lunedì 7 settembre 2009

Vaticangate: il caso Boffo visto dalle segrete stanze della Chiesa

Panorama


Un segreto custodito da un manipolo di fedelissimi, un’arma di ricatto nelle mani degli avversari, un’imbarazzante verità da seppellire negli archivi giudiziari. L’affaire Boffo ha assunto una dimensione che neppure il cardinale Camillo Ruini, informato sulla vicenda da almeno cinque anni, avrebbe mai immaginato.
Tutto si consuma all’ombra dei sacri palazzi, come rivela Panorama: la denuncia di una coppia di coniugi molto in vista presso la curia di Terni per le molestie telefoniche subite dalla figlia, la scoperta che quelle chiamate partivano dal telefono del direttore di Avvenire, la transazione fra le parti e la consegna del silenzio.
Tanto basta ai massimi vertici delle gerarchie ecclesiastiche italiane per convincersi che l’ambiguo episodio sarebbe rimasto nascosto e presto dimenticato. Così è stato, almeno fino alla morte di Giovanni Paolo II, il 2 aprile 2005. Ma quando scompare il Pontefice polacco, grande sponsor di Ruini per oltre 20 anni, la sorte dell’ex presidente della Cei sembra segnata. A nulla vale il ruolo di grande elettore di Joseph Ratzinger giocato dal porporato emiliano nel conclave.
L’ex plenipotenziario di Papa Wojtyla per l’Italia e, fino a quel momento, indiscusso protagonista della Chiesa nel nostro Paese è troppo ingombrante per le nuove figure emergenti, tra i quali il futuro segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Così la vicenda di Terni diventa un cavallo di Troia per colpire Ruini e i suoi fedelissimi, a cominciare dal braccio destro, Dino Boffo, che ha in mano la comunicazione della Chiesa italiana con la direzione del quotidiano Avvenire, dei servizi giornalistici della tv Sat2000 e del circuito Radio InBlu (circa 200 emittenti locali).

È il 20 settembre 2005: ad appena cinque mesi dall’elezione di Benedetto XVI parte la prima stoccata contro Ruini. Il blogger Mario Adinolfi (oggi a fianco di Franceschini per la segreteria nazionale del Pd) rivela l’esistenza di un decreto penale di condanna a carico di Boffo ma annuncia che gli atti sono stati secretati. Per i vertici della Cei è facile mettere Adinolfi in cattiva luce: in forza alla sezione politica di Avvenire, anni prima il giovane giornalista ha lasciato il quotidiano cattolico dopo un feroce scontro con Boffo. Dunque una vendetta poco credibile, ma tanto basta perché si cominci a mormorare della misteriosa vicenda di Terni che il direttore di Avvenire vorrebbe tenere nascosta.
Trascorre altro tempo e il 22 giugno 2006 il Papa annuncia la nomina del cardinale Tarcisio Bertone a segretario di Stato. Appena un mese dopo la Nuova agenzia radicale torna sulla vicenda di Terni. Il vaticanista Maurizio Di Giacomo adombra l’esistenza di una condanna a carico di Boffo per molestie a un minorenne. Cominciano a circolare le prime lettere anonime. Il 7 marzo 2007 Ruini deve cedere il passo al nuovo presidente della Cei, Angelo Bagnasco. Il 12 gennaio 2008 Panorama dà conto dell’uso spregiudicato dei dossier contro Boffo per mettere in discussione la direzione di Avvenire e, per la prima volta, pubblica la sentenza.
Un decreto penale di condanna al pagamento di 516 euro per aver molestato persone via telefono o in luogo pubblico (art. 660 del Codice penale).

Nel frattempo il cardinale Bertone commissiona un progetto per studiare la riorganizzazione del quotidiano cattolico. Quattro gli obiettivi da perseguire: riduzione dei costi (Avvenire grava per oltre 10 milioni di euro l’anno sul bilancio della Cei); maggiore attenzione al pluralismo delle voci del mondo cattolico; più sensibilità per il territorio e, naturalmente, maggiore sintonia con la segreteria di Stato che ha avocato a sé i rapporti con la politica italiana, fino ad allora nelle mani del cardinal Ruini.
Nella visione del cardinal Bertone, l’Osservatore romano e Avvenire dovrebbero essere complementari: il primo legato alla Santa sede e con un respiro più internazionale, il secondo legato alla Chiesa italiana e con una vocazione nazionale. Si comincia a discutere della sostituzione di Boffo, dopo 15 anni alla guida del quotidiano (si fanno i nomi più disparati, dall’ex vicedirettore vicario del Sole 24 ore, Gianfranco Fabi, al giornalista Gianni Cardinale, dal direttore del Centro internazionale di Cl, Roberto Fontolan, al vaticanista Andrea Tornelli).
Ma per scegliere un nuovo direttore di Avvenire bisognerà anche intervenire sulla composizione del cda del quotidiano: nove membri ancora in larga parte di “fede ruiniana”. Si arriva così all’assemblea generale della Cei del maggio scorso in Vaticano. Tra i diversi temi all’ordine del giorno c’è anche il futuro dei media della Chiesa italiana, in particolare Sat 2000 dopo l’avvento del digitale terrestre. La questione non è di poco conto: Ruini aveva disegnato uno straordinario assetto della comunicazione dei cattolici composto da un quotidiano (Avvenire), una tv (Sat2000), una radio (InBlu), affidate a Boffo, cui si aggiungevano un’agenzia di stampa nazionale (Sir) e la rete dei 150 settimanali cattolici diocesani, più le radio e le tv cattoliche locali. Una vera e propria macchina da guerra mediatica che ha portato i suoi frutti in termini di visibilità e di presenza della Chiesa italiana ma che ormai appare a molti insostenibile dal punto di vista dei costi.

Soprattutto Sat2000 si è rivelata un pozzo senza fondo gravato dai nuovi oneri per garantire la presenza dell’emittente dei vescovi sul multiplex Rai del digitale terrestre. Cifre alla mano, per il tramite della Fondazione comunicazione e cultura, la tv peserebbe indirettamente sul bilancio della Cei per almeno 20 milioni di euro l’anno.
Già 10 anni fa, quando è nata Sat2000, molti vescovi avevano sollevato dubbi sull’opportunità di investire capitali così ingenti nell’emittente satellitare dei cattolici italiani. Oggi la questione si fa più drammatica perché la crisi economica e il crollo delle borse hanno eroso una fetta consistente del bilancio della Cei (i “proventi finanziari” nel conto economico della Cei sono scesi dai quasi 33 milioni di euro del 2007 ad appena un milione e 700 mila nel 2008).

In questo scenario la lettera anonima unita al certificato penale di Boffo, inviati ai vescovi italiani in vista dell’assemblea generale del maggio scorso, appaiono come un maldestro tentativo (ideato fuori dai sacri palazzi) per vincere le ultime resistenze a voltare pagina nel settore dei media ecclesiali. La lettera viene ovviamente cestinata ma nel parlamento dei vescovi si comincia a parlare di un cambio di strategie di Sat2000 (che prenderà il nome di Tv2000): l’obiettivo è accentuarne la caratteristica di centro di produzione programmi per le emittenti locali collegate. In futuro, secondo alcuni vescovi, questa dovrebbe diventare la vera mission dell’emittente se si vorranno ridurre i costi.

Ma nella lettera anonima c’è anche un significativo riferimento all’Istituto Giuseppe Toniolo, la “cassaforte” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Il comitato permanente dell’Istituto Toniolo, dove siede anche Boffo, nomina la maggioranza dei membri nel cda dell’ateneo. Brucia ancora la vicenda del 2002, quando il rettore uscente, Sergio Zaninelli, si candidò alla rielezione con la benedizione del segretario di Stato vaticano, cardinale Angelo Sodano; appena un mese dopo ritirò la sua candidatura spinto dai vertici della Conferenza episcopale italiana che puntavano su Ornaghi, ispiratore e ghostwriter del cardinale Ruini per quanto riguarda i rapporti con la politica italiana.
Un dietrofront destinato a lasciare cicatrici profonde, per le vigorose proteste del presidente dell’Istituto, Emilio Colombo, dell’ex capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro e dell’ex ministro della Pubblica istruzione, Giancarlo Lombardi. Nel 2006 Lorenzo Ornaghi è stato riconfermato rettore dopo un lungo empasse del Toniolo per la nomina del cda.
L’anno prossimo scade il suo mandato e quel misterioso richiamo all’Istituto Toniolo nella lettera anonima sembra essere un altro segnale della messa in mora degli uomini di Ruini rimasti ai vertici della Chiesa italiana. Tenuto conto che Ornaghi è anche vicepresidente di Avvenire.

Gli attacchi di Vittorio Feltri a Boffo hanno avuto l’effetto di ricompattare, almeno temporaneamente, la Cei e il Vaticano, come testimoniano la telefonata del Papa al cardinale Bagnasco, le dichiarazioni di Bertone e le dimissioni respinte di Boffo. Forse si tratta solo di una tregua dettata dall’emergenza, però a ben vedere non c’è contrapposizione netta tra i vescovi italiani e la Santa sede, come ha spiegato il portavoce vaticano Federico Lombardi. Piuttosto si assiste a un pericoloso sfilacciamento.

Pezzi della Conferenza episcopale e del Vaticano affidano a Bertone le speranze di un rinnovamento nello stile di presenza e di azione della Chiesa italiana senza più Ruini. Altri settori della curia e della Cei restano invece fedeli al passato e fanno resistenza. Una fase di smarrimento pericolosa che priva la Chiesa italiana di un’identità forte e di una solida capacità di interlocuzione con la politica proprio mentre l’autunno annuncia grandi battaglie sul testamento biologico, la pillola abortiva, il sostegno alle famiglie e alle scuole non statali, le politiche dell’immigrazione.
Nelle scorse settimane, affacciandosi sullo splendid panorama del suo appartamento in viale Vaticano, forse il cardinale Ruini avrà pensato che erano tornati i bei vecchi tempi. La cena con Silvio Berlusconi, le telefonate dei politici e dei porporati amici, le riunioni del Comitato per il progetto culturale e, in prospettiva, il grande convegno internazionale, in dicembre a Roma, su “Dio oggi”, destinato a segnare il ritorno sulla scena dell’ex presidente della Cei.
Ma l’illusione è stata fatale. Di lì a qualche giorno la fine dell’era Ruini non poteva avvenire in modo più clamoroso. E per di più a causa del “fuoco amico”. Le bordate del Giornale contro Boffo, massimo interprete del ruinismo in campo politico ed ecclesiale, hanno provocato una slavina che rischia ormai di travolgere tutto ciò che resta di 15 anni di governo dell’acuto porporato di Reggio Emilia.

IL DERBY DEI SACRI PALAZZI
I bertoniani
• Gian Maria Vian (direttore dell’Osservatore romano)
• Card. Angelo Bagnasco (presidente della Cei)
• Mariano Crociata (segretario generale della Cei)
• Card. Agostino Vallini (vicario del Papa per la diocesi di Roma)
• Giuseppe Bertello (nunzio apostolico in Italia)
• Mauro Piacenza (segretario della Congregazione per il clero)
• Ettore Balestrero (sottosegretario per i Rapporti con gli stati)
• Arrigo Miglio (vescovo di Ivrea e presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali)

I ruiniani
• Dino Boffo (ex direttore di Avvenire)
• Giuseppe Betori (arcivescovo di Firenze e futuro cardinale)
• Luciano Monari (vescovo di Brescia e vicepresidente della Cei)
• Card. Ennio Antonelli (presidente del Pontificio consiglio per la famiglia)
• Card. Carlo Caffarra (arcivescovo di Bologna)
• Card. Giovanni Battista Re (prefetto della Congregazione per i vescovi)
• Lorenzo Ornaghi (rettore dell’Università Cattolica di Milano)
• Claudio Giuliodori (vescovo di Macerata e presidente della Commissione per le comunicazioni sociali)

Aprono le scuole militari, donne fra i banchi per la prima volta

Il Tempo


Comincia oggi presso le Scuole dell'Esercito di Napoli e Milano l'anno scolastico per i 160 ragazzi e ragazze che hanno deciso di frequentare il terzo, quarto e quinto anno di scuole superiori negli storici istituti di formazione con le stellette.


Al via da questa mattina presso le Scuole dell'Esercito di Napoli e Milano l'anno scolastico per i 160 ragazzi e ragazze italiani che hanno deciso di frequentare il 3°,4° e 5° anno di scuole superiori presso gli storici e prestigiosi istituti di formazione. E da quest'anno, sedute tra i banchi, ci saranno anche le prime studentesse "con le stellette". I 160 giovani, tra 15 e i 16 anni, hanno superato prove scritte e orali di cultura generale, di educazione fisica ed hanno sostenuto le prove attitudinali specifiche, oltre aver passato le istituzionali visite mediche di idoneità.

Sono 23 le allieve, (10 a Milano e 13 a Napoli), ragazze che da quest'anno studieranno accanto ai colleghi maschi, un esordio assoluto in 221 anni di storia della Scuola militare «Nunziatella» di Napoli e in 195 anni di storia della «Teuliè» di Milano. Le scuole militari dell'Esercito sono accessibili ai ragazzi ed alle ragazze che devono frequentare gli ultimi tre anni del liceo Classico (1°,2° e 3° Liceo Classico) e gli ultimi tre del Liceo scientifico e scientifico Europeo ( 3°,4° e 5° Liceo Scientifico).

Oltre a soddisfare i programmi previsti per i corsi di studio, le scuole militari prevedono un intensa attività ginnico sportiva e corsi integrativi di vario genere che contribuiscono a fornire, al termine degli studi, una preparazione vasta e profonda per poi affrontare l'università (o, per chi lo vorrà e vincerà il concorso l'Accademia Militare) e la futura vita lavorativa.

Le scuole militari dell'Esercito, entrambe di origine napoleonica, hanno formato nella loro storia figure importanti della storia d'Italia: Guglielmo Pepe, Carlo Pisacane, Vittorio Emanuele di Savoia, il Principe Amedeo di Savoia Aosta, il primo Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, Enrico Cosenza, l'Ammiraglio Carlo Cattaneo.

Tra gli allievi l'ex Presidente della Corte Costituzionale Ettore Gallo, Alessandro Ortis, attuale Presidente dell'Autorità Nazionale per l'Energia, l'ingegnere Enrico Forlanini, il Generale Luigi Cadorna. Tra i docenti che si sono alternati nel corso degli oltre due secoli di storia degli istituti figurano personalità di spicco come Silvio Pellico e Ugo Foscolo.

Influenza A, niente bacio dei fedeli a S.Gennaro

di Redazione



Napoli - La teca con il sangue di san Gennaro rimarrà senza il bacio dei suoi fedeli. Il prossimo 19 settembre, infatti, chi affollerà il duomo di Napoli in occasione della festività del santo patrono, non potrà manifestare così la sua fede verso il veneratissimo santo. La causa? L'influenza suina, o meglio, il pericolo di contagio. Una misura che arriva anche a seguito della prima morte italiana, presso l'ospedale Cotugno, causata proprio dal nuovo virus. Già adottata da alcuni anni, la misura precauzionale è stata confermata oggi nel corso di un incontro tra l’abate della Cappella del Tesoro, don Vincenzo De Gregorio, e il vice presidente della deputazione di San Gennaro, don Fabio Albertini dei Principi di Cimitile. 

Ai fedeli l’ampolla viene mostrata e solo a richiesta viene posta sulla fronte. In genere viene offerta al bacio solo alle autorità presenti. Viene esposta poi per sette giorni successivi a quello della festa del santo patrono e mostrata al termine delle funzioni religiose presiedute a turno dai prelati del santo. La teca, solitamente custodita in cassaforte, viene esposta in occasione del "miracolo" di settembre, del "miracolo" di maggio e di quello di dicembre

Denunciati 11 medici: risultavano nello stesso momento in più strutture

Corriere della Sera


Scoperti dopo accertamenti della Guardia di Finanza, sono accusati di truffa ai danni del Servizio sanitario


FOGGIA - Risultavano presenti in più strutture, sia pubbliche che private convenzionate, nello stesso momento. Ma sono stati scoperti dalla Guardia di finanza di Foggia. Le Fiamme Gialle hanno denunciato undici medici, tutti autorizzati a svolgere attività professionale in regime di intramoenia, accusati di truffa ai danni del Servizio sanitario nazionale. In base a quanto appurato dai militari, i dottori sarebbero stati appunti presenti contemporaneamente in più strutture negli stessi giorni e negli stessi orari.

Sudan, vittoria della giornalista coi pantaloni: niente frustate

Corriere della sera

Lobna Ahmed Al Hoseini, sotto processo per aver indossato jeans in pubblico, pagherà solo una multa




KHARTOUM - Lobna Ahmed Al Hoseini ha vinto. La giornalista sudanese, sotto processo in Sudan per avere indossato pantaloni in pubblico, è stata sì condannata a 200 dollari di ammenda ma non sarà frustata. Un funzionario che ha assistito al processo, che si svolgeva a porte chiuse, ha detto che la giornalista «è stata dichiarata colpevole» e «condannata a una multa di 500 sterline (sudanesi, 209 dollari). «Noi sappiamo che non è colpevole», ha detto anche il funzionario Yasser Arman, che è membro del Movimento popolare per la liberazione del Sudan. Secondo Arman la sentenza è anti-costituzionale.

RISCHIAVA 40 FRUSTATE - La quarantenne sudanese, giornalista e commentatrice del giornale di sinistra Al Sahafa dove tiene una coraggiosa rubrica dal titolo «Gli uomini parlano», nonché ex collaboratrice del settore media delle Nazioni Unite in Sudan (si è licenziata dall'Onu per rinunciare all'immunità), rischiava fino a quaranta frustate. Lobna è stata fermata lo scorso 3 luglio dalla polizia di Khartoum assieme ad altre 12 donne perché indossava in un ristorante della capitale un paio di jeans, abbigliamento giudicato nel Paese poco consono a una donna. Secondo la testimonianza di al Hoseini dieci di loro si sono già dichiarate colpevoli e sono state frustate.


LA BATTAGLIA DI LOBNA - «Sono pronta ad affrontare ogni tipo di pena e non ho paura - ha sempre ripetuto al-Hoseini - il mio obiettivo principale è quello di arrivare alla cancellazione dell'articolo 152 del codice penale che prevede questo tipo di reato che io ritengo ingiusto in quanto contrasta con la nostra Costituzione e con la sharia».

SCONTRI POLIZIA-MANIFESTANTI - Durante il processo a Lobna, che si è svolto a porte chiuse, la polizia sudanese è intervenuta per disperdere manifestanti che si erano radunati davanti al tribunale di Khartoum. Centinaia di donne, in maggioranza in pantaloni, hanno cominciato a radunarsi davanti alla Corte per manifestare il proprio appoggio alla giornalista. Ma ad esse si sono contrapposti decine di uomini in abiti tradizionali che, urlando slogan religiosi, hanno accusato la giornalista e le sue sostenitrici di essere prostitute. La polizia è intervenuta picchiando la folla con bastoni e ha arrestato una dozzina di donne. «È una legge cattiva. Non è nella tradizione e nei comportamenti di noi sudanesi frustare le donne» ha detto una manifestante con il velo, riferendosi all'articolo 152 del codice penale che punisce chi indossa «abiti indecenti».

07 settembre 2009

Mense scolastiche, i Nas: una su tre fuori legge per pasti scadenti

Il Messaggero

Controlli dei carabinieri in 178 istituti: sequestrate 3,6tonnellate di cibo.
L'associazione gestori mense: fuori i nomi


ROMA (6 settembre) - Cibo scadente non a norma rispetto agli standard previsti dai capitolati delle gare di appalto. È questa l'infrazione più frequente riscontrata dai Nas nei controlli realizzati nelle mense scolastiche da gennaio ad agosto, controlli che hanno permesso di verificare irregolarità in circa un terzo dei 178 istituti ispezionati.

Chiuse 15 strutture, due mense e 3,6 tonnellate di cibo sequestrate. Denunciate 28 persone e 44 segnalate all'autorità amministrativa. Sono state 101 le infrazioni accertate in tutto. Le infrazioni, ha spiegato il vicecomandante Antonio Amoroso, sono soprattutto di non rispetto degli standard imposti dalle gare d'appalto.

Questioni fondamentalmente di qualità, più che igieniche. Si va dalle carenze di strumentazione, a cibo di qualità inferiore, di minor pregio, rispetto a quello indicato dagli standard, per arrivare nei casi più gravi a questioni igieniche. Ma nel complesso Amoroso parla di situazione non preoccupante:«Le scuole sono sotto il nostro continuo controllo e anche per il prossimo anno prevediamo ispezioni continue per assicurare la qualità del servizio offerto».

Angem: fuori i nomi. «Vorrei sapere i nomi delle aziende che hanno commesso le irregolarità» chiede Ilario Perotto, presidente Angem, l'associazione nazionale gestori mense aderente a Fipe, nel sottolineare che «non si può fare di tutta un'erba un fascio e ritengo che le aziende che rappresento non siano coinvolte in queste problematiche». Perotto aveva in passato messo sull'avviso sul rischio che le gare d'appalto per la ristorazione collettiva mirate ai ribassi potessero abbassare in modo preoccupante il livello di qualità delle mense. Oltre a dare spazio all'irruzione sul mercato della concorrenza sleale che utilizza il lavoro in nero.

Coldiretti insiste sulla necessità di offrire cibo di qualità e locale. «Abbiamo appunto promosso in tutte le regioni - ricorda l'organizzazione agricola - proposte di legge regionali sul consumo di cibi a chilometri zero che prevedono, tra l'altro, di privilegiare nelle mense scolastiche prodotti di qualità locali e stagionali del territorio. Una iniziativa che ha già avuto una conclusione positiva in Veneto, Calabria e Puglia dove si è arrivati all'approvazione definitiva delle norme».

Perché Zaia s’inventa una censura che non c’è mai stata?

Avvenire


Vogliamo raccontare una piccola strana storia ai nostri lettori. La mattina di mercoledì 26 agosto, verso le 11, il portavoce del ministro Zaia telefona al direttore di Avvenire Dino Boffo. Gli chiede ospitalità per un articolo firmato dal ministro stesso, in procinto di partecipare al Meeting di Rimini. Per la cronaca va detto che la giornata politica era in quel momento già piuttosto «calda» per l’ennesimo attacco di Calderoli in tema di emigrazione, stavolta ai danni dell’arcivescovo Vegliò, presidente del pontificio Consiglio dei migranti.

La risposta di Boffo è in qualche modo obbligata: 1) Avvenire non ha la consuetudine di pubblicare articoli a firma di politici (e i nostri lettori questo lo sanno); 2) l’affondo leghista, condotto proprio in quelle ore ai danni di un’eminente personalità vaticana, rende definitivamente inopportuna la cosa. E la telefonata finisce lì.

La sera tuttavia, scendendo al tavolo del desk centrale di Avvenire, il direttore prega i colleghi di inserire nelle cronache politiche di giornata una citazione (obiettivamente interessante) delle parole del ministro Zaia in tema di rapporti Chiesa-Lega, a chiarire che non c’è preclusione alcuna verso l’esponente leghista. Un segno di libera attenzione che viene immediatamente colto dal portavoce Beltotto che il giorno dopo, 27 agosto, alle 13.26, invia al direttore una mail di ringraziamento «per la citazione che il tuo giornale ci ha riservato questa mattina». Peraltro alcune settimane prima lo stesso portavoce aveva chiesto per il ministro la possibilità di parlare con i lettori di Avvenire.

E l’intervista – più che opportuna, perché su temi di grande attualità – era stata concordata. Da quel momento un giornalista di Avvenire si era messo sulle tracce del ministro che dapprima aveva rinviato e poi si era reso inspiegabilmente introvabile. Lo spazio in pagina era rimasto aperto fino all’ultimo tempo utile, ma nessuno si era più fatto vivo, neppure per scusarsi. I lettori di Avvenire certo non avranno sofferto per questa "latitanza", ma il ministro e il suo portavoce avevano avuto, volendo, una prova concreta della limpidezza e della disponibilità del nostro giornale.

E invece, ecco che cosa ci è capitato di leggere ieri in un’intervista al ministro Zaia ospitata nell’inserto del Corriere del Veneto: «Boffo? Da lui sono stato censurato» recitava il titolo, per poi spiegare: «Un paio di giorni prima che scoppiasse il caso, avevo inviato all’Avvenire un intervento molto pacato, per esortare tutti i protagonisti a fare un passo indietro nelle polemiche (sull’emigrazione) che tenevano banco sulla stampa. Boffo ha chiamato il mio portavoce e gli ha detto, con tono anche concitato: "Ti informo che io non pubblicherò mai sul mio giornale l’intervento di un leghista"». Traccia della stessa colossale balla, con corredo di evitabili sciocchezze, si trovava ieri in un articolo dello stesso Zaia, ospitato – guarda caso – sul quotidiano milanese che ha scatenato a colpi di menzogne la guerra contro Dino Boffo.

Vogliamo solo aggiungere – dopo avere verificato la cosa con l’interessato – che ieri mattina, sabato, lo stesso Boffo ha chiamato Beltotto per tentare di ricostruire con lui l’andamento obiettivo dei fatti e le parole esatte pronunciate dall’allora direttore di <+corsivo>Avvenire<+tondo>, sbattendo contro un muro di imbarazzata ostilità.

Quali insegnamenti trarre da questo piccolo disdicevole episodio? 



1) La caratura dei personaggi in questione è quella che è, ognuno se ne regoli. 
2) L’opera di sistematica disinformazione continua alla grande, impudicamente. 
3) Non solo i giornalisti ma anche i portavoce oggi devono chiudere gli occhi e piegare la schiena, per non rimetterci il posto. 
4) Nella Lega, come in ogni altra formazione, ci sono personaggi assolutamente per bene come Maroni, e altri che lo sono a intermittenza: ogni giudizio sommario va dunque evitato. 
5) Guardarsi da certo pseudo-vittimismo che puntualmente spunta per regolare in realtà conti pregressi con chi si considera vulnerabile. 
6) Su una persona senza più potere (ammesso che dirigere un libero giornale sia più un potere che un servizio) c’è chi, maramaldo, pensa di poter impunemente infierire dicendo e scrivendo qualunque cosa, tanto ormai che danno gliene potrebbe venire? (Per fortuna, le mail ancora non si autocancellano). 
7) Nel giochetto tentato da Zaia-Beltotto, negli ultimi giorni sono caduti forse inavvertitamente anche alcuni esimi colleghi che bazzicano palazzi di alto valore morale.

Boffo per ora pubblicamente non parla, e resiste persino alle nostre richieste di replicare. Ma noi che siamo stati e resteremo suoi colleghi vorremmo ricordare che il direttore di Avvenire se n’è andato anche per potersi liberamente difendere. In questa occasione, noi gli siamo testimoni e portavoce. E a questo titolo rivolgiamo a tutti – politici e giornalisti – un fraterno invito: comportatevi secondo regole di civiltà.

Insulti a Beppino Englaro: trenta indagati

di Luca Fazzo




Milano - A sette mesi dalla fine di Eluana Englaro, la giovane lasciata morire dopo avere trascorso diciassette anni in stato vegetativo, la magistratura parte all’attacco di chi, nel vasto mondo di Internet, indicò nel padre e nei medici della ragazza i responsabili di quella tragica conclusione. Un procedimento per diffamazione aggravata è scattato a carico di decine di blog e di siti web che - nella furibonda polemica che accompagnò gli ultimi giorni di Eluana - avrebbero travalicato il limite del diritto di critica, sconfinando nell’insulto contro Beppino Englaro, padre della ragazza, e il medico Amato Da Monte, etichettati più volte come «assassini» di Eluana. 

L’indagine è condotta dal pm Paolo Del Grosso, della Procura di Lecco: è la città dove vive Beppino Englaro e dove nella primavera scorsa l’uomo ha depositato una denuncia in cui raccoglieva le pagine web dove più aspro era stato l’attacco nei suoi confronti. Per tutta l’estate la Procura ha lavorato sotto traccia, cercando di accoppiare ogni sito web al nome e cognome di un responsabile fisico. Ora, con l’arrivo dei primi avvisi di garanzia, l’esistenza dell’inchiesta viene alla luce, proprio in un momento in cui intorno al tema della libertà d’espressione e dei reati d’opinione la temperatura del dibattito è elevata. Può essere un pubblico ministero a decidere fin dove si può spingere l’asprezza della polemica, davanti a un tema terribile come il fine della vita? 

Massimiliano Campeis, l’avvocato di Udine che ha seguito papà Englaro nella fase decisiva della sua battaglia per staccare la spina alla figlia, non si nasconde che il tema è delicato: «C’è però un limite invalicabile - spiega al Giornale - un limite molto chiaro oltre il quale la polemica assume rilevanza penale. Noi abbiamo selezionato, tra le centinaia e centinaia di interventi critici verso il comportamento di Beppino Englaro, quelli in cui si dà esplicitamente dell’assassino a lui e allo staff medico. Non c’è alcun dubbio che un simile insulto non sia ammissibile, che trascenda il diritto di critica e di polemica».

Nella denuncia firmata da Englaro compaiono le stampate delle pagine web di una quarantina di siti. «Alcuni autori erano direttamente identificabili - spiega Campeis - e quindi li abbiamo denunciati con nome e cognome. Altri erano semplici nickname, o comunque non erano attribuibili con certezza a persone fisiche, e in questi casi abbiamo sporto denuncia contro ignoti chiedendo che sia la magistratura a individuarli e a procedere nei loro confronti».

Si tratta, in prevalenza, di siti di orientamento cattolico. A rendere noto di avere ricevuto l’avviso di garanzia è, per esempio, Gianvito Armenise, animatore del sito ultra-conservatore «Azione e Tradizione», che il 9 febbraio titolava la sua home page «Hanno ammazzato Eluana Englaro»: il nome di papà Beppino non veniva fatto esplicitamente, ma la Procura ha ritenuto che il riferimento fosse ugualmente chiaro. 

Davanti all’avviso di garanzia, peraltro, i portavoce del sito non mollano e anzi rincarano la dose: «Da cattolici - scrivono ieri - cosa avremmo potuto fare? Tacere? Inammissibile. Sarebbe stato come essere complici dell’omicidio». Parole altrettanto dure erano venute, come si ricorderà, anche da esponenti delle gerarchia cattolica ufficiale: «Una mostruosità disumana e un assassinio», aveva definito l’interruzione delle cure il cardinale Javier Barragan. È stato incriminato anche lui?

L’inchiesta della Procura di Lecco è, verosimilmente, solo l’inizio dell’offensiva giudiziaria contro chi, nel difendere Eluana, si sarebbe spinto troppo in là. Già il 4 marzo scorso i legali di Englaro avevano annunciato una civil action, una causa di massa, contro chi aveva «diffamato e calunniato» il padre di Eluana e lo staff medico: nel mirino non c’erano solo gli autori degli articoli ma anche i firmatari delle numerose denunce per omicidio depositate all’indomani della morte della ragazza, e che avevano portato all’iscrizione di Englaro nel registro degli indagati.

«Procederemo civilmente e se del caso penalmente - avevano detto i legali - se finora siamo rimasti zitti e non abbiamo risposto agli attacchi non significa che non abbiamo annotato tutto». I risarcimenti, avevano aggiunto, verranno destinati ad una associazione a favore del testamento biologico.

I "grillini" si ribellano a Beppe: "Ci sfrutta per avere soldi e voti"

di Francesco Cramer


Roma «Ho un grillo per la testa», è l’ossessionante jingle di Beppe Grillo, il comico aspirante leader dell’opposizione. Più d’uno se, luminoso esempio di fuoco amico, anche i suoi «grillanti» cominciano a ribellarsi al menestrello al pesto. Il primo meetup della provincia di Cuneo, gruppo di tifosi del fustigatore anticasta, infatti, chiude baracca e burattini.

E fin qui, nulla di strano, càpita. Il bello è che lo fa rovesciando veleno allo stato puro sul grande guru genovese. In un rovente scritto inviato ai giornali locali e a tutti gli iscritti del gruppo, lo staff dei grillanti accusa: Grillo? Predica bene ma razzola male. Questo il concetto, morbido come una mousse rispetto al tono e al testo della lettera, ruvidi come la carta vetrata. Per una spietata legge del contrappasso ora una fetta di movimento piemontese lo manda a «vaffa... », lui che ha mandato a «vaffa... » mezzo mondo.

«Abbiamo dovuto renderci conto in svariate occasioni che lo stesso Beppe Grillo parla bene e razzola male ed è quindi, crediamo per questo, che il grillismo sia diventato il sinonimo di arrivismo e smania di potere, di ricerca di consensi elettorali per raggiungere i propri interessi personali sfruttando il malcontento, la buona fede e l’ingenuità della gente». Parole come sanpietrini sulla testa del barbuto castigamatti di Savignone.

Ma non è finita: «Di questi tempi abbiamo constatato come anche l’utilizzo del malcontento è divenuto un mezzo per ottenere voti e guadagni». E giù a snocciolare le cifre del suo 740: «Basti pensare che da quando Grillo ha iniziato la sua “carriera politica” il suo già elevatissimo reddito è quasi raddoppiato. Erano 2,6 milioni di euro dichiarati nel 2004, poi il 26 gennaio 2005 lancia il blog beppegrillo.it e il fatturato schizza in alto arrivando a oltre 4 milioni nel 2006».

Lungi dall’essere una critica pauperistica il vero schiaffo, tutto morale, arriva poche righe dopo: «Ma la cosa che mai ci saremmo aspettati da chi, come fa lui, si erge a difensore della trasparenza è che ha avuto anche il coraggio di irritarsi quando i suoi redditi sono stati pubblicati e quindi conosciuti dall’opinione pubblica. Insomma lui a parole la esige, ma solo per gli altri».

«Trasparenza», parola con cui Grillo si riempie la bocca, ora gli rimbomba nelle orecchie. «A proposito di trasparenza e di V Day - scrivono i grillanti di Cuneo - un’ennesima forte delusione l’abbiamo avuta quando abbiamo scoperto che, ovviamente dopo aver raccolto le firme per il V Day2 Referendum sull’informazione, grazie a questo nostro lavoro (portato avanti tra l’altro a nostre spese) Grillo e alcuni suoi amici, se il referendum fosse andato a buon fine, avrebbero incassato un sacco di soldi come rimborsi dallo Stato».

E non è finita qui. Il giudizio è tossico e tranchant: «Vista la totale mancanza di coerenza con cui imperterrito porta avanti le sue azioni, senza preoccuparsi minimamente di salvare almeno le apparenze, evidentemente ritiene che coloro i quali in lui hanno riposto le loro speranze, siano individui accecati o rincitrulliti, con gli occhi foderati di salsiccia che continueranno a credergli nonostante tutto».

Ma ce n’è anche per i suoi incalliti supporter, ancora ignari che il re è nudo: «E forse in parte può aver ragione perché il movimento, oltre ad essere composto e gestito da una folta nomea di arrivisti, annovera tra le sue file ancora qualche ingenuotto (ma sempre di meno) ed anche quel genere di persone un po’ fanatiche che seguono il leader senza nessuno spirito critico e senza mai porsi domande».

La chiusa è al vetriolo: «Ora non ci stupiscono più le notizie che descrivono un Grillo ecologista che ha posseduto anche due Ferrari (classificata tra le auto più inquinanti in commercio), più Porsche, Maserati, Chevrolet Blazer, eccetera e gira su motoscafi altamente inquinanti, che parla di risparmio energetico e nella sua villa ha una fornitura da 20 kilowatt contro i 3 kilowatt medi delle case italiane; personaggio che si erge a moralizzatore del malcostume italiano che tuona contro i condoni e poi, appena si presenta l’occasione, si avvale per ben due volte del cosiddetto condono fiscale tombale oltre che del condono edilizio». Se il Grillo frinisce, i «grillanti»

Il ragazzo che ha inventato gli sms gratis

La Stampa

E Mister Prezzi lo convoca insieme con i grandi della telefonia


COMO


Se ci tieni a partecipare a un incontro ma non sei in lista, l’unica opzione è l’autoinvito. È quello che deve aver pensato anche il maghetto degli sms, il ventiseienne comasco che ha inventato un fortunato sistema per spedire messaggini quasi gratis, per guadagnarsi un posto alla corte di Mister Prezzi. A Roma, al ministero dello Sviluppo economico, il 3 settembre era in programma un appuntamento fra Roberto Sambuco, il garante per la Sorveglianza dei prezzi, e i quattro colossi delle telecomunicazioni (Tim, Vodafone, Wind, H3g). Per Davide Marrone, l’inventore degli sms low-cost, un’occasione da non perdere per inserirsi nel confronto con i suoi concorrenti extralarge.

Così il 31 agosto, quasi fuori tempo massimo, Davide ha scritto a Mr Prezzi. «Mi ha risposto in un paio di giorni, non ci avrei scommesso - ammette -. Io lì (al ministero, ndr) non conoscevo nessuno e ho spedito una mail al classico indirizzo ufficiale». Quello a cui - sottintende - non risponde mai nessuno. E invece. «E invece mi ha invitato al tavolo con gli altri operatori».

Non un confronto a cinque ma sessioni individuali con il garante per discutere del caro-sms che affligge l’Italia. E così dopo i rappresentanti del colosso Tim, della rivale Vodafone e delle «agguerrite» Wind e H3g, ecco la volta di Skebby, la piccola società creata un paio di anni fa dal ragazzo prodigio dei messaggini.

«Frequentavo un corso in cui ci insegnavano a creare applicazioni per il cellulare - ricorda - e a casa nel tempo libero sperimentavo progetti miei». Poi l’idea, una sorta di Skype per inviare dal telefonino sms gratis o al costo di un centesimo. «In Internet c’è un sacco di gente che fa soldi con cavolate - sorride -, il mio progetto mi sembrava quantomeno utile».

E azzeccato, visti i prezzi della telefonia in Italia. Secondo l’Ocse, infatti, le nostre tariffe mobili sono tra le più care della Ue e l'invio di messaggi (che può toccare i 15 centesimi) è addirittura più costoso del tetto recentemente fissato in Europa per il roaming sms (11 cent). Una sproporzione che aveva infastidito anche Mr Prezzi: da qui la convocazione del 3 settembre per i quattro grandi operatori di rete. Quattro più la new entry dell'ultima ora, Skebby, che spopola per la messaggeria low-cost.

La via di Internet

Per abbattere i costi, la società di Davide Marrone non sfrutta la normale rete Gsm ma la connessione Internet, molto più economica nel trasmettere dati. Per usare il sistema basta scaricare dal sito il programma sul proprio cellulare (per ora lo hanno fatto in 60 mila). Da quel momento per inviare un sms ad un altro utente Skebby si paga un centesimo o nulla, mentre per spedire un messaggio a qualsiasi altro utente da 6 a 8 centesimi. Insomma, la metà dei 10-15 centesimi di tutte le altre compagnie. Il «trucco» sta nell’acquisto all’ingrosso. «Basta comprare messaggi da intermediari stranieri - spiega l’ideatore - e il prezzo cala.

Se un fornitore italiano vende sms per circa 5,5 centesimi, all’estero si scende a 4, anche se il venditore è lo stesso». «Non ho certo scoperto l’acqua calda - precisa -, le grandi compagnie telefoniche sanno come si potrebbe risparmiare». Però? «Però evidentemente preferiscono continuare così». L’sms a basso costo ha invece incuriosito Mister Prezzi, che ha convocato il ventiseienne lariano (e il business manager di Skebby, Luigi Orsi Carbone) per un colloquio privato di mezz’ora.

«Eravamo l’unica società non dotata di rete a essere stata invitata. La nostra idea - sottolinea - era di illustrare la situazione e i paradossi nel confronto con l’Europa, non di fare la guerra ai colossi della comunicazione. Detto questo, è ovvio che mi aspetto che il garante prenda provvedimenti per abbassare i costi degli sms».

Oltre ai messaggini low-cost, Davide porta avanti altri progetti, da un sistema di mini-twitter per il cellulare alla tesi di laurea, ferma dall’estate del 2007, quando i giornali di tutto il mondo si accorsero di lui, il «maghetto degli sms», e lo tempestarono di interviste: «Ero in vacanza in Toscana - ricorda - e qualcuno si accorse del programma che avevo messo on-line. Che emozione, una vera tempesta. Quattordici ore al telefono e nemmeno il tempo per togliermi il pigiama».

Da allora sta dalle 8 alle 13 ore incollato al pc e lavora nella sede della sua Skebby, un locale di 30 metri quadri al Politecnico di Milano. È un genietto del computer e le aziende informatiche se lo contendono anche se lui, per ora, ringrazia e declina. In fondo c’è tutto il tempo per lavorare come dipendente, ora meglio godersi l’avventura in solitaria.

Nel 2005 si era classificato quinto su scala mondiale in una competizione universitaria sulla sicurezza informatica. Tentato dalla «carriera» da hacker? «No, sto ancora con convinzione dalla parte dei buoni». E forse è vero. Almeno se gli si crede quando dice che la sua «società è ancora in perdita» e che manca pure il tornaconto personale, perché «io di sms ne mando pochi, anche solo 2 al giorno».


ELISABETTA PAGANI