sabato 19 settembre 2009

Buon compleanno Sofia Loren: 75 anni per il mito del cinema

di Redazione

Roma - Ciak, si gira il compleanno di "una stella". Il mondo del cinema festeggia domani Sophia Loren, l’attrice considerata da tutti un’icona del cinema italiano nel mondo, simbolo di bellezza ed eleganza senza tempo che oggi come ieri ha un posto di diritto nel firmamento cinematografico internazionale. Sophia Loren, nome d’arte di Sophia Scicolone, nata a Roma il 20 settembre 1934, ha mietuto onori e riconoscimenti per la sua bravura, ha vinto un Oscar come migliore attrice per "La Ciociara" nel 1962, e un Oscar alla Carriera nel 1991 insieme a Myrna Loy, ed è stata anche insignita di un cavalierato di gran Croce nel ’96 per iniziativa del presidente della Repubblica Scalfaro.

Sophia da guinness È la "regina" delle attrici italiane ed è entrata di diritto nel Guinness dei primati come la più premiata. Ora, 75 candeline da spegnere, "una giornata particolare" da ricordare anche per la ricchissima carriera dell’attrice. Figlia dell’ingegnere Riccardo Scicolone e dell’insegnante di pianoforte Romilda Villani, da Roma si trasferì da bambina a Pozzuoli dove trascorse l’infanzia e parte dell’adolescenza, durante la guerra, in condizioni economiche precarie. A 15 anni tornò nella Capitale in cerca di successo. Assieme alla madre, che nel 1932 aveva vinto un concorso come sosia di Greta Garbo, debuttò come generica nel film kolossal Quo Vadis?.

Nel 1950 a Miss Italia Partecipò a vari concorsi di bellezza, fra cui Miss Italia del 1950, che la premiò come Miss Eleganza grazie ad un titolo creato appositamente per lei. La prima esperienza cinematografica con il cognome Loren risale al 1951, fu "Luci del Varietà" di Federico Fellini e Alberto Lattuada. Prima di allora aveva preso parte ad altri film con il nome di Sofia Lazzaro; in altri recitava con il suo nome vero Sofia Scicolone. Fino ad oggi sono 88 le pellicole da lei interpretate.

E un imam l’anima nera dietro la madre di Sanaa

di Marino Smiderle

PordenoneC’è qualcosa che non quaglia, che non convince nel «perdono» della mamma di Sanaa. «Ha sbagliato mia figlia - avrebbe detto Fatna El Kataoui - e per questo perdono mio marito». Solo un giorno prima, probabilmente quando il dolore e la rabbia non erano ancora state intercettate dall’imam di Pordenone, Moahmed Ouatiq, la donna aveva gridato al Gazzettino: «Voglio mia figlia, voglio mia figlia. Mi ha tradito. Ha ucciso la mia cara, ha ucciso Sanaa».
Basta chiedere a qualsiasi donna come si comporterebbe nei confronti di un marito che ha ucciso la figlia: tutte reagirebbero come ha fatto Fatna subito dopo aver appreso che suo marito, Dafani El Kataoui, aveva sgozzato l’adorata figlia Sanaa, 18 anni, solo perché aveva scelto un fidanzato italiano e quindi infedele. Il perdono in seconda battuta sa di costruito.
Ecco perché sembra assumere un significato particolare il ruolo dell’imam Mohamed Ouatiq, che in questi giorni ha seguito e assistito la donna, facendole anche da interprete, non si sa quanto fedele, per via del suo italiano imperfetto. Lo stesso Ouatiq che si è subito premunito di puntualizzare che «non si può colpevolizzare l’Islam perché questa (l’omicidio di Sanaa) è una tragedia dettata dall’ignoranza. L’omicidio è ingiustificabile, inaccettabile». Il Gip ha intanto convalidato il fermo di El Ketawi contestandogli altre due aggravanti: aver agito con crudeltà e mosso da motivi futili. «Era una settimana che ci provavo», sono state le uniche parole dell’uomo che si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il difensore di Dafani, Leone Bellio, non ha escluso di chiedere una perizia psichiatrica per il suo assistito.
La mamma di Sanaa, affranta dal dolore, si è presentata ai giornalisti avvolta in un fazzoletto, lo hijab, e con una tunica rosa. Alla presenza dell’imam, e sottoposta a una domanda brutale («Lo perdona?»), la donna ha risposto in italiano: «Lo perdono, è il padre delle altre due figlie. Sanaa ha sbagliato ad andarsene senza dire niente, non avevamo mai visto il fidanzato, non sapevamo dove dormiva».
Eccolo, dunque, il motivo per cui il padre l’ha ammazzata, in un impeto d’ira: il fatto che la figlia diciottenne se ne era andata con Massimo De Biasio, 31 anni. La differenza d’età, questa è la tesi cara anche all’imam, che ci tiene a evitare qualsiasi riferimento religioso al delitto. Peccato che dal letto d’ospedale dov’è costretto per aver tentato fino all’ultimo di difendere la ragazza, De Biasio smentisca totalmente questa ricostruzione: «La religione - ha detto De Biasio - è stato questo il motivo per cui l’ha ammazzata. L'età non c’entra assolutamente niente.
L'aveva anche scritto sui messaggi: «se vi vedo insieme, vi ammazzo». Ma non avrei mai pensato che fosse arrivato a fare una cosa del genere». A sollevare delle perplessità sull’operato dell’imam di Pordenone e sulla genuinità del perdono della mamma di Sanaa è anche la deputata del Pdl Souad Sbai, che tra l’altro presiede anche Acmid Donna, l’associazione delle donne marocchine in Italia. «Perché - si chiede l’onorevole Sbai - la signora Fatna El Kataoui, madre di Sanaa, non si trova nella propria casa, ma nell’abitazione dell’imam di Pordenone? Chi è l’imam di Pordenone? Perché rilascia in prima persona dichiarazioni di perdono per il marito, suo connazionale, da parte della signora? Forse perché e tenuta in ostaggio nel tentativo di imporle il silenzio?».

L’unica cosa certa è che Sanaa sarà sepolta in Marocco. «Avverrà a Ramat, in Marocco, seguendo scrupolosamente il precetto - ha confermato proprio l’imam Ouatiq - che prevede che il defunto sia rivolto verso la Mecca».

Usa: avvistata una nuova cometa Nasa: "No è l'urina degli astronauti"


Roma - Urina spaziale, ma pur sempre urina.  Il mistero è stato finalmente svelato, anche se l’intera vicenda ha perso l’aura poetica che prometteva al suo esordio. Diverse persone negli ultimi giorni avevano contattato siti meteo e osservatori astrologici per riferire dell’avvistamento, mercoledì notte negli Stati Uniti, di una straordinaria scia luminosa in cielo simile a un’enorme cometa. La Nasa ha spiegato che la paradisiaca visione era il risultato di "attività interamente corporee": lo shuttle Discovery aveva infatti appena liberato nello spazio lo scarico del bagno utilizzato dagli astronauti, come scrive il Daily Telegraph. Non è insolito che gli shuttle scarichino urina, spiega il quotidiano britannico, ma la traccia era particolarmente vistosa perché l’equipaggio non era riuscito a smaltire il carico per l’intera durata della sua permanenza sulla Stazione Spaziale Internazionale (Iss). "Si dev’essere trattato di un certo carico (di urina, ndr), perché non possiamo scaricare liquidi quando siamo agganciati alla stazione" ha confermato un portavoce della Nasa al sito "Space.com". "È una regola relativamente recente - ha aggiunto - è stata applicata all’ultimo paio di missioni per prevenire potenziali contaminazioni".

Missione decennale Al termine di una missione durata due settimane, il Discovery è atterrato nel deserto Mojave in California il 13 settembre, dopo che il maltempo ha impedito all’equipaggio di sette uomini di prolungare la missione per un giorno extra. La navicella ha trasportato oltre 7,5 tonnellate di cibo, apparecchiature da laboratorio ed esperimenti scientifici nell’ambito della missione sulla Stazione spaziale internazionale, un progetto da 100 miliardi di dollari che coinvolge 16 Paesi, ormai vicino al completamento dopo oltre un decennio di lavori.

Funerali Sanaa, la madre: "Colpa del fidanzato"

di Redazione


Pordenone - "Non voglio parlare con il fidanzato di mia figlia. Con il suo comportamento ha rovinato la mia vita e la mia famiglia". Queste le parole di Dafna Charuk, madre di Sanaa, la ragazza marocchina uccisa dal padre martedì sera. La donna ha parlato prima di partecipare al rito funebre di lavaggio della salma della figlia. Dafna ha fatto sapere di ritenere Massimo De Biasio responsabile di quanto successo. La ragazza, infatti, era andata a vivere con lui, cosa che avrebbe scatenato la furia omicida del padre. In segno di distensione, invece, l’imam di Pordenone, Mohammed Ouatik, ha dato il permesso "a quanti lo vogliano" di vedere la salma di Sanaa dopo il rito della purificazione, "a patto che nessuno la tocchi". L’inumazione si terrà invece in Marocco dove sarà trasportata la salma. Davanti alla camera mortuaria di Pordenone erano presenti la madre, lo zio della vittima e il fidanzato di Sanaa.

Il fidanzato Un commosso abbraccio alla sorellina di Sanaa, Wafaa, e la ferma volontà a non perdonare il padre-assassino: così De Biasio, il fidanzato di Sanaa, all’uscita della sala mortuaria dell’ospedale di Pordenone, dove oggi si sono svolti i funerali con rito islamico della ragazza, ha voluto sottolineare i suoi sentimenti. L’abbraccio con Wafaa è stato molto intenso e commovente. Entrambi sono scoppiati in lacrime. Poi de Biasio ha detto "di non voler perdonare Dafani e suo fratello. Sapevano che stava male e non sono intervenuti. La famiglia non hanno fermato il massacro". De Biasio ha poi confermato che "Sanaa e io eravamo pronti a sposarci. Lo avevamo concordato lunedì sera in una cena a Lignano Sabbiadoro - ha detto il ragazzo - e avevamo anche deciso di dichiararci alla famiglia. Poi martedì il dramma".

"Volemo sposarci" "Volevamo presentarci ai suoi genitori. Magari solo alla madre, quando il padre era fuori per lavoro. Ma lei era ancora più dura" ha raccontato De Biasio in un breve incontro con l’imam di Pordenone, Mohammed Ouatik. Il loro è stato un incontro molto breve, prima del rito islamico della "purificazione". "Dovevate parlarci - ha detto l’imam - perché noi questi tipi di problemi li possiamo risolvere". "Io e Sanaa volevamo sposarci - ha ribattuto De Biasio - e volevamo presentarci alla famiglia. Avevamo pensato di andare solo dalla madre, ma lei era ancora più dura del padre".

Nessun simbolo "Sul posto dell’omicidio voglio porre un simbolo di Sanaa. Di sicuro non sarà un simbolo cattolico. Voglio rispettare la sua religione" ha detto ancora De Biasio, all’uscita della cella mortuaria dell’ospedale di Pordenone. "Io conservo molti simboli di Sanaa - ha aggiunto De Biasio - e penso a uno di questi. Lo metterò sul luogo del massacro. Sulla via che dovrò fare per tutta la vita".

Sanaa e quella frase del padre: «Era una settimana che ci provavo»

Corriere della Sera

L'uomo accusato di aver ucciso la figlia non accettava la relazione della ragazza con il fidanzato italiano

PORDENONE - «Era una settimana che ci provavo»: sono le uniche parole pronunciate da El Ketawi Dafani, il marocchino in carcere con l'accusa di aver ucciso la figlia Sanaa, di 18 anni, martedì sera a Montereale Valcellina (Pordenone). Lo si è appreso da ambienti vicini all'inchiesta condotta dalla Procura della Repubblica della città friulana.

LA FRASE - Poco dopo il fermo un appuntato dei Carabinieri ha chiesto a El Ketawi Dafani se si era reso conto di quello che aveva fatto. «Era una settimana che ci provavo», ha risposto a mezza voce El Ketawi Dafani, senza però far capire se si riferiva al delitto o al tentativo di rivedere e far tornare a casa la figlia. Da qualche settimana, infatti, la ragazza aveva deciso di andare a vivere con il fidanzato, Massimo De Biasio, 31 anni, nonostante la contrarietà del padre. Dopo questa decisione, l'uomo - ha raccontato la moglie, Fatna Sharok, di 39 anni - non dormiva, restava sveglio «fino alle 4 di mattina, non mangiava, fumava sempre, era sempre arrabbiato e voleva vedere la figlia».

Ecclestone consiglia: frega Briatore

Corriere della Sera

Papà Piquet: «Mosley mi disse: non ci sono le prove, a meno che...»

È il 17 agosto 2009. Londra, uffici dell’agenzia investigativa Quest che opera per la Fia. Nelson Piquet senior viene interrogato da Martin Smith, e Jake Marsh. L'interrogatorio dura poco meno di un'ora. Una lunga conversazione tenuta sino ad oggi segreta, a differenza di altre. Il motivo sta forse in alcune dichiarazioni dello stesso Nelson il quale afferma di aver denunciato i fatti di Singapore al braccio destro di Mosley, Charlie Whiting, alla vigilia del Gran Premio del Brasile dello scorso anno. Whiting gli rispose che «non si poteva provare nulla». Non contento, Piquet dichiara di aver raccontato tutto a Bernie Ecclestone in Ungheria alla vigilia dell'ultima gara di Nelsinho con la Renault, lo scorso agosto: «Gli dissi: cosa devo fare? Bernie rispose: fottilo» intendendo ovviamente Flavio Briatore. Ancora, Piquet riferisce di aver detto tutto anche a Mosley. Risposta del presidente Fia: «Charlie (Whiting) mi ha già informato ma non possiamo provare nulla a meno che non arrivi qualcuno a dirmi come stanno i fatti».

Ora, qualche conto non torna. Non spetta a noi giudicare se ci fu frode sportiva o meno a Singapore ma affiorano molti elementi per ipotizzare che la ricerca della verità sia ampiamente subordinata ad altro. Qualche dato: il GP Singapore venne disputato il 28 settembre 2008. Due giorni più tardi (il 30) scadeva l'opzione di Nelsinho Piquet per il 2009, opzione che Briatore non rinnovò nonostante il supposto debito con un pilota che aveva appena sbattuto contro un muro «per la squadra». La delazione a Whiting avviene in Brasile, tra il 30 ottobre e l'1 novembre 2008. Il 2 novembre Briatore rinnova il contratto di Nelsinho riducendo il compenso da 1,5 milioni di dollari a 1 milione con possibilità di taglio in base alle prestazioni. Il che non quadra con l’incombenza di un possibile ricatto e nemmeno con la nota astuzia di un «ricattabile» Briatore.

La Fia è a conoscenza della cosa da 10 mesi. Eppure l’inchiesta è scattata solo questa estate. Con un avvertimento minaccioso e palese: la squalifica di una gara inflitta alla Renault per una ruota fissata male a Budapest. Squalifica tolta in appello. Un appello al quale i giudici di gara ungheresi non si sono nemmeno presentati. Per intenderci, la molla persa dalla Brawn di Barrichello che ha ferito Massa in Ungheria non ha prodotto alcuna azione federale. Zero. Dunque, viene da chiedere, intesi i rapporti che intercorrono tra Mosley, Ecclestone e Briatore, con quali finalità questa inchiesta sta andando in porto. Briatore si è tolto dalla scena, ma una risposta alla domanda viene soprattutto dal comunicato Renault di due giorni fa. Nel quale la casa francese, in pratica, rinuncia a difendersi, ammette la colpa. Il tutto nonostante le trascrizioni delle comunicazioni radio smentiscano Piquet jr. (il quale chiede una sola volta a che punto è la corsa e non più volte come afferma) e non rilevino alcuna responsabilità del manager italiano.

La paura assoluta e manifesta della Renault si basa sulla convinzione di non trovarsi di fronte ad un normale tribunale ma a una giuria (il Consiglio mondiale della Fia) che agisce secondo criteri propri, connessi alla volontà del proprio vertice. Vale a dire Mosley. Quindi cosa accadde davvero a Singapore diventa un tema strumentale. Lo è già diventato prima del processo. Briatore è fuori. La Renault si è già dichiarata colpevole, mentre, in contemporanea, attacca e denuncia i Piquet davanti a un vero tribunale, quello dello Stato francese. In pratica la Renault è consapevole di non poter essere giudicata dal tribunale Fia in base ai fatti. Piuttosto, sembra chiedere clemenza all’onnipotente sovrano.

Giorgio Terruzzi
17 settembre 2009(ultima modifica: 18 settembre 2009)

Maradona nel mirino del fisco: sequestrati gli orecchini

Corriere della Sera

Agenti della Finanza nel centro Benessere di Merano dove sta perdendo peso

Valgono 4mila euro, ma l'attuale allenatore dell' Argentina deve ancora 36 milioni all'Italia

ROMA - Maradona in Italia non trova pace, in particolare con l'Agenzia delle entrate: nel 2006 gli è stato confiscato un orologio Rolex da 11mila euro, ora un paio di orecchini dal valore di 4.000 euro. Solo briciole, però, in confronto agli oltre 36 milioni di euro che Diego Armando Maradona deve ancora versare nelle casse dello Stato italiano. L'attuale allenatore della nazionale Argentina, oggetto di pesanti critiche dopo le ultime sconfitte che ne hanno messo a repentaglio la partecipazione ai Mondiali, è stato fermato dalla Guardia di Finanza presso un Centro benessere di Merano, nel quale si è rifugiato per cercare di perdere il peso in eccesso, accumulato nuovamente dopo l'ultima dieta ferrea a cui si era sottoposto.

IL DEBITO CON L'ITALIA - La telenovela che coinvolge il Fisco italiano e il Pibe de oro parte da lontano, ma il punto di svolta arriva nel febbraio 2005, quando una sentenza della Corte di Cassazione ufficializza il suo stato di evasore fiscale: il suo debito supera ormai i 36 milioni di euro, legato a mancati versamenti dell'Irpef nella seconda metà degli anni '80, e aumenta ogni giorno di oltre 3.000 euro, solo di interessi. Da quella data Equitalia si è messa sulle tracce dell'ex calciatore e lo ha seguito in ogni sua nuova sortita italiana: un'attività che però al momento ha fruttato poco meno di 50.000 euro alle casse dell'erario. Equitalia, come ha ricordato nei mesi scorsi Francesco D'Errico, dirigente della sede napoletana dell'agenzia, comunque «non intende mollare l'osso» e si muove ogni volta che l'ex calciatore si riaffaccia nel nostro Paese.