamo - Hanno le catene ai piedi e si muovono barcollando. Ma la maggior parte del tempo se ne stanno rinchiusi in gabbie anguste come quelle da circo. Sono i detenuti di Guantanamo. La prigione, che sorge in terra cubana, doveva simboleggiare la vittoria dell’America su Al Qaeda e l’affermarsi della Dottrina Bush sul Globo. Ma ecco che accade l’impensabile. Proprio lì, nel luogo  simbolo della guerra al terrore, uno dei mastini adibiti alla guardia di questi nemici della libertà si converte all’Islam. 

Era il 2005 e Terry Holdbrook, 20 anni, della compagnia 464 della polizia militare si trovava a Guantanamo da poco più di sei mesi. Accompagnare i detenuti agli interrogatori, sorvegliarli e impedire che comunicassero tra loro. Queste le sue mansioni principali. Ma i turni di notte erano sfiancanti, “non c’è niente da fare - ha raccontato Hodbrook al settimanale americano Newsweek- il tempo non passa mai, non rimane che occuparsi facendo le pulizie, leggendo, o parlando con i detenuti”. Fu proprio durante una di queste lunghe  notti afose che il giovane attaccò a chiacchierare con il prigioniero 590, un marocchino che tutti chiamavano “il Generale”. 

Ahmed Errachidi, questo il vero nome dell’uomo, parlava bene l’inglese. L’aveva imparato in Inghilterra, dove aveva lavorato come cuoco per 18 anni. Gli raccontò del calvario iniziato con un viaggio d’affari in Pakistan, il cui scopo era trovare i soldi per fare operare il figlio. Di essere stato catturato e venduto alla Cia per 5mila dollari. E delle tante torture subite. Il giovane americano gli parlò invece della sua infanzia, dei suoi genitori tossici che lo hanno sempre trattato come un peso, del suo bisogno di stabilità, di spiritualità. Il maghrebino gli rispondeva citando i profeti e le parole del suo Dio. 

Il ragazzo iniziò a interessarsi all’Islam, comprò libri, cercando di imparare i fondamenti della lingua araba. Poi una notte si rivolse a Errachidi, gli passò un pezzo di carta attraverso la grata della sua gabbia, e gli chiese si scrivergli le parole della Shahada in inglese, che pronunciò ad alta voce. Holbrook entrò così a far fa parte della Umma dei credenti, di quel miliardo di esseri umani che pregano rivolti alla Mecca. 

In realtà, all’interno del famigerato carcere pare che i contatti tra prigionieri e guardiani fossero quotidiani: Errachidi, che ha passato cinque anni a Guantanamo, ed è stato liberato alla fine del 2007 ha detto che “i prigionieri spesso parlavano con le guardie, che dimostravano loro un certo rispetto. Parlavamo di tutto – ha affermato Errachidi - politica, religione, delle cose che ci dividevano e delle cose che ci uniscono”. Da parte sua, il neoconvertito Holdbrook, ha dichiarato che non era il solo ad essere convinto che la maggior parte dei detenuti non fossero belve assetate di sangue come erano state presentate. 

Christopher Arendt, anche lui guardiano, ha tenuto una serie di conferenze per denunciare il trattamento dei prigionieri di Guantanamo. Il settimanale Newsweek ha pubblicato le dichiarazioni di un altro soldato, Brandon Nilly: “l’entusiasmo per la missione l’abbiamo perso tutti molto presto. Sia io che altri ci chiedevamo il motivo per cui trattassero quelle persone tanto duramente e anche se fossero veramente terroristi”. 

Un’inchiesta condotta dal giornale inglese London Time nel 2007 ha effettivamente confermato la versione dei fatti di Errachidi e ha portato alla sua liberazione. Holdbrook vive a Phoenix, in Arizona, non beve alcol, non mangia maiale ed è uno dei pilastri della piccola comunità musulmana locale. Oltre ad essere uno dei simboli viventi del fallimento della dottrina che Guantanamo rappresenta. 

Massimo Alberico


Guantanamo: la Svizzera ospitera' i detenuti rilasciati

La Confederazione si ritira dalla missione antipirateria "Atalanta"

Berna (dal nostro corrispondente) - La Svizzera si è detta disponibile ad ospitare alcuni dei detenuti di Guantanamo, per i quali gli Usa hanno fatto cadere tutte le accuse di terrorismo internazionale. La proposta ha acceso il dibattito politico, tra chi è contrario, e chi è favorevole ad accogliere i musulmani ingiustamente detenuti nel carcere militare sull'isola dell'Avana. Una volta deifnito l'accordo tra Washington e Berna, i rilasciati potrebbero trovare rifugio nella capitale elvetica, dove si trova un centro della Crioce rossa per il recupero dei detenuti sottoposti a tortura.

Il ministro della difesa Ueli Maurer ha annunciato il "disimpegno" della Confederazione elvetica dalla missione internazionale antipirateria "Atalanta", calcolando in 300 milioni di franchi il costo per la partecipazione alle missioni fuori dal territorio svizzero, contro i 70 ufficialmente messi a bilancio. Maurer ha auspicato un maggior impegno di Berna nelle missioni di pace.

Ellis Mais




























Vittorio Sgarbi shock: 'Sono stato molestato da un prete'

La Voce


Il critico d'arte dichiara che quando si trovava al collegio, un prelato inizio' ad abusare di lui

Roma – Vittorio Sgarbi, ospite da Barbara D’Urso, ha fatto una dichiarazione scioccante. Nonostante il critico d’arte sia famoso per le sue uscite di grande impatto, durante la scorsa puntata di Domenica Cinque ha lasciato davvero tutti di sasso. Prendendo parte a un dibattito riguardante gli stupri e le molestie, il politico ha dichiarato che nella sua infanzia ha subito molestie sessuali da parte di un prete. Si trovava, infatti, in un collegio, ha confidato, quando improvvisamente fu chiamato in camera da letto dal prelato il quale iniziò ad abusare di lui. Tuttavia la dichiarazione scioccante di essere stato molestato da un prete pedofilo, non lo fa soffermare nei particolari.

Dopo aver valutato attentamente l’evento, Vittorio Sgarbi dice di provare un profondo disgusto, repulsione, ma anche pietà e si sentirebbe pronto anche a perdonare. Continua commentando il fatto, aggiungendo che si sentirebbe pronto a perdonare il prelato, nonostante non veda l’ora di vederlo dietro le sbarre per tutta la vita. La dichiarazione delle molestie del critico d’arte ha lasciato ovviamente tutti di sasso, tuttavia si pensa che nelle prossime puntate del contenitore domenicale di canale 5 Vittorio Sgarbi possa raccontare di più.

Chiara Bianchi

Bomba in caserma, interrogatorio per Game. E spunta una foto al Ciak

Corriere della Sera

Il libico era presente ai disordini in cui rimase coinvolta Daniela Santanchè, che manifestava contro il burqa


MILANO - Sarà interrogato questa mattina Mohamed Game, 35 anni, il libico che lunedì scorso ha fatto esplodere un ordigno all'esterno della caserma Santa Barbara a Milano. L'uomo che si trova ricoverato all'ospedale Fatebenefratelli ha subito nei giorni scorsi alcuni interventi chirurgici con cui è stata amputata la mano destra e sono stati saturati i bulbi oculari, tutte parti del corpo gravemente danneggiate dall'esplosione. Ieri la Digos e i militari del Ros impegnati nelle indagini hanno fermato due presunti complici dell'uomo responsabili di averlo accompagnato nell'acquisto del nitrato di ammonio, sostanza utilizzata per preparare l'ordigno. L'interrogatorio adesso dovrà chiarire le motivazioni alla base del gesto anche se, come gli stessi investigatori continuano a precisare, i tre non sarebbero collegati a organizzazioni terroristiche internazionali.

I DISORDINI AL CIAK - E intanto spuntano alcune foto di Mohamed Game alla preghiera finale del Ramadan al teatro Ciak - Fabbrica del Vapore: in quell'occasione Daniela Santanchè, leader del Movimento dell'Italia, aveva deciso di manifestare contro l'uso del burqa. La Santanchè denunciò di essere stata aggredita, colpita da un uomo con un braccio ingessato e gettata a terra. Ricoverata al pronto soccorso del Fatebenefratelli, ne era uscita con un referto di contusioni toraciche estese, con una prognosi di venti giorni. Nelle foto si riconosce bene Mohamed Game, attorniato da altri fedeli, che discute animatamente con le persone del gruppo della Santanché. La presenza di Game alla preghiera del Ramadan era già stata segnalata da Abdel Hamid Shaari, presidente dell'Istituto islamico milanese di viale Jenner.

Giappone, compagnia aerea consiglia: "Pipì prima dell'imbarco"

Quotidianonet


La compagnia All Nippon Airways (Ana) ha escogitato un modo curioso di ridurre il peso al decollo e risparmiare quindi in kerosene invitando i passeggeri a passare dalla toilette prima dell’imbarco

Tokyo, 14 ottobre 2009- La compagnia aerea giapponese All Nippon Airways (Ana) ha escogitato un modo curioso di ridurre il peso al decollo e risparmiare quindi in kerosene: non limitando il numero dei bagagli, ma invitando i passeggeri a passare dalla toilette prima dell’imbarco.


I test sulla nuova procedura sono iniziati dallo scorso primo ottobre e riguardano 38 voli interni e quattro rotte internazionali. Secondo i calcoli del vettore se anche solo la metà dei passeggeri seguisse il consiglio le emissioni di carbonio verrebbero ridotte di 4,2 tonnellate al mese. 

La misura varata dall’Ana fa parte del programma sperimentale battezzato “e-flight” e che comprende altre iniziative quali la sostituzione nei servizi di bordo delle bottiglie di vino di vetro con contenitori in plastica, più leggeri.

L’emergenza estetica nell’Italia maschilista

Corriere della Sera

Video

Allarme. Massima attenzione. Al­tro che emergenza democratica. Il Pa­ese sta attraversando un’emergenza estetica. Sulle nostre reti tv circolano ancora donne non corrispondenti al Canone Unico Nazionale (Cun) di gio­ventù e bellezza. Appena una settima­na fa, a Porta a Porta , il premier ha stanato Rosy Bindi. Non è bastato, an­zi: col suo «lei è più bella che intelli­gente », Berlusconi ha fatto imbestiali­re molte donne, chiaramente brutte e/o vecchie. Hanno molto protestato online; e tuttora, a giorni di distanza, frange estremiste di diversamente belle si aggirano per la penisola of­frendo le loro foto alla stampa estera e danneggiando l’immagine dell’Ita­lia. No, per carità, stavamo scherzan­do. L’ultima notizia non è vera. Le al­tre sì.

E il Cun c’è sul serio, sottotraccia, da anni. Per anni non ci abbiamo fat­to caso; magari convinte di essere avanzate e spiritose. Non eravamo co­me le americane, che per un battuto­ne sul lavoro minacciano cause da ot­tocento milioni di dollari. Noi ne ri­diamo. Né come le tedesche, con quelle scarpe comode ma orrende. Noi anche in ufficio arranchiamo sui tacchi. Né come le norvegesi, che per legge occupano la metà dei posti nei consigli di amministrazione. Iddio ci protegga dalle quote rosa; ci bastano le nostre scarse e molto rosee coopta­zioni. E via così. Oltretutto: gli uomi­ni italiani eterosessuali sono abituati benissimo. Possono tornare a casa, non cucinare, rilassarsi su vari canali guardando ragazze poco impegnati­ve e seminude. Per informarsi posso­no cliccare sui siti di news e distrar­si con parate di bellezze esotiche in tanga. Quando i soliti stranieri mole­sti ci chiedono «Non vi dà fasti­dio? », noi italiane rispondiamo «Non tanto»; più che altro per assue­fazione. Perché siamo parecchio assuefat­te, ed è un guaio collettivo.

Chi scri­ve l’ha detto e noiosamente lo ripe­te: cari connazionali, che senso di sé avreste se da quando siete piccoli fo­ste stati bombardati da immagini di fanciulli muti e discinti che affianca­no anziane signore petu­lanti? Se i pettorali e i glu­tei maschili venissero usa­ti per pubblicizzare qua­lunque cosa? Se aveste ri­petutamente visto rispet­tabili signori in età discu­tere e subito venire zittiti perché — a parere dell’in­terlocutrice — sono brut­ti? Non vi sentireste, for­se, tanto bene. Bè, la me­dia donna italiana è cre­sciuta così. E, in caso si sia temprata e si sia dedi­cata a migliorare le capaci­tà professionali invece dei muscoli addominali, nien­te sconti: lavorerà, ma in sala macchine. Ad appari­re saranno le belle, giova­ni e toniche. In tv come in politica. Dove il principale partito di opposizione ha inseguito il leader della maggioranza con trucchet­ti di immagine un po’ patetici (due capolista attraenti e ventenni alle ele­zioni 2008); e il leader della maggio­ranza ha scelto deputate e ministre di grandi doti anche estetiche. Alcu­ne sarebbero perfette in tv. Anzi, vengono dalla tv, come Mara Carfa­gna. E’ ministro delle Pari opportuni­tà, non ha detto una parola sugli in­sulti a Bindi. In effetti, a parte casi unici come Giorgia Meloni, le donne Pdl non hanno detto una parola su­gli insulti a Bindi. Sono lontani i tem­pi in cui le parlamentari, da An a Ri­fondazione, lavoravano insieme a leggi per le donne. E manifestavano insieme, in jeans, davanti a Monteci­torio, perché la Cassazione aveva de­ciso che se una ragazza porta i panta­loni stretti non è stupro.

Anche oggi ci sarebbero battaglie comuni da fare: contro un maschili­smo prepolitico-prevalente nella po­litica e nei media. E ora una minoran­za in aumento sta, come si diceva una volta, prendendo coscienza. Si soffre guardando documentari co­me Il corpo delle donne di Lorella Za­nardo, scaricabile online; si protesta via Web quando la dignità delle don­ne viene offesa; si rimbeccano i ma­schi che ti danno della strega inacidi­ta e ti dicono «non ti lamentare, stai benissimo, protesta invece per le donne islamiche» (sacrosanto; ma quelli che dicono così ricordano tan­to le nonne che gemevano «finisci la fettina, pensa agli indiani che muoio­no di fame», e non si capiva in che modo il nostro ingozzarsi avrebbe portato vantaggi agli indiani; delle donne senza potere non possono aiu­tare le donne senza diritti, oltretut­to). E si conta sui ragazzi, spesso più avanzati dei padri (o dei nonni; l’at­tuale emergenza misogina è in gran parte provocata da persone anziane; da rispettare, se rispettano noi; e poi speriamo, non si può non farlo).

Maria Laura Rodotà

La terza età di Terminator

Corriere della Sera

Secondo il sito Drudgereport l'immagine sarebbe all'origine della legge firmata dal governatore della California contro i paparazzi


WASHINGTON – L’impietosa fotografia del “Terminator”, invecchiato e ingrassato, è una vendetta del Drudgereport.com, un sito conservatore che non ha perdonato ad Arnold Schwarzenegger, un repubblicano, di essere diventato “verde” tanto meno di essersi offerto a Obama come ministro dell’ecologia una volta finito di fare il governatore della California tra poco più di un anno. Il sito la ha lanciata con una bizzarra spiegazione.

REGOLAMENTO DI CONTI -
Secondo Drudgereport, la foto scattata a tradimento ha mandato in bestia “Schwarzy” e lo ha spinto a firmare una nuova legge contro i paparazzi; un regolamento di conti insomma, una rappresaglia tra l’ex attore e i suoi eterni nemici. In base alla nuova legge i paparazzi non solo saranno multati - come già accade - se violeranno il diritto alla riservatezza delle loro vittime, saranno anche processati insieme con i giornali e le radio tv che useranno le loro fotografie. La decadenza fisica di Schwarzenagger, peraltro relativa – quanti sessantenni sono in condizioni peggiori delle sue! – è dovuta a una serie di malanni che gli hanno impedito di continuare a esercitarsi come in gioventù, allo stress del suo lavoro e all’amore per la buona tavola e per i sigari.

TERMINATOR - Rispetto alle foto di superpalestrato di trent’anni fa, il “Terminator” è quasi irriconoscibile. Ma per gli americani, “Schwarzy”, come viene chiamato affettuosamente, resta una icona del culturismo e del cinema. La foto anzi invita gli americani a meditare sul fatto che il mondo della politica non è più misericordioso di quello dello spettacolo. L’ex attore è messo alla berlina dallo zoccolo duro del partito per la sua indipendenza. Oltre che la politica ambientale di Obama, Schwarzenagger appoggia anche la sua riforma sanitaria, un tradimento stando ai repubblicani. Caretto

Ennio Caretto
13 ottobre 2009

Non è stato un mercenario» I pm riabilitano Quattrocchi

Corriere della Sera


La Digos: gli 007 sapevano in anticipo del sequestro

GENOVA

È a un passo dall’archivia­zione l’inchiesta aperta a Genova nel 2004, dopo la morte di Fabrizio Quattroc­chi in Iraq, per arruolamento illegale al­l’estero. Il pubblico ministero Francesca Nanni ha chiesto l’archiviazione delle ac­cuse contro Paolo Simeone e la sua ex col­lega, Valeria Castellani, indagati in base al­l’articolo 288 del codice penale che appun­to punisce «l’arruolamento o l’armamen­to non autorizzato al servizio di Stato este­ro ». Paolo Simeone, ex lagunare e ex vo­lontario dell’organizzazione non governa­tiva Intersos, è l’uomo che avrebbe contat­tato per la missione in Iraq Fabrizio Quat­trocchi, poi ucciso dalle «Brigate Verdi». Ma il punto su cui la Procura ha cercato in questi anni di far luce non è il contatto tra Simeone e la squadra di Quattrocchi (ab­bastanza scontato), è invece la caratteristi­ca di quell’arruolamento: si può configu­rare come un’attività da mercenari?

Quattrocchi e gli altri tre italiani seque­strati il 12 aprile 2004 in Iraq, Maurizio Agliana, Salvatore Stefio e Umberto Cuper­tino, svolgevano, hanno affermato i super­stiti, attività di security: non azioni di guerra ma sicurezza personale. Non mer­cenari ma bodyguard. Il servizio, hanno detto, si svolgeva all’interno dell’albergo Babylon o come guardie del corpo nelle trasferte. Per definire i mercenari, soldati senza divisa al soldo di uno Stato estero, la legge italiana indica alcuni requisiti, co­me, ad esempio, quello di partecipare a «incursioni dirette a mutare l’ordine costi­tuzionale di un Paese». Il confine è quello fra la guerra, o la guerriglia, e la security.

La richiesta di archiviazione della Pro­cura genovese propende evidentemente per la seconda ipotesi. La decisione, ora, spetta al gip: può accogliere e archiviare come richiesto o rimandare al pm le carte. L’esito non è scontato. A Bari è in corso un processo contro Salvatore Stefio, rapi­to con Quattrocchi, e Giampiero Spinelli proprio in base all’articolo 288 del codice penale. La materia è controversa e soprat­tutto non esistono precedenti cui fare rife­rimento.

Le terribili circostanze della morte di Quattrocchi (che disse «Vi faccio vedere come muore un italiano» ai suoi carnefi­ci) sono destinate a far discutere ancora. Anche perché nelle carte della Procura di Genova è contenuto un documento che pone alcuni interrogativi. È un rapporto della Digos che documenta come due gior­ni prima del rapimento avvenuto il 12 aprile un agente del Sisde abbia telefona­to a un dirigente della Digos parlando di due genovesi rapiti in Iraq e chiedendo in­formazioni su Quattrocchi e Luigi Valle. Valle, amico di Quattrocchi, in quei giorni si trovava a Genova, circostanza che la Digos appurò subito. Nella telefonata del­l’agente dei servizi — avvenuta il 10 apri­le mentre il dirigente della Digos era di servizio allo stadio di Marassi — si faceva riferimento anche all’Isba, (Investigazio­ni, bonifica, servizi di sicurezza e allar­mi), una delle società con sede a Genova per cui aveva lavorato Quattrocchi.

Diver­si elementi, non solo il nome di Quattroc­chi, ma anche della società Isba, vengono segnalati due giorni prima che il rapimen­to abbia luogo. Dopo il sequestro la Digos fa un rapporto sulla telefonata e la cosa ri­mane agli atti. La sera del 10 aprile la noti­zia che «un genovese» era stato sequestra­to in Iraq circolò confusamente nelle reda­zioni locali, senza trovare conferma. Un lancio dell’agenzia «Reute» aveva parlato di «quattro italiani» rapiti ma come il cer­chio si sia poi stretto sulla città di Genova e sul nome di Quattrocchi — che verrà ef­fettivamente sequestrato due giorni dopo e ucciso con un colpo di pistola alla testa — rimane un mistero.

Erika Dellacasa