giovedì 8 ottobre 2009

Lucarelli chiude il Corriere di Livorno

Corriere della Sera


«non ho più né le forze economiche né morali per andare avanti»


L'annuncio dell'editore-calciatore: «Colpa della crisi e dello scarso interesse degli imprenditori»

LIVORNO - «Attualmente, complice la crisi, le copie vendute al di sotto delle aspettative e lo scarso interesse (per paura di ritorsioni) di imprenditori contattati per affiancarmi in questa avventura, mi hanno fatto riflettere sull'eventualità di cessare le pubblicazioni del Corriere di Livorno entro la fine del 2009». Era nato il 9 settembre 2007. L'editore-calciatore Cristiano Lucarelli affida l'annuncio-choc della possibile chiusura del suo quotidiano in un editoriale (il primo in due anni di vita) apparso in prima pagina. Ultimo tentativo prima di alzare bandiera bianca, per ammissione dello stesso Lucarelli, sarà quello «di vendere il giornale ai semafori con gli strilloni». Ma se le copie non aumenteranno, ammette Lucarelli terminando l'editoriale, quello sarà l'ultimo tentativo, poi il giornale chiuderà: «Voglio avere la coscienza serena di chi ha dato il massimo sempre e comunque, dentro e fuori dal campo, per amore della propria città».

L'EDITORIALE - Eppure, in questa avventura all'inizio Lucarelli aveva creduto moltissimo fino a fargli dire nell'editoriale rivolto ai lettori che, dopo il boom di vendite del primo giorno, si era illuso «di diventare, in un futuro, il successore di Spinelli alla guida del Livorno». Ma le cose non sono andate come aveva sognato e, scrive nell'editoriale, nonostante abbia «creato una ventina di posti di lavoro tra redazione e concessionaria di pubblicità, con persone assunte per lo più dalle liste di collocamento», in città il giornale non è stato vissuto come una risorsa per la città, ma solo come «il Corriere di Lucarelli». «Ho investito - conclude Lucarelli - un milione e seicentomila euro senza ottenere i risultati sperati, non ho più né le forze economiche né morali per andare avanti».

Amarcord

Sartori, la procura riformula l'accusa: omicidio volontario per la morte del bimbo

Corriere di Bologna

Non più omicidio colposo, ma omicidio volontario. La procura ha chiesto in udienza preliminare di modificare il capo d'imputazione per Guido Sartori, il medico ayurvedico accusato di aver sospeso le medicine a un bambino affetto da fibrosi cistica fin dalla nascita (in seguito morto, a sei anni, nel 2006). La procura, che aveva chiesto il rinvio a giudizio per omicidio colposo, oggi davanti al giudice ha chiesto di modificare il capo d’imputazione, accusando il medico di omicidio volontario, nella specifica formula del dolo eventuale: la colpa di chi adotta un certo comportamento assumendosi i rischi di quello a cui questo atteggiamento può comportare. In pratica il medico, stando all'accusa mossa dalla procura, sospendendo la terapia tradizionale e prescrivendo solo tisane alle erbe e polveri minerali, avrebbe accettato il rischio del possibile aggravamento (ed eventuale morte, come poi è stato) delle condizioni del piccolo paziente. Dell’inchiesta si è occupata il pm Antonella Scandellari. La decisione di richiedere un diverso capo d'imputazione è nata dopo una rilettura di tutta la vicenda e della documentazione raccolta in vista dell’udienza preliminare. Il processo è stato aggiornato al 10 dicembre.

LA VICENDA - L’inchiesta fu aperta nel giugno del 2006 dalla Procura di Teramo (nelle cui vicinanze il bambino, originario di Cavalese in provincia di Trento, morì durante un periodo di vacanza), approdò poi a Bologna perché lo specialista ha lo studio sotto le Due Torri. Sartori, che ha 53 anni ed è laureato in Medicina, è anche il presidente della Atah, Associazione pazienti ayurvedici. Nel corso delle indagini ha sempre negato di essere stato lui a ordinare la sospensione delle cure tradizionali. «Io non ho mai detto loro di abbandonare la medicina tradizionale, quando vennero da me avevano già smesso di andare al Centro specialistico di Verona», si difese Sartori.



Il no dei cinque giudici nominati dal Quirinale

Corriere della Sera

È arrivata la decisione che s’intravedeva già prima della discussione e della camera di consiglio. Nelle ultime settimane i giudici costituzionali avevano studiato e cominciato ad affrontare tra loro il nodo del Lodo Alfano, sciogliendolo (a maggioranza) con l’idea di rispedire al mittente una legge illegittima.

L’altro ieri hanno ascoltato gli avvocati, tutti schierati a difesa della norma bloc­ca- processi per le più alte cariche dello Stato, ma senza cambiare idea. Anzi. Qualche accen­no nelle arringhe ha convinto almeno un pa­io di indecisi a dire che proprio no, un Lodo così fatto e così scritto non andava bene.

Qualcuno nella minoranza di chi voleva salvare la norma, almeno nella parte che so­spendeva il processo milanese a carico di Sil­vio Berlusconi per la presunta corruzione del­l’avvocato Mills, ha provato a proporre le co­siddette «soluzioni intermedie»: sancire l’in­costituzionalità ma sanandola con una sen­tenza che lasciasse intatta la parte che più in­teressava il governo e la maggioranza che lo sostiene. Non ce l’ha fatta, e nemmeno ha in­sistito più di tanto. Ha capito in fretta, dopo la decisa introduzione del relatore Gallo, che le sue argomentazioni erano troppo deboli ri­spetto al «macigno» già individuato dalla maggioranza dei giudici: una legge illegitti­ma due volte, nella forma e nella sostanza. Perché doveva essere costituzionale e non or­dinaria; e perché il principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge è uno di quei capisaldi che per essere intaccato ha bisogno di tali giustificazioni, filtri e controfiltri (co­m’era ad esempio la vecchia immunità parla­mentare abrogata nel ’93) che forse il Lodo Alfano non sarebbe andato bene nemmeno nella veste di una riforma della Costituzione. Ovviamente bisognerà attendere le moti­vazioni della sentenza, ma ieri sera era que­sta la più accreditata interpretazione della de­cisione della Corte. Le voci che filtrano dalla riservatezza che avvolge il palazzo della Con­sulta parlano di una votazione finita 9 a 6 in favore della bocciatura, ma qualcuno ipotiz­za un scarto addirittura maggiore, 10 a 5 o anche di più. Circolano liste di nomi coi voti espressi, verosimili ma senza certezze. Nel­l’elenco di chi avrebbe voluto mantenere in vita la legge ci sono i tre giudici votati dal Parlamento e indicati dal centrodestra (Fri­go, Mazzella e Napolitano) più due o tre elet­ti dalle alte magistrature. Tutti gli altri si so­no detti contrari (compresi i cinque nomina­ti dal capo dello Stato e il presidente della Corte Amirante, che nel 2004 aveva steso le motivazioni della bocciatura del Lodo Schifa­ni), al termine di una camera di consiglio dai toni rimasti sempre pacati e tutto sommato sereni. Anche da parte di chi vedeva profilar­si la sconfitta e ha tentato di scongiurarla confidando sui desideri istituzionali di una soluzione meno traumatica.

Nemmeno l’argomento che ancora ieri se­ra veniva sbandierato dai parlamentari del centrodestra (la sentenza sul Lodo Schifani non aveva detto che serviva una legge costi­tuzionale) ha fatto breccia tra i giudici. Che in grande maggioranza, 11 su 15, non faceva­no parte del collegio del 2004. Però sanno leg­gere le motivazioni dei giuristi; è vero che nel precedente verdetto è scritto che il vec­chio Lodo era illegittimo «in riferimento agli articoli 3 e 24 della Costituzione», senza men­zionare il 138 che regola le riforme della Car­ta, ma subito dopo c’era un’aggiunta: «Resta assorbito ogni altro profilo di illegittimità co­stituzionale ». Il che può significare che una volta individuate le due violazioni citate pote­vano essercene anche altre, ma si decise di non entrare nel merito. Perché considerate «assorbite», appunto, dalla prima bocciatu­ra.

Questa dunque la sintesi della discussione di palazzo della Consulta, per come s’è svolta sul piano tecnico e giuridico. Però tutti i giu­dici erano consapevoli che la loro decisione avrebbe avuto anche significati ed effetti poli­tici, e quindi può esserci una lettura anche «politica» della sentenza. C’è chi pensa, ad esempio, che con questo verdetto la maggio­ranza degli inquilini della Consulta ha voluto rivendicare la propria autonomia rispetto a qualunque pressione o tentativo di influenza­re le proprie decisioni; dai più felpati ai più espliciti, come la drammatizzazione dell’atte­sa nei palazzi della politica, gonfiata dalle di­chiarazioni sempre più allarmate accavallate­si fino a pochi minuti prima della sentenza.

La Corte ha fatto vedere di essere imperme­abile a tutto ciò, e ha fatto sapere che se si vogliono riformare la Costituzione e i suoi principi fondamentali bisogna farlo con chia­rezza e con le procedure previste, non attra­verso qualche scorciatoia. È come se le argo­mentazioni usate nell’udienza pubblica dai difensori di Berlusconi su una Costituzione materiale ormai diversa da quella scritta — quando l’avvocato Pecorella ha evocato un capo del governo eletto direttamente dal po­polo; o quando l’avvocato Ghedini ha soste­nuto che la legge è uguale per tutti ma la sua applicazione no — avessero svelato un tenta­tivo di cambiare le regole (o darle per cambia­te) senza rispettare le procedure. Disegnan­do una situazione di fatto diversa da quella scritta nelle leggi, e prima ancora nella Costi­tuzione. Così non è e non può essere, hanno stabilito i giudici della Consulta. Certamente alcune immunità o protezioni dai processi penali si possono prevedere e stabilire, ma as­sumendosi la responsabilità di farlo con gli strumenti adeguati. Che non a caso prevedo­no l’ipotesi del referendum confermativo. Passando da quella porta la riforma è pratica­bile, altrimenti no. Anche quando le esigenze della politica fossero diverse.

Giovanni Bianconi

Vicesindaco ai vigili: almeno 12 multe

Corriere Fiorentino

Lettera riservata finisce online. La difesa: non è un ordine. Controlli e contravvenzioni con minimo garantito

SANSEPOLCRO - Un ordine di servizio, un atto ufficiale che do­veva, nelle intenzioni dell’amministrazione co­munale, restare riservato e che invece è stato re­so pubblico da un giornale online locale, sta su­scitando grande scalpore a Sansepolcro, paese di 16.300 abitanti in provincia di Arezzo. Il per­ché si capisce leggendo il documento, scritto dal vicesindaco della cittadina, Simone Mercati, e indirizzato al capo della polizia municipale lo­cale, Brunella Proietti. Oggetto: «La sicurezza pubblica - Innalzamento standard – Adozione di nuovo modello operativo – Disposizioni per­manenti ». «E’ ferma intenzio­ne di questa amministrazione dare risposta concreta e tempe­stiva alle pressanti istanze di si­curezza che provengono da va­ri strati della cittadinanza», si legge nel documento. Per far­lo, il vice sindaco elenca alcu­ne «attività strumentali», cui gli agenti di pubblica sicurezza dovrebbero attenersi.

ALMENO DODICI MULTE - Nello specifico i punti so­no quattro: «Controlli automezzi, 30 per H6», vale a dire 30 controlli nelle sei ore di turno; «identificazione persone, (non meno di 30), contravvenzioni al codice della strada (non me­no di 12), effetto sorpresa ottenuto attraverso controlli frequenti, almeno 10 per H6». Ancora, si parla di «realizzazione di filtri tesi a innalzare sempre più, nel territorio di interesse, la soglia di rischio controllo per malintenzionati». Indicazioni, suggerimenti che hanno innal­zato il livello di allarme degli abitanti, preoccu­pati soprattutto di un dato, le 12 multe per tur­no, che sembrava più un ordine piuttosto che un consiglio: «Nessun ordine da parte mia — specifica Mercati — ma semplicemente l’invi­to a mettere in pratica azioni ed interventi mi­rati destinati ad alzare la soglia di sicurezza in città. Si chiede di effettuare un certo numero di controlli di automezzi e di identificazione di persone alla guida degli stessi. Per un semplice dato statistico risulta che ad un certo numero di controlli corrisponde un altro numero di contravvenzioni al codice della strada, quelle appunto specificate nel docu­mento. So perfettamente che le multe non possono essere elevate a caso e in maniera in­discriminata. Non ho la stella di sceriffo sul petto né mi inte­ressa praticare la repressione, così come simili prerogative non appartengono al nostro consulente per la sicurezza».

IL SINDACO - Concorde il sindaco della cittadina, Franco Pol­cri, che precisa: «Non avrei mai autorizzato un documento in cui veniva imposto di effettuare un certo numero di controlli. Si tratta di sugge­rimenti, indicazioni utili per verificare l’opera­to della polizia municipale stessa. Senza dati statistici non è possibile farlo. Ci teniamo che da parte di cittadini e non, venga rispettato il decoro che il nostro borgo, patria di Piero della Francesca merita».

Elisa Assini

Un antenato bianco per Michelle Obama

Corriere della Sera

Il New York Times ha ricostruito la genealogia della first lady: una sua ava ebbe un figlio da uno schiavista

NEW YORK (USA) - Da una piantagione della Carolina del Sud alla Casa Bianca: il New York Times - con la cooperazione della genealogista Megan Smolenyak - ha rintracciato l’ascendenza di Michelle Obama, identificandone l’antenata più lontana in Melvinia Shields, schiava nella Carolina del Sud. Melvinia - menzionata in un testamento del 1850 redatto dal proprietario della piantagione in cui era nata - venne spedita all’età di sei anni in Georgia, dove ebbe un figlio da un uomo bianco in circostanze ormai obliterate dal tempo, così come il nome del padre del ragazzo, battezzato Dolphus e indicato sul certificato di nascita come "mulatto".

LA STORIA - Nel corso della campagna elettorale Michelle Obama aveva riferito dei racconti familiari che parlavano di un antenato bianco, ma aveva raccontato di non essere molto informata sul passato della sua famiglia. Melvinia, riporta il New York Times, morì nel 1938 in Alabama, all’età di 90 anni; Dolphus si era trasferito a Birmingham, nello stesso stato, dove divenne un pastore battista molto rispettato dalla comunità; fu il nipote Purnell, il nonno di Michelle, a portare la famiglia a Chicago.



Maggioranza assenteista, ora stop ai viaggi

di Mario Cervi


Nel volgere di due giorni il governo è stato due volte battuto alla Camera. Non è che i deputati della maggioranza siano stati travagliati da dubbi sull’opportunità del provvedimento da adottare, e per questo se ne siano dissociati. In tal caso la defezione avrebbe avuto un motivo politico. No, hanno semplicemente battuto la fiacca. Il motivo è la negligenza di rappresentanti del popolo che troppe volte lo rappresentano svogliatamente. Da questo loro atteggiamento derivano le spontanee esortazioni dei cittadini, simili a quelle che i tifosi rivolgono ai calciatori pelandroni della loro squadra del cuore. «Andate a lavorare!».

Non c’è motivo di dare soverchia importanza alla vicenda, e di dedurne segnali negativi per la stabilità dell’esecutivo. La legge sottoposta al vaglio della Camera non era di quelle che fanno fremere il Paese e il Palazzo. Era una legge per l’istituzione del Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza sulla quale, mancandomi informazioni, preferisco mantenere il riserbo. In questi casi il sospetto che si tratti d’un ennesimo ente inutile, o utile soltanto per fornire posti di sottogoverno, è inevitabile.

Dunque l’altro giorno l’Idv di Antonio Di Pietro ha presentato un emendamento, e l’assemblea lo ha approvato con un voto di scarto. L’indomani il Pd ha avuto un’altra piccola soddisfazione - le grandi gli sono per il momento del tutto negate - ottenendo una sospensione dei lavori. Un nodo procedurale soltanto, ma il dato rilevante è che Pdl e alleati, pur disponendo in teoria d’una superiorità numerica schiacciante, sono andati sotto. Come prevedibile, s’è innestato a questo punto il rituale delle rampogne e delle promesse d’inflessibilità per il futuro. Nessuno ne è parso angosciato.
Non ho la minima idea dell’utilità dell’emendamento galeotto. Probabilmente non ne avevano la minima idea nemmeno i votanti. M’interessa di più, comunque, il fatto che 33 deputati del Pdl risultassero in missione (e 29 del Pd, tanto per far capire che lo zelo latitava sia nel centrodestra sia nel centrosinistra). Questa faccenda delle missioni mi disorienta. Fosse per me, proporrei che le missioni fossero unicamente quelle religiose in partibus infidelium, e che i parlamentari si astenessero da viaggi, scambi di delegazioni, convenevoli in luoghi ameni, gemellaggi e consimili. Li vogliamo a Montecitorio e a Palazzo Madama, lì è il loro posto.

Detto così alla grossa, non pare a noi elettori che il talento politico, il bagaglio culturale (si parla in generale) e la conoscenza delle lingue di deputati e senatori siano tali da legittimare quei vagabondaggi a spese di Pantalone. Alla carretta li vogliamo, se carretta si può definire un’attività di quattro o cinque giorni la settimana con indennità generosissime - tra le più generose del mondo - un trattamento pensionistico straprivilegiato e una produttività analoga a quella dei magistrati pigri. Se hanno una buona novella da diffondere lo facciano a Roma, non a Rio De Janeiro o a Parigi. Può darsi taluni rituali parlamentari sembrino, a chi vi partecipa, perdite di tempo. Sembra anche a noi uomini della strada. Ma quello è il mestiere che hanno scelto, per il quale hanno sgomitato e mosso tutti i santi nel Paradiso delle segreterie di partito.

Dal punto di vista dell’assenteismo la maggioranza non sta bene, l’opposizione nemmeno. Nel Pd è stata avviata un’inchiesta contro i 10 deputati assenti non giustificati al momento del voto sullo scudo fiscale. Ma non si vuole agire in fretta, sarà aperta un’istruttoria, campa cavallo. La verità è che i parlamentari hanno un rapporto difficile con il Paese, mentre la popolarità di Berlusconi cresce, la loro, anche nel centrodestra, è in ribasso. Dovrebbero chiedersene le ragioni. Sinceramente mi spiace che un’esponente del Pd, Ileana Argentin, sia stata minacciata per strada, la sua carrozzina presa a calci. Gli elettori della sua parte erano evidentemente inviperiti per tantissime cose, incluso l’assenteismo in aula. Nel centrodestra niente minacce e calci, ma il mugugno è forte, e l’incitamento «andate a lavorare» risuona alto e forte.

Polemiche dopo il disastro La costa della vergogna: i clan e il sacco di Messina

di Enrico Lagattolla


Milano - «Tutti i segnali raccolti denunciano il pieno controllo del territorio da parte di Cosa Nostra». È l’aprile del 2000. La Direzione investigativa antimafia invia a Parlamento una relazione sugli interessi che legano la criminalità organizzata al business del cemento. Un intero capitolo è dedicato alla Sicilia. Storia di nove anni fa. Prima che la pioggia sciogliesse le montagne. Prima che il fango coprisse Gianpilieri e i suoi abitanti. Prima che Messina tornasse a fare notizia. E prima che - per l’ennesima volta - una tragedia venga archiviata alla categoria «destino infame». Perché già nove anni fa, la costa nord della Sicilia - che lasciando Messina corre da Bagheria a Finale di Pollina - era finita in una maxi inchiesta della procura di Termini Imerese. Costruzioni abusive a picco sul mare, alberghi edificati sugli scogli, colline spianate, case di villeggiatura. Il lungomare sfregiato. Le norme edilizie aggirate oliando la filiera delle autorizzazioni. «Tangenti», spiegò al giudice l’8 marzo del 2001 Ettore Crisafulli, uomo d’onore che aveva iniziato a collaborare con i pm. Mazzette «a quattro livelli: a funzionari della Regione, a uomini fidati negli enti locali, alla commissione provinciale di controllo, e alla stessa Cosa Nostra». A Termini, lavorava un giovane e coraggioso magistrato, ora alla procura di Milano. Frank Di Maio, a distanza di anni, ricorda. «Dopo i sequestri, chiedemmo che gli edifici abusivi fossero abbattuti. Ma continuavano a metterci i bastoni tra le ruote». Nessuno voleva demolire quello che la cupola aveva costruito. «Le ditte - ricorda il pm - si rifiutavano di lavorare per noi. Fummo costretti a rivolgerci al genio militare».

Il rapporto sulle eco-mafie parla di «abusivismo selvaggio» sulla costa settentrionale della Sicilia: nella maxi inchiesta di Di Maio finirono 175 indagati, 4 i miliardi di oneri che lo Stato incassò dalle concessioni demaniali fino a quel momento mai riscosse. La corsa al mattone non era cosa per pochi. Era sistema. «Nell’inchiesta - si legge ancora nelle carte - sono finiti quasi tutti gli alberghi della zona, piccoli e grossi che si affacciano sul mare e che avevano pensato bene di realizzare strutture in cemento sugli scogli per consentire ai clienti una fruizione esclusiva del mare. Piste da ballo, locali adibiti a bar, cabine e spogliatoi, magazzini, terrazzamenti». Su tutto scattano i sigilli della procura di Termini. Che - oltre che a Cosa Nostra - si trova a fare la guerra con la rete di connivenze che rende indistinte le responsabilità. E le scarica sui cittadini. Ancora la Dia: «La presenza mafiosa interviene sia in sede decisionale, con complesse mediazioni necessarie per conciliare interessi divergenti, sia in sede di esecuzione dei lavori».

Così, le case spuntano come funghi là dove non dovrebbero esserci. A Cefalù, ancora la Procura di Termini sequestrò un’intera area tra Settefrati, Aranciotto e Capo Plaia. Qualcosa come 70mila metri quadrati disseminati di lussuose villette tra gli ulivi millenari. «Dopo indagini, controlli e sopralluoghi - continua il rapporto - è risultato che molte opere erano state costruite con palesi violazioni edilizie o grazie a occupazioni abusive di suolo pubblico o demaniale, con danni all’ambiente e una truffa resa possibile anche dalla complicità di funzionari pubblici che tutto hanno fatto tranne che controllare e preservare il territorio». Arrivano corpo forestale, carabinieri, guardia di finanza. Arrivano i sigilli. Ma demolire è un’altra cosa. Per quello, bisogna fare i conti con Cosa Nostra. Perché a Cefalù ci sono i turisti. E con loro, il denaro.

È che è bello godersi una villa vista mare. Poi, se crolla, è un problema per chi ci sta sotto. Il Paese conta le vittime. La mafia, i soldi. Nel dicembre di nove anni fa, lo ha spiegato ai giudici il pentito Angelo Siino, considerato l’ex ministro dei Lavori pubblici di Cosa Nostra. Per accumulare fondi neri, basta risparmiare su materie prime e tecniche di lavorazione. Uno dei trucchi sta «nella differenza tra calcestruzzo gettato e calcestruzzo pompato - racconta Siino -. Tra l’uno e l’altro c’era una differenza oscillante tra le 2mila e le 5mila lire al metro cubo». Al limite, un viadotto si sbriciolerà come un cracker. Al limite, toccherà piangere un’altra Gianpilieri. Ma chi doveva guadagnare l’avrà fatto. E pace ai morti.

Il pentito Giuffrè: Provenzano sbirro, fece arrestare Riina

Corriere della Sera


ROMA — Bernardo Proven­zano «è uno sbirro», pensava­no i mafiosi che obbedivano ai suoi ordini nei primi anni Novanta. Un capo di Cosa no­stra che «vendeva» gli altri uomini d’onore per rimanere al vertice dell’organizzazione e traghettarla su nuove posi­zioni: non più l’attacco allo Stato con bombe e stragi, ma una «sommersione» che per­mettesse di riprendere a fare affari senza più guerre.

Così racconta il pentito Ni­no Giuffrè — un mafioso che per quasi un decennio (dal­l’inizio del ’93 fino all’arresto avvenuto nel 2002) ha vissu­to ai fianco del padrino di Cor­leone, ascoltando i suoi di­scorsi e quelli di altri boss che gli gravitavano intorno — nel processo palermitano a carico dell’ex generale Mario Mori, imputato di favoreggiamento per un presunto, mancato ar­resto dello stesso Provenzano nel 1995. Nel disegno dei pub­blici ministeri c’è un collega­mento diretto tra l’accusa in questo dibattimento, la cattu­ra di Riina nel gennaio ’93 con mancata perquisizione della casa in cui abitava (epi­sodio per il quale Mori è stato già assolto) e la «trattativa» tra Stato e mafia passata an­che per i colloqui tra Mori e l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Tutti anelli di una stessa catena ricostruita ora dal pentito Giuffrè. «Tutti pensavamo che l’ar­resto di Riina fosse stato pilo­tato da Provenzano — ricor­da l’ex mafioso —. Era parte di una strategia portata avan­ti nell’interesse di Cosa no­stra. Lo stesso Provenzano di­ceva che Riina era diventato ingombrante, e noi ritenem­mo che la sua cattura fosse un 'sacrificio alle divinità', frutto di un accordo tra lui e altre parti che hanno avuto un ruolo in quella vicenda. Del resto per noi fu un arre­sto indolore; c’era il rischio che andando a guardare nella casa di Riina si trovassero let­tere o altri documenti com­promettenti, invece non suc­cesse niente». Ovvio che per i carabinieri le cose sono andate in tutt’al­tro modo, ma la «verità» del pentito Giuffrè è questa.

Cor­redata dagli altri rapporti pa­ra istituzionali del boss corleo­nese lanciato alla riconquista di Cosa nostra dopo l’uscita di scena del suo paesano «stragista»: «Uno dei contatti di Provenzano era Ciancimi­no, che è sempre stato nelle sue mani. Me ne parlava sem­pre, lo usava per i rapporti po­litici e per gli appalti, e si dice­va che avesse contatti coi ser­vizi segreti. Una volta, quan­do gli chiesi se erano vere le voci di sbirritudine sul conto di Ciancimino, Provenzano mi rispose: 'Ma no, lui è anda­to in missione nel nostro inte­resse' ». Sottinteso, presso uo­mini delle istituzioni. Tra la fine del ’92 e l’inizio del ’93 furono arrestati sia Ciancimino che Riina, Proven­zano riprese lentamente il controllo di Cosa nostra e di­segnò nuove relazioni politi­che. La Dc e il Psi (partito sul quale Riina aveva dirottato il voto mafioso nel 1987) scom­parvero e si cominciò a parla­re di un nuovo movimento politico. «Si trattava di Forza Italia — racconta Giuffrè — e Provenzano ci disse di appog­giarlo. La direttiva di votare questo nuovo partito, secon­do quello che mi disse, era col­legata alla trattativa per risol­vere i problemi che avevamo in quel momento, dai conti­nui arresti agli ergastoli, dal carcere duro al sequestro dei beni. Sosteneva che nel giro di qualche anno avremmo ri­solto tutto, e che con Forza Ita­lia eravamo in buone mani». Fece dei nomi in particolare? «Quelle persone che già era­no in contatto con Cosa no­stra, come Marcello Del­­l’Utri ». C’erano rapporti diret­ti tra Ciancimino e Dell’Utri: «Mi pare di sì, se non ricordo male».

Giovanni Bianconi

Berlusconi insulta la Bindi, lei risponde

Corriere della Sera


Il premier: «E' più bella che intelligente». E l'ex ministro: «Sono una donna che non è a sua disposizione»

MILANO - Le parole di Silvio Berlusconi sul presidente della repubblica che avrebbe dovuto, «con la sua influenza», garantire un voto dei giudici costituzionali favorevole al lodo Alfano è stata l'origine di un battibecco in diretta tra il premier e la parlamentare del Pd, Rosy Bindi, presente nello studio di Porta a Porta durante la telefonata in diretta del capo del governo. La Bindi aveva giudicato gravissima la posizione espressa dal leader del Pdl.

BOTTA E RISPOSTA - «Ravviso che lei è sempre più bella che intelligente - ha replicato secco Berlusconi - Non mi interessa nulla di quello che lei eccepisce». Una «cortesia» che l'ex ministro prodiano non ha lasciato cadere nel vuoto: «Sono una donna che non è a sua disposizione» ha replicato la Bindi «e ritengo molto gravi le sue affermazioni».


Video

Per fare audience ordinava omicidi Ricercato conduttore tv brasiliano

Quotidianonet


BRASILIA, 8 OTTOBRE 2009  - E’ accusato di aver ordinato la morte di cinque persone per aumentare l’audience del suo programma ‘Canal Livre’, che si occupava proprio della copertura in tempo quasi reale di omicidi violenti nel mondo della mafia e del traffico di stupefacenti: ora Wallace Souza, ex conduttore Tv, ex deputato ed ex poliziotto brasiliano, si è dato alla fuga.


Souza è ricercato dalla polizia che sta setacciando l’aeroporto di Manaus, mentre il giudice specializzato in narcotraffico Mauro Antony ne ha decretato la custodia cautelare. L’ex conduttore ha sempre negato le accuse della procura (omicidio, traffico di droga, corruzione, detenzione illegale d’armi e associazione a delinquere) fin da quando scoppiò il caso a metà agosto: “Io sono quello che ha lanciato inchieste parlamentari sulla criminalità organizzata, sul sistema carcerario, sui traffici di droga tra la polizia e sulla pedofilia”, aveva detto.
 

Ma polizia e inquirenti non si lasciano convincere: a far sorgere i sospetti è stato il fatto che gli uomini della sua trasmissione arrivavano spesso sul teatro di sanguinosi omicidi di malavitosi molto prima della polizia: “In uno dei suoi reportage, abbiamo visto il corpo di un trafficante di droga che bruciava ancora, molto prima dell’arrivo della polizia”, ha spiegato il commissario di Manaus, Divanilson Cavalcanti.
 

Secondo la procura, Souza faceva parte di una vera e propria organizzazione criminale di una quarantina di persone accusate di associazione a delinquere e narcotraffico, e come tale otteneva un doppio vantaggio dall’ordine di uccidere spacciatori e trafficanti: eliminava i rivali e aumentava la popolarità del suo show. A ordinare gli omicidi sarebbe stato sempre il figlio del Parlamentare, Raphael Souza, arrestato lo scorso aprile, per porto d’armi abusivo.