martedì 22 settembre 2009

Morto Wess, in coppia con Dori Ghezzi conquistò la musica leggera italiana

Corriere della Sera


Era il bassista di Rocky Roberts, diventò famoso come interprete. Il ricordo ella cantante: «Lui era l'artrista, io la corista. La nostra coppia "caffelatte" era unica»

 


ROMA - La fama l'aveva conquistata con il nome di Wess. E anche se l'epoca dei successi è lontana, non fu una notorietà da poco: in coppia con Dori Ghezzi aveva formato un duo singolare e di efficate impatto sul pubblico. Wesley Johnson, in arte semplicemente Wess, morto scomparso nella notte fra lunedì e martedì, era un cantante e musicista statunitense naturalizzato italiano arrivato nel nostro Paese nei primi anni Sessanta. In quel periodo per i neri la musica amata era soprattotto il soul e il R&B dei grandi interpreti, da Otis Redding a Wilson Pickett.

GLI INIZI - Quel sound anche in Italia ispirava molti interpreti di musica leggera (basti pensare a Fausto Leali ma anche gruppi come I Ribelli) e anche in Italia si cercava qualche richiamo all'originale. Il Pickett italiano, fatte le debite proporzioni, era Rocky Roberts, quEllo di «Stasera mi butto». Wess è il suo bassista che poi nel 1967, incide al suo primo album come cantante solista, intitolato «The sound of soul». Ottiene un discreto successo nel 1968 con la canzone «I miei giorni felici». All'inizio degli anni Settanta comincia la collaborazione con Dori Ghezzi: nasce una delle coppie canore italiane più famose. Nel 1973, con il brano «Tu nella mia vita» partecipano al Festival di Sanremo, superando poi tutti nella classifica delle vendite.


UN SODALIZIO NATO PER CASO - «Da lui ho imparato il mestiere. Lui era l'artista - ricorda ora Dori Ghezzi - io la corista. Rammento quel periodo come uno dei più belli e divertenti del mio lavoro. In realtà avrei dovuto collaborare soltanto ad un brano del 33 giri a cui stava lavorando. Si chiamava "Voglio stare con te". Era un esperimento che doveva finire lì. Invece alla Durium, la casa discografica, si resero conto che la coppia poteva ottenere altri risultati. E in effetti funzionò. Eravamo una cosa insolita: l'unica coppia caffelatte a livello internazionale.

All'Eurofestival, per esempio, colpì molto». Dori Ghezzi è commossa nel ricordo: «Era una persona squisita. Un artista e un bassista forse neppure conscio delle sue grandi possibilità. Si è anche sacrificato per questo, si è consumato lavorando sul palcoscenico perché era uno di quegli artisti che dava tutto al pubblico». Oltre a «Voglio stare con te», anche «Noi due per sempre» e la famosissima «Un corpo e un'anima» (prima classificata a Canzonissima 1974) consolidano la popolarità e il successo del duo, che si piazza terzo all'Eurofestival secondo a Sanremo 1976 con «Come stai?

Con chi sei?». Negli anni successivi, Wess ha partecipato a trasmissioni tv, produzione di dischi oltre a fare concerti. A Sanremo 1994 ha fatto parte del gruppo «Squadra Italia» e negli ultimi anni, tra il 2000 e il 2004 è tornato a esibirsi in molte piazze italiane, come nei prinmi anni della carriera, accompagnato dalla Wess Band.

Uno bianca, Savi digiuna: "Per la mia famiglia"

di Redazione


Voghera - Da anni è rinchiuso in carcere. Deve scontare l'ergastolo per la morte di 24 persone e il ferimento di altre 114. Delitti compiuti tra il 1987 e il 1994 in Romagna. Faceva parte della tristemente nota banda della Uno bianca. Lui, Fabio Savi, da un mese fa lo sciopero della fame. Non chiede qualcosa per sé: protesta, invece, perché la sua famiglia possa essere lasciata in pace. "Ho sbagliato e devo pagare", ammette Savi, che fa sapere di battersi per cercare di ridare tranquillità alla sua famiglia: "Io sconto la pena ma loro non c’entrano".

Le richieste Savi viene nutrito con una flebo nel carcere di Voghera. Non è ancora stato deciso il suo ricovero in ospedale. Lui ha voluto affidato al suo legale, l’avvocato Fortunata Copelli, una lunga lettera nella quale spiega i motivi della sua protesta e del suo disagio. "So di dovere scontare una giusta pena ed intendo farlo con la massima correttezza e dignità. Ma, come io ho il dovere di rispettare le regole, ho anche il diritto della tranquillità di una cella singola, di un lavoro per potere sostenere la mia famiglia, di reclamare per essere stato inserito in un circuito detentivo con mafiosi mentre non ho nulla a che vedere con questo titolo di reato, e di vedere assicurato il principio di territorialità della pena", scrive Savi.

La moglie "Ho una moglie che vive e lavora onestamente a Firenze - scrive - tra affitto e bollette non si può permettere di di venire a Voghera" e ciò nonostante "l’ordinamento penitenziario preveda il massimo favore ai contatti con la famiglia. Più volte ho chiesto di essere trasferito in una casa di reclusione in Toscana: comunque sconterei la pena. La mia famiglia non c’entra nulla col mio passato".

Mai chiesto scusa Nella lettera Fabio Savi scrive anche ai familiari delle vittime della banda della Uno Bianca. "Non ho mai chiesto scusa - scrive - e non lo farò fino al giorno in cui le mie scuse potrebbero essere interpretate in modo strumentale. Penso che la migliore forma di rispetto sia il silenzio; non è facile vedere gli sguardi in tribunale di quelle persone".

La pena dentro di me "Vorrei tornare indietro nel tempo - scrive Savi - e impedire tutto quello che è successo, ma purtroppo non ci si può riscrivere la vita; tutto ciò che posso fare è cercare di essere un uomo migliore, perché la vera pena io l’avrò dentro me stesso fino all’ultimo dei miei giorni".

I parenti delle vittime "Non siamo ipocriti, noi non possiamo perdonare, e nemmeno avere pietà. Perché lui di pietà per i nostri non ne ha avuta". È coerente con le posizioni avute in passato Rosanna Zecchi, presidente della associazione che riunisce i familiari delle vittime della banda della Uno Bianca, a chi le chiede cosa pensi dello sciopero della fame di Fabio Savi. "È stato uno dei più freddi, e non chiede nemmeno scusa - ha detto -. Perché dobbiamo avere pietà? Abbiamo rispetto per la magistratura, e speriamo che il magistrato di sorveglianza valuti bene questo personaggio". "Lui può vedere la moglie; noi i nostri mariti, i nostri figli non li possiamo più vedere", ha aggiunto commossa la donna.

Giù i gazebo abusivi di Lory Del Santo

Corriere della Sera > roma

Demolite le due costruzioni illecite realizzate sui terrazzi con vista sul Colosseo. La soubrette: gli scempi sono altri


ROMA - Niente da fare. Lory Del Santo dovrà farsene una ragione. Comunica una nota del Municipio I, quello di Roma centro: «In queste ore si sta svolgendo un'importante operazione di demolizione di un abuso edilizio di cui si era anche interessata diverse volte la stampa perché riconducibile ad un noto personaggio del mondo dello spettacolo. La proprietaria ha abusivamente realizzato sul primo terrazzo un volume delle dimensioni di 10.80 metri per 1 metro e sul secondo terrazzo (superattico) un gazebo di circa 25 mq».

GLI ABUSI - Nonostante le proteste, i tentativi di conciliazione, i ricorsi, il provvedimento martedì mattina è diventato esecutivo. «Le violazioni accertate assumono particolare rilevanza sia perché l'immobile è in un' area sottoposta a vincolo sia perché il gazebo, a causa della sua eccessiva elevazione e sporgenza, modifica le altezze originarie e le viste prospettiche dai siti archeologici del Palatino e del Colosseo, aree dall'indubbio valore storico-architettonico». «Entrambi gli abusi - prosegue la nota - sono stati perseguiti dal Municipio (ai sensi dell'art. 33 del D.P.R. 380/01) con relazione tecnica del 18 novembre 2004 e con una determinazione dirigenziale di demolizione del 9 gennaio 2006. L'operazione, che andrà avanti tutta la giornata, è stata interamente finanziata con le risorse economiche del Municipio che si è avvalso di una propria ditta per eseguire l'intervento di abbattimento della costruzione illegale».

«NON HO TEMPO» - Lory del Santo non ha aperto ai vigili e all'ufficiale giudiziario che hanno bussato alla sua porta per notificarle l'inizio dei lavori per la demolizione degli abusi. E gli operatori del Municipio I e della polizia municipale hanno dato avvio alla demolizione, «arrampicandosi» fino alle terrazze con un apposito elevatore. «Poi la signora del Santo è uscita da casa e abbiamo provato ad avvicinarla - ha raccontato uno dei tecnici sul posto - ma non ci ha dato retta. Le abbiamo detto: "Guardi che noi cominciamo". E lei, stizzita, ci ha risposto che non aveva tempo e che doveva partire per Milano. E poi mentre saliva sulla macchina guidata da un autista, ha aggiunto: «Se farete qualcosa di sbagliato, pagherete».

LA DIFESA - «Purtroppo stanno commettendo un errore. È illegale che sconosciuti arrivino in una proprietà privata senza che la proprietaria sia stata avvertita col giusto anticipo, deve essere seguita una prassi legale. I miei confinanti hanno un gazebo anche più grande del mio e nel giro di tre metri ce ne sono altri cinque. È solo una questione di gelosia del vicinato». Si difende Lory Del Santo. «L'abusivismo va combattuto e sono dalla parte di chi si batte per questo - continua - ma un gazebo non è una costruzione, è solo arredamento da giardino, non deturpa nulla. Sono altri gli scempi». «Contesto la modalità e la regolarità della notifica. A fine luglio - afferma l'avvocato di Lory Del Santo, Massimo Laurenti - avrebbero notificato un ordine di demolizione non alla proprietaria ma al portiere, che non ha una delega a ricevere atti giudiziari. Da Codice Civile alla notifica a mano al portiere sarebbe dovuto seguire una raccomandata alla mia assistita ma così non è stato. C'è - sottolinea ancora il legale - un ricorso pendente nel quale è stata richiesta la sospensiva dell'ordine di demolizione. Contesto quindi la legittimità del modus operandi e mi riservo di valutare l'opportunitá di presentare un'eventuale querela per violazione di domicilio».

Camion anti-Brunetta a S. Giovanni: «Te potesse pija' un colpo»

Corriere della Sera

E' opera dell'associazione Radici: «Ha offeso gli italiani»

ROMA - «Ministro Brunetta hai offeso gli italiani, vattene!». È questo lo slogan che ha accompagnato stamattina, la protesta dell'associazione Radici, che in piazza San Giovanni, ha portato un camion pubblicitario con l'esplicito invito, diretto appunto al ministro della Pubblica amministrazione, di dimettersi. «A nome degli impiegati fannulloni, degli studenti guerriglieri, dei poliziotti panzoni, della sinistra golpista e degli italiani che non ti sopportano più: Brunetta te potesse pijà un colpo....a te no allo Stato», è lo slogan affisso, a carattere cubitali, sul camion.

LA MOTIVAZIONE - «Era doveroso da parte nostra - spiega Andrea Mosetti, di Radici - intervenire per condannare la condotta del ministro Brunetta, il quale ha offeso importanti categorie sociali ma anche tutta quella parte di cittadini che si riconoscono nella sinistra e partecipa alla sua attività». «Vorremmo ricordare che un componente di un Governo della Repubblica ha l'obbligo di rappresentare tutti e non ha il diritto di diffamare interi settori della popolazione, con il rischio, oltretutto, di avviare fenomeni di vero e proprio linciaggio», spiegano ancora i ragazzi dell'associazione. «Chiediamo le dimissioni di Brunetta - afferma l'ex consigliere comunale Luigi di Cesare - e ci riserviamo di procedere con una denuncia per diffamazione nei suoi confronti. Chiediamo, infine, al capo della Stato di intervenire per mettere fine a queste dichiarazioni offensive ai danni degli italiani».

Olindo e Rosa in carceri diverse Un giudice vuole rimetterli insieme

Corriere della Sera

«Non hanno mai dato problemi». Chiesti gli atti al ministero


COMO - «Basta che mi mettiate in una cella matrimoniale con la mia Ro­sa e io starò bene. Tanto vitto e allog­gio sono garantiti». Cinico, irridente, insensibile alla condanna all’ergastolo per la strage di Erba, Olindo Romano ha sempre sperato di poter trascorrere la detenzione in compagnia della sua moglie e complice Rosa Bazzi. Solo quello pareva importargli. Quella bi­slacca richiesta è ben lontana dall’esse­re accontentata ma — insomma — qualcosa potrebbe cambiare nel desti­no dei due coniugi oggi confinati lui nel carcere di Parma, lei in quello di Vercelli. Il magistrato di sorveglianza ha infatti raccomandato che a Olindo e Rosa siano sempre garantiti i colloqui mensili e ha chiesto conto del perché marito e moglie, subito dopo la senten­za, siano stati allontanati dal carcere di Como, decisione che agli occhi del giu­dice appare adesso ingiusta e immoti­vata.

«Cella matrimoniale? Mi auguro che quei due vengano separati e che non possano mai più rivedersi»: Ma­rio Frigerio, unico scampato alla stra­ge dell’11 dicembre del 2006, così ave­va commentato il verdetto della Corte d’assise di Como. La separazione co­me pena aggiuntiva, il dolore di non vedere più la persona che si ama co­me nemesi inflitta agli autori del qua­druplice delitto. Pareva che il deside­rio di Frigerio potesse essere esaudito e invece no: i ripetuti ricorsi degli av­vocati di Olindo e Rosa, convinti che i due non meritino una detenzione af­flittiva, paiono adesso aver aperto una breccia. Nadia Buttelli, giudice di sor­veglianza di Reggio Emilia (competen­te per il carcere di Parma) chiede di co­noscere le ragioni per cui la coppia dia­bolica venne allontanata da Como «do­ve non venivano mai segnalati proble­mi » e raccomanda che ai due siano ga­rantiti i colloqui che fino a oggi si so­no svolti solo a singhiozzo. La storia di questo marito e questa moglie uniti nell’amore e nel sangue è già spiazzante di suo: mai in contrasto tra loro nemmeno nei momenti più drammatici della vicenda giudiziaria, sempre mano nella mano durante le udienze in Corte d’Assise, lei — mania­ca compulsiva dell’ordine domestico — che gli aggiusta il colletto della ca­micia, lui che in mancanza di meglio le regala a Natale degli origami fatti con la stagnola dei pacchetti di sigaret­te.

Non il carcere a vita, non la vista in aula delle foto che ritraevano lo scem­pio commesso nell’appartamento di via Diaz parevano spaventare gli impu­tati. L’unico provvedimento che aver colpito al cuore Olindo e Rosa era sta­to quello del 23 dicembre 2008 con cui la direzione centrale degli istituti di pena (contro il parere della direzio­ne carceraria della Lombardia) stabili­va il trasferimento da Como dei due detenuti assegnando lei a Vercelli e lui a Piacenza. Dicono che Rosa fosse ca­duta in pianti interminabili e crisi de­pressive, il marito di contro era dive­nuto aggressivo con le guardie, tanto da dover essere spostato ulteriormen­te a Parma.

Enzo Pacìa, uno dei difensori della coppia aveva fatto ricorso contro quel­lo spostamento ritenendolo inumano e pericoloso per la salute della coppia. Gli avevano risposto picche: «Il trasfe­rimento dei detenuti...rientra nei pote­ri e nelle scelte dell’amministrazione, come tali insindacabili nel merito al fi­ne di garantire la sicurezza negli istitu­ti di pena».

Il perché di quello spostamento ri­maneva dunque un segreto, ma ades­so sul cono d’ombra vuole fare luce la giudice Buttelli («a parere di questo magistrato...non è possibile compren­dere le motivazioni di tale decisio­ne »). Una relazione del carcere di Parma descrive Olindo affet­to da «ansia e flessio­ne dell’umore legata all’inattività e alla di­minuita possibilità di contatto con la moglie, soffre della sorveglianza a vi­sta... non può fare so­cialità e questo è ul­teriore elemento di ansia e lamentela».

Insomma, Olindo separato dalla sua Rosa soffre e deperisce, anche per­ché i colloqui mensili sono saltati più volte per disguidi tecnici. E per questo il provvedimento della giudice Buttel­li, protocollato il primo settembre scorso, si chiude disponendo l’acquisi­zione delle ragioni che hanno determi­nato la separazione carceraria dei due condannati all’ergastolo. Olindo e Ro­sa continuano a passare i loro giorni a Parma e Vercelli; per loro si riaccende una speranza, per chi ha patito lo stra­zio della strage di Erba qualcos’altro.

Anna Campaniello
Claudio Del Frate

Condannato Del Noce: ferì Staffelli tirandogli sul naso un microfono

Corriere della Sera > roma

L'INTERVISTA FINITA IN RISSA NEL 2003

Al processo per l'incidente al Bolognese, assolto l'inviatodi Striscia. Multa da 800 euro al direttore di RaiUno


Assolto Staffelli. Condannato Del Noce. Si è conclusa al Tribunale di Roma il processo in cui erano imputati l'inviato di «Striscia la Notizia» e Fabrizio Del Noce, all'epoca direttore di Rai Uno.
Valerio Staffelli è stato assolto dall'accusa di violenza privata, mentre l'attuale direttore di Rai Fiction è stato condannato a pagare 800 euro di multa per «lesioni procurate all'intervistatore».

ERITO A PIAZZA DEL POPOLO -
La sera del 30 novembre 2003, davanti al ristorante Il Bolognese, in piazza del Popolo, a Roma, l'allora direttore di RaiUno aveva colpito Staffelli al naso con un microfono. «Sono contento - commenta l'inviato di Striscia - perchè tutti noi giornalisti potremo continuare a fare questo mestiere senza paura di fare domande. Se fossi stato condannato sarebbe stata la fine della libertà di stampa». Per Staffelli l'accusa aveva chiesto 4 mesi di reclusione per «violenza privata». Per Del Noce 400 euro di multa, che il giudice ha raddoppiato.

VIOLENZA PRIVATA - Duro Del Noce: «Mi stuopisce che non sia stata nemmeno riconosciuta la violenza privata. Non farmi usciere dall'auto è stato un atto al linmite del sequestro di persona,sono perpkesso su questa sentenza ricorreremo in appello».

Lavinia Di Gianvito

Cossiga: "Bagnasco rispetta i cattolici pacifisti"

Il Tempo

Il presidente ermerito della Repubblica: "è questo il motivo per cui non ha celebrato i funerali delle vittime di Kabul".

Sull'Afghanistan il cardinale Angelo Bagnasco non ha attaccato il governo ma, in ogni caso, è stato ben attento a non scontentare i cattolici pacifisti. Ne è convinto l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga che legge così la scelta del numero uno della Cei di non officiare i funerali dei sei militari morti a Kabul.

Presidente, Bagnasco non ha partecipato alla cerimonia funebre dei nostri soldati, cosa ne pensa?
«Il cardinale Bagnasco non ha voluto scontentare i cattolici pacifisti. Altrimenti non ci sarebbe una spiegazione per il fatto che tutti si aspettavano che la celebrazione fosse officiata da lui. E invece è stata celebrata dall'ordinario militare dell'Italia monsignor Vincenzo Pelvi. L'altra volta, in occasione dei funerali dei caduti di Nassirya nel novembre del 2003, la messa fu concelebrata dal Presidente della Cei Camillo Ruini e dall'ordinario militare che, allora, era proprio Bagnasco».

Questo significa che nella Chiesa italiana è in atto una manovra di apertura verso i cattolici pacifisti come ai tempi di Giovanni XXIII?
«Come ho già avuto modo di scrivere, credo che, nella Conferenza episcopale italiana, la situazione sia lungi dall'esser facile. Lo abbiamo visto durante il "caso Boffo". Lo sanno tutti che la Comunità di Sant'Egidio, Pax Christi, gli scout cattolici e la stessa Azione cattolica sono sempre stati pacifisti. Per fare questo discorso non dobbiamo solo riferirci a Giovanni XXIII. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che Giovanni Paolo II si schierò contro la Prima guerra del Golfo (1991) intervenendo tutti i giorni contro "Desert storm". Ricordo molto bene quella polemica perché a quei tempi ero Presidente della Repubblica».

Crede che la Cei cerchi di evitare la partecipazione dei vertici a cerimonie di Stato che possono essere lette come un avvicinamento all'attuale governo?
«È solo una parte della Cei ad avere questa posizione di distacco. Non è tutta la Conferenza episcopale italiana. E non è una questione che riguarda il Presidente del Consiglio. Si tratta solo di una questione che concerne gli interventi militari all'estero dell'Italia e di altri Paesi. Io non sostengo che Bagnasco si sia schierato da una parte, ma ho solo puntualizzato che il Presidente della Cei non ha voluto prendere una posizione».

Secondo lei chi, all'interno della Cei, avrebbe voluto vedere il cardinal Bagnasco officiare la cerimonia?
«La minoranza».

Da chi è composta la maggioranza?
«Sicuramente dal segretario della Cei monsignor Mariano Crociata. Lui sarebbe stato contrario alla presenza di Bagnasco solo perché alla cerimonia dei nostri caduti c'era Silvio Berlusconi. Non credo che Crociata si occupi o sappia niente di politica internazionale».

Mi sembra di capire che, secondo lei, nella Chiesa tutti guardano negativamente alle missioni di pace.
«No, non tutti. Basta leggere il telegramma di Benedetto XVI alle famiglie delle vittime. E ne ha parlato bene anche monsignor Vincenzo Pelvi, ordinario militare per l'Italia».

 E il Vaticano? Ha una visione diversa dalla maggioranza della Cei?
«Sì. Ma non solo su questo tema. La Santa Sede è un soggetto internazionale diplomatico. Noto che nel caso Boffo la reazione della Cei, per bocca del suo presidente e soprattutto di monsignor Crociata, è stata durissima».

Questo atteggiamento cambierà il volto politico della Chiesa italiana?
«I cattolici pacifisti non sono mai stati sconfitti. Noto che la maggioranza dei movimenti cattolici e laicali, a parte Cl, non sono favorevoli al Pdl. Semmai sono in favore di Prodi. Mi riferisco ai cattolici che militano nei movimenti ecclesiali. La maggior parte dei cattolici praticanti voterebbe per il Pdl, anche se il consenso verso Berlusconi sta scemando».

Tra le elites che, secondo il ministro Brunetta, complottano contro il governo ci sono anche esponenti della Chiesa cattolica?
«No, non siamo più ai tempi in cui i vescovi avevano influenza sull'elettorato. Questo accedeva negli anni della Democrazia cristiana».

Lanfranco Palazzolo

Gli anti italiani che offendono il lutto di un popolo

Roma
Simonetta Salacone colpisce ancora. Ieri niente minuto di silenzio per ricordare i sei giovani soldati morti a Kabul nella scuola romana Iqbal Masih, diretta appunto dalla Salacone, ex Rifondazione comunista, ex Sinistra arcobaleno e per il momento Sinistra e Libertà. Purtroppo la Salacone anche nell’ultima tornata elettorale delle europee non ce l’ha fatta ad arrivare a Strasburgo, dove paradossalmente forse avrebbe fatto meno danni. Ed è dunque rimasta a dirigere la scuola romana dove da anni conduce le sue personali battaglie contro i governi di centrodestra che si sono succeduti negli anni ed in particolare contro i ministri dell’Istruzione. Prima Letizia Moratti ed ora naturalmente Mariastella Gelmini. Battaglie assolutamente legittime se svolte fuori dalle aule scolastiche. Molto più discutibili invece quando vengono coinvolti in prima persona gli alunni dell’istituto che ospita materne ed elementari. Si parla dunque di bambini molto piccoli. Più volte sono state proprio le famiglie, che avevano i figli iscritti alla Iqbal, a segnalare scelte didattiche davvero sconcertanti. All’inizio dello scorso anno scolastico le maestre si presentarono con il lutto al braccio e fuori dalla scuole vennero messe in vendita a 5 euro magliette già pronte con scritte contro la riforma Gelmini. Con i bambini dell’asilo invece di disegnare fiori e casette si preparavano begli striscioni con scritte contro il ministro.
Questa volta però le riforme scolastiche non c’entrano. Ieri, mentre si svolgevano i funerali dei sei parà uccisi in Afghanistan, nella maggioranza delle scuole italiane è stato osservato un minuto di silenzio in ricordo delle vittime dell’attentato. Anche qualche altra scuola (due istituti elementari a Roma oltre ad alcune segnalazioni arrivate dalla Lombardia e dal Veneto, ndr) non ha aderito ma l’istituto diretto dalla Salacone è l’unico che ha tenuto a pubblicizzare questa scelta in polemica con la Gelmini, che aveva diramato una circolare proprio per chiedere che si rispettasse quel minuto di silenzio alle 12 durante i funerali. Un modo semplice per far sentire tutti gli italiani vicini a quelle famiglie. Le motivazioni alla base di questa scelta della Salacone sono tante ma trovarne una credibile è impresa impossibile.
«I bambini della scuole materne ed elementari sono troppo piccoli per discutere di questi temi», sostiene la Salacone. Dunque per la dirigente i bimbi hanno sufficiente senso critico e non sono troppo piccoli per capire il significato delle maestre vestite a lutto contro la riforma il primo giorno di scuola ed indossare magliette con slogan politici nei cortei. Ma sono invece troppo piccoli per condividere un minuto di silenzio con bambini della loro età rimasti orfani.
«La circolare del ministro Gelmini è arrivata alle 11.30 ed in alcune scuole non è stata recapitata», spiega poi la Salacone. Anche qui scusa debole. La richiesta del ministro era già stata ampiamente diffusa domenica scorsa in tutti i notiziari. Molte scuole poi avevano deciso di propria iniziativa di informare i ragazzi su di quanto era accaduto in Afghanistan. Ciascuno nella propria autonomia e libertà poteva fare scelte diverse. Anche discutere dell’inutilità della guerra, volendo. Ignorare quanto è accaduto mentre il resto del Paese condivide uno stesso evento, pure con sentimenti contrastanti, è scelta incomprensibile.

Tra i “nemici” dei lutto nazionale pure Francesco Caruso, portavoce della Rete No Global, che promette «non verserò una lacrima per questi morti». Caruso parla di «ipocrisia intorno alle bare» perchè i primi colpevoli della morte dei parà «siedono in prima fila ai funerali di Stato».
Non appena la Gelmini ha ricevuto le segnalazioni sulle scuole che non hanno partecipato al minuto di silenzio ha voluto chiedere «scusa alle famiglie dei nostri soldati». «La missione fondamentale delle scuole è educare alla cittadinanza - dice la Gelmini -. E l’idea che per motivi di polemica politica alcuni docenti e dirigenti scolastici abbiano voluto deliberatamente mancare di rispetto a chi ha dato la propria vita per portare pace e sicurezza nel mondo è una cosa che riempie di amarezza».

Terrorismo, le moschee dove si predica l’odio

di Gian Marco Chiocci

Gian Marco Chiocci - Luca Rocca

Predicatori d’odio islamici. Fiancheggiatori del terrorismo, predicatori di violenza, fondamentalisti di professione, leader spirituali sulla carta eppoi espulsi per decisione del governo e non di rado «salvati» da sentenze giudiziarie ambigue. Alcuni fanno esplicitamente il tifo per la sharia, altri applicano l’arte della dissimulazione, predicando pace ma diffondendo il jihad. La «mappa geopolitica» degli imam che hanno scelto il nostro Paese per diffondere il Corano nel senso più estremo, radicale, e violento del termine, è più estesa di quanto si pensi. Secondo una recente analisi dell’Antiterrorismo è soprattutto il Centro-nord l’area prescelta da coloro che esortano i fedeli alla caccia all’apostato dal pulpito della loro carica: siano essi predicatori patentati, imam fai-da te, guide spirituali o tabligh «itineranti». Si comincia dalla Lombardia «base strategica del proselitismo» (attenzionati 12 fra predicatori e centri religiosi) al Veneto (11), passando per il Piemonte (10 centri) dove a Torino e a Ivrea, per dire, «in nome della libertà di culto spesso si fomenta l’odio per l’Occidente». Scendendo per l’Emilia (10 centri), si arriva in Toscana (6) che con la Campania (8) e il Lazio (13) costituisce il serbatoio del credo estremo, sunnita, sciita ed anche wahhabita. E che dire dell’Umbria (3) o dalla costa marchigiana (12), oppure della Puglia (8 siti, escluso quello barese cui faceva riferimento l’imam Nassam Ayachi arrestato a maggio con l’accusa di voler colpire Parigi). La situazione d’allerta non cambia in Sicilia (14) e in Calabria (11): considerati a rischio, quali «siti sensibili», un bel numero fra moschee ufficiali e le tante non ufficiali, con relativi imam o pseudo-imam. In Piemonte l’attenzione degli investigatori ruota attorno all’entourage integralista di tre imam espulsi negli ultimi cinque anni, non ultimo quel Mohamed Kohaila, cacciato nel gennaio scorso perché incitava i musulmani a non integrarsi con ebrei e cristiani, un po’ come i colleghi Bouriki Bouchta e Abdul Qadir Fadallah Mamour etichettati come indesiderati. Sotto traccia s’indaga su un esposto della parlamentare Souad Sbai a proposito di imam itineranti che in Piemonte seminano odio, inneggiano alla rivolta contro il Papa, fondano associazioni benefiche per incassare soldi che puntualmente finiscono sui loro conti correnti personali, in Marocco. Gli esempi di investigazioni contro i sermoni d’odio del venerdì si sprecano. Vedi Bologna dove Nabil Bayoumi, già direttore della moschea An-Nur, sostiene da tempo che «in Israele non esistono civili e nemmeno i bambini sono innocenti (...) i kamikaze non sono tutti da scomunicare, specialmente quelli palestinesi (...) Osama Bin Laden dice cose condivisibili quando afferma che gli americani e i loro leccapiedi dei governi occidentali devono andarsene dai paesi arabi». In questo senso la situazione resta incandescente a Perugia e dintorni, dove l’arresto per terrorismo dell’imam marocchino di Ponte Felciano, Mostapha El Korchi, (che intimava gli adepti a «colpire i bambini italiani finché non esce sangue») non avrebbe debellato le istanze estremistiche segnalate in più luoghi di culto della regione. Ma è il Nord la «casa» naturale di chi semina risentimento per l’Occidente. Vedi Vicenza dove insieme a un collega imam attivo nel casertano, è finito indagato l’imam yemenita collegato a personaggi sospettati di contiguità al terrorismo della moschea veneziana di via dei Mille. Vedi anche un’inchiesta di Udine dove alcuni imam sono finiti in un’inchiesta sulla pedopornografia. Vedi soprattutto Roma, con il centro di Monte Antenne che fa da catalizzatore per la Lega musulmana mondiale (ubicato nella moschea più grande d’Europa) e che resta lo snodo di tutti i monitoraggi, per due ordini di motivi: perché da qui si ha sentore di quel che accade nei tanti luoghi di culto «invisibili» o meno battuti della Capitale, come la moschea di Centocelle gestita da Samir Khaldi, vicino ai Fratelli musulmani, sfiorata dalle indagini sulle bombe di Londra per aver ospitato in preghiera uno degli attentatori; e perché a Roma si sono consumati gli strappi più significativi con il «licenziamento» degli imam Abdel Samie Mahomud Ibrhim Moussa e Andulòwahab Hussein Gomaa, coinvolti in polemiche infinite per l’estremismo di certi sermoni in memoria dei martiri combattenti dell’islam. Da qui si è avuto un input diretto a tenere sotto controllo i centri di preghiera della Tuscia o di Latina dove operano oltre dieci imam appartenenti alle correnti islamiche più esagitate. Se più predicatori vengono anche arrestati per finalità di terrorismo a Firenze, Cremona, Desio, Milano, Varese, Brescia fino a Como, inutile parlare di chi è pronto a immolarsi per difendere l’onorabilità dei divulgatori del verbo di Maometto. A Ostia un’intercettazione la dice lunga del clima: «Gli imam sono troppo intransigenti», urla un pachistano a un suo connazionale. «Sbagli, gli imam sono come angeli», replica il secondo lanciandogli addosso acqua bollente, colpendolo con una spranga per poi finirlo con una coltellata alla gola. L’Antiterrorismo continua gli accertamenti sui seguaci dell’imam di Gallarate, Mohamed el Mahfoudi, accusato di intrattenere rapporti strettissimi con personaggi vicini a Bin Laden, condannato ma poi assolto in cassazione. Così come traccia diversi siti fra Napoli e Caserta, crocevia essenziali del fondamentalismo ispirato all’imam algerino Amar Sahounane che era solito intrattenere i fedeli con espressioni che giustificavano gli attentati agli italiani all’estero in risposte risposta alle crociate degli antichi cristiani. E se tanto si è detto sull’imam di Pordenone che avrebbe ispirato l’accoltellamento dell giovane Sanaa fidanzata con un giovane italiano, non si fermano le verifiche sulle «modalità d’esposizione» di alcuni imam. Gente tipo quell’imam del veronese, Wagdy Ghoein, che ripetutamente invitava i fedeli «a governare le donne come le pecore perché stupide come le bestie».

Lo studente morto per caso che nessuno ricorda più

Corriere della Sera

La storia di Emanuele Iurilli


Una pallottola 7.62, sparata da una mitraglietta di fabbricazione sovietica
. Venerdì 9 marzo 1979, una giornata senza sole, attorno al­le 13.40, una pallottola, una sola, trapassò il braccio destro e il tora­ce di Emanuele Iurilli, perforando­gli il polmone e sfiorandogli il cuo­re. Torino, via Millio, periferia ope­raia di Borgo San Paolo, un rettan­golo stipato di palazzi con 40 mila abitanti. Emanuele avrebbe com­piuto 19 anni in maggio, quel gior­no stava rientrando per pranzo dal Settimo Istituto Tecnico Aeronauti­co dove studiava e a una decina di metri dal portone di casa finì ca­sualmente in un’imboscata tesa ai poliziotti da Prima Linea. Pochi ri­cordano ancora questa vittima in­nocente del terrorismo, la madre di Emanuele è morta un paio d’an­ni fa e suo padre poco dopo. La me­moria rimane appesa alle parole del suo miglior amico, il cugino Mi­chelangelo, con cui Emanuele pas­sava i pomeriggi a costruire model­lini di auto e di aerei: «La nostra passione» (la camera di Emanuele era zeppa di piccoli Jumbo, F 104, G 91). Perché spesso i caduti per caso, conclusi i funerali di Stato, ri­mangono in una foto tessera con didascalia e senza storia. Si dimen­tica, eccome.

La fine di Emanuele cominciò una settimana prima, ma nessuno poteva immaginarlo, perché Ema­nuele era uno studente come tanti («migliore degli altri», dice oggi suo cugino), figlio di Alfredo, un operaio della Fiat emigrato al Nord come carrozziere nel dopoguerra da Spinazzola, Bari, e di Elvira Al­masso, insegnante elementare, pie­montese delle Langhe, dove da bambina aveva visto da vicino la Resistenza. Forse per questo aveva consigliato a suo figlio di leggere Fenoglio e Il partigiano Johnny è ri­masto il libro preferito di Emanue­le, il romanzo su cui avrebbe volu­to fare una relazione (oggi si dice tesina) per la maturità. In quei gior­ni di fuoco, Prima Linea deve (de­ve?) vendicare due «compagni» uc­cisi dalla polizia in via Veronese, al­tra periferia, non troppo lontana. Il commando decide che l’agguato avverrà in una bottiglieria, di fian­co al palazzo in cui vivono famiglie modeste, come in tutto il quartie­re, famiglie che non c’entrano nien­te e pensano solo a lavorare in fab­brica e a tirar su i figli.

I terroristi sono sette, arrivano su una 131 verde, su una 124 fami­liare e forse su una Volkswagen. Al­cuni di loro entrano nel bar (si tro­veranno poi un paio di vassoi di pa­sticcini abbandonati sul cofano di una vettura, per strada) e minaccia­no un paio di ostaggi, altri riman­gono in auto. All’arrivo dei poliziot­ti, chiamati al telefono per un falso ritrovamento di macchine rubate, si apre il fuoco, saltano vetrine e rimbalzano colpi sulla strada. L’ap­puntato Gaetano D’Angiullo viene ferito alle gambe. È proprio in quel momento che Emanuele gira l’an­golo, avanza da dietro una Fulvia in sosta per raggiungere casa sua, come ogni giorno, stringendo in una mano la sua cartella di plastica nera piena di quaderni e libri (tra cui Il partigiano Johnny ). Deve aver sentito la voce di qualcuno che gli urla di gettarsi per terra, de­ve aver tentato di fare un balzo in avanti per rifugiarsi tra due auto, ma nel volo viene colpito da una sola pallottola e precipita sulla stra­da. Mamma Elvira si affaccia al bal­cone per capire che cos’è quel fra­stuono, giusto in tempo per vede­re suo figlio accasciato: «Quante volte — ricorda ora Michelangelo — mia zia ha raccontato quegli atti­mi: non sapeva dire se aveva fatto le scale o aveva preso l’ascensore, ma in un attimo raggiunse Ema­nuele, salì con lui sull’ambulanza e lo accompagnò senza speranze alle Molinette». Quattro anni dopo, il 28 settembre ’83, durante la rico­struzione di quell’omicidio nell’au­la speciale delle Vallette, la madre di Emanuele aveva già i capelli bianchi e singhiozzava nel rievoca­re la sua tragedia, mentre i terrori­sti dietro le sbarre leggevano i gior­nali spalle alla corte e chiacchiera­vano con i parenti. Solo Marco Do­nat Cattin — raccontano le crona­che giudiziarie — si alzò di scatto coprendosi il volto con una mano, forse per un tardivo moto di com­passione. «Emanuele — dice il suo cugino preferito — avrebbe voluto diventare ingegnere aeronautico, sognava di volare».

Paolo Di Stefano

Un uomo sale sull'altare e grida: Pace subito

di Redazione


Roma - "Pace subito, pace subito". È il grido che si è levato da parte di una persona presente nella Basilica di San Poalo fuori le mura per i funerali dei sei paracadutisti uccisi a Kabul. Durante lo scambio del segno di pace l’uomo, di mezz’età con una camicia a righe bianca e blu e uno zaino rosso in spalla, è salito sul'altare, ha preso il microfono e ha gridato "Pace subito, pace subito", quindi è stato subito allontanato dalla sicurezza. L’uomo, che era seduto alla sinistra dell’altare, nel momento il cui l’arcivescovo ha invitato i fedeli a scambiarsi un segno di pace, si è avvicinato al microfono e ha detto più volte "Pace subito". Allontanato dalla sicurezza presente all’interno della Basilica, l’uomo, dopo aver lasciato il microfono, ha continuato a urlare. L’atto ha suscitato qualche attimo di imbarazzo, anche da parte di monsignor Pelvi che stava officiando la cerimonia.

Già visto a Sanremo Potrebbe essere denunciato con l’accusa di disturbo di una funzione religiosa Antonio C., l’uomo di 56 anni che questa mattina durante i funerali dei sei parà morti a Kabul è salito sull’altare, urlando tre volte la frase "Pace subito". L’uomo, ancora in una caserma dei carabinieri di Roma, qualche anno fa fu protagonista di una irruzione sul palco del teatro Ariston durante il Festival di Sanremo. Un episodio che gli costò la denuncia per interruzione di pubblico servizio. I carabinieri di Roma stanno ancora eseguendo accertamenti su quanto avvenuto questa mattina nella basilica di San Paolo.

All'uscita Hanno aspettato e applaudito compostamente le bare che uscivano dalla basilica di San Paolo poi, quando è uscito il premier Silvio Berlusconi dalla folla che ha atteso il termine della funzione fuori dalla basilica qualcun ha urlato: "Adesso ritirateli!". Alla frase sono seguiti numerosi applausi. Un’altra voce si è levata per dire: "Quanti morti ancora?". Al passaggio delle bare in molti hanno chiesto di applaudire più forte "per far sentire la propria vicinanza e solidarietà ai familiari dei sei caduti".



La carezza di Martin, l’addio a papà

ilsecoloxix


Martin Fortunato, sette anni, figlio del capitano Antonio Fortunato, morto nell’attentato a Kabul. Come eri Simone, due anni, era diventato il simbolo del dolore e della speranza all’arrivo delle salme, Martin è diventato il simbolo dell’addio. Martin si e' alzato dalla sedia alla sinistra dell'altare dove erano stati sistemati alcuni dei familiari delle sei vittime. E passando davanti alle piu' alte cariche dello stato si e' diretto verso la bara del papa', al centro delle sei schierate sotto l'altare. Poi quella carezza, che ha commosso molti, e il ritorno quasi di corsa a raccogliere l'abbraccio della mamma.


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