martedì 6 ottobre 2009

Guardoni online per controllare che cosa accade sotto gli occhi delle telecamere

Corriere della Sera

Un imprenditore lancia Internet Eyes, un sito da cui gli utenti internet possono monitorare le tante videocamere
a circuito chiuso. In cambio di un premio


MILANO -
«Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia». Così scriveva Shakespeare, senza sapere che la Gran Bretagna avrebbe risolto la questione disseminando il Paese di telecamere. Peccato solo che adesso ci siano più occhi digitali di quelli umani in grado di monitorarli. E che proprio per questo motivo il prossimo mese Stratford-upon-Avon, nota finora come luogo natale del bardo inglese, diventerà la prima città a pagare gli utenti Internet affinché guardino i video ripresi dalle sue videocamere. Un’iniziativa che, per di più, non si basa sul volontariato dei cittadini oppure sul loro lavoro regolarmente retribuito, bensì su un gioco a premi.

4,2 MILIONI DI «CAM» - Il problema è noto: nel Regno Unito le telecamere a circuito chiuso – pubbliche e private – imperversano: se ne stimano 4,2 milioni. Ma a quanto pare sono ben poche quelle effettivamente controllate da qualcuno. Ecco quindi il progetto denominato Internet Eyes e promosso dall’imprenditore Tony Morgan: un sito dove qualsiasi utente della rete può iscriversi per monitorare online e in tempo reale lo streaming video di una o più telecamere a circuito chiuso. Quando vede qualcosa di sospetto, clicca un bottone inviando l’immagine incriminata e un sms al proprietario della videocamera; se la segnalazione è appropriata, guadagna dei punti. Ogni mese l’“informatore” più bravo vince un premio in denaro (fino a mille sterline).

CHI PARTECIPA - Al programma – che verrà testato inizialmente a Stratford-upon-Avon - possono partecipare (previo pagamento di una commissione) privati, aziende ma anche autorità locali e polizia; o almeno questa è la speranza di Morgan. «Potrebbe rivelarsi la migliore arma per la prevenzione del crimine che ci sia mai stata – confida il manager al Times – Delle oltre 4 milioni di telecamere a circuito chiuso solo una su mille viene guardata. Invece in questo modo saranno controllate tutte 24 ore al giorno».

LE POLEMICHE - Naturalmente la notizia ha fatto sobbalzare i difensori della privacy. «È un’idea agghiacciante per un gioco e creerà un paradiso dei ficcanaso», ha commentato Charles Farrier del gruppo NO CCTV. Da Internet Eyes ribattono che comunque la posizione geografica delle videocamere rimarrebbe segreta. E dalla cittadina di Shakespeare pensano già di estendersi a tutta la nazione. Che a quel punto avrà davvero gli occhi del mondo puntati addosso.

Carola Frediani

Termini, la banda dei taxi lunga-corsa Gruppo di conducenti taglieggia i turisti

Corriere della Sera



ROMA - «Dove andate?». La coppia di giovani romani si avvicina all'auto bianca e viene subito fermata dal tassista. Prima ancora di farvi sedere in auto i conducenti in coda al parcheggio di via Giolitti «selezionano» i clienti in base alla distanza. Andate solo al Colosseo? Niente da fare. Troppo vicino: una corsa da niente: poco più di 5 euro. Lo stesso conducente, due minuti dopo, accalappia due turisti inglesi con voluminose valige: «Termini-Trastevere? Fa 25 euro». Non è che uno dei circa venti furbi della banda della lunga-corsa.



DENUNCIA SU TRIPADVISOR - Il turista contesta? Viene lasciato a terra o scaricato dopo pochi metri, le valige letteralmente buttate in mezzo alla strada, come denuncia un visitatore sul sito TripAdvisor, 25 milioni di utenti. Significativo il titolo del suo post: «Beware of taxi drivers at Termini station-Rome». Attenti ai tassisti alla stazione Termini: a lui hanno chiesto 28 euro per tre isolati, invece degli 8,50 poi pagati ad un conducente onesto con regolare tassametro.




GRADASSI CHE MENANO - Ancora una volta i tassisti fanno cattiva pubblicità a Roma. Ma non tutti. «Sono sempre il solito gruppetto di gradassi - spiega un autista del 3570, una delle società di Radiotaxi più importanti della Capitale -: si sono spostati da Fiumicino a Termini perchè ormai all'aeroporto ci sono troppi controlli. Così, il racket degli accalappia-turisti agisce indisturbato alla stazione di Roma, riunendosi nella poco illuminata via Giolitti.
«Noi delle compagnie più grandi - sottolinea un altro tassista - preferiamo starne alla larga. Quando arriviamo in stazione scarichiamo i nostri clienti e andiamo via subito. Tanto una chiamata via radiotaxi arriva subito. Inutile discutere, quelli menano».




I FURBETTI DEL TASSAMETRO - Sono le sette di una domenica sera, i treni scaricano in città migliaia di viaggiatori. Al parcheggio di piazzale dei 500 la coda è infinita. Va meglio su via Marsala. Peggio sul lato di Termini rivolto a Santa Maria Maggiore. I «furbetti» della tariffa vietata non attaccano il tassametro, mai. Aspettano la vittima predestinata sul lato della galleria gommata: la selezionano tra i tanti in coda al cartello «Taxi».

Gli altri, i clienti più informati e avveduti, li scartano o li evitano con la solita scusa: «Sa, sono a fine turno, voglio andare in direzione di casa mia». Peccato che «casa loro» sia magari a Trastevere, se un ignaro turista si lascia spennare 25 euro. Pazienza che una recente richiesta ufficiale della categoria sia quella di fissare una tariffa unica per le corse entro le Mura Aureliane: 10 euro. Pazienza che, con supplemento festivo e traffico da ora di punta la corsa Termini-Trastevere non possa costare più di 13-14 euro. «Ma ci sono anche i bagagli, il supplemento da e per Termini...» obietta il truffatore, finché un cliente italiano non minaccia di chiamare i carabinieri.




APPELLO AL COMUNE - Allora, rassegnato (ma ci riproverà tra 5 minuti) finge di caricare i bagagli degli stranieri per poi allontanarsi e rifare il giro dell'isolato. Un esempio di illegalità che nessuno sembra potere (o volere) combattere. «Ma perchè - si chiede un tassinaro doc - a quelli la licenza non la levano mai? Hanno protezioni in alto. Eppure anche noi che lavoriamo abbiamo un rappresentante in Comune». E a quello si appellano per far finire «'sto scandalo».
Il rappresentante è il consigliere comunale Pdl, Maurizio Berruti, presidente della cooperativa tassisti «Coeuropa' 93» e membro della commissione Mobilità. A lui, come a tutti i tassisti onesti, Corriere.it rivolge la domanda che tanti turisti e viaggiatori vorrebbero far loro: ci vuole tanto a sgominare una piccola banda di disonesti?

Luca Zanini

Attacco hacker alla posta di Google: "Rubate migliaia di password"



Milano -
Mail in tilt. Un attacco massiccio agli indirizzi di posta elettronica di Gmail, la e-mail di Google, per rubare password e nomi utenti di decine di migliaia di internauti: è l’ultimo allarme per la sicurezza online, ammesso oggi alla Bbc dal grande motore di ricerca di Mountain View, California. "Ci siamo accorti di recente di uno schema di phishing con il quale gli hackers ottenevano credenziali di accesso per indirizzi e-mail e abbonamenti, inclusi quelli di Gmail", ha detto un portavoce di Google alla Tv britannica. "Raccomanderei di cambiare la password su ogni sito sul quale fosse usata", ha suggerito un consulente di sicurezza, Graham Cluley.

Stessa password per account differenti Circa il 40% delle persone usano la stessa password su tutti gli account elettronici (mail, banca, aerei, treni, ecc.) I nomi degli account attaccati ammontano a 30.000, di cui 10.000 di Hotmail. Nelle liste in possesso della società, figurano anche indirizzi di Yahoo, Aol, Comcast ed Earthlink, ma sono in gran parte vecchi: quelli tuttora attivi riguarderebbero soprattutto Hotmail e Gmail.

Scudo fiscale, procura indaga su Di Pietro: "Offese a Napolitano"

di Redazione


Roma - La procura di Roma sta valutando se nei riguardi del leader dell'idv, Antonio Di Pietro, con riferimento alle sue dichiarazioni sulla promulgazione della legge sullo scudo fiscale possa essere ipotizzato il reato di offese nei riguardi del capo dello Stato. "Rivendico il diritto-dovere di critica alle azioni lesive della Costituzione", ha replicato l'ex pm.

Le accuse al capo dello Stato Secondo quanto riportato da notizie di stampa, Di Pietro ha affermato che Giorgio Napolitano affermando che "non poteva promulgare la legge criminale sullo scudo fiscale ha compiuto un atto di viltà e di abdicazione". La valutazione che il procuratore della Repubblica, Giovanni Ferrara, sta facendo con i suoi aggiunti prima di stabilire se debbe essere aperto un fascicolo di indagine riguarda il contenuto di articoli di stampa pubblicati in questi giorni su vari quotidiani, nonchè sull’interrogazione che sui fatti è stata presentata dal presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga al ministro dell’Interno Roberto Maroni e al ministro della Giustizia, Angelino Alfano.

La replica di Di Pietro "Aspetto e rispetto serenamente le valutazioni che la procura vorrà dare. Non mi avvarrò di alcuna immunità parlamentare e rivendico il mio diritto-dovere, come cittadino e come rappresentante eletto del popolo, di criticare quei provvedimenti e quelle azioni che ritengo lesive della Costituzione e del diritto da chiunque essi provengano, capo dello Stato compreso", ha subito replicato Di Pietro rilevando che "a sentirsi offeso dovrebbe esser quel povero cittadino che si è sentito redarguire dal presidente della Repubblica perché si era permesso di chiedergli di non firmare un provvedimento che egli, come me e tanti altri, ritiene ingiusto e iniquo in quanto favorisce criminali e danneggia gli onesti". 

Di Pietro non ha usato mezzi termini ribadendo che "in quella occasione le giustificazioni addotte dal Capo dello Stato appaiono a me e non solo a me del tutto irrituali". "Forse i costituzionalisti e i tanti commentatori che si sono esercitati in questi giorni a criminalizzare le mie critiche - ha concluso Di Pietro - dovrebbero interrogarsi se possano considerarsi opportune o non siano invece lesive della Costituzione proprio le parole rinunciatarie del Capo dello Stato. Ma in questo periodo di perbenismo di facciata e di ipocrisia di maniera non mi aspetto nulla di nuovo".


Club musulmano al Paris Foot Gay: "Non giochiamo con gli omosessuali"

di Redazione




Parigi - Paris Foot Gay. Il nome è sufficiente per indurre una squadra di calcio di musulmani a non giocare una partita del campionato amatoriale francese. In una messaggio inviato agli sfidanti la squadra Crèteil Bèbel ha spiegato chiaramente che la presenza di omosessuali in squadra era alla base della decisione. 

Niente partita di calcio "Siamo spiacenti, ma a causa del vostro nome e in conformità ai principi della nostra squadra, composta da giocatori musulmani, non possiamo giocare contro di voi", si legge nella lettera spedita dal club Crèteil Bèbel a quello di Paris Foot Gay. "I nostri principi sono molto più importanti di una partita di calcio. Ribadiamo le nostre scuse per avervi avvertito in ritardo". 

La denuncia del club francese Il Paris Foot Gay ha replicato denunciando l’omofobia latente nel calcio: "Questa squadra si è semplicemente rifiutata di giocare contro degli omosessuali. Ricordiamo che il Paris Foot Gay è un club aperto a tutti, etero e omosessuali, orgogliosi di lottare insieme contro i pregiudizi e le discriminazioni. È sintomatico constatare il fatto che la semplice menzione della parola 'gay' nel calcio ispira il disprezzo o la paura del confronto con gli altri", si legge da L’Equipe. La Commission Football Loisirs, l’associazione che organizza il campionato, si è detta "stupefatta" e ha convocato il club Crèteil Bèbel, nei confronti del quale potrebbero essere adottate sanzioni.

Terrorismo, allarme per le bombe a corpo

Corriere della Sera


Potrebbe essere una nuova tecnica dei qaedisti: ordigni inseriti nelle cavità dell'organismo e fatte esplodere sui jet


WASHINGTON – Una micro-bomba nascosta nelle cavità del corpo. E’ l’ultima arma che i terroristi di Al Qaeda potrebbero usare per eludere la sorveglianza e salire a bordo di un jet. Uno scenario ipotizzato, senza troppa enfasi, dagli americani ma preso molto sul serio dai francesi. Il Dcri, dipartimento anti-terrorismo voluto dal presidente Nicolas Sarkozy, ha suggerito che negli aeroporti vengano adottate nuove forme di controllo per parare la possibile minaccia. Se la richiesta fosse accolta potrebbe crearsi lunghe code e problemi non indifferenti.

L'ATTENTATO FALLITO - L’allarme è scattato alla fine d’agosto quando un militante qaedista si è fatto saltare nell’ufficio del principe Mohammed Bin Nayef, responsabile dell’antiterrorismo saudita. Un attacco fallito e costato la vita solo al kamikaze. Successivamente con un video, Al Qaeda ha svelato la tecnica impiegata e mostrato le componenti dell’ordigno. Show seguito dalla promessa di diffondere su Internet le istruzioni per costruirlo.

IPOTESI ALLO STUDIO - Secondo una prima ricostruzione Abdullah Al Asiri, 23 anni, aveva celato la piccola carica nell’ano. Ad attivarla un messaggio sms. Un'altra ipotesi è che il kamikaze avesse celato la bomba nelle mutande e che sia stato perquisito in modo superficiale. Entrambe le spiegazioni non hanno però convinto tutti gli esperti che, prima di lanciare l’allarme, vorrebbero avere maggiori dati. Inoltre è strano che i militanti svelino la tattica. Perché mai dovrebbero fare un favore alle polizie?

PICCOLA MA MICIDIALE - Il timore di chi crede alla minaccia è che un terrorista possa eludere i controlli, salire su un aereo e far esplodere l’ordigno una volta che il jet è ad alta quota. Gli artificieri riconoscono che la carica è piccola ma sufficiente a danneggiare le pareti della cabina innescando un evento catastrofico. Per scoprire la micro-bomba le autorità potrebbero essere costrette a installare negli aeroporti macchine che “vedano” all’interno del corpo ma con una bassa emissione di radiazioni. Risvolto tecnico – sostengono taluni – non facile da risolvere. In ogni caso vorrebbe dire costi aggiuntivi per la protezione, file ai check point della sicurezza, attese snervanti.

Mafia, il pasticcio del megastore che piaceva tanto a "Repubblica"

di Gian Marco Chiocci


nostro inviato a Palermo


È un pasticcio mafioso in cinemascope. È la storia, che poco o niente ha interessato gli inquirenti siciliani, del centro commerciale più grande d’Italia che sarebbe dovuto sorgere vicino Palermo, a Villabate, grazie all’accordo siglato fra la cosca dei Mandalà e imprenditori della grande distribuzione e del cinema che già avevano lavorato per Veltroni quand’era al Campidoglio. È una vicenda assai poco pubblicizzata dai media, fors’anche per quei riferimenti sgradevoli al fratello di Veltroni, Valerio, e soprattutto al defunto Carlo Caracciolo, padre nobile di Repubblica, che secondo le accuse del pentito Francesco Campanella avrebbe garantito comunque una copertura mediatica all’operazione. 

Una questione giudiziaria non gradita anche perché un parente di Caracciolo, per la cronaca, sarebbe stato in rapporti strettissimi con l’imprenditore Pierfrancesco Marussig che recentemente ha preso sette anni per corruzione insieme al socio Giuseppe Daghino in un processo di mafia dove le condanne complessive ammontano a mezzo secolo di carcere.

E se le posizioni dei Veltroni e dei Caracciolo non sono state giudicate meritevoli di approfondimento processuale da parte dei pm siciliani al pari del presunto interesse delle coop rosse a edificare l’ipermercato di Cosa Nostra, gli episodi che li riguardano trovano eco fra le migliaia di carte processuali che nessuno ha avuto la bontà di leggere.

Vediamole insieme. Nei primi anni 2000 nasce l’idea di realizzare un centro commerciale faraonico a Villabate, comune ripetutamente sciolto per mafia. Il progetto, supervisionato da Cosa Nostra, è affidato alla Asset Development srl di Marussig e Daghino che si trova a dover risolvere alcuni problemi: convincere i proprietari di 158 terreni a vendere la terra, convertire le aree da agricole a produttive, ottenere varianti al Prg per la costruzione di svincoli e parcheggi, portare a più miti consigli un consigliere rompiscatole dei Ds che s’era messo di traverso. 

Come fare? Si chiede aiuto alla cosca locale che curava direttamente la latitanza di Provenzano. Con le buone o con le cattive i Mandalà risolvono tutti i problemi ottenendo in cambio contanti e una co-gestione nel business. I quattrini - secondo gli accordi - vanno versati estero su estero: un primo anticipo da 25mila euro (la tangente iniziale concordata da Marussig con il futuro super pentito Campanella ammontava invece a 200milioni di lire) la Asset lo paga a mo’ di consulenza.

All’esborso che tarda ad arrivare – racconta il collaboratore di giustizia – alla fine ci pensa direttamente Daghino, già consulente della giunta Veltroni: «Me lo presenta Marussig nel suo ufficio romano come l’anima finanziaria della società e come consulente dell’amministrazione Veltroni per le cartolarizzazioni immobiliari. Marussig mi dice di aspettare ancora qualche giorno per i soldi, è solo un problema di somme. “Ci pensa lui dice...” indicando Daghino». 

Il quale annuisce e rassicura: «La prossima settimana – ribatte – il bonifico sarà fatto». E così è stato, la prova è negli atti del processo. Nel frattempo il piano si arena in Regione ma solo dopo che – a detta di Campanella - si era provveduto ad avvicinare il consigliere scomodo. Il pentito Campanella racconta che fu l’entourage di Veltroni, se non proprio lo stesso sindaco, il canale attraverso il quale venne avvicinato e «ammorbidito» il consigliere Ds, Giuseppe Mannino. 

«Marussig era impressionato dagli attacchi dell’opposizione in consiglio comunale. Mi disse che stava cercando di capire se riusciva ad agganciare per vie politiche sue personali, attraverso contatti con Roma, il consigliere Ds per riportarlo a una posizione più normale rispetto al piano commerciale, e mi disse che avrebbe utilizzato il suo socio Daghino, che essendo consulente dell’amministrazione di Roma e del sindaco Veltroni aveva magari contatti con esponenti politici dei Ds che in qualche modo avrebbero provato a contattare Mannino».

Quale miglior strada. Il manager era notissimo in Campidoglio avendo collaborato direttamente con l’amministrazione Veltroni attraverso la società «Risorse per Roma» partecipata interamente dal Comune di Roma, essendone stato responsabile amministrativo e finanziario sin dalla sua costituzione (1995). Più avanti, nel 2003, Daghino si era personalmente occupato anche del progetto di cartolarizzazione degli immobili dell’amministrazione capitolina. 

Come se non bastasse, s’è scoperto che la Asset Group del duo Marussig-Daghino lavorava fianco a fianco alla giunta Veltroni con studi di fattibilità per il piano di assetto dei mercati comunali, con prospetti di ripristino e restauro di aree del centro di Roma, con progetti di una piazza al quartiere della Romanina, e tant’altro ancora. Di casa in Campidoglio, associati a Cosa Nostra. Pagina 734 della sentenza di condanna di Marussig e Daghino: «Le due entità, mafia e Asset Development, si sono sempre mosse a partire dal 2000 in assoluta simbiosi e sinergia d’intenti, come soci di una società criminale di scopo». 

Passano i mesi e sui giornali si comincia a parlare degli interessi della mafia per i centri commerciali. Marussig è preoccupato, anche se l’idea di abbandonare la cattedrale dello shopping in Sicilia con annessi una serie di stabili per proiettare film («lui che è – scrivono i giudici – personaggio ben noto nel circuito delle multisale cinematografiche») non gli passa per la testa.

Per provare ad allontanare i sospetti rilascia un’intervista a Repubblica nella quale spiega «che la mafia non l’aveva mai vista, e a Villabate era tutto tranquillo». Repubblica non era un giornale qualunque, la scelta non cadeva a caso. Anche questo articolo, rivelava Campanella, «era stato commissionato perché Marussig mi disse che Repubblica era socia nell’operazione. Caracciolo (editore di Repubblica, morto lo scorso dicembre, ndr) è uno degli investitori in questo centro commerciale, a tal punto che non solo Caracciolo gli diede la pagina per fare questa cosa e lo spingeva e gli dava la Repubblica per fare tutti gli interventi, ma lo mise a conoscenza di una lettera anonima che arrivò in procura, ai carabinieri e a Repubblica, in cui si parlava di me e di Mandalà», il boss locale. 

L’allora responsabile della redazione palermitana della Repubblica, Fabrizio Giustino, in aula offre riscontri alle dichiarazioni di Campanella: «Ho avuto tre incontri con Marussig nel 2003. Voleva parlarmi di questo investimento a Villabate, mi disse che lui era capofila di una società che gestiva il Warner Village di Roma e che uno dei soci era un fratellastro di Caracciolo». Marussig, aggiunge Giustino, gli parlò anche dei rapporti che lo stesso intratteneva con Maurizio Scaglione, responsabile della società Manzoni che raccoglieva la pubblicità per Repubblica, al fine di ottenere un passepartout in ambienti politici. Campanella sul punto ha precisato: «A quanto ne so Caracciolo non è mai stato informato più di tanto della vicenda, però rispetto a questo, ne ho parlato con il fratello, il fratellastro, Ettore Rosboch» collegato a Marussig nella società di cinematografia Focus.

E a proposito di cinema, Campanella ricorda: «Nella nuova struttura si sarebbe dovuto costruire anche un Warner center, con 20 sale cinema, al quale sarebbe stato interessato il fratello di Veltroni, Valerio». Dopo aver rischiato la diffida per aver snobbato la convocazione del tribunale, il 20 ottobre, Walter Veltroni si presenta in aula e giura (vedi verbale sotto) di essere all’oscuro delle cose mafiose di Villabate. Dove persino le coop rosse un tempo vicine al suo partito, sempre per «colpa» di Marussig avevano fatto più di un pensierino sul business della costruzione del megastore benedetto da Cosa Nostra. Se non se ne è fatto niente è solo perché i carabinieri sono arrivati in tempo. Prima dell’inizio del film sul centro commerciale che tanto piaceva a un certo Bernardo Provenzano.

Anna Frank, ritorno ad Amsterdam

Avvenire


Solo nel corso di questo 2009, la mostra itinerante «Anne Frank. Una storia attuale», organizzata dalla fondazione di Amsterdam che si occupa della casa-museo di Anna Frank, è stata esposta in più di cento località in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Indonesia, dalla Francia ad Israele. Un segno evidente dell’interesse appassionato che ancora suscita la vicenda di questa adolescente vissuta nascosta per più di due anni ad Amsterdam, deportata ad Auschwitz e morta a Bergen Belsen.

La sua storia è stata rivelata al mondo dal suo Diario, consegnato, ritrovato da Miep Gies dopo l’arresto di Anna e dei suoi, e da lei consegnato al padre Otto, unico sopravvissuto alla deportazione. Otto Frank fece pubblicare il Diario nel 1947 sotto il titolo L’alloggio segreto. Esso copre il periodo tra il giugno 1942 e l’agosto 1944, data dell’arresto, con un’interruzione fra il dicembre 1942 e il dicembre 1943, dovuta alla perdita del quaderno che lo conteneva. 



Un testo delicato, di un’adolescente colta, curiosa, piena di vita, scritto sotto forma di lettere all’amica Kitty, il suo alter ego, dapprima per trovare una valvola di sfogo nella situazione drammatica che viveva, poi riscritto parzialmente su fogli volanti, dopo aver ascoltato per radio l’invito da parte del governo olandese in esilio a scrivere quanto si aveva davanti agli occhi, per mantenerne memoria ed offrirne testimonianza. E non è questo l’aspetto meno significativo di questo testo, nato come un diario e poi divenuto testimonianza consapevole e meditata.

Il Diario fu subito tradotto in inglese, tedesco, francese, ma la storia della ragazzina ebrea vissuta per due anni nascosta nell’alloggio segreto di Amsterdam divenne veramente famosa solo nel 1956, quando se ne trasse un’opera teatrale che vinse il premio Pulitzer. Il successo, l’emozione, l’interesse furono incontenibili e sembrò, dopo tanto silenzio e tanta rimozione, che si fossero rotti degli argini e che la tragedia della Shoah emergesse di colpo alla storia. In Italia, la versione teatrale del Diario fu rappresentata dalla Compagnia dei Giovani, con una straordinaria Annamaria Guarnieri che interpretava Anna. 



Ricordo di averla vista al teatro Eliseo, a Roma, con la mia classe, e ricordo anche che fu la prima volta che ci portarono con la scuola a teatro. Gli anni successivi furono anni in cui la storia di Anna Frank divenne conosciuta da tutti, letta in tutte le scuole. Nel 1960 la casa di Amsterdam dove i Frank e i loro amici si erano invano nascosti, divenne un museo, dove ormai più generazioni di visitatori e studenti si sono recati in pellegrinaggio.

Ed è proprio qui, in questa casa-museo, che verranno prossimamente esposti tutti gli scritti originali di Anna: raccontini, citazioni, appunti, insieme alle due diverse redazioni del Diario. Con il processo Eichmann, che portò sotto la luce dei riflettori decine di testimoni dei campi di sterminio nazisti, e con Se questo è un uomo di Primo Levi, il Diario di Anna Frank fu la leva che scoperchiò il silenzio sulla Shoah degli anni successivi alla guerra, l’inizio del processo di costruzione memoriale.Non che non ci fossero stati tanti libri importanti di memorie, tante testimonianze preziose affidate alla scrittura e pubblicate nell’immediato dopoguerra. 



Ma il successo del Diario aprì la strada alla rilettura di quelle opere. Molte erano state ignorate, e solo dopo il Diario vennero riprese, riconosciute. Così Se questo è un uomo di Primo Levi, pubblicato nel 1947, lo stesso anno del Diario, in poche copie da una piccola casa editrice, la De Silva, e ripubblicato da Einaudi nel 1956. Proprio per la sua grande diffusione, per la sua capacità di scuotere gli animi e rompere i silenzi, il Diario di Anna Frank è divenuto uno degli oggetti privilegiati degli attacchi dei negazionisti, che ne hanno sostenuto, e ancor ne sostengono – basta navigare un poco su internet per accorgersene – la falsità.

Tutti i loro argomenti si sono rivelati menzogneri: dall’accenno di Anna all’uso dei gas, che rivela non una redazione posteriore alla Shoah, ma solo che la ragazzina ascoltava le trasmissioni radio dove dei gas si parlava già nel 1943, al presunto uso di penne biro, all’epoca ancora non inventate, che si sono rivelate essere state usate solo in un foglietto scritto molti anni dopo dai periti. L’unica argomentazione reale, su cui i negazionisti hanno sguazzato a piene mani, è il fatto che l’edizione pubblicata dal padre di Anna, 



Otto Frank, aveva tagliato alcune frasi troppo intime, troppo legate ai turbamenti adolescenziali di Anna e ai suoi difficili rapporti con la madre, a sua volta morta ad Auschwitz. Recentemente, tutte le versioni sono state pubblicate insieme e messe a confronto in un’edizione critica pubblicata in Olanda e tradotta in italiano da Einaudi (I diari di Anna Frank. Edizione critica, a cura di David Barnouw e Gerrold Van der Stroom, Einaudi 2002), dove si analizzano anche le prove della sua autenticità. Ora il Diario di Anna Frank, già poesia, e poi pilastro della nostra capacità di non dimenticare, è divenuto storia.

Anna Foa

Bomber Lucarelli, l’editore di sinistra che non paga i lavoratori

di Redazione


Sul sistema dell’informazione tira aria pesante. Lo ricordava La Repubblica illustrando l’adunata in piazza per difendere la libertà di stampa. «Trecento pullman trasferiranno a Roma i manifestanti». Accadeva sabato. Il giorno dopo, domenica, un numero non precisato di autobus e torpedoni hanno trasportato a Siena il popolo dei tifosi del Livorno per la partita di campionato di calcio, divisione nazionale serie A, risultato finale zero a zero.

Che c’azzecca questo con la libertà di stampa? Vado a spiegare l’arcano. Dovete sapere che a Livorno va in stampa dal settembre dell’anno duemila e sette un quotidiano simpatico con testata antica Il Corriere di Livorno. Oggi lo dirige un amico e collega eccellente, Giancarlo Padovan, uno che ama il calcio, le imprese ardue, un professionista di passione e cervello. Il finanziatore principe del giornale si chiama Lucarelli Cristiano, è un attaccante di razza (da non confondersi con che razza di attaccante), è un duro e puro, roba da pugno chiuso sotto la curva, compagni, uniti si vince, anima e sangue, falce e martello.

Lucarelli, non amando proprio i giornalisti e preferendo i giornali, decise di mettere mano al portafoglio, abbastanza gonfio per una carriera interessante, e di raggrumare uomini e idee rifondando una testata antica, la seconda voce di Livorno. Tiratura iniziale di diecimila copie, poi scese vertiginosamente come le vicende della squadra calcistica. Ma Lucarelli non ha mollato, il presidente Spinelli, del Livorno non della cooperativa, gli passa 750mila euro a stagione, si può arrivare a fine mese senza particolari patemi.

Al Corriere di Livorno concesse per tre mesi la propria collaborazione una giornalista fascinosa e salottiera che ha un’insegna di casato lunga da qui a Napoli, donna marchesa Januaria Piromallo Capace Piscicelli di Montebello dei duchi di Capracotta. La Piromallo venne contattata dall’allora direttore del Corriere di Livorno, Emiliano Liuzzi, in occasione della presentazione di un libro, scritto dalla donna marchesa, dal titolo Belle e d’annata. Si era alla vigilia del primo numero del foglio e dunque Liuzzi offrì alla Piromallo di scrivere fatti di costume e affini, addirittura una rubrica sul quotidiano, titolo non proprio originalissimo

La Posta del cuore, fissato anche il salario, cinquecento euro a settimana, stretta di mano, cin cin, «non ci sono problemi per il pagamento, vedrai». Passati mesi tre, arrivando il natale, la donna marchesa incominciò a chiedere informazioni sui versamenti dovuti e non percepiti. Totale: settemila euro o giù di lì. Ma qui cominciarono i dolori, dalla posta del cuore a quella del fegato, grosso così.

Una telefonata dietro l’altra, nessuna risposta, soliti dribbling «il contabile è in ferie, tranquilla». Le ferie del ragioniere proseguirono, la Piromallo intuendo di essere stata presa per il cuore decise allora di rivolgersi a due avvocati e quindi all’Ordine dei giornalisti per chiedere pareri di congruità sulla parcella e interventi alla fonte. Fra le more, il direttore Liuzzi aveva mollato la poltrona cedendola a Padovan che nulla ha a che fare con detta vicenda.

Vicenda finita in tribunale che, ai sensi dell’articolo 633 del codice di procedura civile, ha ingiunto al Corriere il pagamento della cifra di tremila e cinquecento euro più varie ed eventuali, in caso contrario esecuzione forzata. Sembra che altri due giornalisti si trovino in identica situazione di credito. Ma da un anno a oggi nessuna novità dal fronte, il telefono tace, la cassa è chiusa, il paese nemmeno mormora. La libertà di stampa è in pericolo, la libertà di non pagare è assicurata. Compagno Lucarelli facci un gol. Con dedica. Magari alla donna marchesa Januaria Piromallo.

Il Grande Imam dei sunniti: «Il velo integrale non è Islam»

Corriere della Sera


La somma autorità di Al Azhar si schiera per la prima volta. Il «niqàb» sarà vietato in tutte le scuole religiose


Che la laica Francia se la prenda con il burqa non sor­prende più di tanto. Che la som­ma autorità religiosa di tutti i musulmani sunniti condanni duramente il velo integrale può invece stupire. Eppure sheik Mohammad Tantawi, Grande Imam dell’Azhar, que­sta volta è stato chiaro. «Il ni­qàb , il velo che copre il volto, è una tradizione del tutto estra­nea all’Islam», ha detto a una stupitissima liceale visitando la sua scuola al Cairo.

«Perché lo porti? Non è religione que­sta, e io di religione credo di ca­pirne più di te e dei tuoi genito­ri ». E ancora: «Emanerò una di­rettiva per proibire l’uso di que­sto velo in tutte le scuole di Al Azhar. Allieve e insegnanti non potranno più portarlo». A dife­sa della ragazza, racconta il quotidiano Al Masri Al Yawm, sono intervenute le professo­resse: «Se l’è messo quando è entrato lei, con le compagne non lo indossa». Ma l’anziano capo di Al Azhar ha ribadito il divieto, comunque e sempre.

Sconosciuto di fatto fino al­l’inizio degli anni '80, in Egitto il velo integrale si è diffuso con l’estremismo islamico. E se una volta a portarlo per le vie del Cairo erano solo le «arabe dal Golfo», considerate dalle egiziane meno progredite sep­pur più ricche, oggi il niqàb è popolare. Il governo, laico, ha tentato a più riprese di impedir­ne l’uso, considerandolo segno di resistenza al regime e di so­stegno invece ai Fratelli Musul­mani, unica opposizione politi­ca rimasta nel Paese.

Nel 1999 una lunga battaglia tra il mini­stero dell’Informazione e alcu­ni avvocati integralisti si con­cluse con il suo bando dalle scuole pubbliche. Nel 2007 il ministro degli Affari religiosi ordinò alle moschee di impedi­re l’ingresso a chi lo indossava. Proibizioni poco rispettate in realtà. Anzi, sempre nel 2007, l’Università Americana del Cai­ro fu costretta a riammettere una studentessa coperta dalla testa ai piedi.

Sheikh Tantawi per anni ha cercato il compromesso. «Por­tare o meno il niqàb è una scel­ta personale», sosteneva, senza vietarlo nè elogiarlo. E perchè ora abbia cambiato idea non è facile dire. Certo, l’allarme sicu­rezza è massimo in Egitto e le autorità sostengono che sotto a un niqàb si può na­scondere di tutto, un terrorista come delle armi. La lotta del raìs Mubarak contro gli islamici radicali è sem­pre più dura e Al Azhar tiene molto ai buoni rapporti con il potere.

Ma è anche ve­ro che il «Papa sunni­ta » ha già dato prova in passato di moderazione. Nel 2001, dopo le Torri Gemelle, sheikh Tantawi definì «eretici» gli attentatori-suicidi. Nel 2005, sfidando una tradizione millenaria, proibì le mutilazio­ni genitali femminili, la «cir­concisione» delle bambine che certo islamica non è ma viene difesa da molti imam e conser­vatori. Fu inondato da critiche e accuse, allora. E adesso, dopo l’incontro con la liceale senza volto del Cairo, sta già succe­dendo lo stesso.

Cecilia Zecchinelli

Biella: barista denunciato, rifiuta caffè a tre nordafricani

Corriere della Sera

Troppi extracomunitari al bar e poche le loro consumazioni


Per ingiurie e violenza privata con l'aggravante della discriminazione o all'odio etnico


BIELLA - Un barista di Biella è stato denunciato per ingiurie e violenza privata con l'aggravante della discriminazione o all'odio etnico per essersi rifiutato di servire il caffè a tre giovani nordafricani che si erano seduti ai tavolini all'esterno del suo locale. Secondo le dichiarazioni di R. M., 54 anni, il numero di clienti nordafricani dalla primavera scorsa era andato via via crescendo, mentre le consumazioni al suo locale hanno incomunciato a diminuire. Gruppi di una trentina di extracomunitari occupavano i tavolini del suo bar-gelateria per l'intera giornata consumando solamente qualche caffè.

La comproprietaria del locale, E. O., 44 anni, ha cercato di allontanare tre nordafricani dicendo che la macchina del caffè era guasta, ma questi hanno fatto notare che per gli altri clienti la macchina funzionava perfettamente. È intervenuto R. M. dicendo che non aveva intenzione di servirli cercando inoltre di togliere le sedie sulle quali i tre erano seduti.

In quel momento è arrivata anche un'italiana, convivente di uno degli stranieri, che alla richiesta di una bottiglietta d'acqua e di un cappuccino si è sentita rispondere che le sarebbe stata servita solo l'acqua. Ne è nata una discussione che si è conclusa in questura dove gli immigrati hanno sporto querela facendo così scattare la denuncia per frasi come «il caffè non c'è per voi, per colpa dei vostri paesani marocchini che non pagano io certa gente non la frequento e non la servo», e «non ti do niente, questo è il mio locale, faccio quello che voglio, andate via, voi avete la testa calda».

05 ottobre 2009


La Sindone? È un falso del Trecento»

Corriere della Sera


Realizzato un clone del telo custodito a Torino. Obiettivo: dimostrare che poteva farlo un artigiano medioevale

MILANO - Un telo di lino, un professore di chimica e un po' di tecnologia. Ecco una Sindone nuova di zecca, a grandezza naturale, del tutto simile a quella custodita nel Duomo di Torino e venerata come sudario di Cristo. La prima però è stata fabbricata nel 2009 e sarà presentata dal chimico Luigi Garlaschelli dell'Università di Pavia al congresso del Cicap, Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale, ad Abano Terme dal 9 all'11 ottobre.

Il suo obiettivo: dimostrare come sia possibile produrre una Sindone anche con tecnologie che erano disponibili a un bravo falsario del 1300. Un'operazione finanziata dalla Uaar, l'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti. «Già a metà del Trecento il vescovo di Troyes, Henri de Poitiers, aveva detto che si trattava di un falso. E nel 1988 gli scienziati che hanno eseguito la datazione col carbonio 14 hanno confermato: si tratta di un artefatto di buona fattura di otto secoli fa» spiega il segretario nazionale della Uaar, Raffaele Carcano. Dopo la presentazione, la Sindone "fai-da-te" sarà esposta al pubblico.

LA STORIA - La Sacra Sindone è il lenzuolo nel quale, secondo la testimonianza dei Vangeli sinottici, Giuseppe D'Arimatea avvolse la salma di Gesù Cristo. Le prime testimonianze risalgono al 944 quando l'immagine, prima custodita in Turchia, venne trasferita a Costantinopoli ed esposta distesa. Nel 1353 diventa proprietà di Goffredo di Charny, quindi viene ceduta nel 1452 al duca di Savoia Ludovico il Generoso. Ammessa al rito liturgico da papa Giulio II nel 1506, è stata danneggiata da un incendio scoppiato nella sacrestia della cappella ducale di Chambery. Poi seguendo la dinastia Savoia, è stata portata a Nizza e a Vercelli, per poi tornare a Chambery nel 1561. Sedici anni dopo viene portata a Torino. Risale al 1973 la prima ostensione televisiva e a 1978 l'esposizione per ricordare il IV centenario del trasferimento del Sacro Sudario da Chambery a Torino.

Alla morte di re Umberto II è stata donata dai Savoia alla Santa Sede. Ad aprile 1997, durante un incendio scoppiato in Duomo, il Sacro Lenzuolo è stato portato in salvo dai vigili del fuoco senza riportare alcun danno. Di recente la proprietà della Sindone è stata messa in discussione: secondo il professor Francesco Margiotta Broglio, autorevole studioso dei rapporti tra Stato e Chiesa, con l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana (1º gennaio 1948) la Sindone è diventata proprietà dello Stato e il lascito testamentario di Umberto II è nullo. Tuttavia la Santa Sede potrebbe avere nel frattempo acquisito la proprietà della Sindone per usucapione. Sulla questione è stata presentata un'interrogazione parlamentare ma non c'è stata ancora una risposta del governo.


La Gabanelli mi ha scaricato per una querela»

di Massimo Malpica

Roma

Finito in tribunale per una causa civile nata da un servizio di Report nel 2001, Paolo Barnard sembra una bandiera della battaglia per la tutela legale che Milena Gabanelli ha combattuto a mezzo stampa nell’ultimo periodo. Ma non è così. Barnard, cofondatore di Report, accusa la conduttrice di averlo abbandonato. «Nel 2001 - attacca - un mio servizio sul comparaggio farmaceutico va in onda dopo il vaglio dell’avvocato Pierluigi Lax dell’ufficio legale della Rai. Viene pure replicato. Nel 2004 avevo lasciato Report da qualche mese, e io, la Gabanelli e la Rai veniamo citati in giudizio per una causa civile».

E che cosa succede?

«Mi viene negata la copertura legale, e la Rai mi spedisce pure un atto di costituzione in mora, avvertendomi che in caso di condanna l’azienda intende rivalersi su di me. Io, naturalmente, chiedo alla Gabanelli di prendere posizione».

L’ha fatto?

«No. Nessuna protesta formale e pubblica da parte sua. Mi disse che la lettera era un atto dovuto e sarebbe morta lì, ma invece...».

Invece?

«Non solo quell’atto è ancora valido, ma quando arriva la prima sentenza, scopro che la parte convenuta, Rai e Gabanelli, aveva dettato la sua linea difensiva scaricando tutto su di me. Cito dagli atti: “Per tutto quanto argomentato la Rai e Milena Gabanelli chiedono che l’Illustrissimo Tribunale adìto voglia (...) porre a carico di Paolo Barnard ogni conseguenza risarcitoria”. Capito?».

Il cerino le è restato in mano.

«Esatto. La cosa che mi fa schifo è che lei si è sdraiata ai piedi dei dirigenti della “Rai di regime”, dove da anni è in prima serata anche con Berlusconi al governo, e in pubblico si vende come paladina della libertà e del coraggio, quando avrebbe dovuto spendersi per difendere i giornalisti abbandonati dagli editori. In privato ha preferito non mettersi in gioco. Ha ingannato me, ma anche il suo pubblico adorante. Se fai il paladino, ma poi tradisci i principi morali e di libertà dell’informazione, sei come le parrocchie che dici di combattere».

In questi anni vi siete sentiti?

«Ci siamo scambiati accuse sul forum del sito web di Report, dove - a proposito di censura - ha cancellato decine di messaggi che chiedevano spiegazioni sulla mia vicenda, bannando anche gli utenti dal forum. Ha anche scritto di avermi mandato un atto col quale si impegna a pagare di tasca sua in caso di condanna, che c’è stata pochi giorni fa».

Ah, però.

«Ma la lettera non esiste. E se esistesse, sarebbe un vergognoso escamotage: da una parte non combatte per la libera informazione contro i suoi padroni, dall’altra mi lascia massacrare col suo benestare, e paga i danni per salvarsi la faccia. Un anno fa diceva che il rischio della censura legale “non è colpa della Rai ma del sistema giudiziario”. Ora sostiene invece che “è dovere del servizio pubblico esercitare il giornalismo d’inchiesta assumendosene rischi e responsabilità”. Ipocrisia ai massimi livelli. Lei, intanto, dal 2007, dopo il mio caso, ha ottenuto la copertura legale per i suoi. Ma la battaglia per la libera informazione andava fatta per tutti».

Ma in Italia c’è un regime?

«No. C’è sicuramente una parte politica che tenta di imbrigliare l’informazione, ma il regime è quello degli italiani che non scelgono la buona informazione, e che hanno mollato la sinistra. E la sinistra, non sapendo come giustificare il proprio sfacelo, dà la colpa a Berlusconi. Io sono antiberlusconiano di lungo corso, ma non sono un falsario: se Berlusconi è la mafia, allora io ieri ho visto la camorra scendere in piazza contro la mafia. È ridicolo che la Fnsi organizzi una manifestazione simile quando non ha mosso un dito sulla vicenda della censura legale. O Travaglio che nel 2006 disse “chi non ha il guinzaglio in tv in questo momento non lavora”, e oggi lo vedi da tutte le parti».