mercoledì 7 ottobre 2009

Hamas vieta alle donne di andare in moto

Il Tempo


Prosegue senza sosta la campagna di "moralizzazione" lanciata dal movimento di resistenza islamico Hamas nella Striscia di Gaza. Questa volta a finire nel mirino degli integralisti sono i motociclisti, ai quali da oggi è vietato portare donne in sella, una pratica ritenuta dai fondamentalisti offensiva nei confronti della morale islamica. Il provvedimento è stato reso noto attraverso il sito web del ministero dell'Interno di Hamas, che dal 2007 controlla Gaza.

Da allora gli uomini del movimento estremista palestinese hanno imposto la loro rigida interpretazione dell'Islam che, come si legge sul sito del ministero dell'Interno, ha l'obiettivo di «preservare la sicurezza del cittadino e la stabilità delle tradizioni e dei costumi della società palestinese». «Le donne - ha spiegato il portavoce Ihab Alghusin - non sono abituate a stare in sella, si muovono in modo scomposto e possono causare incidenti».

Senza contare che, per tenersi salde, le passeggere dovrebbero abbracciare il conducente: il che, secondo il codice morale di Hamas, è inaccetabile. L'ultima campagna di Hamas ha riguardato l'obbligo per le avvocatesse di indossare il velo durante le udienze in tribunale. Il movimento di resistenza islamcio ha più volte insistito sul fatto che l'osservanza delle regole di condotta è volontaria, ma più volte ci sono stati episodi di persone picchiate per aver infranto queste direttive.

Corato, bancomat truccato: microfono e telecamera per clonare le carte dei clienti

Corriere del Mezzogiorno

BARI - Un bancomat truccato, frutto dell'ennesimo innesto «ingegnoso» dei ladri per rubare soldi e clonare dati di bancomat e carte di credito. È stato scoperto dai carabinieri a Corato, nascosto sotto la tastiera del terminale: il dispositivo elettronico leggeva illegalmente i "pin", e consentiva di rubare i dati sensibili per poter truffare i malcapitati clienti.

LA SEGNALAZIONE - Le indagini sono state avviate dalla segnalazione di un cliente che avvicinatosi allo sportello di una banca sita in Piazza XX Settembre per fare un prelievo, si è accorto dello strano funzionamento della tastiera. Ha quindi telefonato ai carabinieri che hanno scoperto l’apparecchiatura. Questa funzionava utilizzando una pen-drive ad innesto usb, un microfono per la registrazione audio e una microcamera che riprendeva la tastiera ove veniva digitato il codice. Il tutto alimentato da due batterie simili a quelle usate per i cellulari e corredato di un circuito per la registrazione della banda magnetica posto all’interno di un coperchio simile a quello originale, fissato alla fessura di ingresso della tessera. I carabinieri stanno ora esaminando le immagini del sistema di videosorveglianza del bancomat per cercare di identificare i responsabili della truffa.

Arabia Saudita, condannato a 5 anni: "Ha parlato di sesso in televisione"

Riad - Un saudita che ha parlato della sua vita sessuale intervenendo a un programma della televisione libanese Lbc, è stato condannato a cinque anni di reclusione. Il suo avvocato, Suleiman al Jimaie, ha spiegato che è stato un tribunale penale a pronunciare la sentenza a carico del suo assistito, Mazen Abdul Jawad, applicando la legge islamica e assimilando le sue dichiarazioni ad un comportamento immorale A tre amici di Jawad, che erano apparsi sullo stesso programma, sono stati inflitti due anni di prigione ciascuno, ha aggiunto Jimaie.

Parlare di sesso è pericoloso La vicenda risale a luglio quando Mazen Abdul Jawad era intervenuto ad un talk show della Lbc, parlando delle sue conquiste femminili da un appartamento di Gedda. Ripreso dal sito di video-sharing YouTube, il programma ha provocato l’ira dei migliaia dei conservatori del regno, portando all’arresto del saudita il 31 luglio. Jimaie ha contestato la sentenza sostenendo che il suo cliente doveva essere processato da un tribunale specializzato nei reati a mezzo stampa e non da una corte penale. "Il mio cliente ha fatto da caprio espiatorio per un errore di Lbc", ha sottolineato l’avvocato in un comunicato diramato dopo l’annuncio del verdetto.

Attaccano due travestiti, ma sono lottatori I bulli inglesi finiscono ko (e in manette)

Corriere della Sera

MILANO - Vedono due travestiti e decidono di provocarli e attaccarli, dopo aver cercato di attaccar briga con altri passanti. Ma questa volta ai due bulli inglesi va male: le vittime prescelte erano dei cage-fighter (lottatori in uno sport estremo senza esclusione di colpi). Gli aggressori, ubriachi, finiscono ko in pochi istanti. È successo a Swansea in Galles: nelle immagini delle telecamere a circuito chiuso si vedono Dean Gardener, 19 anni, e Jason Fender, 22, avvicinarsi ai due travestiti.

PUGNI E CALCI - Gardener, a torso nudo, sferra un pugno a uno di loro, vestito con parrucca rosa, minigonna e top. L'altro lottatore (anche lui con parrucca e vestito nero di paillettes) sferra un paio di rapidi colpi a entrambi, sbattendoli a terra e aggiungendo un paio di calci. I due travestiti (stavano andando a una festa di addio al celibato in maschera e infatti nelle immagini si vedono diversi altri uomini vestiti da donna) se ne vanno tranquillamente, dopo aver raccolto le borsette. Gardener e Fedender rimangono a terra sul marciapiede. Poco dopo vengono arrestati dalla polizia, incriminati e condannati per aggressione: per quattro mesi porteranno un braccialetto elettronico e saranno obbligati a non uscire di casa la sera.


Video

Mangia la polpetta del capo, licenziata

Corriere della Sera


Aveva fame e così ha mangiato una polpetta di carne e due mezzi panini dal buffet che il capo aveva fatto preparare per un meeting, con il risultato di vedersi licenziata in tronco dopo 34 anni di onorato servizio come segretaria. Il quotidiano «Bild» sbatte in prima pagina con caratteri cubitali la vicenda di Magdalene H., 59 anni, che ha perso il posto per una bagattella del genere. «È mai possibile che un capo sia così senza cuore?», scrive il tabloid tedesco sotto il titolo «Licenziata solo perché ha mangiato la polpetta del capo». La vicenda risale al luglio scorso, ma è finita davanti al tribunale del Lavoro di Dortmund, con l'impiegata che ha chiesto la revoca del suo licenziamento. Magdalene H., segretaria presso il «Bauverband Westfalen», l'Associazione dei costruttori edili della Westfalia, era stata incaricata dal suo capo di preparare un buffet per un meeting al quale dovevano partecipare altri manager. Mentre stava apparecchiando la tavola, la segretaria ha avvertito all'improvviso i morsi della fame ed ha mangiato una polpetta di carne e due mezzi panini. Un collega l'ha notata ed ha riferito la cosa al suo capo, che dopo l'ammissione della segretaria ha immediatamente messo in atto la procedura di licenziamento.

Il presidente dell'azienda, Hermann Schulte-Hiltrop, ha giustificato la decisione del suo manager, che ha motivato il licenziamento con la perdita di fiducia nella sua dipendente, poiché la vicenda «vista dall'esterno può sembrare una bagattella, ma noi lavoriamo con informazioni e dati molto sensibili. Se non ci si fida più di qualcuno, la cosa non crea una buona atmosfera». L'avvocato della segretaria ha invece sostenuto che la sua assistita «era convinta di aver agito correttamente, poiché è prassi normale che i resti di un pranzo di lavoro durante un meeting possono essere poi distribuiti ai collaboratori». Anche il giudice ha riconosciuto che la vicenda «non costituisce un caso classico di furto» ed ha proposto all'azienda la conciliazione del contenzioso con la revoca del licenziamento e la pronuncia di un'ammonizione. Ma i responsabili del «Bauverband» sono stati irremovibili, con la conseguenza che le parti si rivedranno adesso per un regolare processo nel gennaio prossimo.

Non è la prima volta che in Germania un dipendente viene licenziato per mancanze ridicole. Nell'agosto scorso una società di Oberhausen aveva licenziato un dipendente per aver ricaricato il suo cellulare sul posto di lavoro, provocando un costo per l'azienda di 0,00014 centesimi. A creare un'ondata di proteste in tutto il paese era stata invece nel febbraio scorso la conferma definitiva del tribunale di Berlino del licenziamento di una commessa, diventata famosa con il suo nomignolo di Emmely, che nell'agosto 2008 si era appropriata di due buoni deposito per i vuoti di due bottiglie, del valore di 48 e 82 centesimi, dimenticati una settimana prima da un cliente. La scorsa primavera la commessa di una panetteria di Friedrichshafen, sul Lago di Costanza, è stata licenziata per un ammanco di cassa di 1,36 euro.

Mondadori, quello sfogo del Cav contro Andreotti e Craxi

Il Tempo

Una telefonata al direttore de Il Giorno di allora, Francesco Damato, per sfogarsi e raccontare lo stavano obbligando ad accettare l'accordo con Carlo De Benedetti.


Era quasi mezzanotte. Volle sfogarsi con me, che allora dirigevo Il Giorno, contro la pur metaforica «pistola alla tempia» che lo stava obbligando ad accettare l'accordo con Carlo De Benedetti per chiudere la lunga vertenza della Mondadori. Mancavano solo quattro giorni all'annuncio dell'intesa, fatto il 30 aprile in un albergo di Milano da Giuseppe Ciarrapico, che per circa due mesi aveva mediato per risolvere la partita in sede extragiudiziaria. La Corte d'Appello di Roma aveva da poco riconosciuto il diritto di Berlusconi, contestato invece dal tribunale di Milano in prima istanza, di possedere la Mondadori avendone acquistato nel 1989 le azioni della famiglia Formenton. Sulle quali invece De Benedetti aveva vantato un diritto di prelazione.

Il quadro dell'accordo anticipatomi per sommi capi quella notte da Berlusconi, che chiamerei "lodo Ciarrapico" anziché "lodo Mondadori", come viene invece definito comunemente, non corrisponde per niente a quello che emerge dalla sentenza emessa in questi giorni da un giudice civile di Milano per condannare Berlusconi ad un maxi-risarcimento di 750 milioni di euro a un De Benedetti costretto più di diciotto anni fa, poverino, ad un'intesa capestro con il suo rivale.

A sentirsi il cappio, o la canna, al collo quella notte era Berlusconi, non De Benedetti, che avrebbe potuto sottrarsi a qualsiasi intesa con il suo concorrente se veramente avesse pensato di avere
Conservo ancora nitido il ricordo di quella lunga telefonata di Silvio Berlusconi fattami il 26 aprile del 1991. Era quasi mezzanotte. Volle sfogarsi con me, che allora dirigevo Il Giorno, contro la pur metaforica «pistola alla tempia» che lo stava obbligando ad accettare l'accordo con Carlo De Benedetti per chiudere la lunga vertenza della Mondadori. Mancavano solo quattro giorni all'annuncio dell'intesa, fatto il 30 aprile in un albergo di Milano da Giuseppe Ciarrapico, che per circa due mesi aveva mediato per risolvere la partita in sede extragiudiziaria. La Corte d'Appello di Roma aveva da poco riconosciuto il diritto di Berlusconi, contestato invece dal tribunale di Milano in prima istanza, di possedere la Mondadori avendone acquistato nel 1989 le azioni della famiglia Formenton. Sulle quali invece De Benedetti aveva vantato un diritto di prelazione.

Il quadro dell'accordo anticipatomi per sommi capi quella notte da Berlusconi, che chiamerei "lodo Ciarrapico" anziché "lodo Mondadori", come viene invece definito comunemente, non corrisponde per niente a quello che emerge dalla sentenza emessa in questi giorni da un giudice civile di Milano per condannare Berlusconi ad un maxi-risarcimento di 750 milioni di euro a un De Benedetti costretto più di diciotto anni fa, poverino, ad un'intesa capestro con il suo rivale.

A sentirsi il cappio, o la canna, al collo quella notte era Berlusconi, non De Benedetti, che avrebbe potuto sottrarsi a qualsiasi intesa con il suo concorrente se veramente avesse pensato di avere ragione e di poterla spuntare in un grado di giustizia successivo a quello d'appello. Che gli aveva dato appena torto solo a causa — sostiene lui — della corruzione successivamente accertata e sanzionata del magistrato estensore dell'atto a favore di Berlusconi, condiviso dagli altri giudici della sezione per la sua obbiettiva fondatezza, non certo per incompetenza o perché corrotti anche loro dall'avvocato Cesare Previti.

«Mi tocca subire una prepotenza della politica», mi disse quella notte un Berlusconi furente, prima di usare l'immagine della «pistola alla tempia». Ma chi, in particolare, gli aveva puntato quell'arma obbligandolo ad accettare la mediazione di Ciarrapico, curiosamente destinato peraltro a diventare dopo 17 anni un senatore eletto nelle liste di un partito ch'egli allora non immaginava nemmeno di creare? Berlusconi fu esplicito e immediato nella risposta: Andreotti, che era in quel momento presidente del Consiglio, e di cui erano non noti ma arcinoti i rapporti di amicizia e di simpatia con quello che tutti chiamavano il Ciarra. Del quale francamente stento ad accettare la versione che dà oggi dell'origine dell'incarico svolto allora per chiudere la vertenza Mondadori. «Si sono scritte — ha dichiarato in questi giorni Ciarrapico — molte balle. Ad Andreotti e a Craxi non fregava nulla della vicenda. L'idea nacque a pranzo con il mio fraterno amico Carlo Caracciolo», l'ex presidente del gruppo Espresso morto l'anno scorso.

Anche di Bettino Craxi mi parlò invece quella notte Berlusconi, deluso di non esserselo trovato a fianco in quel passaggio cruciale. Ne eravamo entrambi molto amici, per cui gli costò una certa fatica sfogarsi con me pure contro di lui, che non molti anni prima, quando era presidente del Consiglio, gli aveva salvato con ben due decreti legge le televisioni minacciate con l'oscuramento dai pretori d'assalto, sostenitori dell'arcaico e odioso monopolio pubblico della Rai-Tv. Nell'occasione del lodo Ciarrapico invece Berlusconi si sentì abbandonato «pure da Bettino». Ed ebbi l'impressione, non so se a torto o a ragione, francamente, ch'egli gradisse che io glielo riferissi. Cosa che feci alla prima occasione che mi capitò di incontrarlo ricevendo un «liscia e busso» che non ebbi il coraggio, in verità, di riportare poi a Berlusconi, temendo di dargli un ulteriore dispiacere. Ma che ora voglio riferire, pur nella sua durezza, anche per contestare l'infamante rappresentazione dei rapporti tra Berlusconi e Craxi fatta lunedì scorso sulla solita Repubblica dall'altrettanto solito Giuseppe D'Avanzo ricostruendo così la storia del Cavaliere: «La politica gli consente di tenere a battesimo, fuori della legge, il primo network televisivo nazionale. La collusione con la politica — la corruzione d'un capo di governo e il controllo di ottanta parlamentari — gli permette di ottenere dal presidente del Consiglio corrotto due decreti d'urgenza e dal Parlamento una legge che impone il duopolio Rai-Fininvest", la legge cioè approvata nell'agosto del 1990, che porta il nome dell'allora ministro delle Poste Oscar Mammì, del Pri.

Ebbene, sentite che cosa mi disse Craxi quando gli raccontai dello sfogo di Berlusconi contro il lodo Ciarrapico: «Ma che cazzo vuole ancora Silvio? Si accontenti di quello che porta a casa e non rompa i coglioni. Mi aveva parlato dell'operazione Mondadori come di una cosa a tenuta stagna. Gli avevo chiesto con un certo scetticismo, poi confermato dai fatti, se ne fosse proprio sicuro. La legge ora gli toglie peraltro la possibilità di possedere insieme televisioni e giornali quotidiani. Porti a casa quello che può, lasci perdere Repubblica e giornali locali del gruppo e la chiuda qui».


Francesco Damato




La vera storia degli affari dell'Ingegnere

di Marcello Zacche'

Nel Fantasma del palcoscenico, al protagonista, il cantautore Winslow, viene rubato tutto. Prima la sua musica, che diventa opera di successo mentre lui, incastrato, finisce in galera a vita. Poi, nel tentativo di rifarsi, perde anche la donna che ama e viene sfigurato dall’acido. Altro che «perdita di chance».

Ma senza spingersi fin qui, sono tanti gli esempi, anche nella realtà, di chi subisce un sopruso economicamente rilevante e per questo finisce in malora. Se poi, anche vent’anni dopo, una sentenza civile gli rende giustizia, con tanto di risarcimento miliardario, non c’è che gioirne. Ma non è il caso di Carlo De Benedetti e della Cir, la holding a capo dei suoi affari. Non è il caso perché non stiamo parlando di un imprenditore che, a causa di un’ingiustizia presunta (verrà determinata nei successivi gradi di giudizio), è stato rovinato. Anzi: stiamo parlando di uno degli uomini più ricchi e più influenti d’Italia. La cui ricchezza, così come il potere, sono cresciuti e hanno continuato a proliferare senza soluzione di continuità. Anche dopo la discesa in campo di Silvio Berlusconi. Anche durante i governi «nemici» di centrodestra che hanno a lungo guidato il Paese in questi ultimi 15 anni di storia Italiana. E, si badi bene, non stiamo parlando di affari nel campo degli elettrodomestici, o delle calzature (con tutto il rispetto, naturalmente). Ma parliamo di settori strategici per una nazione quali la telefonia (Omnitel, poi venduta a Vodafone), l’energia, l’editoria. Strategici e politici, dunque, come gli ex monopoli o il secondo quotidiano più venduto in Italia, la Repubblica.
Si può partire dai grafici, per esempio: se si va a guardare il titolo Cir (holding che oggi controlla i pacchetti di maggioranza di Repubblica, Sorgenia, Sogefi), e il suo andamento nel periodo 1993 (dalla discesa in campo di Berlusconi) a oggi, si ricava una crescita del 145%, da un valore di 500-520 milioni a quello attuale di 1,27 miliardi, al netto di tre crisi economiche e l’attacco alle due Torri.

Nello stesso periodo la berlusconiana Mondadori (pietra dello scandalo), contingentata nella crescita dai limiti posti dalla Legge Mammì sull’editoria, è passata da 850 a 934 milioni di capitalizzazione di Borsa, il 9% in più. Il gruppo Espresso, confrontabile solo dal 1995, passa da 200 a 770 milioni (+285%), mentre per esempio Mediaset, che al momento della quotazione del 1996 valeva il corrispondente attuale di 4,3 miliardi di euro, oggi ne vale 5,6: il 30% in più. Sia chiaro: questi sono conti fatti a posteriori, dunque sulla base di quotazioni rettificate rispetto alla situazione attuale. Non tengono conto, cioè, di molte varianti intervenute nel periodo, quali per esempio i dividendi. Ma la sostanza è questa: nulla ha impedito alle imprese del gruppo Cir di crescere e prosperare. Anche nell’era del Biscione.

Nel frattempo la Cir è diventata un colosso dell’energia: ha partecipato alla privatizzazione delle Genco Enel, aggiudicandosi Interpower, con la quale ha costituito l’attuale gruppo Sorgenia, che in poco tempo è arrivato al 10% del mercato, con circa 30 miliardi di kilowattore prodotte. All’opera ha contribuito senz’altro l’attenta gestione di Rodolfo De Benedetti - figlio dell’ingegnere che, a differenza del padre, nutre maggiore passione per l’industria che per la finanza -, ma difficile pensare a un successo di questo tipo, nel settore dell’energia, in presenza di un clima politico particolarmente sfavorevole, se non persecutorio, come quello descritto spesso dalle testate del gruppo Espresso-Repubblica. Che, come abbiamo visto, hanno continuato a espandersi anch’esse, non senza soddisfazioni economiche per il suo azionista. E che nessuno si metta di traverso.

È accaduto all’ultima creatura dell’Ingegnere, M&C, Management & Capitali, un fondo per ristrutturare aziende decotte nel quale, a un certo punto, avrebbe dovuto entrare anche il Cavaliere. Non se n’è fatto nulla. E in realtà la società M&C non ha combinato molto. Ma guai a toccarla: qualcuno ci ha provato, l’estate scorsa, scalando M&C in Borsa. L’Ingegnere non ha gradito, reagendo con tale violenza (finanziaria), da richiamare l’attenzione della Consob. Ma alla fine ha vinto lui, schiacciando gli avversari. Chi tocca i fili, muore.

Picchia la figlia, fidanzata con un italiano

ilsecoloxix

Marocchino denunciato per violenza, la ragazza è stata affidata a una comunità

Non voleva che sua figlia, una ragazza di 15 anni, frequentasse un coetaneo italiano. Così un immigrato marocchino, residente con la famiglia in un Comune della Lomellina, in provincia di Pavia, ha picchiato ripetutamente la ragazza arrivando anche a minacciarla di morte. Una situazione che ha indotto la giovane a denunciare le proprie sofferenze.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata una lettera che la ragazza aveva scritto al proprio fidanzatino, allo scopo di riconciliarsi con lui dopo una lite. La madre ha scoperto la lettera e l’ha consegnata al marito che ha picchiato ripetutamente la figlia.

La madre del fidanzato e un’altra amica hanno così deciso, dopo aver saputo di questo ennesimo episodio, di raccontare tutto ai carabinieri di Pavia. Il padre della ragazza marocchina è stato denunciato per violenza e lesioni aggravate. La giovane è stata sottratta alla sua famiglia e ora vive in una comunità del pavese alla quale è stata assegnata



Quella caccia al Cavaliere che dura da 15 anni

di Stefano Zurlo

Milano - Ormai sono quindici anni che i pm di Milano provano a buttarlo giù. Ormai sono quindici anni che Silvio Berlusconi para avvisi di garanzia, intercettazioni, rogatorie. Ormai sono quindici anni che si sviluppa un mondo quasi virtuale fatto di accuse pesantissime con cui gli italiani hanno imparato a convivere. Anche perché, per una ragione o per l’altra, alla fine svaniscono sempre. E ora ci risiamo. Il Lodo Alfano - svelano i soliti sapienti dalle pupille eccitate - cadrà alla Consulta e tutto il sistema berlusconiano franerà. I giacobini, lavati nel fonte battesimale del girotondismo e del micromeghismo, vaticinano l’Apocalisse. Peccato che al giorno del giudizio una metà buona del Paese se non di più abbia fatto il callo. Come a un’esercitazione della Protezione civile che annuncia l’incendio che, si pensa, non ci sarà. Perché il rituale, anzi il ritornello, si ripete e si avvita su se stesso dal novembre ’94.

Ricordate? Berlusconi era premier, per la prima volta, da pochi mesi. La Seconda Repubblica era agli albori. Mani pulite, invece, al suo apogeo. Il primo avviso di garanzia, il più famoso, colpì il Cavaliere a Napoli, nel corso di un summit internazionale, e fu recapitato dal Corriere della Sera. Direttamente in edicola. Con il racconto delle presunte tangenti pagate dal Biscione ai militari della Guardia di finanza. Antonio Di Pietro, così si racconta, disse agli altri alfieri del Pool: «Io quello lo sfascio». Ci andò vicino. Perché l’impatto del missile giudiziario, il primo di una lunga serie, fu devastante. Il governo, certo non solo per quello, cadde, ma il Cavaliere si rialzò e riprese la sua marcia verso Palazzo Chigi. Di Pietro, invece, si era già defilato e aveva iniziato il suo slalom nella politica provocando l’ira omerica di Francesco Saverio Borrelli: «Se torna qui a palazzo di giustizia, lo butto giù dalle scale».

Altri tempi. Un’altra Italia. Di Pietro è oggi il leader dell’Italia dei valori, in sostanza uno dei capi dell’opposizione al Cavaliere, Borrelli è un pensionato raffinato, Gherardo Colombo è addirittura il presidente della Garzanti. Ma la mischia va avanti e il premier, sempre strattonato, sempre sul punto di essere interrogato, sempre a un passo da una nuova sentenza e da un nuovo filone giudiziario puntualmente annunciato da Repubblica e L’espresso, è sopravvissuto a tutto. Perfino al ricambio generazionale del Pool, perfino alle inchieste costruite con metodologia anti Cosa Nostra da Ilda Boccassini, pronta ad avanzare a colpi di intercettazioni e cimici, decisa a sfoderare l’arma finale: il teste Omega, alias Stefania Ariosto. Anche quella tempesta, scoppiata nell’estate del ’95, è ormai domata. E in qualche modo è finita anche la stagione dei processi cosiddetti politici: Sme, Lodo Mondadori - le cui conseguenze economiche, pesantissime, si fanno però sentire in queste ore -, Imi-Sir, dove non c’era Berlusconi ma il suo avvocato Cesare Previti.

È incredibile il numero di processi che si sono attorcigliati come un boa attorno al premier in questo quindicennio. Pezzi di archeologia giudiziaria, come Medusa e Macherio, fantasmi che non vogliono togliere il disturbo, come il Lodo, capi d’imputazione che invece incombono, come Mills, dopo aver fatto il giro delle sette chiese. Dal Parlamento alla Corte costituzionale. Il catalogo è chilometrico e ormai per forza di cose incompiuto: Caso Lentini, Sme, All Iberian, tangenti alle Fiamme gialle, diritti televisivi. Senza contare le cannonate per stragi sparate da Palermo e ammaccature varie.

Il calderone dei procedimenti anti premier assomiglia al cantiere del Duomo di Milano: sentenze di assoluzione definitive, accuse cadute per prescrizione o finite in nulla perché condonate, procedimenti sdoppiati, altri a lungo incubati, altri di cui gli stessi cronisti giudiziari più navigati fanno fatica a definire lo stato. E poi ci sono stati i faccia a faccia con i magistrati: il primo, storico, disertato da Di Pietro, è del 13 dicembre ’94, seguono gli altri, teatrali scontri fra poteri. E diventano occasione per improvvisare un palco: «Sì è vero - scandisce lui il 17 giugno 2003 in aula magna, fra marmi preziosi, poltrone comode, dodici telecamere e trenta microfoni - la legge è uguale per tutti ma per me è più uguale che per gli altri perché mi ha votato la maggioranza degli italiani». E la minoranza, che sperava di sloggiarlo con una condanna esemplare, è rimasta a bocca asciutta. La mazzata, sempre attesa, non è mai arrivata. Quindici anni dopo, siamo ancora al punto di partenza. E ogni volta che Berlusconi mette piede in tribunale le opposte tifoserie, specchio dell’Italia, si dilaniano: «Silvio! Silvio!». «Buffone! Buffone!». Chissà fino a quando.

Autista bus si rifiuta di far salire ragazzo disabile e va via

Il Tempo


All'uscita da scuola, uno studente in carozzina è stato lasciato a terra da un'autista dell'autobus che non ha voluto azionare la pedana per i disabili per farlo salire. È successo a Padova e l'Aps, l'azienda di trasporto pubblico, si è scusata con il ragazzo e con la sua famiglia per l'episodio. «C'erano molti testimoni, tanti altri ragazzi che si trovavano lì e sono rimasti sconcertati - ha raccontato il padre al Corriere Veneto - Mio figlio ha capito immediatamente di essere stato rifiutato dall'autista e per lui è stato un grande dolore».
 

Lo studente disabile, che ha 17 anni ed è affetto da tetraparesi spastica, era insieme alla donna che ogni giorno lo accompagna e lo va a prendere a scuola. Quando è arrivato il bus - ha riferito il padre - l'accompagnatrice ha chiesto all'autista di far scendere la pedana per la carrozzina, ma il conducente ha detto che avrebbe dovuto fargli cenno prima, ha chiuso le porte ed è ripartito. I responsabili del Aps stanno cercando di risalire all'autista, fra i sette in servizio ieri a quell'ora e su quella linea: «Cercheremo di andare a fondo e prendere i provvedimenti adeguati».


La figlia della Marchi lascia il carcere: ricoverata in clinica

Quotidianonet


La figlia di Wanna Marchi potrebbe dare l'addio definitivo al carcere se Tribunale di sorveglianza accerterà la gravità del suo stato di salute.  Insieme alla madre è stata condannata a nove anni e quattro mesi per associazione a delinquere finalizzata alla truffa

BOLOGNA, 7 OTTOBRE 2009 - HA LASCIATO il carcere bolognese della Dozza. E non ci tornerà più se la perizia disposta dal Tribunale di sorveglianza accerterà la gravità del suo stato di salute. Da alcuni giorni Stefania Nobile è ricoverata in una clinica privata. Lo rivelano fonti vicine alla famiglia. E il prossimo 15 ottobre la figlia di Wanna Marchi comparirà davanti al giudice del riesame che valuterà la definitiva richiesta di scarcerazione a causa di due diverse patologie, una grave forma di anemia e una artrite reumatoide che l’hanno portata ad avere un quadro immunitario compromesso.
 

PER QUESTO, nell’ultimo anno, la figlia della televenditrice originaria di Castel Guelfo ma residente da tempo a Castel del Rio — condannata assieme alla madre a scontare nove anni e quattro mesi di reclusione per associazione a delinquere finalizzata alla truffa —, era già dovuta ricorrere diverse volte alle cure ospedaliere. In carcere da marzo, in almeno tre-quattro casi la Nobile sarebbe stata trasportata in ospedale a causa di improvvisi malori. A raccontarlo sono sempre dei conoscenti della donna che, attraverso il legale Liborio Cataliotti, lo scorso aprile aveva avanzato la richiesta di differimento pena per motivi di salute. E il collegio del Tribunale di sorveglianza, presieduto dal giudice Riccardo Rossi, aveva deciso di avviare la perizia sulla base della documentazione medica fornita dai difensori. Una perizia chiamata ad accertare lo stato della sua patologia e l’eventuale compatibilità delle cure, cui la detenuta deve essere sottoposta, con il regime carcerario. La scorsa primavera, quando la Cassazione confermò la condanna per madre e figlia e il nuovo trasferimento in carcere, la Nobile aveva lanciato un appello davanti alle telecamere di Porta a Porta, denunciando l’incompatibilità del suo stato di salute col regime carcerario: «Soffro di artrite reumatoide — aveva rivelato Stefania — e di una grave forma di anemia che mi porta spesso a svenire e che mi può portare ad entrare in coma o all’infarto. Per questo la mia malattia è incompatibile con il carcere». E il compagno della Nobile, Davide,che aveva assunto le due donne nel suo bar di Milano, prima della carcerazione confermava tutto: «Due volte al mese la accompagno a Bologna a fare un’iniezione di medicina salvavita a base di proteine umane». Medicinali che, secondo la Nobile, «abbassano le difese immunitarie e per questo non sono compatibili con il carcere dove invece sarei condannata a morire».
 

RECENTEMENTE le sue condizioni si sarebbero aggravate al punto da consigliare un ricovero immediato. Wanna Marchi, arrestata la prima volta nel 1990 per concorso in bancarotta, si trova ancora in carcere, colpita a sua volta dalla sentenza definitiva che la condanna a 9 anni e sei mesi.

Tesoro nazista nel lago di Toplitz: resterà il mistero per altri 99 anni

Corriere della Sera


L'ente austriaco di tutela delle foreste ha deciso di impedire ulteriori ricerche nel lago per un secolo



PASSAU (AUSTRIA) - Il mistero del Lago Toplitz, sulle Alpi Austriache, non è mai stato svelato. E ora rischia di rimanere tale. Almeno per altri 99 anni. E' per tutto questo tempo, infatti, che l'ente austriaco di tutela delle foreste, il «Bundesforste», ha intenzione di vietare le immersioni degli esploratori che dal 1945 cercano di ritrovare nel lago il tesoro delle S.S. Secondo alcune testimonianze storiche, infatti, alle prime luci dell'alba di un giorno di aprile del 1945, una spedizione nazista affondò nel lago centinaia di casse di legno piene probabilmente di diamanti e di lingotti d'oro sottratti alle famiglie ebree durante il periodo delle leggi razziali. Nelle casse si troverebbero anche decine di opere d'arte rubate dai paesi di tutta Europa e numerosi dossier con piani e documenti segreti del Terzo Reich. Un vero e proprio tesoro, che sarebbe dovuto servire per la “resurrezione” della Germania nazista, una volta finita la guerra.

TESORO DEI NAZISTI – Il Lago Toplitz è un enigma (ma per il «Bundesforste» la storia del tesoro non sarebbe altro che una “mistificazione”) che da 64 anni ispira storici, romanzieri e cercatori di tesori, ma che sta recando notevoli danni all'ecosistema del lago. Secondo le autorità locali, infatti, ogni anno decine di esploratori, cercatori di tesori e sub improvvisati si avventurano nei boschi e sulle montagne che circondano il Toplitz, alla ricerca del tesoro dei nazisti. Ricerche non autorizzate, fatte di nascosto e finite a volte in tragedia. Le acque del Toplitz (come spiega il sito internet a lui dedicato) sono insidiose e insolite: dai venti metri di profondità in giù non esiste più ossigeno, né vita animale e nel buio si nasconde un intrico di rami, piante e alberi caduti in cui alcuni sub hanno perso la vita, rimanendo intrappolati. Ma queste spedizioni furtive, oltre ad essere pericolose, stanno anche minando il delicato ecosistema del lago. Gli animali, disturbati dalla presenza umana, si allontanano dalle loro tane e dai nidi e l'intera riserva naturale si sta impoverendo.

UN'ECCEZIONE ALL'ASTA – Resta però ancora una speranza, per i cercatori d'oro. Un ultima spedizione, infatti, potrebbe essere consentita prima del divieto che chiuderebbe l'accesso al lago per un secolo. «Un'esplorazione che preveda anche la realizzazione di una mappa tridimensionale del fondo del lago e che dimostri una volta per tutte che nel lago non c'è nessun tesoro nascosto» ha detto il portavoce del «Bundesforste» Bernhard Schragle all'emittente americana ABC News. Secondo i media locali, questa licenza potrebbe essere venduta o addirittura messa all'asta. Una mossa che permetterebbe all'ente di protezione del Toplitz di guadagnare anche 300mila euro, da destinare poi alla conservazione dell'ecosistema. Il “Bundesforste” replica però di non aver ancora deciso.

RITROVAMENTI E LEGGENDE – Ida Weisenbacher nel 1945 aveva 21 anni e viveva in una casa vicino al lago. All'alba di un mattino del 1945 fu svegliata da un plotone di nazisti e costretta insieme alla sua famiglia e a altri residenti della zona a caricare delle casse di legno sui loro carri e a trainarli fino alle sponde del lago, che si trova a 718 metri di altitudine. Lì vide i nazisti scaricare le casse nelle acque del Toplitz, profondo circa 100 metri. La sua e altre testimonianze negli anni sessanta diedero il via a un susseguirsi di esplorazioni, che portarono al ritrovamento di decine di casse piene di banconote inglesi e americane false, poi munizioni, armi, una matrice per la produzione di banconote false. Uno dei piani di Hitler era infatti di far crollare le economie inglesi e statunitensi mettendo in circolazione milioni di dollari e di sterline falsi. La spedizione più famosa nel lago fu finanziata nel 2000 dal World Jewish Congress e si svolse sotto le telecamere della Cbs. Anche in questo caso i ritrovamenti di banconote false e l'individuazione di un bunker vicino al lago rinforzarono l'enigma del Toplitz, senza però svelarlo del tutto.

Giovanna Maria Fagnani
06 ottobre 2009(ultima modifica: 07 ottobre 2009)

Scoperto l'«anellone» di Saturno

Corriere della Sera


Si trova all'estrema periferia del sistema del pianeta, inclinato di 27 gradi rispetto agli anelli principali

PASADENA (California) - Il telescopio spaziale della Nasa, Spitzer, ha scoperto il più grande anello di Staturno mai osservato. Il Jet Propulsion Laboratory della Nasa di Pasadena ha annunciato che l’anello si trova all'estrema periferia del sistema di Saturno, in un’orbita inclinata di 27 gradi rispetto al principale anello conosciuto. Uno studio sarà pubblicato sulla rivista Nature.

ANELLI - Di Saturno si conoscevano sette anelli principali e molti altri minori. Il nuovo anello è composto di particelle di ghiaccio e di polvere a una temperatura di 157 gradi sotto zero. L’anello è molto esteso e non è facile vederlo, perché non riflette la luce visibile. Il telescopio Spitzer, lanciato nel 2003 e che orbita intorno al Sole al 106 milioni di chilometri dalla Terra, ha potuto localizzarlo grazie ai raggi infrarossi. L’anello comincia a 5,95 milioni di chilometri dal pianeta e si estende fino a 11,9 milioni di chilometri.



Taiwan. Energia per i condizionatori dalla cremazione dei morti, polemiche

Quotidianonet

Taipei, 7 ottobre 2009 - Anche se si parla sempre di fonti alternative, in questo caso il macabro mette in crisi gli eco... propositi, per quanto buoni siano. Il calore necessario per cremare i cadaveri verrà utilizzato per produrre energia elettrica per i condizionatori d’aria. E’ il progetto presentato da un centro di cremazione di Taipei che quantomeno ha suscitato forti critiche.

La società di pompe funebri taiwanese ha investito 7,7 milioni di dollari di Twd (circa 163 mila euro) in un impianto che permette di trasformare il prodotto della cremazione in elettricità, ha spiegato il direttore commerciale Yang Yi-lin. L’energia elettrica servirà ad alimentare il sistema di aria condizionata del centro che si trova nella periferia di Taipei.

“E’ inquietante pensare che le famiglie in lutto vengano trovino refrigerio da un impianto di aria condizionata alimentato grazia alla combustione dei corpi dei loro defunti”, ha sottolineato un consigliere comunale di Taipei, Chuang Ruei-hsiung, citato dall’agenzia stampa Central News.

La società di cremazione ha risposto di non voler rinunciare al progetto ma, in alternativa, di utilizzare l’energia elettrica per illuminare gli ambienti. “Ricicliamo i resti della cremazione per ridurre l’inquinamento dell’aria e difendere l’ambiente. Ma terremo in conto anche le reazioni delle famiglie”, ha assicurato Yang.



Anche Don Camillo e Peppone sono nelle mani delle cosche

di Guido Mattioni



nostro inviato a Brescello (Reggio Emilia)


Brescello ha una storia e una leggenda. La leggenda, che tutti abbiamo imparato a conoscere e ad amare fin da piccoli, va in scena ogni mattina alle 10 (alle 9.30 nei festivi), quando riaprono i battenti del museo dedicato ai personaggi immortali della favola bella scaturita dal cervello e dal cuore di Giovannino Guareschi. Ovvero quella del «piccolo mondo di un mondo piccolo piantato in qualche parte dell'Italia del Nord, là in quella fetta di terra grassa che sta tra il fiume e il monte...».

Ma Brescello, purtroppo, da tanti anni ha anche una sua storia. Storia brutta, impastata di criminalità e violenza, di droga e usura, di estorsioni e crimini spietati compiuti in parte qui, «tra il Po e l'Appennino», e in parte in Calabria, come capitò il 10 maggio 2004 al vecchio boss Antonio Dragone, ammazzato addirittura a colpi di bazooka in un «non luogo» ormai quasi disabitato chiamato Cutro, in provincia di Crotone, dove rimane comunque ben salda la regia delle cosche e delle 'ndrine e dove continua ad avere radici profonde e inestirpabili almeno un terzo delle 4.800 anime che popolano il paesino emiliano.

È una brutta storia tristemente nota alla brava gente di qui, che subisce in silenzio le angherie e i pizzi imposti dai bulli dagli occhiali neri a specchio, ma anche soltanto i parcheggi arroganti, dove a tutti gli altri è vietato, di certe Lamborghini o Bentley tirate a lustro e del tutto ingiustificabili a fronte delle giornate oziose trascorse al bar dai loro proprietari.

È una brutta storia fitta di nomi e di date, di soldi sporchi e di morti ammazzati, che non ha certo segreti per chi svolge ruoli investigativi, come confermano i rapporti della Direzione investigativa antimafia che da anni indicano «Modena, Reggio, Parma, Bologna, Rimini e Ferrara come territori a rischio per le ramificazioni dei clan» con l'evidente «tentativo di infiltrazione nel tessuto sociale ed economico della regione» da parte «di alcune tra le più pericolose cosche». Con particolare riferimento, oltre a quelle di Casal di Principe, alle «aggregazioni mafiose di Cutro e Isola Capo Rizzuto, riconducibili agli Arena e ai Grande Aracri».

È all'ombra di questi nomi che a Brescello, così come in altri angoli della ex terra felix emiliana, ormai appassito orgoglio dell'ormai appassito Pci (poi diventato Pds, quindi Ds, infine Pd e chi più ne ha più lo ribattezzi) sono prolificate negli anni miriadi di attività edilizie fondate sul lavoro nero. Aziendine che dopo aver attirato anche tanta povera gente che aveva soltanto l'umana necessità di lavorare, sono diventate i paraventi per altre illecite attività di diversi individui sospetti incistatisi nel ricco Nord grazie alla geniale trovata dei soggiorni obbligati.

Lo confermano operazioni come quelle denominate «Argine» e «Cane rosso», del '96, condotte per debellare il traffico di cocaina. O quella battezzata eloquentemente «Edilpiovra» (2003) che ha permesso di debellare, prima che ci pensasse la più recente crisi del settore, parte del racket di cantieri e appalti. Edilpiovra ha coinvolto personaggi come Francesco Grande Aracri, residente a Brescello, fratello del capocosca calabrese Nicolino (detto «Manuzza»), nonché ex luogotenente del clan Dragone, ma divenutone poi acerrimo nemico.

Altre operazioni più recenti, sempre a Brescello e nella Bassa, svoltesi nel 2004 e nel 2005, sono state quelle denominate rispettivamente «Scacco Matto» e «Grande Drago», che all'epoca condussero a numerosi arresti di esponenti delle due cosche opposte, accusati di una serie infinita di crimini e delitti.

Tutta gente dalla memoria lunga e che non si spaventa certo delle distanze, come dimostrò l'uccisione di Giuseppe Ruggiero, per l'anagrafe «muratore», assassinato il 22 ottobre 1992 a Brescello, dove si trovava agli arresti domiciliari, da falsi carabinieri in false divise giunti dalla Calabria a bordo di una altrettanto falsa gazzella. Avevano bussato alla sua porta nella notte, con la scusa di fargli firmare la presenza e lo avevano freddato davanti ai figli e alla moglie. Il cui disperato, ma tardivo grido «non aprire, non aprire» era risuonato nel silenzio di quei vicoli che un tempo, al massimo, avrebbe potuto essere rotto unicamente dallo starnazzare dei polli di don Camillo, trafugati dal «Brusco» su incarico del sindaco Bottazzi.

Sono fermi fortunatamente a quei ricordi i turisti che ogni giorno arrivano qui da tutta Italia e dall'estero, a famigliole intere, a gruppi, perfino con i pullman, per fotografarsi sorridenti abbracciati alle statue bronzee di Peppone e Don Camillo che li attendono paciosi e ad altezza d'uomo, senza piedistallo, sul lastricato di piazza Matteotti; o per immortalarsi accanto a quel carro armato che il compagno sindaco di Guareschi teneva sempre in funzione, ben nascosto in una cascina, nell'idealistico e candido vagheggiare di poter, un giorno, «fare la Rivolussione». Quella pronunciata con la esse marcata. Quella da scrivere, ovviamente, in maiuscolo.

Il fatto che quelle cronache nere dovessero rimanere così, sotto traccia, per non far svanire l'alone bonario della leggenda, qui sono in molti ad attribuirlo alla «distrazione» (o ignavia?) delle amministrazioni di sinistra succedutesi a Brescello negli anni. Premura che sarebbe anche umana e comprensibile se fosse stata solo quella di tutelare la piccola economia locale fondata sulle memorie guareschiane. Premura divenuta però politicamente sospetta sapendo per esempio che la «scomoda» targa donata dal leghista Mario Borghezio è stata fatta rimuovere non si sa bene da chi dalla facciata del museo e che tutt'ora sia ben custodita in qualche discreto cassetto del Municipio. Episodio che spiega, insieme alle grida «viva la mafia», echeggiate ai comizi leghisti, perché il Carroccio sia passato a Brescello da poco più del 3% di quattro anni fa al 18% delle ultime elezioni.

La premura degli amministratori di sinistra è scivolata poi nel ridicolo con la gita in pullman organizzata nel maggio scorso, guarda caso alla vigilia delle elezioni - destinazione Isola Capo Rizzuto, in Calabria - con la partecipazione in pompa magna del sindaco Giuseppe Vezzani, del suo vice Andrea Setti e perfino del parroco don Giovanni Davoli (cosa avrebbe detto di lui Don Camillo?). Gemellaggio ufficialmente «religioso», imbastito per la festa della Madonna Greca, ma che nella combattiva sede della Lega chiamano con un altro nome: «gemellaggio elettorale». Confermato del resto dalla grigliata svoltasi al ritorno dell'allegra brigata proprio nel quartiere che la gente di qui chiama ironicamente Cutrello: un pugno di ville di lusso, a 800 metri dal centro del paese, dove l'ascendenza calabra è ovviamente d'obbligo.

La stessa premura della locale giunta era peraltro apparsa quantomeno grottesca qualche anno prima, nel settembre 2003, quando l'allora titolare del bar «Don Camillo», proprio in piazza Matteotti, in faccia alla chiesa, disperato ed esasperato per le continue richieste di pizzo, aveva tirato giù per sempre la saracinesca esponendo il cartello «Chiuso per minacce mafiose ed estorsioni». Con l'unico risultato di veder sparire subito dopo quel cartello e soprattutto di vedersi querelare dal sindaco allo scopo di «tutelare l'immagine del Comune» di fronte a una iniziativa sfrontatamente definita dall'amministrazione «tanto improvvida quanto inaspettata».

Querelato, anziché difeso, dal suo stesso primo cittadino. Incredibile, ma evidentemente possibile qui, scriveva Guareschi, dove «d'estate un sole spietato picchia martellate furibonde sui cervelli della gente e tutto si esaspera». Qui, aggiungeva preveggente, «dove accadono cose che non possono accadere da nessun'altra parte».

E finita la lunga fuga di Nizeyimana, massacratore dei tutsi del Ruanda

Corriere della Sera



Latitante da anni avrebbe partecipato all’elaborazione dei piani per cancellare i tutsi dalla faccia della terra




Tentava di scappare in Kenya e così, cambiata identità, dal suo esilio in Repubblica Democratica del Congo era passato in Uganda, pronto per raggiungere la sua nuova destinazione. Ma Idelphonse Nizeyimana, hutu radicale, capo dei servizi di intelligence ruandesi durante il genocidio nel 1994, accusato di aver ordinato l’omicidio della regina Rosalie Gicanda, non ce l’ha fatta: in un piccolo alberghetto di Kampala è stato arrestato dalla polizia.

Idelphonse Nizeyimana, uno dei più illustri ricercati per la mattanza ruandese (sul quale gli americani hanno mosso una taglia di 5 milioni di dollari) è stato estradato in Tanzania dove sarà giudicato dal tribunale speciale dell’Onu. Il Ruanda, ha accolto con soddisfazione la cattura del latitante, ha chiesto però di farlo giudicare dai suoi magistrati. «La giustizia fa il suo corso e dopo quindici anni Idelphonse è stato beccato», ha dichiarato appagato Augustine Nkusi, portavoce del procuratore generale.

Al momento del genocidio, in cui furono barbaramente trucidate un milione di persone soprattutto tutsi ma anche hutu moderati, Nizeyimana era in capitano dell’esercito che guidava i servizi di sicurezza della stretta cerchia di ufficiali vicini al presidente Juvenal Habyarimana. Alla sconfitta del regime scappò in Congo dove aveva organizzato i servizi di sicurezza nel campo profughi di Mugunga. Il suo ufficio era a Lac Vert, il quartier generale dei Fronte Democratico per la Liberazione del Ruanda (Fdlr).

Documenti in possesso del Corriere e ritrovati a Lac Vert nel 1996, al momento della conquista dei ribelli congolesi di Laurent Kabila, mostrano che Nizeyimana aveva partecipato ai piani per l’invasione del Ruanda e all’individuazione degli obbiettivi da minare e far saltare: piloni dell’alta tensione, ponti, viadotti e strade. Altri documenti, solo visionati contenevano le informative degli agenti segreti ruandesi che lavoravano per FDLR contro il governo dominato dai tutsi che nel frattempo si era installato in Ruanda.

Secondo le pesanti accuse del tribunale dell’Onu, assai specifiche e circostanziate, l’arrestato avrebbe direttamente partecipato all’elaborazione dei piani per cancellare i tutsi dalla faccia della terra. Avrebbe poi organizzato unità speciali paramilitari di assassini, una delle quali avrebbe ammazzato appunto l’ottantenne regina Rosalie Gicanda, passata per le armi assieme a un gruppo di donne che aveva il compito di servirle.


Massimo A. Alberizzi
malberizzi@corriere.it
06 ottobre 2009(ultima modifica: 07 ottobre 2009)

La strada da 62 milioni al km contestata per salvare i rospi

Corriere della Sera



Asti e la super tangenziale costosissima. E Rifondazione accusa: minaccia l'habitat dell'anfibio
 
ROMA 





Trecentosettantacinquemilioniottocento-ventitremiladuecentocinquanta euro. Una cifra che basterebbe per comprare trecento carrozze deluxe per i treni dei pendolari. O rimettere in sesto tutte le strutture universitarie scassate dell'Aquila, pagare per un anno le rette degli studenti e poi, con quel che avanza, acquistare tremila casette di legno per gli sfollati del terremoto. Tutti questi soldi saranno invece spesi per una strada, una piccola tangenziale a sud ovest di Asti. Un nastro d'asfalto lungo appena 5.329 metri che costa, considerando i 2.848 metri di bretelle e svincoli per collegarlo alla viabilità ordinaria, più di 60 milioni al euro al chilometro. Esattamente, 62,2 milioni. La breve tangenziale corre su un lungo viadotto e poi sotto terra: immaginate i denari che servono.




Ma se non è la strada più cara del mondo, poco ci manca. Per capire: la Variante di Valico, che si sviluppa quasi tutta in galleria, vale 52 milioni al chilometro. Ed è probabilmente il più costoso tratto di strada mai realizzato in Italia, dove per costruire un chilometro di autostrada si spendono mediamente 32 milioni, contro i 14,6 milioni della Spagna. Senza considerare che la tangenziale sud ovest di Asti non è nemmeno un'autostrada in senso stretto, visto che per un terzo avrà una sola corsia per senso di marcia.

Ma in un Paese che nonostante le promesse continua a costruire infrastrutture con il contagocce, sarebbe perfino una spesa benedetta (sempre giustificandone il livello astronomico). Se invece, come qualcuno sostiene, fosse una strada completamente inutile? Così almeno la pensa un comitato locale che da anni la contesta. E così la pensano anche alcuni consiglieri del Piemonte (per esempio Angela Motta del Pd, stesso partito del governatore Mercedes Bresso) pronti a dare battaglia in previsione del parere che a giorni emetterà la Regione.

Per nulla scoraggiati dallo scontato «sì» regionale, epitaffio per le loro residue speranze, gli oppositori sono decisi a far valere tutte le loro ragioni. Il 22 settembre due consiglieri rifondaroli, Paola Barassi e Alberto Deambrogio, hanno presentato una mozione contro il progetto preliminare depositato dall'Anas ad agosto. Nell'elenco delle rimostranze, anche l'allarme per il rischio che correrebbe una «particolare e rara specie di rospo presente solo in due aree del territorio piemontese»: il pelobates fuscus insubricus, sopravvissuto all'alluvione del 1994, il cui habitat naturale verrebbe seriamente compromesso dalla nuova arteria.

C'è da dire che l'anfibio avrebbe corso lo stesso rischio anche cinquant'anni fa, quando si cominciò a pensare a quella tangenziale e non esisteva nessun partito dei rospi. Le prime lettere di esproprio ai proprietari dei terreni partirono dal Comune di Asti nel 1960. Poi tutto si fermò. Finché nel 1974 la tangenziale spuntò nel piano regolatore della città. All'inizio attraversava gli orti a ridosso del centro abitato. Via via che il cemento invadeva il territorio, però, il tracciato veniva spostato sempre più in periferia. Mentre i costi del progetto si gonfiavano come un sufflè: l'ultima botta arrivò con l'alluvione del 1994 che ispirò un megaviadotto da oltre un chilometro.

Tutto sulla carta, naturalmente, perché nessuno credeva davvero che la tangenziale si sarebbe mai fatta. Troppi soldi, troppo tempo, troppi problemi. Il partito del rospo, che intanto era sorto, si fregava le mani, ma non aveva fatto i conti con il progetto dell'autostrada Asti-Cuneo. Né, soprattutto, con il presidente della Provincia Roberto Marmo, forzista, che persuase l'Anas a fare la tangenziale con l'intento di collegare al casello di Asti Ovest l'Asti-Cuneo con la Torino-Piacenza. Entrambe gestite da società che fanno capo al potente concessionario privato Marcellino Gavio. Si fece quindi un progetto faraonico per un'autostrada a sei corsie.

Ma nel 2002 il nuovo sindaco di centrosinistra Vittorio Voglino, uscito da una campagna elettorale nella quale quattro candidati su cinque, tutti tranne quello di Forza Italia, avevano promesso che se eletti non avrebbero fatto la tangenziale, lo bloccò. La motivazione? Per collegare le due autostrade si poteva bene utilizzare un'altra strada, già esistente, arrivando così al casello di Asti est. Soluzione considerata più facile e più logica. L'Anas avrebbe però dovuto ampliare quella strada. E come compensare Comune e Provincia? Semplice: realizzando la tangenziale della discordia ma con un progetto diverso, sul quale Marmo e Voglino stavolta si erano messi d'accordo. Un progetto forse più modesto, ma a quanto pare non meno costoso.

E i soldi? Nessun problema: c'è la Legge obiettivo. Inutili le proteste degli oppositori, secondo cui non è stato mai fatto uno studio di viabilità, e quindi nessuno sarebbe in grado di dire quante macchine passeranno su quella strada. Inutili anche le osservazioni avanzate dal comitato su alcuni aspetti dell'operazione. Per esempio, la circostanza che la società Autostrada Asti-Cuneo del gruppo Gavio, concessionaria della tangenziale, sia partecipata al 35% dall'Anas, cioè dal concedente. Per esempio, che il progetto sia stato affidato a un'altra società del medesimo gruppo Gavio, la Sina spa, di cui è amministratore delegato Agostino Spoglianti, contemporaneamente pure presidente della Asti-Cuneo...

Sergio Rizzo

G8 di Genova, irruzione alla Diaz: assolti De Gennaro e Mortola

Corriere della Sera


Erano accusati di aver indotto alla falsa testimonianza l'ex questore di Genova Colucci, rinviato a giudizio

 

GENOVA - Assolti per non aver commesso il fatto l'ex capo della Polizia Gianni De Gennaro e l'ex dirigente della Digos di Genova Spartaco Mortola accusati di aver indotto alla falsa testimonianza l'ex questore di Genova Francesco Colucci in riferimento all'irruzione della Polizia nella scuola Diaz durante il G8 del 2001. Mentre Colucci è stato rinviato a giudizio.

LA RICHIESTA - L'ex capo Gianni De Gennaro non era presente alla lettura del dispositivo mentre era in aula Spartaco Mortola. Lo scorso luglio il pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini titolari dell'inchiesta avevano chiesto due anni di reclusione per De Gennaro e un anno e quattro mesi per Mortola.

I comunali ora mangiano il doppio: i buoni-pasto passano da 5 a 10 euro

Corriere del Mezzogiorno


E il Comune spenderà 15 milioni l’anno in più: i ticket passeranno da 5,20 a 10,40 euro al giorno


NAPOLI — Palazzo San Gia­como raddoppierà i buoni pa­sto per i suoi 12mila dipenden­ti, portandoli dagli attuali 5,20 euro a 10,40 euro al giorno. La trattativa con i sindacati è co­minciata ieri, anche se l’accor­do non è stato ancora definito. Resta però sul tappeto un' offer­ta, quella del Comune si suoi dipendenti, che comporterà un notevole dispendio per le casse di Palazzo San Giacomo.

Calcolando infatti che ogni dipendente lavora 5 giorni la settimana, quindi 22 giorni al mese per 11 mesi l’anno (un mese, diciamo, è di ferie), arri­viamo a più di 15 milioni di eu­ro di aumento del costo globa­le per acquistare i ticket; esatta­mente il doppio, cioè, della ci­fra attuale, raggiungendo per arrivare ad un costo globale di circa 30 milioni annui per la vo­ce «buoni pasto».

Ovviamente, in base alla malattie, quindi ai giorni di assenza, la cifra può solo diminuire. Ma indicativa­mente, siamo su questi dati nu­merici. Euro più, euro meno. Della cosa se ne è discusso ieri quando la delegazione trattan­te dei «comunali» ha incontra­to i vertici dell’amministrazio­ne per una riunione sul «ripar­to del fondo 2009».

Quello dei buoni pasto è l’ultimo argo­mento all’ordine del giorno della convocazione, ma certa­mente il più importante. Nella nota si legge che «l’ammini­strazione ritiene che l’attuale valore dei ticket non sia in li­nea con l’aumento del costo della vita degli ultimi anni e propone di aumentarlo fino a raddoppiarlo (da 5.20 a 10.40 euro)». Il tutto, a partire dal primo gennaio del 2010. Peral­tro, quello dei «buoni pasto», per come lo si voglia chiamare (salario accessorio, integrati­vo, produttività, eccetera), rap­presenta comunque un aumen­to della retribuzione mensile.

Perché senza fare conti troppo difficili, dal 2010 un dipenden­te comunale percepirà anziché 114 e 400 euro, 228.8 euro mensili di buoni pasto. Se, ov­viamente, sarà sempre presen­te. Ma non è questa l’unica vo­ce dell’accordo Comune-sinda­cati che dovrebbe essere firma­to nei prossimi giorni e proto­collato col numero 1472. Ci so­no anche i fondi della «produt­tività per obiettivi», 1.165.000 euro, che sono previsti per fi­nanziare «19 obiettivi strategi­ci ».

Soldi, in sostanza, che ven­gono riconosciuti ai dipenden­ti dei Servizi per il raggiungi­mento degli obiettivi. E anche queste voci riservano non po­che sorprese: è il caso di 40 mi­la euro stanziati dalla giunta per la «diffusione della cultura della legalità»; dei 50 mila eu­ro per il «riordino degli archivi comunali»; di altri 50 mila eu­ro lavoro per lo «sviluppo del­la città»; 25 mila euro per «ini­ziative per il Forum delle cultu­re »; 100 mila euro per quelli che vengono definiti «sistema di azioni in materia di welfare di contrasto agli effetti della crisi economica mondiale».

E che dire del controllore che controlla se stesso, visti i 90 mila euro per la «valorizzazio­ne e rinnovamento del capitale umano dell’ente?». Fondi, 140 mila euro, sono riservati anche lo «sviluppo della società del­l’informazione ». Il Comune, co­munque, si «riserva» un’accor­tenza: il premio di produttività per l’obiettivo raggiunto sarà percepita solo da chi sarà in re­gola con il badge , chi cioè avrà sempre marcato sempre rego­larmente il cartellino.

Intanto, pur non facendo fa parte dell’intesa sindacale che sarà siglata a breve, fa discute­re anche un bando da 160 mila pubblicato dal Comune di Na­poli suo suo sito internet e ri­preso dal quotidiano il Napoli, sull’istituzione di «un osserva­torio dei nuovi stili di consu­mo, con annessa unità mobile per la ricerca-azione dei consu­mi di sostanze psicoattive nei contesti ricreativi». Soldi, in pratica, per capire meglio se dove ci si diverte, quindi disco­teche, locali, piazze, circoli dro­ga.


Paolo Cuozzo
06 ottobre 2009