martedì 8 settembre 2009

Una «pizza riparatrice» a Tokyo per fidanzati giapponesi truffati a Roma

Corriere della Sera > roma


Prossima settimana il vicesindaco capitolino incontrerà la coppietta che ha sborsato 695 euro per un pranzo


ROMA - La pace tra Roma e Tokyo alla fine sarà firmata in una pizzeria... della capitale giapponese. Ebbene sì, il brutto incidente diplomatico (e turistico) del conto-truffa da 695 euro servito lo scorso 19 giugno a una coppietta nipponica al termine del pranzo al ristorante «Il Passetto», si chiuderà la prossima settimana di fronte a una saporita margherita con bufala.

Yasuyuki Yamada, 35enne vittima con la sua fidanzata, ha accettato di incontrare il vicesindaco di Roma con delega al turismo, Mauro Cutrufo, che andrà a Tokyo per promuovere la capitale alla fiera internazionale del turismo. Yamada spiega di «aver accettato l'invito fattogli attraverso l'ambasciata» e di «voler chiudere la storia, evitando che si continui a scrivere male dell'Italia».

INCONTRO IL 19 - «L'amore dei giapponesi verso Roma è innegabile - ha detto Cutrufo, che mercoledì 16 settembre si recherà a Tokyo- e supera anche l'isolato sventurato incidente nel quale è incappato a Roma il signor Yasuyuki Yamada, che con cui desidero pranzare in un ristorante italiano».

L'incontro, secondo le previsioni, si dovrebbe tenere sabato 19 settembre in mattinata, con la «riconciliazione» festeggiata in una famosa pizzeria di Tokyo, con tanto di mozzarella di bufala e forno a legna. «Mi è capitato di guardare diverse volte su Internet - spiega Yamada - di leggere cose negativa sull'Italia, ma anche critiche su quello che mi è capitato e sulle interpretazioni del mio comportamento.

Addirittura ipotizzando che io abbia scelto cosa mangiare quella famosa sera, a piacimento e le cose più costose. Sono dispiaciuto e vorrei risolvere questo caso una volte per tutte». Per questo, con lo scopo di chiudere la vicenda una volta definitivamente, «ho accettato di incontrare il vicesindaco di Roma».

IL GENTILE «NO» ALLA BRAMBILLA- E in effetti, dopo la notizia del conto da capogiro ai due connazionali, il quotidianoAsahi Shimbun (secondo quotidiano del Sol Levante) aveva denunciato il calo di visitatori nipponici verso l'Italia a causa dei «servizi scadenti» e dei «prezzi illegali».

Un'accusa cui aveva risposto il ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla, invitando la giovane coppia, a tornare nella Capitale, a spese del governo italiano. Ma i due turisti nipponici avevano risposto con un sincero ringraziamento e un cortese rifiuto:: Yamada aveva definito l'offerta di tornare in Italia come ospiti del governo «una spesa inutile fatta con le tasse del popolo italiano».

«Tutto sommato - afferma - il viaggio in Italia è stato bello. Ringrazio, ma non ho alcuna intenzione di accettare, anche se arrivasse l'offerta formale. È la mia decisione. Certo che mi piacerebbe visitare ancora l'Italia, a mie spese. Le persone che fanno truffe esistono in tutto il mondo».

Carlotta De Leo

Boffo, Signorini e l'intervista a Chi

Corriere della Sera

L'ex direttore di Avvenire: «Non ho mai rilasciato queste dichiarazioni grottesche»

Il giornalista cattolico «Ho solo risposto al telefono a Signorini». Il direttore ribatte: «Tutto vero»

MILANO - Botta e risposta tra Dino Boffo, ex direttore di Avvenire, e Alfonso Signorini, direttore del settimanale di gossip Chi, su un articolo che uscirà mercoledì sul settimanale della Mondadori (gruppo Berlusconi). «Quelle che mi si attribuiscono sono dichiarazioni semplicemente grottesche. Smentisco nel modo più categorico di aver rilasciato in questi giorni una qualsiasi intervista a Chi o a qualunque altro giornale», ha detto l'ex direttore di Avvenire. Signorini invece conferma «dalla prima all'ultima parola» la conversazione con Boffo.

BOFFO - «Venerdì 4 settembre, dietro sua insistenza, ho accettato di parlare al telefono con il direttore Signorini, dal quale nei giorni precedenti era venuta una singolare dichiarazione di solidarietà e questo mi disse che era stato richiamato dal suo editore», ha spiegato la vicendaBoffo. «Immediatamente precisai che se mai avessi deciso di parlare con qualche giornale, non avrei certo potuto farlo con una testata riconducibile al gruppo che mi aveva massacrato. Egli insisteva per avere elementi onde fare un servizio di 'riparazione' e io gli dissi che poteva rivolgersi a chiunque del suo o del mio mondo che lui conosce. Quelle che mi si attribuiscono sono dichiarazioni semplicemente grottesche sull'attendibilità delle quali ognuno può giudicare da sé. Vorrei solo ricordare che l'atto temerario condotto da Feltri-Sallusti ha preso le mosse per loro dichiarazione da quanto scritto su Avvenire».

SIGNORINI - In riferimento a quanto dichiarato da Boffo, Signorini precisa «che nel lancio della notizia non si parla di un'intervista ma di 'una conversazione al telefono'. Non sono sono mai stato richiamato dal mio editore», prosegue Signorini, «per la solidarietà manifestata a Boffo, né ho mai detto di esserlo stato. Comprendo il duro momento psicologico del collega e posso capire la sua reazione, ma confermo quanto della nostra conversazione telefonica ho riportato su Chi, dalla prima all'ultima parola».

INTERVISTA - Secondo Chi, queste sarebbero state le dichiarazioni di Boffo: «La questione non finisce qui e avrà pesanti conseguenze anche sul fronte politico. Berlusconi sostiene di non avermi mai conosciuto - si chiede retoricamente Boffo -? Non è vero. Ricordo molto bene il nostro incontro. La cosa più assurda è che per 15 anni ho sempre sostenuto Berlusconi, il suo governo e molte sue linee politiche. Ho una formazione moderata, eppure in queste settimane sono diventato un'icona della sinistra. E pensare che sono entrato in rotta di collisione anche con Rosy Bindi perché non rappresentavo l'ala sinistra dei cattolici». Boffo non si dà pace di come abbia potuto verificarsi la tempesta che lo ha travolto. «Se anche fosse vero tutto quello che è stato scritto su di me, io mi chiedo: era eticamente lecito pubblicarlo? Ho parlato con molti dirigenti del Pdl e tutti mi hanno assicurato che la questione è volata sulle loro teste. Ma come è possibile? Come è possibile che per sei giorni di fila, prima delle mie dimissioni, nessuno abbia potuto fermare lo stillicidio mediatico?». Infine, Boffo confida il suo dolore più grande: « Quello che non perdono è che si sia fatto del male ai miei genitori che sono anziani e che hanno pieno diritto a vivere sereni».

L'INTERVENTO DI TETTAMANZI - Intanto anche l'arcivescovo di Milano, il card. Dionigi Tettamanzi, ha preso posizione su quanto accaduto al giornalista cattolico. «Mi chiedo qual è il vero problema - ha detto - . Se sia la vicenda personale oppure fare della vicenda un uso più ampio e indebito, in cui più d'uno ha letto una reazione di critica e di aggressione alla Chiesa e alle sue prese di posizione».

Erri De Luca: cosi' entrai in Lotta continua

La Voce


"Paolo Liguori era un bravo capo"

Lo scrittore: "Pietrostefani era il peggiore di tutti"


"Pietrostefani era il peggiore di tutti, nel fare e nel dire". Così lo scrittore Erri De Luca, un passato da dirigente di Lotta continua, descrive l'extraparlamentare, condannato definitivamente, insieme ad Adriano Sofri e Ovidio Bompressi, per l'assassinio del commissario Luigi Calabresi. La rivelazione in un'intervista pubblicata dal settimanale ticinese Il Caffè. De Luca (nella foto), oggi scrittore di successo, ricorda gli inizi della sua attività politica. "A diciotto anni, nel 1968, lascio Napoli e raggiungo Roma. Non sapevo nulla di ciò che c'era fuori" ricorda lo scrittore. "Ma mi sentivo soffocare da tutto e tutti: la scuola, la città, i troppi americani presenti, chi pretendeva di vendermi roba in napolamericano...Non ne potevo più. A Roma vivevo in una camera ammobiliata. Fecvo il fattorino, il fotografo. E cominciavano le prime manifestazioni, le prime battaglie di strada, e inevitabilmente le prime convocazioni in questura, le prime amicizie". E ci fu l'incontro con Lotta continua.

"Facevo parte di una cinquantina di di agitatori, agitati e agitanti. Occupavamo case vuote, ci portavamo l'elettricità, quindi lottavamo contro l'Enel. Il nostro nome era Gruppo agitazione operai studenti (Gaos). Poi decidemmo per Lotta continua. Si aggiunse anche Mauro Rostagno. E poi Paolo Ramando e Mimmo Cecchini, marito della sorella di Adriano Sofri. C'era anche Paolo Liguori (attuale direttore del Tgcom di Mediaset, ndr), soprannominato 'Straccio'. Era un bravo capo, gli piaceva parlare. Ma la sua ambizione fu troncata da Lotta continua.

Poi, il ricordo di Giorgio Peitrostefani: "Era il peggiore di tutti, nel fare e nel dire, e gliel'ho sempre detto - quando arrivò a Roma mise Liguori a fare il militante davanti all'Alfa Sud di Secondigliano". Ad un certo punto, anche De Luca divenne un dirigente di Lc. I limiti della legalità vennero ben presto sorpassati. "Era la pratica diffusa. Proteggere i latitanti era illegale, così come fabbricare bottiglie incendiarie, scontrarsi con le forze dell'ordine... Fabbricavamo molotov, giravamo armati, una necessità contro i fascisti. Ho rischiato la galera".

De Luca confessa di non essersi mai dissociato, come molti ex "compagni", dalle lotte degli anni '70'. "E come potrei. Molte persone sono in prigione o in esilio a scontare anche per me. E fino a quando saranno lì, io non sarò in pace con quel passato" Anche chi non è andato in galera è comunque responsabile di quello che è successo in quagli anni. Nessuno può dirsi innocente" conclude De Luca.





Detenuto fa sciopero della fame e muore

Corriere della Sera


Pavia, l'uomo si proclamava innocente. Sull'accaduto avviata un'inchiesta  Estrema protesta di un tunisino di 42 anni: ha smesso di nutrirsi dopo una condanna per violenza sessuale
 
MILANO - È morto dopo un lungo sciopero della fame, iniziato oltre un mese fa, un detenuto tunisino di 42 anni, che era rinchiuso nel carcere di Torre del Gallo a Pavia. L'uomo è deceduto due giorni fa al policlinico San Matteo, dove era stato ricoverato per l'aggravarsi delle sue condizioni.

PROTESTA ESTREMA - Il tunisino aveva deciso di intraprendere lo sciopero della fame dopo che aveva saputo di una nuova condanna emessa contro di lui per un'accusa di violenza sessuale. Una sentenza che il nordafricano ha contestato, sino a decidere di interrompere l'assunzione di cibo e bevande. Sono stati inutili i tentativi del responsabile del carcere di convincerlo a mangiare. Sulla vicenda sono ora in corso accertamenti da parte dell'autorità giudiziaria.


Boffo: 'Non ho mai rilasciato interviste a 'Chi''

La Voce

Il giornalista avrebbe detto: "La questione avra' pesanti conseguenze politiche"

L'ex direttore smentisce il settimanale di Signorini che aveva anticipato alcune sue dichiarazioni

Milano – “Quelle che mi si attribuiscono sono dichiarazioni semplicemente grottesche. Smentisco nel modo più categorico di aver rilasciato in questi giorni una qualsiasi intervista a ‘Chi’ o a qualunque altro giornale”. Lo ha dichiarato Dino Boffo, ex direttore di ‘Avvenire’, che ha quindi smentito le voci su una presunta intervista rilasciata al settimanale diretto da Alfonso Signorini. “Venerdì 4 ottobre - ha esordito Dino Boffo che ha appositamente contattato le agenzie - dietro sua insistenza, ho accettato di parlare al telefono con il direttore Signorini dal quale nei giorni precedenti era venuta una singolare dichiarazione di solidarietà e questo mi disse che era stato richiamato dal suo editore. Immediatamente - ha continuato l'ex direttore di ‘Avvenire’ - precisai che se mai avessi deciso di parlare con qualche giornale non avrei certo potuto farlo con una testata riconducibile al gruppo che mi aveva massacrato. Egli insisteva per avere elementi onde fare un servizio di 'riparazione' e io gli dissi che poteva rivolgersi a chiunque del suo mi conoscesse o del mio mondo che lui conosce”.

Stamani le agenzie avevano riportato alcune delle affermazioni che appariranno sul settimanale nel numero in uscita domani: “La questione non finisce qui e avrà pesanti conseguenze anche sul fronte politico”, avrebbe detto Boffo. Nelle anticipazioni fornite dal settimanale vengono riportate altre frasi di Boffo: “La cosa più assurda è che per quindici anni ho sempre sostenuto Berlusconi, il suo governo e molte sue linee politiche. Ho una formazione moderata, eppure in queste settimane sono diventato un'icona della sinistra. Berlusconi sostiene di non avermi mai conosciuto? Non è vero. Ricordo molto bene il nostro incontro”.

E ancora l’ex direttore del quotidiano della Cei avrebbe detto: “Se anche fosse vero tutto quello che è stato scritto su di me, io mi chiedo: era eticamente lecito pubblicarlo? Ho parlato con molti dirigenti del Pdl e tutti mi hanno assicurato che la questione è volata sulle loro teste. Ma come è possibile? Come è possibile che per sei giorni di fila, prima delle mie dimissioni, nessuno abbia potuto fermare lo stillicidio mediatico?”.

Infine Boffo avrebbe dichiarato: “Vivo una vita estremamente noiosa sul versante del gossip. Quello che non perdono è che si sia fatto del male ai miei genitori che sono anziani e che hanno pieno diritto a vivere sereni”.

Domenico D'Alessandro


Boffo: "Non finisce qui Conseguenze pesanti"

di Redazione

Milano - "La questione non finisce qui e avrà pesanti conseguenze anche sul fronte politico". Dino Boffo rompe il silenzio e torna sulle sue dimissioni da Avvenire in un’intervista al settimanale Chi domani in edicola di cui è stata fornita un’anticipazione. "Berlusconi sostiene di non avermi mai conosciuto? Non è vero. Ricordo molto bene il nostro incontro" si sfoga Boffo. E poi aggiunge: "La cosa più assurda è che per 15 anni ho sempre sostenuto Berlusconi, il suo governo e molte sue linee politiche. Ho una formazione moderata, eppure in queste settimane sono diventato un’icona della sinistra. E pensare che sono entrato in rotta di collisione anche con Rosy Bindi perché non rappresentavo l'ala sinistra dei cattolici".

La bufera Boffo non si dà pace di come abbia potuto verificarsi la tempesta che lo ha travolto. "Se anche fosse vero tutto quello che è stato scritto su di me, io mi chiedo: era eticamente lecito pubblicarlo? Ho parlato con molti dirigenti del Pdl e tutti mi hanno assicurato che la questione è volata sulle loro teste. Ma come è possibile? Come è possibile che per sei giorni di fila, prima delle mie dimissioni, nessuno abbia potuto fermare lo stillicidio mediatico?". Infine, Boffo confida il suo dolore più grande: "Quello che non perdono è che si sia fatto del male ai miei genitori che sono anziani e che hanno pieno diritto a vivere sereni".



Addio al padre della televisione italiana Mike Bongiorno è morto a Montecarlo

di Redazione



Montecarlo - La televisione è rimasta orfana di Mike Bongiorno, decano dei presentatori e pioniere della televisione. E' morto all'età di ottantacinque anni, nella sua casa a Montecarlo, il conduttore italo-americano. A lui sono legate alcune trasmissioni storiche della televisione italiana da "Arrivi e partenze", primo format, al celeberrimo "Rischia tutto". Cittadino americano naturalizzato italiano, aveva inziato alla Rai degli esordi per poi essere scelto da Silvio Berlusconi per lanciare le televisioni commerciali. La sua ultima avventura con i canali satellitari di Sky. Era partito ieri per una breve vacanza a Montecarlo prima di iniziare le registrazioni del suo nuovo programma.

Berlusconi: "Era un grande, mi spiace moltissimo"
La prima reazione di Silvio Berlusconi alla scomparsa di Mike Bongiorno è di incredulità: "Mamma mia, ma è proprio vero?", chiedeva il Cavaliere poco prima di avere conferma della scomparsa del conduttore tv. "L’ho sentito una settimana fa al telefono - ha sottolineato - e gli avevo detto che negli spot l’avevo visto in forma spettacolare. Mamma mia, non mi capacito..." "Era in gran forma", ha ribadito Berlusconi. "Una morte così si spiega solo con un ictus o un infarto. Mi spiace tantissimo...".

Berlusconi: "Voleva diventare senatore"
"Mi dispiace molto, scompare un grande amico, un protagonista della storia della Tv italiana". Queste le prime parole del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi alla notizia della morte di Mike Bongiorno. "Mi dispiace molto - ha aggiunto - perché aveva un grande sogno che era quello di diventare senatore della Repubblica".


Il ricordo di Veltroni "È morto un uomo intelligente, gentile e con una dote rara come il senso dell’umorismo". Così Walter Veltroni. "Nella lunga storia della televisione e dell’industria dello spettacolo - continua Veltroni- Mike ha un posto di assoluto rilievo. Nel tempo in cui la tv ha contribuito ad unire e modernizzare il Paese Mike è stato protagonista di molti programmi di tv intelligente e popolare". "Mike aveva conosciuto mio padre e non ha mai smesso di ricordare con gratitudine il suo esordio in ’Arrivi e partenzè. La sua morte - conclude Walter Veltroni- mi dispiace molto, era un uomo lieve e arguto, credo che tutto il Paese lo rimpianga".

La lotta partigiana Michael Nicholas Salvatore Bongiorno, era nato a New York il 26 maggio 1924. Tornato a Torino, città natale di sua madre, durante la Seconda Guerra Mondiale viene impiegato come staffetta per le comunicazioni tra Alleati e gruppi partigiani. Catturato dalla Gestapo e messo al muro per essere fucilato, si salva perchè gli agenti tedeschi gli trovarono i documenti americani. Portato nel carcere di San Vittore a Milano, viene deportato prima a Bolzano poi a Mauthausen. Viene liberato prima della fine del conflitto grazie a uno scambio di prigionieri di guerra.

Una carriera lunga mezzo secolo Tornato a New York, dal 1946 lavora presso la sede radiofonica del quotidiano Il progresso italo-americano. Con Corrado è stato il presentatore più popolare in Italia, dove, nel 1953, si trasferisce per contribuire alla nascita della televisione. È lui a presentare la prima trasmissione in onda dalla Rai, "Arrivi e partenze". Tra le sue trasmissioni più note, Lascia o raddoppia e Rischiatutto, oltre a ben 11 edizioni del festival di Sanremo. Alla fine degli anni Settanta contribuisce alla nascita della tv commerciale. Il suo ultimo programma Rai è Flash (1980-1982), poi passa a Mediaset (Bis, Superflash, Telemike). Dal 1989 al 2003 conduce la Ruota della Fortuna. Nelle ultime stagioni conduce vari programmi su Retequattro, ed è testimonial di alcune campagne pubblicitarie con Fiorello (Wind), con il quale aveva instaurato uno stretto rapporto di lavoro e di amicizia. Stava per condurre un nuovo programma su SkyUno, una nuova versione del celebre Rischiatutto.

L'icona della televisione Scompare uno dei presentatori che hanno fatto la storia della televisione italiana. Il conduttore, che recentemente aveva abbandonato il gruppo Mediaset, avrebbe dovuto condurre il prossimo autunno su Sky Uno il Riskytutto, a 39 anni dalla prima messa in onda del primo quiz della televisione italiana "Lascia o raddoppia?". Seguiranno anche i quiz "Rischiatutto" e "Scommettiamo?".

Undici festival di San Remo A partire dal 1963, ha condotto undici edizioni del Festival di Sanremo, l’ultima nel 1997 con Valeria Marini e Piero Chiambretti. Bongiorno con Silvio Berlusconi all’esordio di Canale 5 fu uno dei primi grandi conduttori a lavorare con le televisioni private e contribuì, con l’imprenditore Berlusconi, alla nascita della televisione commerciale. Dal 1989 al 2003 ha condotto La ruota della fortuna. Nelle ultime stagioni televisive Bongiorno si è dedicato alla conduzione di due quiz su Retequattro: Genius, un format televisivo dedicato ai ragazzi, e Il migliore.

La laurea dello Iulm Ha conseguito il titolo di dottore presso l’università Iulm di Milano nell’agosto del 2007. Nel settembre 2007 è tornato invece in Rai per la conduzione della 68esima edizione di Miss Italia su Raiuno insieme a Loretta Goggi. Il 20 marzo 2009, tramite un comunicato in risposta alle critiche che vedevano la sua partecipazione ad una promozione del nuovo show di Fiorello su Sky come un tradimento nei confronti di Mediaset, ha reso noto di non aver avuto rinnovato il contratto dall’azienda di Cologno a fine 2008. Da qui al passaggio a Sky dove avrebbe dovuto iniziare in autunno.

Rizzoli assolto dopo 26 anni: "Mi hanno rovinato Chiedo i danni e rivoglio il Corriere"

Il Quotidianonet

L'ex proprietario del Corriere della Sera, chiederà 650 milioni di euro di risarcimento a Giovanni Bazoli, Piergaetano Marchetti, Giuliano Zuccoli e Giovanni Arvedi, responsabili a suo avviso di averlo strangolato finanziariamente per portargli via l’azienda



Roma, 8 settembre 2009 - Angelo Rizzoli, ex proprietario del Corriere della Sera, chiederà 650 milioni di euro di risarcimento a Giovanni Bazoli, Piergaetano Marchetti, Giuliano Zuccoli e Giovanni Arvedi, responsabili a suo avviso di averlo strangolato finanziariamente per portargli via l’azienda. Lo annuncia in un’intervista al quotidiano «Libero», nella quale sferra un duro attacco ai responsabili di quella vicenda.

«Hanno rovinato la mia vita - afferma -. Ho passato 26 anni infernali. Mi hanno depredato dei miei beni. Hanno distrutto la mia reputazione. Mi hanno mandato in galera per tre volte in cinque carceri diversi. Mi hanno dipinto come un incapace che ha dilapidato il patrimonio e il buon nome della famiglia e del Gruppo Rizzoli. Ora che la Cassazione mi ha assolto definitivamente da tutte le imputazioni e ha riconosciuto che non ho commesso alcun reato, è venuto il momento di fargliela pagare a tutti responsabili».

Rizzoli ricorda che al vertice della cordata Gemina che rilevò il Corriere c’era, oltre a Bazoli, il professor Guido Rossi «che agiva in strettissima collaborazione con Cesare Romiti». Lo stesso avvocato Gianni Agnelli, ricorda Rizzoli, gli telefonò: «Siamo nel mondo degli affari dove vale la legge della giungla: il più forte manca il più debole. E lei, dottor Rizzoli, in questo momento è il più debole». «Con la vicenda Corriere ho perso 26 anni di vita - prosegue Rizzoli -. Mio padre ci è morto d’infarto nel 1983, mia sorella Isabella, la più piccola, si è suicidata nel 1986. Porto i segni sulla pelle di quello che mi hanno fatto».

AGI

Cacciato dalla Curia perché cambia sesso Luana si veste da uomo e torna al Duomo

Corriere del Mezzogiorno

La musicista via dal 31 agosto: «Mi sento discriminata, ma sono pronta alla battaglia legale»


LECCE — Lunedì pomeriggio ha nuova­mente indossato gli abiti maschili, ha tolto il trucco e scelto una maglietta larga che nascondesse il seno. «Voglio mantenere l’impegno preso con la cop­pia di sposi e certo non morirò se per una volta ancora mi vesto da uomo. Ho rispetto del luogo in cui devo anda­re». Il luogo in cui Luana Ricci (ma al­l’anagrafe è ancora Marco della Gatta, di 46 anni, sposato e con due figli, un ragazzo di 18 anni e una ragazza di 15) si è recato è la Cattedrale di Lecce, quella dove ha suonato come organi­sta e diretto il coro per 18 anni e dalla quale è stata allontanata il 31 agosto scorso. «Senza una spiegazione», pre­cisa. Ed è per questo, per essere stata mortificata nella sua professione, che ha deciso di rendere pubblica la sua storia.

LA STORIA - Diplomata in pianoforte al Conser­vatorio di Lecce e in musica jazz a quello di Bari, Luana Ricci vanta un curriculum di tutto rispetto con parte­cipazioni alla Notte della Taranta e col­laborazioni con l’Orchestra della Pro­vincia di Lecce. Nell’ambiente musica­le gode di grande rispetto e la sua arte è molto apprezzata. Dal 1991 lavora per la Diocesi, pur non avendo mai fir­mato un contratto e non avendo mai percepito i contributi. «Per questo - di­ce - farò valere i miei diritti in sede giudiziaria. Per il resto, il benservito avuto il 31 agosto scorso è il primo episodio di intolleranza subito da quando, venti mesi fa, ho intrapreso il mio percorso verso l’operazione che mi trasformerà definitivamente in una donna. Per il momento, con il sup­porto medico dell’Onig (l’Osservato­rio nazionale sull'identità di genere che ha una sede anche a Bari, ndr), sto soltanto assumendo ormoni femmini­li». Ci sono voluti 30 anni perché Mar­co-Luana si accettasse per quello che è. «Avevo 13 anni - racconta - quando mi sono accorta che la mia sensibilità, la mia visione del mondo erano diver­se da quelle degli altri ragazzi. Non ho capito subito, però, a cosa fosse dovu­to il mio disagio. La vera svolta c’è sta­ta otto anni fa, quando ho perso mio padre. In quel momento, di fronte alla perdita di una persona cara, ho capito che non potevo morire senza aver rea­lizzato pienamente me stessa. So che il percorso che dovrò affrontare è diffi­cile, ma sono pronta ad affrontare qualsiasi cosa, anche la più estrema».

LA SCELTA - In questi anni, Luana ha dovuto vi­vere nascondendo la sua vera identi­tà. «Volevo dimostrare di essere un uo­mo, soprattutto a me stesso - racconta ancora Luana - . Nel 1989 mi sono spo­sato e dal matrimonio sono nati due splendidi figli. Ho vissuto con la mia famiglia fino a marzo scorso e con lo­ro ho un rapporto splendido. Quando ho deciso di seguire una strada diver­sa, ho prima parlato con mio figlio, che ha accettato la mia scelta, poi, in­sieme a mia moglie e mio figlio, abbia­mo spiegato la situazione alla ragazza, che ha ascoltato senza commentare. Immagino che soffrano per la mia lon­tananza da casa, ma li sento tutti i gior­ni». Quando Luana ha deciso di cam­biare sesso, un anno fa circa, ha subi­to informato i suoi amici più cari. «In realtà - precisa - , avevo cominciato a vestirmi da donna già 3-4 anni fa, ma ero stata lontana da Lecce il più possi­bile proprio per abituare gradualmen­te le persone del mio ambiente alla tra­sformazione. Certo, quando ero impe­gnata in Cattedrale, il mio abbiglia­mento è sempre stato rigorosamente maschile per rispetto nei confronti di chi non accetta la mia scelta». In Catte­drale ci tornerà, forse, ancora un paio di volte per onorare gli impegni presi con le coppie di sposi, ma la sua storia di cattolica è forse finita per sempre.

Francesca Mandese

Le vittime del Circeo non parlano ma il loro grido si sente ancora

Il Messaggero



di Sergio Talamo


ROMA (6 settembre) - Ancora una volta ci siamo accapigliati su loro tre, Guido-Ghira-Izzo, e non commossi per loro due, Donatella Colasanti e Rosaria Lopez. Per 34 anni, nel delitto del Circeo hanno sempre fatto più notizia i carnefici che le vittime. Forse perché in quel 1975 gonfio di furori politici, la violenza dei ragazzi-bene contro le ragazze di borgata sembrava scritta apposta per confermare uno slogan. Ricchi contro poveri, uomini contro donne. 

Forse per questo, in oltre tre decenni i cinque protagonisti sono sempre rimasti attori di un brutto film ideologico. Se fossero tornati persone, non staremmo qui a discutere se Guido è stempiato, imbruttito, dimagrito. Non staremmo a sentire i suoi vicini che dicono «è tanto una brava persona». Non saremmo così comprensivi con la sua famiglia «che gli è sempre stata vicina». Se quei cinque fossero tornati persone, non avremo tutta questa voglia di archiviare. Magari, rivedremmo il Circeo con gli occhi di Rosaria che morì quella notte. Con gli occhi di Donatella che morì lungo i 30 anni che vennero dopo.

Non vide il 2006, Donatella Colasanti. Nel settembre del 1975 aveva 17 anni, e di colpo la sua fresca gioventù fu gelata da un massacro spuntato in una notte qualunque. Si salvò per caso, mentre la sua amica Rosaria Lopez veniva seviziata e poi affogata in una vasca da bagno: «Questa non muore mai», disse spazientito Guido. E lei capì che doveva chiudere gli occhi, tremare e sperare. Si finse morta per un giorno intero, poi qualcuno udì i suoi flebili lamenti dal bagagliaio di una 127 rossa. I giornali tuonarono, l’Italia fu percorsa da mille cortei... Poi, però, il tempo passa.

Donatella è morta il 30 dicembre 2005 in un letto d’ospedale. Ma c’è una sua frase, detta qualche mese prima, che ha segnato la sua vera fine, cioè la resa all’ingiustizia di tanti anni prima: «Ora basta. Che nessuno parli più del massacro del Circeo. L’unica titolata sono io, che in tutti questi anni ho lavorato da sola, mente tutti facevano finta di niente, dai magistrati ai ministri, ai giornalisti che pur di fare uno scoop intervistavano Izzo».

Poche amare parole per una sola verità: accanto a me non c’è nessuno, non lo Stato né la politica né i giudici né la stampa. Sono sola, io con i miei incubi, io con la mia vita spezzata. Perché, per tutti gli altri, quella notte al Circeo è solo folclore d’epoca. Per me, quella notte è il volto mostruoso del mondo.


E da quel mondo Donatella se ne andò quando scoprì che Angelo Izzo, uno dei suoi massacratori, non solo era libero ma faceva anche l’assistente sociale ed il collaboratore della polizia. L’Italia si era fidata di lui fino a lasciarlo agire indisturbato, fino a dover scoprire che il giovane folle del 1975 era tale anche 30 anni dopo; ed infatti aveva ucciso di nuovo. Izzo era ancora protagonista di una storia di morte e di stupro; ancora due donne come vittime (allora due amiche, questa volta una madre e una figlia); ancora una villetta discreta ed appartata, allora sul mare del Lazio oggi su una collinetta del Molise; ancora un gioco sadico, a metà fra sesso estremo e violenza brutale.

Angelo Izzo ricomparve alle cronache ingrossato, con gli occhiali spessi. Ma dietro le lenti, ecco quei fari raggelanti che nel 1975 animavano un visino da rampollo viziato dai soldi e dai privilegi.

Donatella fu uccisa dai suoi ricordi offesi, dalla storia di Izzo raccontata come un romanzo d’appendice: il semi-detenuto che faceva volontariato e oggi uccideva la moglie e la figlia di un ex boss della Sacra Corona Unita. Che affascinante giallo nel giallo!

Donatella guardava e pensava a quell’altro Angelo Izzo che aveva torturato lei e Rosaria per ore, poi le aveva gettate in un bagagliaio chiuse in buste di plastica come la spazzatura; poi era andato con i suoi amici in pizzeria; poi per decenni era stato risparmiato, insieme ai suoi amici, da una giustizia compiacente e da premurose famiglie che perdonavano facilmente lo strazio inflitto agli altri.

Donatella Colasanti si chiese: «Perché Izzo è libero? Come mai la giustizia ha dato fiducia a lui che aveva dato informazioni sempre false, a lui che aveva tentato tante volte di evadere?». Si domandò queste cose e non si seppe dare risposta. Non poteva più credere al suo Paese. Si piegò su se stessa, chiuse gli occhi. Questa volta morì davvero.

Dopo che è stato liberato Gianni Guido, ripercorriamo la stessa traccia di scandalismo a buon mercato. Cerchiamo il colpo di scena, l’effetto spettacolare dell’ex belva addomesticata dagli anni, che pianse quando morì Ghira, che «rispetta il dolore delle famiglie delle vittime». Le torturiamo ancora, quelle due povere figlie del ’75. Loro non possono parlare, ma è come se gridassero ancora.

Minori, sentenza: un figlio di separati può dire no agli incontri con un genitore

Il Messaggero

ROMA (7 settembre) - La Corte di Appello di Lecce ha stabilito che in una coppia separata il figlio minorenne, anche se in età pre-adolescenziale, può decidere di non incontrare il genitore non affidatario, senza che questo comporti responsabilità per l'altro genitore. Secondo la sezione promiscua (presidente Boselli, consiglieri Palazzo e Petrelli) «le esigenze di un bambino possono non coincidere con quelle dei suoi genitori».

La vicenda riguarda una bimba oggi dodicenne in affidamento condiviso alla madre, che vive in Puglia. Il padre, che abita e e lavora a Modena, dal 2006 non riesce più ad incontrare la figlia perché questa si rifiuterebbe di vederlo dopo aver appreso di una sua denuncia contro la madre.

La Corte di appello di Lecce ha revocato l'ammonimento inflitto alla madre dal Tribunale civile di Brindisi. Secondo i giudici, la donna aveva violato le disposizioni del giudice della separazione, portando in vacanza la figlioletta invece di consegnarla all'ex coniuge e sostenendo, a propria discolpa, che la bimba preferiva andare in vacanza con lei. I giudici leccesi hanno confermato inoltre l'affidamento condiviso (la madre della bimba aveva chiesto l'affidamento esclusivo della minore).

L'uomo ha deciso di presentare ricorso, perché la sentenza sarebbe in contrasto con la convenzione Onu sui Diritti del fanciullo e con una sentenza recente della Cassazione. Ad esempio, in riferimento alla convenzione Onu, laddove si dice che "il fanciullo, a causa della sua mancanza di maturità fisica e intellettuale, necessita di una protezione e di una cura particolari"; e ancora, che le sue opinioni devono essere prese in considerazione "tenendo conto della sua età e del suo grado di maturita", per finire al richiamo sulla "responsabilità comune" dei genitori nell'educare il fanciullo. La sentenza andrebbe anche in direzione opposta a quella emessa l'8 luglio scorso dalla Cassazione (VI sezione, n.27995), dove si afferma che "risponde penalmente... la madre che, eludendo il provvedimento del giudice civile in ordine all'affidamento del minore, impedisca al padre di tenerlo con sè durante le vacanze nel periodo stabilito".

Roma, svastica di due metri sul portone del presidente della Comunità ebraica

Il Messaggero

Una portavoce della comunità: «E' di alcuni mesi fa». Ambienti investigativi: segnalata ieri alla Questura



ROMA (7 settembre) - Una svastica alta circa due metri è stata disegnata sul portone dell'abitazione del presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, in via Fonteiana. La svastica, tracciata senza sigle di rivendicazione, è stata disegnata con una particolare vernice trasparente che si nota solo in controluce. La polizia, Digos e Commissariato Monteverde, ha avviato rilievi scientifici e indagini, anche in presenza di versioni discordanti sul momento in cui la svastica sarebbe stata disegnata sul portone a vetri.

«La svastica è di alcuni mesi fa», ha affermato in una nota la portavoce della comunità ebraica di Roma, Ester Mieli. «Per dovere di cronaca siamo obbligati a precisare che la notizia data oggi circa la svastica ritrovata sul portone di casa del Presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, risale ad alcuni mesi fa, quando sì era preferito non rendere nota la cosa. Ieri, il portone sembrava di nuovo imbrattato, mentre dai confronti con l'arma dei carabinieri si è capito che si trattava di una vecchia svastica, già denunciata alle forze dell'ordine. Ringraziamo il mondo politico, che in modo bipartisan ha condannato e espresso solidarietà al Presidente. Attendiamo comunque l'esito delle indagini della Digos, riguardo all'episodio dei mesi trascorsi».

Altre fonti sostengono invece che la svastica non è in controluce, ma risale a nove mesi fa, esattamente al 5 gennaio. Pacifici aveva preferito non dare pubblicità al fatto, e il simbolo era stato subito «rimosso» da una ditta che, con tutta probabilità, nell'effettuare la cancellazione aveva operato con sostanze solventi che hanno poi lasciato sul vetro il "negativo" del simbolo nazista. Della svastica, tra l'altro, era già stata edotta la Camera dei deputati il 21 gennaio all'interno di un'interrogazione parlamentare a risposta orale (firmata da Nirenstein, Calderisi, Della Vedova, Pianetta, Bovicelli e Bocchino), che faceva riferimento a vari atti di natura antisemita susseguitisi al bombardamento israeliano su Gaza del dicembre 2008 e denunciava, appunto, che il «5 gennaio a Roma una svastica viene disegnata sul portone d'ingresso della casa del presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici».

La svastica è comunque ben evidente in controluce, e resta da capire come per nove mesi nessuno l'abbia notata. Sempre secondo la comunità ebraica, il motivo sarebbe un accumulo di polvere sui vetri, tale da impedire la vista della svastica. Solo una recente pulizia straordinaria avrebbe fatto sì che la svastica tornasse visibile. «Mesi fa - sostengono sempre alla comunità ebraica - per cancellare la svastica furono utilizzati dei solventi forse nemmeno troppo adatti al vetro. Ecco perché risulta oggi un po' danneggiato tanto da rendere visibile proprio quello che si voleva cancellare».

Secondo ambienti investigativi la svastica è stata invece notata e segnalata ieri, poco prima delle 13, dalla scorta di Riccardo Pacifici che ha avvertito la polizia. Ne è seguito un sopralluogo con rilievi scientifici effettuati solo dagli agenti della questura di Roma. E nell'immediatezza del fatto il presidente della Comunità Ebraica, recita un appunto investigativo, ha dichiarato che «in data odierna è stato pubblicato su un giornale un articolo da lui redatto che fa riferimento ai naziskin ma di non sapere se ricondurre tale circostanza a questo fatto». Pacifici ha poi dichiarato alla polizia «di non aver ricevuto alcuna minaccia». 



E l'articolo al quale fa riferimento Pacifici, pubblicato ieri da un quotidiano romano, conteneva una sorta di appello al sindaco Alemanno dopo le polemiche per la nomina ai vertici dell'Ama di Stefano Andrini, condannato per l'aggressione a due ragazzi di sinistra avvenuta davanti a un cinema romano nell'estate dell'89. «Andrini se ne deve andare. La nomina di un ex naziskin ai vertici di Ama servizi ambientali è un'offesa alla Comunità ebraica, ai valori di democrazia e antifascismo della città di Roma», era scritto nell'appello.

Il gesto viene alla luce il giorno prima dell'anniversario dell'8 settembre, dopo settimane contrassegnate da segnali di intolleranza verso la comunità degli omosessuali e dalle polemiche per la nomina di Andrini, Il ritrovamento della svastica ha comunque sollecitato la condanna bipartisan di destra e sinistra.

Alemanno: gesto inqualificabile. Il sostegno a Pacifici, «vittima di un gesto inqualificabile», arriva oggi dal sindaco Gianni Alemanno. Così come dal segretario del Pd del Lazio, Roberto Morassut, solidale con Pacifici e con tutta la Comunità ebraica di Roma « per il vile atto di cui è stata oggetto», e dall'assessore Sveva Belviso.


Caso Boffo, Avvenire: «Feltri ci pensi e se ne è capace chieda scusa»

Il Messaggero

ROMA (8 settembre) - Il direttore del «Giornale» Vittorio Feltri «rinfaccia ad altri quello che lui neanche si è sognato di fare prima di spacciare per reati contro la legge e la morale gli ignobili insulti contenuti in una lettera anonima diffamatoria. Rilegga se stesso, Feltri. Ci pensi. E, se ne è capace, chieda scusa». Così l'Avvenire in un box intitolato Secondo Noi, torna sulla vicenda Boffo, alla quale dedica anche un editoriale, sottolineando come l'ex direttore del quotidiano della Cei sia stato «vittima di una ingiustizia profonda e crudele». In una pagina dedicata agli attacchi rivolti dallo stesso Feltri al presidente della camera Gianfranco Fini, Avvenire, nella notizia, dal sottotitolo «Feltri contro Feltri», riporta alcune frasi virgolettate, premettendo che riguardano «l'ignobile attacco» del Giornale di Feltri a Dino Boffo.

«Prima di unirti al coro -si legge- avresti dovuto informarti. Bastava telefonare a me. Se non altro, ascoltando l'altra campana ti saresti chiarito le idee e le tue dichiarazioni sarebbero state più caute. Non ti è passato neanche per la mente che un contro sono i pettegolezzi e un conto sono i reati». La notizia, sottolinea Avvenire, è che queste parole non sono di Boffo, ma di Feltri. «Avete capito bene - scrive il quotidiano cattolico - Feltri rimprovera una terza persona -il presidente della Camera- di non averlo chiamato al telefono prima di definire killeraggio ogni aggressione mediatica e, dunque, anche quella ferocemente e ingiustificatamente pianificata dal Giornale contro il direttore di Avvenire».

Di qui l'invito a «rileggere se stesso» e chiedere scusa. Nell'editoriale dedicato alla vicenda, il quotidiano spiega che Boffo, «uomo giusto», ha «fatto prova del destino che aspetta chi pratica la giustizia, ha sperimentato su di sè il male radicale» kantiano. All'ex direttore è inoltre dedicata un'intera pagina di «messaggi di gratitudine dei lettori», giunti a «migliaia».

Sirio, ecco i tram del futuro Comprati e chiusi in deposito

Corriere del Mezzogiorno


sulla tratta principale non circolano da quasi due anni

Costarono al Comune 24 milioni, indagine della Finanza Inutilizzati per i cantieri tra Poggioreale e via Marina



NAPOLI — Complessivamente so­no ventidue vetture. Acquistate per un importo totale (alcuni mesi do­po il passaggio dalla lira all’euro) di 24 milioni di euro. Circa 50 miliardi della vecchia valuta spesi per acqui­stare tram avveniristici. I Sirio sono lunghi circa 20 metri e sono il sim­bolo di quello che — sul fronte dei trasporti pubblici — Napoli avrebbe potuto fare e non ha fatto. Dodici di questi mezzi sono nel deposito di San Giovanni a Teduccio. Inutilizza­ti. Sono quelli riservati alla linea 1 — tratta Poggioreale - piazza Vitto­ria — che al momento è servita pe­rò da mezzi su gomma poiché le ro­taie non ci sono causa infiniti lavori in corso. Altri dieci tram funziona­no sulla linea 4 — tragitto San Gio­vanni a Teduccio-piazza Vittoria— e vengono utilizzati quotidianamen­te, a turnazione con quelli fermi. Insomma è un cantiere a bloccare più della metà del costoso parco macchine su rotaie dell’Anm.

Il can­tiere per il ripristino della sede tramviaria che si snoda da corso Ga­ribaldi a via Stadera. L’assessore alla Mobilità Agostino Nuzzolo garanti­sce che i lavori, dopo oltre due anni, sono terminati. «Aspettiamo — di­ce — il collaudo dell’Ustiff». Ma sa­rà inutile. Poiché a breve riaprirà un altro cantiere, quello di via Marina. E allora i tram torneranno di nuovo in deposito. Tutti. «In realtà — ipo­tizza l’assessore — stiamo pensan­do di utilizzarli almeno sulla tratta Poggioreale-San Giovanni. Per il re­sto ricorreremo ai bus». Nel caso tram — e anche sul fron­te filobus — ha messo il naso già qualche tempo fa la Guardia di Fi­nanza che ha scoperto che 30 degli 87 filobus in dotazione all’Anm (ognuno è costato circa 400.000 eu­ro) erano parcheggiati «in uno stato di evidente non operatività, all’inter­no di depositi aziendali e, addirittu­ra, presso l’impresa costruttrice».

Le indagini hanno accertato che, fin dal 2001, l’intera gestione del parco mezzi filotranviari «è stata caratte­rizzata da un costante sottoutiliz­zo ». I militari hanno analizzanto i dati relativi all’utilizzo dei singoli mezzi e hanno accertato che, in ba­se ad una media quotidiana, il 35 per cento circa del parco filobus e il 14 per cento dei tram Sirio non è sta­to impiegato in servizio. Filobus e tram, in sovrannumero rispetto alle reali capacità ed all’estensione della rete elettrica, vengono impiegati a rotazione e talvolta, nel caso dei nuovi Sirio, per una sola corsa gior­naliera. Insomma mezzi inutilizzati a cau­sa di una programmazione che non va di pari passo con le reali capacità della rete cittadina e che cozza con altri progetti contrastanti. Il caso dei tram è emblematico: saranno de­stinati, infatti, comunque ad un sot­toutilizzo poiché, rispetto al passa­to, è stato del tutto riveduto il per­corso delle linee tramviarie che non arrivano più a Fuorigrotta. Al momento approdano a piazza Vittoria. Quando termineranno i la­vori alla Riviera (un altro cantiere in­finito) arriveranno a piazza Sannaz­zaro.

Si era parlato di farli spingere fino a Mergellina-largo Sermoneta: ma quasi certamente non se ne farà niente. Fuorigrotta no, non se ne parla poiché lì sono stati fatti altri programmi e spesi altri soldi, quelli per la linea 6, ex Ltr. Ma c’è chi si lamenta: il tram era un mezzo velo­ce, la ferrovie comportano un lungo tragitto dalla superficie ai binari e in termini di tempo sono antiecono­miche. Insomma scelte che fanno a cazzotti fra di loro e finiscono per es­sere finanche impopolari. Un po’ come l’idea di promuove­re la Piedigrotta con i carri, il mega­concerto e i blocchi del traffico sen­za un piano viabilità adeguato o un rafforzamento dei trasporti pubblici di notte.

Il risultato finale è stato de­cisaamente caotico, soprattutto in una città che affoga fra i cantieri. La­vori in corso che insistono in zone sensibili, critiche. I napoletani al rientro delle vacanze hanno trovato nuovi «ostacoli» e l’ampliamento dei cantieri di piazza Garibaldi e di piazza Municipio. Per ora, però, niente avvio dei lavori in via Fran­canzano. Ieri i commercianti della zona hanno protestato: temono che i tempi di intervento per il raccordo della metropolitana alla Circumfle­grea si dilatino a dismisura e che, al­la fine, saranno costretti e chiudere le proprie attività per desertificazio­ne della strada.


Anna Paola Merone

Troppi misteri sul caso Avvenire"

La Stampa


I dubbi di fedeli e sacerdoti: se Boffo è innocente lo dimostri


MICHELE BRAMBILLA

MILANO

Duomo di Milano, 17,30 di sabato, messa vespertina. All’omelia il celebrante si infervora parlando del «fremito delle viscere del Signore» di cui racconta il profeta Isaia. Poi passa ad Aronne e Mosè. Non siamo proprio nella strettissima attualità. Del caso-Boffo nemmeno un cenno. Non se ne parlerà nemmeno nelle messe del giorno dopo, domenica. Non se ne parla neanche al Duomo di Monza o nelle altre chiese della Lombardia dove il cronista è entrato per curiosare. Forse siamo stati sfortunati. O forse è vero quello che ci ha detto un giovane sacerdote: «C’è un tacito ordine di scuderia: non una parola su questa storia, perlomeno durante la messa».

Però i cattolici che vanno a messa la domenica, la «pancia» della Chiesa se vogliamo chiamarla così, sono colpiti. Diciamo pure che sono sconcertati. Al di là delle prese di posizione ufficiali della Cei e della difesa senza se e senza ma del direttore «dimissionato», c’è un popolo che vuol sapere che cosa è successo davvero; se c’è stato un peccato, o magari anche solo un’incoerenza; e soprattutto vuol sapere se la Chiesa, anziché riconoscere e chiedere perdono, ha cercato di nascondere. Lo sconcerto lo si raccoglie sul sagrato. Grazia Sala, 50 anni, insegnante, avrebbe preferito tutt’un altro comportamento: «Boffo avrebbe dovuto dimettersi quando è stato condannato. Non mi interessa se è omosessuale oppure no, non mi interessano le voci e i pettegolezzi. Dico solo che avrebbe dovuto dimettersi per non mettere in difficoltà il suo giornale e la Chiesa. E anche i vescovi, se sapevano, dovevano intervenire. Troppo spesso danno l’impressione di coprire.

È questo, più degli errori che ogni uomo può commettere, a dare scandalo». Giuseppe Calegari è vicerettore in un’importante scuola cattolica. Si chiede: «Che cosa risponderò alle obiezioni dei miei studenti quando riporterò la posizione della Chiesa sull’omosessualità?». Gli risponde suo fratello Fabrizio, missionario: «Ai ragazzi continueremo a spiegare cosa è giusto e cosa è sbagliato. Però faremo più fatica». Padre Livio Fanzaga sulla pancia del mondo cattolico fa un check-up quotidiano. Radio Maria, di cui è direttore, ha due milioni di ascoltatori al giorno: le indagini di mercato confermano che vengono da ogni parte del Paese e da ogni ceto sociale. Da quando è scoppiato il caso-Boffo le mail indirizzate a Erba, nel Comasco, alla sede della radio, si sono moltiplicate. «Certamente una parte del nostro pubblico ha sposato la tesi della Cei», dice padre Livio. «Ma è una parte minoritaria. La maggioranza è disorientata e vuole sapere che cosa è successo».

Il direttore si ferma qui. Tuttavia il contenuto dell’80 per cento dei messaggi a Radio Maria è crudo ma chiaro: se Boffo è colpevole ha sbagliato due volte, prima quando ha molestato la signora e poi quando non si è dimesso dopo la sentenza; se è innocente, che cosa aspetta a rendere noti gli atti del processo; in ogni caso, come hanno fatto i vescovi a lasciare lì un direttore ricattabile. Ci si chiede anche il perché di una difesa tanto aggressiva da sembrare un’offensiva: «Neanche quando mezza Europa ha attaccato il Papa per le frasi sui preservativi», osserva qualcuno, «la Chiesa si è schierata tanto». C’è chi ricorda il precedente di monsignor Tommaso Stenico, trentino. Aveva un importante incarico in Vaticano.

Due anni fa La 7 gli tese una mezza trappola, lo intervistò sull’omosessualità nella Chiesa garantendogli l’anonimato e una contraffazione della voce. Ma la voce era comunque riconoscibile, e soprattutto era riconoscibile lo studio dell’imprudente monsignore, che fece outing. La reazione vaticana fu immediata e durissima: Stenico fu licenziato in tronco, via dalla commissione in cui lavorava, via da Telepace dove predicava, via da Internet dove teneva un blog frequentatissimo. Ecco perché quando la Cei ha deciso di difendere Boffo, quasi tutti hanno pensato: saranno in grado di dimostrare che le accuse sono false. Ma poi sono arrivate le dimissioni, accettate e forse sollecitate in segreto: e allora la gente ha pensato che forse una difesa era impossibile. Hai voglia di dire che «il direttore lascia per non esporre ulteriormente il giornale» eccetera eccetera.

Per i cattolici il punto non è l’omosessualità, e neppure le molestie. È la possibile accusa di incoerenza. Boffo è stato in questi anni portavoce di una dura battaglia, anche impopolare, che la Chiesa ha condotto sui temi dei matrimoni gay e della famiglia, temi di cui ha parlato forse più che della povertà o dell’immigrazione. I cattolici non si scandalizzano se qualcuno sbaglia: ma temono di essere accusati di non essere testimoni credibili. «Nessuno», dice don Tarcisio Colombo, parroco a Castiglione Olona, nel Varesotto, «ha mai smentito l’omosessualità. Né Boffo né i vescovi. Ora, il problema non è se lui è omosessuale o no. Tra l’altro, conta come uno vive, non le proprie inclinazioni. Il problema è che Boffo ha condotto certe battaglie su questi temi dando sempre l’impressione di essere autorevole e credibile. Era una guida per molti. Ora la gente è disorientata».

«Sì, tra i fedeli c’è confusione», conferma don Franco, un prete di Novara che insegna al liceo e lavora con le società sportive. «C’è voglia di sapere se questa storia è vera oppure no. Anche se nessuno vuol cedere al teorema-ricatto secondo il quale può parlare solo chi è perfetto. E tanto meno a quello che vorrebbe tutti colpevoli e quindi tutti innocenti». Finora l’unico, nel mondo cattolico, a parlare di questa storia senza preoccuparsi del «clericamente corretto» era stato Vittorio Messori. Dalla sua casa di Desenzano, lago di Garda sponda bresciana, conferma che il polso del popolo cattolico è inquieto: «Dopo i miei pezzi sul Corriere della Sera», dice, «sono stato inondato da messaggi di approvazione e solidarietà. Non sono un moralista né un giustizialista, e so che un incidente come quello che è capitato a Boffo potrebbe capitare anche a me. Ma mi preoccupa l’abbandono, da parte della Chiesa, della virtù della prudenza». Che fra tutte le virtù, secondo san Tommaso d’Aquino, è la più importante.


Ma ha taciutoo sui killeraggi progressisti

di Vittorio Feltri


Caro Giancarlo,

temo tu non abbia letto il mio articolo su Gianfranco, ieri, dal titolo «Dove vuole arrivare il “compagno” Fini», altrimenti ti saresti accorti che non ho affatto criticato il presidente della Camera per le sue posizioni laiche (direi liberali) sul testamento biologico, che per altro condivido e ho ribadito di condividere nel pezzo.

Quindi non capisco il senso della tua lettera se non quello di manifestare simpatia per il fondatore di Alleanza nazionale. Al quale ho dedicato la mi attenzione perché egli, in una dichiarazione riportata da ogni organo di stampa e dalle tivù, mi ha incautamente tacciato di killeraggio avendo il Giornale pubblicato alcuni servizi su Dino Boffo, ex direttore di Avvenire, protagonista di una vicenda giudiziaria piuttosto nota. Un’accusa grave, gratuita e non argomentata che Fini poteva risparmiarsi.
Oggi apprendo da un comunicato dell’ottimo ministro Andrea Ronchi che quando Fini parla di «killeraggio mediatico non si riferisce a un singolo episodio ma a tutta una serie di attacchi fuori misura a cui assistiamo da mesi sui giornali». Se le cose stanno così, ne sono lieto.

Però osservo che Fini si è svegliato tardi. Come mai non si è sognato di dare del killer a qualche cronista di la Repubblica? E pensare che ha avuto tre mesi - tanto è durata e ancora dura la campagna di quel quotidiano sul privato di Berlusconi, che non costituisce reato - ha avuto tre mesi, dicevo, per riflettere ed eventualmente biasimare chi secondo lui non rispetta il «galateo» giornalistico.

Guarda caso, è stato lento nell’identificare i cecchini progressisti e rapidissimo, invece, nel bollare di killeraggio il Giornale che ha scoperto gli altarini di Boffo. Sbadataggine, riflessi appannati oppure desiderio di colpire di qua e risparmiare di là? Via, caro Lehner, non siamo nati quindici giorni fa. Fini ha bastonato il Giornale e non la Repubblica perché in questo momento lui piace perfino a Eugenio Scalfari; se ne sono accorti tutti, e tutti si domandano perché a Gianfranco non venga il sospetto che entrare nelle grazie della sinistra significa rinunciare ad essere di destra.

Mi rendo conto che a destra molti ambiscano a ricevere la benedizione della sinistra nella speranza di entrare nel novero degli intellettuali patentati e ottenere il certificato di sana e robusta costituzione culturale; però c’è un limite. Se il leader di Alleanza nazionale è accolto alla Festa del Pd da ovazioni, deve almeno chiedersi dove ha sbagliato. I suoi errori sono quelli cui ho accennato nel mio fondo di lunedì; errori politici. E non mi riferisco al testamento biologico, bensì alle tesi dell’immigrazione ed altro: quelle di Fini assomigliano a quelle di Franceschini che hanno contribuito alla sconfitta elettorale del Pd.

Quanto alla pillola abortiva, mi sembra che non siano state valutate appieno le conseguenze che può provocare sulle donne. Se fosse vero, come sostiene Severino Antinori, che comporta meno rischi il metodo tradizionale per l’interruzione della maternità, rivedrei la legge. Ma non era questo ciò di cui discutevo nel mio fondo.

Mentre scrivo, arriva un dispaccio d’agenzia che riporta il dissenso del premier rispetto a quanto ho espresso sul Presidente della Camera. Trovo sia normale che non sempre le mie opinioni coincidano con quelle del Cavaliere. D’altronde, come ogni direttore, non concordo i miei articoli con nessuno, e ciò che contengono rispecchia solo il mio pensiero e, mi auguro, quello di parecchi lettori.
Ho letto anche la stravagante affermazione di Alemanno, sindaco di Roma, il quale dice: Feltri invita Fini a rientrare nei ranghi del centrodestra; ma visti i risultati dei suoi attacchi non sarebbe un invito che dovrebbe rivolgere anzitutto a se stesso?

Rispondo volentieri. Non ho mai avuto tessere di partito, quindi, non essendo mai entrato organicamente nel centrodestra, non posso nemmeno rientrarvi. Il Giornale non è un foglio del Pdl, ma un quotidiano indipendente che non pretende di dettare la linea politica ad alcuno; ci mancherebbe. Noi siamo giornalisti, non megafoni di Palazzo. Dibattiamo coi lettori su tutto perché questo è il nostro mestiere. Lo facciamo in assoluta libertà, e se ci querelano non invochiamo la difesa dei sindacati, della piazza o dell’Ordine.

Siamo capaci di perdere da soli, ma anche di vincere.


Roman Catholic Eschatology and Biblical Studies
Roman Catholic Eschatology and Biblical Studies

Su Repubblica firme false contro il Cavaliere

di Cristiano Gatti



C’è sicuramente un sacco di gente in buona fede. Che ci crede davvero, che seriamente pensa di vivere in un luogo dove presto non si potrà più esprimere nemmeno un’opinione, se non quella del capo. Ma forse è proprio questi italiani in sincera paranoia che bisognerebbe avvertire subito: attenzione, vi state alleando con il Cazzone di turno. 

Costui è uno dei firmatari che figurano sotto i nomi di Cordero, Rodotà e Zagrebelsky, il Gre-No-Li della libertà di stampa, autori dell’appello della Repubblica contro Berlusconi e le sue querele. Ora dopo ora il numero s’ingrossa, ormai siamo intorno ai 280mila e si punta dritti all’onda d’urto dei 300mila. Cazzone di turno è vivo e lotta in mezzo a noi: firma numero 262.414 del prestigioso elenco. E perché la sua adesione alla causa non passi per trascurabile, ricompare una seconda volta poco più avanti: Cazzone di turno, firma numero 262.552. So già che questa sarà disprezzata e liquidata come l’ennesima campagna diffamatoria del Giornale. 

Eppure, la questione dovrebbe interessare prima di tutto proprio gli ispiratori della campagna. Almeno per una questione di serietà, di credibilità, di attendibilità. Mettiamola così: è un semplice avviso. Una nota si servizio. Senza offesa: tra i firmatari, figura ripetutamente il Cazzone di turno. Sicuramente un bieco ultrà di destra, infiltrato e disfattista. Però c’è e fa numero. Come e quanto i Nanni Moretti, i Dario Fo e gli Umberto Eco. Dice: può succedere. 

Certo che sì. Però voglio subito aggiungere una seconda nota di servizio: attenzione, sta succedendo troppo. Basta un minimo di pazienza per registrare una situazione ai limiti del grottesco. Già alcuni firmatari inducono subito a istintiva diffidenza: parlo dei McCarron e dei Boccalon, solo per fare un esempio. Ma fin qui ci sta: qualsiasi elenco del telefono, qualsiasi registro di classe contiene di questi umorismi involontari. 

In questo caso il problema è più serio. Mentre la Repubblica scrive compiaciuta che «prosegue l’ondata di adesioni all’appello, l’elenco si allunga ogni giorno di più», contemporaneamente si allunga la lista degli iscritti balordi e farlocchi. Non lo dico per sentito dire, lo dico dopo l’incursione a campione tra gli sterminati elenchi pubblicati su internet. Si incontra veramente di tutto. Ad un certo punto, giorni fa, il sito registra diligentemente anche l’impegno solenne di Topo Gigio (firma numero 259.964). 

Più avanti compare Silvio Berlusconi (firma 261.814, ora pietosamente rimossa).
Con il premier, inevitabile, in prima linea per la libertà di stampa pure Emilio Fede (firma 260.554, anch’essa poi cassata). E vai con la fantasia. Strada facendo s’incontra Elisabetta, senza possibilità di capire se si tratti di sua Maestà o della pettinatrice di Seregno. Elisabetta e basta, per dire il rigore. E ancora: c’è il Gianni, c’è il Maurizio, c’è il Ferruccio, in uno stile «suonare citofono» che toglie molta profondità alla causa. 

Per non parlare delle doppie, delle triple, delle quadruple adesioni, una cosa da umiliare l’epopea dei pianisti a Montecitorio: personalmente, vagando qua e là, ho contato quattro Maria Luigia Baggio, quattro Vorrei Cheparlaste (vai a sapere dove abita, questo signore), due Domenico Condello, due Samantha Abbiati, due Paola Biscaldi, due Marcello Tagliabue, due Ezio Le Donne. E qui mi fermo, perché non voglio approfittare della pazienza di nessuno. Ancora una volta, internet conferma tutti i suoi limiti. L’impossibilità di un vero filtro, lo trasforma spesso in un pozzo perdente dove troppa gente scarica i suoi spurghi esistenziali.

Va dato atto alla Repubblica di un qualche sforzo per depennare almeno i nomi visibilmente più assurdi. Ogni tanto qualcuno sparisce. Ma per quanto l’impegno sia lodevole, l’impresa è impossibile. Tutti i giorni il giornale rilancia sulle sue pagine, con toni visibilmente trionfalistici, la mole oceanica delle adesioni. Dentro, nella selezionata cerchia dei paladini accigliati, tutti fanno numero. Un tanto al chilo. Moni Ovadia come Topo Gigio. Quanto vale allora la storica battaglia? Davanti alla firma numero 273.431, Pinco Pallo, è naturale chiedersi almeno quanto pesino queste firme.

Quante siano vere, quante siano cretine. La tentazione è quella di rivalutare le cinque-dieci-ventimila firme dei Pannella d’annata, magari non «un'ondata di adesioni», però raccolte ai banchetti, con la gente che ci mette la faccia e la carta d’identità. Tutte autentiche e autenticate, a prova di farsetta. Qui, chiunque può alzarsi la mattina e firmare Papa Ratzinger (provare per credere): si fanno così, le campagne memorabili? «Non si possono fermare le domande», tuona Roberto Saviano nelle vesti di scudo umano della democrazia. Perfetto. Ma almeno il Cazzone di turno vogliamo fermarlo, o quando fa massa rientra nella libertà d’espressione?

Altolà dei sindacati: «Discriminante assumere solo commessi gay»

Corriere del Mezzogiorno

Gravano (Cgil): ok creare posti di lavoro ma non sulla base di gusti sessuali. Rea (Uil) e Lucci (Cisl): marketing


NAPOLI — Il commesso di bella presenza e gay non l’ha anco­ra trovato, ma l’idea di Giovanni Pe­data fa discutere sempre più. L’im­prenditore napoletano alcuni giorni fa ha pubblicato su due siti on line un annuncio nel quale ricerca un ven­ditore per la sua nuova boutique di prossima apertura in Piazza dei Mar­tiri.

Con la motivazione di voler dare alla sua attività commerciale un per­sonale dotato di riservatezza ed ele­ganza, ha deciso di inserire l’omoses­sualità tra le qualità richieste per otte­nere quel lavoro. Ma il primo a criti­care la scelta dell’imprenditore è sta­to Carlo Cremona, presidente di I Ken, l’associazione di cultura omoses­suale napoletana, che aveva parlato di un atto discriminatorio, sottoline­ando che un lavoratore deve essere scelto per le sue capacità, non per l’orientamento sessuale.

In chiusura di quest’estate napoletana, che verrà ricordata anche per gli atti di violen­za nei confronti degli omosessuali, la ricerca di un commesso gay sembra quasi andare controtendenza. Ma in molti, sia nel mondo del lavoro che in quello dell’imprenditoria, non han­no gradito quell’annuncio. «Il fatto che ci sia un imprenditore che assu­me è una buona notizia soprattutto di questi tempi — commenta Lina Lucci, segretario generale Cisl Cam­pania

L’orientamento sessuale non può essere un elemento discrimi­natorio in nessuna situazione, que­sto tuttavia mi pare un caso limite. Molto più preoccupante è la diffusio­ne di discriminazioni sul lavoro ver­so le donne, gli immigrati e, in alcuni settori pubblici nel nord, verso chi viene dal sud del Paese». Dello stesso parere Michele Gravano, segretario regionale Cgil: «È sempre un bene so­prattutto in questo periodo la creazio­ne di nuovi posti di lavoro, ma biso­gna assumere valutando solo la capa­cità delle persone a svolgere un deter­minato lavoro, sarebbe discriminan­te scegliere in base all’identità sessua­le », conclude.

Parla invece di opera­zione d’immagine Anna Rea, segreta­rio regionale Uil: «Non può essere fat­ta una ricerca del personale sulla ba­se dell’orientamento sessuale. Le as­sunzioni vanno fatte in base alla man­sione e alla professionalità dei candi­dati. Questa mi sembra solo un’ope­razione d’immagine, fatta per segui­re la moda e che ottiene l’effetto con­trario: si tratta di una finta apertura nei confronti del mondo gay».

Anche gli imprenditori napoletani sono critici verso la scelta del loro collega: «Credo si tratti di una trova­ta pubblicitaria — commenta Luigi Giamundo, del settore tessile abbi­gliamento della giunta dell’Unione in­dustriali — perché qualsiasi impren­ditore privilegia le competenze delle singole persone e non l’orientamen­to sessuale. Non ho mai visto negozi fatti esclusivamente di commessi gay e non credo che ce ne saranno mai».

Lo stilista partenopeo Ernesto Esposito, infine, proprietario di un negozio di calzature da donna, anche lui in piazza dei Martiri, commenta: «Forse l’autore dell’annuncio si è la­sciato suggestionare da vecchio re­taggio tipico della nostra cultura, che vede il femminiello particolarmente gentile e in grado di accudire. Perso­nalmente seleziono i miei collabora­tori a prescindere dalla loro identità sessuale. E a Milano non si vedrebbe mai un’inserzione del genere»

Chiara Quagliariello