sabato 3 ottobre 2009

Di giorno pescherie, di notte ristoranti

Corriere del Mezzogiorno



«Fish & fritt’», «Friggi e Mangia» ed altri: il pesce che non si vende di mattina si cucina di sera per il pubblico


NAPOLI - Originale misura anticrisi raccontata da «Il Velino». «Adda passà 'a nuttata» diceva Eduardo De Filippo in una sua indimenticabile commedia. E lo ripetono in molti negli ultimi tempi. La crisi si fa sentire: si spende di meno, si rinuncia a qualche lusso, ma con uno stipendio medio non si arriva alla fine del mese con la tranquillità di una volta. E allora come ci si comporta? A Napoli, da secoli nota in tutto il mondo per la sua arte d’arrangiarsi, cioè per il tipico spirito di adattamento e l’inventiva dei suoi abitanti di fronte a condizioni ostili, si cercano e si trovano espedienti. È così infatti che alcune pescherie si trasformano in ristoranti.

Ad Arco Felice, a Pozzuoli, c’è il «Fish & fritt’», pescheria di giorno, ristorante di sera. Al calar del sole, all'esterno del locale, i banchi destinati solitamente alla vendita del pesce, lasciano spazio ai tavolini e con 20 euro a persona, è offerto un menù completo a base di pesce. Lo stesso accade nel quartiere Chiaia, dove la pescheria Mattiucci in vico Belledonne, si trasforma in un locale dove poter mangiare un po' di pesce crudo, o cucinato a dovere, da accompagnare ovviamente a un buon bicchiere di vino bianco. E se pure il locale non sembra adatto alla trasformazione in “bella di notte” perché magari non c'è spazio per i tavoli, c'è chi non si scoraggia. Obiettivo sbarcare il lunario e combattere la crisi, con il coltello tra i denti.

Nel quartiere Fuorigrotta, in via Pietro Testi, infatti, la pescheria «Friggi e Mangia», la sera sfrutta le «rimanenze» della giornata offrendo servizio d’asporto. Un vero e proprio «fish take away». Un’intuizione brillante adottata da un paio di mesi dalla signora Tina che gestisce l’esercizio commerciale insieme al marito Carlo e al genero Francesco da ben dodici anni. «La crisi è grande per tutti – ci dice la signora Piccinelli - e visto che la gente non ha voglia di cucinare e non ha soldi, noi in cambio di 5 euro offriamo un primo ed un secondo a base di pesce crudo o cotto. I ragazzi si fermano qui per consumare anche al bancone qualcosa al volo ma per gli anziani è inevitabile portare le pietanze a casa. E la crisi? Siamo ottimisti. Lo dobbiamo essere per forza! Adesso vediamo come va».


Cesare Ragazzi al capolinea In crisi l’eroe del capello finto

Corriere della Sera




Cesare Ragazzi

Cesare Ragazzi è a un pas­so dal fallimento. I conti del gruppo non tornano più e l’impero del capello made in Bologna rischia di chiudere i battenti. Una situazione di dif­ficoltà acclarata tanto che due giorni fa il Tribunale di Bologna ha nominato un cu­ratore fallimentare. A rischio quasi cento posti di lavoro (in maggioranza donne) nel­lo stabilimento del gruppo a Zola Predosa. Lunedì il liqui­datore incontrerà i sindacati per fare il punto della situa­zione. I primi provvedimenti dovrebbero riguardare «la ri­cerca di un eventuale compra­tore e l’attivazione della cassa integrazione straordinaria per tutti i dipendenti del gruppo», ha spiegato Giaco­mo Stagni, il segretario della Filtea-Cgil di  Bologna.

Una delle prime pubblicità

La prossima, dunque, sarà una settimana decisiva
per Cesare Ragazzi. Lui che, quasi come vendetta contro la calvi­zie che l’aveva colpito in gio­ventù, ha creato un impero per sconfiggere i capelli che cadono. Oltre quaranta anni di attività e 900 mila clienti per il più grande gruppo a li­vello europeo nel settore de­gli infoltimenti non chirurgi­ci. E poi la televisione. Cesare Ragazzi è diventato un mito della pubblicità degli anni no­vanta. La sua chioma fluente che usciva perfetta dall’acqua rappresentava l’Eldorado dei calvi di tutta Italia. Capelli, tv, sport e anche politica nella vi­ta avventurosa dell’imprendi­tore bolognese. Lo scorso maggio, prima delle elezioni amministrative, Cesare Ragaz­zi aveva reso pubblico il suo endorsement per Alfredo Caz­zola, sedendo in prima fila al Paladozza durante la conven­tion del candidato sindaco del centrodestra.

Proprio in quei giorni il Tri­bunale aveva nominato un commissario giudiziario che aveva il compito di controlla­re i conti del gruppo. In que­sto contesto, tre mesi fa l’azienda aveva completato le procedure per l’attivazione della cassa integrazione a ro­tazione. Una riduzione d’ora­rio che aveva riguardato tren­ta dipendenti del gruppo. Ora dopo qualche mese di verifi­che, il verdetto del giudice ar­rivato due giorni fa è stato una sentenza annunciata. I conti del gruppo fanno ac­qua, e ora sarà il curatore falli­mentare ad avere il compito di salvare la compagnia. A lui toccherà cercare eventuali nuovi acquirenti e fare i conti con i creditori. L’unico modo per garantire l’occupazione dei quasi cento dipendenti dello stabilimento di Zola. Allo stato attuale, infatti, l’azienda rischia grosso.

Lo spot più famoso di cesare Ragazzi: sott'acqua

Per questo lunedì i sindacati
in­contreranno il curatore falli­mentare per cercare di trova­re una soluzione. La prima ri­chiesta che le organizzatori dei lavoratori porteranno al tavolo riguarda l’attivazione della cassa integrazione stra­ordinaria (della durata di un anno) per tutti i dipendenti del gruppo. Una manovra per prendere tempo in attesa che si faccia avanti un comprato­re. «Noi chiederemo la dispo­sizione dell’esercizio provvi­sorio — ha affermato Giaco­mo Stagni — si tratta dell’uni­co modo per mantenere non solo l’occupazione ma anche i clienti. Inoltre con questa procedura potremmo trovare eventuali compratori interes­sati a rilevare un’azienda che produce un prodotto unico nel suo genere».

Marco Madonia



Scudo fiscale, Napolitano firma la legge L'ira di Di Pietro: "Il suo è un atto di viltà"

di Redazione



Roma -  Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha firmato il decreto correttivo al dl anticrisi che contiene la misura dello scudo fiscale. La firma della legge, che viene quindi promulgata, è avvenuta al rientro del capo dello Stato al Quirinale dopo la sua visita di tre giorni in Basilicata. Ieri il presidente aveva spiegato con una nota le ragioni della sua decisione. 

L'attacco di Di Pietro Il leader dell'Italia dei Valori non si ferma davanti a nulla e dopo la "comparsata" con coppola e sigaro spara a pallettoni. Questa volta nel mirino dell'ex pm c'è il Colle. "Noi dell’Italia dei valori - Di Pietro commentando la decisione del Presidente della Repubblica di firmare il decreto legge sullo scudo fiscale - ci saremmo aspettati che almeno il capo dello Stato su una legge criminale che serve ai delinquenti per rendere profittevole i propri guadagni avesse fatto sentire la propria voce".

"Un gesto pilatesco"
Secondo il leader dell’Idv la firma è "un gesto pilatesco, che non possiamo accettare. Il fatto che la firma sia giustificata dal fatto che se l’avesse mandata indietro le Camere l’avrebbero approvata di nuovo non ha senso - aggiunge Di Pietro - perchè allora lui che ci sta a fare?". "È un gesto - rincara la dose Di Pietro - oggettivamente vile perchè rinuncia alle sue prerogative costituzionali".

Gasparri: "E' teppismo parlamentare" "Il partito di Di Pietro ormai pratica il "teppismo" parlamentare. Per certi figuri servirebbe più l’anti doping che la sanzione da regolamento. Manderò una seconda coppola a Di Pietro perchè la faccia indossare al figlio Cristiano che quando il babbo era ministro si rivolgeva a direttori generali poi arrestati per sollecitare attenzioni per i suoi protetti". Così Maurizio Gasparri, capogruppo Pdl al Senato. "Linguaggi e stili della famiglia-partito Di Pietro - aggiunge - sono la traduzione politica del santor-travaglismo. Una sinistra così starà all’opposizione in eterno. E lascino stare Borsellino di cui non sono degni di pronunciare il nome".

D'Alema: "Rispetti le istituzioni"
Antonio Di Pietro dovrebbe "rispettare le istituzioni dello Stato". Massimo D’Alema, a margine della manifestazione della Fnsi, risponde così ai giornalisti che gli chiedono di commentare le critiche del leader dell’Idv a Giorgio Napolitano: "Ritengo che chi fa della legalità la propria bandiera dovrebbe rispettare le istituzioni dello Stato. Altrimenti viene meno la coerenza e la serietà". 

Il Quirinale: Di Pietro? oltre ogni commento Alla richiesta dell'Ansa di un commento sulle parole di Antonio Di Pietro, fonti del Quirinale hanno risposto che si tratta di dichiarazioni che "vanno al di là di ogni possibile commento". Le stesse fonti hanno sottolineato che la Costituzione non attribuisce al capo dello Stato "alcun potere di veto, come invece si tende a far credere". Dal Quirinale, in particolare, si rimanda alla nota diffusa ieri, con cui si è motivata la decisione del presidente della Repubblica di promulgare la legge; e si rileva inoltre che la prerogativa del capo dello Stato di promulgare le leggi, prevista dall'articolo 87 della Costituzione, è disciplinata dall'articolo 74 della stessa Carta fondamentale della Repubblica che stabilisce che "il presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può, con messaggio motivato alle Camere, chiedere una nuova deliberazione. Se le Camere approvano nuovamente la legge questa deve essere promulgata". "Si tratta di norme - osservano le fonti del Quirinale - che non prevedono in alcun modo un potere di veto, come invece si tende a far credere".

Israele: al sabato gli ebrei osservanti rinuncino agli ascensori automatici

Corriere della Sera


Non si pensi che le comodità siano un modo per aggirare la Torah. Ma molti religiosi non sono d'accordo


dal nostro corrispondente  Francesco Battistini 


GERUSALEMME – Gambe in spalla, si sale a piedi. L’ultimo verdetto dei rabbini ultraortodossi se la prende con gli «ascensori del sabato». Quelli che si vedono in qualsiasi albergo sul lungomare di Tel Aviv, in molti palazzoni di Haifa, negli ospedali, negli uffici di polizia, negli edifici pubblici. O in qualche condominio di Gerusalemme, dove laici e osservanti condividono le spese. Montacarichi dediti al riposo ebraico: dal tramonto del venerdì al calar del sole del giorno dopo, vanno su e giù da soli, le porte sempre aperte, una sosta a ogni piano. Giorno e notte. A ciclo continuo.

LEGGE - Li hanno costruiti così, come molti apparecchi ed elettrodomestici venduti in Israele, perché rispettino alla lettera la Parola biblica che di sabato vieta d’«accendere fuochi» (e quindi d’azionare elettricità), anche schiacciando un semplice pulsante. Dopo lungo dibattito, furono introdotti nel 2001 dalla Knesset, il Parlamento di Gerusalemme che li impose per tutelare gli anziani, i malati, i bambini e, naturalmente, gli stessi ortodossi.

La legge era garantista, in un’epoca in cui i religiosi erano un’esigua minoranza (oggi sono circa il 20 per cento della popolazione), ordinando d’installare gli ascensori del sabato ovunque ve ne fossero di «normali». In questi anni, l’obbligo è stato spesso ignorato proprio dai radicali e i montacarichi speciali, malvisti, rari nelle zone abitate solo da religiosi, sono entrati nella consuetudine soprattutto del resto d’Israele. Tollerati dai laici, utilizzati dagli ortodossi, spesso con nonni affaticati e nidiate di bambini al seguito.

DIVIETO - Tutto questo fino a martedì scorso: quando l’anziano Rabbi Yosef Shalom Elyashiv, 95 anni, una delle voci più ascoltate dell’integralismo, non ha preso la parola sull’argomento. Per dire che no, gli ascensori del sabato non vanno bene. Elevation, not elevators. Elevarsi a Dio, sì, ma usando le scale. L’ordine, più influente che vincolante, è motivato dal timore che la «comodità» d’un ascensore automatico insinui nel pio ebreo l’idea di poter aggirare in qualche modo la Torah. Con l’equivoco, magari, d’usare addirittura tasti e porte scorrevoli di quelli comuni. Elyashiv dice d’avere riflettuto a lungo, ma di non avere dubbi sulla necessità del divieto: nessun accorgimento tecnico, per salire o per scendere, può garantire l’osservanza della Legge divina.

DRAMMA - Haredim, una rivista religiosa online che di solito dedica paginate a dibattiti kosher sull’uso del computer di sabato o sul porto d’armi in sinagoga, pubblica il verdetto di Elyashiv e in un commento riconosce che ora si apre «un dramma» di coscienza. Anche perché non tutti i rabbini, specie quelli riformati, la pensano allo stesso modo: «La regola base, prima di fare simili pronunciamenti, è d’ascoltare l’altra parte», contesta Yisrael Rozen, che dirige un istituto (lo Tzomet) dedicato proprio alla tecnologia da applicare alla religione.

«In ogni caso, la maggior parte delle comunità non può capire e accettare questo tipo di posizioni. La discussione fu già affrontata a suo tempo e tutto fu chiarito: l’ascensore automatico non implica alcuna partecipazione di chi lo usa. E se proprio vogliamo parlare di questi problemi, il frigorifero è peggio: aprendolo e chiudendolo, si può evitare che s’accenda la lampadina. Ma il motore, quello, si aziona sempre».

Stampa, manifestazione a Roma La Fnsi: «Siamo già in centomila»

Corriere della Sera
                                                                                      


ROMA - Piazza del Popolo è piena. Migliaia di persone si sono radunate per partecipare alla manifestazione per la libertà di stampa organizzata dalla Fnsi. Secondo le stime della Federazione nazionale della Stampa, sono riunite circa centomila persone. Una cifra destinata a crescere - secondo gli organizzatori - perché le strade circostanti la piazza si stanno progressivamente intasando.


IN PIAZZA
- Al centro della piazza campeggia un grande palco tratteggiato di bianco, ai lati due maxi schermo. Migliaia di partecipanti e tantissimi gli striscioni. Bandiere della Cgil e anche del Pd, Idv e Rifondazione che appoggiano la manifestazione. Tanta la gente comune che si presenta con le magliette distribuite e le bandane dalla Federazione e dalla Cgil con slogan 'No all'informazione bavaglio'. La manifestazione renderà omaggio alle vittime della sciagura di Messina con un minuto di silenzio. Saliranno sul palco Franco Siddi segretario generale della Federazione, poi Valerio Onida presidente emerito della Corte Costituzionale e quindi Roberto Saviano.


ARTICOLO 21 - «Questa piazza è la miglior risposta a chi definisce una buffonata la necessità di manifestare per la libertà di stampa» dice Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo 21. «Questa piazza - insiste Giulietti - saprà difendere anche la libertà delle donne e degli uomini di destra, dileggiati per aver espresso un punto di vista diverso rispetto a quello del presidente editore. Il miglior sponsor di questa manifestazione è stato Berlusconi, il quale ha sostenuto che in Italia c'è talmente libertà di stampa al punto che vanno in onda 4 o 5 trasmissioni che non gli piacciono. Parole di un sovrano sul viale del tramonto».

MANIFESTAZIONE DELLA SCUOLA - A Piazza del Popolo confluirà il corteo dei lavoratori della scuola a cui hanno aderito Flc-Cgil e Gilda. Come spiega la Federazione Lavoratori della Conoscenza-Cgil, si tratta di «un'altra importante occasione, nel percorso di mobilitazione e di lotta contro la precarietà e contro la politica scolastica di questo governo, per sostenere la piattaforma rivendicativa presentata lo scorso 15 luglio». Per le strade della Capitale, sfilerà anche un secondo corteo di precari della scuola, quello dei Cobas: partenza da Santa Maria Maggiore e arrivo al ministero dell'Istruzione a Trastevere.

A termine del corteo, sulle scale del ministero, si svolgerà l'assemblea dei precari per fare un bilancio del movimento e proporre le future iniziative. «È una mobilitazione, sviluppatasi in tutta Italia, contro la politica scolastica di Tremonti-Gelmini che, in spregio a qualsiasi progetto didattico e culturale, sta ingigantendo il distruttivo immiserimento della scuola pubblica praticato anche dai governi di centrosinistra, tagliando circa 60mila posti di lavoro, scuole, classi ed espellendo in massa i precari/e in base a sciagurate motivazioni finanziarie», dice Piero Bernocchi, portavoce nazionale dei Cobas.

«È grave che, di fronte ad un appuntamento di lotta così importante per la scuola, la 'cattiva politica' dei partiti e sindacati di centrosinistra (che con i governi Prodi hanno sostenuto politiche analoghe a quelle berlusconiane), nell'intento di opporsi a Berlusconi come persona e non come politica, manifestino per 'la libertà di stampa' (mai garantita quando erano al governo) nello stesso giorno, ora e città dei precari; ed ancor più grave che vogliano sottrarre - con il corteo della Cgil e dei partiti di centrosinistra - gruppi di precari dalla mobilitazione verso il Ministero per rimpinguare la loro manifestazione», prosegue Bernocchi.

Mohammad ce l'ha fatta E' a Careggi: «Grazie Italia»

Corriere Fiorentino


Il contadino mutilato dai talebani è arrivato all'ospedale di Careggi. L'appello era partito dal Corriere Fiorentino, subito raccolto dalla Regione che ha portato qua Lal Mohammad per curarsi. Stamattina la prima visita


FIRENZE - Lal Mohammad, il contadino afghano a cui i talebani hanno tagliato naso e orecchie perché il 20 agosto scorso aveva osato sfidare le loro minacce andando a votare per le elezioni presidenziali, questa mattina era al Cto di Careggi per essere visitato dal dottor Giuseppe Spinelli, direttore del reparto di traumatologia facciale. Lal, arrivato nella notte all’aeroporto di Roma, è stato portato in auto a Firenze dalla Croce Rossa.

«SONO FELICE ED EMOZIONATO» - «Sono felice e sono grato all’Italia. Sono povero, nel mio Paese non avrei potuto curarmi». Sono state queste, al suo arrivo stamattina a Firenze, le prime parole (riferite ai giornalisti da un traduttore che lo accompagnava) di Lal Mohammad. L’uomo, grazie alla disponibilità della Regione Toscana, sarà curato a Firenze. Mohammad è arrivato nella notte a Roma da Kabul; questa mattina poi il trasferimento al Cto dell’ospedale Careggi dove è stato sottoposto alle prime visite. Mohammad, al suo arrivo al Cto, è apparso molto emozionato e non ha voluto parlare direttamente con i giornalisti, ed ha così affidato le sue prime e poche parole ad un traduttore.
Mohammad, dopo le prime visite al Cto, è stato accompagnato in un centro della Croce Rossa.

Nelle prossime ore e nei prossimi giorni sarà sottoposto a nuovi esami per valutare le sue condizioni di salute in vista degli interventi di chirurgia plastica ricostruttiva che dovrà subire. L’uomo è stato visitato da Mario Dini, primario del reparto di chirurgia plastica ricostruttiva del Cto di Firenze e da Giuseppe Spinelli, chirurgo maxillo-facciale. «Mohammad non ha mai fatto screening generali - ha spiegato Dini -, quindi dobbiamo capire che tipo di interventi potrà subire: non sappiamo neanche quanti anni ha precisamente.

Gli ho chiesto di vedere la sua foto sul passaporto, una cosa utile per capire com’era la sua figura prima della mutilazione: purtroppo però è una foto di ora, perchè prima non aveva il passaporto». «Speriamo - ha aggiunto - di poter avere quanto prima una sua fotografia fatta prima del trauma». «Il paziente - ha detto ancora Dini - presenta problematiche tra le più complesse, al naso e alle orecchie: interventi ricostruttivi come questo richiedono più di una fase operatoria e quindi i tempi di guarigione sono lunghi: in genere possono passare anche due anni. Inoltre tra un intervento e l’altro trascorrono anche alcuni mesi». «In questa prima visita mi è sembrato molto spaesato - ha aggiunto Spinelli - anche perchè si trova in una realtà completamente diversa dalla sua. Noi siamo onorati di poterlo curare così come lo siamo per tutti i nostri pazienti».




UNA PRIMA RISPOSTA - Questa mattina, Lal, avrà una prima risposta sul suo futuro. Saprà se naso e orec­chie potranno essere rico­struite e toccherà con mano, dopo l’appello lanciato da Francesco Colonna sul Cor­riere Fiorentino e raccolto dagli assessori regionali Mas­simo Toschi ed Enrico Rossi, la solidarietà e il grande ge­sto di accoglienza che gli ha riservato la Toscana.

Non sarà una emozione solo per lui, ma anche per gli uo­mini della Croce Rossa che nella notte lo hanno portato fino a Firenze e per il chirur­go Giuseppe Spinelli: «Sia­mo onorati, tutta Careggi è onorata di poter trattare qualcuno che andava ad esercitare il suo diritto di vo­to — dice il dottor Spinelli — è vero che i pazienti sono tutti uguali, ma avere a che fare con Lal Mohammad è una occasione che ci fa pia­cere e ci emoziona».

Lal, che in questo suo viaggio della speranza non ha potuto por­tare con sè il figlio Alì di 18 anni (potrebbe raggiunger­lo in un secondo momento) a Careggi ripartirà da zero. «Non sappiamo nulla delle sue condizioni — spiega il chirurgo — per ora siamo fermi alle foto viste sui gior­nali. Oggi si tratterà di una prima visita, poi faremo un programma terapeutico che potrà preve­dere anche più interventi, ma prima dobbiamo valuta­re bene in che stato sono na­so e orecchie, le variabili so­no tantissime».

L'ASSESSORE TOSCHI - Del viaggio in Italia di Lal se ne è occupato in prima perso­na l’assessore alla coopera­zione Massimo Toschi. Ora sarà preso in carico dal siste­ma sanitario regionale. Al contadino afghano, che non poteva pagarsi le cure, i me­dici dell’ospedale di Kabul gli hanno prestato solo le pri­me cure e allievato il dolore provocato dalle amputazioni con gli antidolorifici.

Ciono­nostante è in buone condizio­ni, in grado di afffrontare il lungo viaggio prima in aereo da Kabul a Roma e poi in au­to dalla capitale a Firenze. «È un simbolo — dice Federico Rosati, commissario del co­mitato locale della Croce Ros­sa — è veramente un simbo­lo di quello che è stato ed è l’Afghanistan. Lo portiamo a Firenze e lo prendiamo in ca­rico noi, trascorrerà la notte in una delle nostre strutture, poi vedremo cosa ci diranno i medici di Careggi».


Alessio Gaggioli
02 ottobre 2009

Hitler: del Vaticano me ne infischio

Avvenire

Documenti


25 luglio 1943. Mussolini è caduto e Badoglio afferma – a parole – di voler continuare la guerra. Il Führer ancor ignaro dell’arresto del Duce (ma già il giorno dopo, saputolo, dirà: «Lo porto fuori subito con i para­cadutisti »), non si fida di colui che ri­tiene «il nostro più acerrimo nemico». Ordina subito l’occupazione di Roma (come accadrà dopo l’8 settembre). 

«Prepareremo tutto per impadronirci fulmineamente di tutta questa genta­glia, per far piazza pulita di tutta quel­la marmaglia. Domani manderò giù un uomo che dia ordine al comandan­te della 3ª divisione corazzata grana­tieri di entrare seduta stante a Roma con un gruppo speciale, di arrestare subito tutto il governo, il re, tutta la banda, soprattutto di arrestare subito il principe ereditario e di impadronirsi di questa canaglia, soprattutto di Ba­doglio e di tutta quella gentaglia».

E quanto al Vaticano? Al delegato per­manente del ministro degli Esteri del Reich Walther Hewel, che il 26 luglio gli chiede proprio se non sia il caso di farne occupare le uscite, Hitler sprez­zante risponde: «È del tutto indifferen­te, in Vaticano ci entro subito. Crede che abbia soggezione del Vaticano? Quello (e leggasi Pio XII, che però non viene nominato, ndr ) lo prendiamo subito. In primo luogo là dentro c’è tutto il corpo diplomatico. Me ne infi­schio. 


La gentaglia è là e noi tireremo fuori tutto quel branco di porci... Poi in un secondo momento ci scusiamo, questo non ci importa. Là facciamo u­na guerra...». In realtà la «sparata» del Führer non ebbe seguito: Hitler avreb­be subito inviato nei Sacri Palazzi non i soldati, ma l’ambasciatore del Reich, von Weizsäcker, già il 27 luglio a collo­quio con il segretario di Stato cardina­le Maglione (che pure pochi giorni do­po con altri ambasciatori sarebbe ri­tornato sulla possibilità che «le truppe germaniche» fossero pronte «all’occu­pazione d’importanti punti strategici dell’Italia, di Roma e della stessa Città del Vaticano»).

Quello appena citato è uno dei rarissimi episodi riguardanti la Santa Sede (un altro caso è la valu­tazione di Hitler ed Hermann Göring il 26 luglio 1943 su «chi potrebbe essere il più indicato per bloccare la Città del Vaticano»; un terzo, nel maggio ’43, si riferisce alle richieste vaticane circa lo status di Roma «città aperta»), conte­nuto nel primo tomo de I verbali di Hitler. 


Rapporti stenografici di guerra 1942-1945 (a cura di Helmut Heiber, pp. 676, euro 38) relativo al biennio 1942-43 e appena pubblicato dalla Li­breria Editrice Goriziana (il secondo, sul 1944-45 è atteso per la fine dell’an­no). Si tratta di poco più di mille fogli che verbalizzano riunioni di Hitler con i vertici del Reich, svoltesi per lo più alla Wolfsschanze, la «Tana del lupo» a Rastenburg, nella Prussia Orientale, ma anche a Wehrwolf, in Ucraina occi­dentale. 

Coprono un periodo che va dal dicembre del 1942 – quando il Führer, per divergenze con la Wehr­macht, ordinò che ogni parola dei suoi incontri fosse stenografata – alla pri­mavera del 1945. E costituiscono quel­la piccolissima parte che – grazie al Military Intelligence Service america­no, su soffiata degli stessi stenografi nazisti – fu salvata dal rogo dei 105.000 fogli bruciati su ordine di Bormann al momento del tracollo tedesco, ai pri­mi di maggio 1945, all’Hintersee, non distante da Berchtesgaden, la residen­za del dittatore sulle Alpi bavaresi.

Fonte non trascurabile per la conte­stualizzazione di azioni militari e utile anche a smentire i tentativi dei gene­rali nazisti di gettare ogni colpa sul Führer, l’opera arriva in Italia mezzo secolo dopo la prima edizione tede­sca. 


E se – purtroppo – «genere» e «mole» non posso­no certo favorire letture tutte d’un fiato; se, nonostan­te i capitoli intro­duttivi e le note da­tate, la compren­sione dei testi non è sempre facile (né giovano frammen­tarietà nei discorsi, affermazioni cripti­che, diffusi inter­venti di pura tecni­ca militare), non per questo la regi­strazione degli addetti dello Steno­graphischer Dienst im Führerhaupt­quartier (gli unici a stare seduti negli incontri) non finisce per trascinare il lettore nell’atmosfera della guerra vi­sta al vertice del Reich: là dove le bat­taglie si vincono e si perdono prima che sul campo. 

Non solo. Anche se qui è il Führer comandante militare quello predominante (non il carnefice dell’Olocausto, ammesso che questi tratti possano essere separati...), come sot­tolinea nell’introduzione l’analista mi­litare Fabio Mini, l’opera invita a veri­ficare la consistenza di radicati stereo­tipi destinati a rimozione.

A comincia­re dall’immagine di un Hitler pazzo vi­sionario circondato dai «suoi» genera­li, che non sono sempre tali, benché appaiano tutti succubi di lui: dall’os­sequioso Wilhelm Keitel al più consa­pevole Alfred Jodl – facendo solo un paio di nomi –, per continuare con il mito del perfetto apparato militare tedesco (che tale non fu mai, né quando Hitler combatté con più facilità assistito dalla fortuna – co­me nel 1940 –, né quando combatté con ostinazione per avere fortuna – come nel 1943). 


I­noltre, se non sor­prendono gli storici i giudizi negativi del dittatore nei confronti dell’Italia e del suo esercito o il disprezzo per Casa Savoia specie alla caduta del Duce (per il quale invece il Führer manifesta stima affettuosa), i verbali evidenzia­no in ogni caso sia la marginalità del fronte italiano per i tedeschi (benché ritenuto utile da Hitler per l’espansio­ne ad Est), sia la priorità assoluta della lotta contro l’Urss. 
 
Marco Roncalli



Pestaggio razzista, l’aggressore è in fuga

Il Secolo XIX



È stato iscritto ieri nella lista dei latitanti Livio Panizzi, il manovale di trent’anni condannato in primo grado a dieci anni di reclusione per l’aggressione razzista nei confronti del ragazzo albanese Steven Melqiza, 20 anni, ridotto in stato vegetale con una sprangata in testa. A quasi un anno dall’aggressione, Panizzi è evaso dagli arresti domiciliari dove era stato confinato dal giudice dell’udienza preliminare Maria Giacalone.

Lo stesso giudice ha firmato un’ordinanza di custodia cautelare in carcere che i carabinieri al momento non sono stati in grado di eseguire. Le ricerche del fuggitivo, che con il suo legale Emanuele Lamberti era in attesa di presentare ricorso in appello contro la condanna di primo grado, sono ufficialmente estese anche all’estero. La lista dei latitanti è a disposizione di tutte le polizie comunitarie e dell’interpol.

A occuparsi delle ricerche ordinate dalla Procura, che indaga con il sostituto procuratore Vittorio Ranieri Miniati, è la sezione catturanti del gruppo investigativo dei carabinieri del comando provinciale. La fuga di Panizzi sarebbe scattata quando un ordine di arresto era già stato disposto dal giudice Giacalone in seguito a una precedente violazione del regime degli arresti domiciliari. Ad accorgersi dell’evasione erano stati alcuni giorni fa i carabinieri che dovevano condurlo condurlo in carcere.


La vicenda e la condanna di Panizzi - rileggi tutto

Giochi, il Brasile esalta Lula Prega, piange e batte Obama

Quotidianonet


La stampa verdeoro è tutta per il presidente e sottolinea il successo della delegazione da lui guidata nell'ottenere le Olimpiadi 2016 in concorrenza con Usa, Giappone e Spagna. A Copacabana hanno ballato tutta notte. Da Cuba i complimenti di Fidel: "Una vittoria del Terzo Mondo". E Obama: "Si perde anche giocando bene"


Rio de Janeiro, 3 ottobre 2009


Tutte le prime pagine dei giornali brasiliani hanno la foto del presidente Lula in lacrime per la commozione e la felicità. Tutti gli spazi di apertura della stampa sono dedicati alla vittoria di Rio de Janeiro nella corsa a quattro con Chicago, Madrid e Tokyo per l’assegnazione delle Olimpiadi del 2016.

“Lula prega, piange, supera Obama e dà spettacolo a Copenaghen” titola il Jornal do Brasil. Nonostante la presenza del presidente Usa Barack Obama, venuto di persona nella capitale danese per sostenere insieme alla moglie Michelle la candidatura di Chicago (città dove politicamente è nato), la metropoli brasiliana ha sbaragliato la concorrenza e sarà la prima città dell’America del Sud a ospitare i Giochi Olimpici. Per Rio de Janeiro - sottolinea il Jornal do Brasil - si prospettano investimenti in infrastrutture per circa 12 miliardi di dollari.

Anche O Globo festeggia la vittoria di Rio de Janeiro, e spiega come l’eliminazione di Chicago al primo turno sia stata decisiva per la scelta della capitale fluminense. Alla prima fase infatti Rio non è stata la più votata, e i voti sono aumentati dopo la sconfitta della città di Obama.


La prima fase è stata molto equilibrata. Madrid ha ricevuto 28 voti, contro i 26 di Rio. Tokyo ne ha presi 22 e Chicago appena 18. Nella seconda fase Rio ha conquistato altri 20 voti, superando Madrid (29) e Tokyo (20). Nella terza e ultima votazione Rio de Janeiro ha quindi trionfato ottenendo 66 voti contro i 32 di Tokyo.

COPACABANA HA BALLATO TUTTA LA NOTTE 

Sono andati avanti tutta la notte i festeggiamenti a Rio de Janeiro, la città brasiliana scelta ieri dal Compitato olimpico internazionale come sede delle Olimpiadi del 2016.

Decine di migliaia di persone hanno seguito in diretta sui maxi schermi montati sulla spiagga di Copacabana la riunione del Cio a Copenaghen, e all’annuncio della vittoria di Rio - che ha sbaragliato la concorrenza agguerrita di Madrid, Tokyo e Chicago - è iniziata la grande festa.

I presenti hanno srotolato uno striscione di cinquanta metri con il logo olimpico della città carioca, un’immagine del Cristo Redentore e le parole “Rio loves you”, mentre nei bar scorrevano fiumi di caipirinha, il tradizionale cocktail brasiliano preparato con lime, zucchero di canna, Cachaca (distillato della canna da zucchero), e molto ghiaccio tritato.

FA FESTA ANCHE FIDEL

"Le Olimpiadi del 2016 a Rio de Janeiro sono un trionfo del Terzo Mondo". L’ex presidente cubano Fidel Castro accoglie con soddisfazione la decisione del Comitato olimpico internazionale (Cio). In un breve articolo pubblicato sulla stampa cubana, Castro evidenzia che Rio ha avuto la meglio su "poderose potenze economiche". La città carioca ha avuto la meglio sulle candidature di Madrid, Tokyo e Chicago. "E ora non si dica che si è trattato di un atto di generosità delle nazioni ricche nei confronti del Brasile, un paese del Terzo Mondo", scrive ancora.

La nota stonata è l’assenza del baseball nel programma a cinque cerchi: "Sebbene sport popolari come il baseball siano eliminati dalle competizioni per dare spazio a discipline che intrattengono borghesi e ricchi, i popoli del terzo mondo condividono la gioia dei brasiliani".

E OBAMA SEMBRA SACCHI: "SI PUO' GIOCARE BENE E PERDERE LO STESSO"

"Una delle cose più importanti dello sport è che si può giocare molto bene e perdere lo stesso". Così Barack Obama, appena tornato alla Casa Bianca dalla trasferta lampo a Copenhagen, ha commentato la sconfitta di Chicago da lui sponsorizzata in prima persona per l’organizzazione dei giochi olimpici del 2016.

Il presidente americano ha comunque fatto buon viso a cattivo gioco complimentandosi con l’omologo brasiliano, Inacio Lula da Silva per la vittoria di Rio de Janeiro, definita da Obama "uno storico evento perchè è la prima volta che le Olimpiadi sono assegnate ad un paese del Sud America".

Barbato, il finto puro che agita Di Pietro

Il Tempo

Fuori controllo quando urla "Berlusconi mafioso", bagarre in Aula. Ma anche lui ha il suo scheletro nell'armadio.

 


Il mondo, forse, lo ricorderà così. Con la camicia bianca ampiamente sbottonata, la pochette e il vestito grigio mentre agita l'agenda rossa di Paolo Borsellino e, nell'altra mano, un cartello con scritto «La mafia ringrazia - Riciclaggio liberalizzato». Ma chi è Francesco Barbato il deputato Idv che ieri alla Camera ha accusato il premier e la maggioranza di essere «mafiosi e criminali»?

Chi è l'uomo che ha scatenato la bagarre in Aula costringendo il presidente di turno Rosy Bindi a sospendere la seduta e Gianfranco Fini a portare il caso davanti all'ufficio di presidenza? La biografia presa dal suo sito dice che è nato a Camposano, paesino della provincia di Napoli, 53 anni fa (su internet è ancora fermo a 51 ndr). È stato primo cittadino della sua città e nel 2003 ha fondato, assieme a Roberto Alagna, il Governo Civico, una sorta di rete di tutte le liste civiche presenti sul territorio nazionale. Da lì è nata, nel 2007, la Lista Civica Nazionale e la candidatura da «indipendente» alle politiche del 2008 nelle file dell'Idv. Il suo curriculum ufficioso, però, lo qualifica come una vera spina nel fianco di Antonio Di Pietro.

È stato lui, ad esempio, a sollevare per primo la questione morale dell'Italia dei valori in Campania scagliandosi contro il segretario regionale del partito il deputato Nello Formisano. E anche per questo, oggi, in molti pensano ci sia lui dietro il numero speciale che Micromega ha recentemente dedicato all'Idv mettendone in mostra gli aspetti più oscuri. Ma in verità anche lui ha qualche scheletro nell'armadio. Si tratta di una vicenda risalente al giugno del 2008. Il 5 la Camera sta esaminando il decreto Alitalia e Barbato, senza nominarlo, si scaglia contro l'ex ministro delle Comunicazioni Mario Landolfi accusandolo di «armeggiare con i camorristi».

«Ciò risulta da atti giudiziari - accusa -, dove un Gip di Napoli ha trasmesso a questo Parlamento la richiesta di autorizzazione a procedere. Qui, con il Pdl, probabilmente, vi è chi fa praticantato con la camorra». Due giorni dopo la scena si ripete. Il deputato Idv chiede l'estensione del lodo Alfano anche a Landolfi che «ho letto infatti sul Mattino di Napoli sarebbe stato eletto con i voti della camorra...» A gennaio di quest'anno il terzo round: Barbato cita Americo Porfidia, deputato Idv accusato di associazione mafiosa, e ricorda di come questi abbia più volte preso le difese dell'esponente del Pdl «accusato di avere rapporti con la camorra». Stavolta, però, il giudice diventa imputato.

Landolfi, infatti, rispondendo alle accuse ricorda che a ottobre Barbato ha presentato un'interrogazione al ministro dell'Interno per chiedere «provvedimenti urgenti» a tutela di Gaetano Manna presidente dell'associazione anticamorra Acli Terra Campania per la Legalità che gestisce i beni confiscati al clan dei Nuvoletta. Un piccolo problema, dopo l'interrogazione Manna è finito nel mirino della polizia al punto che, il 31 marzo, viene arrestato per truffa. L'accusa è di essersi arricchito vendendo a commercianti falsi diplomi per corsi di aggiornamento obbligatori mai frequentati.

Spunta anche una sua foto con il boss di Pignataro Maggiore Raffaele Ligato (condannato all'ergastolo per l'omicidio del sindacalista Franco Imposimato) mentre il demanio decide di revocare il provvedimento con cui aveva affidato unilateralmente all'associazione la gestione dei beni confiscati. Il pressing su Barbato si fa piuttosto intenso e lui si difende: «Questo Manna non lo conoscevo neppure quando ho presentato l'interrogazione parlamentare. Mi è stato segnalato dalle Acli di Napoli. Non mi appartiene politicamente perché mi risulta essere vicino ad Ana. Tant'è che ho delle foto che lo ritraggono insieme a Landolfi».

Ma mentre le Acli smentiscono legami con l'associazione, il sindaco di Pignataro Giorgio Magliocca offre un'altra versione: «Un parlamentare non dovrebbe mentire mai. Anche quando gli è stato detto che Manna era un personaggio ambiguo, Barbato ha continuato a difenderlo».


Nicola Imberti

Altro che libertà di stampa: in piazza i querelanti

di Redazione

Gian Maria De Francesco - Antonio Signorini


Roma - Allergici al guinzaglio del governo e difensori del collare a strozzo democratico. Indignati dal ricorso alla cause civili contro i giornali amici, salvo intasare le aule di giustizia con richieste di risarcimento e azioni penali contro il nemico di classe. Le contraddizioni non hanno mai fatto paura alla sinistra italiana e oggi la tradizione verrà rinverdita con la manifestazione - in diretta su Sky e sul Tg4 - dei querelanti contro le querele. 

Come ha salmodiato Marco Travaglio giovedì ad Annozero, «negli Usa un giornalista deve controllare una cosa sola, che la notizia sia vera. In Italia ci sono denunce civili e penali ed esposti all’Ordine...». Eppure ha trascurato che su 6.745 cause penali e civili intentate alla stampa dal 1994 a oggi, le richieste di esponenti del centrosinistra ammontano a 312 milioni su un totale di 486 milioni di euro.

Sì, proprio da quel fiume composito, con facce vecchie e nuove, che oggi sarà in piazza con Travaglio, avranno origine i mille rivoli della galassia giustizialista. Tutti habitué della querela. A partire dalla Cgil, con i suoi sempre numerosissimi pensionati, che potrebbe dare qualche buon consiglio agli avvocati del premier su come farle (e anche vincerle). L’epoca d’oro è stata quella di Sergio Cofferati promotore di diverse azioni penali e civili contro il Giornale e Libero. Poi anche contro ministri della Repubblica, Roberto Maroni, allora responsabile del Lavoro, e Gianni Alemanno. 

Ma, soprattutto, ci saranno loro i protagonisti della politique politicienne di centrosinistra. Sempre pronti ad innalzare i loro vessilli quando si tratta di andar contro Berlusconi, ma che non esitano a dar contro le «iene dattilografe» quando scrivono o dicono qualcosa che non garba. È il caso di Antonio Di Pietro, uno dei primi ad appoggiare la manifestazione. Un vero recordman della querela con oltre 300 cause (357 secondo Repubblica) contro la stampa e ben 700mila euro incassati. Con buona pace del diritto di critica. 

Non ci sarà, ma ha formalmente aderito, l’ex premier Massimo D’Alema. Tutti lo ricordano per la maxi-richiesta di risarcimento da 3 miliardi di vecchie lire ai danni del povero Forattini per una vignetta su Repubblica sulla lista Mitrokhin, ma ne ritirò anche un’altra da 2 miliardi al Corriere che aveva osato criticarlo sulla sua strategia sindacale. La richiesta di risarcimento da 500mila euro alla Stampa per un articolo che lo citava in riferimento a un dossier dell’agenzia investigativa Kroll. E nel 2002 querelò Repubblica per un’intervista a Maurizio Gasparri che lo tacciò di «spregiudicatezza» per la sua passione nautica. Non è solo il Giornale a essere nel centro del mirino, ma anche la cosiddetta stampa democratica. 

Ne sa qualcosa il professor Giovanni Sartori, editorialista del Corriere, che si beccò una querela da Rosy Bindi quand’era ministro della Salute. Incarico istituzionale dal quale non esitò a far causa a destra e a manca ai tempi del dibattito sulla «cura Di Bella». E che dire della sinistra più o meno radicale? In piazza ci sarà anche Nichi Vendola. Lui non ha mai avuto la querela facile, ma alcuni suoi ex-assessori sì, ogniqualvolta quotidiani locali e nazionali denunciavano alcune irregolarità amministrative.

E in piazza dovrebbe esserci pure Oliviero Diliberto, il segretario del Pdci, che querelò Libero per la pubblicazione di un verbale del comitato centrale nel 2006 al grido di: «Ci hanno già finanziato la campagna per le politiche con 100mila euro». E proseguì chiedendo un milione al portavoce della comunità ebraica di Milano per un’intervista a Repubblica in cui stigmatizzava le sue posizioni anti-israeliane.

Non sorprenda, in questo mare magnum della sinistra, come la piazza possa mettere assieme tutto e il suo contrario. Il vignettista Vauro con i suoi colleghi del Manifesto si ritroveranno assieme ai cigiellini, immemori di quando nel 1997 l’allora direttore Parlato censurò un disegno anti-Cofferati. Così come Milena Gabanelli, fresca di tutela legale per Report, potrebbe incrociare il candidato segretario Pd del Lazio, Roberto Morassut, che querelò la trasmissione per una puntata di fuoco sul piano regolatore della giunta Veltroni del quale era assessore. 

La mobilitazione è tale che ci si potrebbe dimenticare che a promuovere l’iniziativa è stata la Federazione della stampa. Il sindacato unico dei giornalisti, unito a Cgil, Cisl e Uil da un patto vecchio di quasi mezzo secolo, oggi si troverà in un corteo dove il grosso ce lo metterà solo una confederazione. Cisl, Uil e Ugl non partecipano e considerano la manifestazione viziata da motivazioni politiche. 

E che sia un’agitazione contro il governo lo ha ammesso anche L’Altro, il quotidiano della sinistra diretto da Piero Sansonetti che ieri ha pubblicato lo sfogo di una lettrice, Daniela Greco, nel quale si denunciava il «dissenso a comando». Quello di chi dice che «c’è un nemico dell’informazione e la società civile deve scendere in piazza». Argomenti che costringono Sansonetti a prendere atto che quella di oggi è una manifestazione contro il governo, «contro Berlusconi». Il resto è secondario. 

Ma il rito manifestarolo è rispettato in tutto. Anche nel mescolare proteste diverse in un unico minestrone, organico alla battaglia del momento. Il peggio questa volta è toccato ai precari della scuola. Dovevano fare la loro manifestazione proprio oggi, ma la Cgil, secondo tradizione, ha fatto confluire il suo corteo dentro quello dell’informazione. I precari della Campania, quelli che sono saliti per primi sui tetti delle scuole, si sono dissociati e faranno un corteo tutto loro.


All’anagrafe i figli dei clandestini: si può iscriverli senza paura di denuncia

Corriere del Mezzogiorno


L’iniziativa dell'assessore regionale alla Salute, Fiore
La replica del sottosegretario Mantovano: «Inutile»


BARI — Nessun timore per gli immigrati irregolari che fan­no venire al mondo i propri fi­gli in Puglia. La nascita va se­gnalata, senza paura di essere denunciati, alla direzione sani­taria dell’ospedale. Medici e im­piegati amministrativi di ospe­dali e cliniche convenzionate sono tenuti «a non segnalare» il fatto alle autorità. Lo prevede una direttiva dell’assessore re­gionale alla Salute, Tommaso Fiore, inviata nei giorni scorsi a tutte le Asl. Secondo la Regione si tratta di «una norma minima di civiltà». Per il sottosegreta­rio all’Interno Alfredo Mantova­no, invece, è un «atto insensa­to» e pure inutile perché in nes­sun caso si rischiano sanzioni. Peraltro ai neo genitori irregola­ri è garantito «un permesso di soggiorno con validità di sei mesi dopo il parto». «Meglio in­sensato - replica Fiore - che di­sumano ».

Il conflitto tra destra e sini­stra sull’immigrazione, da poli­tico che era fino a poco tempo fa, diventa giuridico. Si situa sull’interpretazione delle leggi. La Regione, con la direttiva Fio­re, rafforza un’impostazione no­ta da tempo e che trova il pro­prio fondamento nel Piano del­la Salute. Agli immigrati irrego­lari sono riconosciute le cure dei medici di base oltre che de­gli ospedali, l’esenzione dal tic­ket e la garanzia di non essere segnalati alla polizia.

La diretti­va (del 29 settembre) include nell’elenco anche la possibilità di iscrivere i neonati all’anagra­fe o farlo fare da medici oppure ostetriche, «senza paura - dice una nota della Regione - di do­ver incorrere nelle sanzioni pre­viste ». La direttiva si fonda su una parziale ricostruzione delle nor­me in vigore: quelle sull’anagra­fe e quella sulla sicurezza, del luglio scorso. Riferendosi a que­sta ultima normativa (la 94 del 2009, fonte di molti dissidi) il documento osserva che l’immi­grato deve essere in regola quando chiede «licenze, auto­rizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse del­lo straniero».

Tuttavia, ragiona l’assessorato, la iscrizione al­l’anagrafe è certo «interesse del­lo straniero», ma esiste anche «un interesse pubblico genera­le alla registrazione ed identifi­cazione » delle persone nate sul territorio. Tradotto: lo stranie­ro dovrebbe essere a posto con i documenti se si rivolge all’ana­grafe, ma conviene a tutti che si sappia se è nato un bambino (per ragioni umanitarie, ma an­che di sanità pubblica). I genitori irregolari, al contra­rio, potrebbero essere scorag­giati dal rivolgersi alla direzio­ne sanitaria perché iscriva i neo­nati all’anagrafe.

E ciò «a segui­to all’introduzione del reato di ingresso e soggiorno irregola­re ». La direttiva impartita: il cit­tadino irregolare che si rivolge alla direzione sanitaria «per la dichiarazione di nascita o per il riconoscimento del figlio natu­rale, non può essere segnalato all’autorità». Aspra la replica di Mantovano. «Vendola - dice il sottosegretario - dopo aver mandato a casa cinque assesso­ri in nome della questione mo­rale, riservi il medesimo tratta­mento a chi, per manifesta igno­ranza, spreca denaro dei contri­buenti con direttive senza sen­so e senza necessità». I timori segnalati da Fiore, dice Manto­vano, sono infondati. La dispo­sizione della legge sulla sicurez­za «vieta al clandestino di rice­vere una licenza di commercio, o documenti che preparino provvedimenti in suo favore.

Nessun articolo gli inibisce di dichiarare la nascita di un fi­glio: quest’ultimo infatti è un at­to nell’interesse del bambino e rende nota una situazione di fat­to ». Stoccata finale: in base al te­sto unico sull’immigrazione, chi partorisce un figlio in Italia «ha titolo a un permesso di sog­giorno che vale fino a sei mesi dopo il parto, e analogo permes­so viene rilasciato al padre». L’assessore replica: «Inutile il provvedimento? Meglio insen­sato che disumano». La disputa, però, non è inuti­le se riesce a far diffondere nor­me che possono rivelarsi crucia­li per la vita delle persone.

Francesco Strippoli
02 ottobre 2009

Scudo anti querele alla Gabanelli. La Rai la tutela, ma lei fa la vittima

È andata, si brinda. Evviva, la libertà di stampa, anche quella sul piccolo schermo, ora sì che è tutelata. Vanno a buon fine le grida di dolore. E adesso, i lupi mannari che si aggirano a Viale Mazzini frignano come agnellini. Tutto risolto: si va in onda sereni. «Abbiamo rispuntato la scorsa settimana» la tutela legale della Rai per Report. Tutto bene ciò che finisce bene. E Milena Gabanelli, in difesa della quale oggi si scende pure in piazza, annuncia in prima persona la buona novella.

Ok, però... Basta infatti andare un po’ avanti, con l’intervento della giornalista ai microfoni di Radio 24, per capire che qualcosa non quadra. Per comprendere che l’impegno della Rai, a chi l’ha richiesto a gran voce da mesi, non basta più. Possibile? Sì, visto che la tutela legale, lamenta la conduttrice del programma di Raitre, che riprende domenica 11 ottobre, c’è, «almeno» - come per dire «soltanto» - «per questa serie». Già, non è sine die. Si riponga quindi di nuovo in frigo lo spumante, non c’è nulla da festeggiare. Anzi, «si naviga un po’ a vista, capisce?».

È un gran bel punto interrogativo. Perché, se da una parte la Gabanelli riconosce a mamma Rai di aver sciolto il nodo, dall’altra rilancia subito con una nuova richiesta. E apre un’altra battaglia di libertà, a poche ore dalla discesa in piazza («che tempestività!», sghignazza il maligno di turno) di chi considera il nostro Paese alla deriva mediatica. Vittima di un sistema che imbavaglia chi protesta, orchestrato a dovere dagli uomini del Cavaliere.

Ai più, sarà sfuggito però qualche passaggio. Perché non basta rileggere la lettera del 29 settembre, quindi di questa settimana, pubblicata dal Corriere della Sera, per rispondere a quel «capisce?». Già. Ma cosa affermava solo pochi giorni fa? Tanto per cominciare: «La pressione politica (che in Italia è particolarmente anomala) sul condizionamento della libertà d’informazione forse non è l’aspetto più importante, anche se ciclicamente emerge quando coinvolge personaggi noti. Per questo facciamo grandi battaglie di principio e ignoriamo gli aspetti “pratici”».

Ovvero? «Premesso che chiunque si senta diffamato ha il diritto di querelare, che chi non fa bene il proprio mestiere deve pagare, parliamo ora di chi lavora con coscienza. Alla sottoscritta era stata manifestata l’intenzione di togliere la tutela legale». Quindi, «la direzione della terza rete ha fatto una battaglia affinché questa intenzione rientrasse, motivata dal dovere del servizio pubblico di esercitare il giornalismo d’inchiesta assumendosene rischi e responsabilità».

Così sembrava tutto rientrato, visto che, sempre in quella missiva, la Gabanelli - ricordando di avere pendenti sulla sua testa una trentina di cause - denunciava la mancata copertura proprio delle spese legali. Non compresa nelle polizze assicurative che una compagnia americana e una inglese, disposte ad accollarsi l’eventuale danno, avrebbero fatto sottoscrivere a Report.

Ma tant’è, il problema rimane. E nel pomeriggio si va in ogni caso a Piazza del Popolo, per intonare il «no all’informazione al guinzaglio». Perché se è vero che «tutti i politici di tutti i Paesi esercitano, a vari livelli, le loro pressioni sui giornalisti per indirizzare, condizionare, limitare», è vero pure, sottolinea a Mattino 24 l’ex collaboratrice di Giovanni Minoli a Speciale Mixer, che «in Italia si trovano interlocutori particolarmente asserviti e questo fatto produce certi risultati».

E se un punto chiave è piuttosto ricorrente («il problema, più che nella politica, sta in realtà nella qualità dei giornalisti, dei direttori spesso scelti dalla politica»), l’anomalia più pesante è un’altra: «Nel momento in cui chicchessia si sente autorizzato a trascinarti in tribunale, anche in assenza del fatto diffamatorio, ma solo per intimidire il giornalista e ti fa cause per centinaia di migliaia di euro, alla fine diventa tutto troppo oneroso». Può succedere. Ma con la tutela legale, garantita dall’azienda ai collaboratori esterni, si potrebbe intanto navigare. Se si vuole.

Frane e crolli per il maltempo, 20 morti a Messina

Il Tempo

Comuni e frazioni isolati a causa delle frane e delle colate di fango. Due corpi sono stati avvistati in mare. In ginocchio Scaletta Zanclea, Santo Stefano Briga, Giampilieri e Messina sud.

 


Si aggrava con il passare delle ore il bilancio del violento nubifragio che si è abbattuto la scorsa notte sulla Sicilia. Venti i morti, 40 i feriti, una decina i dispersi, centinaia gli sfollati e almeno dieci gli edifici crollati.  Frane, crolli e allagamenti hanno devastato e ridotto in ginocchio alcuni comuni del Messinese. Due corpi sono stati avvistati in mare poco fa nella zona davanti alle coste messinesi ma non è ancora chiaro se siano stati già conteggiati tra le vittime.

Scaletta Zanclea, Santo Stefano Briga, Giampilieri e Messina sud sono le zone più colpite. La situazione più critica si registra a Giampilieri, dove è franato un intero costone roccioso. Il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato d'emergenza e il capo della Protezione Civile Guido Bertolaso, sul posto per coordinare i soccorsi, ha parlato di «una situazione davvero critica». Intanto la procura di Messina ha aperto un'inchiesta per disastro colposo.

Il presidente del Senato, Renato Schifani, da Herat, in Afghanistan, ha annunciato che martedì prossimo il sottosegretario riferirà in Senato. Sul posto anche il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo. Il ministero dell'Ambiente metterà a disposizione della Protezione civile e dei Comuni interessati gli strumenti tecnici necessari. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha telefonato al prefetto di Messina, Franco Alecci, per chiedere di essere informato sugli sviluppi del nubifragio e ha espresso vicinanza e partecipazione alle famiglie delle vittime.

Intanto il sindaco di Messina, Giuseppe Buzzanca, con un'ordinanza ha disposto per domani la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado di tutto il territorio comunale. Il provvedimento è stato adottato, d'intesa con l'assessore alla Pubblica istruzione, Salvatore Magazzù. Anche il presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo ha parlato di calamità di proporzioni «immani».
Domani si riunirà la giunta regionale dopo che questa sera Lombardo, avrà visitato i luoghi e le famiglie delle vittime. Da stanotte gli uomini della Protezione Civile e l'assessore regionale alla Presidenza, Gaetano Armao, sono presenti nei luoghi del disastro per prendere parte alle operazioni di soccorso 


Sono 6 le vittime finora identificate. Si tratta di Pasquale Bruno, 40 anni; Francesco De Luca, 70 anni; Martino Scibilia, 80 anni; Salvatore Scionti, 64 anni, Roberto Carullo, sovrintendente della Polfer e Agnese Pellegrino, 44 anni. Immediati anche se difficili i soccorsi dopo la tragedia. Al lavoro in centinaia, tra uomini della Protezione Civile, Vigili del Fuoco e forze dell'ordine, impegnati a scavare nel fango alla ricerca di dispersi.

Alcune strade sono di fatto ancora impraticabili e i treni sono bloccati. L'autostrada A18 Messina-Catania è stata riaperta ed è percorribile in entrambi i sensi di marcia con restringimento a un'unica corsia. Resta ancora chiusa per frana la strada statale 114 Orientale Sicula dal km 16 al km 22 circa. Al km 21,300 (lato Catania) il transito a senso unico alternato è consentito ai soli di mezzi di emergenza. Al km 18,300 (lato Catania), la zona di Scaletta Zanclea, in prossimità del torrente Saponarà e la zona di Giampilieri (lato Messina) sono ricoperte dal fango. In molti casi i soccorritori arrivano sul posto a piedi.

Anche l'ordine dei medici di Messina ha subito raccolto l'invito del sindaco Giuseppe Buzzanca che ha chiesto l'intervento di medici e operatori sanitari sul posto della tragedia. A Giampillieri è stato già allestito un ospedale da campo per soccorrere i feriti mentre un punto di emergenza per il primo soccorso è stato creato anche nel centro di Messina, a piazza Cairoli. In seguito i pazienti vengono trasferiti nei vari ospedali della zona via mare con le motovedette messe a disposizione dalla Guardia costiera e con gli elicotteri di Protezione Civile e Vigili del Fuoco.

Mezzi di soccorso e sezioni operative sono stati inviati da altre aree della Sicilia, dalla Campania, dalla Calabria, mentre dalla Toscana è stato disposto l'invio di unità cinofile e personale specializzato nelle ricerche sotto le macerie. Dalla notte scorsa sono state evacuate centinaia di persone che hanno trovato riparo in scuole e caserme. In queste ore molte sono state fatte salire per le prime cure a bordo di un pattugliatore d'altura della Guardia di Finanza che staziona nelle acque al largo di Capo Scaletta.

Altre unità navali delle Fiamme Gialle stanno invece trasportando gli evacuati, tra i quali molti anziani, al porto di Messina. Un elicottero AB412HP dotato di barella e un NH500 sorvola senza sosta le zone alluvionate per la ricognizione dei luoghi e il trasporto dei feriti. Gli uomini presenti sul territorio stanno soccorrendo moltissime famiglie e garantendo sicurezza contro gli eventuali sciacalli. Un Ufficiale di Collegamento è in servizio presso l'unità di crisi della Prefettura. Al lavoro anche 80 volontari della Croce Rossa.

E mentre scattano le prime polemiche sulle responsabilità del disastro la Regione Sicilia ha fatto sapere che dal 1998 sono stati spesi oltre 200 milioni di euro per il dissesto idrogeologico. «Per mettere in sicurezza le zone a rischio di dissesto idrogeologico l'assessorato regionale al Territorio ha messo a punto e completato l'intera mappatura della Sicilia sia nelle zone interne che costiere - fa sapere in una nota della Presidenza della Regione Siciliana

Fin dal 1998 sulla provincia di Messina, colpita dalle ultime alluvioni, sono stati spesi per sistemazioni idrauliche e dissesto idrogeologico oltre 200 milioni di euro, con fondi statali ed europei gestiti dalla Regione. Di questi fondi al Comune di Messina sono andati 15 milioni di euro. Inoltre il ministero dell'Ambiente di concerto con l'assessorato ha destinato altri 9 milioni di euro a Messina e 2 milioni e 700 mila euro a Scaletta»

Woodcock, Fini rinuncia al "lodo Alfano" Il pm ritira la querela: sensibilità istituzionale

di Redazione


Roma - Il presidente della Camera Gianfranco Fini, querelato dal  magistrato Henry John Woodcock per alcune sue frasi in una trasmissione tv, ha deciso di non avvalersi della copertura prevista dal cosiddetto "Lodo Alfano", che consente alle più alte cariche dello Stato e al premier la sospensione dei processi penali per il tempo del loro mandato. Lo ha reso noto Giulia Bongiorno, legale di Fini e parlamentare del Pdl. Appresa la notizia Woodcock ha deciso di rimettere la querela nei confronti del presidente della Camera. 

Woodcock "La sensibilità istituzionale mostrata dal presidente Fini - ha detto il pm tramite una dichiarazione diffusa dal suo legale, Bruno Larosa - compensa la pur grave offesa arrecatami dalle sue dichiarazioni dell’epoca. Da magistrato e da uomo dello Stato - ha aggiunto il pm Woodcock - in questo momento ritengo doveroso rimettere una querela nei confronti di chi ha mostrato leale collaborazione tra le istituzioni e, soprattutto, fiducia nell’azione della magistratura".  

La querela L’ex pm di Potenza Henry John Woodcock (ora in servizio a Napoli) aveva querelato Fini per alcune frasi pronunciate dall'ex leader di An nel giugno 2006, durante la trasmissione televisiva Porta a Porta. Parlando di intercettazioni telefoniche, in riferimento all’inchiesta "Vallettopoli", in cui era coinvolto il suo portavoce, Salvo Sottile (poi condannato in primo grado a otto mesi di reclusione per peculato d’uso), Fini disse che Woodcock era "noto per una certa fantasia investigativa, chiamiamola così". Poco dopo lo definì "personaggio verso il quale il Csm avrebbe già da tempo dovuto prendere provvedimenti". Più avanti, replicando a Francesco Rutelli, Fini definì il magistrato potentino "un signore che in un Paese serio avrebbe già cambiato mestiere". 

La tesi difensiva Davanti al gup di Roma, Marina Finiti, dopo la richiesta di rinvio a giudizio del pm Erminio Amelio, l’avvocato di Fini, Giulia Bongiorno, aveva sostenuto che l’uomo politico parlò nella sua veste di parlamentare e ne chiese il proscioglimento. Il gup, invece, nella sua ordinanza di invio degli atti alla Camera, definì "non evidenti le ragioni della funzione parlamentare" da parte di Fini al momento della trasmissione. 

La sospensione Il procedimento era stato sospeso per il lodo Alfano (essendo Fini diventato presidente della Camera), al quale lo stesso Fini ha deciso formalmente rinunciato; ora saranno prima la giunta per le autorizzazioni a procedere di Montecitorio e poi l’aula della Camera a decidere sull’eventuale insindacabilità delle opinioni espresse da Fini in quanto parlamentare. Il procedimento tornerà al gup di Roma per la definizione. 

Plauso dell'Idv "Vogliamo manifestare la nostra stima al presidente della Camera" per la rinuncia dell’utilizzo del lodo Alfano. Lo ha detto in aula alla Camera il capogruppo dell’Italia dei valori Massimo Donadi. "Si tratta - ha aggiunto - di un comportamento da galantuomo". Di chi, ha proseguito, "non ha nulla da temere" e dunque rinuncia allo scudo mentre "chi ha qualcosa da temere si fa il lodo Alfano e dice che anche se viene bocciato se ne fa un altro in cinque minuti".

Ecco tutte le bugie dell’oracolo D’Addario La Rai rischia grosso

di Stefano Filippi


Michele Santoro, venerabile maestro di giornalismo che ha sdoganato le escort in prima serata, non ce l’ha raccontata giusta. L’altra sera ad Annozero ha trattato Patrizia D’Addario come un’oracolessa assisa sul Parnaso che racconta eterne verità sulle due serate passate con Berlusconi.

Verità passate come oro colato, senza filtri né contraddittorio: Silvio sapeva di me, sono una donna piena di dignità, non ero l’unica escort (cioè prostituta) ospite del Cavaliere, tutti sapevano tutto, il mio unico sogno è ristrutturare la casa di mio padre, non ho tradito nessuno, non volevo ricattarlo, dovevano candidarmi alle europee, eccetera. Il campionario è cospicuo.

Quando le è stato chiesto come tira a campare adesso, Patty ha risposto che erano affari suoi, mentre diventava viola sotto le due dita di cerone e le si gonfiavano le vene del collo. La domanda sugli abusi compiuti sui suoi terreni è stata bellamente silenziata. Se lo dice Patty, per il maestro Santoro è una verità assoluta e incontrovertibile; non lo sfiora neppure da lontano il dubbio che la realtà sia diversa: a lui interessava soltanto quella frase, «Silvio sapeva chi ero», poche parole ottime per finire l’indomani su tutte le prime pagine, cosa puntualmente accaduta. Il trappolone è scattato.

In mancanza di un programma tv in prima serata tutto loro, i legali di Giampaolo Tarantini, l’imprenditore indagato che fu il tramite fra Berlusconi e la D’Addario, si sono dovuti affidare alle agenzie di stampa per ridare dignità ai fatti. «Tarantini non ha mai presentato la signora come escort», dichiarano gli avvocati Nicola Quaranta e Nico D’Ascola.

Lo conferma una della trentina di ragazze presenti alla serata, Clarissa Campironi: «La D’Addario mi è stata presentata in veste di imprenditrice. La scena che mi si presentava davanti non era assolutamente di un harem, c’erano tanti uomini quante donne. E ora la D’Addario accusa sulla tv pubblica me e le altre ragazze di svolgere la sua stessa attività, senza che noi possiamo difenderci».

Falso anche che «le ragazze accompagnate nella residenza privata di Berlusconi fossero state presentate anch’esse come escort». E l’accordo tra Giampi e Patty «non implicava alcun precostituito accordo in ordine a prestazioni sessuali già commissionate»: la nuova icona della sinistra aveva invece detto che Tarantini le aveva dimezzato la bella cifra pattuita di 2000 euro perché non si era fermata al dopocena.

È lungo l’elenco delle falsità dichiarate dalla D’Addario in diretta Rai. «Tarantini non le ha chiesto un curriculum in vista di una candidatura alle europee»: e quando mai faceva lui le liste del Pdl? «Non ha accompagnato Berlusconi a Milano in occasione di taluni dissapori con la signora Veronica Lario». «Non è vero che le cene a Palazzo Grazioli fossero popolate da un numero elevato, se non addirittura indeterminato, di ragazze accompagnate da Tarantini». Il quale ha portato al massimo due o tre fanciulle e soltanto «al fine di fare bella figura» con il presidente.

In visita al contingente italiano a Herat, in Afghanistan, anche il presidente del Senato Renato Schifani è intervenuto sul caso Annozero: «Siamo alla palese indecenza». E in Rai c’è molta irritazione per la puntata di giovedì. Esiste il rischio reale di strascichi giudiziari, in quanto la D’Addario è stata mandata in onda senza il contraddittorio con altre parti coinvolte nella vicenda che non hanno potuto difendersi. Tarantini e i suoi legali, non invitati, minacciano fuoco e fiamme.

A ciò si aggiunge il malumore che serpeggia nelle associazioni delle famiglie cattoliche per la presenza di prostitute in prima serata e per le volgarità della Bbc mandate in fascia protetta. Per inciso, lo stesso filmato trasmesso all’inizio diAnnozero fa parte del trappolone: il programma «Mock the week» è stato presentato come un seriosissimo talk show, mentre è un serial farsesco.

Gli ascolti hanno comunque premiato il «puttan-tour» di Raidue: oltre sette milioni di spettatori, un televisore su tre sintonizzato sulla banda Santoro, un pubblico composto in gran parte da giovani, laureati, persone di alto reddito ed elevata fascia sociale. È il risultato migliore per Annozero anche se erano andate meglio altre tre puntate di Tempo reale, Il rosso e il nero e Samarcanda, quest’ultima dedicata alla strage di Capaci: l’assassinio di Falcone tirò più di Patty. Santoro comunque gongola, e già annuncia: «La D’Addario? Potrei invitarla di nuovo».

La Gabanelli: «Abbiamo la tutela legale»

Corriere della Sera


L'annuncio della conduttrice: la Rai farà fronte alle eventuali cause contro Report ancora per questa serie


ROMA - «La tutela legale della Rai per Report? L'abbiamo rispuntata la scorsa settimana. Almeno per questa serie. Si naviga un po' a vista, capisce?». Lo ha detto Milena Gabanelli intervenendo a Radio 24 per discutere della manifestazione sulla libertà di stampa prevista domani. Manifestazione alla quale Gabanelli ha aderito.


LE PRESSIONI DEI POLITICI - «Tutti i politici di tutti i Paesi - ha detto la Gabanelli - esercitano le loro pressioni sui giornalisti per indirizzare, condizionare, limitare. A vari livelli. Ma dipende dagli interlocutori che trovi. In Italia si trovano interlocutori particolarmente asserviti e questo fatto produce certi risultati. Il problema, più che nella politica, sta in realtà nella qualità dei giornalisti, dei direttori spesso scelti dalla politica.

Poi c`è un problema normativo: nel momento in cui chicchessia si sente autorizzato a trascinarti in tribunale anche in assenza del fatto diffamatorio ma solo per intimidire e ti fa cause per centinaia di migliaia di euro, alla fine diventa tutto troppo oneroso. Puoi essere governato da un principe svedese ma se ti trovi cento cause, devi accantonare un sacco di soldi nel fondo rischi per numerosi anni, e rischi di chiudere. L'anomalia più pesante sta lì».

LE MELE MARCE - Gabanelli poi ha risposto alla questione degli editori puri e del servizio pubblico: «Non dovrebbe esserci nulla di più puro del servizio pubblico, eppure in Italia cosa c'è di più contaminato del servizio pubblico? Siamo in un Paese complesso nella struttura e sempre più degenerato. Andare a cercare a monte l'editore puro è sempre più complicato, mentre la professione di giornalista è una professione che scegli. Quando faccio stage nelle scuole di giornalismo vedo giovani animati da passione civile. Perché poi si degenera? Perché metti una mela marcia nel cestino, la lasci lì e nel tempo».


02 ottobre 2009