venerdì 11 settembre 2009

Bossi: "Aprire agli immigrati? Fini li porti a casa sua"

Quotidianonet

E incalza: "Ognuno può suicidarsi come vuole"

Affondo del leader del Carroccio Pian del Re, dove si è svolta l’annuale cerimonia del prelievo dell’acqua del Po. Ma dice: "E' stato fatto un accordo elettorale e lui è uno che mantiene i patti"

Pian del Re (Cuneo), 11 settembre 2009  - "Dice di aprire agli immigrati? Se li porti a casa sua". Così Umberto Bossi replica a chi gli chiede un commento alla richiesta di Gianfranco Fini al premier di cambiare marcia nel governo. Conversando con i giornalisti a Pian del Re, dove si è svolta l’annuale cerimonia del prelievo dell’acqua del Po, il leader della Lega afferma che “sull’immigrazione è stato fatto un accordo elettorale. E lui (Fini, ndr) è uno che mantiene i patti al di là di quello che ha detto. C’è un patto - ribadisce - e sono sicuro che lo manterrà”.

 

Riguardo il suo recente attacco all’ex leader di An (“quello è matto”, ndr) Bossi dice: “Io non ho attaccato Fini, ho detto solo... E beh... Uno che vuole riempire il Paese di immigrati non è molto tranquillizzante”.

 

Sempre sul tema degli immigrati l’ipotesi di introdurre una norma per concedere l’asilo politico in mare non piace a Bossi, che afferma: “Non sono in grado di fare una valutazione su due piedi, ma secondo me no. Si fa la legge, poi la controlegge, ma se uno non può stare qui torni al suo paese.

 

Non è un metodo giusto quello di entrare da clandestino, si entra regolarmente e democraticamente”. Vale lo stesso ragionamento, conclude Bossi, per la proposta di accorciare i tempi per diventare cittadini italiani: “Non bisogna aggirare la legge. La legge c’è e va applicata quella che c’è”.

 

"Ognuno può suicidarsi come vuole", dice inoltre il leader del Carroccio, rispondendo ad una signora che in piazza a Paesana, ultima tappa della prima giornata di festa dei popoli padani, lo ha interpellato direttamente sul presidente della Camera. "Dare il voto agli immigrati non è quello che vuole la gente -ha aggiunto Bossi- Fini ha fatto la scelta sbagliata noi preferiamo stare con la gente".

Firenze, Gay pestato a sangue da due italiani Trovato da amici con il volto massacrato

Quotidianonet

A renderlo noto è l'Arcigay. Il ragazzo avrebbe riportato molteplici fratture: agli zigomi, alla mandibola e al naso. L'associazione: "Autorità e istituzioni non lo considerino un episodio isolato"

FEROCIA SELVAGGIA DOPO IL PRESIDIO ANTI-OMOFOBIA

Roma, 11 settembre 2009 

"Un ragazzo di 26 anni, nella notte tra il 9 e 10 settembre, poche ore dopo il presidio-fiaccolata unitario sui ponti fiorentini contro l’omo-transfobia, è stato pestato a sangue da due italiani in piazza Salvemini, mentre rientrava a casa dopo una serata trascorsa in un locale gay fiorentino". Lo rende noto Arcigay Firenze 'Il Giglio Rosa', in contatto diretto con il ragazzo e la famiglia.

"Siamo vicinissimi al ragazzo e alla sua famiglia, e siamo scossi dal fatto che anche la città di Firenze sia protagonista di un episodio di inaudita violenza ai danni di una persona omosessuale, proprio a poche ore dalla grossa mobilitazione contro la violenza omofobica che aveva visto una straordinaria partecipazione della cittadinanza", spiega l’associazione.

"Il ragazzo -prosegue l’associazione- era stato avvicinato e minacciato da due uomini nel corso della serata di mercoledì all’interno di un locale gay del centro. I due erano stati allontanati dai gestori. Intorno alle 3 del mattino, il giovane sarebbe uscito dal locale e si sarebbe diretto a piedi verso Piazza Salvemini, dove i due uomini, di circa 35 e 40 anni, lo avrebbero aspettato e gli si sarebbero scagliati contro a mani nude.

Il ventiseienne è stato trovato in un bagno di sangue da alcuni amici e accompagnato a casa in auto intorno alle 5. Nella prima mattinata di ieri, giovedì 10 settembre, il ragazzo è stato portato al Pronto Soccorso e successivamente ricoverato d’urgenza. Gli sono state diagnosticate, oltre che contusioni e tumefazioni, molteplici fratture: agli zigomi, alla mandibola e al naso".

"Al momento -spiega ancora l’associazione- il giovane gay è ancora sotto choc. Chiediamo però la collaborazione di tutte e tutti affinché possano essere individuati dagli inquirenti i due aggressori. Nel frattempo, oltre a fornire alla famiglia un primo aiuto psicologico, abbiamo dato mandato ai legali della nostra associazione, avvocati Alessandro Traversi e Paola Pasquinuzzi, di raccogliere la denuncia del ragazzo".

L’associazione conclude invitando "autorità e istituzioni a non considerarlo come un episodio isolato" e chiedendo "agli inquirenti di indagare accuratamente affinchè gli aggressori possano essere identificati e fermati quanto prima".

Cina, gli automobilisti ubriachi ora rischiano la pena di morte

Quotidianonet

Lo ha annunciato il sito della polizia di Shanghai, avvertendo i guidatori che nei casi più gravi le autorità giudiziarie potrebbero infliggere la pena capitale. Le pene, conclude la nota, saranno inflitte rapidamente e senza sconti

Pechino, 11 settembre 2009 - Non sarà un patente ritirata o qualche anno di galera a far desistere i conducenti ubriachi responsabili di gravi incidenti in Cina, ma il rischiare la propria vita: infatti potranno essere condannati a morte. Lo ha annunciato il sito della polizia di Shanghai, avvertendo gli automobilisti che nei casi piu’ gravi le autorita’ giudiziarie potrebbero infliggere la pena capitale.


In una nota dal titolo ‘’Severe punizioni per i guidatori ubriachi’’
e’ specificato che chi si mette al volante con un tasso alcolemico superiore al consentito (in Cina 80 milligrammi) rischia il ritiro della patente per almeno tre mesi, una multa di 500 yuan (circa 50 euro) e, nei casi di incidenti piu’ gravi, anche la pena di morte. Le pene, conclude la nota, saranno inflitte rapidamente e senza sconti.


La Cina ha visto negli ultimi tempi un aumento allarmante degli incidenti mortali provocati dall’abuso di alcol. La stampa locale ha sollevato un acceso dibattito dopo la condanna alla pena capitale inflitta a un trentenne di Chengdu (capoluogo della provincia del Sichuan), Sun Weiming, responsabile di un incidente che ha provocato lo scorso anno la morte di quattro persone.


Il giovane, al quale e’ stato riscontrato un tasso alcolemico di 135,8 milligrammi, aveva bevuto almeno otto bicchieri di baijiu (grappa cinese) senza preoccuparsi di dover poi guidare, secondo quanto riferito dagli amici che avevano cenato quella sera con lui.


L’accesa protesta dell’opinione pubblica sull’eccessiva gravita’ della pena data a Sun e non prevista dalla legge ha spinto le autorita’ a fare marcia indietro su quello che in Cina e’ ormai noto come ‘’il primo caso di un ubriaco alla guida condannato a morte’’.


I giudici hanno commutato la pena capitale con l’ergastolo, ma hanno anche aperto la strada a una possibile riforma della legge per la sicurezza stradale del 1997, giudicata da molti poco efficace.

Con la carta di identità elettronica non è facile andare all'estero

Corriere della Sera


Lanciata nel 2001 si sta rivelando un fiasco

 

La scadenza passa da 5 a 10 anni, ma il documento cartaceo di proroga non viene riconosciuto in molti Paesi

 

Dalle dimensioni di una carta di credito, con tanto di banda magnetica e fotografia inserita all’interno della plastica, doveva essere il fiore all’occhiello della nuova era digitale amministrativa. Ed invece la carta di identità elettronica, lanciata ufficialmente nel marzo del 2001 in 138 comuni e che nel giro di un lustro avrebbe dovuto sostituire il vecchio documento cartaceo ingombrante e facilmente deperibile, si sta rivelando un fiasco e anche una beffa per chi l’ha ottenuta. E non solo per il costo (circa 25 euro contro i 5 del vecchio documento) e le difficoltà di produzione, ma anche per il rinnovo e il rischio, in caso di scadenza e proroga, di non poter andare all’estero, Europa compresa.

CORREZIONI IMPOSSIBILI -
L’ultima tegola, quella che sta creando problemi anche all’estero, è arrivata con il raddoppio della scadenza: da cinque a dieci anni. Una cosa vantaggiosa per il cittadino, ma non per quello attrezzato con la nuova carta sulla quale è impossibile fare timbri o correzioni. Il 2 luglio il ministero dell’Interno ha inviato una circolare con la quale si “risolve” il problema aggiungendo al documento un certificato cartaceo, valido a tutti gli effetti di legge, che ne attesta la proroga. Il foglio, assai ingombrante, deve essere conservato ed esibito insieme alla card. Insomma, una carta elettronica con foglio allegato. Come dire, futuro e archeologia uniti in un mix unico e ingombrante.

CON LA PROROGA DI CARTA NON SI ESPATRIA - Il disguido adesso rischia di trasformarsi in beffa. Il foglio di proroga infatti non piace a molti Paesi stranieri. E lo stesso ministero ha inviato ad alcuni comuni una circolare, la numero 20 del 21 agosto 2009, nella quale si avvertono che alcune nazioni, tra le quali Egitto, Croazia, Tunisia, Turchia, Romania e Svizzera, hanno difficoltà a riconoscere il doppio documento. Un elenco destinato ad aumentare. Anche Londra è perplessa. Come racconta Luca Ferdinetti, 27 anni, toscano, che da due anni lavora nel Regno Unito.

«All’aeroporto la polizia inglese mi ha detto che sarebbe stata l’ultima volta che mi avrebbero fatto passare – racconta – e anche il consolato italiano mi ha avvertito che il foglio non è valido perché tutti lo avrebbero potuto stampare via Internet». La cosa più sconcertante è che, prima della bocciatura straniera al rimedio italico, chi previdentemente aveva chiesto di cambiare il documento e pagare il balzello di 25 euro in alcuni sportelli comunali aveva ricevuto un secco “no” e il conseguente foglione da allegare. Ora i comuni si stanno adeguando. Si può chiedere il duplicato, però si deve pagare.


Marco Gasperetti

Doppio incarico, politici attaccati alle poltrone

Il Tempo

Quelli che si tengono la poltrona. E non la mollano. Neanche con le bombe. Neanche con le cannonate. Niente. Anzi. Ne prendono una e pensano già alla seconda da accaparrarsi.


Se il Pdl voleva essere una forza di cambiamento, almeno per questo aspetto, finora, è stato un fallimento. Ma la questione non riguarda solo il partito del premier, anche la Lega ha i suoi «doppisti». L'ultimo caso risale ad appena due giorni fa. Silvio Berlusconi annuncia che ha intenzione di nominare un paio di sottosegretari, uno all'Economia e uno allo Sviluppo Economico.

In realtà non lo potrà fare, a meno che non cambi la legge che fissa a 60 il tetto massimo per i membri dell'esecutivo. In realtà il capo del governo pensava che qualcuno si sarebbe dimesso. Pensava. Almeno così avrebbe imposto la logica. In particolare immaginava che avrebbe mollato il posto di vice di Tremonti Daniele Molgora che a giugno è stato eletto presidente della Provincia di Brescia.

Uno pensa: vabbè, ora mollerà l'incarico al ministero; come si fa a fare su e giù Brescia-Roma. E invece no. Anche i leghisti si sono fatti prendere dall'arraffa-arraffa. Acchiappa la cadrega, direbbe Bossi. E col cavolo che la mollo. Ovviamente mi tengo pure il doppio stipendio.

Così il dottor-onorevole-presidente-sottosegretario Molgora dovrà dividersi tra i problemi di bilancio della provincia e quelli degli italiani, spartirsi tra la festa della patata di Gottolengo e l'applicazione del federalismo fiscale.

Sarà contento Tremonti che si troverà un collaboratore a mezzo servizio. Sarà felice chi si aspettava, una donna, dopo aver combattuto e magari vinto le battaglie parlamentari, una promozione nella squadra di governo. Dal Nord al Sud. Berlusconi più volte ha ribadito che è necessario un cambio di classe dirigente. E non c'è dubbio che i suoi hanno dimostrato di aver imposto una vera svolta al costume politico.

E poi la terza, la quarta. Il secondo stipendio, il terzo. Un’altra stelletta sulla giacca. Una medaglietta.

Tutti e tre i nuovi presidenti di provincia che sono stati appena eletti nella tornata di giugno non hanno mollato la poltrona precedente. Cosimo Sibilia, che ha vinto ad Avellino, è rimasto sprofondato anche nel suo scranno al Senato e Luigi Cesaro, che ha strappato Napoli al duo Bassolino-Jervolino, s'è incollato alla poltrona di deputato.

Ma nessuno è riuscito ad arrivre alla performance di Edmondo Cirielli, eletto presidente della Provincia di Salerno e che è rimasto deputato e persino presidente della commissione Difesa della Camera.

Il tenente colonnello in aspettativa Cirielli si darà da fare tra il barocco di Mercato San Severino, la guerra in Afghanistan e il voto in aula sul testamento biologico; tra i riti e le tradizioni da tutelare a Nocera Inferiore, i compensi ai militari e la prossima discussione sulla Finanziaria in epoca di crisi; tra la variante al piano regolatore di Padula, l'indagine conoscitiva sull'acquisizione dei sistemi d'arma, delle opere e dei mezzi direttamente destinati alla difesa nazionale, a venti anni dall'entrata in vigore della legge 436, il dibattito sulle riforme istituzionali.

Diciamola tutta, se il Sud è in mano a questi qua, se questo è il nuovo che avanza che il Pdl è in grado di proporre, aridatece la sinistra. Anche Bassolino provò a tenere un piede in due scarpe pensando di poter fare allo stesso tempo il sindaco di Napoli e il ministro del Lavoro ma durò sette mesi dopo di che nella sua città vi fu una vera e propria sollevazione popolare. Il malcostume del doppio incarico non risparmia nessuno. Maria Teresa Armosino è deputata e anche presidente della provincia di Asti, Antonio Pepe deputato e presidente della provincia di Foggia.

E anche Roma non è esente anche se in principio il sindaco Gianni Alemanno aveva stabilito una regola chiara: o assessori o deputati con la sola eccezione del vicesindaco Mauro Cutrufo che sarebbe rimasto senatore come da accordi presi già in campagna elettorale.

Poi anche il primo cittadino della Capitale ha mollato la presa e ha chiamato in giunta (affidandogli la delicata delega del bilancio) Maurizio Leo che è anche deputato. E ha riconfermato Alfredo Antoniozzi che si occupa di Patrimonio e Casa ed è stato appena rivotato quale eurodeputato. Certo, andrebbe considerata una sorta di zona franca proprio per la Capitale.

Muoversi tra Campidoglio e Palazzo Madama non è la stessa cosa che dividersi tra due città a seicento chilometri di distanza. Infatti Cutrufo riesce ad essere assiduo al Comune e mantenere tassi elevati di presenza in Aula al Senato. Tuttavia, qualunque sia la soluzione migliore spetterebbe anzitutto ai due co-fondatori del Pdl, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, stabilire una regola. Invece di litigare sul nulla i due dovrebbero comprendere che è arrivato il momento di fissare norme interne. Almeno di buon vivere.

Fabrizio dell'Orefice


Grande Fratello con truffa Ragazze recluse e sfruttate

Il Tempo


In Turchia nove modelle sono state liberate dalla polizia. Rinchiuse in una villa per due mesi, erano convinte di partecipare a un reality. L'allarme è stato dato dalla famiglia di una 16enne.


Credevano di essere al Grande Fratello, non sapevano che sarebbero state recluse e costrette a spogliarsi e che le loro immagini sarebbero state vendute su internet.


La liberazione - In Turchia nove donne sono state rinchiuse in una villa per due mesi, convinte di partecipare a un reality. Invece sono state ingannate clamorosamente. Liberate lunedì notte, la polizia non voleva credere alle sue orecchie. Le donne, tra cui anche una ragazzina di 16 anni attirate in una villa isolata alla periferia di Istanbul per prendere parte a quello che credevano un 'reality show', sono state in pratica segregate per due mesi durante i quali le loro immagini sono state vendute in internet. La vicenda è riferita dal quotidiano Hurriyet che racconta come siano intervenuti gli uomini della Gendarmeria (l'equivalente turco dei carabinieri) per liberarle ed arrestare due uomini autori del raggiro.

Nessun contatto con l'esterno - Le nove ragazze avevano risposto ad annunci pubblicitari in cui si asseriva di cercare «partecipanti per competere in un reality show come il Grande Fratello» che sarebbe stato trasmesso sulla Fox Tv, nota catena televisiva Usa da poco arrivata in Turchia. Le giovani erano state selezionate tra decine di aspiranti ed avevano dovuto firmare un contratto in cui si stipulava che per due mesi non avrebbero dovuto avere contatti con l'esterno (famiglie comprese) e che se avessero lasciato lo show prima del periodo stabilito avrebbero dovuto pagare una penale di 50.000 lire turche (23.000 euro). Nella speranza di diventare star televisive le giovani donne hanno firmato.

L'allarme dai genitori della 16enne - Telecamere a circuito chiuso installate in tutti gli ambienti della villa hanno ripreso ogni momento della permanenza delle giovani e le immagini in cui comparivano nude sono state vendute su internet. Allarmati perchè da due mesi non avevano più notizie della figlia e non riuscivano a mettersi in contatto con gli organizzatori dell'asserito reality show, i genitori della sedicenne hanno avvertito la Gendarmeria che ha fatto irruzione nella villa liberando le nove donne e arrestando i due uomini che erano con loro.

Caster Semenya è un ermafrodito" Svelato il mistero della sudafricana

Quotidianonet

A rivelarlo alcuni giornali australiani, complice una fuga di notizie dalla Iaaf che l'ha sottoposta a una serie di test. Secondo quanto riportato, dunque, la giovane avrebbe sia organi femminili sia maschili


Sydney, 11 settembre 2009

Caster Semenya, la diciottenne sudafricana che ai Mondiali di Berlino ha vinto l'oro negli 800 metri, è tecnicamente un ermafrodito. A rivelare che la campionessa di atletica sia dotata di organi sessuali sia maschili che femminili sarebbero stati i test a cui l'ha sottoposta la Federazione internazionale di atletica (Iaaf).

La notizia è riportata oggi da alcuni giornali australiani, come il 'Daily Telegraph' di Sydney e il 'Sydney Morning Herald', grazie a indiscrezioni trapelate dalla Iaaf stessa. La Federazione, però, non ha rilasciato commenti ufficiali, pur non smentendo le voci.

Secondo quanto sarebbe emerso, i rapporti medici indicano che Semenya non ha ovarie ma testicoli maschili interni, che secernono grandi quantità di testosterone. La presenza di caratteristiche sia maschili che femminili è un duro colpo per la ragazza, che è nata in un remoto villaggio nel nord del Paese, e ha sempre dovuto affrontare commenti maligni sul suo aspetto mascolino.

Quali che siano i risultati delle analisi, l'Iaaf ha già detto che Caster Semenya probabilmente conserverebbe le sue medaglie, perchè in questo caso non si tratterebbe di doping. Bisognerà comunque attendere la conferma ufficiale dei risultati e gli eventuali sviluppi della vicenda.
                                                                                            

Caster Semenya, condannata a essere sexy

 

Blog di Daniela Laganà


Il nome forse non vi dirà nulla, a meno che non siate appassionati di atletica, ma Caster Semenya è uno dei personaggi più controversi del momento. Questa diciottenne sudafricana ha vinto la medaglia d'oro negli 800 metri femminili ai recenti Mondiali di Berlino e non ci sarebbe nulla di male se qualcuno non avesse avanzato dubbi sulla sua sessualità.

Troppo maschile nei tratti somatici, poco seno, decisamente non affascinante, al punto che la Iaaf (la Federazione internazionale di atletica) ha deciso di sottoporla a una 'verifica' per controllare la sua reale appartenenza al genere femminile. In pratica la povera ragazza dovrà subire l'umiliante trafila di test che ne certifichino il suo essere donna.

Inutili anche la difesa da parte della nonna e di altri parenti... Così cosa ha deciso la rivista di lifestyle 'You'? L'ha resa una ragazza-copertina, vestendola con un abito nero, tacchi a spillo, laccandole le unghie e truccandola... per poi titolare a tutto campo "Wow, guardate la Caster ora!". Nell'intervista, poi, la giovane spiega: "Mi piacerebbe indossare più spesso abiti come questi, ma non ne ho mai avuto la possibilità".

Un'operazione d'immagine decisamente brutta. Caster è stata costretta a vestire i panni di un improbabile sex symbol semplicemente perché la nostra società è abituata a propinarci questo tipo di modello femminile. Sei famosa? Una vincente? Allora non puoi che essere bella, attraente, irresistibile! E non importa se non fai parte del mondo dello spettacolo ma sei 'semplicemente' un'atleta. Tutte le primedonne 'devono' essere così!

L'allenatore della nazionale sudafricana ha annunciato le sue dimissioni, definendo "un insulto" il trattamento riservato dall'Iaaf alla Semenya. "È sulla scena mondiale già da due anni e non c'erano mai stati problemi. Il caso è esploso ora che ha vinto l'oro ai Mondiali", ha tuonato in un'intervista.
A me sembra "un insulto" anche la trovata della rivista: giusto dare risalto alla vicenda, ma non trasformare una ragazza in qualcosa che non è!

Non tutte noi donne abbiamo il fisico di una top o la carica erotica di una playmate, e allora? Cosa c'è di male? Caster Semenya è un'atleta brava e forte (come ha dimostrato a Berlino), ma non è tenuta a omologarsi allo stereotipo della campionessa figa.

F1: la Renault denuncia Nelson Piquet jr e suo padre per tentata estorsione

Corriere della Sera

L'ex pilota aveva accusato Briatore di avergli ordinato di andare a sbattere durante il Gp di Singapore 20


MONZA - La Renault passa al contrattacco. La scuderia di Formula uno guidata da Flavio Briatore ha deciso di denunciare al tribunale di Parigi e in Gran Bretagna il suo ex pilota Nelson Piquet junior e il padre per tentata estorsione nei confronti del team. Piquet jr ha denunciato alla Fia le pressioni a suo dire esercitate dallo stesso Briatore e dalla Renault al fine di fargli provocare un incidente durante il Gp di Singapore dello scorso anno per far entrare in pista la safety car e permettere così la vittoria del compagno di squadra Alonso.

LA STORIA - La vicenda sarà esaminata dal Consiglio mondiale dello sport motoristico della Fia il prossimo 21 settembre. Nella confessione, trapelata giovedìsu un sito inglese, Nelson Piquet Junior dice di avere avuto una riunione prima della gara con Briatore e Symonds, capo degli ingegneri, e che quest'ultimo gli avrebbe mostrato, con una mappa, il punto in cui sarebbe dovuto andare a sbattere e permettere così l'ingresso della safety car che avrebbe favorito il compagno di squadra spagnolo.

Accuse sempre respinte dalla Renault, Secondo indiscrezioni non ufficiali, la strategia francese era di fare fermare Alonso al 14esimo giro ma lo stop fu anticipato al dodicesimo perchè lo spagnolo era vicino a Nakajima e avrebbe perso troppo tempo. A Monza è inoltre oggi emerso che Briatore, il 28 luglio scorso, ha anche scritto a Nelson Piquet Senior una lettera in cui gli preannunciava un'azione legale se fossero continuate le illazioni nei confronti suoi e della Renault.

«Sono indignato per quello che ho sentito», scriveva Briatore, sottolineando di non volere pensare che questo tipo di azione fosse legata ad esercitare pressioni per fare rinnovare il contratto al figlio. Il sospetto, negli ambienti vicini alla Casa francese, è che dietro tutta l'operazione ci siano i vertici della Fia per le critiche rivolte dal numero 1 della Renault Ghosn alla gestione di Max Mosley, ed in particolare per quelle fatte da Flavio Briatore per i nuovi regolamenti. «Vogliono togliere di mezzo i costruttori per gestire meglio i piccoli team», si fa notare nel paddock a Monza.


Piquet jr contro la Renault
«Mi dissero: vai a sbattere»


Briatore pronto alla denuncia

L’accusa - L’episodio a Singapore 2008. Il ruolo di Mosley

MONZA - «Fai attenzione, mi raccomando. E ora vai a sbattere». Sarebbe quello che Nelson Piquet si è sentito dire dal direttore tecni­co Renault, Pat Symonds, nella riu­nione tenuta appena prima della gara di Singapore, un anno fa. E il suo capo, Flavio Briatore alla fine l’avrebbe ringraziato. L’obiettivo, ormai è noto, sarebbe stato quello di favorire, con l’uscita della safety car, la vittoria di Alonso.

«Mi hanno chiesto se ero dispo­sto a sacrificare la mia gara per la scuderia. Io mi trovavo in uno sta­to mentale ed emotivo molto fragi­le, a causa del molto stress, anche perché Briatore si rifiutava di dir­mi se mi avrebbe rinnovato il con­tratto. Ho pensato che accettare la loro proposta mi avrebbe aiutato». Così parlò Piquet, che quando guidava non è mai stato al centro dell’attenzione come adesso che ha perso il posto. Il fatto è che que­sta versione non compare solo su siti, ma pure, firmata, nella deposi­zione rilasciata alla Federazione il 30 luglio.

Ed è sulla base di questa deposizione che il 21 settembre la Renault dovrà affrontare un duris­simo Consiglio mondiale. L’atto di accusa di Piquet jr al suo ex team inizia così: «Esprimo questa dichiarazione volontaria, affinché la Fia possa esercitare le sue funzioni di supervisione. So­no cosciente che è un dovere per tutti coloro che sono in Formula 1 assicurare la giustizia di una gara. E sono anche cosciente delle serie conseguenze cui potrei andare in­contro se dicessi il falso». Oggi Briatore, e con lui la Renault, pas­seranno al contrattacco: sono pronti a denunciare penalmente il loro ex pilota.

Siamo al primo giorno del weekend di Monza, ma mezzo pad­dock ha fatto rewind, riavvolto la memoria ed è tornato a Singapore, una stagione fa, proprio di questi tempi. «Io sono davvero stupito, non ne so assolutamente nulla» di­ce Fernando Alonso, che, questa volta, sposa il prudente silenzio del team. Per la verità, Alonso non dovrebbe rischiare niente. È lo stesso Piquet a scagionarlo: «No, Fernando non era alla riunione e non ne era a conoscenza». Lo spa­gnolo si limita perciò a dire che «questa storia non avrà nessuna influenza sui miei piani futuri». Tradotto: l’arrivo in Ferrari non è certo a rischio per questo.

Quella che rischia, invece, è la Renault. Servirebbero le prove, pe­rò. Secondo Piquet ci sono: «Ho chiamato varie volte per radio per avere la conferma di quando dove­vo provocare l’incidente». Un par­ticolare che risulta strano da cre­dere perché tutti i team sanno be­nissimo di essere ascoltati dalla Fia. E infatti anche Briatore riman­da alle registrazioni radio: «Anda­te a sentire come ho reagito quan­do ho visto l’incidente» ha detto ai commissari.

La versione di Piquet, così come emerge dal verbale, è però detta­gliata: «Symonds mi ha fatto vede­re una mappa del circuito e mi ha mostrato la curva dove avrei dovu­to sbattere: la 17 perché non c’era­no vie di fuga e la safety car sareb­be uscita sicuramente». Da parte della Renault non ci sarebbe stata nessuna preoccupazione per la si­curezza, ma solo il famoso «stai at­tento » di Symonds. Il quale, alla Fia, ha però raccontato tutt’altro: «È stato proprio Piquet a lanciare l’idea di provocare l’uscita della sa­fety car». A questo punto che succede? Se ci sono davvero le registrazioni di cui parla Piquet (difficile) la Re­nault non ha scampo. Se invece mancano prove evidenti, allora quello che conta è la volontà politi­ca. E sono in molti a pensare che la volontà di Mosley sia quella di col­pire Briatore.


Arianna Ravelli

Le classi dove gli italiani sono stranieri

Corriere della Sera


Se aumenta troppo il numero degli alunni stranieri i genitori italiani chiedono il trasferimento dei loro figli 

 

MILANO - A Milano le classi differenziate riser­vate ai soli stranieri esistono già: all’elementare Radice, su 96 alunni 93 sono immigrati. A Roma c’è un caso analogo: alla Pisacane su 184 bambini solo 6 hanno genitori italiani. Si dice classi, ma in realtà sono ormai piutto­sto intere scuole nelle quali gli alunni italiani si possono contare sulle dita, a volte anche di una sola mano. Ma non si tratta delle strutture speciali — e di­scriminatorie — periodicamente ri­chieste a gran voce dalla Lega. Si tratta bensì di formazioni spontanee — altrettanto discriminatorie — cresciute sulla forte concentrazione degli immigrati in alcuni quartieri e la conseguente fuga dei bambini italiani dagli istituti in cui spesso finiscono per trovarsi in schiaccian­te minoranza.

Né si possono per queste fu­ghe biasimare le famiglie, comprensibil­mente preoccupate per il livello d’istruzio­ne dei figli, per forza di cose inferiore, no­nostante l’impegno a volte anche eroico degli insegnanti, in quelle classi nelle qua­li la maggioranza degli alunni soltanto a stento mastica l’italiano. Ovvio che contro questa realtà s’infrange il sogno dell’integrazione. Che non è, natu­ralmente, soltanto un sogno bensì una ne­cessità primaria per un Paese di recente e forte immigrazione come il nostro. Integra­zione che, per altro, ha qualche speranza di compiersi realmente soltanto a scuola, nel tempo, almeno in teoria felice, che dovreb­be precedere pregiudizi, grettezze e ideolo­gie.

Ma con chi mai possono integrarsi i piccoli stranieri nelle nuovissime scuo­le-ghetto, scuole, perciò, inevitabilmente di serie B, che in modo spontaneo si stan­no formando un po’ qua e un po’ là? Al mas­simo con i bambini della nazionalità più rappresentata, cinesi, dunque, forse, oppu­re romeni o sudamericani. Per riequilibrare le classi, tornare al vec­chio metodo archiviato dei bacini d’uten­za, che legava obbligatoriamente gli alun­ni alla loro scuola di zona, non servirebbe più perché numerosi quartieri periferici delle grandi città sono ormai abitati quasi soltanto da immigrati, fatta eccezione per certi anziani che non hanno i mezzi e forse nemmeno la voglia di spostarsi dal rione dove bene o male sono vissuti una vita inte­ra; e che, naturalmente, non vanno a scuo­la.

Se, dunque, non si vogliono più o meno silenziosamente avallare nuovi ghetti dele­teri per la futura convivenza, non resta che il ragionevolissimo anche se assai più labo­rioso sistema delle quote, in base al quale inserire nelle classi un numero di stranieri compatibile con i normali livelli di istruzio­ne, di modo da non indurre alla fuga gli alunni italiani. Si raggiungerà questo possi­bile equilibrio con il venti, il trenta o an­che con il quaranta per cento di bambini extracomunitari?

Toccherà agli esperti de­ciderlo e a presidi e provveditori metterlo in pratica; però in fretta, altrimenti il fune­sto fenomeno delle scuole per soli stranie­ri non potrà che moltiplicarsi. Fondamentale sarebbe però anche pre­parare gli insegnanti al compito ben più difficile che ormai li aspetta in numerosi istituti, sostenendoli con corsi di aggiorna­mento mirato, affiancandoli con persona­le per il doposcuola, non lasciandoli soli sulla breccia; magari, se fosse possibile, pa­gandoli anche di più rispetto ai colleghi impegnati in realtà un po’ più normali e più conosciute.

Isabella Bossi Fedrigotti

Morte di Gabriele Sandri, le motivazioni della sentenza: colpo deviato dalla rete

Il Messaggero

L'agente Spaccarotella è stato condannato a 6 anni. La Corte: «Dolo non dimostrato e non pensava di uccidere»


FIRENZE (10 settembre) - «L'ipotesi accusatoria di omicidio volontario nella forma del dolo eventuale non può essere ritenuta adeguatamente e sufficientemente provata». Così è scritto nella motivazione della sentenza con cui lo scorso 14 luglio la corte d'assise di Arezzo ha condannato l'agente Luigi Spaccarotella a sei anni di reclusione per l'omicidio colposo del tifoso della Lazio Gabriele Sandri, ucciso da un colpo sparato dal poliziotto nell'area di servizio di Badia al Pino l'11 novembre 2007.

Per i giudici è risultato che Spaccarotella «era tutt'altro che un fanatico delle armi e si fa già non poca fatica per cercare di capire cosa possa essere scattato nella sua mente allorché ha deciso di porsi in quel modo così anomalo e determinato rispetto a un fenomeno che non presentava certo i crismi della gravità e della pericolosità tali da imporre interventi decisi, del tipo di quello concretamente posto in essere».

Per la Corte però le circostanze emerse sono maggiormente compatibili con l'ipotesi che Spaccarotella «aveva l'intento di colpire l'auto e mai e poi mai potesse aver seriamente pensato, accettando anche solo vagamente tale prospettiva, che il proiettile finisse invece col colpire e addirittura uccidere taluno degli occupanti».

La corte ha inoltre accettato la tesi della difesa secondo la quale il colpo di pistola sparato dall'agente di polizia Luigi Spacarotella «ha impattato contro la rete in un punto collocabile grosso modo in prossimità della perpendicolare dell'asse autostradale, rispetto alla sua posizione, ed è stato deviato sulla propria sinistra attingendo la vettura che era appena ripartita dal parcheggio. Il colpo era direzionato, non diretto, si badi bene, ma direzionato, verso una parte della vettura collocabile all'incirca non oltre la metà della sua altezza».

F1, ora Piquet confessa: a Singapore mi chiesero di causare quell'incidente

di Redazione



Monza - La data della confessione è il 30 luglio. A Parigi, davanti ai giudici della Federazione internazionale dell’automobile di place de la Concorde, Nelson Piquet Jr racconta in quattro pagine di verbale la sua verità su quanto è accaduto a Singapore, il 28 settembre 2008, nella prima gara in notturna della storia della Formula 1: "Mi hanno ordinato di andare a sbattere per favorire la vittoria della scuderia con Alonso". La Renault, che ufficialmente non fa commenti fino al 21 settembre quando il consiglio mondiale dello sport motoristico della Fia si riunirà a Parigi per esaminare il caso, respinge al mittente ogni accusa. 

Il verbale dell'interrogatorio La Fia, per ottenere la confessione, avrebbe garantito l’impunità al pilota. Il verbale dell’interrogatorio è stato pubblicato integralmente oggi dal sito britannico F1SA ed è stato ripreso subito dai siti brasiliani e dai giornali di tutto il mondo. "Ero in uno stato d’animo molto vulnerabile, stavamo trattando il rinnovo del contratto nei giorni in cui si correva", racconta Piquet nel documento. "La proposta di provocare un incidente deliberatamente mi è stata fatta poco prima della gara - spiega il brasiliano - quando sono stato avvicinato da Briatore e Symonds (rispettivamente team principal e capo degli ingegneri, ndr). Quest’ultimo, alla presenza di Briatore, mi ha chiesto se ero disposto ’a sacrificare la mia gara per la scuderia, costringendo la Safety Car ad entrare in pista". 

Il giallo dell'incidente Piquet sottolinea il motivo per cui ha accettato di provocare l’incidente, affermando: "Quando me lo hanno chiesto, ho pensato che ciò mi avrebbe aiutato nell’ambito del rinnovo del contratto (è stato sostituito dopo la gara di Budapest a fine luglio, ndr)". "Dopo il colloquio - continua il pilota - Symonds mi ha chiamato in un angolo e mi ha mostrato una mappa, appunto la curva esatta dove io avrei dovuto uscire di pista. E mi ha anche indicato il giro in cui avrei dovuto farlo, affinchè il mio compagno di squadra Fernando Alonso potesse rifornirsi ai box, dopo l’entrata della Safety Car, cosa che ha fatto al 12/o giro". 

Alonso allo scuro di tutti Alonso, che secondo la ricostruzione della rivista specializzata inglese Autosport era all’oscuro di tutto, è incredulo alle parole di Piquet. "Sono sorpreso, molto sorpreso", ha ripetuto. "Non riesco ad immaginare questa situazione - ha detto l’asturiano - Sono sorpreso e non voglio perdere altro tempo su questo argomento. Penso alla prossima gara". La vicenda non muta i suoi rapporti all’interno del team, ed in particolare con Briatore: "È sempre stato un capo corretto con me. È il capo ed è un amico. Penso sia una bravissima persona, può contare sul mio appoggio". 

Pur con il silenzio stampa, qualche frase è scappata in casa Renault. "C’è stata una conversazione nella quale si è parlato anche di un possibile incidente che avrebbe fatto entrare in pista la safety car: l’idea è stata del brasiliano" avrebbe commentato Symonds ai giornalisti inglesi. Briatore, invece, pur non smentendo il fatto di avere parlato con il pilota e l’ingegnere prima del via, avrebbe puntualizzato: "Piquet era molto fragile a livello psicologico in quel periodo. Quando c’è stato l’incidente me la sono presa, come si può sentire nelle registrazioni radio".

Le accuse di Barrichello Durissimo il pilota della Brawn GP Rubens Barrichello. "Se ha fatto questo, non merita di stare nel mondo dello sport", ha commentato ai microfoni di Tv Sport e Globo. "Nelsinho è sempre stato una persona che ha avuto rispetto per me - ha detto l’ex ferrarista arrivato sul circuito di Monza vestito con la maglia del Corinthians, sua squadra del cuore - nonostante i problemi che ho avuto con suo padre. Anche io avevo rispetto per lui, ma se ha fatto questo non merita più di stare qui".

Tanzi dopo il crac è ancora cavaliere del lavoro a 6 anni dallo scandalo Parmalat

Corriere della Sera

Il suo nome fra i benemeriti della Repubblica

Non è il solo: a Poggiolini fu data, e mai revocata, la medaglia d’oro per la sanità


MILANO — Sono passati quasi sei anni dal crac Parmalat. Un «bu­co » da 15 miliardi, 40 mila rispar­miatori truffati, i bond di Collecchio sinonimo di spazzatura. Insomma una storia che ha fatto il giro del mondo, insieme alla faccia del cava­lier Calisto Tanzi. Lui ha ammesso molte responsabilità. Nove mesi fa è stato condannato in primo grado a Milano a dieci anni per aggiotag­gio e ostacolo alle attività di vigilan­za. A Parma ha patteggiato due anni per la bancarotta Eurolat. Il proces­so principale sulla bancarotta del gruppo è in corso.

Il cavalier Calisto è il simbolo di questo storico crac. Cavaliere? Sì, per lo Stato italiano Tanzi è tuttora degno del titolo di Cavaliere del Lavoro: l’onorificenza non gli è stata revocata né la prati­ca, a quanto pare, è stata avviata. E il suo nome, insieme a quello di mi­gliaia di italiani benemeriti, compa­re negli elenchi tenuti «in continuo aggiornamento» dalla Presidenza della Repubblica. Un Cavaliere del Lavoro è un uo­mo, dice la legge 194 del 1986, che tra l’altro deve «aver tenuto una specchiata condotta civile e sociale» e «non aver svolto né in Italia né al­l’estero attività economiche lesive dell’economia nazionale».

Come Tanzi, evidentemente. Dunque mentre Bernard Madoff in otto mesi è passato dalle stelle al­le celle, il nostro «campione» nazio­nale dopo sei anni è ancora Cavalie­re del Lavoro. Non è tutto, Tanzi go­de ancora di un’altra onorificenza uf­ficiale della Repubblica: la medaglia d’oro (ci sono anche argento e bron­zo) ai benemeriti della cultura e del­­l’arte che «premia – è la motivazio­ne formale – quanti hanno illustrato la Nazione», in questi campi. Ma che ha fatto? La qualifica è «mecena­te ». Mecenate? Forse con i soldi de­gli altri, e mai restituiti.

Scartabellando negli archivi si scopre che l’ex patron di Collecchio dopo il cavalierato del 1984 e la me­daglia d’oro del 1988, ha conquista­to nel 1999, anno di faticosissimo la­voro per truffare mezzo mondo, an­che il titolo di «Cavaliere di Gran Croce dell’ Ordine al Merito della Re­pubblica Italiana». Fra gli Ordini na­zionali è il più importante ed è desti­nato a «ricompensare benemerenze acquisite verso la Nazione …». In­somma la Nazione ringrazia il cava­liere nonché medaglia d’oro Calisto Tanzi. Grazie. I titoli sono sempre lì, validi, at­tuali, belli in vista mai revocati.

Eppure la procedura per indegni­tà è espressamente prevista. «Incor­re nella perdita dell'onorificenza l’in­signito che se ne renda indegno», di­cono le norme. Ogni ordine potreb­be attivare autonomamente l’iter de­cisionale interno solo che, in realtà, tutti aspettano per prassi una con­danna penale definitiva, con i tempi conseguenti (anche se non necessa­riamente l’indegnità è sinonimo di grave reato). Alla fine scatta il decre­to di revoca del Presidente della Re­pubblica. Nella giungla delle benemerenze di Stato c'è di tutto. Per esempio un Roberto Calvi (Banco Ambrosiano), Cavaliere del lavoro e «Medaglia d’oro ai benemeriti della scuola del­la cultura e dell’arte». Ma è morto e ai morti i titoli non si revocano. È il caso del Cavaliere di Gran Croce ge­nerale Giovanni De Lorenzo (il «gol­pista » del «Piano Solo») o di alcuni presunti boss mafiosi oppure di Um­berto Ortolani.

Il braccio destro di Licio Gelli nella loggia P2 è scompar­so nel 2002 e chissà se è mai stato privato del titolo di «Grande Ufficia­le al merito della Repubblica» o se ha portato la medaglietta verde nel­la tomba. Intanto il Vaticano l’aveva cancellato dalla lista dei «Gentiluo­mini di Sua Santità», il più alto rico­noscimento per un laico. Forse in Italia nessuno come Dui­lio Poggiolini, il boss della malasani­tà, l’uomo dei lingotti d’oro, incarna meglio la figura del «delinquente di Stato». Oggi è imputato nel proces­so napoletano sul plasma infetto che avrebbe causato 2.605 morti tra il 1985 e il 2008. Anni fa, nella tan­gentopoli sanitaria, quando gli per­quisirono la casa impiegarono dodi­ci ore a catalogare il tesoro, nasco­sto anche nei materassi e nel pouf. Appeso alla parete aveva il titolo di Grande ufficiale al merito della Re­pubblica, quello «destinato a ricom­pensare benemerenze acquisite ver­so la Nazione». Non risulta che gli sia stato revocato. Ma l’apoteosi è quel riconoscimento (1977) di «Be­nemerito della salute pubblica» con il grado più alto: «Medaglia d’oro al merito della sanità pubblica».

A Dui­lio Poggiolini.
Mario Gerevini

L'America ricorda l'11 settembre La prima volta di Barack Obama

Quotidianonet


Il presidente Usa ricorderà infatti oggi le 3000 vittime degli attacchi contro le torri gemelle di otto anni fa con un intervento al Pentagono per poi riunirsi con i familiari delle vittime. A New York il suo vice Joe Biden


Washington, 11 settembre 2009


Prima commemorazione dell’11 settembre e delle sue vittime per Barack Obama. Il presidente Usa ricorderà infatti oggi le 3000 vittime degli attacchi contro le torri gemelle di otto anni fa con un intervento al Pentagono per poi riunirsi con i familiari delle vittime. Una pausa di silenzio ricorderà il momento dell’impatto degli aerei contro le torri e quello dello schianto degli altri velivoli, sul Pentagono e in un campo in Pennsilvania.

Sarà invece il vice presidente Joe Biden, insieme a sua moglie Jill, a partecipare alla cerimonia ufficiale di New York a Ground Zero dove i lavori per il nuovo World Trade Center e quelli per la realizzazione di un monumento sono ancora in stallo. Il sindaco della Grande mela, Michael Bloomberg, sarà presente all’evento in cui saranno letti i nomi delle persone rimaste uccise.

La vigilia della ricorrenza è stata animata ieri dalla pubblicazione di foto inedite di Khalid Sheikh Mohammed, considerato la mente degli attentati e detenuto a Guantanamo in attesa che riprenda il processo. Mohammed appare provato, ha la barba lunga e indossa una tunica bianca. Le recentissime immagini (alcune risalgono appena a luglio), le prime del superterrorista dopo quella che lo ritrae subito dopo la cattura in Pakistan nel 2003, erano state spedite dalla Croce Rossa internazionale ai familiari ma non sarebbero dovute circolare.

I siti islamici ne sono venuti in possesso e le hanno pubblicate e ora potrebbe accendersi una polemica sulla decisione assunta a febbraio dal Pentagono di autorizzare la Croce Rossa a far scattare foto dei detenuti di Guantanamo spedire alle famiglie.

Sempre ieri il Congresso ha reso omaggio ai 44 passeggeri del volo 93 della United Airlines precipitato in Pennsilvania che con la loro rivolta a bordo impedirono che l’aereo si schiantasse su Capitol Hill. "Non solo salvarono un numero incalcolabile di vite, ma evitarono anche la distruzione del Campidoglio", recita una targa rossa scoperta in vista dell’ottavo anniversario.

I lavori di ricostruzione a Ground Zero sono stati rallentati in questi anni da battaglie finanziarie e legali con i costruttori, oltre che dalla crisi finanziaria e dal crollo del mercato immobiliare. Uno dei motivi dello stallo è l’insistenza della Port Authority e di Larry Silverstone, uno dei costruttori, per ripristinare gli uffici e i negozi del vecchio World Trade Center.

Teoricamente sono stati progettati quattro nuovi grattacieli, un parco con cascate e un monumento nel mezzo, e una linea di trasporti pubblici progettata dall’architetto spagnolo Santiago Calatrava, tutto da terminare entro il 2013. Ma molti pensano che il mercato attuale non sia pronto per la ricostruzione degli edifici, di cui uno, chiamata 'Freedom Tower', sarà della misura delle vecchie Torri Gemelle, ma con un’antenna molto più alta. Questi ritardi, ha avvertito Bloomberg, potrebbero "mettere in pericolo" il ruolo di New York come capitale finanziaria.

Agenzia AGI