sabato 26 settembre 2009

Agenti afghani vendono armi ai talebani

Corriere della Sera


Il governo di Kabul: «Solo propaganda, il filmato non è completo». Ma non smentisce che la vicenda sia avvenuta


Video


KABUL - Che i talebani godano dell'appoggio di una parte della popolazione locale afghana lo si sospetta da tempo, ma che anche i poliziotti possano aiutare i ribelli è un fatto del tutto nuovo. Eppure, in video choc, si vedono proprio agenti della polizia afghana fraternizzare nella provincia settentrionale di Baghlan con militanti talebani, e addirittura consegnare loro armi. Le immagini, ottenute dalla Bbc, sono state mostrate nei siti web in pashtun e persiano. L'emittente britannica sottolinea che l'episodio ha coinvolto una ventina di agenti di polizia in uniforme che si vedono addirittura mentre consegnano le loro armi ai talebani. Le immagini mostrano anche tre veicoli del tipo Ranger con cui il reparto è arrivato sul luogo dell'incontro.

NESSUNA SMENTITA DA KABUL - Pur se definito «mera propaganda» e non completo, il contenuto del video, che sarebbe stato ripreso con un telefonino, non è stato smentito dalle autorità governative a Kabul. Dopo aver precisato che l'episodio risale a cinque giorni prima delle presidenziali del 20 agosto, il portavoce del ministero dell'Interno, Zamaray Bashari, ha dichiarato alla Bbc che due degli agenti sono stati riconosciuti e sospesi dalle loro funzioni, e che è partita un'inchiesta. Bashari ha assicurato che i talebani avrebbero ripreso in modo parziale la vicenda, evitando di mostrare che c'è stato anche uno scontro. Ma in nessun momento delle riprese si vedono elementi di tensione e anzi alla fine dell'incontro gli agenti si allontanano sui loro automezzi mentre i talebani salutano con un «arrivederci».

Sesso orale in carcere: avvocatessa scoperta

La Voce

Nel carcere di opera l' esempio di un notevole attaccamento al lavoro da parte della donna


Milano - "Mi è caduta una penna ero in ginocchio a cercarla" queste sono state le parole proferite in sua difesa dall' avvocato, donna, che è stata sorpresa dalle guardie del carcere di Opera mentre si esibiva in una fellatio ad un suo assistito con cui era andata a colloquio.

Sembra una puntata della serie "Come sbattersi qualcuno che è stato sbattuto dietro le sbarre" , ma in realtà è quello che è successo nella casa penitenziaria più grande della Lombardia. Sicuramente chi esercita la professione forense ha grandissime abilità orali e una deontologia proffessionale che lo, in questo caso la, obbligherebbe ad assistere il suo cliente con la maggior perizia possibile. Niente drammi quindi, siamo davanti ad una professionista che svolgeva con estremo zelo  il suo compito; sfortunatamente è stata scoperta e i suoi atteggiamenti libidinosi rappresentano un problema per il grande ordine degli avvocati.

In effetti poteva assumere i caratteri del grottesco un colloquio orale fatto con un individuo seduto e l'altro sotto il tavolo, così strano che le maestranze, qui recitate dal direttore del carcere, dalla guardia (forse più invidiosa, che indignata) e dalla presidenza dell'ordine corporativo, hanno deciso di intervenire. Non è possibile infangare il buon nome della categoria che annovera tra i suoi adepti il maggior numero di persone che nel nostro paese giocano a prendersi sul serio a tal punto da fare i politici, a volte.

Anche se il colloquio a luci rosse non è reato, di sicuro è valso alla donna la sospensione per sei mesi per 'condotta non professionale e disonorevole'.
Dante poneva, all'inferno, i lussuriosi per contrappasso percossi da venti infernali  tutta l'eternità, ma solo per rapposti completi. La donna ha dimostrato abilità nell'orale ora la attende lo scritto.

Immigrazione, torna il delitto d’onore

di Redazione

Massimo Picozzi

Roma - Samia è una giovane donna di 28 anni, e quella mattina ha fissato un appuntamento in uno studio legale nel centro di Lahore, in Pakistan. La sua non è stata una decisione facile, ma l’ennesimo litigio col marito, culminato nella solita, selvaggia aggressione, l’ha convinta a rompere gli indugi e chiedere il divorzio.

Da pochi minuti sta seduta davanti all’avvocato Hina Jilani, quando la segretaria annuncia che in sala d’attesa è arrivata anche la madre di Samia, in compagnia di un uomo.

Samia è contenta di avere la madre vicina, in un momento così difficile, e accenna ad alzarsi per andarle incontro. Ma per lei c’è solo il tempo di un sorriso, perché l’uomo che entra, Habib ur Rhemna, le punta la pistola alla testa e fa fuoco. Solo quando Habib e la madre di Samia se ne sono andati, l’avvocato trova il coraggio di lanciare l’allarme.

Ma non si tratta di un semplice omicidio con le caratteristiche di una spietata esecuzione, il fatto è che nessuno dei politici pakistani ha condannato il fatto, anzi qualcuno è arrivato a chiedere una condanna per l’avvocato Hina Jilani, colpevole di essersi prestata a difendere gli interessi della vittima. Posizione questa, subito raccolta dai fondamentalisti islamici, per i quali l’unica pena possibile da infliggere all’avvocato Jilani era la morte.

Quello di Samia è uno dei casi più noti di honour killing avvenuto nel Pakistan, a dir la verità uno dei pochi che abbia ottenuto una qual risonanza, a fronte di un numero incredibile di tragedie che ogni anno si consumano nel silenzio.
Lo Human Right Watch, l’Osservatorio per i Diritti Umani, definisce i crimini per onore come atti di violenza, soprattutto omicidi, commessi da membri di una famiglia di sesso maschile contro i membri femminili, perché ritenuti responsabili d'avere portato «disonore» al gruppo. Vi sono molte ragioni per le quali una donna può diventare un bersaglio per i propri familiari: rifiutando ad esempio di accettare un matrimonio combinato, essendo vittima di uno stupro per il fatto d’essersi esposta al rischio di violenza, chiedendo il divorzio, o, naturalmente, commettendo adulterio.
Ma talvolta basta la semplice impressione che la donna si sia comportata in modo «sconveniente» per innescare un’aggressione mortale.
È evidente come la spiegazione di una tale barbarie stia tutta in una concezione primitiva della donna e dei rapporti tra mondo femminile e maschile. Prima di mutilare e uccidere, occorre che la vittima sia inquadrata a un rango inferiore, subordinata e accessoria alla figura dell’uomo.
Se qualche ricercatore iscrive il «delitto d'onore» tra gli omicidi domestici, mentre altri li comprendono nella categoria degli hate crimes, i crimini dell’odio, tutti sono d’accordo sull’eccezionalità dei numeri: ogni anno almeno cinquemila donne vengono uccise perché hanno disonorato la propria famiglia!
E la maggior parte di questi delitti non viene nemmeno riconosciuta, perché camuffata da incidente, oppure da suicidio.
In Pakistan, dove la pratica dell’honour killing è più diffusa e soprannominata «karo kari», una recente pubblicazione scientifica ha riportato 1957 omicidi tra il 2004 e il 2007. Nell’88% dei casi a morire sono le mogli, nel 92% ritenute responsabili di adulterio. Ma la statistica è forzatamente incompleta: in assenza di dati ufficiali, raccolti da un ente governativo, gli studiosi si sono basati unicamente sulle fonti giornalistiche.

In Gran Bretagna, dove risiede una importante comunità pachistana erede del colonialismo, il fenomeno del «karo kiri» ha costretto New Scotland Yard ad attivare un’unità speciale per l’investigazione e il contrasto del fenomeno. In alcuni casi, per eliminare con fredda premeditazione una donna «disonorata», i killer sono stati assoldati direttamente nel Paese d’origine, hanno viaggiato per migliaia di chilometri e assolto il loro mandato, prima di rientrare in Pakistan facendo perdere le proprie tracce. Il fenomeno tuttavia non è limitato al Pakistan o ai pachistani.

Le Nazioni Unite segnalano che casi di honour killing sono stati riportati in Egitto, Giordania, Libano, Marocco, Siria, Yemen, Iran, Irak, Turchia, ma anche in Francia, Germania, Gran Bretagna (dove le donne assassinate sono almeno una dozzina all’anno) Italia, Stati Uniti e Canada.

In quest’ultimo Paese, l’opinione pubblica è rimasta colpita da un recente fatto di cronaca, la scoperta dei cadaveri di tre sorelle adolescenti e di una loro familiare. I loro comportamenti giudicati disonorevoli, avevano indotto i genitori ad ucciderle e occultarne i cadaveri in un’auto, poi portata ad affondare nelle acque di un lago.
Fenomeno subdolo, diffuso, la piaga dell’honour killing chiede risposte che non possono esaurirsi in appelli alla crescita culturale, al superamento degli antichi pregiudizi sul ruolo subordinato delle donne. Occorre una forte presa di posizione a livello politico. Ancora esistono Paesi in cui l’eliminazione di una donna colpevole di adulterio, sorpresa in flagranza, non prevede alcuna punizione per l’assassino. Nemmeno se l’omicidio è stato pianificato con premeditazione. Turchia, Irak, Pakistan, Egitto e le comunità di emigranti che da questi paesi provengono, hanno altra posizione, che tuttavia nella sostanza garantisce l’impunità.

Per le nazioni citate, il delitto d’onore non viene spesso riconosciuto, anzi c’è chi arriva a sostenere che sia un'invenzione dell’Occidente, puramente volta a screditare la tradizione e la cultura islamica. Tradizione ? Cultura? Cinquemila vittime innocenti all’anno. E probabilmente, sono almeno il doppio.

Caterina, mia figlia in coma: "La Madonna è nella stanza"

di Antonio Socci


Antonio Socci racconta nel suo blog (www.antoniosocci.com) il suo dramma che però è anche una grande prova di fede. Una figlia bella. Come può essere bella solo una figlia. Una figlia sana. Caterina, 24 anni, con i capelli di seta nera e le labbra rosa, pareva l’incarnazione della voglia di vivere. 

Poi, improvvisamente, senza motivo, Caterina da settimane è come se si fosse addormentata. «Aritmia fatale», spiegano i medici. Ma è evidente come dietro l’ineluttabilità di quell’aggettivo - «fatale» - ogni possibile spiegazione scientifica non possa che cedere il passo a qualcosa di più alto. 

Caterina è la figlia di Antonio Socci, un giornalista, uno scrittore, che ha sempre posto al centro della sua esistenza umana e professionale il valore della Cristianesimo. In questi giorni di dolore Antonio non è solo nel suo dolore: gli stanno vicini parenti, amici, colleghi. 

Ma, soprattutto, tantissime persone che, pur non conoscendoli, sentono Antonio e la sua Caterina come parte di una stessa famiglia. Una famiglia che conosce quanto sia importante pregare insieme per la salvezza di una ragazza. E i miracoli, quando sono evocati con il cuore, diventano cose possibili. 

 
Oggi, nel primo pomeriggio, Caterina avrebbe dovuto laurearsi in Architettura. Aveva passato tutta l’estate sulla tesi. Ma non è il momento dello struggimento. Siamo in battaglia e come soldati bisogna stare all’istante presente, senza nostalgie. Dobbiamo combattere con e per Caterina. Come lei sta facendo: ieri è stato evidente. Ha fatto altri «piccoli» passi che in realtà sono grandi scalate, come il fatto di respirare da sola. 

Ieri era anche la festa di padre Pio: avevo chiesto al Padre un bel regalo per Caterina. Ne è arrivato uno inimmaginabile e grandioso: la visita della Regina del Cielo. Sì, sono certo che la Madonna è sempre lì con lei, ma ieri in modo speciale quegli «ojos de cielo» che Caterina canta con tanta passione (l’avete sentita), l’hanno teneramente abbracciata. 

In breve: in mattinata mi telefona Marija Pavlovic (una dei sei veggenti di Medjugorje), nostra grande amica che già da giorni prega per Caterina, e mi dice che – per una serie di circostanze – può venire a Firenze e vorrebbe far visita a Cate proprio nell’ora della quotidiana apparizione. 

È arrivata, abbiamo partecipato alla messa e poi è andata da mia figlia con mia moglie, mentre noi, con gli amici di Cate, recitavamo il rosario fuori. La Madonna è venuta, stava in cima al letto, dietro la testa di Caterina. L’ha benedetta e ha benedetto Alessandra e Marija che ha chiesto il miracolo della guarigione per Caterina. 

La Madonna ha ascoltato e ha iniziato a pregare. Ci ha fatto capire col suo gesto che bisogna affidarsi totalmente a Lei e pregare ancora. E noi instancabilmente continuiamo…
Ce l’hanno insegnato i santi. San Francesco di Paola ha detto: «È cosa certa quel che vi dico: tutto ciò che chiedete nella preghiera abbiate certezza che è già vostro perché così dovrà avvenire per volere della Madonna». 

E alla mistica Maria Valtorta – che fra l’altro è sepolta proprio alla S.S. Annunziata, a Firenze – è stato detto: «Io vi dico: abbiate una fede sconfinata nel Signore. Continuate ad averla nonostante ogni insinuazione e ogni evento, e vedrete grandi cose quando il vostro cuore non avrà più motivo di sperare di vederle…».

Penso che in questi giorni ci stia facendo capire molte cose preziose. Anzitutto che la vera malattia è quella di noi sani quando siamo lontani da Dio. Gesù ha bisogno che qualcuno lo aiuti a portare su di sé il male degli uomini. Per sanarli. 

Noi cristiani che siamo parte del Suo Corpo, offrendoGli le nostre sofferenze e le nostre vite lo aiutiamo in questo. Io sono pieno di stupore e commozione per le tante persone che mi hanno scritto che offrono le sofferenze delle loro diverse prove e malattie. È stupore e commozione per l’abbraccio del popolo cristiano. 

Una mail che ho ricevuto dice: «Caterina senza fare nulla muove il mondo. Tutto quello che ci comunichi è un grande miracolo che accade davanti ai nostri occhi. Gesù è qui ora e possiamo vedere la Sua Gloria attraverso la fede del suo popolo. Caterina è i nostri figli e tu e Alessandra siete noi. Continuiamo a Pregare Maria perché Gesù guarisca la vostra e nostra Caterina. Un grande abbraccio. A. T.». 

Penso anche io che attraverso la sofferenza muta di Caterina, che commuove tanti cuori, la Regina del Cielo stia guarendo tante persone e sono certo che, con l’aiuto delle nostre preghiere e dei nostri digiuni, stia facendo grandi cose. Guarirà anche Caterina, facendola svegliare dal coma e facendola tornare a cantare la bellezza di Dio. 

Fra le migliaia (letteralmente) di mail che mi arrivano e a cui tento di rispondere come posso, ne trascrivo una, di una mamma, che dice tutte queste cose: «Cara famiglia che stai soffrendo in un modo tanto simile alla mia, nelle due settimane di coma profondo della mia piccola Elena, una città intera ha pregato per lei. 

Amici e conoscenti, miscredenti e persone lontane da Dio si sono inginocchiate nelle tante veglie notturne organizzate per la mia piccina. Hanno strappato a Dio una promessa che ora si sta compiendo. Noi, in sala rianimazione, abbiamo sollecitato continuamente Elena pregando su di lei a voce alta, cantando i canti della messa domenicale che lei, anche se piccolissima, aveva ascoltato, facendole ascoltare tanto Mozart. 

Un cervello che dorme va risvegliato! Le ho raccontato tutto quello che avevamo fatto insieme e le ho descritto tutte le cose belle che avremmo fatto ancora e tutte le meraviglie del creato che avrebbero visto i suoi occhi una volta guarita. Si è svegliata. A dispetto delle sue condizioni definite gravissime. Il Signore ci ascolta. Anche Caterina vi sta sentendo come la mia piccolina. Anche la miocardiopatia dilatativa gravissima, di origine non virale e ancora oggi inspiegabile, si è risolta e il cuoricino di Elena batte senza bisogno di aiuto. Coraggio, non pensate al domani, vivete giorno per giorno la vostra battaglia e il Signore vi darà forza e pace proprio come a noi. Continuiamo a pregare per Caterina. Alessandra». 

Queste sono le bellissime testimonianze che mi state dando e che trascrivo qui perché penso possano essere di aiuto per molti. Mentre vi abbraccio tutti ringraziandovi per tutto quello che fate.
Tanti sono rimasti commossi nell’ascoltare «Ojos de cielo» cantata da Caterina con il coro Foné, degli universitari di CL. Nei prossimi giorni cercherò di mettere qui nel blog altri loro canti. Spero che sentire la sua voce e quella dei suoi amici sia un piccolo ringraziamento per le vostre preghiere e le vostre offerte di digiuni. Ma sono certo che la più grande ricompensa vi arriverà dal Cielo. 

Le figlie di Zapatero e la foto «proibita» con Obama

Corriere della Sera


l premier spagnolo ha chiesto di togliere l’immagine dal sito del Dipartimento di Stato Usa. Polemiche a Madrid 

 


MADRIDDoveva essere una foto ricordo, l’immagine per l’album di famiglia del primo e tanto atteso viaggio con papà alla Casa Bianca. Ma è diventato un affare di Stato il ritratto delle due figlie minorenni del presidente di governo spagnolo, José Luiz Rodríguez Zapatero, tra Michelle e Barack Obama. Tutti sorridenti e inconsapevoli, almeno gli Zapatero, che la fotografia sarebbe finita nella galleria dei visitatori illustri della pagina web del Di­partimento di Stato.

E da lì nei siti spagnoli e internazionali, a infiammare la polemica in pa­tria sui viaggi ufficiali con fami­glia al seguito. Per la verità la moglie del premier, Sonsoles, e le due figlie, Alba e Laura, 13 e 16 anni, non accompagnano quasi mai il capofamiglia nei suoi spostamenti protocollari. Le due adolescenti non appaio­no a manifestazioni pubbliche e, se compaiono, vengono pun­tualmente «tagliate» dalle im­magini destinate alla pubblica­zione.

In Spagna la legge è severa nel proteggere l’intimità dei mi­nori; e inoltre un tacito patto di non belligeranza lega, su que­sto punto, la stampa nazionale al premier fin dal suo primo mandato: riflettori spenti sulle bambine, sempre e comunque. Ma l’altro giorno, a New York, durante il ricevimento uf­ficiale al Metropolitan Mu­seum, alle due ragazzine è par­so naturale mettersi in posa as­sieme ai genitori e ai padroni di casa. Che non fosse da inten­dersi come un atto formale, lo si può dedurre dagli anfibi di una delle due sorelle. E che sia stato uno choc, dall’altra parte dell’Oceano, lo si può intuire dalla rapidità con cui il Diparti­mento di Stato ha fatto sparire la foto dal sito, a urgente richie­sta della Moncloa, il palazzo del governo spagnolo.

In fret­ta, ma non abbastanza perché non fosse intercettata dagli in­ternauti. Seppure con i volti of­fuscati al computer, Alba e Lau­ra hanno fatto il loro involonta­rio debutto sul palcoscenico della politica mondiale. Assie­me alla notizia dell’esistenza di un altro appetitoso scatto: le Za­patero girls in tribuna nella se­de delle Nazioni Unite, durante il discorso ufficiale del padre. Realizzato da un fotografo del­­l’Efe, l’agenzia di stampa spa­gnola che però ha deciso di di­vulgare un comunicato, al po­sto della fotografia, spiegando la scelta con il doveroso rispet­to della privacy delle minoren­ni.

Incidente chiuso? Tutt’altro. Prima ancora che si materializ­zasse online, la presenza della famiglia Zapatero al completo era stata segnalata sull’aereo presidenziale in volo tra Ma­drid e New York. «A spese di chi?» ha tuonato il mondo web. Domanda raccolta dall’op­posizione e formalizzata dal Partito Popolare in una pioggia di interrogazioni parlamentari. È intervenuta anche la vice pre­sidente del governo spagnolo, María Teresa Fernández de la Vega: «Non è una novità che i leader viaggino talvolta con i propri famigliari», ha detto. Uf­ficialmente invisibili.

Elisabetta Rosaspina

I costosi asciugamani di Palazzo Madama

Corriere della Sera


Il Senato chiede un aumento della dotazione pari all’1,5 per cento


Il Cavaliere invita gli italiani a consumare di più? Detto fatto, al Senato consumano. Per le stanze della presidenza a Palazzo Giustiniani, ad esempio, hanno appena comprato 50 asciugamani deluxe. A 88 euro l’uno. Pari a tre giorni di cassa integrazione di un operaio metalmeccanico. Totale: 4.400 euro. Giorgio Napolitano, che giovedì aveva spronato tutti dicendo che «le istituzioni devono dare l’esempio» ha avuto la sua risposta.

Vi chiederete: ma di che materiale so­no mai fatte, queste salviette per le ma­ni, per costare una cifra che all’italiano medio appare spropositata? Sono di li­no. E ricamate. Direte allora che sul sito e-bay.it si possono comprare asciuga­mani di lino e ricamati al prezzo di 29,99 per una confezione da sei e cioè a cinque euro l’uno, venti volte di meno. Per non parlare di quelle di spugna. Co­nosciamo l’obiezione: il decoro delle toilette di palazzo Giustiniani esige ben altro. Esattamente come le cucine presi­denziali: non meritano forse una quali­tà adeguata al livello dell’istituzione per essere all’altezza delle raffinate pa­pille gustative di Renato Schifani e dei suoi ospiti?

Ecco allora una spesa asso­lutamente in-dis-pen-sa-bi-le: un co­stoso corso di perfezionamento fatto se­guire presso la scuola culinaria del Gambero Rosso ai 9 (nove) cuochi in­terni. Così che possano poi scodellare sui prestigiosi deschi quei piatti griffati che, con innata modestia, vengono defi­niti «divine creazioni»: bauletti con ri­cotta e pistacchi con bottarga di tonno e sedano, intrighi con stracotto d’oca e burro al ginepro, quadrelli di cacao con scorzette d’arancia ai due ori… Per carità, negare che nella scia delle polemiche sui costi della politica, qual­che taglio sia stato fatto pure a Palazzo Madama sarebbe ingiusto.

Le famose agendine 2009 di Nazareno Gabrielli co­state la bellezza di 260 mila euro (più de­gli stipendi annuali dei governatori del Colorado, dell’Arkansas, del Tennessee e del Maine messi insieme) sono state ad esempio sforbiciate, per il 2010, del 20%. Un sacrificio doloroso ma necessa­rio. Come ancora più dolorosi e necessa­ri sono stati il blocco delle indennità, il giro di vite ai contributi dei gruppi par­lamentari e altro ancora...

Eppure, pare impossibile, nonostan­te i tagli palazzo Madama si appreste­rebbe a battere ancora cassa. Ancora po­chi giorni e il 30 settembre scade il ter­mine entro il quale gli organi costituzio­nali devono presentare al Tesoro le ri­chieste per la dotazione finanziaria del 2010. Una data importante, tanto più dopo gli ultimi appelli lanciati, alla vigi­lia di un autunno che potrebbe essere critico, non solo del capo dello Stato ma anche del cardinale Angelo Bagna­sco: misura e sobrietà. Fino a due o tre anni fa gli stanzia­menti degli organi costituzionali veni­vano adeguati con il giochetto del co­siddetto «pil nominale».

Si prendeva cioè a riferimento la crescita economi­ca prevista, che di norma era più o me­no il doppio dell’inflazione, e ogni an­no la dotazione cresceva di quel tot. In seguito, sull’onda delle polemiche, le pretese si ridimensionarono al «sempli­ce » recupero dell’inflazione program­mata. Come è stato fatto l’ultima volta. Poi la crisi economica ha cominciato a mordere davvero, al punto che se si fos­se applicato stavolta il vecchio criterio del «pil nominale», gli stanziamenti sa­rebbero crollati del 5%. Una batosta in­sopportabile.

Ma mentre Quirinale e Ca­mera decidevano di rinunciare per i prossimi tre anni al recupero dell’infla­zione programmata, dal Senato non è arrivato alcun segnale. Evidentemente palazzo Madama considera ancora vali­da la richiesta relativa al 2009, con un aumento della dotazione pari all’1,5% sia per il 2010 sia per i due anni succes­sivi.

Il Tesoro dovrebbe così versare nel­le casse della camera alta 527 milioni di euro contro i 519 del 2009. Per salire poi a 535 e 543 milioni nel 2011 e nel 2012. Qualche goccia nel mare immen­so del bilancio statale. Ma talvolta ba­sta qualche goccia a far traboccare il va­so. Soprattutto considerando che l’infla­zione programmata è almeno il doppio di quella reale. Come si giustifica allora l’esigenza di maggiori risorse per otto milioni l’an­no? Forse con il progetto di realizzare un nuovo canale televisivo digitale ter­restre (oltre a quello satellitare già esi­stente) affidato a un comitato istituito il 29 luglio e coordinato dal questore Benedetto Adragna? O con l’idea, ben più fumosa, di impiantare una struttu­ra medica interna con tanto di sala di rianimazione pur essendo palazzo Ma­dama a un chilometro dall’ospedale Santo Spirito?

La verità è che l’andazzo seguito per anni è stato tale (nella legislatura 2001-2006 le spese correnti s’impenna­rono del 39% oltre l’inflazione) che la «macchina» lanciata verso costi sem­pre più folli va avanti per inerzia, a pre­scindere perfino dalla volontà di Schifa­ni e dei questori. Tanto è vero che, non essendo mai stati cambiati sul serio cer­ti automatismi del contratto interno, le retribuzioni e le pensioni dei dipenden­ti (che in molti casi possono ancora an­darsene a 50 anni: tre lustri dopo la ri­forma Dini!) seguitano a crescere pe­sando immensamente di più che gli asciugamani. Dati alla mano: le pensio­ni medie variano dai 122 mila euro lor­di l’anno per i commessi ai 325 mila eu­ro per i funzionari.

Una domanda, tuttavia, meriterebbe risposte convincenti. Perché il Senato continua a chiedere soldi se ha deposi­tati presso la filiale interna della Bnl, li­quidi, 108,9 milioni di euro? Avete capi­to bene: 108,9 milioni. Da dove arriva­no tutti quei quattrini è presto detto: palazzo Madama non spende, nella real­tà pratica, tutti i soldi che ogni anno il Tesoro gli dà. Il bilancio si chiude infat­ti regolarmente con avanzi di cassa che non vengono restituiti all’Erario, ma si accumulano in banca. Lo stesso avvie­ne, e in misura addirittura maggiore, per la Camera dei deputati, che ha già da parte qualcosa come 380 milioni di euro. Il «tesoretto del Parlamento», per usare la definizione data dal Sole24ore lo scorso maggio, avrebbe quindi rag­giunto, secondo gli ultimissimi calcoli, circa 490 milioni. Il doppio dei fondi oc­correnti per rimettere in piedi le strut­ture universitarie dell’Aquila e pagare le rette di tutti gli studenti.

La Camera si tiene stretti quei soldi con la giustificazione che alla scadenza degli onerosi contratti d’affitto degli uf­fici per i deputati nei «Palazzi Marini» (una quarantina di milioni l’anno) do­vrà acquistare nuovi immobili. Ma il Se­nato, che gli edifici li ha già comprati e ha avuto dal Cipe anche i soldi per ri­strutturarli? Ci si dirà che, con le proce­dure e le macchinosità attuali, è diffici­le restituirli, i soldi. Sarà… Eppure c’è un illustre precedente. Alla fine degli an­ni Novanta l’Antitrust, all’epoca presie­duta da Giuseppe Tesauro, rese al Teso­ro l’equivalente di una cinquantina di milioni di euro: erano gli avanzi delle dotazioni annuali che l’autorità non ave­va speso. E che tornarono così nelle cas­se dello Stato. Certo, bisogna volerlo...

Sergio Rizzo Gian Antonio Stella

L'Italia dei faccendieri e dei riciclati" MicroMega spara a zero su Di Pietro

Libero

In gergo militare si chiama fuoco amico. Che brutto, però. Non c’è cosa peggiore, infatti, per un moralista sentirsi fare la morale da qualcun altro. Ancora peggio quando questo qualcun altro non è il tuo avversario politico ma i tuoi (ex?) compagni d’avventura. Quelli che addirittura hanno coniato un nuovo termine, “dipietrismo”, per dipingere la parte dura e pura dei resistenti a Berlusconi e al berlusconismo. I resistenti tutti d’un pezzo, s’intende, quelli che non sono mai stati ex, moralmente ineccepibili e pronti a difendere la democrazia dagli assalti del Sultano di Arcore come cavalieri senza macchia e senza paura al soldo di Tonino l'inquisitore.

A denunciare la doppia natura dell’Italia dei Valori (già il nome…) stavolta non è qualche giornale di destra o di proprietà del Padrone, ma MicroMega. Sì, avete letto bene. MicroMega. La rivista, diretta da Paolo Flores D'Arcais, punto di riferimento della sinistra giustizialista e girotondina, dipietrista e moralista, che ospita gli interventi dei magistrati che indagano su Silvio e le requisitorie di Marco Travaglio.


Il saggio-inchiesta, lungo 50 pagine e scritto da Marco Zerbino, anticipato oggi su “La Stampa”, s’intitola “C’è del marcio in Danimarca. L’Italia dei Valori regione per regione”. Questa la tesi di fondo: «Esistono due anime di Idv, quella ideal-movimentista da un lato, e quella inciucista e politicante dall’altro», una situazione che «crea spesso a livello locale situazioni di stallo», e di frequente «si risolve a favore della seconda».


«Ali zavorrate» – Molto precisa l’accusa di MicroMega: «A livello locale, le ali del gabbiano arcobaleno sembrano troppo spesso zavorrate dal peso della sua contiguità a un ceto politico dai modi di fare discutibili, in molti casi approdato all’Idv dopo svariati cambi di casacca, alcuni dei quali acrobatici, e in seguito a ponderatissimi calcoli di convenienza personale. Non proprio quello che si aspetterebbe da un partito che aspira a incarnare un nuovo modo di fare politica». Un’analisi politica campata in aria? Fatta, magari, per screditare Tonino Di Pietro e la sua lotta contro il totalitarismo oscurantista di Berlusconi? No, perché la “doppia natura” dell’Idv ha nomi, cognomi e record. 

Il partito dei commissari Quello dei commissariamenti anzitutto. In Friuli, come anticipa oggi “La Stampa”, sono state a lungo commissariate Udine e Pordenone. In Liguria il capo Paladini in un anno ha allestito un congresso moltiplicando le tessere (da 700 a 7000, roba che neanche il Pd). In Toscana è commissariata Lucca. In Umbria c’è un «garante» (Leoluca Orlando). Nelle Marche tutte le sezioni provinciali sono commissariate. In Campania non si fa congresso dal 2005, come in Puglia. In Calabria spopolava fino a poche settimane fa Aurelio Misiti, ex sindaco comunista di Melicucco, ex assessore della giunta Carraro a Roma, presidente (di nomina berlusconiana) del Consiglio superiore dei lavori pubblici. 

Tonino alla fine lo ha sostituito con Ignazio Messina, capo degli enti locali dell’Idv, che ha ruoli di rilievo anche in Sicilia. Piccolo particolare, Messina, per nove anni sindaco a Sciacca, è uno degli antesignani del trasversalismo: nel 2004 sostenne laggiù il candidato sindaco di Forza Italia, Mario Turturici. Tonino con Silvio, che orrore. Ma accade, e pure spesso, in Italia. In Liguria Giovanni Paladini, ex Ppi, poliziotto e segretario del Sap (uno di quelli che votarono «per affossare l’inchiesta parlamentare sul G8») tra le tante altre cose, accusa MicroMega, ha inserito in lista alle europee Marylin Fusco, «sua fiamma» (la neodipietrista, in un dibattito tv su Odeon, sbottò sconsolata: «Nei confronti di Silvio Berlusconi è in atto una persecuzione»). 

C’è chi, in quell’entourage, è stato al centro di attenzioni dei pm per rapporti con famiglie calabresi.
Zerbino racconta vita e miracoli di Nello Formisano, capo in Campania. «Insieme all’ex dc potentino Felice Belisario incarna l’ala “pragmatica”, per così dire, dell’Idv: entrambi hanno riempito il partito delle mani pulite di faccendieri e arrivisti, in larga misura di provenienza democristiana». 


Grazie a Formisano - scrive - sono entrati Mimmo Porfidia (ex Udeur che verrà indagato dalla Dda di Napoli per il 416 bis), Nicola Marrazzo (attualmente capogruppo in consiglio regionale, «la sua famiglia possiede diverse imprese impegnate nel settore dei rifiuti, quattro delle quali si son viste ritirare dalla Prefettura il certificato antimafia»). 

È entrato il leggendario Sergio De Gregorio. È Formisano, in posti come Torre del Greco, San Giorgio a Cremano, Qualiano, ad aver reso normali operazioni di «Grosse Koalition alla pummarola», facendo entrare sistematicamente l’Idv in giunte di destra. Di Belisario MicroMega ricorda che ha lo stesso, diciamo così, talento trasversale; o che ha fatto arrivare al partito uomini del calibro di Orazio Schiavone, ex Udeur, condannato per esercizio abusivo della professione odontoiatrica. Ex tutto, invece, è Pino Pisicchio: ex dc, Ppi, Rinnovamento italiano, Udeur. Ora è parlamentare dell’Idv e ha scritto un libro, “Il post partito” (edizioni Rubbettino) per magnificare il “movimento” del trattorista molisano.

Il direttore: «I panni sporchi non si lavano in famiglia» – Farà discutere tanto quest’inchiesta. Per chi considera l’Idv l’ultimo baluardo contro il berlusconismo forse sarà un boomerang. Necessario, però, stando a quanto scrive il direttore di MicroMega Paolo Flores D’Arcais nell’editoriale d’apertura: «Se qualcuno si straccerà le vesti manifestando la sindrome di lesa maestà, e si arroccherà di fatto nell’universo ben noto dei “panni sporchi si lavano in famiglia” vorrà dire che una volta di più la speranza è stata tradita e l’ultimo regalo a Berlusconi (forse definitivo) è già stato spedito».

Antonio Sanfrancesco


Il saluto fascista agli antifascisti non è una provocazione

Il SecoloXIX




Fare il saluto romano durante una manifestazione antifascista non può essere considerata una provocazione.
La condanna finale ai tre antifascisti è stata solo per minacce e lesioni con la non applicazione del reato di rapina, ma la negazione della provocazione agli antifascisti che avevano reagito di fronte alla ripetuta provocazione del saluto fascista durante una loro manifestazione.
Cosa è accaduto?

I fatti Nel giugno del 2007 si svolge una manifestazione antifascista che ricorda, a Genova, i martiti della Benedicta dove vennero trucidate 96 persone dai nazifascisti. C’ è un gazebo, ci sono foto e documenti di quella strage nazifascista. Di fronte alla manifestazione transita un’auto con tre giovani a bordo che, per due volte girano attorno al gazebo salutando il braccio teso dal finestrino e al grido di “Dux mea lux”. Al terzo “”giro” i due odierni imputati reagiscono, bloccano l’auto e nasce la colluttazione.
La vicenda finisce di fronte al giudice con i tra antifascisti accusati di rapina, lesioni e minacce.

Il processo

La difesa: il saluto fascista è una provocazione Nella discussione del processo, i legali Multedo e Tambuscio, difensori del comitato antifascista,spiegano: la colluttazione è oggettiva, ma qualsiasi sia la decisione del giudice in merito ai fatti, chiedo l’applicazione delll’attenuante della provocazione. Il saluto fascista,espressione della dittatura e del martirio subito dagli antifascisti alla Benedicta, era e rimane una provocazione.

I dubbi del pm Di diverso avviso il pm Cotugno che ha espresso dubbi sulla provocazione e se quel gesto fosse da interpretare come tale, tanto da confermare la sua richiesta di condanna a 4 anni per i tre antifascisti. Per il pm era da valutare se un eventuale saluto fascista (espressione di un partito la cui ricostituzione è vietata da codice e costituzione, ndr) possa essere considerato un fatto ingiusto (presupposto per la sussistenza dell’attenuante) o una legittima espressione dell’ideologia politica, in quella specifica circostanza.

La sentenza La decisione del collegio giudicante (presidente Barone, a spiegare il ragionamento in fatto e in diritto saranno le successive motivazioni della sentenza) è stata in parte a favore della difesa (non riconoscimento del reato di rapina) e in parte all’accusa (non sussistenza della provocazione dei tre “nostalgici” autori del saluto fascista). Con la condanna dei due imputati a 6 e 7 mesi per minacce e lesioni.



Provenzano, il mancato arresto e i tre floppy del colonnello

Il SecoloXIX

Marcello Zinola



Lui, lex ufficiale dei carabinieri Michele Riccio, deposita i tre floppy disk ritrovati nei lavori di ristrutturazione della propria casa di Varazze. Lo aveva promesso ed è stato di parola, poi torna a deporre di fronte ai giudicidi Palermo. Con i pm che chiedono l’acquisizione dei floppy.
L’ennesima giornata processuale del giudizio contro l’ex capo dei Ros Mario Mori, già superiore di Riccio, per il “mancato arresto” di Bernardo Provenzano in relazione alle confidenze di un giovane pentito (Luigi Ilardo, poi ucciso dalla mafia) in contatto con lo stesso Riccio ha visto anche alcune deposizioni eccellenti tra i testimoni: l’ex sostituto procuratore di Palermo Giuseppe Pignatone, l’ex procuratore Gian Carlo Caselli e, appunto, la nuova audizione di Michele Riccio.
La vicenda del presunto mancato arresto risale al 1995 e Riccio ne parlò per la prima volta durante l’inchiesta che lo ha coinvolto con la condanna (dimezzata in apello) a Genova per la gestione delle sue indagini. Riccio ne parlò durante la lunga fase istruttoria e poi in aula. La vicenda venne riportata per la prima volta, da Il Secolo XIX nelle cronache del processo. Vicenda che portò poi Riccio ad essere teste a Palermo nell’indagine avviata a carico di Mori e sfociata nel processo attualmente in corso. Imputati di favoreggiamento aggravato, il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, ex dirigenti del Ros.

Bernardo Provenzano», ha detto Pignatone, oggi procuratore della Repubblica di Reggio Calabria. Secondo l’accusa, che si basa soprattutto sulle dichiarazioni di Riccio, i due ufficiali non avrebbero voluto catturare Provenzano, sebbene preventivamente informati dal colonnello di un incontro che il boss avrebbe dovuto avere a Mezzojuso (Palermo) il 31 ottobre del 1995, con il confidente Luigi Ilardo. Caselli ha precisato che nessuno mai gli disse di favori deliberati nei confronti del latitante Provenzano. Pur fra tanti non so e non ricordo, «dovuti al lungo tempo trascorso», l’attuale procuratore di Torino ha detto che l’identità della fonte confidenziale, «così come normalmente avviene», fu tenuta riservata da Riccio.

Caselli ha anche confermato che, assieme al procuratore di Caltanissetta, Gianni Tinebra, a Mori e al procuratore nazionale antimafia, Piero Luigi Vigna, incontrò Ilardo a Roma, nella sede centrale del Ros, poco prima che il confidente venisse assassinato, nel maggio 1996.

Il confidente pentito incontro senza verbale «Decidemmo di non verbalizzare nulla di quell’incontro - ha spiegato il magistrato - perché il rapporto con la fonte non era stato ancora formalizzato, con una collaborazione vera e propria. Ilardo era ancora un confidente e ci chiese di non scrivere nulla». Nessuna informazione sarebbe stata data da Riccio ai magistrati di Palermo sull’incontro di Mezzojuso: «Con tutta la Procura - ha affermato in aula Pignatone - eravamo reduci dalla vicenda della mancata perquisizione del covo di Totò Riina, risalente, allora, a due anni e mezzo prima, al gennaio del 1993, e causa di notevoli polemiche col Ros. Se Riccio, Mori o Obinu ci avessero rappresentato la possibilità di catturare Provenzano a Mezzojuso, e di mezzi che mancavano, la richiesta non sarebbe passata inosservata. Nè Riccio mi disse mai che Ilardo aveva incontrato Provenzano».

Riccio deposita tre vecchi floppy disk Sempre oggi tre floppy disck contenenti relazioni di servizio risalenti al 1995 sono stati consegnati al tribunale da Riccio, risentito come testimone assistito (era stato infatti indagato, poi archiviato, nella vicenda). L’ex ufficiale, che a Genova è stato condannato a 4 anni, in appello, per la gestione delle sue indagini, ha sostenuto che le relazioni dimostrerebbero che nel corso del 1995 egli aveva puntualmente e ripetutamente informato i suoi superiori del Ros, dell’andamento e dello sviluppo dei suoi contatti con Ilardo.

Queste tracce, secondo l’accusa, non furono deliberatamente sfruttate da Mori e Obinu. Riccio ha sostenuto di avere ritrovato casualmente i floppy dietro un quadro, durante un trasloco: «Avevo detto a mia moglie di nasconderli perché temevo che potessero essere alterati o distrutti». Queste tracce, secondo l’accusa, non furono deliberatamente sfruttate da Mori e Obinu. Riccio ha sostenuto di avere ritrovato casualmente i floppy dietro un quadro, durante un trasloco: «Avevo detto a mia moglie di nasconderli perché temevo che potessero essere alterati o distrutti».

La seconda sezione del Tribunale di Palermo si è fatta consegnare i documenti ma ha anche voluto riascoltare Riccio. Il presidente Mario Fontana ha contestato alcune incongruenze nei ricordi dell’ufficiale, a proposito dei contatti politici delle cosche, di cui gli avrebbe parlato Ilardo: «Lei in un primo momento parlò solo di Mannino e Andò, di Andreotti e Martelli, e disse che il confidente avrebbe fatto altri nomi solo al procuratore Caselli. Nel 1998 però disse che le era stato fatto anche il nome di Marcello Dell’Utri».

«Non avevo avuto un buon approccio con i magistrati di Catania che mi avevano interrogato - ha risposto il teste - e poi Dell’Utri era all’epoca il nuovo che avanzava, la parte più pericolosa dei contatti con la mafia. Per questo ne parlai solo con i pm di Firenze Chelazzi e Nicolosi (che indavano sui mandanti occulti delle stragi del 1993, ndr)». Fontana ha ribattuto però che la versione di Riccio non è credibile, e ha avuto uno scontro con l’avvocato Fabio Repici, legale del colonnello, presente in aula. Il processo è stato rinviato al 7 ottobre, a Roma, per l’audizione del pentito Nino Giuffrè. I pm Di Matteo e Ingroia hanno insistito per ascoltare Massimo Ciancimino in una delle successive udienze.