mercoledì 16 settembre 2009

La doppia vittoria di Mambo, bandiera dei diritti animali

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    Rivellini interviene in napoletano: ma i traduttori di Strasburgo vanno in tilt

    Corriere del Mezzogiorno

    sconcerto all'europarlamento: lo aveva preannunciato alla vigilia

    L'eurodeputato del centrodestra parla in napoletano
    alla seduta d'insediamento di Barroso: ma spiazza tutti

    NAPOLI - La lingua ufficiale del Regno di Napoli arriva nel parlamento europeo. È l'europarlamentare del Pdl Enzo Rivellini (ex di An) che, in occasione della seduta convocata per la rielezione alla guida della commissione europea di Jose Manuel Durao Barroso, fa il suo intervento nel dialetto partenopeo, come peraltro aveva già preannunciato alle vigilia.

    «Il napoletano è una lingua (ha una grammatica, una letteratura e veniva usata nelle corti d'Europa) e non un semplice dialetto - commenta Rivellini - il mio intervento in napoletano nasce dall'esigenza di porre all'attenzione europea i problemi del Mezzogiorno e perciò ho usato questo mezzo per suscitare l'interesse politico e mediatico di tutta l'Europa sul Sud. Spero che questa iniziativa non venga bollata riduttivamente come folkoristica».

    Ma l'intervento di Rivellini ha gettato nello sconforto i traduttori, incapaci di seguire la «performance» dell'eurodeputato del centrodestra. Il politico ha continuato imperterrito nonostante i colleghi con cuffia protestassero per il silenzio dei traduttori: i quali, esperti multilingua, sono rimasti spiazzati di fronte alla necessità di tradurre «'o pata pata 'e l'acqua» (ovvero una tempesta di pioggia).

    Anche se gli è costato un richiamo del presidente dell'assemblea per aver superato il tempo assegnatogli, Rivellini è soddisfatto: «Di aver potuto parlare sia in italiano sia in napoletano per mettere in evidenza le problematiche che investono il Meridione d'Italia e che la commissione Ue guidata da Barroso non può ignorare», commenta.

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    16 settembre 2009

    Scoperto il primo pianeta extrasolare roccioso come la Terra

    Corriere della Sera


    Si trova a 500 anni luce da noi nella costellazione dell'Unicorno

    MILANO - Il più piccolo pianeta extrasolare e il più vicino alle sembianze della Terra ruota attorno ad una stella distante 500 anni luce dalla Terra nella costellazione Monoceros, L’Unicorno. Ora gli astronomi che lavorano con il satellite Corot hanno costruito un preciso identikit fornendo la prima solida prova di un pianeta roccioso nella nostra galassia.

    IL SATELLITE - Corot è un satellite nato per compiere questo lavoro. Lanciato dal Cnes, l’agenzia spaziale francese, permette di indagare la presenza di nuovi pianeti quando questi transitano davanti all’astro madre, un metodo prezioso per capire le loro caratteristiche fisiche. Combinando queste misure con quelle della velocità radiale si arriva ad un’accurata stima della massa, del raggio e della densità media. Così si è visto che Corot-7b, come è stato battezzato il pianeta la cui presenza era stata inizialmente individuata all’inizio dell’anno, ha una densità media 5,5 grammi per centimetro cubo. Ciò lo rende il più simile, tra tutti i pianeti di questo tipo rilevati, a Mercurio, Venere, Terra e Marte. Un bel risultato nella ricerca del gemello della Terra per il satellite Corot al cui programma ha collaborato anche l’ESA europea fornendo alcune parti tra cui delle ottiche del telescopio. Per questo, in cambio, vari astronomi europei lo utilizzano nelle loro osservazioni. Per quanto riguarda il diametro esso è meno del doppio della nostra Terra mentre la sua distanza dalla stella è di 2,5 milioni di chilometri. Intorno ad essa compie un giro in 20,4 ore. L’ambiente non sembra però essere dei migliori essendo un po’ infernale e quindi senza vita. Intanto Corot continua a indagare e presto avremo altre preziose informazioni sul lontano corpo celeste.

    Coldiretti: «Scandaloso aumento pasta»

    Corriere della Sera

    «Il grano viene pagato il 28 per cento in meno rispetto lo scorso anno, l'aumento del consumo non è giustificabile»


    ROMA- « È scandaloso l'aumento di pane e pasta mentre il grano viene pagato oggi agli agricoltori il 28 per cento in meno dello scorso anno». La Coldiretti non usa mezzi termini per descrivere la situazione dei pressi. «I dati relativi all'inflazione nel mese di agosto pubblicati dall'Istat evidenziano una crescita tendenziale del costo degli alimentari che è, senza alcuna giustificazione, di nove volte superiore al valore medio dell'inflazione».

    DAI CAMPI ALLA TAVOLA- Insomma prezzi che scendono per gli agricoltori, prezzi che salgono per i consumatori. Il costo però, « non è giustificabile se non con la presenza di manovre speculative». Infatti «i prezzi al consumo di pane, pasta e cereali sono aumentati dell' uno per cento rispetto allo scorso anno, nonostante - denuncia la Coldiretti - la multa di 12,5 milioni dall'Antitrust al cartello dei produttori di pasta, mentre il grano duro da cui è ottenuta è calato del 28 per cento. Il grano duro viene pagato oggi 22 centesimi al chilo agli agricoltori mentre la pasta è venduta in media a 1,5 euro al chilo, secondo il servizio sms consumatori, con una moltiplicazione di oltre il 400 per cento dal campo alla tavola se si considerano le rese di trasformazione».

    NON SOLO GRANO- - Il record della riduzione nei campi «si è verificato per i cereali con un crollo dei prezzi alla produzione nei campi del 31% rispetto allo scorso anno, ma in campagna sono in calo le quotazioni di vini e oli di oliva che su base annua hanno registrato, rispettivamente, contrazioni del 20% e del 5%, e anche della frutta (-30%)». Nell'attività di allevamento, continua l'associaizone agricola, «il confronto su base annua segnala una variazione negativa per i prezzi alla produzione di suini (-9%)». Ancora più accentuato il calo delle quotazioni dei lattiero-caseari, «che rispetto ad agosto 2008 registrano in media una flessione del 15%, mentre segnano un meno 8% i prezzi degli avicoli». Si è dunque verificato, osserva la Coldiretti, «un aumento della forbice dei prezzi tra produzione e consumo nella filiera alimentare lungo la quale i prezzi aumentano quindi in media quasi cinque volte». In generale, «per ogni euro speso dai consumatori in alimenti ben 60 centesimi vanno alla distribuzione commerciale, 23 all'industria alimentare e solo 17 centesimi agli agricoltori».


    Quella guerra tra camerieri e clienti

    Corriere della Sera


    Steve Dublanica, dopo 7 anni di servizio nei ristoranti di Manhattan, svela angherie e vendette reciproche

     

    Una guerra non dichiarata si consuma ogni giorno nei ristoranti e nei locali. Quella tra camerieri e clienti. Tra loro, una barriera invisibile, segnata da un confine preciso: uno, in piedi, prende le ordinazioni e serve, l’altro pretende e paga per avere esaudite richieste precise, e molte volte, al limite dell’assurdo. Steve Dublanica questo muro lo conosce bene.

    Per sette anni ha servito ai tavoli di vari ristoranti di Manhattan: all’inizio è un semplice inserviente, ma piatto dopo piatto, bottiglia dopo bottiglia, diventa direttore di sala di uno dei più conosciuti locali italiani della Grande Mela. Steve ha iniziato per caso, a trent’anni, in un momento di difficoltà economica, convinto che fare il cameriere fosse un lavoro di ripiego, «adatto ad attori falliti, cocainomani e adolescenti».

    O comunque qualcosa di non troppo complicato. Con il tempo scopre che oggi da un cameriere ci si aspetta sia "allergologo, sommelier, censore dell’abuso di cellulari, fotomodello, confessore, intrattenitore, barman, medico d’urgenza, buttafuori, centralinista, barzellettiere, terapeuta, poliglotta, valvola di sfogo, sensitivo, maestro di bon ton e chef dilettante.”

    «IL 20% DEI CLIENTI È DISADATTATO» - Sebbene nell’80% dei casi ai tavoli si siedano persone normali, c’è un buon 20% di "disadattati sociali tendenti allo psicopatico", dall’insulto facile, i modi tutt’altro che cortesi e poco propensi a lasciare una mancia decente. Per anni Dublanica ha raccontato le sue disavventure in guanti bianchi su un blog, Waiterant.net. Dapprima in forma rigorosamente anonima.

    Poi, contattato da un editore, è uscito allo scoperto e ha scritto un libro, La Resa del Conto (in Italia pubblicato da Rizzoli e da oggi nelle librerie), in cui spiega come destreggiarsi tra chef al limite di una crisi di nervi e clienti che si ostinano a ordinare piatti fuori dal menù, fingendo di essere allergici a un determinato ingrediente o che pretendono di accomodarsi ad un tavolo già assegnato, assicurando di essere amici del titolare. «Spesso mentire è l’unica soluzione: un buon cameriere deve essere anche un buon attore» spiega Dublanica, che fa un breve elenco delle (false) scuse e delle bugie raccontate ai clienti un po’ troppo schizzinosi, petulanti o insistenti.

    Ad esempio: «Il pesce è arrivato» quando in realtà giace da giorni nel freezer. Oppure: «Mi spiace ma il risotto oggi non è previsto» mentre semplicemente lo chef si rifiuta di prepararlo a meno di cinque minuti dalla chiusura della cucina. Per fare sentire a casa una coppia di italiani, è opportuno assicurare loro che la loro cena sarà preparata da un cuoco toscano, anche se in realtà è nato in Salvador. Per liquidare chi è insoddisfatto della temperatura del locale, basta dire: “No, signore, non controllo io l’aria condizionata”.

    LE VENDETTE DEI CAMERIERI - Quando la misura è colma, allora si passa alla vendetta. C’è sono quella scontata e banale, come sputare nel piatto prima di servirlo al tavolo con un sorriso smagliante e augurando buon appetito. E ci sono quelle più sottili e divertenti. La signora sulla quarantina che continua a rimandare indietro il suo decaffeinato perché non abbastanza caldo viene messa a tacere con un ustione sulla lingua provocata da un doppio espresso bollente servito in una tazza riscaldata nel forno a 400 gradi, opportunamente poggiata su un piattino freddo.

    Il sessantenne ricco e arrogante, noto fedifrago, che si presenta ogni giorno con una ventenne diversa e tratta in malo modo il personale, viene ridicolizzato con una semplice domanda a fine pasto: “Sua figlia desidera anche il gelato?” Per farla pagare a un manager che al termine di una cena di lavoro letteralmente butta addosso al cameriere la carta di credito, il modo migliore è fingere che ci siano problemi con la carta e telefonare all’American Express.

    L’ubriacone molesto che ha importunato clienti e staff per tutta la sera sarà punito con una chiamata anonima alla polizia, in cui si comunica il numero di targa della vettura su cui, gonfio d’alcool, si è messo alla guida. Ma un ristorante non è soltanto una trincea. E’ anche uno straordinario osservatorio sulla vita delle persone. Nella stessa sera possono entrare nel locale un broker di Wall Street accompagnato da una prostituta, due fidanzati che si chiudono un’ora nel bagno delle donne per fare sesso, una coppia di coniugi che tra una portata e l’altra discute sull’opportunità di avere un figlio.

    Così capita che il cameriere abbia il privilegio di essere il primo a sapere che presto nascerà un bambino. Sono questi brandelli di umanità, secondo Dublanica, la parte migliore del suo lavoro. Mance a parte, s’intende.

    Elvira Pollina

    Bottiglie con Mussolini e Hitler al supermercato: «Toglietele»

    Corriere della Sera

    nel gs di cuveglio, in provincia di varese

    Rimossi dagli scaffali, dopo la denuncia di una turista francese, alcuni vini con slogan del Ventennio

     

    MILANO - Bottiglie di vino riportanti sull'etichetta le immagini di Aldolf Hitler e Benito Mussolini, accompagnate da slogan del Ventennio: è stato uno choc, per una turista francese in vacanza in Italia, vederle sugli scaffali di un supermercato della catena Gs a Cuveglio (Varese). Così, una volta tornata in patria, si è rivolta alla sede centrale del Carrefour, gruppo francese proprietario del marchio Gs, per esternare tutta la sua contrarietà. A riferirlo è un quotidiano online francese.

    LA PROTESTA - La donna, francese di ascendenza ebraica, nell'agosto scorso era in vacanza nelle Valli varesine. Mentre faceva la spesa, si è imbattuta nelle bottiglie di vino rosso piemontese del produttore Alpa, con etichette con tanto di slogan del Ventennio. Immediatamente si è rivolta alla direzione del supermercato, spiegando che erano molto offensive per chi ha patito le sofferenze di quell'epoca. Dal canto loro, i vertici francesi di Carrefour hanno spiegato alla stampa d'Oltralpe che non erano «al corrente di questo inquietante episodio perché ogni gestore è libero di offrire alla sua clientela i prodotti che meglio crede, pur sempre attraverso la centrale d'acquisto Carrefour».

    IL RITIRO - Carrefour Italia, fa sapere l'Amministratore delegato Giuseppe Brambilla, ha sollecitato l'immediato ritiro dagli scaffali di tutti i Gs delle bottiglie contestate. A Cuveglio l'invito è stato subito recepito. La casa produttrice del vino commercializza anche un barbera dedicato a Papa Giovanni Paolo II, il cabernet di Che Guevara e il merlot di Bob Marley, tutti prodotti che a Cuveglio pare abbiano apprezzabile mercato.

    Accuse al primario-sindacalista: pagato da 5 anni per non lavorare

    di Giacomo Susca


    Sarà per il camice bianco, ma certi medici sembrano fantasmi. Così la pensano nei corridoi dell’ospedale San Carlo di Potenza, stufi delle assenze prolungate in corsia. Una vicenda, in particolare, mette a dura prova i nervi di colleghi, infermieri e anche pazienti. È lo strano caso del dottor F.V., primario di Endocrinologia, che però da quasi cinque anni non si fa vivo in reparto. «Imboscato» da Guinness dei primari?

    Macchè, sulla carta è tutto regolare. Il protagonista del filotto beneficia di un congedo per attività sindacale. Dopo aver vinto il concorso indetto nel 2002 - riferiscono in ospedale - ha prestato servizio per un paio di anni fino alla fine del 2004. Quando ha abbandonato le cartelle cliniche per intraprendere (a tempo pieno) la carriera di guardiano dei diritti della categoria a Roma, con un incarico nazionale presso la Fials (Federazione italiana autonoma lavoratori della sanità, il cui centralino sembra sguarnito a giudicare dalle nostre telefonate a vuoto, ndr). Per contratto si chiama «distacco sindacale retribuito» e, non soltanto nella sanità, spesso si legge privilegio. Oppure spreco. Materia da sottoporre a Renato Brunetta.

    Secondo gli ultimi dati a disposizione del Ministero in distacchi e permessi se ne vanno ogni anno 1.809.623 giornate lavorative, con un esborso per le casse dello Stato pari a 156 milioni e 767 mila euro. Numeri che si riferiscono però solo al 67 per cento degli uffici pubblici italiani. Le intenzioni del ministro Brunetta, in proposito, sono chiare: «La rappresentanza sindacale è un fatto democratico; questa democrazia la paghiamo tutti noi: 2.100 stipendi. Nel giro di un triennio vogliamo dimezzarli».

    Già, il problema se lo sono posti anche a Potenza eppure è la legge stessa a dotare di paracadute i «furbetti» in distacco a oltranza. L’azienda ospedaliera, infatti, non può avviare verifiche ed eventualmente allontanare del personale se prima non vengono espletati cinque anni effettivi di servizio. Al contrario, gli anni di servizio sindacale valgono eccome a fini pensionistici. Un assurdo. Oltretutto, i vertici della sanità lucana non hanno provveduto durante gli anni a nominare un sostituto esterno, se pure a tempo determinato. Intanto il reparto di Endocrinologia (tre medici più infermieri) - testimoniano al dipartimento - è lasciato pressoché «allo sbando».

    Un disservizio per oltre 380mila cittadini della provincia. La beffa ulteriore è che dell’attività sindacale del dottor F.V. non trae giovamento diretto alcun dipendente del San Carlo, laddove non risulterebbero iscritti alla Fials. Ad agitare le pause davanti alla macchinetta del caffè c’è tuttavia un ultimo dettaglio. «Brunetta ordina di rendere noti curricula e buste paga», si sfogano i compagni di reparto. «Ecco, abbiamo scoperto che in questi 4 anni il dottore sindacalista ha portato comunque a casa circa 280mila euro, 78mila nel 2008. Troppi, per un lavoro mai svolto. Ma fa più rabbia sapere che, stando così le cose, questa situazione potrebbe durare a vita».

    giacomo.susca@ilgiornale.it

    La proposta Esodo Nord-Sud dei docenti, la ricetta della Lega: «Reclutamento regionale»

    di Redazione


    «L’eccessiva mobilità dei docenti (quasi sempre da Nord a Sud) e il disagio degli insegnanti precari sono emergenze antiche, risolvibili alla radice con il reclutamento regionale degli insegnanti, previsto dal nostro disegno che puntiamo a inserire nella prossima riforma della scuola».

    Il senatore Mario Pittoni, capogruppo della Lega Nord in commissione Istruzione del Senato, si inserisce così nella polemica sui 180mila insegnanti che ogni anno prendono servizio in una sede diversa da quella dell’anno precedente: 70mila docenti di ruolo del Sud che, appena conquistata la cattedra al Nord chiedono l’avvicinamento al territorio d’origine; gli altri sono invece insegnanti non di ruolo - 100 mila quest’anno - o che hanno appena conquistato il ruolo.

    Il ministro Mariastella Gelmini sta lavorando ad alcuni interventi per ridurre il fenomeno: dall’obbligo di rimanere nella stessa classe per almeno due anni all’assegnazione ai dirigenti scolastici della possibilità di confermare per più anni nella stessa sede il personale non di ruolo che ha ben operato.

    «Ma - afferma Pittoni - la soluzione vera è l’assunzione degli insegnanti a livello regionale. Una volta operativa la nostra legge, non avremo più decine di migliaia di docenti pronti a sfruttare ogni occasione per rientrare nelle zone d’origine. E siccome la nostra proposta prevede che i concorsi regionali (indetti ogni tre anni) siano solo per i posti realmente disponibili, non potrà più verificarsi quanto abbiamo visto in questi anni».

    «Il precariato, infatti - evidenzia - si è sviluppato con la miriade di concorsi irresponsabilmente varati negli ultimi decenni (per mero tornaconto elettorale) senza valutare il reale fabbisogno di insegnanti. La maggior parte dei Paesi europei, a struttura federale, adotta sistemi decentrati per l’assunzione dei docenti, affidando in molti casi (ad esempio nel Regno Unito e nei Paesi nordici) un ruolo importante agli enti locali e ai consigli municipali».

    Ama un italiano, Sanaa uccisa dal padre

    Corriere della Sera

    L’uomo fermato mentre faceva sparire le tracce di sangue

    Pordenone: la diciottenne di origine marocchina sgozzata in un bosco. La Lega: «Un altro caso Hina»


    MILANO
    - È stata accoltella­ta dal padre mentre si trovava in auto con il fidanzato. La ra­gazza, una 18enne di origine marocchina, è morta dissan­guata in un boschetto di Monte­reale Valcellina, in provincia di Pordenone, dove cercava di sfuggire alla furia del genitore. Una tragedia dietro alla quale potrebbero esserci anche dei motivi religiosi. La vittima si chiama Sanaa Dafani e da quattro-cinque me­si stava con Massimo De Bia­sio, 31 anni. El Katawi Dafani, il padre, un aiuto cuoco di 45 anni che lavora a Pordenone, di quella relazione non ne vole­va neppure sentir parlare.

    Poco prima delle 19 di ieri ha sorpre­so i due giovani in automobile nella frazione Grizzo di Monte­reale Valcellina. Stavano andan­do alla «Spia», il ristorante di cui De Biasio è socio e dove lei lavorava come cameriera. Si è avvicinato all’Audi con un col­tello in mano. La figlia è schiz­zata fuori, ha tentato di scappa­re ma uno dei fendenti le ha re­ciso la gola. Il ragazzo si è salva­to: non è in gravi condizioni ed è stato lui a lanciare l’allarme. Alcuni amici della coppia rac­contano che la differenza di età, 13 anni, non era l’unico motivo per il quale l’uomo non voleva accettare il fidanzamen­to. Quell’italiano cattolico dove­va stare lontano da una ragazza musulmana.

    Per questo li ave­va minacciati più volte e, nel­l’ultimo periodo, la situazione si era fatta sempre più tesa. Saana si era trasferita da Massimo solo da qualche setti­mana. Quando ieri sera i carabi­nieri della compagnia di Sacile hanno fermato El Katawi, l’uo­mo si stava cambiando, cercan­do di far sparire le tracce di san­gue di sua figlia. Il sindaco di Azzano Decimo, il leghista En­zo Bortolotti, si dice sdegnato: «Un altro caso Hina che dimo­stra l’impossibilità di integra­zione con la cultura islamica».

    F. Cut.