mercoledì 9 settembre 2009

La Cnn censura Pamela Anderson, guardia supersexy per la Peta

Corriere dell sera

Scritto da: Alessandra Farkas alle 21:26

NEW YORK – La CNN censura Pamela Anderson.

Il canale CNN destinato agli aeroporti - CNN Airport Network - si è rifiutato di trasmettere il video animalista ‘Cruelty doesn’t fly’ realizzato dalla star di Baywatch per il People for the Ethical Treatment of Animals (PETA), l’organizzazione non-profit a sostegno dei diritti animali fondata nel 1980 da Ingrid Newkirk e Alex Pacheco. Il motivo: è troppo scandaloso per i bambini che bazzicano gli aeroporti.


    Nel filmato la bionda attrice di origine canadese in versione guardia di sicurezza aeroportuale supersexy (stile Ponciarello e Baker nei Chips)

costringe allo striptease tutti i passeggeri rei di indossare pelli e pellicce, applaudendo invece quelli “politicamente corretti” (tra cui la cantante tedesca Nina Hagen e la star televisiva inglese Steve-O). Alla vigilia del suo debutto nei tre aeroporti internazionali di New York, giovedì 10 settembre, i censori del canale ‘all news’ di Atlanta hanno cambiato idea.


   “Eravamo preoccupati dalla reazione che il video avrebbe potuto generare nei più piccoli”, spiega un portavoce della CNN. Il voltafaccia non ha scoraggiato la PETA, decisa ad inserire lo spot addirittura nella regolare programmazione di volo delle grandi linee aeree. L’incidente è solo l’ultimo di una lunga serie per la controversa organizzazione che ha fatto fortuna con dozzine di campagne-shock, una delle quali osa addirittura paragonare gli allevamenti di polli in batteria ai campi di concentramento nazisti.

La polemica non ha scoraggiato la Anderson, da anni sfegatata attivista PETA, che un anno fa, durante un’intervista al Corriere, mi spiegò di sentirsi “l’erede spirituale di Brigitte Bardot. “E’ stata lei stessa a telefonarmi, per invitarmi ad una serata di beneficenza a Parigi a favore delle foche”, raccontò, “Brigitte mi chiamò piangendo per dirmi che mi considera come una figlia. ‘Io non posso più camminare e voglio che sia tu a continuare la mia crociata a favore degli animali’”.
   
Pubblicato il 09.09.09 21:26

Scuola, la Santa Sede: "No a ora di religione multiconfessionale"

di Redazione



RomaL’insegnamento dell’ora di religione nelle scuole non può essere sostituito "con un insegnamento del fatto religioso di natura multiconfessionale o di etica e cultura religiosa". Questo il contenuto di una lettera inviata nel maggio scorso dalla la Congregazione vaticana per l’educazione cattolica alle conferenze episcopali di tutto il mondo e che sta circolando in questi giorni, in vista dell’apertura dell’anno scolastico. 



Il monito della Santa Sede Il documento vaticano si riferisce a tutta la realtà mondiale e non solo all’Italia; parla dell’ora di religione insegnata nella scuole cattoliche, in paesi dove magari prevale un’altra fede, e dell’ora di religione insegnata nelle scuole pubbliche, in paesi a maggioranza cattolica. 

"In una società pluralista, il diritto alla libertà religiosa - si legge nel testo - esige sia l’assicurazione della presenza dell’insegnamento della religione nella scuola, sia la garanzia che tale insegnamento sia conforme alle convinzioni dei genitori". "I diritti dei genitori - continua il documento, citando il Concilio Vaticano II - sono violati se i figli sono costretti a frequentare lezioni scolastiche che non corrispondono alla persuasione religiosa dei genitori o se viene loro imposta un’unica forma di educazione dalla quale sia completamente esclusa la formazione religiosa". 

L'insegnamento della religione "La marginalizzazione dell’insegnamento della religione nella scuola - prosegue la lettera vaticana - equivale, almeno in pratica, ad assumere una posizione ideologica che può indurre all’errore o produrre un danno agli alunni". "Inoltre - avverte - si potrebbe creare anche confusione o generare relativismo e indifferentismo religioso se l’insegnamento della religione fosse limitato ad un’esposizione delle diverse religioni, in un modo comparativo o 'neutro'". 

Nella libertà di religione, spiega il Vaticano, rientra anche "la libertà di ricevere, nei centri scolastici, un insegnamento religioso confessionale che integri la propria tradizione religiosa nella formazione culturale e accademica propria della scuola". Invece, "la natura e il ruolo dell’insegnamento della religione nella scuola è divenuto oggetto di dibattito e in alcuni casi di nuove regolamentazioni civili, che tendono a sostituirlo con un insegnamento del fatto religioso di natura multiconfessionale o di etica e cultura religiosa, anche in contrasto con le scelte e l’indirizzo educativo che i genitori e la Chiesa intendono dare alle nuove generazioni".

Caso Boffo, aperta inchiesta a Monza

Corriere della Sera


dopo l'esposto presentato dal leader dell'Idv Antonio Di Pietro

La Procura ipotizza i reati di accesso abusivo a sistema informatico o falsificazione di atto pubblico


MILANO - La Procura di Monza ha aperto un'inchiesta a carico di ignoti ipotizzando i reati di accesso abusivo a sistema informatico o di falsificazione di atto pubblico in relazione alla vicenda Boffo-Feltri. Le indagini, affidate al pm Caterina Trentini, sono state avviate in seguito all'esposto presentato dal leader dell'Idv Antonio Di Pietro.

«OPERAZIONE DI DOSSIERAGGIO» - La denuncia è stata presentata dall'Italia dei Valori la scorsa settimana ai carabinieri di Roma che l'hanno poi trasmessa alle Procure di Monza e Terni cui era indirizzata. La magistratura monzese lavorerà dunque di concerto con quella ternana, in attesa che si faccia luce sulla vicenda per poi stabilire la competenza territoriale.

Di Pietro sostiene due possibili ipotesi: la falsificazione da parte di qualcuno di un documento pubblico o di un atto giudiziario oppure l'accesso abusivo nel casellario giudiziario. Entrambe si basano sul fatto che il Giornale diretto da Vittorio Feltri, nel pubblicare il casellario giudiziario dell'ex direttore di Avvenire Dino Boffo, era in possesso di un documento che solo un ufficiale di Polizia giudiziaria o un magistrato in servizio può avere. Di Pietro ritiene che questa sia stata un'«operazione di dossieraggio ai fini di destabilizzazione delle istituzioni».

Io, che ho avuto più di mille donne, vi spiego perché voglio un commesso gay»

Corriere del Mezzogiorno


Lettera dell'imprenditore Pedata che cerca dipendenti omosessuali. La replica del direttore del «Corriere»

di Giovanni Pedata

 
Caro direttore,

vorrei replicare a quanti hanno commentato il mio annuncio per l’assunzione di un commesso gay. Innanzitutto, però, vorrei ringraziare per la pubblicità indiretta che mi avete fatto, perché mi hanno intervistato Rai, Italia 1, e ho avuto perfino richieste dal Regno Unito per un servizio per conto della Bbc. E vengo alle repliche. Al signor Carlo Cremona voglio dire che il mio non è un atto descriminatorio perché nel cercare un commesso gay e non etero, io mi limito a tutelare i miei interessi di imprenditore.

Ecco perché mi ritengo padrone di assumere chi mi pare e piace. Mi spiego meglio. Se il signor Cremona va in una gelateria e tra venti gusti di gelato ne sceglie, dico per dire, due, lo fa in base al proprio gusto. Allo stesso modo, poiché vendo camicie fatte esclusivamente a mano, che non intendo vendere a tutti, ma solo a chi è degno di indossarle, cioè solo a persone con gusto e raffinatezza, io il mio commesso lo voglio gay. Per me un gay ha piu stile ed eleganza rispetto a un etero.

E ci tengo a precisare che parlo da etero incallito e da grande playboy, poiché nella mia vita sono stato con più di 1000 donne. Alla signora Lina Lucci voglio dire, invece, che si sbaglia perche il gay è un terzo sesso e come tale, se uno può scegliere tra uomo e donna, io voglio e posso scegliere tra uomini, donne e gay. A Michele Gravano dico che è pur vero che bisogna scegliere in base anche alla professionalità e alla capacità, ma io cerco chi ha stile ed elganza. Infine, allo stilista partenopeo Ernesto Esposito dico che a Milano non si vedrà mai un annuncio simile perché a Milano sono bravi a creare la moda ma non a rispettarla; la moda vera la seguono i napoletani, difatti a Napoli si vendono piu abiti griffati che in ogni parte di Italia.
 

LA REPLICA DEL DIRETTORE DEL CORRIERE DEL MEZZOGIORNO

di Marco Demarco
 
Caro signor Pedata,

l’unica gentilezza che ravviso nella sua lettera è nel ringrazia­mento per la indiretta pubblicità che le abbiamo procurato. Per il resto, mi permetta di dirle con estrema franchezza che raramente mi è capitato di incrociare tanta pericolosa arrogan­za, seppur condita con massicce dosi di pragma­tismo. Lei, a differenza di altri, ha probabilmen­te esplicitato un suo particolarissimo criterio di selezione dei collaboratori. Ma non esplicitan­dolo, altri hanno evitato la legittimazione ester­na al loro operato. Lei non solo rivendica il dirit­to alla provocazione, ma vorrebbe addirittura la pubblica benedizione.

E questo è troppo. Mi di­rà che così facendo preferisco l’ipocrisia alla re­altà. In effetti, mi espongo a questo rischio. Mi assolvo, però, sapendo che non potrei mai pro­vare la volontà discriminatoria di quelli che, co­me lei avrebbe voluto, hanno assunto solo com­messi gay. Lei, inoltre, cerca riparo dietro una sonora insensatezza: non esistono tre sessi, ne esistono due e solo due; mentre esistono molti modi di esprimere la propria sessualità. Sui gay maestri di buone maniere, le ha già risposto, su questo giornale, Alfonso Signorini. «Conosco e vedo gay — ha detto — di una volgarità inaudi­ta e penso ai tanti che sfilano agghindati sui car­ri del gay-pride. Conosco, invece, persone etero di grande fascino e raffinatezza, come Vittorio De Sica e Gianni Agnelli».

La verità è che lei, signor Pedata, non cerca affatto la professionali­tà. Ciò che le interessa è altro, probabilmente proprio quella indiretta pubblicità di cui sopra. Detto questo, e aggiunto che trovo da brivido l’accostamento tra commessi e gelati, non pos­so nasconderle una certa invidia per un partico­lare che lei, censore di eleganza e di buone ma­niere, ha deciso di rendere di pubblico domi­nio. Ah, dimenticavo: da quanto tempo non va più a Milano?

Idv, rimborsi elettorali: Di Pietro è indagato

di Redazione

Paolo Bracalini
Gian Marco Chiocci


Più esposti e le inchieste del Giornale sulle stranezze della gestione finanziaria dell’Idv sono confluiti in un fascicolo della Corte dei conti. I magistrati contabili della procura generale stanno indagando sul «tesoro» dell’Idv e su quale soggetto abbia effettivamente richiesto e percepito i fondi elettorali destinati al partito di Antonio Di Pietro: la notizia viene confermata dalla Corte dei conti: «L’istruttoria - spiega un alto magistrato - concerne varie questioni, ma non posso dire di più». Il filone è quello aperto inzialmente dalla denuncia dei legali di Veltri e Occhetto, e seguita in prima istanza da un pool di finanzieri che da mesi sta provvedendo all’acquisizione di numerosi atti: «Sì, confermo. L’istruttoria è aperta. Altro però non posso dire». La vicenda è nota ai lettori del Giornale, che per primo ha evidenziato le stranezze nella contabilità dell’Idv. Se venisse confermato che un’associazione di tre soli soci, Di Pietro, un familiare e un fiduciario, che si chiama «Italia dei Valori» come il partito, si è sostituito ad esso sfruttando i controlli solo formali della Camera, richiedendo e percependo in sua vece questi fondi pubblici, sarebbe un fatto senza precedenti. È la famosa (ma mai veramente chiarita) questione dell’ambiguità tra partito Italia dei Valori (quello che elegge i parlamentari) e associazione Italia dei Valori (il soggetto giuridico che incassa i soldi) distinzione già riconosciuta dal Tribunale di Roma che si è pronunciato in proposito nel 2008, nel quadro della causa civile che vedeva opposti l’Idv e il Cantiere, la formazione politica di Veltri, Occhetto e Chiesa che si era presentata alle Europee 2004 in «ticket» con l’Idv. Una distinzione talmente palese, secondo il Tribunale, che «il partito Idv» venne dichiarato «contumace» al processo, essendosi presentato in sua sostituzione (come se fosse il partito) solo l’«associazione Idv», di cui Antonio Di Pietro, la moglie Susanna Mazzoleni e la fidata tesoriera Silvana Mura, costituiscono la «totalità dei soci» come si legge nella «delibera di associazione» approvata un giorno prima di incassare i rimborsi per le europee. La questione, come si vede, non è irrilevante. E la Corte dei conti se n’è accorta. L’indagine della procura contabile mira a chiarire una volta per tutte se la differenza tra associazione e partito possa configurare un’irregolarità nel finanziamento dell’Idv. È la domanda che il Giornale pone da almeno otto mesi. Ma oltre ad essere un’inchiesta giornalistica la vicenda delle casse Idv è anche una questione di trasparenza pubblica, a maggior ragione per un partito che ha fatto della trasparenza la propria bandiera. La Corte dei conti sta lavorando sulla documentazione prodotta dall’avvocato Mario Di Domenico, già socio dell’Idv e ora grande accusatore di Tonino, e anche sull’esposto degli avvocati del Cantiere, che nel luglio del 2008 hanno fatto pervenire al procuratore generale della Corte un «Invito a provvedere in autotutela» per il movimento ex-alleato di Di Pietro. I legali di Veltri & Co. avevano evidenziato, in quella nota, come «nella più totale assenza di qualsiasi controllo da parte dell’Ente pagatore (Montecitorio, ndr) sulle condizioni minime di legittimazione a ricevere i pagamenti dei rimborsi elettorali, essi vengono conseguiti da parte di una associazione formata da sole tre persone, che consegue tali ingenti fondi nella inesistenza per giunta di qualsiasi rendiconto».
Di Pietro, interrogato a suo tempo dal Giornale, aveva risposto con una lunga lettera a Libero annunciando di aver disposto il cambiamento dello statuto Idv, cioè del documento che conteneva quella ambiguità. Di Pietro annunciò allora che, dopo quella modifica, l’associazione e il partito «sono la stessa cosa», ma nel farlo si dimenticò di pubblicare guardacaso anche il verbale notarile con cui era stato disposto dal partito quel cambiamento statutario. Perché? Ci sarebbero voluti altri sei mesi per scoprirlo, e non grazie a Di Pietro che anzi diede precise istruzioni al suo notaio di fiducia di non fornire al Giornale quel verbale, sebbene si trattasse di un atto pubblico. Il motivo è presto detto: quel verbale contiene solo una firma, quella di Di Pietro, in qualità di presidente dell’associazione Idv. In sostanza vuol dire che Di Pietro, per fugare i dubbi sulla gestione personalistica dell’Idv, ha modificato di sua iniziativa e in perfetta solitudine lo statuto dell’associazione come se fosse quello del partito, nelle vesti non di presidente (magari autorizzato da una delibera assembleare o da una disposizione degli organi del partito), ma solo come titolare dell’associazione di famiglia. Un gioco delle tre carte, un gioco di prestigio dietro al quale ci sono però questioni molto concrete. Per esempio, i milioni (circa 11 solo per il 2009) del rimborso pubblico. A quale soggetto vanno davvero quei soldi? Ora non è solo il Giornale a chiederselo, ma anche la Procura generale della Corte di conti.