venerdì 9 ottobre 2009

Haider, l'amico segreto "Otto anni d'amore"

Quotidianonet


In un'intervista esclusiva alla 'Bild' parla il cameriere di 31 anni con il quale l'ex leader dell'estrema destra austriaca aveva una relazione. Il giorno dell'incidente mortale avrebbero fatto sesso per ben due volte

Berlino, 9 ottobre 2009 - Per otto anni Joerg Haider ha avuto un amante segreto, un cameriere di 31 anni con il quale fece sesso per due volte il giorno dell’incidente d’auto in cui morì, l’11 ottobre 2008. A rivelarlo è lo stesso ex compagno del leader dell’estrema destra austriaca, Renè, in un’intervista esclusiva alla ‘Bild’.

Quel giorno "Joerg era stato da me dalle 16 alle 18.30 ed era partito dandomi un bacio e dicendomi: ’Ci vediamo più tardi' ", ha raccontato Renè. Poi andò alla discoteca ‘Le Cabaret’ e al ritorno "abbiamo fatto di nuovo sesso", ha aggiunto, finchè dieci minuti dopo mezzanotte ripartì per recarsi nello ‘Stadtkraemer’ (un locale gay, ndr), dove lo aspettava il suo portavoce, che era geloso ma non sapeva nulla di noi due".

Alle 0.45 Haider chiamò Renè dal locale per proporgli di dormire da lui, ma il cameriere rifiutò perchè il giorno dopo aveva un colloquio di lavoro. "Ancora oggi ho molti rimorsi, perchè se avessi dormito a casa sua, lui non sarebbe partito in macchina ed oggi sarebbe ancora vivo", ha spiegato.

L’amico gay del defunto governatore della Carinzia ha assicurato che quando Haider lasciò la sua abitazione era sobrio. "Non riesco a capire come potesse aver bevuto tanto alcol, poichè non l’ho mai visto bere forti bevande alcoliche, ma solo vino bianco. Nello ‘Stadtkraemer' è rimasto appena tre quarti d’ora".

Il cameriere racconta di aver conosciuto Haider durante un congresso religioso a Villach e di essere stato abbordato in quell’occasione. "Mi ha invitato a bere qualcosa, poi ci siamo scambiati i numeri di cellulare - racconta Renè - ma due giorni dopo ero già a casa sua. Io dormivo da lui nella ‘Stadhaus’ (la residenza ufficiale del governatore, ndr) e lui a casa mia. Ci vedevamo almeno tre volte alla settimana. Per la sua età era un uomo molto attraente e di grande fascino, ma evitavamo di farci vedere in pubblico, poichè Klagenfurt è una città troppo piccola. Amavamo cucinare insieme e lui amava la pasta più di ogni altra cosa".

"Haider era un uomo sensibile e generoso, che mi ha fatto molti regali - prosegue -. Una volta mi ha regalato un laptop, in modo che potessimo scambiarci ogni giorno messaggi email. Era un uomo molto positivo, che cantava già la mattina alle 7 quando era in bagno".

Renè sottolinea che Haider non ha mai pensato di abbandonare la famiglia e che lui non glielo ha mai chiesto, poichè "per lui la famiglia era tutto e non avrebbe mai lasciato la moglie". "Una volta mi disse che l’amava - ha rievocato Haider - ma la sua famiglia deve essere stata a conoscenza della sua doppia vita. Non mi sono mai recato sulla sua tomba per timore di incontrare la vedova".

Fonte AGI

Arrestato ad Aosta "il più grande truffatore al mondo"

Quotidianonet

Carlo Caresana, 71 anni, originario di Genova, è stato arrestato. Nella notte tra mercoledì 7 e giovedi’ 8 ottobre ad Aosta. Il quotidiano inglese “Sunday Telegraph”, lo ha definito “il più grande truffatore del mondo”. In tanti anni di raggiri è riuscito ad incassare circa trecento miliardi


Aosta, 9 ottobre 2009 - Aveva fatto della truffa un'arte, ma ora Carlo Caresana, 71 anni, originario di Genova, è stato arrestato. Nella notte tra mercoledì 7 e giovedi’ 8 ottobre è stato fermato dagli agenti della squadra mobile della Questura di Aosta, diretti da Alessandro Carmeli, sulla base di un ordine di carcerazione emesso dalla Procura generale di Firenze.


Caresana, condannato complessivamente a diciotto anni di carcere per reati come truffa, falso, bancarotta fraudolenta ed altro da Tribunali inglesi ed italiani e’ stato definito dal quotidiano inglese “Sunday Telegraph”, come “il più grande truffatore del mondo”. Nella sua attività, iniziata alla fine degli anni Settanta, e’ riuscito ad incassare circa trecento miliardi di lire, imbrogliando importatori e banche di tutto il mondo.


A Londra, dove, nel 1994, era stato condannato a dieci anni di carcere, aveva falsificato documenti e timbri doganali con i quali vendeva merce inesistente: un imprenditore arabo, ad esempio, gli aveva pagato quattro miliardi di lire per una fornitura fantasma di zucchero ma nel suo curriculum ci sono truffe nei confronti di banchieri,industriali e funzionari di Governo in Francia, Regno Unito, Ungheria e Taiwan ai quali proponeva acquisti di tondini di ferro, caffè, semi di girasole e zucchero di canna.


Caresana abitava in una lussuola villa a Genova Nervi: appassionato di calcio ed era riuscito a comprarsi il Livorno Calcio e successivamente la squadra del Rapallo. Dopo essere sfuggito all’arresto, negli anni Novanta aveva spostato la sua residenza a Nizza, in Francia, dove e’ stato pero’ scovato dalla Polizia francese nel 2003 ed estradato in Italia nel 2004.


Carlo Caresana ha scontato fino ad ora quattro anni e cinque mesi di carcere: l’uomo e’ stato sorpreso dagli agenti in un albergo di Aosta. Alla vista dei poliziotti si e’ sentito male e’ ed stato portato al Pronto soccorso da dove e’ stato poi trasferito in carcere.

Francia, in manette un ingegnere del Cern: progettava attentato

di Redazione


Parigi - Li hanno arrestati ieri a Vienne, nel dipartimento dell'Isere. La zona al confine tra Francia e Svizzera. Due fratelli francesi di origine algerina. Uno ha 32 anni ed è ingegnere al Cern, il centro di ricerca nucleare con sede a Ginevra. Secondo gli investigatori dell'antiterrorismo francese che gli stavano dietro da un anno e mezzo, sarebbe in contatto con al Qaida e avrebbe fornito le indicazioni per colpire all'interno del territorio francese. In manette insieme a lui il fratello, di 25 anni. Secondo il ministro dell’Interno, Brice Hortefeux, "l’inchiesta chiarirà quali fossero gli obiettivi in Francia e indicherà probabilmente che abbiamo evitato il peggio".

Gli arresti I due fratelli, di 25 e 32 anni, sono stati fermati dalla polizia a casa loro. Gli inquirenti inoltre effettuato delle perquisizioni nell’abitazione sequestrando due computer portatili, tre hardware e alcune chiavette Usb.

Contatti I due uomini sono sospettati di essere stati in contatto via internet con membri di Al-Qaida del Maghreb islamico (Aqmi), succeduto nel 2007 al gruppo salafista algerino Gspc. L’Aqmi, è particolarmente attivo nei Paesi del Maghreb, ma anche in Mauritania e in Mali. ha raccolto nel 2007 l’eredità del Gspc algerino (Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento). L’organizzazione è in particolare attiva nei Paesi del Maghreb, in Mauritania e in Mali.

Liste obiettivi È il maggiore dei due fratelli l’oggetto dei sospetti più gravi, ma non sembrerebbe essere mai passato ai fatti. Sempre secondo le fonti, aveva delle "attrazioni" verso il mondo dell’estremismo ma "non sembra aver commesso atti materiali di preparazione" di attentati. Fra i vari scambi via internet all’attenzione degli inquirenti, con persone note perché vicine all’Aqmi, sarebbero state ritrovate anche delle liste di potenziali obiettivi stilate dall’ingegnere. 

G8 di Genova, 10 condanne in appello

Corriere della Sera

La sentenza al processo per i manifestanti accusati
di devastazione e saccheggio: pene aumentate


GENOVA - Dieci condanne e quindici tra assoluzioni e prescrizioni: è quanto stabilito dai giudici della corte d’Appello di Genova nell'ambito del processo a carico di 25 dimostranti accusati di devastazione e saccheggio durante le manifestazioni del G8 del 2001 a Genova. La pena più alta, 15 anni di reclusione, è stata comminata nei confronti di Francesco Puglisi, condannato in primo grado a 10 anni e 6 mesi di reclusione. Pene severe anche per Vincenzo Vecchi, condannato a 13 anni, Marina Cugnaschi a 12 anni e 3 mesi, Luca Finotti a 10 e 9 mesi e Alberto Funaro a 10 anni. Pene leggermente più lievi per Carlo Aculeo, Antonino Valguarnera e Carlo Cuccomarino, condannati ad 8 anni di reclusione e per Dario Ursino e Ines Morasca, che dovranno scontare rispettivamente 7 anni e 6 anni e 6 mesi di carcere.

CARICA ILLEGITTIMA - Pene aumentate dunque per i dieci manifestanti condannati. Gli altri giovani che si trovarono coinvolti negli scontri del 20 luglio in via Tolemaide -causati, secondo i giudici, da una carica "illegittima" dei carabinieri - sono invece stati assolti. Sono state emesse pene per complessivi 98 anni e 9 mesi di reclusione (108 anni in primo grado). Alle parti civili infine (Banca Carige, un privato, il Ministero della Difesa, la Presidenza del consiglio dei ministri e il Ministero degli Interni) sono stati liquidati danni per 23 mila euro.

L'AVVOCATO: «CONDANNE ABNORMI» - L’avvocato Laura Tartarini, che difende alcuni manifestanti accusati di devastazione e saccheggio durante gli scontri di piazza del G8 del 2001 a Genova, ha parlato di "condanne abnormi". parlando della sentenza della Corte d’Appello. «Non sono abituata a criticare così aspramente le sentenze - ha spiegato Tartarini - ma il fatto che nella stessa settimana siano stati assolti i vertici della polizia e condannati i manifestanti, con pene in alcuni casi comparabili al reato di omicidio, fa pensare che per giudicare i fatti di Genova i giudici abbiano usato due pesi e due misure».

COMITATO VERITA' E GIUSTIZIA PER GENOVA - Sulla sentenza è intervenuto con una nota anche il «Comitato per la verità e giustizia su Genova»: «La sentenza di oggi è scioccante. Pene così pesanti, fino a 15 anni, per persone accusate di reati contro le cose, e non contro le persone, sono del tutto sproporzionate e fuori anche dal senso comune. Al G8 di Genova l'uccisione di una persona è stata archiviata senza processo e le inusitate violenze compiute da uomini in divisa contro persone indifese, alcune ferite molto gravemente, sono state punite con pene lievi, per lo più coperte dalla prescrizione. Questa ingiusta e inedita sproporzione, più che a un paese democratico fedele allo stato di diritto, fa pensare alle sanzioni inflitte dagli stati autoritari contro i dissidenti. E' una sentenza inquietante e dovrebbe allarmare tutti».

Tre milioni di persone non possono comprare neppure da mangiare

Quotidianonet

Roma, 8 ottobre 2009 -  Il 4,4% delle famiglie italiane - ossia tre milioni di persone - vive sotto la soglia della povertà alimentare: è quanto emerge da una ricerca realizzata dalla Fondazione per la Sussidarietà insieme alle università Cattolica e Milano-Bicocca. Il limite al di sotto del quale scatta l’allarme indigenza è 222,29 euro di spesa per cibo e bevande: al Nord, la media è di 233-252 euro, al centro 207-233 e al Sud 196-207 euro. Dalle cifre, emerge così che un milione e mezzo di famiglia si trova in grave difficoltà ad acquistare quelli che sono prodotti necessari per vivere come pane, pasta e carne.

Nella ricerca, emerge che la caduta in stato di povertà è stata provocata, nel 59%, dalla perdita o mancanza di occupazione; seguono i problemi di salute (30%), o anche la morte di un familiare (15%), la separazione dal coniuge (15%), mentre nel 3% dei casi non c’è stato alcun evento critico. La maggior parte degli intervistati, poi, e cioè il 57% vive in affitto mentre è singolare quello che rispondono alla domanda «se avessi 1.000 euro al mese...»: il 40,6% spenderebbe questi soldi per cure mediche o per il dentista, una percentuale analoga per comprare alimentari di qualità, e c’è anche un 4% che li impiegherebbe per comprare un gioiello o un sofà nuovo. Dall’indagine si rileva inoltre che le famiglie alimentarmente povere hanno una spesa media di 155 euro al mese, a fronte di una spesa media equivalente è di circa 525 delle famiglie non povere. E se quest’ultime comprano principalmente carne o mangiano spesso fuori, quelle povere invece hanno un carrello della spesa riempito in particolare da pane e cereali: non spendono, o spendono pochissimo, per bevande, gelati e ovviamente per mangiare pesce.

fonte agi



Mills corrotto da Berlusconi' Il pg: 'confermate condanna 4 anni e 6 mesi di carcere'

Quotidianonet

Milano, 9 ottobre 2009

Il Procuratore Generale ha chiesto la conferma della condanna a 4 anni e 6 mesi dell’avvocato inglese David Mills, accusato di "corruzione per atti giudiziari" per aver testimoniato il falso a favore di Silvio Berlusconi in alcuni processi a suo carico. Secondo il pg Laura Bertolè Viale, Mills "non è meritevole di riduzione della pena" rispetto alla condanna di primo grado.

La requisitoria del Pg, soprattutto tecnica sui fatti emersi nel processo di primo grado, ha sottolineato più volte come "la corruzione" del legale inglese da parte di Silvio Berlusconi sia "stata dimostrata" senza dubbi.

Lo ammetterebbe addirittura lo stesso legale secondo il Pg in una lettera scritta in occasione di un procedimento contro di lui in Inghilterra per spiegare l’origine di una somma di denaro finita nelle sue disponibilità: "Sono stato risarcito - ricorda Mills - perchè ho fatto quello che dovevo fare. Nulla di più", alludendo, secondo l’accusa, ai 600mila dollari oggetto di questo processo. E davanti al Pm e in altre occasioni durante l’istruttoria del procedimento di primo grado, "per ben 12 volte - ha insistito il Pg - Mills ha dato la versione che i soldi gli erano stati dati da Carlo Bernasconi (all’epoca dirigente nel gruppo Fininvest) su incarico del dottore".

Poi la ritrattazione: "’Quei soldi me li ha dati Diego Attanasio' (imprenditore napoletano ndr...) ma - ha ribadito Laura Bertolè Viale - è stato smentito dallo stesso Attanasio. La ritrattazione non sta in piedi. E Berlusconi sappiamo che è stato assolto al processo Arces (quello per le presunte tangenti alla Guardia di Finanza ndr...) a seguito della deposizione di Mills". Da qui la richiesta della conferma della condanna di primo grado.

Il prossimo 27 ottobre il processo d’appello all’avv. inglese David Mills. Il processo si è aperto oggi con la requisitoria del procuratore generale Laura Bertolè Viale che ha chiesto la conferma della pena a 4 anni e 6 mesi. Successivamente è stata la volta della parte civile per conto della presidenza del Consiglio Gabriella Vanadia a chiedere il risarcimento di 250mila euro. "La reticenza di Mills è pacifica - ha sostenuto - la sua confessione però costituisce la prova piena del reato. È vero che poi ha ritrattato ma solo perchè era certo di aver fatto il delitto perfetto". L’udienza è stata quindi aggiornata e le prossime sono state fissate per il 15, il 19 e il 27 ottobre quando è prevista la riunione dei giudici in camera di consiglio per la sentenza.

agi


Omicidio Reggiani: giudice contro giudice

Il Tempo

Resistere a un tentativo di rapina non è un'attenuante per il rapinatore. Un principio che, secondo una logica di giustizia, dovrebbe essere dato per scontato. Ma così non è stato. In primo grado, infatti, i giudici non concessero l'ergastolo all'assassino di Giovanna Reggiani proprio per questo motivo. Ieri, nelle motivazioni della sentenza d'appello, i togati di secondo grado hanno spiegato perché hanno deciso di dare l'ergastolo al romeno Nicolae Romulus Mailat.

Non solo. Nel documento si legge che l'uomo aveva dei complici, che il 30 ottobre 2007 a Tor Di Quinto, lo aiutarono a uccidere e violentare la donna. E vanno individuati. Per questo i giudici d'Appello, dopo aver «bacchettato» i colleghi, hanno inviato gli atti alla Procura affinchè si compiano accertamenti per completare indagini «che non furono approfondite». Una critica neppure tanto velata agli investigatori. Una vera e propria censura dell'operato della III Corte di Assise di Roma quella fatta dalla prima Corte di Assise d'Appello di Roma, che il nove luglio scorso, riformando la sentenza di primo grado (condanna a 29 anni) comminò l'ergastolo al romeno.

Le ventinove pagine delle motivazioni scritte dal presidente Antonio Cappiello, e depositate ieri, rivisitano radicalmente la vicenda processuale dell'omicidio rispetto alle valutazioni espresse in primo grado. «La difesa è sempre pienamente legittima - scrive il collegio di secondo grado - tanto che il legislatore ha previsto un'apposita esimente proprio in caso di resistenza, anche violenta, anche armata, per opporsi ad una violenza ingiusta. Non si comprende - si legge nelle motivazioni - il motivo per cui, nel caso di specie, la resistenza della vittima possa costituire un'attenuante per l'aggressore facendone scaturire l'omicidio. Mailat poteva benissimo desistere senza continuare ad usare quella disumana violenza contro la signora Reggiani, seviziandola crudelmente, violenza che ne ha causato la morte».

Secondo la corte, insomma, «non può essere addotta a scusante la resistenza della vittima anche se "fiera"». Il giudice di primo grado «è incoerente - scrive ancora il presidente Cappiello - perchè mentre sostiene la scelleratezza e l'odiosità del fatto commesso in danno di una donna inerme e da un certo momento in poi esanime, dall'altro ritiene che l'omicidio sia stato del tutto occasionale perchè causato dallo stato di ubriachezza e dalla fiera (!) resistenza della vittima. Come se commettere un reato in stato di ubriachezza volontaria costituisse una necessaria diminuente mentre il legislatore ha previsto, addirittura, che in caso di ubriachezza procurata la pena deve essere aggravata».

Per concludere, la Corte ha ordinato la trasmissione degli atti alla procura «perchè proceda nei confronti di persone da identificare per il concorso nei reati attribuiti a Mailat» e ciò relativamente alle affermazioni fatte da Nicolae Clopotar un testimone che ha affermato che l'assassino di Giovanna Reggiani «non era solo quella sera ma era con altre due persone».

Maurizio Gallo

La sonda ha bombardato la Luna

Corriere della Sera

Un razzo Centaur si è schiantato sul cratere lunare Cabeus alla ricerca di eventuali riserve idriche

MILANO - A segno la prima fase della missione della Nasa per cercare acqua sulla Luna. la sonda Lcross (Lunar Crater Observation and Sensing Satellite), partita a giugno dalla base di Cape Canaveral, in Florida, ha lanciato un missile Centaur che ha colpito un cratere lunare a 9mila chilometri all'ora con una potenza pari ad una tonnellata e mezzo di dinamite. Centaur si è schiantato sul cratere lunare Cabeus vicino al Polo Sud lunare, seguito dalla «sonda madre». L'impatto a oltre 7 mila chilometri orari è avvenuto alle 7:33 ora di Cape Canaveral, con alcuni minuti di ritardo sull'orario previsto, sollevando una nube di polvere lunare.

QUATTRO MINUTI DI FOTOGRAFIE -
La sonda ha avuto quattro minuti di tempo per fotografare e filmare ciò che è successo dopo l'impatto, nella speranza che il bombardamento confermi le tracce d'acqua scoperte dalla sonda indiana Chandrayaan-1. In questo caso l'uomo potrebbe tornare sulla luna impiantando una bese spaziale, ipotesi che, se approvata dalla casa Bianca, si trasformerà in realtà nel 2020.


Non può permettersi le zebre Così lo zoo dipinge due asini

Ma un parco safari di Tel Aviv: «Vi mandiamo noi due esemplari non contraffatti»


MILANO - Abituati a sopravvivere tra mille difficoltà i residenti della Striscia di Gaza non potendosi permettere una coppia di vere zebre per il loro mini-zoo hanno fatto di necessità virtù e hanno dipinto due asini.

CONFINI BLOCCATI - Il colpo di genio è opera di Nidal Barghouthi, figlio del proprietario del Marah Land Zoo costretto a fare i conti con un conflitto (l'offensiva israeliana «Piombo fuso») che lo scorso gennaio ha decimato gli animali. Non solo. Con un embargo che gli impedisce di importare nella Striscia di Gaza nuovi animali, per far passare attraverso i tunnel una sola zebra gli avevano chiesto 40.000 dollari. Secondo il quotidiano Yediot Ahronot, i gravi danni provocati quest'anno a Gaza dalla operazione «Piombo fuso» non hanno risparmiato il modesto zoo Zaitun, dove ormai restano in prevalenza cani e gatti e dove una delle attrazioni maggiori sono appunto «gli asini a strisce».

STRISCE BIANCONERE - Barghouthi a colpi di rasoio ha prima depilato i due asini e poi li ha dipinte a strisce bianconere. «Volevamo solo portare allegria e gioia ai bambini che sono venuti a visitare lo zoo durante la festa dell Eid al-Fitr» che segna la fine del Ramadan, ha spiegato il ragazzo.

«VE NE DIAMO NOI DUE VERE» - La notizia delle zebre contraffatte è arrivata però alle orecchie del sindaco di Ramat Gan, cittadina nei dintorni di Tel Aviv, in Israele, che ha invitato i responsabili del locale parco safariad un gesto di solidarietà animalesca, chiedendo loro di inviare al più presto al piccolo zoo di Gaza due zebre «autentiche». Non sono dunque rimasti insensibili alla notizia, riportata con enfasi dalla stampa israeliana, dei bambini palestinesi costretti per penuria di risorse ad ammirare solo animali «contraffatti». Ma la operazione potrebbe non essere semplice perchè dovrà essere approvata adesso non solo dalle autorità veterinarie, ma anche dal ministero della difesa, dall'esercito israeliano nonchè dai responsabili di Gaza: ossia dai dirigenti di Hamas.

I miei anni da indagato, la gioia dell’assoluzione»

Il Secolo xix

Coinvolto nella maxi inchiesta della procura di Sanremo “tangenti & mattoni”, l’ex funzionario del Comune di Taggia, Paolo Basso, mercoledì mattina assolto con formula piena da tutte le accuse, ha deciso per la prima volta di parlare della sua odissea giudiziaria


«Non ho mai perso la fiducia nella giustizia. Sapevo che prima o poi la verità sarebbe stata accertata e che da questa vicenda giudiziaria sarei uscito a testa alta. Tuttavia, sono stati anni difficili, durante i quali sono stato costretto a svolgere il mio lavoro, ad affrontare la gente, con una spada di Damocle sulla testa. Il sospetto è uno stato, una condizione che non può non tormentarti. Ora è tutto finito, ma servirà tempo, molto tempo per dimenticare. E non so neppure se ci riuscirò».

Cinquantatrè anni, geometra,, Paolo Basso è uno dei tre ex funzionari del Comune di Taggia coinvolti nell’inchiesta “mattoni & tangenti”, assolti mercoledì mattina dal tribunale di Sanremo dall’accusa di corruzione, in concorso con l’imprenditore Giuseppe Bianchi e l’ex sindaco della cittadina Lorenzo Barla. Per Basso, in realtà, il pm aveva chiesto la riqualificazione del reato in abuso d’ufficio, prospettando però una condanna non meno pesante rispetto alla contestazione originaria: 2 anni e sei mesi di reclusione.

«Il fatto non sussiste», hanno deciso i giudici. Basso, che all’epoca dei fatti rivestiva il ruolo di responsabile dello Sportello per l’edilizia, era stato l’unico, nell’ottobre del 2005, a individuare delle irregolarità nella costruzione del centro commerciale Leclerc e della galleria Shopville, con la privatizzazione di una strada pubblica. E ad assumersi la responsabilità di firmare l’ormai noto provvedimento che revocava il nulla osta per l’apertura dei negozi. «Era complice, ha firmato per paura», le accuse della squadra mobile. Ma il tribunale ha sancito che non era così. E che quel provvedimento era fondato, legittimo, dovuto.

Ma la verità è stata accertata dopo quattro anni. Troppi?
«I tempi della giustizia li conosciamo. Quel che conta, adesso, è che nel dispositivo della sentenza è scritto in modo inequivocabile che il geometra Basso Paolo è innocente. Quando, nel primo pomeriggio di mercoledì, ho ricevuto la telefonata del mio avvocato, Aldo Prevosto, ho provato una gioia incredibile».

Vuole provare a spiegarla?
«Bisognerebbe vivere l’esperienza che ho vissuto in tutti questi anni per avere un’idea del senso di liberazione che ha fatto seguito a quella telefonata. Perchè un conto è sentirsi innocente, un altro vederlo stabilire da un collegio di giudici. E’ più facile spiegare lo stato d’animo che ha caratterizzato
 il mio percorso giudiziario e le conseguenze che si sono riflesse sul lavoro e nel rapporto con gli altri».

Lei, professionalmente, è stato costretto a “emigrare” in un altro Comune.
«E’ successo nel maggio del 2006, ma nessuno mi ha costretto. E’ stata una scelta personale. A Taggia non ero più nella condizione di essere sereno. Diciamo che il clima si era fatto pesante, avvertivo difficoltà ambientali. Nel mio ruolo dovevo avere relazioni con il pubblico, e quando si è colpiti dal sospetto, diventa una sofferenza mantenere la necessaria serenità. Qui, nel municipio di Riva, mi trovo benissimo. Ho anche acquisito una piccola promozione, nel senso che, oltre all’edilizia privata, mi è stato affidato anche il settore dei lavori pubblici».

Pochi o tanti coloro che le hanno voltato le spalle?
«Gli amici, quelli veri, non mi hanno mai fatto mancare affetto e solidarietà. Ma non è facile stabilire se tutti fossero o meno in buona fede, se si trattasse di comportamenti di facciata. I dubbi rimangono ma, come ho già detto, quel che conta è il pronunciamento del tribunale. Essere stati assolti già in primo grado è motivo di grande soddisfazione».

Mai perso fiducia nella giustizia?
«No. Quando si è animati dalla forza della correttezza e della buona fede, si va avanti, si affrontano indagini e processo, non ci si arrende di fronte agli ostacoli, ai momenti di sconforto, che sono inevitabili quando ti vengono contestati reati come la corruzione».

Ora che ha vinto la sua battaglia, tornerà a lavorare in Comune a Taggia?
«Non dipende da me. Ho trascorso diciotto anni in quegli uffici, conosco la città e il suo territotio palmo a palmo. Sì, in effetti tornerei volentieri a Taggia, ma adesso è presto per pensare a un nuovo trasloco. Come non è stato facile sopportare le sofferenze di questi anni, non è facile smaltire la gioia che mi ha procurato il verdetto di mercoledì. Ci sarà un tempo anche per ripensare il mio futuro. ma in questo caso sarà io a decidere».

Il prete ringrazia la ditta del boss Scoppia nuova polemica in Sicilia

Quotidianonet

Dopo l'episodio del presidente dell'Akgragas, infuria la bufera su un sacerdote che ha ringraziato pubblicamente una ditta di costruzioni tra i cui proprietari figura un imputato di mafia


Cattolica Eraclea (Agrigento), 8 ottobre 2009 - Non bastava la dedica al boss mafioso del presidente dell'Akgragas calcio (poi costretto a dimettersi), una nuova polemica si è scatenata in Sicilia. Nella bufera è finito un sacerdote, don Nino Giarraputo, reo di avere ringraziato pubblicamente una ditta di costruzioni di Favara (Agrigento), tra i cui proprietari figura un imputato di mafia.

Le parole "incriminate" sono state pronunciate davanti al vescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, nella chiesa di Cattolica Eraclea. Ad ascoltarle in prima fila anche il capo dei vigili urbani, gli amministratori con la fascia tricolore e i parrocchiani accorsi per dare il benvenuto all’arciprete nel giorno del suo insediamento. Il clima era di festa, fino a quando l’arciprete, rivolgendosi al vescovo seduto dietro l’altare della chiesa, ha detto: "Le nostre chiese hanno bisogno di tanta attenzione e noi gliela daremo in tutti i modi e sono certo che anche le imprese di Favara non mancheranno, come la Catena costruzioni della famiglia Valenti-Pitruzzella".


Il video della cerimonia è finito su Youtube e la ditta, a cui si fa riferimento, è anche dell’imputato per mafia Santo Pitruzzella. La procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta, dopo che i carabinieri hanno inoltrato una informativa sul discorso d’insediamento del parroco. "Si tratta di un atto dovuto - ha detto il procuratore di Agrigento Renato Di Natale - per valutare bene i fatti".

Don Giarraputo getta acqua sul fuoco: "Non capisco il clamore che stanno suscitando le mie parole, ho solo ringraziato l’impresa che ha realizzato i lavori di costruzione e manutenzione nella chiesa di Favara dove sono stato prete per tre lustri".

Ma la curia di Agrigento, con una nota, esprime il suo rammarico. "La chiesa - scrive - ha sempre denunciato qualsiasi mentalità mafiosa e condanna ogni azione macchiata da illegalità e criminalità". Per la Curia ‘’le dichiarazioni dei singoli sacerdoti, e nel caso specifico quelle fatte da don Giarraputo, che possano prestare il fianco ad interpretazioni dubbie o suscitare scandalo in chi ascolta vengono fortemente condannate come inopportune e dannose". E precisa inoltre che "per le costruzioni di nuovi edifici di culto ci si avvale di tutte le indicazioni richieste dalla legge, esigendo dalle ditte appaltatrici il certificato antimafia rilasciato dalla Camera di Commercio".

Sindaco d'Imperia a domicilio Ascolterà chi lo invita a cena

Libero


Farà il sindaco a domicilio in cambio di un pasto caldo. Il primo cittadino di Imperia, Paolo Strescino (Pdl), ha pensato a come risolvere le sue serate: andrà a casa dei concittadini che lo inviteranno, metterà le gambe sotto il desco e cenerà. Allungando intanto le orecchie ai problemi dei commensali. Il gradito ospite, da parte sua, dice che ci metterà il vino. Lo aveva promesso già in campagna elettorale che sarebbe stato il più vicino possibile ai suoi concittadini, e fin dall'inizio ha inventato le riunioni decentrate della Giunta, proprio per dimostrare una vicinanza ai problemi della città.
Non voleva farlo soltanto in maniera ufficiale, a Palazzo, dove comunque riceve il pubblico ogni settimana. Desiderava un modo più informale, e ne è venuta fuori l'idea. A cena ci si rilassa, si diventa amici, si discute di tutto e magari salta fuori anche qualche trovata geniale. A partire dalla prossima settimana, chi lo desidera può invitare il Sindaco a cena a casa propria: basta telefonare ai numeri 0183 701474 - 701475, oppure inviare una e-mail all'indirizzo sindaco@comune.imperia.it. La segreteria terrà conto dell'ordine cronologico delle chiamate, ma anche di un accenno alle problematiche da affrontare e alla localizzazione geografica dei richiedenti, in modo da “ragionare” a 360 gradi.
Il sindaco detta pure il menu: non chiede niente di sofisticato, vuole prodotti nostrani semplici e genuini. Nella sue serate a domicilio, sarà di volta in volta accompagnato da un assessore  o da un dirigente, scelto in base al tipo di problemi accennati nell'invito. Per il momento, in via sperimentale, l'invito a cena è previsto una volta al mese, poi si vedrà.