sabato 12 settembre 2009

Capanna finisce sotto accusa: "Lui con gli Ogm ci marcia"

di Nino Materi



«Sono appena sceso dal trattore, ho fatto un carico di legna in vista dell’inverno. Sa, qui tra un po’ farà un gran freddo...».
Solo due giorni fa Mario Capanna era tra i lustrini della Mostra di Venezia a presentare il Grande sogno di Michele Placido; ma quando ieri ha riposto le scarpe eleganti rimettendosi finalmente gli amati scarponi di gomma, per lui è stato un sollievo. Qui, nel podere di Badia Petroia a Città di Castello, l’ex fondatore del Movimento studentesco ha realizzato il suo di Grande Sogno: diventare contadino Ogm-free. E il «mitico» Sessantotto? Acqua passata. Meglio pensare all’acqua (e al cibo) di oggi, rigorosamente privi di organismi geneticamente modificati. Sarà per questo che il bracciante Capanna la rivoluzione l’ha messa sottovuoto, nel senso che l’ha chiusa in vasetti di vetro contenenti salsa, miele, funghi e ogni ben di Dio, anzi di Bio: «Prodotti naturali. Coltivati, raccolti e confezionati con queste mani...».

La domanda gliela facciamo al telefono, quasi a tradimento: «Caro Capanna, ma è vero che la sua battaglia contro gli Ogm è tutta una manfrina perché, in realtà, la Fondazione diritti genetici da lei presieduta sarebbe finanziata da potenti holding “agro-reazionarie”?».
Capanna non si scompone e, col tono di chi la sa lunga, replica: «Scusate, ma questa sciocchezza dove l’avete letta?».
Basta cliccare sui principali motori di ricerca le parole «Mario Capanna» e «dibattito sugli Ogm», ed ecco che in rete appaiono «notizie» clamorose, del tipo: «Capanna al soldo dei professionisti anti-Ogm...».

«Visto che parliamo di Internet - spiega Capanna al Giornale - basta entrare nel sito www.fondazionedirittigenetici.org per verificare la nostra assoluta inattaccabilità e trasparenza. Beneficiamo di contributi sia pubblici sia privati, provenienti dal centrodestra quanto dal centrosinistra. Tutto ciò a dimostrazione che non siamo al servizio di nessuno, se non del cittadino e degli organismi internazionali che si avvalgono delle nostre ricerche». Ricerche che nei forum dedicati alla polemica-Ogm in tanti definiscono «a senso unico». «Assolutamente no - ribatte l’ex leader col pugno chiuso, passato dai fasti ideologici di Democrazia proletaria, a quelli decisamente più terra-terra di Democrazia agraria -. La nostra è un’authority indipendente composta da studiosi laici e cattolici che forniscono informazioni sulle conseguenze che in ogni campo provengono dagli Ogm».

L’informazione più utile? «Sette italiani su 10 sono contrari a prodotti alimentari modificati geneticamente».
Sarà che Capanna ha la fortuna di possedere un orto fai-da-te, ma se il simbolo dei «formidabili» anni della contestazione intervistasse al mercato una massaia manganellata dal caro-spesa, vedrebbe forse crollare qualche certezza. Siamo sicuri ad esempio che - nell’ipotesi gli Ogm riuscissero magari a far abbassare il prezzo di frutta e verdura - quei 7 italiani su 10 non passerebbero in blocco sul fronte pro-Ogm? «I dati in nostro possesso dicono esattamente il contrario - ribatte Capanna -. Gli italiani sarebbero disposti a spendere anche di più, pur di avere a tavola alimenti veramente genuini. Del resto la nostra specificità agroalimentare è invidiata e copiata in tutto il mondo, rinunciare ad essa per omologarci alle produzioni Ogm rappresenterebbe un suicidio culturale, ancor prima che commerciale. Ma attenzione, non siamo contrari alla modernità, anzi la nostra iniziativa è quanto di più moderno possa essere concepito. Siamo a favore della sperimentazione scienza, ma che non deve mai essere scissa dal principio di prudenza e precauzione».

Giaccone verde sdrucito, maglione nero di lana, camicia di flanella a quadri e jeans da lavoro: un abbigliamento bucolico, quello di Capanna, che ricorda la tenuta da battaglia che Super Mario usava quando lanciare uova contro le impellicciate signore milanesi colte da fregola scaligera; potesse riorganizzarli oggi quei blitz, Capanna userebbe sicuramente uova Ogm-free, formula inglese solo a pronunciarla ti senti pervaso di genuinità.Dica la verità Capanna, la politica le manca?
«Il Mario contadino di oggi non è altro che la naturale evoluzione del Capanna di ieri. Ho scoperto una nuova frontiera della politica: le biotecnologie, la clonazione, l’ingegneria genetica, gli organismi geneticamente modificati. Il nostro obiettivo è evitare che le uniche cinque multinazionali del settore assoggettino, attraverso il monopolio dei brevetti, le biotecnologie alle regole del profitto».

Le multinazionali replicano che grazie alla loro opera si può combattere la fame nel mondo. «La verità è opposta. Dovendo ricomprare ogni anno i semi geneticamente modificati e i pesticidi cui le piante resistono, i Paesi poveri si indebitano due volte».
Sta di fatto che gli Ogm sono una realtà e la mondializzazione dell’economia ci ha ormai trasformati da produttori per il consumo in consumatori per la produzione; peccato che la ditta Capanna&C si illuda di chiudere il cancello quando i buoi sono già scappati: «Bisogna sforzarsi di porre dei paletti. Per la prima volta nella storia dell’uomo la tecnica può innestare geni di specie diverse. In tempi brevissimi si possono sconvolgere equilibri che la natura ha impiegato milioni di anni a creare».

Un consiglio per Berlusconi e Franceschini?
«Suggerirei a entrambi una parentesi di vita in campagna, condividere il valore del sudore sui campi garantirebbe risultati politici migliori. Nel peggiore dei casi potrebbero contare su pomodori, zucchine e patate sempre belli freschi».





D'Alema, ora parlaci di Tarantini Le quattro domande a "Baffino"

Il Tempo

L'imprenditore pugliese deposita un esposto in Procura per la pubblicazione verbali di interrogatorio e conferma: "D'Alema dice che non mi conosce. Se necessario porterò le prove"


Una giornata interminabile di dichiarazioni e controdichiarazioni. Un ping pong serrato. E al centro c'è proprio il piatto forte della ristorazione barese, le "fave e cicorie", pietanza che Massimo D'Alema ricorderà tutta la vita. Galeotta fu la cena elettorale pagata dall'imprenditore Giampaolo Tarantini, il 28 marzo 2008.

Galeotta fu la cena elettorale pagata dall'imprenditore Giampaolo Tarantini, il 28 marzo 2008, allo stato maggiore del Partito democratico, nel ristorante La Pignata, nel centralissimo corso Vittorio Emanuele, alla presenza del gotha dei primari della Puglia. L'episodio, sempre minimizzato sia da D'Alema che dal sindaco di Bari Michele Emiliano, è diventato di colpo rovente dopo la ricostruzione della serata offerta sul settimanale Panorama. Non si è trattato di un incontro fugace, come in primo momento raccontato dai protagonisti, ma di una «mangiata» vera e propria. E la disposizione dei posti nella lunga tavolata non lascia dubbi. Il proprietario dello storico locale barese, Franco Vincenti, racconta che D'Alema «era seduto accanto a Tarantini». L'imprenditore barese, intanto, passa al contrattacco dopo esser stato rinnegato come Gesù Cristo da San Pietro prima della Crocefissione.

In mattinata, sbarbato, con abito scuro e camicia bianca, si è presentato accompagnato dal suo legale, Nicola Quaranta, nella Procura di Bari: ha depositato un esposto per la pubblicazione sul Corriere della Sera del contenuto dei verbali di interrogatori a cui è stato sottoposto dal pm Giuseppe Scelsi. Nel documento si ipotizzano i reati di violazione del segreto d'ufficio e pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale. Stuzzicato dalle domande dei giornalisti, Tarantini ha puntualizzato: «Sbagliano quanti oggi dicono di non conoscermi o di non ricordarsi di me. Farebbero bene a ricordarsi chi sono». È presto detto a chi si riferisca. «Emiliano e D'Alema - ha specificato - hanno detto di non conoscermi: se ce lo chiederanno gli inquirenti forniremo tutte le indicazioni utili».

Il riferimento è alla famosa mangiata di «fave e cicorie». «Sì - taglia corto l'indagato - ma non dico nulla perché su quella cena sono in corso indagini da parte della Procura». La reazione del sindaco di Bari è scomposta e furente ma glissa sulle «fave e cicorie»: «Ove Tarantini non chiarisca immediatamente che non mi ha mai conosciuto, che io non gli ho mai chiesto alcunché e che non sono mai andato a casa sua lo querelerò senza indugio, perché ciò che ha dichiarato all'Ansa può far pensare che io non abbia detto la verità». Insomma si infuria ma non nega la cena. Dura la reazione di Massimo D'Alema: «Confermo che non ho mai avuto rapporti con Tarantini. Se sostiene il contrario, dica come, quando e dove». Eppure ci sarebbero le «fave e cicorie» degustate insieme che farebbero pensare almeno ad una «conoscenza superficiale»... Sornione in serata Tarantini si gode il successo della sua sortita scaccia-ipocrisia.

«Sorvolo sui toni minacciosi ed offensivi del sindaco Michele Emiliano, ma mi rallegra sapere che siamo d'accordo sull'unica cosa che io ho sempre dichiarato: cioè che abbiamo cenato insieme». Infine è in arrivo anche un esposto del ministro Raffaele Fitto. Il suo legale, il deputato Pdl Francesco Paolo Sisto reagisce così alla pubblicazione su un quotidiano nazionale di un articolo nel quale «si enfatizzava l'esistenza di conversazioni telefoniche, seppur irrilevanti, tra Gianpaolo Tarantini e Raffaele Fitto». «Non è possibile - conclude Sisto - che si continui sistematicamente a leggere atti e fatti di indagine coperti da segreto sulle pagine dei giornali».

Michele De Feudis



Di Pietro s’inventa vittima dei poteri forti

di Stefano Zurlo

Milano - Toh, un’altra versione sull’addio alla toga: Antonio Di Pietro deve averne un armadio pieno e ogni tanto sfodera un nuovo racconto. Quando gli posero la domanda, in aula, a Brescia, balbettò parole inconcludenti. Non importa. L’ex Pm tira dritto e da 15 anni alimenta il giallo sulle dimissioni dalla magistratura, trasformando i propri difetti in virtù. Così ora autocertifica che lui fu un uomo tutto d’un pezzo, quasi un eroe, in un mondo opaco, dominato dai poteri forti. E lascia intendere che se ne andò, nel dicembre ’94, per aver toccato i fili del potere. Quello vero.

"Quello che è accaduto una sola volta a Boffo a me è successo 353 volte e se non avessi chiesto tre rogatorie internazionali, oggi sarei ancora in magistratura". Allora, 15 anni fa, vendeva un altro finale: "Mi tirano per la giacchetta". Come dire, vogliono incasellarmi, vogliono colorarmi, vogliono targarmi. Basta, me ne vado. Una spiegazione fumosa, fumosissima, mentre l’Italia intera, dal Quirinale all’ultimo disoccupato, stava col fazzoletto in mano e lo scongiurava di non lasciarla orfana. Oggi apprendiamo che andò in un altro modo. Gli toccò portare la croce delle rogatorie. "All Iberian, Ior, dove transitavano i fondi neri Montedison e Sacise, relativa ai conti esteri di Agnelli".

Per la verità quelle rogatorie ebbero alterne fortune ma comunque diedero i loro frutti: si scavò sullo Ior per via della maxitangente Enimont, i processi relativi ad All Iberian, ovvero Berlusconi, sono arrivati a sentenza, anche se falciati dalla prescrizione. Molti osservatori hanno invece criticato la Procura di Milano perché la Fiat di Cesare Romiti sarebbe stata trattata con i guanti bianchi, specie dopo una riunione con gli avvocati del Lingotto nell’ufficio di Borrelli nell’aprile ’93. In ogni caso, se il Tonino nazionale ha captato che qualcosa non quadrava perché non l’ha denunciato? Invece no, continua a denunciare le versioni precedenti sulla grande fuga, proprio al culmine della popolarità. L’Italia s’infiammava e si disperava, perdeva il suo gioiello planetario e lui ripeteva quella filastrocca scipita: "Mi tirano per la giacchetta".

Nessuno ci capì nulla e non è che col tempo si sia capito granché. I giudici di Brescia, però, a dispetto dei suoi silenzi e delle sue afasie, qualcosa hanno accertato. Francesco Maddalo, per esempio, parla di "fatti specifici che oggettivamente potevano presentare connotati di indubbia rilevanza disciplinare". Sì, sono le amicizie oblique con i Gorrini, i Rea, i D’Addamo, i prestiti, i soldi vorticosamente restituiti in una scatola di scarpe, la Mercedes e il telefonino. Tutte vicende che a Roma erano note: nulla, per quanto ha stabilito la magistratura sul piano penale, ma una macchia possibile sulla carriera del magistrato tutto d’un pezzo. E allora, fatti due conti sul proprio futuro, a dicembre ’94 Di Pietro toglie il disturbo e spicca il volo, pronto ad iniziare una nuova vita. Non importa che poche settimane prima, dopo aver azzoppato il Cavaliere con il famoso avviso di garanzia recapitato a Napoli, abbia detto: "Io a quello lo sfascio".

L’inchiesta più importante di Mani pulite proseguirà senza il suo primo pilota, lui si defila, fra abbracci commossi e frasi sibilline sulle giacchette. La toga è ormai troppo piccola per le ambizioni extralarge dell’ex Pm. Che scalpita a bordo del ring della politica e qualche settimana dopo, oplà, si presenta ad Arcore, proprio a casa di colui che doveva sfasciare, per contrattare una qualche poltrona. Il Pool freme d’indignazione, Borrelli lo scomunica minacciando di "buttarlo giù dalle scale", lui va a zigzag, la confusione aumenta. Polveroni. Aureole. Pianti. I suoi fan, che non hanno mai visto l’uomo ma il piedistallo che lo sorregge, intravedono ovunque manovre torbide per fermarlo, ma i giudici di Brescia stanno con i piedi per terra: "Decisiva appare l’intenzione di Di Pietro di intraprendere l’attività politica ovvero di ottenere incarichi pubblici di maggior rilievo". Altro che rogatorie o giacchette. Il magistrato ormai zoppo si trasforma in un amen in un leader politico.

"Il desiderio di lasciare l’incarico giudiziario nel momento di massima popolarità non poteva non essere funzionale e strumentale ad un successivo sfruttamento di questa popolarità, proprio in vista di quella prospettata attività politica". Insomma, dopo aver sedotto l’opinione pubblica a colpi di avvisi di garanzia e manette, Di Pietro ha elegantemente deciso di incassare il bonus della popolarità. Ma chissà, per il ventesimo o il trentesimo di Mani pulite, stirerà un’altra versione, estratta per l’occasione dal suo sterminato guardaroba.


Folla in piazza Duomo per l'ultimo saluto a Mike

Avvenire

12 Settembre 2009
FUNERALI DI STATO


Una folla immensa si è riunita in Piazza Duomo per il funerale di Mike Bongiorno che si terrà alle 10. Già da questa mattina presto si è formata una lunga coda per cercare di entrare in Duomo ed assistere al rito funebre. Tutti in fila per l'ultimo tributo. E per chi ha rinunciato a un posto nella cattedrale rende omaggio a Mike con cartelloni e striscioni. «Ti vogliamo bene». Oppure: «Grazie l'Italia ti ama».

Presenti fra gli altri il premier Silvio Berlusconi e il sindaco di Milano, Letizia Moratti, e poi Fiorello, Fabio Fazio, Renzo Arbore, Massimo Boldi, Giorgio Gori con Cristina Parodi, Susanna Messaggio, Alba Parietti. La cerimonia è stata officiata con rito ambrosiano dal vescovo ausiliario di Milano e abate di Sant'Ambrogio, monsignor Erminio De Scalzi. Tra quelle sistemate davanti all'altare, anche la corona del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. 

Un fragoroso applauso della folla accalcata intorno alle transenne ha accolto l'arrivo del feretro. Ad attenderlo, davanti al portale del Duomo, la moglie Daniela e i tre figli Leonardo, Michele e Nicolò. La tv nell'omelia.

«Era un uomo felice di vivere, sposo e padre affettuoso, suscitava amicizia, ero uno spirito retto, preoccupato che la televisione non fosse più in grado di assolvere soprattutto un compito educativo e si lasciasse invece andare a una deriva dominata dal cattivo gusto», ha detto monsigonr De Scalzi in un passaggio dell'omelia.

Per il presidente del Consiglio, Mike Bongiorno «nel periodo della nascita della tv è stato un grande fautore dell'unità di Italia, ha sviluppato quel comune sentire che ha avuto poi nella lingua italiana il mastice di ogni differenza regionale». Mike, ha aggiunto il premier, era «dispensatore di positività nei confronti di quelli con cui veniva in contatto, un uomo buono».

Un fragoroso applauso si è levato all'interno del Duomo quando monsignor De Scalzi ha chiuso la predica con la parola "allegria", che ha contraddistinto tutta la carriera di Bongiorno. «Oggi - ha detto l'officiante - con l'affetto di innumerevoli persone consegniamo questo fratello nelle mani di Dio».


Quando nacque lui era lì, a cullarla tra le sue braccia. Com’era piccola e tenera e ingenua, la televisione, in quel 1954 quando Mike Bongiorno esordiva con 'Arrivi e partenze'. Non era né più colto né più scaltro né più raccomandato degli altri. Era un italiano di New York, o un newyorkese d’Italia. Gli altri studiavano e costruivano teoremi sulla tv; lui la conosceva, avendola vista negli Usa, probabilmente amata come sanno fare gli amanti veri: ne aveva posseduta l’anima, subito. Sapeva, perché lo 'sapeva', che il cinema esigeva superman, nel buio della sala e con il suo grande schermo caldo; la tv, invece, dentro il quadratino piccino nel soggiorno, davanti all’intera famiglia riunita; o appollaiata sopra il suo trespolo dei bar odorosi di vino e mortadella; lì, la tv chiedeva everyman, gente comune.

Ovvero, come nel 1961 intuì Umberto Eco nella sua fulminante 'Fenomenologia di Mike Bongiorno', l’uomo assolutamente medio, nel senso – tenetevi forte – della «'medietà' aristotelica, equilibrio nell’esercizio delle proprie passioni, retto dalla virtù discernitrice della 'prudenza'». Nell’Italia che la tv s’incaricava di unire attorno agli stessi consumi, miti e linguaggi, il signor Mike – è sempre il maestro Eco ad erudirci – si esprime in un «basic italian», il massimo della semplicità: «Abolisce i congiuntivi, le preposizioni subordinate, riesce quasi a rendere invisibile la dimensione sintassi. Evita i pronomi, ripetendo per esteso il soggetto, impiega un numero stragrande di punti fermi. Non si avventura mai in incisi e parentesi, non allude», eccetera. Chiunque ha l’impressione di potersi esprimere in modo più ricco di lui.

Conclusione: «Mike Bongiorno convince il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità». Un giudizio sommario e snob? No, ammirato e profetico. Tra il 1955 e il 1959 porta il quiz americano in Italia con 'Lascia e Raddoppia?', negli anni Settanta trionfa con 'Rischiatutto'. E a questo punto, intuisce per primo ciò che nessuno aveva intuito. Si ritrova con un’altra creatura da cullare tra le braccia. Di nuovo papà. Ieri della veterotelevisione; oggi della neotelevisione. Passa dalla Rai a una cosa che si chiama Tele Milano, appartenente a un oscuro imprenditore di nome Silvio Berlusconi. Perché una simile pazzia? Se lo chiedono tutti. Avranno la risposta qualche tempo dopo. Stava nascendo la neotelevisione, quella dei cento canali e dei mille spot... e dell’infinità mediocrità. Scriverà Aldo Grasso nella Garzantina della tv: «Per primo Bongiorno aveva capito che non serviva più promuovere programmi per vendere la televisione, ma occorreva realizzare spazi pubblicitari per vendere prodotti, rivelandosi anche in questo un maestro, il vero profeta del verbo berlusconiano». Sono gli anni di 'Bis', di 'Telemike', della 'Ruota della fortuna' (altro prodotto made in Usa). Mike Bongiorno è una sicurezza per gli investitori: affidargli un prodotto significa farne decollare le vendite, sempre.

Ma gli anni passano, pure per l’inossidabile classe 1924... E anche la neotelevisione invecchia e appassisce, erosa dalla tecnologia, dai dvd, dai mille canali satellitari, dalla pay-tv, da internet, dal digitale. La neotelevisione è morta, anche se non tutti se ne sono accorti. Mike se n’era accorto prima degli altri, come al solito. Ed era stato messo da parte, o si era messo da parte lui. Ieri definitivamente. Sapeva che non avrebbe cullato più nessuno tra le sue braccia.


Quando scompare un personaggio che la no­torietà ha reso familiare, tutti si sentono un po’ più soli. E sta accadendo per la im­provvisa notizia della morte di Mike Bon­giorno, appena visto sul piccolo schermo in un suo ironico spot pubbli­citario con Fiorello, e po­co fa nel taxi- quiz di SkyUno e nelle interviste nelle quali parlava entu­siasta del «suo» Riskytutto che stava per avviarsi… Il lavoro, appunto. Perché nelle tante conferenze stampa e presentazioni nelle quali Buongiorno in­contrava i giornalisti emergeva immediato il suo amore per il «lavoro», per quanto stava via via in­traprendendo nella sua lunga carriera televisiva: aveva un carattere spinoso, questo sì, non perde­va tempo e non accettava che lo si perdesse, ma aveva anche, e lo dimostrava, un grande rispetto per quello che stava proponendo e facendo, un rispetto per il lavoro che forse ora non è più di moda, in un’epoca in cui la parola chiave è «eva­sione », ma che Mike sapeva applicare anche allo sport e al divertimento.

Era, a parte gli scatti di insofferenza con i quali di­mostrava la sua vitalità e il suo entusiasmo, uno che al lavoro ci credeva davvero, e non ha mai so­gnato la pensione come rifugio. Il suo rifugio era l’energia con la quale, malgrado gli anni, proget­tava e studiava per la tv che era il suo mondo. Il rimpianto per un distacco brusco da Mediaset, del quale si era lamentato con spontaneità disar­mante, era anche una dichiarazione di impegno che non è mai venuta meno: perché i suoi quiz, con quali ha svegliato un’Italia sonnolenta, erano affermazioni sincere di stima per una cultura non da sbandierare come vanto, ma da acquisire a da partecipare come ricchezza vera. Forse una cul­tura- erudizione, in qualche misura: ma una cul­tura fatta di studio e di applicazione e di personale passione, fosse per la musica o la gastronomia o le più varie specialità.

Da non confondere, in­somma, con le trappole a premi attuali con le qua­li si esalta la fortuna come casualità da corteggia­re attraverso esibizioni-lotteria spesso imbaraz­zanti. Ha fatto onore allo studio e al sapere rispettan­dolo con personale apprezzamento, proponen- dosi con una modestia che favoriva le sue tanto citate « gaffes » , espressione immediata di una spontaneità che conquistava senza sussiego e ar­rivava a tutti, con una familiarità semplice e di­retta. Così che anche oggi, dopo mezzo secolo e più di attività, Buongiorno progettava e studiava il modo di restare insieme al suo pubblico, alla gente di ogni età e di ogni ap­partenenza che lo stimava e lo apprezzava comprendendo l’onestà del suo agire e la se­rietà che animava le sue pro­poste pur intese come «gioco». Ha lavorato con impegno, ha creduto in quello che faceva si­curo di fare cosa giusta: epitaf­fio forse banale, sull’onda del­l’emozione repentina, che tan­ti suoi spettatori certamente condividono, al di là di soggettive valutazioni.

E mentre salutiamo con commozione un vecchio signore dello schermo dallo spirito sempre giovane e il suo manifesto a­more per la vita, ricordiamo la sua voce che si in­teneriva, alla fine delle conferenze stampa, quan­do qualcuno gli chiedeva dei figli, che raccontava nelle varie tappe della loro crescita, felice delle lo­ro conquiste: parlando dei quali gli brillavano gli occhi e gli si ammorbidiva il piglio brusco, con u­na tenerezza in cui si specchiava non più il pro­fessionista arrivato ma l’uomo, ricco di affetti sin­ceri coltivati con amore. Quello degli spettatori della tv è un mondo mi­sterioso e vario, che invano i dati auditel cercano di decifrare. Ma certamente ieri, apprendendo del­l’improvviso addio di «Mike», come tutti lo cono­scevano, molti, moltissimi avranno rivolto al vec­chio amico un saluto affettuoso e partecipe, ve­nato già di nostalgia per quel tempo di semplicità intesa come ricchezza. E il suo celebre «Allegria!» sarà tornato alla mente di tanti, nell’ultimo inti­mo saluto, come coraggioso augurio di bene.

Italoamericano, figlio di madre torinese, Michael Nicholas Salvatore Bongiorno era nato a New York il 26 maggio del 1924. Il nonno paterno, Michelangelo Bongiorno, era emigrato da Campofelice di Fitalia a quel tempo frazione di Mezzojuso in Sicilia, dove aveva una bottega. Tornò, ancora piccolo, con la madre a Torino, dove frequentò il liceo classico.

Durante la seconda guerra mondiale, abbandonò gli studi e, grazie alla sua conoscenza dell'inglese, fu impiegato come staffetta per le comunicazioni tra Alleati e gruppi partigiani. Fu catturato dalla Gestapo e messo al muro per essere fucilato, ma si salvò perché fu perquisito e gli agenti tedeschi gli trovarono i documenti americani. Allora essi lo portarono nel carcere di San Vittore a Milano, dove fu detenuto per 7 mesi, per poi venire deportato dapprima nel campo di transito di Bolzano (dove fu testimone delle atrocità commesse da Michael Seifert, alias "Misha"), poi nel campo di concentramento austriaco di Mauthausen. Fu liberato prima della fine del conflitto grazie ad uno scambio di prigionieri di guerra tra Stati Uniti e Germania.

Tornò a New York, e dal 1946 lavorò presso la sede radiofonica del quotidiano Il progresso italo-americano. Con Corrado era il presentatore più popolare in Italia, ove, nel 1953, si trasferì per contribuire alla nascita della televisione. E, seppure Corrado apparve prima nelle trasmissioni sperimentali TV, dalla Triennale di Milano, fu Bongiorno a presentare la prima trasmissione in onda dalla TV di Stato italiana (RAI), cioè Arrivi e partenze.

Nel 1955/56 presentò alla radio il programma a quiz Il motivo in maschera, con l'orchestra diretta da Lelio Luttazzi. Sulla stessa falsariga, tra il 1967 e il 1970, Mike Bongiorno condurrà la trasmissione radiofonica pre-serale Ferma la musica!, con il complesso diretto inizialmente da Gorni Kramer e poi da Sauro Sili. Nel 1955 Bongiorno recitò nel film Il prezzo della gloria e in alcuni fotoromanzi, e subito dopo lanciò il primo quiz della televisione italiana, Lascia o raddoppia? (versione italiana del quiz americano The 64.000 $ Question), contribuendo a far entrare il nuovo mass media nella cultura popolare di una nazione che, all'indomani della seconda guerra mondiale, stava subendo forti e radicali cambiamenti.

Agli inizi degli anni sessanta Umberto Eco gli dedica il celeberrimo saggio Fenomenologia di Mike Bongiorno, nella quale la tecnica comunicativa del conduttore viene analizzata dal noto scrittore in maniera accademica. Umberto Eco rintracciava le radici profonde del successo di questo personaggio nella sua "mediocrità assoluta" grazie alla quale «lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti».

Nel 1960 egli intraprende la conduzione del programma di successo Campanile sera, prosegue la sua carriera nel 1963 con la seguitissima trasmissione La fiera dei sogni e nel 1966 con Giochi in famiglia.

A partire dal 1963, ha condotto ben undici edizioni del Festival di Sanremo, l'ultima nel 1997 con Valeria Marini e Piero Chiambretti. Altri quiz di grande successo dell'epoca Rai furono invece Rischiatutto, del 1970 e Scommettiamo?, del 1976.

Fu uno dei primi grandi conduttori a lavorare con le televisioni private e contribuì, con l'imprenditore Silvio Berlusconi, alla nascita della televisione commerciale (da sempre monopolio statale). Già nel 1979 condusse, su Telemilano (quella che poi sarebbe divenuta Canale 5), prima Milaninter club (una rassegna sportiva in onda dal 1978 al 1979), poi la trasmissione I sogni nel cassetto. L'ultima trasmissione in Rai fu Flash (1980/1982), dopodiché passò definitivamente al nuovo gruppo Mediaset per condurre trasmissioni che gli furono particolarmente congeniali: i telequiz Bis (1981) Superflash (1982), Pentathlon (1985), Telemike (1987), Tutti x uno (1992).Dal 1989 al 2003 ha condotto La ruota della fortuna. In questa conduzione è stato affiancato da diverse vallette: la prima fu Ylenia Carrisi (figlia di Al Bano e Romina Power), Paola Barale, Antonella Elia, Claudia Grego, Miriana Trevisan e Nancy Comelli.

Nel 1993-1994 conduce Festival italiano su Canale 5 (sulla falsariga del Festival di Sanremo) con Paola Barale (prima edizione) e Antonella Elia (seconda edizione). Dal 1990 ha condotto Bravo Bravissimo e dal 1994 Viva Napoli, in entrambe le trasmissioni veniva spesso affiancato dalle vallette de La ruota della fortuna.Nell'estate del 1999 e del 2000 ha condotto Momenti di gloria, insieme ad Ellen Hidding, trasmissione in cui cantanti non professionisti potevano incarnare il proprio cantante preferito.

Nel 2000 ha condotto su Canale 5, insieme ad Antonella Elia, Qua la zampa, trasmissione dedicata a cani, gatti e altri animali domestici. Nell'estate del 2001 ha condotto Paperissima Sprint, al posto di Striscia la notizia, affiancato dal Gabibbo e di Antonella Mosetti.

Nelle ultime stagioni televisive Bongiorno si è dedicato alla conduzione di due quiz su Retequattro: Genius, un format televisivo dedicato ai ragazzi, e Il migliore.

È stato testimonial di alcune campagne pubblicitarie tra cui L'olio Cuore (insieme al figlio Leonardo) e Wind Infostrada insieme a Fiorello.

Ha conseguito il titolo di dottore presso l'università IULM di Milano nell'agosto del 2007.

Nel settembre 2007 è tornato in Rai per la conduzione della 68° edizione di Miss Italia su Rai Uno insieme a Loretta Goggi.

Dal 14 aprile 2008 ha condotto "L'Offerta del Mese" sul canale Mediashopping. Il 20 marzo 2009, tramite un comunicato in risposta alle critiche che vedevano la sua partecipazione ad una promozione del nuovo show di Fiorello su Sky come un tradimento nei confronti di Mediaset, ha reso noto di non aver avuto rinnovato il contratto dall'azienda di Cologno a fine 2008, e di essere perciò libero di poter lavorare con chiunque. Tra le opportunità per Mike nel dopo-Mediaset ci sarebbe una partecipazione al Fiorello Show su Sky.

Il 26 marzo 2009 viene comunicato che Mike Bongiorno ha firmato un contratto con Sky, grazie al quale avrebbe condotto sul canale 109 Sky Uno 12 puntate del famoso quiz Rischiatutto, ribattezzato per l'occasione RiSKYtutto.

La notte fra il 7 e l'8 settembre 2009, muore all'età di 85 anni, colto da un infarto mentre si trovava nella sua residenza di Monte Carlo. La notizia viene resa nota l'8 settembre per prima da Sky.

LE PIÙ BELLE IMMAGINI

Il tramonto del «lei» a capi e prof Per salvarlo appelli e ordinanze

Corriere della Sera


Circolare ai dipendenti di un’azienda pubblica dell’Aquila: il «tu» è vietato


L’esempio viene dall’alto, si diceva un tempo. Ma oggi si può dire, a ragion veduta, l’esat­to contrario: l’esempio viene dal basso. Per esempio dalle co­munità virtuali diffuse in rete, dove i contatti sono program­maticamente informali e ci si può rivolgere con il «tu» a ogni interlocutore, senza farsi troppi problemi. E non è detto, pertan­to, che la diffusione della secon­da persona singolare al posto del più rispettoso «Lei» non de­rivi proprio da lì. Intanto, si se­gnalano due notizie al riguardo che fanno riflettere anche per­ché arrivano in contemporanea da luoghi e da contesti molto di­versi.

La prima viene dall’Aqui­la, dove Vittorio Sconci, presi­dente dell’Azienda farmaceuti­ca municipalizzata, ha sentito l’esigenza di inviare un richia­mo ai dipendenti per ricordare loro che «all’amministratore de­legato si dà solo del lei». La se­conda arriva dal Difensore del Popolo spagnolo, Enrique Múgi­ca. Il quale quest’anno, nell’abi­tuale bilancio della sua attività, uscendo forse dal suo consueto seminato, ha avvertito a futura (ma neanche troppo) memoria i suoi giovani concittadini che «dare del tu ai professori è una mancanza di rispetto».

Insomma, se si muovono le autorità amministrative e quelle politiche per porre un argine al «tu» indiscriminato, deve esse­re proprio vero che le forme di scortesia stanno prendendo il sopravvento a ogni latitudine. Poco importa se l’alternativa è da una parte il moderno (e italia­nissimo) «Lei» (che per iscritto perde abitualmente la maiusco­la) e dall'altra il tradizionale «Usted», contrazione della locu­zione astratta «Vuesta Merced» sul tipo delle nostre vecchie for­mule meridionali «Vossia» o «Vossignoria».

Dunque, siamo diventati tutti potenziali seconde persone sin­golari per chiunque. Il prof per l’allievo, il capufficio per il suo di­pendente, il politico per il giorna­­lista, il cliente attempato per la commessa, l’avventore per il bari­sta. E viceversa. «L’abitudine di collezionare amici ovunque, in internet attraverso facebook o via chat, oppure in tv nelle rubri­che della De Filippi, ha invaso la vita sociale». È una prima rifles­sione del filosofo Remo Bodei, che aggiunge: «Si sta diffonden­do un’idea di cameratismo spon­taneo che non è democrazia ma solo sciatteria e banalizzazione dei rapporti umani». L’altro fatto­re rilevante specie per le giovani generazioni è, secondo Bodei, l’effetto-emulazione nei riguardi dell’inglese, dove «you» è onni­comprensivo da secoli.

La prospettiva di uno storico della lingua come Francesco Sa­batini, ex presidente dell’Acca­demia della Crusca, non è mol­to dissimile. Anche quando se­gnala che in Abruzzo, come in altre regioni meridionali, «l’uso del 'tu' senza intenzioni di con­fidenza discende da una tradi­zione contadina locale». Ma qui si parla d’altro: «In un sistema più ampio di relazioni, nell’am­ministrazione di Bergamo o di Bari, la regola del rispetto e del­la distanza richiede il 'Lei'». Senza arrivare alla deferenza fantozziana, è però difficile ve­dere dei vantaggi in una deregu­lation linguistica diffusa, secon­do Sabatini: «Farsi dare del tu da un superiore è un errore, per­ché toglie ogni margine di dife­sa. Il 'Lei' reciproco garantisce una distanza nelle due direzio­ni. Va però instaurato un siste­ma uniforme: il 'tu' con il 'tu', il 'Lei' con il 'Lei'».

Dunque, il richiamo di un’am­ministrazione ai dipendenti per l’osservanza delle forme lingui­stiche è un segnale preoccupan­te? «La circolare sfiora il ridico­lo, è il sintomo di un’insufficien­za grave, perché l’insegnamento non dovrebbe essere impartito da una lettera interna ma dal­l’educazione prima familiare, poi scolastica e sociale». Sociale in senso lato. Ma anche con al­lusioni specifiche: «I mass me­dia hanno diffuso modelli di rap­porti appiattiti e non decifrabili, per cui in televisione spesso trionfa il 'tu' indipendentemen­te dal tipo di relazione che c’è tra gli interlocutori». In un tem­po non troppo remoto (vedi il 68) si pensava che la seconda persona reciproca fosse un in­grediente necessario al sogno della parità universale:

«Che un professore si faccia dare del tu dai suoi allievi mi pare solo po­pulismo. Io lo eviterei sempre e a volte lo spiego ai miei allievi dicendo che è anche una forma di rispetto nei loro confronti». Fatto sta che in italiano abbia­mo una ridondanza di formule di saluto e di cortesia (un tempo avevamo persino il «Voi»), men­tre a un francese basta un «s’il vous plaît» e a un inglese un «please» per dire quel che noi possiamo esprimere con mille sfumature: «È vero che un 'sal­ve' come saluto può essere posi­tivo e risolvere qualche proble­ma, ma la semplificazione della lingua è spesso il segno di un’umanità appiattita».

Paolo Di Stefano

E il Poverello inventò il mercato solidale

Avvenire


Il Canto XI del Paradiso è il Canto nel quale Dante si spende per il celebre elogio a san Francesco. Proprio nel 2009 si commemora l’VIII centenario dell’approvazione del francescano propositum vitae da parte di Innocenzo III. Ma oltre a ciò il pensare francescano sta prepotentemente tornando d’attualità in quell’ambito specifico, eppure importante, della vita associata che è la sfera economica.

Dal XII secolo prese avvio un processo di profonda trasformazione della società e dell’economia europea che durò fino alla metà del XVI secolo. Iniziò in Italia, in Umbria e Toscana, ma già sul finire del XIII secolo quel processo si era esteso anche ad altre regioni, nelle Fiandre, nella Germania settentrionale, nella Francia meridionale. Fu la cultura monastica la matrice dalla quale scaturì il primo lessico economico che si diffonderà in tutta l’Europa del basso medioevo. L’<+corsivo>ora et labora<+tondo> di Benedetto non era semplicemente la via per la santità individuale, ma il fondamento di quella che si affermerà come una vera e propria etica del lavoro basata sul principio della mobilità del lavoro che già il giudaismo aveva affermato.

L’esperienza del monachesimo, benedettino e cisterciense, rappresentò a sua volta il punto di arrivo della riflessione sulla vita economica che già i Padri della Chiesa, a partire dal IV secolo, avevano avviato con rigore sottoponendo il rapporto con i beni terreni al vaglio dell’etica cristiana. Beni e ricchezza non venivano condannati in sé, ma solo se male usati, cioè se considerati come fine e non come strumento. Speciale attenzione, ai nostri fini, merita il movimento cistercense. Sotto l’impulso di Bernardo di Clairvaux, tale ordine ebbe un enorme successo nella competizione con l’abbazia «rivale» di Cluny in Borgogna.

I cistercensi si trovarono sin da subito a dover affrontare due questioni di natura economica. La prima riguardava l’atteggiamento da tenere nei confronti del lavoro. Mentre per i cluniacensi, la sussistenza doveva essere assicurata dal lavoro delle persone ad essi sottoposte – i cosiddetti secolari –, i cistercensi sostenevano che era illecito vivere del frutto del lavoro altrui. Donde il rifiuto sia di ogni forma di rendita sia delle decime – le due principali fonti di entrata dei benedettini di Cluny. La seconda questione concerneva il regime di proprietà. Mentre la Regola di Benedetto affidava all’abate il possesso di tutti i beni (individuali e collettivi) con i quali doveva provvedere ai bisogni dei monaci, i cistercensi rifiutavano ogni possesso, anche quello di chiese e altari. La Carta Caritatis, considerata la costituzione cistercense fondamentale e la cui versione finale risale al 1147, è su tale punto di una fermezza irremovibile.

Quale la conseguenza, certamente non voluta né prevista, di tale duplice atteggiamento? Che lo stile di vita dei cistercensi, ben lontano dal lusso dei cluniacensi e improntato a rigore e povertà estrema, finì con l’attirare l’attenzione della gente che inondò di donazioni i loro monasteri. Accade così che, nel giro di pochi decenni, i seguaci di Bernardo si trovarono prigionieri della contraddizione che scaturiva dalla loro stessa spiritualità: vita sobria (e quindi bassi consumi) e lavoro altamente produttivo – il sovrappiù agricolo che riuscivano ad ottenere era superiore a quello realizzato nelle imprese tradizionali – avevano creato «l’imbarazzo della ricchezza».

Toccherà ai francescani trovare la via d’uscita definitiva, con l’invenzione dell’economia di mercato civile. Francesco, fondatore di un movimento eremitico trasformatosi, con uno sviluppo folgorante, in ordine mendicante, recepisce da Bernardo sia il principio secondo cui i contemplantes devono diventare anche laborantes, sia la regola per la quale i frati dovevano rinunciare anche alla proprietà comune. È rimasta celebre la durezza con la quale Francesco apostrofava i frati oziosi, che chiamava "«frati mosca» e «fuchi» e la severità con cui riprendeva «chi lavorava più con le mascelle che con le mani».

Se ne distacca però su un punto fondamentale: se si vuole trovare uno sbocco al sovrappiù generato in agricoltura e nella mercatura, e così ovviare all’imbarazzo della ricchezza, occorre dilatare lo spazio dell’attività economica facendo in modo che tutti possano parteciparvi. Occorre cioè arrivare alle città dove vive la più parte della popolazione da evangelizzare, creando appunto mercati. (Si rammenti l’insistente domanda di Jacques Le Goff sul perché i nuovi Ordini mendicanti – domenicani e francescani – fossero così attratti dalle città).

Come Giacomo Todeschini ha autorevolmente messo in luce, il convincimento in base al quale vi sarebbe un’insanabile inconciliabilità tra «economia di profitto» e «economia di carità», è privo di solido fondamento. Due sono le novità che il francescanesimo introdusse nell’orizzonte dell’epoca. La prima è che, se usare dei beni e delle ricchezze è necessario, possedere è superfluo. Il che porta a concludere che «grazie alla povertà, poteva essere più facile usare e far circolare la ricchezza».

La seconda novità è che, se si vuole che i frati possano esercitare con continuità la virtù della povertà,  è necessario che questa sia sostenibile, cioè possa durare nel tempo. Ecco perché si ricorre all’aiuto di laici – amici spirituali dell’Ordine – cui affidare la gestione del denaro. L’idea che una qualche divisione funzionale del lavoro sia necessaria prende così a diffondersi.

A partire dal 1241, anno della prima Esposizione della Regola, l’analisi sulla povertà dei frati si allarga alla società intera. Gli uomini di cultura guardano ai «contenuti profondamente economici della scelta pauperistica di Francesco e dei suoi seguaci» non più soltanto come via verso la perfezione individuale in senso cristiano, ma come «un ordine economico-sociale della collettività nel suo insieme». A Bonaventura da Bagnoregio, Ugo di Digne e John Peckham il merito di aver formulato il principio secondo cui la sfera economica, quella governativa (della civitas) e quella evangelica (secondo il carisma francescano), «sono tre gradi differenti ma integrabili di un’organizzazione della realtà». Se questa integrazione si realizza, essa genera frutti copiosi, così che ciò cui i poveri volontari rinunciano può essere impiegato per i poveri non volontari, fino alla loro tendenziale scomparsa.

Ebbene, così come il pensiero e l’opera del francescanesimo svolsero un ruolo determinante nel passaggio dal feudalesimo alla modernità, altrettanto decisive esse appaiono oggi nell’attuale passaggio d’epoca dalla modernità alla post-modernità. Non c’è da meravigliarsene: quando si prende atto della crisi di civilizzazione che incombe si è quasi sospinti a guardare con simpatia alla vicenda umana di Francesco per il quale l’inizio di una nuova vita, a livello anche sociale ed economico, è in una capacità di sguardo diversa sulla realtà: «Ciò che mi pareva amaro mi fu convertito in dolcezza dell’anima e del corpo». Dante fu tra i primi ad averlo afferrato, ed è anche per questo che merita lode.
Stefano Zamagni

Abbiamo fatto risparmiare 170 milioni a Rossi e lui non ci ha ancora pagato»

Il Messaggero

I commercialisti che hanno seguito Valentino nel contenzioso con il fisco italiano reclamamano la parcella mai versata


ROMA (11 settembre) - Dopo il patteggiamento con il fisco, andato a buon fine nel 2007, è ora lo studio di commercialisti Cesaroni-Cappellini a vantare un credito nei confronti di Valentino Rossi. Lo studio si è occupato degli affari del campione di Tavullia con il fisco, ma al momento del pagamento della parcella, il dottore non avrebbe saldato.

«Siamo molto amareggiati - afferma il dottor Massimiliano Tasini dallo studio di Pesaro - Da febbraio 2008, da quando cioè il contenzioso con il fisco si è chiuso positivamente per Valentino Rossi, abbiamo mantenuto un basso profilo per non ledere l'immagine del campione. Ora il nostro ufficio legale sta preparando un comunicato stampa che verrà diffuso lunedì prossimo per spiegare nei dettagli la vicenda».

Ancora non si parla di cifre, e il professionista dello studio Cesaroni-Cappellini, cerca di gettare acqua sul fuoco. «Per noi - afferma Tasini - si tratta di una cifra infinitesimale, ma siamo riusciti a far risparmiare a Rossi circa 170 milioni di euro, fate voi una proporzione».

Quanto emerge è che lo studio di Pesaro si è rivolto all'Ordine dei commercialisti per un parere di congruità della parcella, che dovrebbe essere intorno all'1-1,5% della cifra risparmiata da Rossi (1,7-2,5 milioni di euro all'incirca). Nel caso il parere dell'ordine dei commercialisti dovesse essere positivo per lo studio, il documento diventerebbe esecutivo e Valentino avrebbe 40 giorni per appellarsi.