mercoledì 2 settembre 2009

Genova, il manuale dei vigili: più fai multe e più guadagni

Il Secolo XIX

In fondo alla pagina, il link per ascoltare l’intervento di Francesco Scidone,
assessore comunale alla Sicurezza, fatto stamattina su Radio19
durante la trasmissione Due Ore del Secolo

I vigili urbani di Genova devono reprimere (e quindi multare) di più, altrimenti possono dimenticarsi il premio di produzione. E devono concentrarsi sui divieti di sosta, le cinture di sicurezza e i telefonini, con numeri e scadenze messe nere su bianco in un documento che Il Secolo XIX pubblica oggi. Se i cantuné - come sono chiamati nel capoluogo ligure - non si adeguano al diktat, dicono addio alla «quattordicesima».

È una sensazione che aleggia da sempre, quella dell’aumento di retribuzione legato alla quantità di multe. Ma stavolta c’è una (pesantissima) prova in più. Ovvero un programma che nelle ultime tre settimane ha iniziato a essere distribuito a ciascun agente, nel quale gli si spiega qual è il «valore da raggiungere» (testuale) per particolari violazioni del codice della strada. Ma che cosa significa, «valore da raggiungere»? Il primo pensiero dei vigili, persino dei più scafati sindacalisti, è stato semplice: parrebbe il numero di multe da fare per quella specifica infrazione, non si capisce bene in quale lasso di tempo. La spiegazione del comandante Roberto Mangiardi è diversa: «La cifra indicata nel prospetto - insiste - è la quantità di servizi preventivi e repressivi che ciascun distretto deve svolgere su quella materia in un anno».

Ma viene da chiedersi: come si dimostra che quei servizi sono stati eseguiti, se non con il numero delle bollette e fissando implicitamente una quota minima? Soprattutto: nel momento in cui lo stesso comandante ammette che rispetto al 2008 i «valori da raggiungere» sono stati aumentati a tavolino del 15%, non significa dire che si è studiato un modo «indiretto» per far sì che pure le sanzioni lievitassero?




Caso chiuso, violata la mia privacy»

Corriere della Sera

«Un giornale ha diffuso il mio nome e le iniziali del cognome. È scorretto»La donna oggetto delle molestie telefoniche per le quali il direttore dell'Avvenire fu condannato nel 2004


La donna oggetto delle molestie telefoniche per le quali il direttore dell'Avvenire fu condannato nel 2004


ROMA - «È una vicenda che appartiene al passato, ormai è chiusa. È stata violata la mia privacy». La donna che fu oggetto delle molestie telefoniche per le quali Dino Boffo è stato condannato nel 2004 a pagare un'ammenda di 516 euro, non intende rivangare il passato. «Magari parlerò in futuro, ma al momento non posso». La donna, raggiunta al telefono da un giornalista dell'agenzia Ansa, ha poi aggiunto: «C'è un quotidiano che ha diffuso il mio nome di battesimo e le iniziali del mio cognome e così ora tutti sanno chi sono. Ed è stato scorretto»
.
PANORAMA - Secondo il nunero di Panorama che uscirà giovedì, l'ex fidanzato della donna è un direttore di filiale di banca di 39 anni. Secondo quanto scrive il settimanale, «La ragazza e il suo fidanzato di allora si conobbero a metà degli anni Novanta quando erano entrambi assidui frequentatori degli incontri organizzati all’interno della diocesi di Terni. Un amico li ricorda impegnati una volta al mese nella scuola di preghiera, la Lectio divina, un appuntamento mensile a partire dal 1992». Secondo gli amici di allora la conoscenza tra i due giovani e Boffo potrebbe risalire al marzo 2001. In un’assemblea diocesana Boffo era uno dei relatori e la famiglia della ragazza era ospite. Forse a presentarli fu monsignor Vincenzo Paglia, da nove anni vescovo della città umbra.


Vaticano: Feltri fomenta il caos, da lui solo false accuse contro di noi

Corriere della Sera


Il direttore del giornale: «C'è una velina fatta circolare dai servizi segreti del Vaticano»


Padre Lombardi: «Smentisco tutto, viene il sospetto che vi sia intenzione di fomentare confusione con false accuse»


ROMA - E' ancora scontro sul caso Boffo. E stavolta lo scambio di accuse è direttamente tra il direttore de «Il Giornale» Vittorio Feltri e il Vaticano. «Smentisco nel modo più categorico questa infondata affermazione: viene il sospetto che vi sia una intenzione di fomentare confusione diffondendo false accuse». Lo ha dichiarato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi Direttore della Sala Stampa della Santa Sede in risposta a «quanto riportato da agenzie di stampa, secondo le quali il dottor Feltri avrebbe dichiarato, nel corso di una trasmissione radiofonica, che la velina diffusa sul caso Boffo proverrebbe dalla Gendarmeria Vaticana».

FELTRI - «Chiedere scusa? a chi e per cosa non capisco» aveva detto Feltri a Radio Anch'io su Radiouno spiega: «non ho nessuna arma se non la penna e da questa vicenda traggo un unico insegnamento: che in Italia si può parlare male solo di alcuni ma se si alzano gli altarini di altri si viene sommersi dagli insulti». Feltri difende il documento che ha pubblicato su Boffo: «non è una velina ma un decreto penale di condanna in cui si accenna a molestie a sfondo anche sessuale.

C'è una velina, ma non è questa, fatta circolare dai servizi segreti del Vaticano». Respinge, il direttore del Giornale, le accuse di fare vendette ma ribadisce che la vita privata di Boffo è importante perchè «non è un cittadino qualsiasi ma il direttore del giornale della Cei, ovvero il portavoce del Vaticano». E sottolinea di essersi occupato di questa vicenda nel momento in cui «finalmente ho avuto - dice Feltri - le carte di una cosa che si sapeva ma non si poteva scrivere senza le prove».

Boffo prova a smentire: nessun patteggiamento Ma Feltri: "Proteste frutto del doppiopesismo"

di Redazione

Milano - Sceglie il silenzio il direttore dell"Avvenire Dino Boffo sulle pagine del quotidiano di oggi. Ma in prima pagina il giornale pubblica la nota della Cei che riferiva di una telefonata del Papa al cardinale Bagnasco in cui esprimeva "stima e gratitudine" alla Conferenza episcopale italiana e al suo presidente. E la nota della Santa Sede, che riferiva di una telefonata del cardinale Tarcisio Bertone a Dino Boffo per esprimergli solidarietà. Sempre su Avvenire, in un articolo, si nega che ci sia stato un patteggiamento: "Non può esserci stato patteggiamento da parte di Dino Boffo, perché non c’è stato alcun processo a suo carico. Non c’è riferimento a relazioni di tipo sessuale, se non (incidentalmente) a quelle della querelante con il suo compagno".

Feltri: "Chiedere scusa? Non ho motivi" Il direttore del Giornale, Vittorio Feltri, non fa nessuna marcia indietro e, a Radio Anch’io, risponde con una laconico "chiedere scusa? a chi e per cosa? Non capisco" quando viene sollecitato da un ascoltatore a fare dietro front nella polemica accesa nei confronti del direttore di Avvenire. "Io - dice Feltri - non ho nessuna arma se non la penna e da questa vicenda traggo un unico insegnamento: che in Italia si può parlare male solo di alcuni ma se si svelano gli altarini di altri si viene sommersi dagli insulti". Feltri, poi, difende il documento che ha pubblicato su Boffo: "non è una velina ma un decreto penale di condanna in cui si accenna a molestie a sfondo anche sessuale. C’è una velina, ma non è questa, fatta circolare dai servizi segreti del Vaticano".

Nessun collegamento coi respingimenti
"Le rivelazioni sul direttore dell’Avvenire non hanno nessun collegamento con i respingimenti. Mi sono occupato di questa cosa perchè ho finalmente avuto la documentazione di un fatto che si sapeva ma che non si poteva dare senza pezze d’appoggio. Mi sembra azzardato trovare un collegamento con i respingimenti". Lo ha detto il direttore del Giornale Vittorio Feltri intervenendo alla trasmissione di Radiouno Radio anch’io.

Doppiopesismo "Ci si è occupati di Boffo perchè in presenza di un atto pubblico - ha ribadito Feltri - ma prima ancora di verificare quello che fosse accaduto, il Giornale è stato travolto dalle polemiche, mentre Repubblica ha basato tutto sui pettegolezzi, addirittura pubblicando l’intervista del fidanzato della ragazzina di Casoria, che ha successivamente smentito tutto. Chissà perchè quando il "Giornale" si è occupato del portavoce dei vescovi italiani si è usato un altro metro giudizio, che dimostra un doppiopesismo di cui non riusciamo a liberarci". Riferendosi a Boffo, Feltri ha spiegato che "il direttore del giornale in questione è il direttore dell’Avvenire, che è della Cei, ed è quindi praticamente il portavoce dei vescovi italiani, nonchè tra i critici sui pettegolezzi di Berlusconi. E questo dimostra da che pulpito viene la predica".

Occupiamo subito Roma. Quella marmaglia ci tradirà»

Corriere della Sera


I VERBALI SEGRETI DI HITLER Escono per la prima volta in italiano

25 luglio 1943, ore 21.30: gli ordini del Führer dopo la caduta di Mussolini


Il Führer — È già stato informato sugli svi­luppi in Italia?

Keitel —
Ho sentito solo le ultime parole.

Il Führer —
Il Duce si è dimesso. Non è anco­ra confermato: Badoglio ha assunto il governo, il Duce si è dimesso.

Keitel — Di sua iniziativa, mio Führer?

Il Führer
— Probabilmente per desiderio del re, su pressione della corte.

Jodl —
Badoglio ha assunto il governo.

Il Führer
— Badoglio ha assunto il governo, quindi il nostro più acerrimo nemico. Dobbiamo chiarirci subito le idee, trovare un qualche meto­do per riportare sulla terraferma la gente qui (in­dica sulla cartina le truppe tedesche impegnate in Sicilia contro gli alleati, ndr ).

Jodl
— La domanda decisiva è: combatteran­no o no?

Il Führer
— Dichiarano che combatteranno, ma questo è tradimento! Dobbiamo essere chiari con noi stessi: è tradimento bello e buono! Sto attendendo le notizie su quello che il Duce dirà. Vorrei che il Duce venisse subito qui in Germa­nia.

Jodl — Se queste cose sono incerte, c’è solo un modo di procedere.

Il Führer
— Stavo già pensando — la mia idea sarebbe che la 3ª divisione corazzata grana­tieri occupasse subito Roma e scardinasse imme­diatamente tutto il governo.

Jodl — Il combattimento viene sospeso, per questo caso, in modo che qui nella zona di Roma concentriamo quanto più possibile queste forze che portiamo fuori qui e quelle che sono già là, mentre il resto confluisce qui. — La cosa diventa difficile qui (si riferisce sempre alla Sicilia, ndr ).
Il Führer —
Qui c’è solo una cosa: che tentia­mo di portare la gente su navi tedesche lascian­do indietro il materiale — materiale qui o là, non fa differenza, gli uomini sono più importan­ti — Presto avrò notizie da Mackensen (amba­sciatore tedesco a Roma, ndr ). Poi predisporre­mo subito il resto. Ma questo deve essere subito via!

Jodl — Sissignore.

Il Führer —
La cosa decisiva intanto è che as­sicuriamo subito i passi sulle Alpi, che siamo pronti a prendere subito contatto con la IV arma­ta italiana e che prendiamo subito in mano i vali­chi francesi. Questa è assolutamente la cosa più importante. Per fare questo dobbiamo mandare giù subito delle unità, eventualmente anche la 24ª divisione corazzata.

Keitel —
In tutto quello che potrebbe accade­re la cosa peggiore sarebbe non avere i valichi.

Il Führer —
Dunque in linea di massima: una divisione corazzata, ed è la 24ª, è pronta. La cosa più importante è mandare giù subito in quella zona la 24ª divisione corazzata e che la divisione granatieri «Feldherrnhalle», che deve essere pronta, occupi almeno i valichi. Perché qui abbia­mo solo una divisione che è vicino a Roma. — La 3ª divisione corazzata granatieri è tutta là, vicino a Roma?

Jodl — È là, ma non completamente mobile, solo parzialmente.

Il Führer —
Poi, grazie al cielo, abbiamo anco­ra qui la divisione cacciatori paracadutisti. Per­ciò la gente qui (Sicilia) deve essere salvata ad ogni costo. Qui, questo non serve a nulla: devo­no passare di qua, soprattutto i paracadutisti ed anche gli uomini della «Göring» (la divisione scelta intitolata al capo dell’aeronautica, Her­mann Göring, ndr ). Il loro materiale non ha alcu­na importanza, che lo facciano saltare o che lo distruggano. Ma la gente deve passare di qua. Ora sono 70 mila uomini. Se c’è la possibilità di volare, saranno di qua molto in fretta. Devono tenere una cortina qui così prendono indietro tutto. Solo armi leggere, tutto il resto rimane, di più non serve. Contro gli italiani ce la caveremo anche con le armi leggere. Tenere questo qui non ha alcun senso.

Jodl — Dobbiamo attendere notizie veramen­te precise e vedere quello che sta accadendo.

Il Führer —
Ovviamente, solo che noi, da par­te nostra, dobbiamo cominciare subito a fare del­le riflessioni. Su una cosa non possono esserci dubbi: con tutti i loro intrighi, naturalmente di­chiareranno di rimanere dalla nostra parte; que­sto è chiarissimo. Ma questo è un tradimento; non rimarranno dalla nostra parte.

Keitel — Qualcuno ha già parlato con questo Badoglio?

Il Führer —
Per il momento intanto abbiamo ricevuto questo rapporto: ieri il Duce era al Gran Consiglio. Nel Gran Consiglio c’erano Grandi, che ho sempre definito un «porco», Bottai, ma soprattutto Ciano. Hanno parlato contro la Ger­mania in questo Gran Consiglio e avrebbero det­to: «Non ha più alcun senso proseguire la guer­ra, in qualche modo si deve tentare di tirar fuori l’Italia». Alcuni erano contrari. Farinacci ecc. si sono certo espressi contro, ma non con l’incisivi­tà di quelli che si sono espressi a favore di que­sto movimento.

Ora, già questa sera il Duce ha fatto sapere a Mackensen che è deciso ad accet­tare questa battaglia e che non capitolerà. Poi improvvisamente ho ricevuto la notizia che Ba­doglio vorrebbe parlare a Mackensen. Macken­sen ha detto di non aver nulla da discutere con lui. Egli allora è diventato ancora più insistente ed infine Badoglio ha mandato un uomo — Ha detto che il re lo aveva appena incaricato di for­mare un governo dopo che Mussolini da parte sua si era dimesso. Che significa «dimesso»?

Keitel — Tutto l’atteggiamento della Casa rea­le! Il Duce comunque al momento non ha in ma­no alcun mezzo di potere, nulla, non ha truppe.

Il Führer — Nulla! Gliel’ho sempre detto: non ha nulla! Non è vero che non ha nulla. Glie­lo hanno anche impedito perché non avesse un qualche mezzo di potere. Ora il ministro ha ordi­nato che Mackensen per prima cosa si rechi al­l’Ufficio Esteri. Probabilmente là gli verrà notifi­cato questo. Suppongo che corrisponda. Secon­do, il ministro ha chiesto se sono d’accordo che egli vada subito dal Duce. Ed io ho detto che va­da subito dal Duce e, se possibile, induca il Duce a venire subito in Germania. Penso proprio che voglia parlare con me.

Se il Duce viene qui, è già una buona cosa; se non viene, allora non so. Se il Duce viene in Germania e parla con me, di per sé è già una buona cosa. Se non viene qui o non può partire o rinuncia perché si sente di nuovo male, cosa che non meraviglierebbe con quel branco di traditori, allora non si sa. Coso (proba­bilmente si riferisce a Badoglio, ndr ) del resto ha subito dichiarato che la guerra continua, in questo non cambia nulla. Quella gente deve fare così perché è un tradimento.

Ma anche noi, da parte nostra, continueremo a giocare il loro stes­so gioco, prepareremo tutto per impadronirci fulmineamente di tutta questa gentaglia, per far piazza pulita di tutta quella marmaglia. Domani manderò giù un uomo che dia ordine al coman­dante della 3ª divisione corazzata granatieri di entrare seduta stante a Roma con un gruppo speciale, di arrestare subito tutto il governo, il re, tutta la banda, soprattutto di arrestare subito il principe ereditario e di impadronirsi di questa canaglia, soprattutto di Badoglio e di tutta quel­la gentaglia.

Il pm e le telefonate del direttore

Corriere della Sera

IL CASO BOFFO - Il mistero sul documento anonimo spedito ai prelati

Il pm indagò sui tabulati e si convinse che le chiamate erano state fatte dal giornalista


La lettera anonima contro Dino Boffo spedita tre mesi fa ai vescovi italiani riferiva fatti e circostanze che non sono contenuti nel fascicolo del tribunale di Terni. Le carte ricostruiscono la vicenda che ha portato alla condanna per molestie del direttore di Avvenire.

Ma le stesse carte non entrano mai nei det­tagli della vita privata di Dino Boffo. Tanto che non chiariscono nemmeno per quale mo­tivo, con telefonate effettuate per quasi cin­que mesi, avrebbe ingiuriato una ragazza che poi presentò denuncia ai carabinieri. Docu­mentano però la certezza, da parte di chi inda­gava, che fosse proprio lui l’autore di quelle chiamate e non — come adesso sostiene lo stesso Boffo — un suo collaboratore.

L’esame dei contatti avvenuti subito prima e subito do­po le chiamate piene di insulti ricevute dalla donna avrebbe consentito di verificare che gli interlocutori avevano parlato personalmente con Boffo; dunque — hanno concluso gli in­quirenti — in quei frangenti era lui ad utilizza­re il cellulare. La storia risale all’agosto del 2001. Le telefo­nate ingiuriose vanno avanti fino al gennaio 2002.

Nel suo esposto la ragazza precisa gli orari, racconta il contenuto, sottolinea come l’anonimo interlocutore faccia riferimento an­che ai rapporti sessuali che la donna ha con il fidanzato. Viene acquisito il suo tabulato, si ri­cava il numero del chiamante. Si scopre così che il cellulare è intestato alla società che edi­ta il quotidiano della Cei. Le ulteriori verifiche consentono di scoprire che l’apparecchio è stato concesso in uso al direttore. Boffo viene convocato al palazzo di Giusti­zia della città umbra per fornire chiarimenti.

Non può negare che il telefono sia effettiva­mente suo, ma spiega di lasciarlo spesso incu­stodito. «E dunque — evidenzia — quelle tele­fonate può averle fatte chiunque». Una tesi che però non convince appieno i pubblici mi­nisteri. Anche perché lui stesso ammette di co­noscere la ragazza. «Ci siamo incontrati in oc­casione di un evento pubblico organizzato dal­la Curia», afferma. E poi chiarisce che il trami­te sarebbe stato il vescovo di Terni, monsi­gnor Paglia.

Si decide così di interrogare le persone che il giornalista ha contattato a ridosso delle chia­mate fatte alla ragazza. Si tratta di quattro o cinque testimoni. Tra loro c’è il titolare di una libreria e soprattutto uno dei segretari della Cei che con Boffo ha contatti assidui. Nessuno ricorda di aver mai parlato su quell’utenza con qualcuno che non fosse il direttore di Av­venire.

Quindi i magistrati si convincono che possa essere lui l’autore delle molestie. L’iscrizione nel registro degli indagati, co­me risulta dagli atti processuali, avviene il 14 ottobre 2003. Sei mesi dopo, esattamente l’8 aprile 2004, il pubblico ministero chiede «l’emissione di un decreto di condanna». C’è un solo reato contestato, quello di molestie, per il quale si procede d’ufficio. L'accusa di in­giurie è infatti caduta perché la ragazza ha de­ciso di ritirare la querela. Nel fascicolo non vengono specificati i motivi di questa scelta. I giudici ne prendono atto, Boffo non si oppo­ne al decreto e paga l’ammenda di 516 euro che certifica la sua condanna.


Qui finisce la storia ricostruita dalle carte processuali. Ma proprio da qui comincia il mi­stero sul documento anonimo spedito ai ve­scovi e poi raccontato venerdì scorso da Il Giornale che l’aveva invece presentato come un atto giudiziario. La circostanza che si tratti di un appunto ufficiale, sia pur «riservato», sembra smentita dall’esame dello scritto che contiene numerosi errori di ortografia e di bat­titura. E anche circostanze false. Non è vero che «Boffo è stato querelato da una signora di Terni»: la denuncia era contro ignoti.

Non è vero che «a seguito di intercetta­zioni telefoniche disposte dall’Autorità giudi­ziaria si è constatato il reato»: per le molestie non è possibile disporre il controllo delle con­versazioni. Viene poi specificato che «Boffo ha tacitato la parte offesa con un notevole ri­sarcimento finanziario», ma è una circostanza che non risulta agli atti. Quanto alle inclinazio­ni sessuali dell’indagato, nel fascicolo non se ne fa mai cenno.

Fiorenza Sarzanini

Chiamarsi Berlinguer a sinistra oggi è un problema

Il Tempo


Il Pd stoppa la nomina della giornalista alla direzione del Tg3. Ma fino a poco tempo fa il suo cognome strappava lacrime di nostalgia.


È stato "Il Tempo", lo si dice per i posteri, a segnalare l’inghippo televisivo attorno alla terza rete Rai ponendo ai vertici del Pd una domandina sola, non la fatidica decina che oggi fa tendenza, in forma di appello: sbrigatevi a dare il via libera, nella più pura e tradizionale logica della lottizzazione, alle nomine per Rai3 e il Tg3. Poi, a ruota, la domandina s'è fatta tormentone che è sbucato su altri giornali e si è materializzato nelle dichiarazioni di riti dei vertici democratici e dei membri di minoranza del Cda Rai che per cortesia, ma che scherziamo, mai e poi mai, che volete che c'entri il Pd e magari le primarie del Pd e magari il congresso del Pd, la situazione si sbloccherà in fretta nel più grande rispetto del pluralismo informativo e soprattutto dell'autonomia professionale di giornalisti e dirigenti. Sì, certo, ci mancherebbe.
Ci manca invece, eccome, perché ragionando sulla vicenda del Tg3, a voler essere un poco maliziosi storicamente, si sta verificando un curioso caso di cognomicidio nella storia della sinistra. Il quadro politico è questo: il centrosinistra sbanda e arranca e s'affanna alla ricerca di un'identità in decomposizione, e in contemporanea vanno in onda operazioni cinematografiche come Cosmonauta di Susanna Nicchiarelli, pupilla di Nanni Moretti, che promettono lacrimoni e nostalgia. Gli stessi lacrimoni intinti nel liquido in bianco e nero dell'amarcord che anche i postcomunisti, fatta eccezione per Miriam Mafai e pochi altri, fino a poco tempo fa riservavano al solo pronunciare il cognome Berlinguer.
Ed era tutto un profluvio di ricordi del dolce Enrico, tema di scuola Venditti, e del Berlinguer che non era in fondo mai stato comunista, tema di scuola veltroniana, e del Berlinguer che aveva capito tutto e lo aveva raccontato a Eugenio Scalfari, e del Berlinguer che toccategli tutto ma non Enrico, e si scatenava un tuffo collettivo nel cuore, nelle adunate, nelle speranze della sinistra austera e moralista, nei pugni chiusi levati al cielo. Ora invece restano solo i pugni che, così pare, Dario Franceschini continua a sbattere sui tavoli delle trattative perché di dare l'ok a Bianca Berlinguer alla direzione del Tg3 non se ne parla neppure. Non che non sia professionale, non sia mai, e noi siamo per il rispetto dell'autonomia e della professionalità dei giornalisti e in particolare di una che nella fossa del Tg s'è fatta le ossa, diranno veltroniani come Giorgio Van Straten.
Ma, dobbiamo capirci, Bianca è troppo dalemiana e bersaniana, la Bianca che quando ci pensi, giusto in tema di Moretti e della sua Bianca, viene in mente la sequenza in cui Michele se la prende con una pianta: «Hai troppo sole, poco sole, cos'è che vuoi??... Più acqua, meno acqua??... Perché non parli?!... Rispondi!..». Ecco, il Pd alle prese con le nomine pare come la pianta di Michele, un motore immobile, un pugile suonato, un partito che non sa che pesci pigliare neppure nel mare che gli è più congeniale, quello del circuito culturale e giornalistico. Ma cari democratici, chi volete a rappresentarvi al telegiornale del terzo canale? A sinistra le dinastie hanno sempre dato buoni frutti. Tanti sono andati a fare i giocherelloni dell'estremismo a Lotta Continua, altri hanno preferito farsi seriamente le ossa. E invece oggi il cognome conta, in peggio.
La Palombelli Barbara è troppo cognomata, pur professionista di qualità riconosciute, e qualcuno dice che il Cdr farebbe bizze per un'intromissione troppo glamour, e allora Bianca, insomma, glamour non è ma un soldato che si è forgiato alla scuola di un antiberlusconismo poco cialtrone e urlato ma più politico, cerebrale, chirurgico, in questo senso sì, un puro antiberlusconismo di scuola D'Alema. È una giornalista che riscuote apprezzamento anche da chi la vorrebbe frullare alla fine di un'intervista o di una diretta maliziosa o di un titolo letto con ghigno scultoreo, e forse potrebbe mettere ordine nel blasone di una redazione che quando si guarda allo specchio fa come la matrigna di Biancaneve (poi appare il volto di Chicco Mentana e sono guai). Forse. Se glielo lasciano fare, i troppo postberlingueriani.


Angelo Mellone

Aumentano le denunce: cani e gatti spariscono

di Maria Paola Gianni


Benny, dolce barboncino bianco di tredici anni, è stato rapito da un’auto. È accaduto lo scorso 23 agosto, a Roma, sul lungotevere Aventino. I suoi «genitori adottivi» lo cercano dappertutto, sono disperati. Vasco, gattone a pelo semilungo di due anni, era uscito di casa per il solito giretto dalle sue micette di strada, ma non è più tornato, anche lui nella capitale, zona Portuense-Casetta Mattei. Stessa sorte al gatto nero Houdini che non ha lasciato più traccia di sé, dopo essere saltato giù dal balcone di casa, la notte del 25 agosto, a Legro, in provincia di Novara. C’è pure chi, tornato dalle vacanze il 25 agosto, s’è visto sparire il proprio cagnolino, tal Milo, un pincher affidato a una distratta dogsitter di Licola, in provincia di Napoli.

Sono solo alcuni appelli angosciati riportati sul sito www.enpa.it, dell’Ente nazionale di protezione animali, che lancia un nuovo sos rapimenti. Cani e gatti entrano in casa, ma anche nel nostro cuore, «prepotentemente». E se per una qualche ragione li perdiamo di vista, ci fanno disperare, peggio ancora se rapiti. «Sono cresciute soprattutto le segnalazioni», avverte la presidente Enpa, Carla Rocchi, «lo riscontriamo da numerose denunce pervenute, e anche dalla sezione “cerca-trova, smarrimento” del nostro sito».

Appelli e annunci accorati, ovunque, un po’ da tutta Italia, sui quattro zampe «desaparecidos». «A volte provengono da coniugi che si separano e si rapiscono l’animale del cuore come farebbero con i figli», prosegue Carla Rocchi, «o da liti di condominio tra vicini, specie per i gatti liberi accuditi negli spazi comuni. Nei peggiori dei casi sono vittime della criminalità. Per fortuna, più denunce aumentano la possibilità dei ritrovamenti, anche grazie ad una capillare rete animalista».

Tra gli altri casi più recenti, dal primo luglio al 22 agosto, tra Stresa, Baveno e Verbania sono spariti 142 gatti, 84 dei quali neri, quest’ultimi probabilmente anche utilizzati per riti satanici. Lo denuncia Lorenzo Croce, presidente dell’Associazione italiana difesa animali e ambiente, che segnala un furgone rosso con targa di Milano sul quale sarebbero stati caricati i felini. Sempre secondo Croce, poi, sono 26mila i cani di razza rapiti nel 2008, per un lucroso giro di affari di 40 milioni di euro, probabilmente venduti all’estero.

Un torbido mercato parallelo a quello dei cani di media o grossa taglia rapiti dalla criminalità organizzata, per lo più nei parchi cittadini, e destinati ai combattimenti, impiegati nelle arene della morte come «sparring partners». Pitbull, corsi o rottweiler addestrati alla violenza, per le scommesse clandestine. Le vittime fanno una fine atroce. Un raduno per scommesse clandestine su cani con 200 persone può fruttare persino 400.000 euro.

Sia a Roma che a Milano sono stati avvistati dei furgoni sospetti, qualcuno millanta persino la scritta «Protezione animali» o «Polizia veterinaria» per non dare nell’occhio. I «catturatori» sono spesso persone dell’Est o rom, l’organizzazione criminale fornisce loro i furgoni e li paga un tot, si parla addirittura di 25 euro a cane rapito. Qualsiasi cane. Agiscono soprattutto nei parchi, spesso con cagnette in calore, per attirare i maschi e catturarli al momento opportuno. E finiscono nel nulla. Ecco perché non bisogna mai perdere di vista Fido durante la passeggiata senza guinzaglio.

Tutti i cani e i gatti, potenzialmente, potrebbero essere a rischio rapimento. Destinati ai combattimenti o agli esperimenti di laboratorio. A volte spariscono nel nulla decine di animali rinchiusi nei canili lager. Una cosa è certa: conviene sempre iscrivere il proprio animale all’anagrafe, tramite i servizi veterinari delle aziende Usl (in Italia per ora è obbligatorio solo per i cani), perché un pet «schedato» è rintracciabile e contrasta il commercio clandestino.

C’è anche il rapimento «da riscatto». Riservato soprattutto ai cani di razza e di taglia piccola, superviziati e coccolati, di signorotte benestanti, magari del centro storico. I «rapitori» agiscono singolarmente, non in gruppi organizzati, sanno dove abita la vittima e come contattarla per chiedere il riscatto, in genere da 500 a 5mila euro. Agiscono indisturbati dopo aver pedinato la coppia cane-proprietario durante le sue abituali tappe dello shopping o al negozio preferito, dove Fido viene solitamente attaccato al gancio esterno (guai a farlo, bisognerebbe abolirli).

C’è anche il rapimento «per commissione»: per far rubare un cane-attore, oppure abile nella caccia o nella ricerca del tartufo, quest’ultimo, ben addestrato, può valere persino 50mila euro. Dulcis in fundo: meglio non fidarsi delle persone apparentemente gentili che si offrono di tenere il cane al guinzaglio per pochi minuti. Potrebbero sparire per sempre.

Cari turisti-Indiana Jones, pagate da soli i vostri rischi

di Bepi Castellaneta


«Vaste programme!» borbottò De Gaulle alla vista di un «Mort aux cons», a morte ai fessi, tracciato sul muro di un edificio. Che fosse e sia tuttora un programma impegnativo, di ampio respiro, è fin troppo evidente. Tuttavia, ciò non ha impedito a Nicholas Sarkozy di metterci mano cominciando con l'istituire una speciale tassa sulla stupidità. Il tributo, per di più, ha uno sponsor d'eccezione, quella Unione europea da tutti beneamata e alla quale si attribuisce il dono della saggezza e l'occhio sicuro nell'individuare ciò che conviene al consesso civile che vuol dirsi «europeo».

La tassa sui cretini si riduce a questo: coloro i quali trascorrono le vacanze o comunque compiono un viaggio di piacere in Paesi ritenuti «a rischio» e il cui elenco è semestralmente aggiornato dal ministero degli Esteri, nel caso di incidenti di varia natura dovranno pagare o grandemente contribuire a pagare le spese sostenute per trarli d'impiccio.

Gli «incidenti» si riferiscono specificatamente a sequestri da parte di guerriglieri, di bande armate, di fronti di liberazioni varie e anche di forze regolari agli ordini di questo o quel tirannello etnico. E le spese comprendono, oltre all'invio di negoziatori, al tempo perduto nelle Cancellerie, al via vai di aerei, anche l'ammontare dell'eventuale riscatto.

Bisogna ammetter che quella di Sarkozy è una gran trovata: da un lato soddisfa le esigenze delle istituzioni, prima d'ora costrette a intervenire accollandosi tutte le spese del caso; dall'altro appaga il turista voglioso di quell'«estremo» che renda più pepata la vacanza. Oltre ai disagi, ai cimenti e ai repentagli di un viaggio in qualche landa desolata, s'aggiunge (ora per i soli francesi, domani, quando l'Ue formalizzerà la tassa sulla stupidità, anche per gl'italiani) l'alea di dover sborsare un sacco di palanche nel caso il viaggio si concluda con un sequestro, ciò che d'altronde lo renderebbe ancor più «estremo».

Ma anche stupido o, meglio, da stupidi. Nessuno ha da ridire se un gruppetto di turisti si mette in testa di battere per centinaia di chilometri il deserto per poter alla fine rimirare i quattro scarabocchi, pardon, le pitture rupestri del Gilf el Kebir. Ma se la zona è ritenuta, da chi ha i dati, le informazioni per farlo, a rischio e se questo rischio è segnalato nel bollettino emanato dal ministero degli Esteri, se non da stupidi come sostiene Sarkozy è certo da sconsiderati addentrarvisi. È successo lo scorso anno: lì, a Gilf el Kebir, cinque turisti furono sequestrati da una masnada di marrazzoni egiziani o sudanesi, non s'è mai capito.

Seguì la richiesta di 15 milioni di dollari, le trattative, il solito tira e molla conclusosi felicemente con la liberazione dei turisti estremi. Ovvio che le autorità negarono il pagamento del riscatto, ma anche se così fosse il salvataggio costò lo stesso una barca di soldi. Soldi dei contribuenti. Fosse successo a tassa sulla stupidità adottata, avrebbero saldato il conto loro, i liberati. E c'è da scommetterci che in quel caso di pitture rupestri in un buco del deserto non ne avrebbero più voluto sentir parlare. Le tasse non piacciono a nessuno. Padoa-Schioppa, che è sempre divertente, disse che sono una gioia, le tasse. Ma non è così e tutti lo sappiamo bene. Però questa di tassa, sulla stupidità, è stata accolta in Francia con un applauso.

Quando sarà il momento, in Italia, dove gli stupidi non mancano, riceverà minimo minimo una «standing ovation». Su questo non ci piove.

Niente chiavi al parroco nero

Il Secolo XIX

L’arrivo di Don Teofilo Netupete, prete congolese, nominato parroco di San Terenzo Monti, frazione del Comune di Fivizzano, ha fatto venire a galla una realtà fatta di incomprensioni e pregiudizi

 

Doveva dire messa, ma il sagrestano si è dato malato e ha rifiutato di consegnare la chiave della chiesa al nuovo parroco di colore. Solo grazie all’intervento di una pia donna, che ha tirato fuori la copia della chiave, alla fine la funzione religiosa si è potuta tenere.

Un’accoglienza così non se l’aspettava don Teofilo Netupete, prete congolese, nominato parroco di San Terenzo Monti, frazione di 156 anime del Comune di Fivizzano, dove negli anni ’90 era stato sindaco Sandro Bondi, attuale ministro dei Beni culturali, nota soprattutto per la strage nazi-fascista dell’agosto del ’44 che costò la vita a 167 persone. In questo piccolo paese, l’arrivo di un prete di colore ha fatto venire a galla una realtà fatta di incomprensioni e pregiudizi.

Eppure don Teofilo, che abita insieme con due confratelli africani in una località vicina a San Terenzo Monti, non è uno sconosciuto. Qualche volta ha già detto messa e, dopo il trasferimento del parroco titolare, gli è stata assegnata anche questa piccola comunità. Ma quando, qualche giorno fa, si è presentato davanti alla chiesa per la messa vespertina, ha trovato ad accoglierlo solo alcune donne in attesa della funzione. Il sagrestano non c’era perché ammalato, è stata la spiegazione.

Nicotri: nel 2006 chiamai Boffo e lui chiarì

Avvenire

1 Settembre 2009
Il giornalista dell’«Espresso»
Nicotri: nel 2006 chiamai Boffo e lui chiarì

Riportiamo qui di seguito parte di un testo pubblicato ieri dall’ex giornalista de L’Espresso Pino Nicotri nel sito www.giornalettismo. com.Un documento interessante al fine di una ricostruzione della verità dei fatti.

Dino Boffo, direttore responsabile del giornale dei vescovi italiani L’Avvenire d’Italia: «Sì, è vero, ho transato una condanna in un processo nato per molestie a base di telefonate che partivano dal telefono del mio ufficio di Roma, ma della cosa s’è occupato il legale del giornale, non un mio legale privato. Qualcuno infatti ha usato il mio telefono, approfittando delle mie assenze. Quando ho saputo della cosa mi sono fatto più furbo e ho imparato a chiudere a chiave la stanza e a evitare che vi si potesse telefonare senza controlli». Era l’estate del 2006, e mi erano arrivate alcune voci e segnalazioni su asserite vicende a sfondo sessuale del direttore de L’Avvenire.

Ho sempre ritenuto professionalmente doveroso, prima di sferrare una eventuale bastonata sulla testa di qualcuno, verificare le notizie con il diretto interessato, cioè con il destinatario della possibile bastonata. Così feci con Boffo. Che, raggiunto al telefono e sentito di cosa volessi parlare con lui, mi disse che era occupato e che mi avrebbe richiamato. Ovviamente pensai che si trattasse di una scusa e che non mi avrebbe richiamato, anche perché gli avevo specificato che le voci parlavano di una sua condanna, al tribunale di Terni, a sfondo pedofilo. Invece, con mia sorpresa, dopo una ventina di minuti Boffo mi richiamò come promesso.

E mi spiegò tutto per filo e per segno, rispondendo anche a domande imbarazzanti che gli ponevo non senza anche un mio imbarazzo.C’erano anche altre voci, da quelle su sberle sferrategli sul sagrato di una chiesa da una madre infuriata fino a quelle sull’impossibilità di consultare la sentenza pur essendo questa un atto pubblico. Però il nome della signora delle asserite sberle nessuno fu in grado di farmelo. E se un documento giudiziario non si riesce a leggerlo non si può certo scriverne. Ovviamente avrei apprezzato da parte di Boffo e del legale che lo difese l’invio di copia della sentenza, ma il diritto alla privacy esiste e non è un optional. Certo, la spiegazione fornitami può apparire un po’ strana, ma se l’editore - vale a dire la Conferenza episcopale italiana (Cei) - si è preso la briga di difendere Boffo, e oggi lo difende di nuovo, ancora e a spada tratta, non potevo certo essere io a saltare a conclusioni non dimostrabili.A me infatti era successo anche di peggio.

Nel ’79 sono stato arrestato con accuse pazzesche, dal sequestro e uccisione dell’onorevole Aldo Moro fino alla direzione strategica delle Brigate Rosse, Prima Linea e Autonomia, insomma l’intero terrorismo italiano come fosse uno e trino e io, ad appena 36 anni, il Grande Vecchio. Nonostante le accuse mega galattiche e manicomiali l’editore de L’Espresso, cioè all’epoca Carlo Caracciolo, mi assegnò il migliore avvocato penalista d’Italia, il compianto e inarrivabile Adolfo Gatti, e non mi depennò neppure dal tamburino della gerenza, vale a dire dalla pagina che allinea tutti i nomi dei giornalisti che lavorano in redazione o collaborano dall’esterno a un giornale. Venne fuori rapidamente che non c’entravo un fico secco con nulla di nulla e ripresi la mia vita di sempre. Perché la stessa cosa non può essere successa a Boffo, visto che anche lui - a quanto mi disse - era stato difeso dal suo editore?

Da dove viene la «velina», nel senso di imbeccata e non di Velina con chiappe al vento, a Feltri? Repubblica dice la sua, con D’Avanzo. Non farò mai il nome di chi mi passò quella «notizia», ma qualche giretto su Internet basta e avanza per capire che non è affatto necessario che la soffiata arrivi dal tribunale di Terni. Se Vittorio Feltri, il neo ri-direttore de Il Giornale, avesse verificato con il diretto interessato come ho fatto io nel 2006 avrebbe evitato la figura bestiale che ha fatto. Non sarebbe scivolato sulla buccia di banana che legittima eventuali «leggere impressioni» che lui sia davvero un amante del killeraggio giornalistico pro domo padronale, in questo caso berlusconiana...
Pino Nicotri


Le carte confermano: caso montato ad arte

Avvenire


LA VICENDA FELTRI


Le carte confermano: caso montato ad arte

 
Non può esserci stato patteggiamento da parte di Dino Boffo, perché non c’è stato alcun processo a suo carico. Non c’è riferimento a relazioni di tipo sessuale, se non (incidentalmente) a quelle della querelante con il suo compagno. Non ci sono intercettazioni telefoniche. Non c’è una sentenza di condanna, ma soltanto un decreto penale che dispone il pagamento di un’ammenda. 

Per farla breve, si è trattato di una diatriba giudiziaria minima, come ce ne sono a milioni nei tribunali di tutta Italia. Una storia vecchia di anni che non riveste alcun «pubblico interesse», ha stabilito ieri il giudice per le indagini preliminari di Terni Pierluigi Panariello, autorizzando perciò soltanto la copia del decreto penale di cui sopra, con l’omissione delle generalità della controparte e del suo avvocato. Il magistrato ha quindi respinto le richieste di «accesso indiscriminato» all’intero fascicolo da parte di numerose testate giornalistiche, «potendo la divulgazione di tali atti recare pregiudizio al diritto alla riservatezza delle parti private coinvolte nel procedimento». Insomma, la verità dei fatti che emerge dalle carte del tribunale di Terni è assai diversa dalle ricostruzioni basate su una lettera anonima. Mettiamole a confronto.

Nella furia da scoop (e da "spedizione punitiva") è stato scritto che il direttore di Avvenire aveva patteggiato una condanna per molestie. Non è vero: Boffo ha soltanto rinunciato a presentare opposizione al provvedimento entro il termine di 15 giorni stabilito dalla legge. 


Un modo per chiudere rapidamente una vicenda certamente spiacevole, ma in nessun modo un’ammissione di colpevolezza. Lo stesso gip Pierluigi Panariello, infatti, ha confermato che «il diretto interessato ha sempre contestato qualsiasi addebito nei suoi confronti», dichiarando da subito che le telefonate giudicate moleste dalla querelante non erano state fatte da lui «ma da un’altra persona».

È stato detto, inoltre, di tentativi di tacitare la controparte, ma tali erano l’interesse e il coinvolgimento di Boffo in questa vicenda che non nominò nemmeno un difensore di fiducia. Carta canta, se è ufficiale e con tanto di intestazione del tribunale: a rappresentarlo fu un avvocato del foro di Terni, nominato d’ufficio dal gip Augusto Fornaci. Si era al 9 agosto del 2004 (i fatti oggetto di valutazione risalgono al periodo agosto 2001-gennaio 2002), ma il direttore di Avvenire non aveva percepito la peculiarità del provvedimento accomunandolo alla serie di cause di routine che ogni giornale si trova ad affrontare, tanto che ha provveduto solo in seguito a nominare un proprio legale. È l’ennesima dimostrazione della reale portata dei fatti.

All’avvocato di fiducia di Boffo, ovviamente, il giudice per le indagini preliminari ha accordato l’accesso a tutto il fascicolo, in quanto rappresentante di un soggetto «titolare di un interesse qualificabile indubbiamente come diritto alla conoscenza degli atti». Il procuratore Fausto Cardella, nel parere espresso al gip, ha sostenuto invece che la visione in toto delle carte andava concessa anche ai giornalisti, malgrado già in passato altre identiche istanze fossero state respinte, sempre a tutela della riservatezza delle parti. 


Anche Cardella, in ogni caso, ha convenuto sull’opportunità di «eliminare dagli atti ogni riferimento identificativo alla persona offesa e al suo difensore». Veniamo, infine, al "pezzo forte" della campagna messa in atto contro Boffo: la cosiddetta (da il Giornale) "informativa" sulle sue presunte frequentazioni e abitudini sessuali. Come aveva già precisato lunedì il gip di Terni (e prima di lui, per quanto riguarda gli archivi di sua competenza, il ministro dell’Interno Roberto Maroni) non ve ne è traccia.

Ieri, in seguito al rigetto delle istanze di accesso completo al fascicolo, il giudice Panariello ha di nuovo specificato, a scanso d’equivoci, che, anche qualora l’autorizzazione fosse stata concessa, non sarebbe saltata fuori nessuna nota di quel genere. Il "caso", quindi, è stato montato su una velina fabbricata ad arte di cui (per il momento) non si conosce l’autore.

Danilo Paolini


Il direttore di Avvenire ha mentito

di Vittorio Feltri

Anzitutto un ringraziamento non formale ai lettori del Giornale che hanno ripreso in numero impressionante a leggerci e a sostenerci con forza, come dimostra la valanga di lettere giunte in redazione. Purtroppo non è possibile pubblicarle tutte, e di questo ci rammarichiamo. La vicenda Boffo ha scatenato un putiferio con pochi precedenti: segno che l’interesse per i fatti raccontati da noi è enorme. Non si tratta del piacere perverso di ficcare il naso nel privato di un uomo di potere quanto, piuttosto, di documentare il doppiopesismo di certa stampa e di certa politica.
Missione compiuta. Le reazioni ai nostri servizi sono state violente. Siamo stati accusati di ogni nefandezza e continuiamo a essere oggetto di insulti. Ai moralisti professionali non importa la cosa fondamentale. E cioè: l’episodio di cui si parla è vero o no? La conferma della notizia è scritta nel decreto penale di condanna (Tribunale di Terni) del direttore di Avvenire. Altro che patacca. Altro che informative dei servizi segreti. È un atto pubblico messo a disposizione dall’autorità giudiziaria ai giornalisti, che hanno chiesto di compulsarlo e fotocopiarlo; la prova che il reato di molestie è stato accertato, così come non ci sono dubbi che quelle molestie erano a sfondo sessuale.
Boffo, secondo il decreto di condanna, ingiuriava una donna «anche alludendo ai rapporti sessuali con il suo compagno». Quindi il direttore di Avvenire ha mentito. Aveva detto che il sesso non c’entrava e qui risulta il contrario. Per quali motivi egli molestava la signora? Si può immaginare. Ma sarebbe meglio fosse Boffo a chiarire una buona volta la storia, poiché il Tribunale di Terni ha dichiarato, per bocca del Gip, Pierluigi Panariello, che i particolari rimangono nel fascicolo in quanto suscettibili di interpretazioni, e solo le parti del processo sono autorizzate a prenderne visione. Boffo è una parte ed è in possesso di tutti gli atti; se intende sul serio chiudere il discorso deve renderli noti.
Il nocciolo della questione comunque è nel decreto oltre che nelle parole del Gip. È ingenuo voler minimizzare come fanno Boffo e i suoi difensori d’ufficio con o senza abiti talari. Conviene accettare l’evidenza dei fatti e magari spiegarli fornendo le carte, non limitandosi a dire che il telefono galeotto era sì del direttore di Avvenire, ma veniva usato da altra persona. Perché questa è una balla cui i magistrati non hanno creduto e nemmeno preso in considerazione per manifesta inattendibilità.
La domanda è la seguente: perché Boffo molestava la donna? Gelosia? Gelosia eterosessuale o omo? È ininfluente. Non abbiamo simili curiosità perché ciò che accade nei letti altrui è coperto non solo dal segreto istruttorio ma pure dalle lenzuola.
Però il molestatore, per favore, la smetta di negare e di strillare che il Giornale si è costruito in casa un dossier bugiardo. Finora qui di bugiardo c’è solo lui. Il quale, se avesse ammesso subito la consistenza della notizia, avrebbe fatto cessare il polverone nel giro di 24 ore. Coraggio, Boffo. Rompi gli indugi come quando li rompesti per censurare i comportamenti licenziosi (e non i reati perché non ce n’erano) di Silvio Berlusconi.
Naturalmente la Repubblica di ieri ha insistito con le insolenze di D’Avanzo. Che, in mancanza di argomenti, si è sfogato con le villanie nei confronti del Giornale e miei. Lo conosciamo abbastanza per non stupirci. E sappiamo che anche dopo la lettura del decreto non riuscirà ad ammettere di aver preso un granchio. A lui premono la D’Addario e le ragazze di Casoria: è uno che vola rasoterra; non si occupa di miserie umane, ma insegue le rivelazioni oracolari delle escort.

Ognuno fa quel che può. Antonio Polito seguita a pontificare su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Ecco il titolo del suo ultimo fondo sul Riformista: «Feltrusconi e il giornalismo olio di ricino». Polito è un professore smemorato. Rimprovera a me uno stile che è il suo. Pensate. Ha un redattore dedicato ai pettegolezzi sul premier che compone un articolo al dì su questa e su quella signorina compiacente. Non pago, un giorno ha sbattuto in pagina il brano di un libro vergato da una fanciulla generosa; una specie di romanzetto nel quale si identificava un ministro della Repubblica dileggiato per via dei suoi tic sessuali.
Una minuziosa descrizione degli orgasmi governativi.
Però, che giornalismo fine.
Ma andate all’inferno; laggiù cari colleghi ci incontreremo tutti, più tardi possibile.

Boffo mente: la prova che lo sbugiarda Il gip di Terni vieta l'accesso agli atti

di Gabriele Villa


Roma - Il direttore di Avvenire, Dino Boffo, ha mentito. Lo dimostrano le sue stesse dichiarazioni con cui, in questi giorni, ha tentato di difendersi, accusando di «killeraggio» il nostro giornale. E lo dimostrano, ancor più, gli atti giudiziari, contenuti nel fascicolo a lui dedicato dalla Procura di Terni.

Nel decreto penale di condanna, emesso a suo carico dal Gip del tribunale di Terni, Augusto Fornaci, il 9 agosto del 2004, e consegnato ieri in copia ai giornalisti, si legge che « Boffo Dino, nato ad Asolo il 19 agosto del 1952, è stato imputato del reato di cui all’articolo 660 c.p. perché, effettuando ripetute chiamate sulle sue utenze telefoniche, nel corso delle quali la ingiuriava anche alludendo ai rapporti sessuali con il suo compagno per petulanza e biasimevoli motivi recava molestia a... omissis».

Nel corso dell’indagine, hanno dichiarato in Procura a Terni, sono stati sentiti alcuni testimoni che hanno «confermato la conoscenza tra il direttore di Avvenire e la donna che lo denunciò per molestie personali». Deposizioni che figurano tra gli atti del fascicolo, secondo quanto riferito dal Gip di Terni, Pier Luigi Panariello, che ha autorizzato i giornalisti a prendere visione ieri del decreto di condanna. Il giudice ha confermato che «agli atti non ci sono intercettazioni ma i tabulati telefonici relativi alle utenze di Boffo». Panariello ha quindi spiegato «che il giornalista si difese sostenendo di non essere l’autore delle telefonate. Ma questa tesi - ha aggiunto - non è stata approfondita non essendo stata evidentemente ritenuta attendibile da chi indagava».

Queste affermazioni del giudice non hanno bisogno di particolari interpretazioni. Chi ha fatto quelle telefonate di molestia è stato Dino Boffo. E il telefono di Boffo è stato usato solo da Boffo. Ecco perché la tesi difensiva, tentata all’epoca da Boffo, fu scartata immediatamente e viene definita oggi «inattendibile». Ecco perché, convinti dalle prove, che fosse lui il molestatore e che fosse stato lui a ingiuriare ripetutamente la malcapitata signora con frasi dal chiaro contenuto sessuale, i giudici lo condannarono.

Quindi Dino Boffo mente. Mente quanto sostiene che non c’era «nulla di sessuale» in quelle telefonate. Mente addossando la colpa di quanto è accaduto ad un morto. A un ragazzo tossicodipendente che avrebbe avuto libero accesso al suo telefono e che da quel telefono avrebbe molestato, insultandola, la moglie di un uomo del quale quel ragazzo si era invaghito. Ricordate che cosa ha sostenuto fino a ieri Boffo? Che verso la fine del 2000 avrebbe scelto come suo collaboratore un ragazzo che era ospite della Comunità incontro, il centro di recupero per ex tossicodipendenti fondato da don Pierino Gelmini vicino ad Amelia, in Umbria.

Era un modo per aiutare una persona in difficoltà a ricostruirsi una nuova vita. Ma sarebbe stato proprio quel ragazzo a fare quelle telefonate insistenti alla donna di Terni che poi ha querelato per molestie il direttore dell’Avvenire. Boffo - così sostiene, ma i giudici che hanno svolto le indagini non ci hanno mai creduto -, avrebbe deciso di proteggere il ragazzo preferendo chiudere la vicenda nel più breve tempo possibile. E sarebbe stato questo motivo a spingerlo a patteggiare davanti al giudice per l’udienza preliminare di Terni e a pagare (anche se aveva quindici giorni di tempo per fare ricorso) l’ammenda di 516 euro. Bugie, dunque.

Solo bugie. A sostegno di una tesi fragilissima, scartata dai giudici come emerge oggi dalle carte. Peccato poi, se non bastasse la condanna inflittagli, che ci siano anche dei testimoni, amici di quel ragazzo, che smantellino la ricostruzione di Boffo, affermando al contrario, che quel ragazzo non era omosessuale, non è mai stato ospite della Comunità di don Gelmini. E non avrebbe potuto avere libero accesso al telefono del direttore dell’Avvenire. Quel ragazzo è soltanto morto, sfortunatamente per lui. Non è ancora tutto. Nel fascicolo giudiziario a carico di Boffo, dichiarano dalla Procura di Terni, «figurano anche altri atti» che sono stati per il momento secretati perché «possono - parole dei giudici - prestarsi ad ambiguità».

Di quale ambiguità si tratti lo sapremo, probabilmente, nei prossimi giorni. Nel suo vano tentativo di difesa il direttore di Avvenire, il giorno dopo la pubblicazione dei nostri articoli, aveva definito «Quello citato dal Giornale» non un «fantomatico atto giudiziario» ma «una vera sola», una «patacca» che si potrebbe «spulciare riga per riga» per controbattere «e far emergere di quel testo anzitutto l’implausibilità tecnica, poi magari sostanziale». 

Bugie, alla luce di quanto emerge dal decreto penale di condanna. Così come è una bugia l’affermazione di Boffo: «Non conosco, non ho mai conosciuto quella donna di Terni» perché i giudici hanno ieri confermato «la conoscenza tra il direttore di Avvenire e la donna che lo denunciò per molestie personali». «Bisogna che i lettori di Avvenire sappiano che cosa è in realtà - scriveva giusto ieri il direttore - la sentenza giudiziaria maneggiata come un manganello da Vittorio Feltri e dal giornalista Gabriele Villa: uno sconclusionato e sgrammaticato distillato di falsità e di puro veleno costruito a tavolino per diffamare». 

Rileggendo il decreto penale di condanna a suo carico, che non lascia dubbi né può suscitare equivoci, non sembra proprio che le cose stiano così. Si potessero riascoltare quelle telefonate di molestia fatte da Boffo all’epoca, allora forse ci imbatteremmo davvero in uno «sconclusionato e sgrammaticato distillato di veleno».

Com’è facile rubare una valigia a Linate

Corriere della Sera


Trolley prelevato e restituito senza nessun controllo


MILANO 




Ci perdoni, signor Gianpiero D., atterrato lunedì a Linate con il volo Airone AP6827 dal Charles de Gaulle di Parigi. Dopo averla pesca­ta a caso, abbiamo preso in prestito (e poi per carità subito riconsegnata al check-in della compagnia di bandiera) la sua valigia. L’abbiamo presa in presti­to per poco tempo e pochi metri: dal­l’interno dell’aeroporto fino al parcheg­gio dei taxi. È infatti cosa non impossi­bile, se a uno venisse voglia, sempre che già non sia venuta a molti, prende­re questa valigia, così come le altre deci­ne, e andarsene. Insomma, compiere un furto.

In fondo, ci sarebbe l’imbarazzo del­la scelta. Le valigie sono quelle arrivate in ritardo o andate perse, non riconse­gnate ai proprietari, e adesso da ore, da giorni, buttate a terra, ammas­sate, strapazzate, forse abbando­nate, di certo non custodite, a lato dei nastri trasportatori. At­torno ai nastri altri passeggeri spingono, sbuffano, attendono l’uscita di borse e borsoni pre­gando che non siano stati smar­riti. La coda per le denunce, al­l’apposito sportello, è già lun­ga. E il vassoio con le caramelle alla frutta in omaggio non ad­dolcisce, figurarsi placare. Sarà tutta colpa dei ritardi delle consegne dei bagagli, nei giorni scorsi, all’aeroporto ro­mano di Fiumicino, delle due maggiori società di gestione dei servizi di terra.

Ritardi mo­struosi, terminati, sì, ma che hanno provocato disagi a cascata su tut­ti gli scali italiani, con l’onda che anco­ra non si è arrestata. Oppure sarà an­che colpa — insistono i sindacati — de­gli oltre cento pensionamenti, in Sea, la società che controlla Linate e Malpen­sa, che hanno colpito «parecchi dipen­denti, molti dei quali con grande pro­fessionalità ed esperienza, addetti pro­prio allo smistamento delle valigie». Quest’ultima situazione spiegherebbe come mai, sempre ieri, per due ore, dal­le 13 alle 15, di addetti Sea che andava­no di muscoli a sollevare, spostare, am­massare i pesanti trolley, ce ne fossero appena due. Disperati, lottavano con­tro un nemico chiaramente superiore.

In un angolo si contano trentaquat­tro valigie. In un altro, ventuno. Quin­di cinque valigie ferme sul nastro tra­sportatore numero 2, altre tre sul pavi­mento, altre sette ancora appoggiate a un muro. C’è anche un passeggino. C’è un borsone con sopra adesivi con scrit­te in arabo. Altre otto valigie sono spar­se dalle parti della toilette. Trolley pos­senti come cavalli svettano tra una fila e l’altra di seggiolini. Dodici valigie so­no nascoste dal nastro numero 1. Ci so­no borsoni avvolti nei cellophane pro­tettivi, quelli per evitare le mani dei la­dri. Una famiglia è sbarcata dal Venezue­la. Manca un bagaglio.

Dov’è finito? «Non lo sappiamo». Un’altra famiglia (madre, papà e bimbo piccolissimo) ha passato le vacanze a Miami. Se la sono goduta? Chissà. Non si capisce. O co­munque, se sì, è finita da un pezzo. Pal­lore, rabbia, occhiaie, muso lungo. Rac­conta la signora: «Dovevamo atterrare a Bergamo. Siamo atterrati a Linate. Pe­rò senza bagagli». Li avranno spediti a Bergamo, no? «No, dicono di no». Il ma­rito, in silenzio, osserva; a leggergli lo sguardo pare domandi che senso abbia martellarli di domande dato che nem­meno quelli dello sportello, l’apposito sportello, hanno finora dato risposte.

L’anno scorso, nel mondo, sono stati smarriti quasi 33 milioni di valigie. In media, il 46,5% dei bagagli imbarcati da Alitalia a Fiumicino sono stati ricon­segnati nei tempi previsti: lo standard richiesto è del 90%. Tra luglio e agosto, Alitalia ha accumulato 120mila euro di multe per il ritardo nella consegna dei bagagli. Uno dei due addetti della Sea, tempe­stato di chiamate sul cellulare di servi­zio per sapere com’è l’andazzo, com­menta con il collega: «Senti, ogni anno è la stessa storia». Parla calmo, coi ner­vi saldi. Ammirevole. Ogni tanto passa una signora elegante con accento roma­no, forse è dell’Alitalia (le valigie di­sperse hanno viaggiato in larghissima parte tutte su aerei Alitalia). La signora osserva i cumuli di borsoni, li fotogra­fa, per monitorare l’emergenza e ag­giornare i superiori.

È un’attività in continua evoluzione perché le masse di valigie crescono, ondeggiano, sem­bra addirittura si spostino. Dice il capofamiglia sbarcato dal Ve­nezuela che «è una cosa vergognosa, penosa», e che «a me non frega niente sapere i motivi dei problemi, ci sono e basta. E se un turista dovesse, mettia­mo, fermarsi a Milano per una settima­na e gli perdono e ridanno la valigia do­po cinque giorni, che vacanza fa?». Dalle parti del nastro trasportatore numero 1 quelli della Sea hanno intan­to circondato le valigie perdute con del­le transenne, pannelli che non impedi­scono a certi disperati passeggeri di in­filarsi nel mezzo, frugare, cercare, smuovere, infine prendere atto che lì il proprio borsone non c’è, e andarsene.

Alla dogana le forze dell’ordine osser­vano, scrutano, attente fermano per controlli. Però davvero è una fatica, in un caos tremendo, tra passeggeri che escono e presto tornano indietro, vio­lando il divieto d’ingresso ma guai a provare a fermarli. Sono stati a farsi un caffé, un panino, una sigaretta, e ora tornano per proseguire l’attesa, riprova­re la ricerca della valigia. Le forze del­l’ordine chiedono i documenti, perso­nali e di viaggio, e chiedono soprattut­to che venga mostrata la denuncia, uni­co e autentico lasciapassare.

La denuncia è quella presentata allo sportello, il famoso sportello con le ca­ramelle in omaggio (dopo un’ora e mez­zo abbondante ancora resistono, nono­stante siano gratis). Serve, la denuncia, per comunicare che non si ha traccia del trolley e per indicare a quale indiriz­zo inviarlo, qualora venisse rintraccia­to. Il punto, però, è: a quando la conse­gna? Tra quante ore, quanti giorni, quante settimane il signor Gianpiero D. riavrà la sua valigia? Si tratta di una valigia bella, di colore nero, una valigia che, garantiamo anche se non le servi­rà come consolazione, caro Gianpiero, gode di ottima salute e ha tutta l’aria di aver superato mille intemperie, cioè fe­rie e aeroporti.
Andrea Galli


La prudenza mancata e le conseguenze di un danno enorme

Corriere della Sera


Le riflessioni dell’intellettuale cattolico

«Sconcerto per la gestione del caso mediatico»


di VITTORIO MESSORI


Come a tutti, nel milieu, pure a me, da tempo, giungevano voci su una compari­zione davanti a un giudice di «Boffo dottor Dino, da Asolo» per una storia omosessua­le. Ma perché a Terni? Perché, rispondeva­no con un sorrisetto malizioso, da quelle parti sta la comunità di don Gelmini, sul quale pure correvano voci e che fu poi ri­dotto allo stato laicale perché accusato di abusi pederastici.

Seppi in seguito che alcu­ni avevano cercato di ottenere dal tribuna­le gli atti: documenti pubblici, secondo la legge, ma non concessi a tutela della repu­tazione dell'imputato. Ma neanche così, da cattolico, ero tran­quillo. Prima o poi, c’è sempre qualcuno che (per avversione politica, per vendetta, per ricerca di scoop) porta alla luce i dos­sier imbarazzanti. È puntualmente avvenu­to, con l’enorme danno d’immagine che paventavo, per la Chiesa, quale che sia lo svolgimento futuro della vicenda.

Sia chia­ro: confermo a Dino vicinanza fraterna per il momento durissimo che sta viven­do, augurando a lui — e a noi — di potere tutto chiarire. Mi sia permessa, tra l’altro, una testimonianza che conferma la sua onestà professionale. Tra i cattolici molti sono convinti (malgrado le mie smentite) che si debba a lui l’interruzione della rubri­ca bisettimanale, «Vivaio», che tenni per anni su Avvenire e che, assieme ad avver­sari, contava anche lettori appassionati.

La fine di quella rubrica fu una mia deci­sione del tutto autonoma che, anzi, mi pro­vocò le lagnanze risentite e sincere di Bof­fo. In ogni caso, grazie a lui abbiamo ammi­rato il salto di qualità e di autorevolezza di un giornale che, in certi periodi, pareva un grigio bollettino ufficioso.

Questo precisato, onestà ci induce a con­fessare lo sconcerto per la condotta dei ge­rarchi ecclesiali da cui dipende il media-sy­stem cattolico. Di questo, Boffo è il cardi­ne: responsabile di Avvenire ; di Sat2000, la tv sulla quale la Cei ha riversato e riversa milioni; di InBlu, il network radiofonico con ben 200 emittenti. Un uomo-istituzio­ne, ai vertici sensibili, seppur laico, della istituzione ecclesiale. Praticando la storia della Chiesa, ne ammiravo una costante: cardinali e vescovi hanno sempre accom­pagnato a ogni virtù quella della pruden­za, vegliando occhiutamente per stornare i pericoli.

Ci chiediamo che sia successo ora. In ef­fetti, dopo la sentenza del 2004, la pruden­za tradizionale avrebbe suggerito di chiede­re al «condannato» di defilarsi, assumen­do altre cariche, meno esposte a ricatti e a scandali. E questo anche se si fosse tratta­to di un equivoco, di una vendetta, di un errore giudiziario.
Plutarco loda Cesare che ripudiò la mo­glie sulla base di sospetti inconsistenti, di­cendo che il prestigio del Capo di Roma non tollerava ombre, pur se inventate. La sentenza di Terni è contestabile?

Tutto è davvero una «patacca»? Se sarà dimostra­to, come crediamo e speriamo, tireremo un sospiro di sollievo. Ma, intanto, un uomo immagine della Chiesa italiana ha campeggiato e campeggerà a lungo sulle prime pagine, sospettato dei gusti «diversi» la cui ombra grava oggi, più che mai, sugli ambienti clericali.

Il caso prima o poi sarebbe venuto alla luce, e in modo malevolo: perché, allora, attendere 5 anni senza cautelarsi, diminuendo la visibilità? E questo, pure in caso di coscienza limpida. Se un giornale ha «sbattuto il mostro in prima pagina», è perché car­dinali e vescovi cui competeva non lo han­no destinato ad altri incarichi, lontani dalle aggressioni politiche. Domande difficili, certo.

Ma domande di un credente che sa che l’immagine della Chiesa non aveva biso­gno di un altro caso che permettesse a mol­ti di scuotere il capo borbottando, magari ingiustamente: «Tanto, lo sappiamo: i preti e i loro amici fanno i moralisti con noi ma loro, di nascosto, fanno anche peggio...». Comunque vada, l’ombra e il sospetto reste­ranno. Costa caro, l’oblio della virtù della prudenza.


Un malessere profondo e il doppio allarme su moralità e Lega

Corriere della Sera


«C’è chi pensa di avere il diritto all’indulgenza»


di ALBERTO MELLONI


L’imboscata di Vittorio Feltri alla Chiesa italiana ha suscitato dentro il cattolicesi­mo un ventaglio di reazioni: il cardinal Ba­gnasco è disgustato; l’editore di Avvenire arrocca; l’accusato irride l’accusatore; il di­rettore de L’Osservatore Romano ha depre­cato l’attacco ma non meno l’imprudenza di certi articoli in difesa dei povericristi an­negati; qualche prelato parla di mafia, l’ar­civescovo di Palermo Romeo non trovereb­be strano un «passo indietro»; Cossiga — uno fra i tanti cattolici che con l’ Avvenire fu duro — mostra magnanimità.

Sono sfu­mature dietro le quali c’è il giudizio su un cambio di direzione della politica della Chiesa, ritenuto causa, ma in senso diver­so, di questa vicenda. Durante la sua presi­denza il cardinal Ruini ha avuto una linea politica precisa: non tanto favorire un buongoverno (conservatore o progressista che fosse), ma essere temuto dai partiti. Per questo Prodi, di cui era amico fraterno, diventava un avversario e Berlusconi, no­nostante uno stile di vita agli antipodi dai suoi, è stato preferito: per una incolmabile differenza di «timore». Per questo i temi «non negoziabili» (pericolosissimi: perché basta che anche l’altro li dichiari tali e si precipita nello zapaterismo) erano la prio­rità: perché distruggevano la mediazione e rendevano visibile la soggezione.

Questa strategia è stata archiviata nel 2007, quando il cardinal Bertone ha avoca­to a sé il rapporto con il governo. Egli ha abbandonato la linea Ruini sulla base d’una constatazione: essa era sempre pre­vedibile e finiva per far della Chiesa la ruo­ta di scorta del più spregiudicato. Così ha usato cordialità dovuta al capo del gover­no di un Paese «straniero» sia con Prodi sia con Berlusconi rendendo i rapporti con l’Italia «eccellenti» per definizione. Il che ha permesso alle diocesi, a relazioni inva­riate, di avvertire — spesso senza capirne l’origine — un doppio allarme.

Il primo lo ha fatto suonare la Lega: il dio Po faceva ridere; l’alleanza col tradizio­nalismo islamofobico pure. Ma quando a dicembre scorso la Lega ha volantinato contro l’arcivescovo di Milano, colpevole di credere al comandamento della carità e alla teologia delle religioni del concilio, s’è intuito che la Lega rivendicava per sé la ca­pacità di rappresentare il «territorio» in Parlamento, ma che era a un passo dal far valere la stessa pretesa dentro le diocesi, in barba al Vangelo e alla sacra potestas.

Alcuni dettagli della Legge Maroni — le ronde come momento di formazione dei diciottenni, il divieto ai preti di celebrare le nozze dei clandestini, la criminalizzazio­ne dei loro bambini, gli esiti effettivi dei respingimenti — hanno creato un disagio: le ingiurie leghiste a mons. Vegliò e l’ambi­zione di Bossi di presentarsi in Vaticano co­me padrone del Lombardo-Veneto lo ha convalidato. Il secondo allarme l’ha fatto suonare l’entourage del presidente nelle te­se settimane di polemiche sulla vita priva­ta del premier. Il segretario della Cei, mons.

Crociata, ha predicato a luglio su santa Maria Goretti spiegando che il liberti­naggio non è affare privato: ed è stato con­siderato un attacco. Il cardinal Bagnasco ha predicato ad agosto che la maggioranza non fa la morale: ed è stato considerato un attacco. Il silenzio sulle prodezze del pre­mier di cui il direttore de L’Osservatore Ro­mano si vanta, porta la stessa cifra: nel se­gno pericolosamente contrario. Anche qui l’imboscata del Giornale ha fatto capire che per ragioni non inspiegabili c’è chi pensa d’aver diritto all’indulgenza mediati­ca ovvero il diritto di procurarsela con ogni mezzo.

La oscura vicenda svoltasi fra la Pasqua e l’oggi s’inserisce qui: in un al­larme di cui non si riesce a giudicare la por­tata, in episodi che si possono sdrammatiz­zare solo con una lucidità che manca a tut­ti. E in un momento così drammatico da far pensare che ancora una volta la Chiesa avrebbe potuto rendere il servizio che ha reso nei momenti topici della storia italia­na — fornire coscienze formate, tirar fuori dalle proprie riserve uomini miti e rigorosi — questo orizzonte si sfilaccia prima anco­ra di diventare futuro.


Boffo, viaggio a Roma per dimettersi Ma il presidente dei vescovi dice no

Corriere della Sera

Lo sfogo del responsabile di «Avvenire»: angoscia? È dire poco


MILANOFosse stato per lui se ne sarebbe già andato: e «non da sconfitto», è stato il suo sfogo con gli amici più fida­ti. Ma alla fine è prevalsa la ra­gion di Stato. O, per meglio di­re, di Chiesa. Dopo una quarta notte inson­ne e che «definire di angoscia è poco» — per usare la sintesi dei pochi riusciti a parlargli — il di­rettore di Avvenire Dino Boffo aveva infatti preso all’alba di ie­ri la sua decisione: e uscito di casa, anziché avviarsi verso la redazione milanese del suo gior­nale, è partito per Roma dove poche ore dopo bussava alla porta del cardinale Angelo Ba­gnasco, presidente dei vescovi italiani e quindi suo principale editore. Qui ci sono le mie di­missioni, gli ha detto Boffo. Non se ne parla, gli ha risposto Bagnasco: soprattutto ora devi restare al tuo posto. E Boffo ha ubbidito: nel pomeriggio, saputo del suo rientro a Milano, gli stessi amici con cui si era confidato in mattinata hanno fatto sapere di averlo trovato rinfrancato e determinato a «resistere». Almeno per ora o comunque appunto — per sottolineare l’espressione attribuita al presidente della Cei — «soprattutto» ora. L’esito contingente è testimoniato dalla scelta editoriale concepita dal giornale in edicola oggi: sempre due pagine dedicate alla vicenda, ma non il lungo editoriale di spiegazioni e contrattacchi ipotizzato ieri da alcuni bensì una ulteriore paginata di lettere soli­dali — talune con firme anche autorevoli — più un ampio spa­zio dedicato alla semplice «cro­naca », affidata a un inviato a Terni.

E la scelta è stata interpre­tata in un certo senso come una sfida: come dire basteranno i fat­ti a far emergere la verità. Va precisato una volta di più che la giornata vissuta ieri dal direttore di Avvenire , come si sarà capito dal resoconto reso fin qui, è sintetizzabile solo at­traverso il racconto indiretto— forse non testuale nei virgolet­tati ma certamente attendibile nel succo — di chi ne ha raccol­to il patema e il dramma uma­no: «Perché di questo si tratta e così lo sta vivendo», assicura­no.

Così, nonostante la vicinan­za della sua famiglia, degli «amici veramente fidati» che in questi casi si scremano sempre da soli, Boffo ha trascorso in particolare l’altra notte metten­do in fila alcuni punti e tre su tutti: la rivendicazione reiterata ai suoi di essere «non un colpe­vole bensì una vittima», la con­sapevolezza di sentirsi «tutt'al­tro che sconfitto dentro», la vo­lontà comunque di dire «ba­sta » e mandar tutti a quel pae­se. Un po’ per tirarsi fuori dal massacro, un po’ per sottrarre la pistola a chi — attraverso di lui — ormai sparava sempre più dritto sulla Cei. Poi la giornata ha avuto lo sviluppo che ha avuto: in matti­nata le dimissioni presentate a Bagnasco e da questi respinte, nel pomeriggio l’attestazione di «fiducia» manifestata dal Papa allo stesso Bagnasco e immedia­tamente resa pubblica dall’uffi­cio stampa dei vescovi. Una fi­ducia che non avrebbe alcun bi­sogno di essere espressa, han­no subito rilevato gli esperti di cose ecclesiastiche: e il fatto che sia successo è strano di per sé. Quanto questo possa tocca­re Boffo, forse, lo si vedrà nei prossimi giorni. O più probabil­mente mesi.

Paolo Foschini



Vendetta talebana: vota e viene mutilato

Il Giornale

La testimonianza agghiacciante di un contadino della provincia di Uruzgan, Lal Mohammed, che sul suo corpo porta i segni della ferocia integralista. A cura di Agr

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Banda si vendica per la pipì in testa «Via le scimmie dal mio palazzo»

Corriere della Sera

Il presidente dello Zambia caccia 200 primati. Uno di loro gli aveva urinato in testa durante una conferenza


LUSAKA - Chi la fa l'aspetti. Al presidente dello Zambia Rupiah Banda non è proprio andato giù quell'incidente di due mesi fa durante una conferenza stampa nel palazzo presidenziale. In quell'occasione una delle 200 scimmie che vivono nei giardini della residenza di Banda pensò bene di urinare in testa al presidente, impegnato a rispondere alle domande dei giornalisti. E siccome la vendetta è un piatto che va servito freddo, Banda ci ha pensato su più di due mesi prima di decidere. Alla fine il presidente ha scelto e la sua decisione è di quelle da cui difficilmente si torna indietro: Banda, ha annunciato martedì il direttore dei giardini botanici di Zambia Bill Thomas, ha infatti ordinato l'allontanamento dalla sua residenza di tutte le scimmie che vivono a palazzo.

REAZIONE IRONICA - «Il presidente ha chiesto recentemente il trasferimento delle scimmie in un parco fuori dalla capitale Lusaka. Finora abbiamo catturato e trasferito 61 esemplari» ha spiegato Thomas. Nei giardini della residenza presidenziale vivevano più di 200 scimmie. L'incidente a fine giugno: durante una conferenza stampa uno degli animali aveva urinato sulla testa del presidente, impegnato in quel momento a criticare Michael Sata, principale leader dell'opposizione. Allora la reazione di Banda fu ironica: «Mi ha urinato addosso. La regalerò a Sata così potrà mangiarsela».


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Boffo, ecco il decreto penale di condanna

Corriere della Sera


pagò ammenda di 516 euro. Testimoni: «direttore avvenire Conosceva donna molestata»
Il giudice ha autorizzato i giornalisti a farne copia ma ha vietato l'accesso indiscriminato agli atti del procedimento


TERNI - La data è quella del 9 agosto del 2004. L'oggetto è il decreto penale che condannò cinque anni fa il direttore di Avvenire Dino Boffo al pagamento di un'ammenda di 516 euro per molestie personali. Le due pagine di provvedimento, emesso allora dal gip di Terni, Augusto Fornaci, e con il nome della parte offesa che compare cancellato, è stato messo a disposizione dei giornalisti, come disposto dal gip Pierluigi Panariello. Il giudice per le indagini preliminari ha sì autorizzato i cronisti a fare copia del decreto, vietando però un accesso indiscriminato agli atti del procedimento.

IL DECRETO - Nel decreto penale si legge che Dino Boffo è stato imputato «del reato di cui all'articolo 660 c.p. perché, effettuando ripetute chiamate sulle sue utenze telefoniche nel corso delle quali la ingiuriava anche alludendo ai rapporti sessuali con il suo compagno (condotta di reato per la quale è stata presentata remissione di querela) per petulanza e biasimevoli motivi recava molestia a '...omissis...'. In Terni dall'agosto 2001 al gennaio 2002».

Il gip Panariello, parlando con i giornalisti, ha specificato che la frase relativa ai rapporti sessuali fa riferimento a quelli tra la denunciante e il proprio compagno e che nel fascicolo processuale non c'è alcun riferimento alle inclinazioni sessuali del direttore di Avvenire. Sempre secondo quanto riferito dal gip nel fascicolo conservato al tribunale di Terni sono presenti anche le deposizioni di alcuni testimoni che confermavano la conoscenza tra Boffo e la donna della denuncia. Il direttore di Avvenire ha sempre sostenuto di non essere l'autore delle telefonate «ma questa tesi - ha detto Panariello - non è stata approfondita poiché evidentemente non ritenuta attendibile da chi indagava».

LA DECISIONE - L'omissis nel testo è quello relativo al nome della donna molestata: il gip ha infatti disposto che dal decreto penale di condanna venga cancellato il nome della persona offesa. Panariello ha reso noto che il procuratore della Repubblica di Terni Fausto Cardella aveva invece espresso parere favorevole alla messa a disposizione dei giornalisti di tutti gli atti del fascicolo, celando comunque il nome della persona offesa.

«Ritengo - ha detto il gip - che il diritto di cronaca possa essere soddisfatto attraverso la divulgazione del fatto, cioè di come si è concluso il procedimento». Secondo Panariello la conoscenza degli atti processuali va riservata alle parti coinvolte che, «se lo vogliono possono poi metterli a disposizione». Panariello ha tra l'altro detto che «in questi giorni» i difensori di Boffo hanno chiesto copia degli atti del fascicolo.

SALVAGUARDATO DIRITTO DI CRONACA - «Considerato che il diritto di cronaca deve essere inteso come libertà di divulgare e pubblicare fatti - ha scritto il gip nel dispositivo con il quale ha disposto l'accesso per i giornalisti al solo decreto penale di condanna e non a tutti gli atti - e che, pertanto, tale diritto nella fattispecie appare salvaguardato attraverso il rilascio di copia del decreto penale di condanna conclusivo del procedimento, con la cancellazione delle generalità della persona offesa e del suo difensore, a tutela del diritto alla riservatezza di questi ultimi, trattandosi di un fatto oggettivo accertato con decisione irrevocabile e, quindi, suscettibile di essere divulgato anche a mezzo di cronaca giornalistica, nell'interesse generale alla conoscenza di fatti di pubblico interesse, mentre i presupposti per l'esercizio di tale diritto non appaiono ricorrere con riferimento ai singoli atti processuali, suscettibili di varie interpretazioni e che quindi non appare opportuno fare uscire dalla più appropriata sede giudiziaria».

TESTIMONI: CONOSCEVA LA DONNA MOLESTATA - Panariello ha spiegato che nel corso dell'indagine che a Terni ha coinvolto Boffo sono stati sentiti alcuni testimoni che hanno «confermato» la conoscenza tra il direttore di Avvenire e la donna che lo denunciò per molestie personali. Il giudice ha confermato che agli atti non ci sono intercettazioni ma i tabulati telefonici relativi alle udienze di Boffo.

«DONNA MOLESTATA VICINA ALLA CURIA TERNANA» - A tracciare un identikit della donna al centro della vicenda che portò alla condanna per molestie di Boffo ci pensa Panorama. Il settimanale parla di una giovane all'epoca dei fatti poco più che ventenne, appartenente ad una nota famiglia ternana che ha legami molto stretti con la curia cittadina, allora non sposata ma fidanzata con un giovane più grande di lei. Nel numero in edicola giovedì Panorama racconta i retroscena della vicenda che sta infiammando il mondo politico, ricostruendo momento per momento, attraverso testimonianze e documenti, la genesi e l'evoluzione della vicenda che portò alla condanna di Boffo a Terni.