domenica 13 settembre 2009

Il tipografo che ha fatturato il 3025% in più (stampando libri in 24 ore)

di Stefano Lorenzetto

Del leone di San Marco, che 40 anni fa suo padre Rino e suo zio Sergio scelsero come simbolo dell’azienda, più che la criniera folta, il dorso alato e la coda ritta Fabio Franceschi apprezza il libro aperto serrato fra gli artigli. Quando l’imprenditore padovano nativo di Camposampiero afferra un tomo, non lo molla se prima non lo ha duplicato in centinaia, migliaia, milioni di copie. Già il paese dove ha aperto lo stabilimento, Trebaseleghe, è un inno alla riproducibilità: «Nel nostro dialetto significa tre basiliche». Quante quelle di Roma (considerato che la quarta, San Pietro, sta in Vaticano). Si vede che una sola non gli bastava, e pazienza se il toponimo indicherebbe in realtà un trivio romano e deriverebbe da basilèus, re.
L’osservatore superficiale ferma l’occhio sulla Ferrari 612 Scaglietti nera parcheggiata all’ingresso, scelta cromatica obbligata per un tipografo che consuma 180 tonnellate l’anno d’inchiostro di quel colore. Invece bisogna elevarsi un pochino, nel palazzone in vetrocemento di 25.000 metri quadrati che stanno per raddoppiare, e osservare dall’alto il parco di 20 ettari con la piazzola degli elicotteri disegnata nell’erba per farci atterrare il proprietario del quotidiano rumeno Adevarul, verità, o i nuovi boss della Pravda, un’altra verità.
La verità, in Italia, è che non ci sono Mondadori o Rizzoli che tengano. A 40 anni da poco compiuti, il maggior stampatore di volumi ha battuto tutti. Perché lavora più di tutti: dalle 8 di mattina fino alle 11 di sera, quando la moglie Fiorella e i figli Nicola, Alberto e Gianmarco, «tre maschiacci che hanno già respirato l’aria calda dell’azienda», cioè sono stati messi a sgobbare d’estate alla catena di produzione, lo vedono rincasare per andare a letto. Ma la sua azienda, la Grafica veneta, non dorme mai. È aperta 24 ore su 24, sette giorni su sette, con le sole eccezioni di Natale, Pasqua, Capodanno, 1° maggio e Ferragosto, per poter sfornare 130 milioni di copie l’anno. Il verbo va inteso alla lettera: per Franceschi i libri sono come il pane, da gustare belli caldi. O, quando c’è di mezzo un morto, almeno tiepidi: il giorno dopo il funerale di Michael Jackson aveva già fornito ad Aliberti editore Troppo grande per una vita sola, 160 pagine di biografia con le foto delle sorelle e dei figli della popstar che piangevano affranti sulla bara placcata oro 14 carati. «Tratto i libri come se fossero quotidiani», sintetizza il presidente della Grafica veneta. In altre parole, alle 18 di oggi riceve per posta elettronica un testo in Pdf da una casa editrice di New York; alle 6 di domattina 30.000 copie sono già pronte, imballate in una specie di preservativo che ha il pregio di non cedere nemmeno se l’improvvisato ladruncolo fosse Edward mani di forbice; entro le 12 un volo decolla da Orio al Serio per gli Stati Uniti; alle 16, tenuto conto del fuso orario, i volumi sono già nella Grande Mela. Fa tutto da solo quello che nessun altro riesce a fare, comprese copertine e rilegature. In Europa solo la francese Cpi group e l’inglese Clays Ltd lo superano. Ma bisognerebbe accertare se questi due competitori hanno avuto dal 2001 a oggi, come ha avuto la Grafica veneta, un incremento del fatturato pari al 3.025%, dove il punto, a scanso di equivoci, divide le migliaia e non i decimali. In soldoni, fanno 100 milioni di euro l’anno.

Se Bertelsmann, che è il colosso mondiale del settore, raggiunge gli 11.000 titoli, sempre l’anno, Franceschi è già quasi a metà strada: 4.500. I 20 milioni di copie della saga di Harry Potter? Li ha stampati lui per quasi tutta l’Europa. I 4 milioni di copie dei romanzi di Giorgio Faletti, i 2 milioni di copie dei thriller di Stieg Larsson e il milione di copie di Ken Follett? Ancora lui. Il Gesù di Nazaret di Benedetto XVI? Sempre lui. La Rabbia e l’Orgoglio di Oriana Fallaci, ma anche Un cappello pieno di ciliege, testamento letterario della grande giornalista? Un’altra volta lui. Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli di Khaled Hosseini? Di nuovo lui. Sono almeno una trentina gli editori italiani che dipendono dalle sue 9 rotative e 10 linee di confezione: fra gli altri, Rcs (con le case Rizzoli, Marsilio, Bompiani), Mondadori, De Agostini, Longanesi, Class, Piemme, Paoline, Baldini Castoldi, Salani, Paravia, Vallardi, Corbaccio, Chiarelettere, Boroli, Gribaudo.
Dalla sede di Trebaseleghe, che ingoia 500 tonnellate di carta al giorno, escono prima di mezzanotte 20 autotreni carichi di libri, 16 dei quali diretti all’estero. Né potrebbe essere altrimenti: Franceschi non ha per obiettivo il cortile di casa, ma l’intero globo terracqueo. Sono suoi clienti la News Corporation del magnate australiano Rupert Murdoch, Time Warner, Hachette, Gallimard, Flammarion, le guide turistiche Lonely Planet e, per i cosiddetti collaterali, quotidiani come The New York Times, Le Monde, Le Figaro, El País, The Sun, Daily Mail, e anche istituzioni culturali come la Oxford University Press e la Cambridge University Press.
Come ha fatto?
«Nel 1988 morì mio padre. Io frequentavo la scuola grafica della Fondazione Cini. Dovetti abbandonarla e trasferirmi a bottega. Fornivamo lo Stato e gli enti. Ridotti a stampare soltanto i bollettini ufficiali delle Regioni e delle Camere di commercio, eravamo sul punto di chiudere. Non me la sono sentita di licenziare gli otto dipendenti: sarebbe stato come lasciare per strada otto familiari. Ho rilevato la quota aziendale di mio zio e mi sono buttato sui libri. I consulenti mi davano del matto: “È un mercato maturo. Non può farcela. Fallirà entro un anno”».
Invece nel giro di otto anni ha aumentato di quasi trenta volte l’organico.
«Nel 2002 per stampare un libro ci volevano, se tutto andava bene, 18 giorni. Mi sono detto: devo riuscirci in 24 ore, offrire un livello esasperato di servizio. Gli altri guardavano all’Italia, io pensavo al mondo. Sono andato a cercarmi i clienti nei Paesi che hanno un prodotto interno lordo a due cifre».
L’Angola ha un Pil a due cifre.
«E infatti in Angola stiamo lavorando bene con Hachette. Il governo ha deciso di regalare a ogni famiglia un’enciclopedia della salute per prevenire le malattie».
Son copie.
«Mai quanto l’Enciclopedia russa: 40 milioni di copie. Nell’ex Urss la scolarizzazione è molto elevata. Ma lì stampiamo anche i libri allegati alla Pravda e al settimanale popolare Argumenty i Fakty, il più diffuso in Russia. È tutto il mercato dell’Est che si sta aprendo: Slovenia, Croazia, Bulgaria. I volumi veicolati in Polonia con la Gazeta Wyborcza, il primo quotidiano d’opposizione legale al regime comunista fondato nel 1989 sulla base dell’intesa Jaruzelski-Walesa, fanno gli stessi numeri dei giornali italiani. Lei pensi solo che in Romania, dal 1° gennaio, abbiamo venduto con Adevarul la bellezza di 25 milioni di volumi, ed è una nazione che conta 22 milioni di abitanti. Sempre in Romania, il Codice da Vinci di Dan Brown ha fatto appena 20.000 copie, il nostro Notre-Dame de Paris di Victor Hugo è arrivato a 385.000».

Prossime mete?
«L’Arabia e tutti i Paesi del Golfo Persico. Lo scorso 12 agosto era qui una delegazione del ministero della Ricerca saudita. Da gennaio stamperemo i libri allegati a O Globo, il quotidiano di Rio de Janeiro presente in tutto il Brasile. Serviamo l’intera Africa raggiungibile via mare, dall’Egitto fino all’equatore».
A settembre del 2008, mentre l’economia mondiale andava a catafascio, lei ha annunciato: «Investo 50 milioni e assumo 80 persone». L’ha fatto?
«Ne ho investiti 40, in particolare per il varo del primo libro totalmente ecologico, con inchiostri vegetali e colle ad acqua, che vedrà la luce entro il 2009. Per prudenza ho deciso di far slittare di un anno i restanti 10 milioni. E nell’ultimo anno ho assunto 60 degli 80 dipendenti previsti. Ma non per cattiva volontà: è che nell’organico c’è bisogno di grande qualità e in giro non se ne trova. L’età media dei miei collaboratori si aggira sui 33-35 anni, con un turn over inferiore allo 0,5%. Una volta arrivati qui, non se ne vanno più».
Un reddito operativo del 32% ha dell’incredibile.
«È un buon margine, frutto di una tecnologia all’avanguardia. Lo sprone a coltivarla ci è venuto dal New York Times, che cercava una tipografia in grado di stampare gli istant book a velocità della luce».
Negli Usa non ne erano capaci?
(Allarga le braccia). «Si vede di no, se si sono rivolti a noi. Ma non vorrei sembrare presuntuoso. Aggiunga che siamo tra i pochi in Europa a poter vantare un costo percentuale della manodopera sotto le due cifre».
Ma quanto frutta, mediamente, la stampa di un libro?
«Dipende dal numero di pagine, dalla copertina, dalla rilegatura. Comunque meno di un euro. Diciamo fra i 70 e i 90 centesimi».
Quindi ha incassato 18 milioni di euro solo con Harry Potter?
«Un fatturato proporzionale agli 1,5 miliardi di euro del patrimonio personale dell’autrice Joanne Kathleen Rowling, diventata la donna più ricca del Regno Unito. A questo punto mi sa che un ottavo romanzo non lo vedremo».
Lei immaginava che la saga del maghetto, appena 24.000 copie al suo apparire in Italia, avrebbe venduto quasi 350 milioni di copie in tutto il mondo?
«No di certo. Ma ho cominciato a sospettarlo quando ci sono state imposte per contratto le clausole stabilite dalla scrittrice: 18 agenti di sicurezza armati a sorvegliare la tipografia nell’arco delle 24 ore, in modo che non uscisse in anticipo neppure una pagina; i bancali con le copie fresche di stampa avvolti nella plastica nera perché non si vedessero le copertine; i sigilli di piombo alle maniglie dei camion nei 200 chilometri del trasporto da Trebaseleghe al magazzino dell’editore Salani».
Siete sicuri d’essere riusciti a battere la pirateria editoriale? Il professor Salvatore Casillo, che si occupa di industria del falso, mi ha spiegato che ogni volta che Adelphi manda nelle librerie una nuova edizione del «Siddharta» di Hermann Hesse, i falsari lo ristampano adeguando il prezzo di copertina.
«Non ho riscontri precisi, ma annuso che è così. Per le case editrici è un guaio serio. Dalla nostra azienda non è mai uscito nulla sotto banco. A scanso d’equivoci ho fatto affiggere cartelli in cui rammento che chi portasse all’esterno anche una sola copia di un libro perderebbe il posto e verrebbe denunciato all’autorità giudiziaria».

Ora tocca a Stephene Meyer con «Twilight».
«Sì, ma vuol mettere? Ciascuno dei tre romanzi che abbiamo stampato finora è intorno alle 50.000 copie».
Si consola con Faletti.
«Non mi spiego come faccia a vendere milioni di copie. Sarà che è facile da leggere. Bravissimo l’editore Alessandro Dalai ad averlo lanciato».
Quanto c’impiega a tirare un milione di copie?
«Tre giorni».
Una volta i Mondadori e i Rizzoli i libri se li stampavano da soli. Che cos’è successo?
«Hanno capito che è meglio fare gli editori piuttosto che gli stampatori. Dedicarsi a qualcosa che non è il tuo core business non è più remunerativo, di questi tempi».
Eppure lei è anche editore in proprio di collaterali all’estero.
«Ma lì il discorso è diverso, lavoro in sinergia con i giornali e a prezzi competitivi. In Polonia l’indice di lettura sfiora il 40%, mica come in Italia dove il 58% della popolazione non apre neppure un volume nel corso di tutta la vita. E poi il libro fa anche arredo».
Prego?
«Non ho paura a dirlo. Che cosa ci mette lei in una libreria vuota? Tanti libri, no?».
Non teme d’essere spazzato via dagli e-book?
«Il libro elettronico ha un futuro soltanto per quanto riguarda i codici, i testi scientifici, le enciclopedie, che si potranno aggiornare in tempo reale senza far spendere ai clienti ogni volta centinaia di euro per edizioni che sono già vecchie prim’ancora d’arrivare in libreria. Ma narrativa e saggistica resteranno su carta».
Detto dall’imprenditore che Andrea Tomat, presidente della Confindustria del Veneto, ha delegato alla ricerca e all’innovazione...
«Il mio compito è d’individuare gli strumenti per vincere a livello globale. Negli Usa un dipendente costa 8 dollari l’ora, in Italia 12 euro, il 118% in più. C’è qualcos’altro da aggiungere?».
Ha dichiarato che fra i suoi colleghi imprenditori «c’è un eccesso rituale di lamentele» e ha difeso le banche. Sorprendente.
«Confermo. Sicuramente il credito in questo momento è limitato. Però non è che sia scarso: è un credito giusto. Erano eccessivi i livelli di leva che riuscivamo ad avere nei mesi e negli anni scorsi. Dobbiamo tornare a un indebitamento decoroso. L’1% al massimo. Non lo scandaloso 6% di prima».
Se l’è presa con la Regione Veneto che avrebbe 1,2 miliardi di debiti da saldare alla piccola e media industria.
«Il governo offre la più ampia disponibilità alle imprese. Ma poi, nei fatti, le regole rigide previste nel patto di stabilità penalizzano le regioni virtuose. Il Veneto ha in cassa 1,8 miliardi di euro che non può spendere neppure per pagare i fornitori».
Bisognerebbe tornare alla Serenissima.
«Sento tanto parlare di federalismo fiscale. Io non ci credo. Ci vorrebbe solo un po’ di buongoverno. Cominciamo a chiederci perché certe sanità spendono il doppio per erogare servizi che non sono neppure paragonabili ai nostri. Facciamo così: chi non sa amministrare lo lasciamo a casa e chi amministra male lo consegniamo alla magistratura. Vedrà che le cose cambiano. È che in questo Paese non esiste la certezza della pena».
Ma lei uno stabilimento al Sud lo aprirebbe?
«No. Il Meridione è terra di turismo. Devono coltivare quello».
Di che cos’ha più bisogno la sua azienda in questo momento?
«Di qualità. La differenza non la fanno né la tecnologia né la finanza. È la qualità delle persone a fare la differenza assoluta nel mondo».

Iraq: su Internet scatta la caccia al gay Già uccisi 130 omosessuali in sei mesi

Quotidianonet

LA 'PURIFICAZIONE'
"E’ il modo più semplice per scovare la gente che sta distruggendo l’Islam e vuole rovinare la nostra reputazione" spiega un giovane integralista islamico

Baghdad, 13 settembre 2009 - Un nuovo fronte di battaglia si è aperto in Iraq, quello della guerra contro gli omosessuali. Gli integralisti islamici - racconta oggi un reportage sull’Observer- si infiltrano le chat-line gay su internet e danno la caccia alle loro vittime che, si teme, siano centinaia.


“Seduto per terra, con indosso gli abiti islamici tradizionali, Abu Hamizi, 22 anni, tiene il suo notebook sulle ginocchia e trascorre più di sei ore al giorno alla ricerca di chat-room su internet legate ai siti omosessuali. Non cerca nuovi amici, cerca le sue vittime”, si legge nell’articolo. “E’ il modo più semplice per scovare la gente che sta distruggendo l’Islam e vuole rovinare la nostra reputazione, che abbiamo impiegato secoli a costruire”, spiega il giovane. Quando trova i suoi “amici”, Hamizi prende appuntamento, poi li aggredisce, talvolta li uccide. Il gruppo al quale appartiene Hamizi, e altri simili, è responsabile della morte di 130 omosessuali iracheni dall’inizio dell’anno.


La difesa dei diritti degli omosessuali, come quello di tutti le minoranze più vulnerabili in Iraq, è uno dei test chiave delle effettive capacità del governo di Baghdad di tenere il controllo della vita sociale, dopo il ritiro degli americani.
L’omosessualità non era considerata un reato durante il regime di Saddam Hussein; la violenza contro i gay è aumentata dopo l’invasione del 2003. Dal 2004, secondo un’associazione omosessuale irachena con base a Londra, 680 omosessuali sono stati uccisi, 70 solo negli ultimi cinque mesi. In sette casi si tratta di donne. Gli omicidi sono brutali, il più delle volte le vittime vengono torturate.
Secondo Human Rights Watch le milizie sciite dell’esercito di Mahdi son coinvolte nella campagna di “purificazione”, soprattutto nella parte settentrionale di Baghdad, a Sadr City.

Nel 2040 accenderemo la lampadina dallo spazio

Libero

Entro il 2040 ci saranno quasi 300.000 abitazioni giapponesi in grado di sfruttare la prima corrente elettrica prodotta nello spazio. Il colosso dell’elettronica Mitsubishi e IHI Corp si sono, infatti, imbarcati in un ambiziosissimo progetto da 30 milioni di dollari finalizzato alla costruzione di un gigantesco impianto fotovoltaico orbitante. Il piano, come annunciato dal Ministero del Commercio nipponico, prevede l’installazione di una centrale di 4km quadrati, collocata a 36.000 km di altezza e dotata di pannelli solari, capaci di produrre 1 GW di corrente. La costruzione invierà l’energia sulla terra senza bisogno di cavi, grazie a una nuova tecnologia a microonde alla quale Mitsubishi sta lavorando da 4 anni. Per il momento, il limite più grande di questo progetto sembra essere quello dei costi. Per essere economicamente conveniente la produzione di corrente spaziale dovrebbe avere un costo inferiore al centesimo. Adesso questa possibilità sembra impossibile ma le cose potrebbero mutare sensibilmente nei prossimi 30 anni. Per ora il Governo del sol levante e l’Agenzia spaziale giapponese hanno in programma per il 2015 il lancio di un satellite con alcuni pannelli solari per testare la trasmissione senza fili di energia dalla ionosfera alla terra.

Le accuse che durano un giorno: tutte le patacche di Mauro e C.

di Emanuela Fontana

Roma Tra la patacca colposa e la patacca volontaria la più grave senza dubbio è la seconda. Osservando le più recenti scivolate di Repubblica, ultima quella di ieri sulla crisi istituzionale tra Italia e Spagna (smentita dal governo di Madrid), emerge con chiarezza a quale categoria appartengano le sviste in esame: i «delitti» di carta del quotidiano del gruppo l’Espresso appaiono tutti commessi con premeditazione. Non sarebbe altrimenti spiegabile la sequenza seriale di notizie, se non proprio false comunque fosche, paurose e tendenti a invocare la malasorte, che hanno riguardato il governo in carica e che sono state spesso smentite nemmeno dal governo, ma dai fatti. Anche epocali, come la stretta di mano all’Aquila tra il colonnello Gheddafi e Barack Obama, che ha stritolato i pettegolezzi sul presunto fastidio della Casa Bianca per la presenza libica al G8.
Non c’è stato bisogno di smentite, ma sono bastati occhi attenti, invece, per cogliere l’ultima strepitosa fantasia giornalistica del foglio di largo Fochetti: la lista dei firmatari dell’appello per la libertà di stampa e contro il premier Berlusconi appoggiata da Topo Gigio, Pinco Pallo, Vorrei Che parlaste. Questi simpatici personaggi creati per l’occasione dalla bacchetta del Mago Merlino comparivano nell’elenco del sito Repubblica.it.
La penultima smentita in ordine di tempo è la più sensazionale: arriva da un magistrato e riguarda l’inchiesta regina dell’estate rosa di Repubblica, i rapporti del premier con le donne. Niente di tutto ciò che è stato pubblicato ha valenza penale. Non c’è iscrizione nel registro degli indagati, non c’è crimine, e nemmeno, a questo punto, interesse investigativo: «È di tutta evidenza che il presidente del Consiglio è assolutamente fuori da qualsiasi responsabilità penale», è stata la dichiarazione lapidaria del procuratore di Bari, Antonio Laudati, appena tre giorni fa.
La terz’ultima smentita a Repubblica è giunta nientemeno che dal Papa, attraverso il quotidiano della Santa sede, l’Osservatore Romano. Sette settembre, editoriale del direttore, Gian Maria Vian: a Viterbo «il Papa è stato accolto dalle autorità civili in un quadro di evidente serenità istituzionale». Il 6 settembre a Largo Fochetti si drammatizzava sul cardinale Ruini «preoccupato per i rapporti tra la Chiesa e lo Stato».
L’elemento di tragedia e pathos invece a giugno era un possibile evento sismico di grande intensità durante i giorni del G8. Sette giugno: «L’Aquila tra spot del G8 e solitudine nelle tende». Ventiquattro giugno: «G8 all'Aquila con l'allarme terremoto». Un rispettoso spazio veniva riservato alla Cassandra abruzzese Giampaolo Giuliani, il tecnico che studia il gas radon: «Probabilità di eventi sismici di magnitudo superiore a 3.0». Quattro luglio: «Ma c’è poco da star tranquilli... È chiaro che una scossa più forte di quella registrata ieri potrebbe anche far saltare il G8». Contemporaneamente però il ciclone Papi già avanzava, occupando spazi devastanti sul quotidiano. Trenta giugno: «Il G8 naufragherebbe anche se ci fosse un “salto di qualità” nelle indagini condotte in Puglia... che potrebbero far riprecipitare nel baratro il summit aquilano». Ma il 10 luglio anche Repubblica scriveva (ammetteva): «L’Italia promossa all’ultimo minuto». Obama si commuoveva: L’Aquila «in my heart».
C’è poi lo strano caso del signor Hammarberg, il commissario dei diritti umani del Consiglio d’Europa che spesso sul quotidiano diretto da Ezio Mauro è stato definito «Europa», come se fosse un superpresidente galattico che detta ordini a Barroso (il Consiglio d’Europa è un organo esterno alla Ue). Il 30 luglio del 2008 Repubblica titolava in prima pagina: «Immigrati, è scontro tra l’Europa e Maroni», quando il signor Europa altri non era appunto che Thomas Hammarberg, che sparava a zero sul pacchetto sicurezza. Infine la «profezia del 5 luglio». La Campania era asfissiata dall’immondizia. A largo Fochetti naturalmente si presagiva il peggio. Giuseppe D’Avanzo, 28 aprile 2008: «Conviene cominciare a contare. Da oggi al 5 luglio mancano 69 giorni. Soltanto 69 giorni per precipitare nel pieno dell’estate, del calore, di una nuova, tragica e teatrale “emergenza rifiuti” e quindi in una crisi urbana, in una catastrofe sociale che potrebbe non risparmiare, questa volta, patologie infettive degne di altri secoli». Bassolino e Berlusconi «saranno chiamati ad assumersi le responsabilità di questo disastro e, se non lo faranno, saranno indicati al pubblico disprezzo». La smentita qui è un indovinello: a quale dei due è capitata questa sorte?

L’ultima degli inglesi: forze speciali addestrano le truppe di Gheddafi

di Gaia Cesare

Hanno combattuto i terroristi dell'Ira con tutte le risorse umane e militari possibili. Oggi, invece, si trovano ad addestrare i soldati del Paese che a quei terroristi ha fornito mitragliatrici, missili e il Semtex, l’esplosivo che ha ucciso 2.500 persone nei trent’anni di conflitto in Irlanda del Nord. «Disgustati» dall’incarico, i membri dei Sas, l’élite dell’esercito di Sua Maestà, da ieri sono diventati la nuova spina nel fianco di Gordon Brown nell’affaire Libia. Le rivelazioni di alcuni di loro al Daily Telegraph - «c’è un gruppo del nostro reggimento che da sei mesi prepara militarmente i colleghi libici» - è solo l’ultima fonte di imbarazzo per il primo ministro inglese, un altro groviglio da sciogliere nella matassa che da settimane costringe il governo di Londra sulla difensiva, nel tentativo - mal riuscito - di dimostrare che non ci siano interessi economici o un vero e proprio accordo dietro al rilascio del terrorista libico Abdelbaset al Megrahi, unico condannato per l’attentato di Lockerbie.
«La lista dei soldati inglesi morti a causa dei terroristi finanziati da Gheddafi è lunga. Ai Sas è stato affidato un compito moralmente sbagliato», dice un ex testa di cuoio. In effetti la nuova missione è stata accolta con sconcerto dai corpi speciali, sempre più convinti che ci sia un legame tra il loro impegno coi libici e la liberazione di Megrahi da parte del governo scozzese, motivata ufficialmente da ragioni umanitarie (un cancro alla prostata). E quei sospetti sono stati indirettamente confermati anche da fonti interne al ministero della Difesa, secondo cui l’accordo per l’addestramento dei soldati di Gheddafi deve aver avuto l’approvazione dei vertici politici. Un macigno destinato a far infuriare i parenti delle vittime delle stragi dell’Irish Republican Army, che proprio nei giorni scorsi avevano strappato al premier Brown la promessa di impegnarsi per sostenere le cause di risarcimento ai danni di Tripoli.
Dichiarazioni, smentite, retroscena commerciali, contraddizioni. Altro che Frecce Tricolori. Il caso Libia è diventato materia sempre più scottante per Downing Street, che da giorni è costretta a inseguire le imbarazzanti rivelazioni su una probabile intesa Londra-Tripoli, la prova che non erano umanitarie ma economiche le ragioni che hanno portato alla liberazione di Megrahi. E sono tanti gli indizi che spingono su questa strada. A cominciare dall’esame medico che stabilì che il terrorista libico fosse un malato terminale di cancro: il Sunday Telegraph ha rivelato che fu pagato dalla Libia e che i medici furono «incoraggiati» a indicare che a Megrahi restassero solo tre mesi di vita. Accelerare la sua liberazione avrebbe aiutato a sbloccare altre questioni. Come ha confermato il ministro della Giustizia Jack Straw secondo cui il rilascio è stato «in gran parte» motivato da interessi economici, compreso un accordo di esplorazione petrolifera in ballo fra la Bp (British Petroleum) e la Libia. In effetti, in una lettera a Brown, lo stesso Straw avvertiva il governo che se Megrahi fosse morto in carcere il contratto con la Bp sarebbe stato annullato.
Infine, le rivelazioni sul fronte diplomatico. A muovere i primi passi verso l’intesa coi Sas sarebbe stato Tony Blair. D’altra parte l’ex premier laburista fu il primo a rompere l’isolamento internazionale del Paese e dopo la sua visita in Libia nel 2004, la Shell diventò il primo gruppo petrolifero a fare nuovamente affari con Gheddafi. Ora Blair rischia di finire di fronte a una commissione parlamentare per un altro incontro, stavolta tra spie americane, britanniche e libiche, che si sarebbe tenuto in un club privato di Londra nel dicembre 2003. Tre giorni dopo Tripoli si impegnava a contrastare il terrorismo e la proliferazione nucleare e tornava a dialogare con l’Occidente.

Intanto Washington guarda con diffidenza a Londra. I 270 morti di Lockerbie (189 americani) bruciano. E il sospetto che Megrahi sia stato liberato per interessi economici rischia di rovinare i rapporti «speciali» tra i due Paesi.

L'Unità difende i precari, ma li manda via tutti

di Giuseppe De Bellis

Il Paese reale dell’Unità sta solo fuori. Si vede dalle finestre, ma non esiste all’interno. Perché chi fa la doppia morale non s’accorge di mentire a se stesso. Ci racconta che il vero Paese è questo: «La rivolta di precari e operai». Cioè l’Italia da salvare, l’Italia da tutelare, l’Italia che l’Unità sposa, appoggia, spalleggia. Lo scrive la direttora Concita De Gregorio, nel suo Filo rosso: «Parliamo del Paese dove viviamo tutti noi. Gli operai della Stanic, i precari della scuola accampati in una specie di campo Rom davanti al ministero». Basta così. Il paradosso si firma in tre righe, quelle che raccontano l’ipocrisia di un giornale che difende i lavoratori e fa finta di pensare ai precari. Fa finta, perché i suoi li «licenzia» tutti, li caccia prima di assumerli, li manda via senza una sola garanzia. Ne aveva 23, fino a pochi mesi fa. Ventitré persone in bilico, con contratti a termine o di collaborazione, ventitré di loro. Non ci sono più. Fatti fuori in un secondo, senza remore, o quantomeno senza quel logorio interiore che invece viene spacciato a buon mercato sulle colonne del giornale che apparteneva a Gramsci quando si parla del governo che affama i lavoratori. Non un’autocritica, non un’ammissione: «Siamo ipocriti». O almeno: «Lo siamo stati». Non c’è traccia, perché l’Italia reale è quella immaginata, fotografata e pubblicata, non quella che c’è nella scrivania accanto. Allora il paradosso dei paradossi è che mentre licenziava, l’Unità faceva campagne a favore dei precari e dei lavoratori in difficoltà. «Noi eravamo imbarazzati», dicono adesso i giovani che il posto l’hanno perso. «Ci cacciavano e mentre lo facevano pubblicavamo almeno quattro copertine di appoggio ai precari». Le copertine ci sono. Le copertine parlano. «Soli e solidali», scrive l’Unità del 2 marzo. «Lavorare meno, lavorare tutti, da Nord a Sud si moltiplicano i contratti di solidarietà per salvare il posto di lavoro». Bello raccontarlo, brutto applicarlo. Perché mentre uscivano queste parole, si raccontano le assemblee di redazione assurde, chiuse con comunicati politicamente corretti, ma nelle quali il comportamento anti-sindacale era la norma. Si parlava dei ragazzi. I giovani, certo. I giovani, cioè il futuro del giornale e del Paese. Invece dai banchi dell’Unità partiva questo: «Beh, ragazzi, se siete qui solo da sei mesi, un motivo ci sarà...». Come a dire: andatevene, amici precari. Come a dire: non servite, amici giovani. C’erano i potenziali prepensionati da tutelare. Peccato che loro qualche garanzia ce l’abbiano, mentre i precari no. All’Unità lo sapevano benissimo, visto che il 5 marzo è uscita una copertina strappalacrime: «Un’esistenza precaria». Era un viaggio tra le vite dei giovani invitati in redazione a raccontare le loro storie di straordinaria difficoltà. Un forum, che fa tanto solidarietà e partecipazione collettiva, ma che invece era solo un modo per pulirsi la coscienza preventivamente. Un mese dopo, un mese appena e via al piano di sterminio del precario interno, dell’inutile collega che pure aveva dato il massimo proprio perché non aveva il posto garantito. Spremuto e cacciato. Senza sconti, senza paracadute, mentre il direttore parlava dell’«[/TESTO]estinzione del lavoro»: «Dice anche l’Istat (che) i disoccupati crescono più degli occupati. (...) È come dire che i morti crescono più dei nati. È come dire che è solo questione di tempo, neppure molto: l’estinzione è un orizzonte visibile». Non serviva guardare l’orizzonte, bastava allungare lo sguardo oltre il vetro. Però no, non si dica, non ci si permetta. Voce a Salvo Barrano e alla sua storia: «Quando ho capito che avrei avuto un’esistenza precaria ho deciso di non fare rinunce. Mi sono sposato, ho avuto una figlia. Il mio orizzonte è di un solo giorno e ogni giorno faccio finta di niente. È una bugia. Ma mi serve». Qualcuno di quelli che l’Unità ha cacciato, adesso ci pensa e s’indigna. Pensa che il piano di ristrutturazione è partito all’indomani della sconfitta elettorale del centrosinistra in Sardegna. L’editore illuminato Renato Soru, trombato alle regionali, ordinò di mettere a posto i conti del giornale con cui avrebbe voluto fare la scalata al vertice Pd. I conti, cioè i tagli. Via i precari, tutti. E, nel frattempo, il direttore in tv ad Annozero o alle Invasioni barbariche a parlarci di un Paese che non appoggia il suo domani. Gli altri, sempre gli altri. Loro ne hanno ripreso uno per dargli un contratto di sostituzione maternità, a qualcun altro hanno offerto di rientrare con strane formule e strani giri. Chi ha potuto s’è riciclato negli uffici stampa dei parlamentari piddini o in quello del partito, con un aggancio o con una telefonata. A casa i giovani, licenziato il futuro. Senza tanti pensieri e senza tante illusioni. Con qualche minaccia, con una punta di livore, con la consapevolezza che il bene primario dell’ideologia vale qualche sacrificio e qualche testa giovane da tagliare. Hanno tempo, loro. Così come ha tempo l’Unità di continuare a raccontare l’Italia precaria da difendere, di pontificare su chi non tutela i diritti dei meno fortunati. L’ipocrisia degli ingiusti. Più di due milioni resteranno senza lavoro, scrivevano. «Colpiscono noi perché siamo i più deboli». Noi, cioè i giovani senza un lavoro fisso e senza garanzie. Noi tutti, tranne quelli che stavano nella scrivania accanto. Quelli erano servi di qualcuno. O di qualcosa.