mercoledì 30 settembre 2009

Immigrati, un morto al giorno negli Usa

Corriere della Sera


L'allarme dei responsabili delle dogane: in troppi muoiono di fame nel deserto dopo aver varcato il confine





WASHINGTON – Da dieci anni oltre 1 clandestino al giorno, in genere latino americani, muore nel tentativo di entrare illegalmente dal Messico negli Stati Uniti. E sebbene nel 2007 e 2008 questa immigrazione si sia dimezzata in seguito alla crisi economica, quest’anno le vittime sono già state 416. E’ possibile che nel 2009 si superi il macabro record di 494 morti del 2005. Lo rivelano l’Aclu (American Civil liberty union) di San Diego in California e l’Agenzia dei diritti umani messicana, che pubblicheranno un rapporto al riguardo entro 24 ore.

«CRISI UMANITARIA» - «E’ una crisi umanitaria di tragiche dimensioni - ammoniscono - che richiede nuove politiche da parte dei governi». A uccidere i clandestini sono per lo più le montagne e i deserti dell’Arizona e del Texas, come in Italia, Grecia ecc lo sono le acque del Mediterraneo. Da quindici anni, gli Stati Uniti hanno sbarrato le stazioni di frontiera più comode, presso le città, e l’immigrazione illegale si è spostata nelle regioni più inospitali. Come in Europa, i clandestini pagano cifre ingenti per il trasporto a gruppi di trafficanti senza scrupoli, ma vengono abbandonati nottetempo subito dopo il confine. Molti si smarriscono e muoiono di fame o di sete.

«CONTROLLI IMPOSSIBILI» - David Hoffman, un dirigente della Dogana americana, sottolinea che nel ’98 furono identificate le zone più rischiose per l’immigrazione illegale, e che esse vengono pattugliate accuratamente sia sul versante Usa sia su quello messicano: «Negli ultimi sei anni abbiamo salvato 11 mila clandestini». Ma ammette che le vittime sono troppe, 4.111 dal ’98 secondo i suoi dati, e che occorre cambiare strategia: «Nel 2005 fermammo 1 milione 200 mila persone, rimandandole quasi tutte indietro. Quest’anno il livello è sceso, siamo a 516 mila. Ma è impossibile controllare oltre 3 mila km di frontiera».


IL FRONTE POLITICO - L’Aclu e l’Agenzia dei diritti umani messicana vogliono che i governi di Washington e di Città del Messico facciano di più. Chiedono che si negozi un aumento dell’immigrazione legale; che sia permesso alle associazioni umanitarie di svolgere opera di ricerca e di soccorso dei clandestini da entrambe le parti dei confini; e che venga a messo a disposizione di tutti un numero telefonico verde per le emergenze.


LE POLEMICHE - Come in Italia, così negli Stati uniti, dove si calcola che gli immigrati illegali siano 12 milioni, è polemica sulle varie responsabilità. All’ingresso alla Casa Bianca, il presidente Obama si impegnò a risolvere il problema legalizzando gran parte dei clandestini già negli Stati uniti e accettando un maggior numero di nuovi immigrati. Ma a causa della battaglia sulla riforma sanitaria il Congresso non ha ancora discusso il relativo disegno di legge.

Ennio Caretto

Gianni Guido non può delinquere"

Il Tempo

Il giudice respinge la richiesta di libertà vigilata: "Non è più pericoloso".


Il colore della libertà a una fermata dell'autobus sulla via Nomentana; il bianco e nero della morte impresso nella storia della cronaca. Tutto a poche decine di metri dalla scoperta di un massacro: quello del Circeo. Ma la tinte diverse non riescono a rischiarare un quadro dipinto in un elegante quartiere romano (il Trieste) con tonalità fosche, impresse nella vita in un uomo, Giovanni (Gianni) Guido da ieri - per sentenza - non è più socialmente pericoloso. Libero dai legacci della giustizia, esattamente 34 anni dopo l'inizio delle sevizie in una villa affacciata sul mare pontino, con gli altri due massacratori: Angelo Izzo e Andrea Ghira. Una volta riavuto il passaporto, Guido andrà in vacanza.

Poi, quasi certamente continuerà a vivere nell'appartamento di famiglia, a due passi da viale Pola, luogo del ritrovamento dei corpi di Rosaria Lopez e di Donatella Colasanti nel cofano di una «127»: la prima era morta, l'altra, fingendosi tale, aveva salvato la vita e raccontò tutta la verità. Per Gianni Guido, tornato in libertà il 25 agosto scorso dopo aver scontato 20 dei 30 anni di reclusione, il giudice del tribunale di Sorveglianza Enrico Della Ratta Rinaldi - accogliendo la richiesta dell'avvocato Massimo Ciardullo - ha respinto la richiesta di applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata fatta dalla Procura di Roma nell'aprile del 2008 quando l'ex massacratore (il 10 gennaio compirà 54 anni) fu affidato ai servizi sociali. Il giudice doveva valutare se Guido fosse tra l'altro socialmente pericoloso. Ma dalle considerazioni espresse dal magistrato, viene fuori totalmente riabilitato.

«Il reato commesso - si legge nelle sei pagine dell'ordinanza - ha costituito per Gianni Guido un evento che ha radicalmente modificato l'evoluzione della sua personalità, contribuendo a orientarla verso la riflessività, la consapevolezza della complessità, la ricostruzione etica e rendendola attraversata dal tormento e dal rimorso e il tormento per il crimine commesso». La cronaca e i verbali dei processi raccontano che Gianni Guido si prese «una pausa» durante il massacro compiuto esattamente 34 anni fa, nella notte tra il 29 e il 30 settembre del 1975 nella villa di Andrea Ghira a San Felice Circeo, e tornò a cenare in famiglia.

Ma quello descritto ieri nelle sei pagine dell'ordinanza del giudice di Sorveglianza come una persona devastata dal rimorso e «non più in grado di delinquere» e in sostanza totalmente riabilitata, sembra essere lontano anni luce dal Gianni Guido massacratore del Circeo. Oltre a valutare la condotta tenuta da Guido, il giudice parla del suo percorso di studi: «Studi condotti con molta serietà che hanno portato alla laurea in lettere ottenuta con pieni voti».

Guido, riferisce il giudice, ora «collabora alla gestione del patrimonio di famiglia e fa traduzioni». «Sono soddisfatto della conclusione di una vicenda giudiziaria - ha confidato Guido al suo difensore, l'avvocato Massimo Ciardullo - ma resterà per sempre il segno di un cammino doloroso, di una tragedia che non potrò mai dimenticare, nulla cancellerà il dolore e la pena per le vittime e i loro parenti».

Guido, che venne condannato all'ergastolo, si vide modificare il 28 ottobre 1980 la condanna dopo la dichiarazione di pentimento e l'accettazione da parte della famiglia di Rosaria Lopez di un risarcimento. Poi evase dal carcere di San Gimignano nel 1981; fuggì a Buenos Aires, ma fu arrestato nell'83. In attesa dell'estradizione, due anni dopo riuscì ancora a scappare, ma nel giugno '94 venne catturato.


Marino Collacciani

Quella notte in viale Pola accanto alle foto del massacro "a metà"

Il Tempo


Un messaggio criptato lanciato via-radio da un carabiniere: "Cigno, cigno... c'è un gatto che miagola dentro una 127 in viale Pola...". Poi, l'intuito di un grande fotoreporter. Senza quelle foto la morte
non avrebbe avuto un volto.


Quella notte c'ero. Un tragico scoop, guidato dalla mani esperte di un fotografo de «Il Tempo» che non c'è più: Antonio Monteforte. Fu lui a firmare le immagini che hanno fatto il giro del mondo mentre, al mio fianco, i carabinieri aprivano il cofano di una «127» in viale Pola.

Attimi indescrivibili, con la penna sostituita da una sequenza a mano ferma, attenta a cogliere l'immobilità di un corpo, quello di Rosaria Lopez, e i disperati tentativi di un altro per richiamare l'attenzione, al primo soffio d'aria filtrato nel cellophane. Veli impietosi, coperte trasparenti che non hanno nascosto la verità di un massacro riuscito a metà. Un piano per uccidere maturato nel culto della protervia e dell'arroganza, della sopraffazione cinica, legata a miseri modelli culturali, stampati da teste vuote sotto forma di banconote.

Un ritorno a Roma dopo la bravata al Circeo durata dal 29 settembre al 1 ottobre di 34 anni fa, con presenze da turn over dei tre massacratori che, divertiti, si alternavano nella violenza, riuscendo a fare anche i pendolari (è il caso, agli atti, di Gianni Guido) con la Capitale. Dove erano tornati per chiedere aiuto a un amico, ma i gemiti di Donatella hanno fatto saltare un piano labile come i loro cervelli.
«Cigno, cigno... c'è un gatto che miagola dentro una 127 in viale Pola...».

Un messaggio criptato lanciato via-radio da un carabiniere alla sua centrale operativa («Cigno», per l'appunto). Poi, l'intuito e l'esperienza di un grande fotoreporter che mi tira per un braccio e salta in macchina con me. Da piazza Colonna, lungo via Nomentana: una corsa verso un mistero prima di percepire la consapevolezza di aver aperto una finestra su una cupa, quanto profonda, riflessione. Senza quelle foto la morte non avrebbe avuto un volto, la vita avrebbe perso un'immagine di disperata speranza.

 Una raffica di luce, una sventagliata di flash che hanno saputo distruggere un piano, restituito forma alla vita, certificato la pena di un corpo, martoriato, seviziato, vilipeso, soffocato in una vasca da bagno. Ma quell'acqua non potrà mai lavare la vergogna, sciogliere il rimorso che divora anche chi credeva di non averne. Cosa vuol dire vivere da uomini liberi, nello stesso quartiere di gente per bene scelto per parcheggiare la morte?

Marino Collacciani



Canone Rai, la Campania se ne infischia La metà dei contribuenti non lo paga

Corriere del Mezzogiorno


La stampa di destra lancia la campagna per la diserzione, ma qui già il 54,77% non versa la tassa

 


NAPOLI - «Non pagare il canone Rai» è l'ultima crociata della stampa vicina al centrodestra. Ma Il Giornale e Libero, si sa, hanno testa e corpo piantanti in Padania. Perciò al loro «invito» alla diserzione, i contribuenti campani rispondono "embè? qui già non lo abbiamo mai pagato....". Già: a Napoli, soprattutto, e nelle altre quattro province viale Mazzini ha sempre raccolto pochino. Quasi che il canone fosse una scelta facoltativa. È chiaro, non si tratta esattamente del balzello più amato (anzi), però nel resto d'Italia il problema se lo stanno ponendo ora: pagarlo o no? In Campania invece oltre la metà dei cittadini risulta evasore. La percentuale di diserzione è del 54,77%. Da contraltare il dato - 82,52% di adempienti - della «virtuosa» Toscana. sono i tassi che balzano all'occhio pubblicati dall'Istat nel dossier sulla Rai. 

Il macrodato parla chiaro: gli italiani il canone non va proprio giù. E il mancato introito per la Rai sfiora i 500 milioni di euro l'anno. In pratica, almeno 6 milioni di nuclei familiari non versa il tributo, pari al 30% del totale. Non è mai stata di costumi finanziariamente morigerati la tv di Stato. Ma lo spreco in tempi lottizzazione feroce si è solidificato quale forma di potere politico, come ha documentato Denise Pardo nel libro Piovra Rai (redazioni giornalistiche a dir poco pletoriche, programmi costosissimi, emolumenti da capogiro per vip e semivip, "semplici" consiglieri del cda attorniati da stormi di cortigiani, passacarte e portaborse). Tutto questo ha reso ancora più famigerato il balzello, che in ogni caso è un tributo previsto dalla legge e va pagata. 

Ad impressionare è anche la mappa dell'evasione, che tocca soprattutto i capoluoghi di regione più che i centri periferici. In questo senso Napoli primeggia con picchi del 48 per cento. Irrecuperabile Campania a parte, il governo cerca soluzioni. Secondo il quotidiano Libero il «caso» evasione record, e i possibili rimedi, è oggetto di un report sottoposto in questi giorni, tra gli altri, al ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, primo azionista della gloriosa ma sempre meno "mamma" R(adio) A(udizioni) I(taliane).

Alessandro Chetta

La Jugoslavia non esiste più. Ora neanche online



Scritto da: Federico Cella alle 12:09


Se le notizie su Internet viaggiano (quasi) alla velocità del pensiero, la Rete talvolta si dimostra invece assai lenta nel recepire i cambiamenti, anche storici, che avvengono nella realtà. E' il caso della ex Jugoslavia, finita di esistere nel 1992 - con i conseguenti sanguinosi conflitti nella zona -, cessa di avere vita sul Web solo oggi. Già, perché è solo da oggi, 30 settembre, che il suffisso internet ".yu" viene ufficialmente rimosso dalla Icann dalla Rete. Un adeguamento alla realtà geopolitica che ancora deve verificarsi, a dire il vero e per esempio, con la storica estensione ".su" che tuttora identifica online la vecchia Unione Sovietica. Della notizia, forse piccola ma significativa, ne parlano diversi siti inglesi - dalla Bbc al Guardian -, che spiegano però come in realtà ben 4 mila siti ex jugoslavi "resistenti" hanno chiesto un ritardo della chiusura dell'interruttore per poter organizzare meglio la migrazione.

Migrare sì, ma dove? La vecchia estensione
, nata nel 1989 per identificare i siti residenti nell'allora Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, sarà sostituita dalle nuove ".rs" per la Serbia e ".me" per il Montenegro. Questo perché il ".yu", dismesso fin dal 2006 dall'ente americano (con funzioni mondiali) che assegna gli indirizzi web, continuava dal 1994 a essere utilizzato dalla cosiddetta Repubblica Federale Jugoslava, ossia lo Stato formatosi nel 1992 dall'unione delle repubbliche appunto di Serbia e Montenegro.

Il pentito di Al Qaeda: «Abbandonato»

Corriere della Sera

Ha spiegato le tecniche di reclutamento, ora è depresso e non trova lavoro: vive con 800 euro al mese

MILANO - È uno dei due testimoni al mondo che sa come Al Qaeda recluta i martiri islamici e come nei campi afghani li indottrina e addestra al combattimento e agli attentati suicidi. Per questo da tre anni il pentito Tlili Lazar vive sotto protezione. Chiuso in casa. Un cortocircuito burocratico gli nega i documenti di copertura che gli permetterebbero di inserirsi nella società lavorando per guadagnare di che vivere. «Ho mantenuto i miei impegni, ma lo Stato mi ha abbandonato», ha detto ai suoi avvocati, che lunedì gli avevano consigliato di non rispondere ai magistrati americani venuti a Milano per interrogarlo.

Le dichiarazioni di Lazar hanno riempito pagine di verbali. Entrato in Italia nel ’94 come bracciante, nel ’96 si trasferì a Milano dove si avvicinò ai fon­damentalisti che ruotavano in­torno alle moschee di viale Jen­ner e via Quaranta. Nel '98 par­tì per l’Afghanistan per essere addestrato all’uso di armi ed esplosivi. Quando una bomba rudimentale esplose accidental­mente facendogli saltare le dita della mano destra, capì che fa­re il martire non era cosa per lui. «Mi sono svegliato», ha det­to. Tornato a Milano, riallacciò i contatti con gli integralisti ma, coinvolto nelle inchieste della Procura sul terrorismo in­ternazionale, dovette riparare in Francia dove fu arrestato nel 2002. Estradato nel 2006, deci­se di collaborare (come, in Ger­mania, il palestinese Shadi Ab­dallah) firmando un accordo con il Servizio centrale di prote­zione: lui rivelava tutto, lo Sta­to gli garantiva una casa, un permesso di soggiorno, 800 eu­ro al mese e un nome nuovo per rifarsi una vita.

I suoi verba­li hanno aperto uno squarcio inquietante sulla rete del terro­re di Bin Laden, hanno consen­tito di chiudere processi impor­tanti e permetteranno di avviar­ne altri, compreso quello ai tre detenuti «italiani» di Guantana­mo, che Berlusconi, con una promessa personale al presi­dente Usa Obama, ha deciso di accogliere. Per questo Al Qaeda lo vuole morto. La risposta del­le istituzioni non ha soddisfat­to il tunisino, il quale invece ap­prezza l’impegno di protezione garantito dai carabinieri. «Ri­schio la vita, sono stato ai pat­ti, ma lo Stato mi ha molto de­luso », ha detto ai suoi legali che, prima dell’interrogatorio con i prosecutors , hanno conse­gnato al gip Giuseppe Gennari un elenco di rimostranze. «Co­se per lui fondamentali, non ca­pricci», spiega l’avvocato Mar­co Boretti, che difende Lazar con il collega Davide Boschi. In soldoni, le leggi sull’immi­grazione non consentirebbero al collaboratore di diventare cit­tadino italiano e, quindi, di ot­tenere documenti con un no­me di copertura. Lazar resta La­zar e chiunque può sapere da Internet chi è.

Ma nessuno as­sume uno che, oltre a essere un ex terrorista, è ricercato dagli scherani di Bin Laden. «Con 800 euro deve mangiare, paga­re la manutenzione della casa e le cure per la ferita. Non ce la fa più e potrebbe non testimonia­re ancora», dichiara Boretti, al quale Lazar ha confidato: «Chiuso in casa penso solo ai miei guai». Il rischio è che cada in depressione. Se ciò avvenis­se, potrebbe risentirne l’atten­dibilità delle sue di­chiarazioni vanifi­cando anni di lavo­ro. «È un intreccio perverso di questio­ni burocratiche e normative che im­pedisce il funziona­mento del program­ma di protezione e stressa i collabora­tori, con ripercus­sioni sui procedi­menti », commenta il pm Elio Ramondi­ni, impegnato in in­chieste legate a La­zar. E che ciò che il superpentito ha da dire sia determinan­te lo sanno anche i pm americani che, capita l’antifona, lì su due piedi lo han­no invitato a trasfe­rirsi negli Usa sotto la tutela del Witness protection pro­gram. «Diffida. Ma ci sta pen­sando», dice Boretti.

Giuseppe Guastella


L’inviato sotto protezione per il libro su una sciita

Corriere della Sera


Minacce dopo aver raccontato l’amore con Amira


ROMA — «La busta era infilata nel parabrezza della mia macchina, par­cheggiata sotto casa, a Roma. Dentro c’erano due proiettili e questo foglio. Eccolo». Il foglio, scritto e stampato al computer, dice: «Nello Rega sei morto questi sono per te e subbito (sic) lo fac­ciamo. Sei morto e vedrai la fine che fa­rai tu perché Allah e Hezbollah hanno deciso di farti morire. I colpi Nello Re­ga sono per te perché dici bugie fai ma­le a sciiti libanesi e scrivi contro scii­ti... ». «La seconda busta è arrivata a ca­sa di mia madre Antonietta, a Potenza. Due proiettili. Altre minacce, molto si­mili. E la fotocopia della copertina del libro » .


Nello Rega, 43 anni
Nello Rega, 43 anni
Il libro si intitola Diversi e divisi. Dia­rio di una convivenza con l’Islam. Nel­lo Rega, 43 anni, inviato di Televideo, l’ha scritto per raccontare la storia d’amore durata tre anni con una donna sciita, Amira. «Un amore 'diviso', quel­lo che si consuma tra un uomo e una donna 'diversi'. Distanti nel modo di comunicare, di baciare, di fare l’amo­re » è scritto nella quarta di copertina. Il volume è appena arrivato in libreria, ma da due settimane se ne parla nel blog della casa editrice, Terra del Sole. L’introduzione è firmata da Luca Zaia, ministro dell’Agricoltura e «uomo for­te » della Lega in Veneto, che prende spunto dalla vicenda per concludere che «la violenza, la vendetta, la subordi­nazione della donna non fanno parte della nostra cultura cristiana e non si capisce perché dovremmo accettare inermi tutto ciò... L’Occidente e l’Orien­te hanno molto da insegnare l’uno al­l’altro, ma credo che all’Occidente vada riconosciuto il primato di diffusione di quei diritti che devono essere da tutti condivisi » .


Non era la prima volta che Rega ri­ceveva minacce. «Nel gennaio di que­st’anno trovai un foglio infilato sotto la porta di casa. C’era la fotocopia di una mia foto, presa dal libro sul Li­bano che ho pubblicato due anni fa, Sud dopo Sud , e una scritta: 'Mori­rai. Ti colpiremo nel nome di Al­lah, perché hai fatto male agli scii­ti' ». Poi altri messaggi: «Un mese dopo, sotto il parabrezza dell’au­to, nel parcheggio Rai di Saxa Rubra. Quindi a casa di mia madre, con una foto di Nasrallah, il capo di Hezbollah. Di nuovo sul vetro dell’auto, stavolta sotto casa di amici dov’ero andato a ce­na, sulla Prenestina.

Capii che conosce­vano i miei spostamenti. Un giorno che ero stato con una collega a San Lo­r enzo trovai un messaggio a casa: 'Ti abbiamo visto stamattina al Verano con la tua amica...'. Sono andato dai ca­rabinieri. Ma il primo pm ha archiviato il caso, anche se i militari chiedevano un supplemento d’indagine. Poi per fortuna ho trovato un pm, Francesco Polino, che mi ha dato ascol­to ». Il prefetto, vale a dire il Vi­minale, ha predisposto una tu­tela. Il caso è arrivato al pool an­titerrorismo della capitale. Ma è sicuro, Rega, che Hezbollah c’en­tri davvero? «Non lo so. Sono convinto però che ne sia a cono­scenza. Ho scoperto solo dopo che Ami­ra aveva parenti legati all’organizzazio­ne. Non accuso nessuno. Ma ho molta paura per la mia incolumità; perché questa sentenza di morte potrebbe es­sere eseguita anche da altri fondamen­talisti che si ispirano agli stessi princi­pi » .

La storia con Amira era cominciata nel 2005, in Libano, dove Rega seguiva le elezioni. «La sua famiglia aveva un albergo a Naqoura, al Sud, vicino al confine con Israele, dov’è schierata la missione Onu a guida italiana. All’ini­zio mi parve una donna del tutto occi­dentalizzata: a parte la carnagione un po’ più scura, poteva sembrare roma­na. Mi ha seguito in Italia. Ci amava­mo. Parlavamo di matrimonio. Poi me l’hanno portata via. A Roma ha incon­trato persone legate all’ambiente del fondamentalismo, che l’ha attratta a sé. All’improvviso mi ha lasciato. E io ho scritto la nostra storia, senza ranco­ri, per raccontare il mio sentimento e la sofferenza di non poter vivere con lei». E ora?

«Sono terrorizzato. Viaggio da solo, non mi sento realmente protet­to. Ma nessun giornale ha raccontato si­nora la mia vicenda. Ho ricevuto la soli­darietà dell’Usigrai (il sindacato della tv pubblica), dell’Ordine, della parla­mentare marocchina Souad Sbai; e su­bito l’avvocato della sua associazione, Loredana Gemelli, è stata a sua volta minacciata. Ma non voglio tacere. Non voglio darla vinta a loro. Chiedo però allo Stato di non abbandonarmi, di pro­teggere la mia esistenza». Alle forze del­l’ordine e alla magistratura spetta stabi­lire la gravità dell’allarme. Resta il fatto che c’è uno scrittore che riceve proietti­li e minacce di morte da sedicenti fon­damentalisti islamici per un libro, ha ottenuto una protezione per quanto forse insufficiente, eppure nessuno ne parla.

Aldo Cazzullo

La giustizia dei cineasti: Silvio dentro e lo stupratore Polanski libero subito

Il Tempo

Registi e attori italiani ieri manifestavano contro Berlusconi chiedendo legalità e oggi vogliono la scarcerazione di Roman reo confesso.


«Indignati», «costernati» e «stupefatti per l'arresto del collega». Dopo più di trentadue anni la giustizia tenta di fare il suo corso e il mondo del grande cinema cosa fa? Solidarizza con lo stupratore e gli dimostra tutta la propria solidarietà. Sembrerebbe il copione perfetto per un film dal finale decisamente imprevedibile. E invece no. Questa è tutta realtà. Lui è il famoso regista franco-polacco Roman Polanski.

Nel lontano 1977 a Los Angeles stuprò la tredicenne Samantha Geimer che lo accusò di averla drogata con champagne e una pillola di un calmante. Arrestato, Polanski fu mandato in prigione per 42 giorni. Ma, nonostante gli avvocati delle due parti giunsero a un patteggiamento che avrebbe dovuto limitare a quel mese e mezzo la pena carceraria, il giudice cambiò idea. Il regista così, spaventato decise di scappare dagli Stati Uniti e da allora non vi ha messo più piede.

Questo è quanto è accaduto fino a sabato scorso quando la Svizzera, ottemperando un mandato di cattura internazionale emesso da Washington, l'ha arrestato appena il regista ha messo piede all'aeroporto di Zurigo dove avrebbe dovuto ricevere un premio alla carriera al festival Internazionale del Cinema, sono scattate le manette.

Un gesto ignobile secondo tutti i suoi colleghi tanto che, mentre l'avvocato del regista ha confermato che presenterà alle autorità svizzere la richiesta di rilascio su cauzione, è iniziata una vera e propria campagna in difesa del regista. Una raccolta di firme per chiederne il rilascio. Una petizione consultabile sulla pagina web della Società degli Autori e Compositori Drammatici (Sacd) che ieri contava già 110 sottoscrizioni. Tanti firmatari tra i quali oltre a Woody Allen, David Lynch, Martin Scorsese, emergono anche gli italiani Ettore Scola, Giuseppe Tornatore, Marco Bellocchio, Paolo Sorrentino, Michele Placido, e le attrici Monica Bellucci e Asia Argento.

Tutti pronti ad accusare: «È inammissibile che una manifestazione culturale internazionale, che rende omaggio a uno dei più grandi cineasti contemporanei, possa essere trasformata in una trappola poliziesca». Così, proprio chi si è sempre battuto per evitare «una giustizia umiliata» (così disse ad esempio Ettore Scola il 7 giugno 2004 ad un dibattito tenuto a Parigi dai socialisti, lanciando una dura requisitoria contro l'allora premier Berlusconi), ora si trova a condurre una campagna in difesa di uno stupratore attaccando una giustizia rea di aver fatto solamente il proprio dovere.

Ma, nell'allegra compagnia di coloro che da un lato si stracciano le vesti in difesa dello "stupratore" e dall'altra si divertono a fare i giustizialisti nei confronti di Silvio Berlusconi, non c'è non c'è solo Scola. Il 18 aprile 2006, ad esempio, il regista Marco Bellocchio, all'indomani della risicata vittoria di Romano Prodi alle elezioni politiche, commenta: «In metà d'Italia comandano i morti. E quella metà è quella che ha votato per Berlusconi». Ancora più offensivo fu l'attacco di Dario Argento, padre di Asia, quando, in un'intervista al settimanale francese Vsd rilasciata il 14 marzo 2003 tuonò: «A causa di Berlusconi, gli italiani sono lo zimbello di tutti. C'è stato un vento di follia che ha spinto la gente a votare per lui».

E se di vento di follia si parla allora meglio correre tutti ai ripari come ha fatto Michele Placido lo scorso 9 settembre quando si è lanciato in un appello al centrosinistra: «Si compatti al centro con Casini per fare un'alleanza contro Berlusconi». Proprio contro quel presidente del Consiglio che Giuseppe Tornatore reputa essere il capo di «un governo che non sta facendo molto per il nostro cinema che appena c'è una crisi economica azzera i finanziamenti alla cultura». E spulciando bene si capisce subito che a molti di questi piace prendere in mano una penna e sottoscrivere petizioni. Se poi queste servono a manifestare la poca stima verso il premier allora eccoli tutti pronti.

 L'ultimo caso è quello del 30 agosto scorso quando, Placido, Bellocchio, Scola, Sorrentino (regista de Il Divo il film che ripercorre la vita di Andreotti e che lo stesso senatore definisce «un film malvagio») e Asia Argento assieme a moltissimi altri hanno manifestato la propria solidarietà a La Repubblica dopo che Berlusconi decise di quelerarla.

Sono vecchio e malato Vi affido la mia Cristina"

Il resto del carlino

Romano Magrini è stato ricoverato per problemi di cuore ma è preoccupato per la figlia, che è in coma da 28 anni dopo un incidente: "Chi l'aiuterà dopo di me?"


SARZANA (La Spezia) — «PENSO tutti i giorni a mia figlia: ha bisogno di me e io sono qui, in ospedale. Ora devo fidarmi». Romano Magrini lancia il suo dignitoso grido di dolore dal letto dell’ospedale di Sarzana dove è stato ricoverato sabato per problemi cardiaci. «Cristina ha bisogno di me — racconta —, penso sempre di più a quando non ci sarò e a cosa sarà di lei, chi si prenderà cura di mia figlia».  Qual è stato il suo primo pensiero all’arrivo in ospedale?
«Non certo alle mie condizioni, ma a Cristina. Stiamo sempre insieme, da una vita, è lei la mia vita e io la sua: senza di me come può fare?».

  Senza di lei, Cristina è rimasta da sola?
«No, nemmeno per un minuto, intorno a lei si è mossa una macchina di efficienza e solidarietà: alla notizia del mio ricovero in meno di due ore personale dei servizi sociali del Comune e della Cooperativa Coopselsios l’hanno portata da casa nostra a San Lazzaro fino centro di riabilitazione delle ‘Missioni’ a Sarzana. Ora è seguita, giorno e notte, ma non è certo la stessa cosa».

Quanto le manca?
«Tanto, tantissimo: penso a lei soprattutto quando guardo i parenti in visita ai pazienti nella mia stanza: loro hanno figli che si prendono cura di loro, io devo invece stare dietro a mia figlia sempre, ogni momento, non posso mai staccarmi da lei nemmeno per un istante. Ha bisogno di me e questo guaio non ci voleva proprio».

Nei mesi scorsi aveva programmato di tornare a Bologna...
«Sì, proprio in questi giorni dovevamo lasciare Sarzana per trasferire Cristina in un centro specialistico a Bologna, per provare come può stare lì, seguita e assistita al meglio; devo cominciare a pensare al domani, nessuno è eterno. E qualcuno a cui affidarla devo trovarlo, qualcuno in grado di darle non solo l’assistenza medica ma il massimo dell’amore possibile. Ora sono qui, ma chissà quanto durerà il mio domani — dice amaro —, questo è il primo campanello d’allarme dopo tanti anni in cui non mi sono mai ammalato».

Ha già trovato il centro cui affidare sua figlia?
«A Bologna ha affittato un monolocale vicino alla struttura per stare vicino a Cristina, voglio andarla a trovare tutti i giorni. Mi dispiace solo che qualche centro non l’abbia accettata, mi sono rivolto a una struttura privata convenzionata con l’Asl».

Come sono le sue giornate in ospedale?
«Vengono a farmi visita amici, conoscenti, personale dei servizi sociali del Comune e della Cooperativa Coopselsios, gli stessi che seguono tutti i giorni Cristina. La sera da noi arriva anche la signora Rosaria, la vicina di casa che mi aiuta a metterla a letto. La loro è una presenza importante perché da solo comincia a diventare sempre più difficile darle da mangiare, lavarla, pulirla. Io mi sento bene ma non sono più un giovanotto, ho bisogno di una mano tutti i giorni».

E come sarà ora il ritorno a casa, senza Cristina?
«Quando uscirò dall’ospedale, spero presto, in base all’esito della Tac, non potrò più sottopormi al tour de force fisico per assistere Cristina: lei non potrà tornare a casa subito ma purtroppo dovrà rimanere alcuni giorni alle ‘Missioni’ fino a quando non mi sarò del tutto ristabilito».
«Lo porteremo noi tutti i giorni da lei — rassicura Nicoletta Borrini, della Coopselios — anche dieci volte al giorno se sarà necessario», perché Romano e Cristina da 28 anni non si sono mai staccati un momento. L’ultimo pensiero di Romano Magrini è di speranza: «Andremo a Bologna appena possibile ma non venderò mai la casa di via Ghiarettolo a San Lazzaro: se Cristina un giorno dovesse svegliarsi, voglio che abbia un tetto tutto suo».

di CLAUDIO MASSEGLIA

A Milano una casa per raccontare il fumetto


Milano - Sarà inaugurato la prossima primavera negli spazi dell’ex deposito Atm di viale Campania 12 il "Centro del Fumetto". Intervenendo alla presentazione di "Milano racconta il fumetto. Il fumetto racconta Milano", progetto promosso dal Comune in collaborazione con il Comitato "Un secolo di fumetto italiano", l’assessore alla Cultura, Massimiliano Finazzer Flory, ha lanciato il nuovo spazio che sarà dedicato alla conservazione del patrimonio storico del fumetto. 

La casa dei fumetti Il Centro, che si estenderà su una superficie di mille metri quadrati, di cui 600 dedicati alle esposizioni e 130 di terrazzo, avrà spazi nei quali verranno organizzati momenti formativi per scolaresche e giovani e altri dedicati alla conservazione del patrimonio storico del fumetto. Contemporaneamente all’apertura del Centro, sempre a partire dalla prossima primavera, in diversi punti della città compariranno nuove installazioni, delle "icone - ha spiegato Finazzer Flory - che parleranno del territorio attraverso il fumetto". 

È in corso, ha inoltre annunciato l’assessore, la ricerca di un sito, molto probabilmente un parco, da intitolare a Gian Luigi Bonelli, padre insieme ad Aurelio Galleppini del celebre personaggio di Tex Willer, e fondatore di una della più importanti case editrici del settore, la Sergio Bonelli Editore

Dandini pagata per spiare nel wc del premier

di Giancarlo Perna



Roma - Per farci ridere di più, Serena Dandini ha arricchito con un gabinetto di decenza la scenografia della sua trasmissione, Parla con me. Il water con sciacquone si aggiunge al tradizionale salotto con divano in cui la anchor-woman intervista gli ospiti. L’innovazione, che testimonia lo stato digrazia che attraversa la comicità intelligente dell’autrice, è andata in onda ieri sera su Rai3 nel siparietto di pochi minuti intitolato Lost in Wc, ossia Perdute nel cesso. La visione di questo «00» accompagnerà i fan della satira di sinistra ogni sera dal martedì al venerdì, per un totale di 117 puntate. 

Il wc in questione è la riproduzione in studio dell’elegante bagno di Palazzo Grazioli, residenza del Cav, e allude alla nota vicenda delle escort che in esso facevano toilette prima di partecipare alle cene del premier. In sostanza una presa per i fondelli del capo del governo che, iniziata il giorno del suo compleanno (ieri ne ha compiuti 73), andrà avanti finoa tutto aprile 2010. Dopo Ballarò e Anno- Zero e prima dell’imminente Che tempo chefa di Fabio Fazio, l’exploit della Dandini testimonia il coraggio e l’incomprimibile desiderio di libertà dei pochi che si oppongono alla dittatura del centrodestra su stampa e tv. 

Nei giorni precedenti, Serena aveva presentato con orgoglio la sua creatura, annunciando che parteciperà alla marcia per la libertà di stampa organizzata dalla Fnsi e dalla Cgil. «A te nessuno ha messo i bastoni tra le ruote. Chi te lo fa fare?», le è stato però chiesto. Ma lei ha risposto a nome di tanti angariati: «Ci sentiamo intimoriti, passati al setaccio, un’attenzione così astiosa della politica sulla Tv non l’avevo mai vista prima». 

Ci ha pensato un po’ su e ha aggiunto: «Non abbiamoil bavaglio ma censura è anche non farti lavorare serenamente». Le stava accanto il direttore della Terza Rete, Paolo Ruffini, che le ha dato manforte. «Dandini, Santoro, Flores e Gabanelli sono la ricchezza della Rai. La pluralità di idee è l’essenza del servizio pubblico», ha detto facendo coincidere la pluralità con l’antiberlusconismo. Infatti, tra i tesori della Rai, non ha citato Bruno Vespa, il solo che non azzanna il mostro per partito preso. Poi si meravigliano che milioni di telespettatori si entusiasmino per lo sciopero del canone. 

Per la prestazione di questa stagione, Dandini guadagnerà - stando a un’inchiesta - 710mila euro. La signora, che oggi ha 55 anni, è da quasi trenta alla Rai, pagata da due generazioni di utenti che probabilmente neanchela sopportano. Il soloperiodo in cuinonl’hanno sovvenzionata è stata quando il Cav l’ha remunerata di tasca sua assumendola a Mediaset. «Può una di sinistra lavorare per Mediaset?» le fu chiesto con tono di rimprovero. «Io non sono una comunista bulgara, io sono per il libero mercato», rispose con la stessa disinvoltura con cui dice che nessuno le ha messo il bavaglio,masfila egualmente contro la stampa imbavagliata. 

Con Mediaset, in ogni modo, durò poco perché, non potendo per ovvie ragioni di decenza dare troppo addosso al datore di lavoro, lo share era basso. Come successe con Santoro, se ne andò via presto per tornare con l’unica azienda che le consente di dare sfogo al suosinistrismo,guadagnando a palate: la Rai del canone. Afuria di strafare in tv, Serena è diventata un’icona della sinistra. Ha partecipato ai girotondi nei primi anni 2000, ha sponsorizzato due gay pride nel 2002 e nel 2007,ha sostenuto con spettacoli gratuiti la ricandidatura 2006 di Veltroniasindaco di Roma e, nello stesso anno, il tour elettorale del candidato del Pd, Piero Fassino.

Il suo destino, diciamo così, «progressista», non era scritto nelle stelle: l’ha scelto. Romana e nobile, di una piccola nobiltà papalina, con un doppio cognome, Dandini De Sylva, Serena è cresciuta in un ambiente di destra. Lo era il padre avvocato, lo era il Liceo che ha frequentato, il Giulio Cesare, notoriamente fascisteggiante ai suoi anni. Presa la laurea alla Sapienza in Letteratura anglo-americana, entrò in Rai virando di 180 gradi. 

«Non mi sonorisparmiata niente», ha raccontato. Se la fececoni giovanicomunisti della Fgci, Lotta continua, Potere operaio. Ebbe un’intesa militanza femminista con annesse sedute di autocoscienza. Fu una donna, sua docente all’università, a segnalarla alla Rai dov’è dunque entrata col solito pedatone. 

Ma tre anni fa, dimentica dei trascorsi, ha sentenziato: «In Rai va aperta la questione morale. Non possono contare solo le raccomandazioni». Si è sposata tre volte, sommando cognomial già lungocognome, e ha una figlia. Non si è fatta mancare una fase ecologista andando a vivere in campagna col secondo marito. Poi, scoperto che «con i polli non si poteva vivere», buttò all’aria fattoria ematrimonio. 

Al donnismo è rimasta a lungo fedele. Con Corrado e Sabina Guzzanti fece la Tv delle ragazze su Rai 3, lanciando Angela Finocchiaro e Cinzia Leone. Anche le sue preferenze politiche sono per il gent il sesso. Tra le prescelte, Prestigiacomo e Rosy Bindi. Non che detesti gli uominiconi quali, negli ultimi anni, ha fatto molta tv a cominciare dalla sua spalla, Dario Vergassola, detto Littizzetto dei poveri per i suoi continui doppi sensi a sfondo sessuale, meno riusciti però del modello in gonnella. 

I maschi comunque le stanno bene solo se di sinistra. «Chi ti piace?», le hanno domandato. «Pecoraro Scanio è un bell’uomo. Cofferati. Diliberto. Vendola». «Chi non ti piace?». «Schifani è brutto. Ha la forfora che buca il video», ha risposto con eleganza. 

Un altro che detesta è Maurizio Belpietro. Si diverte a farlo imitare daunodei suoi guitti sia in tv sia al Teatro Ambra Jovinelli, locale romano di cui è direttore artistico. Il finto Belpietro è sullo sfondo e ringhia come un cane furioso. «Stia buono, ora parliamo anche di lei», gli dice Serena. Quello ringhia di nuovo e l’altra lancia: «Stia calmo, tra poco sarà direttore del Tg2». Belpietro guaisce soddisfatto e si accuccia. Dandini? Se la conosci, col pifferoche paghi il canone. 

Ecco perché Alberto sembrava a tutti un perfetto colpevole

Corriere della Sera

di  ALESSANDRO PIPERNO


Mi chiedo se ciò che vie­ne corrivamente definito «innocentismo» non celi una leale seppur complicata aspirazione umanista. Lo so, per molti l’innocen­tismo è un moto dell’animo tipico di individui privi di struttura e di spina dorsale; la malattia dostoevskiana di chi riesce a identificarsi con l’assassino e non con la vitti­ma, o l’incubo kafkiano di chi teme di essere incastra­to da un momento all’altro per un reato non commes­so.

Insomma qualcosa che rischia di diventare, nel mi­gliore dei casi pietistico las­sismo, e nel peggiore posa estetizzante. Tanto più di questi tempi in cui il più prelibato divertissement dei miei connazionali sem­bra consistere nello snidare criminali, leggere intercetta­zioni, spulciare verbali, co­struire ben documentate cattedrali del sospetto. Ma che posso farci se tale dema­gogico esercizio mi appare così rivoltante? E se un mo­to interiore che non ha nien­te a che fare con il sentimen­talismo mi spinge sempre a ipotizzare, di primo acchito, l’innocenza di un mio simi­le?

In questi anni, da che Chiara Poggi è stata trovata morta e il suo ragazzo Alber­to Stasi accusato di averla as­sassinata, è la terza volta che mi capita di chiosare gli ultimi sviluppi del «caso Garlasco». Constato che i due precedenti pezzi erano animati da uno spirito dis­sennatamente innocentista, cui la perizia super partes dell’altro giorno sembra aver dato retroattivamente ragione. Certo, si tratta di una medaglia di latta che non ha nessun senso esibi­re. Più interessante mi sem­bra il fatto che ancora una volta la mia attenzione si concentri su Alberto Stasi.

Sulla storia che lo riguarda che, qualora lui fosse inno­cente, mi parrebbe il più perfetto e paradigmatico tra gli incubi contemporanei. Mi spiego. A chi è accadu­to di vedere una propria fo­to sul giornale sa quanto ta­le esperienza sia straniante. La verità è che quella foto ti parla di tutto fuorché di te stesso.

Tanto che certe volte hai il sospetto che sia un surrogato, un apocrifo, un’impostura bell’e buona creata ad arte per screditar­ti. Non c’è niente di più pe­noso della discrasia tra il pensiero intimamente affet­tuoso che nutri per la tua ir­rilevante personcina e quel­la specie di essere disgusto­so (quel Mr Hide) catturato dalla foto ora riprodotta, senza il tuo consenso e sen­za alcun ritegno, in centina­ia di migliaia di esemplari.

Mi chiedo se Alberto Stasi, frattanto, abbia fatto il callo alle sue mille foto apparse in questi due anni sui gior­nali. Nel qual caso a que­st’ora saprà che non c’è cen­timetro quadrato del suo corpo né impercettibile det­taglio del suo contegno che non parli di colpevolezza: l’incarnato diafano, la so­brietà dei lineamenti, la sfuggente pudicizia, tutto lo rende l’interprete ideale del ruolo di Stavroghin in una eventuale trasposizione ci­nematografica de I demoni di Dostoevskij.

Eppure c’è la possibilità che Stasi, a di­spetto delle più promettenti apparenze, sia semplice­mente innocente. A quanto pare, oltre al suo corpo, al suo contegno e a certe bieche predilezioni sessuali non c’è indizio del­la sua colpevolezza. Ed ecco l’elemento che, al postutto, più mi agghiaccia: tutto nel­la nostra vita (tutto quello che facciamo e non sappia­mo di fare, tutto quello che siamo e non sappiamo di es­sere) può offrire la futura prova e il futuro movente della nostra colpevolezza in un crimine che non abbia­mo ancora commesso e che forse mai commetteremo.


Pediatra per 19 anni senza laurea

Corriere della Sera


Era dirigente all’ospedale di Rho. I pazienti: bravo e competente

 

RHO (Milano) — Un pe­diatra bravissimo. Un’infini­tà di bambini guariti e «guar­di, una competenza che non le dico»: non c’è un genitore che lo neghi. Se non era in corsia stava in ambulatorio, se non in ambulatorio era a parlare di pediatria in qual­che convegno.

Peccato solo che non fosse un pediatra. Anzi, in verità neanche un medico. All’ospedale di Rho, il paesone appena fuori Mila­no dove lavorava da 19 anni, a un certo punto stava persi­no per diventare primario. Ma all’università di Padova, dove il suo curriculum lo da­va laureato, aveva dato sol­tanto solo sei esami.

A fare la sconcertante sco­perta è stato l’ufficio perso­nale dell’Azienda ospedalie­ra «Salvini» di Garbagnate, da cui dipende appunto an­che Rho. Il falso medico — Marco Bassi, 54 anni — ha presentato le dimissioni e ha chiuso anche l’ambulato­rio sempre affollato che ave­va aperto nel paese vicino di Pero.

«L’anomalia della sua do­cumentazione personale — spiega il direttore sanitario Paolo Moroni — era emersa quasi per caso da una verifi­ca in corso su tutti i nostri medici. Poiché i documenti che ci aveva presentato quando fu assunto risultava­no essere copie non confor­mi abbiamo chiesto all’inte­ressato di fornirci le carte au­tenticate. Solo che la sera del 6 settembre il dottor Bassi — dev’essere difficile smet­tere di chiamarlo dottore da un giorno all’altro — anzi­ché quelle carte ci ha inviato un telegramma con le sue di­missioni per improrogabili motivi personali».

Gli accertamenti successi­vi hanno appunto chiarito che il «dottor» Bassi alla lau­rea in Medicina e chirurgia non ci era mai arrivato. Nei registri dell’università di Pa­dova risultano sei esami. Co­sì venerdì scorso l’ufficio le­gale dell’Azienda «Salvini» ha denunciato la faccenda ai carabinieri che l’hanno gira­ta alla magistratura: i reati ipotizzati parlano di truffa, esercizio abusivo della pro­fessione, falsità ideologica e falsità materiale. Natural­mente ora c’è un’inchiesta in corso e bisognerà aspettar­ne l’esito.

Il «falso» pediatra, rintrac­ciato ieri pomeriggio nella sua abitazione di Monza, ha detto di essere «appena tor­nato da una seduta dallo psi­cologo. Non so nulla della denuncia e appena sarò in­formato deciderò cosa fare. Dall’ospedale mi sono dimes­so il 6 settembre per motivi di salute».
All’ospedale di Rho lavora­va dal 5 novembre del ’90. In questi diciannove anni era diventato prima medico di ruolo poi dirigente medico pediatra. Qualcuno, dopo il pensionamento dell’ex pri­mario, aveva quasi scom­messo che il posto sarebbe toccato a lui. Ma la carica è andata all’attuale direttore del reparto, Alfonso Angrisa­no.

E dire che Bassi aveva sa­puto farsi stimare da tanti. Per la sua «attività, bontà e delicatezza» era apprezzato da genitori, colleghi, associa­zioni umanitarie. Era anche nel Comitato scientifico di un importante convegno di pediatria, già fissato per il mese prossimo a Firenze, in cui lui stesso avrebbe dovu­to parlare di «allergologia e immunologia». L’Azienda ospedaliera, da cui percepi­va uno stipendio lordo di 85.665 euro l’anno, appena terminata l’inchiesta decide­rà i provvedimenti da pren­dere a suo carico.

Silvano Santambrogio