venerdì 28 agosto 2009

Addio a Virgilio del 'Quartetto Cetra'

Quotidiano Net

"Rivoluzionò la canzone italiana"

Savona si è spento a 89 anni a Milano, malato di Parkinson e per complicazioni legate all'età: era uno dei protagonisti del celebre gruppo degli anni '50-'60. Il tributo del Club Tenco

Roma, 28 agosto 2009 - È morto ieri sera a Milano Virgilio Savona, fondatore del Quartetto Cetra e autore della maggior parte delle canzoni del gruppo largamente popolare negli anni Cinquanta e Sessanta.
Savona aveva 89 anni ed era ricoverato all’ospedale San Giuseppe di Milano. Con lui, fino alla fine, Lucia Mannucci, compagna di una vita e voce femminile del Quartetto.

Con Savona, nato a Palermo il primo gennaio del 1920, si è spenta la terza voce dei Cetra: nel 1988 era scomparso Tata Giacobetti e nel 1990 Felice Chiusano.
Tra le sue composizioni («Aveva un bavero» e «Nella vecchia fattoria»), merita un particolare ricordo l’album «Sex et politica» del 1970 con brani scritti per Giorgio Gaber che riprendevano versi di poesie ed elegie latine, tra cui opere di Ovidio e Catullo .

 IL CLUB TENCO

Mezzo secolo di musica è passato attraverso di lui. Così il Club Tenco di Sanremo saluta Virgilio Savona uno dei grandi protagonisti storici della musica e della cultura italiane, nonchè una delle personalità più care per lo stretto rapporto affettuoso che legava Savona e il «Tenco».

Non solo il Club gli assegnò nel 1994 il proprio massimo riconoscimento, ovvero il Premio Tenco (come operatore culturale), ma la sua figura era talmente complessa e variegata che nel 2004 gli fu dedicata l’intera «Rassegna della canzone d’autore»: tutti gli artisti partecipanti eseguirono sue canzoni e ne fu tratto un disco, significativamente intitolato «Seguendo Virgilio»; mentre i vari aspetti della sua attività furono oggetto di un convegno di due giorni, dal quale venne ricavato un libro con lo stesso titolo.

All’interno del Quartetto Cetra Virgilio Savona rivoluzionò la canzone italiana fin dagli anni ‘40, con l’uso dello swing e dell’ironia. Compositore raffinato e brillante tanto per piglio ritmico quanto per felice vena melodica, realizzò come autore e come interprete una sterminata produzione discografica, innalzò la canzone per l’infanzia a vette di intelligenza mai sperimentate prima, portò alle massime conseguenze lo strumento della parodia, fu protagonista di una televisione di qualità, oggi impensabile. Da metà anni ‘60 la sua produzione comincia a contemplare delle canzoni di più forte impegno civile, e nel 1969, lavorando anche al di fuori del Quartetto Cetra, una svolta netta lo proietta tra i protagonisti della nostra «canzone d’autore»: scrive, canta o produce dischi molto polemici nei confronti della società contemporanea, soprattutto in chiave pacifista; dirige in questo senso la storica collana I Dischi dello Zodiaco; adatta e musica testi di autori latini affidandoli a Giorgio Gaber col titolo «Sexus et politica»; pubblica, per lo più con Michele L.Straniero, una quindicina di volumi intorno ai patrimoni della tradizione popolare.
«Virgilio Savona - conclude il tenco - non ha tralasciato niente nel suo cammino, dalla più immediata canzonetta divertente all’estrema invettiva politica, dallo scherzo autoironico al cabaret intellettuale, dal jazz al folk. Nelle sue canzoni sono custodite le nostre memorie, il nostro costume, i nostri modelli culturali, tracce di letteratura, cinema, televisione, sport. Mezzo secolo di musica è passata attraverso di lui. La cultura italiana non potrà mai dimenticarlo». (AGI) Red/Cva 281636 AGO 09 NNN

fonte agi



Comunicato di Dino Boffo, direttore di «Avvenire»

Avvenire.it/

La lettura dei giornali di questa mattina mi ha riservato una sorpresa totale, non tanto rispetto al menù del giorno, quanto riguardo alla mia vita personale. Evidentemente «il Giornale» di Vittorio Feltri sa anche quello che io non so, e per avallarlo non si fa scrupoli di montare una vicenda inverosimile, capziosa, assurda. Diciamo le cose con il loro nome: è un killeraggio giornalistico allo stato puro, sul quale è inutile scomodare parole che abbiano a che fare anche solo lontanamente con la deontologia. Siamo, pesa dirlo, alla barbarie.

Nel confezionare la sua polpettona avvelenata Feltri, tra l’altro, si è guardato bene dal far chiedere il punto di vista del diretto interessato: la risposta avrebbe probabilmente disturbato l’operazione che andava (malamente) allestendo a tavolino al fine di sporcare l’immagine del direttore di un altro giornale e disarcionarlo. Quasi che non possa darsi una vita personale e professionale coerente con i valori annunciati. Sia chiaro che non mi faccio intimidire, per me parlano la mia vita e il mio lavoro.

Al direttore del Giornale ora l’onere di spiegare perché una vicenda di fastidi telefonici consumata nell’inverno del 2001, e della quale ero stato io la prima vittima, sia stata fatta diventare oggi il monstre che lui ha inqualificabilmente messo in campo. Nella tristezza della giornata, la consapevolezza che le gravi offese sferratemi da Vittorio Feltri faranno serena la mia vecchiaia.

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali
In merito alle accuse sollevate oggi da un quotidiano, si intende confermare piena fiducia al dott. Dino Boffo, direttore di Avvenire, giornale da lui guidato con indiscussa capacità professionale, equilibrio e prudenza.

Comunicato del Cdr di Avvenire

Comunicato del Cdr di Avvenire
Il plateale e ripugnante attacco a Dino Boffo ¬sulla prima pagina de Il Giornale di oggi è una chiara intimidazione al direttore di Avvenire e a tutta la redazione del quotidiano. A cui Vittorio Feltri e il suo editore non perdonano l’indipendenza di giudizio e il richiamo ai valori cristiani espressi in questi mesi. Un attacco personale al direttore di Avvenire ma anche un attacco alla libertà di pensiero e di stampa : esprimendo piena e affettuosa solidarietà a Dino Boffo, la redazione tutta assicura che proseguirà come al solito nel proprio lavoro di informazione puntuale dei lettori esercitando sempre e comunque il diritto di critica oltre a quello di cronaca.


A volte diventano più cattive di papà Eccole: sono le figlie dei dittatori

Corriere della Sera

SU IO DONNA


Finanziano terroristi, uccidono mariti, concedono appalti in cambio di suv. Seguono spesso le orme dei padri

Richard Bruce Cheney è forse il più celebre di tutti i presidenti «mancati». Era l’uomo ideale, a metà anni Novanta, per togliere di mezzo Bill Clinton. Un ruvido custode dei più rigidi principi conservatori. Ma Richard Bruce, per gli amici Dick, non ci provò neppure. Il partito offrì la chance a Bob Dole e andò male. Tutto colpa di una donna. Ma non è come sembra. Quella donna si chiama Mary Cheney, e di Dick è la figlia. Una figlia fidanzata da anni con una guardia forestale di nome Heather. Non esattamente ciò che ispira la chiusa destra americana. Cheney in quegli anni negò persino che la figlia fosse omosessuale. Poi, una volta alla Casa Bianca - come vice - le ha dato un lavoro. E Mary è diventata la stratega della sua campagna. Oggi ci sono molti più gay repubblicani in America, grazie a lei. Tutto bene ciò che finisce bene. Ma non è questa la regola. In politica ci si preoccupa tanto di amanti e amiche, ma a volte sono le figlie a costituire un peso. Succede, a differenza di Mary, quando si mettono in testa di superare la fama dei padri, ubriache di potere e gloria. Prendiamo il caso Aung San Suu Kyi, prigioniera della giunta militare birmana da vent’anni, dopo aver vinto le elezioni. Ebbene, il suo destino fu scritto da una figlia d’arte, Sandra Win, rampolla prediletta di Ne Win presidente a Myanmar prima dell’avvento della giunta. Così amata da papà che appena 37enne ottenne poteri speciali e, sognando di diventare lei la leader del paese, ordinò repressioni brutali. Si sospetta che fu proprio lei a suggerire l’incarcerazione di San Suu Kyi, con cui si sentiva in competizione. Troppo ambiziosa, estremamente vanitosa, si inimicò i militari che finirono per mettere pure lei agli arresti domiciliari. Da circa un anno è di nuovo in circolazione, si è comprata la libertà grazie alle fortune ammassate quando era al governo.

Non manca il denaro neppure a Gulnora Karimova, avvenente figlia di Islam Karimov, presidente-padrone uzbeko. Negli Stati Uniti è considerata una latitante, in patria la futura presidentessa. Non si può dire che Tashkent e Washington abbiano rapporti idilliaci. Gulnora, sposata a un magnate uzbeko-afghano, fuggì coi figli dal marito e dagli Usa dove viveva nel 2001. Lo considerano rapimento da quelle parti. Ma a lei poco importa. La fabbrica di bibite del marito in Uzbekistan fu chiusa in poche settimane. I parenti dello sfortunato, deportati in Afghanistan senza misericordia. Gulnora, che nei suoi giri europei appare nelle riviste glamour assieme a Sharon Stone e a Bono, ha la passione per i bei vestiti e per il té. Ne possiede una fabbrica. I produttori rivali in Uzbekistan hanno chiuso la fabbrica, su consiglio di un piccolo esercito di tizi incappucciati e armati che vi hanno fatto irruzione un anno fa.

A volte però sono le colpe dei padri a ricadere sulle figlie innocenti. Che dire di Raghad Hussein, la figlia del terribile Saddam. La 41enne ha avuto un rapporto burrascoso col paparino. Negli anni Novanta, assieme al marito, scappò in Giordania per i litigi con papà. Si pentì e chiese di tornare due anni dopo. Il padre acconsentì a patto di poter decapitare il genero. Fatto. E famiglia di nuovo riunita e felice. È fuggita di nuovo nel 2003, dopo l’invasione Usa. Ospite d’onore dei reali giordani, scrisse una lettera insolente al governo Usa per ottenere la restituzione dei gioielli di famiglia. Da due anni è scomparsa nel nulla. L’Interpol è sulle sue tracce: finanziava attacchi terroristici in Iraq. Vuole riportare i sunniti al vecchio splendore. Splendida è di sicuro Pinthongta Shinawatra, figlia del magnate ed ex primo ministro thailandese Thaksin. La graziosa 27enne, prima che papà venisse deposto nel 2006, era già ultra milionaria. Facile: comprava a un dollaro azioni della compagnia di comunicazione nazionale, per rivenderle a cinquanta volte il loro valore a Singapore. Una giudice di Bangkok le ha chiesto di restituire un patrimonio di circa 500 milioni di dollari, ma nessuno sa dove siano nascosti. Dalla corruzione e dagli affari sporchi era fuggita Iyabo Obasanjo, figlia di Olesegun, presidente nigeriano. Lo fece andando a studiare in America per cercare un futuro diverso. Laureata in medicina, Iyabo prometteva bene. Poi decise di tornare in Patria nel 2004. Divenne capo della commissione salute e poi senatrice a neppure 40 anni. Oggi è nella bufera: un’azienda austriaca avrebbe vinto un appalto in campo energetico, regalandole un Suv di cui pare andasse matta. Lei dice che sono calunnie, e intanto va in giro per Lagos a bordo di una fiammante Toyota rossa.

Riccardo Romani
27 agosto 2009(ultima modifica: 28 agosto 2009)

Boffo, il supercensore condannato per molestie

di Gabriele Villa


«Articolo 660 del Codice penale, molestia alle persone. Condanna originata da più comportamenti posti in essere dal dottor Dino Boffo dall’ottobre del 2001 al gennaio 2002, mese quest’ultimo nel quale, a seguito di intercettazioni telefoniche disposte dall’autorità giudiziaria, si è constatato il reato». Comincia così la nota informativa che accompagna e spiega il rinvio a giudizio del grande moralizzatore, alias il direttore del quotidiano Avvenire, disposto dal Gip del Tribunale di Terni il 9 agosto del 2004.

Copia di questi documenti da ieri è al sicuro in uno dei nostri cassetti e per questo motivo, visto che le prove in nostro possesso sono chiare, solide e inequivocabili, abbiamo deciso di divulgare la notizia. A onor del vero, questa storia della non proprio specchiata moralità del direttore del quotidiano cattolico, circolava, o meglio era circolata a suo tempo, per le redazioni dei giornali. Dove si chiacchiera, anche troppo, per tirar tardi la sera. C’è chi aveva orecchiato, chi aveva intuito, chi credeva di sapere.

Ma le chiacchiere non bastano a crocefiggere una persona. O meglio bastano, sono bastate, solo nel caso di due persone: Gesù Cristo per certi suoi miracoli e, più recentemente, Silvio Berlusconi per certi suoi giri di valzer con signore per la verità molto disponibili.
Ma torniamo alle tentazioni, in cui è ripetutamente caduto Dino Boffo e atteniamoci rigorosamente ai fatti, così come riportati nell’informativa: «...Il Boffo - si legge - è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla, onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione. Rinviato a giudizio il Boffo chiedeva il patteggiamento e, in data 7 settembre del 2004, pagava un’ammenda di 516 euro, alternativa ai sei mesi di reclusione. Precedentemente il Boffo aveva tacitato con un notevole risarcimento finanziario la parte offesa che, per questo motivo, aveva ritirato la querela...».

Dino Boffo, 57 anni appena compiuti, è persona molto impegnata. O, come si dice quando si pesca nelle frasi fatte, vanta un curriculum di rispetto. È direttore di Avvenire da quindici anni, direttore e responsabile dei servizi giornalistici di Sat 2000, il network radio-televisivo via satellite dei cattolici italiani nel mondo, nonché membro del comitato permanente dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori, che detta le linee guida delle Università Cattolica del Sacro Cuore. Acuto osservatore della vita politica italiana e delle vicende che segnano il mutamento dei tempi e dei costumi, recentemente, in più d’una occasione, Boffo si è sentito in obbligo, rispondendo alle pressanti domande dei suoi smarriti lettori, di esprimere giudizi severi sul comportamento del presidente del Consiglio. E, turbato proprio da quel comportamento, è arrivato a parlare di «disagio» e di «desolazione». Persino, e dal suo punto di vista è assolutamente comprensibile, di «sofferenza». Quella sofferenza, per citare testualmente quanto ha scritto ancora pochi giorni fa, sul giornale che dirige «che la tracotante messa in mora di uno stile sobrio ci ha causato». Questa riflessione l’ha portato a esprimere, di conseguenza, più e più volte il suo desiderio più fervido, ovvero il «desiderio irrinunciabile che i nostri politici siano sempre all’altezza del loro ruolo».

Nell’informativa, si legge ancora che della vicenda, o meglio del reato che ha commesso e delle debolezze ricorrenti di cui soffre e ha sofferto il direttore Boffo, «sono indubbiamente a conoscenza il cardinale Camillo Ruini, il cardinale Dionigi Tettamanzi e monsignor Giuseppe Betori».

I primi due non hanno bisogno di presentazione, l’ultimo, per la cronaca, è l’arcivescovo di Firenze. Si dice che le voci corrono. Ma, alla fine, su qualche scrivania si fermano.





Sono clandestino, rimpatriatemi»

bresciaoggi.it


IL CASO. 


Nel 2007 gli era scaduto il permesso di soggiorno. Da quel momento aveva iniziato a girare con un trolley e dormire all'ingresso di una palazzina di San Polo 


Un 39enne senegalese stanco di vivere d'espedienti si è presentato in questura e ha chiesto di tornare a casa



Non capita tutti i giorni che un clandestino si presenti in Questura domandando di essere rimpatriato. Anzi, di solito in via Botticelli gli irregolari ci vengono portati a forza. Evidentemente S.A., un 39enne senegalese, di stare a Brescia non ne poteva proprio più. Così l'altro ieri mattina si è presentato al Corpo di guardia e ha chiesto ai poliziotti dai quali è stato ricevuto che lo aiutassero a tornare a casa.

L'UOMO ERA stanco di condurre un'esistenza fatta di espedienti. «Piuttosto che vivere così - ha detto - preferisco tornarmente in Senegal». Secondo quanto riferiscono dalla Questura, in Italia il 39enne era arrivato nel 2003 e fino al 2007 era riuscito a cavarsela con un lavoro e un documento di soggiorno regolare. Due anni fa il permesso era scaduto. Senza un impiego, né i soldi per pagare l'affitto né un'abitazione, aveva iniziato a trascinarsi da una parte all'altra della città. Dalla Questura dicono che veniva visto spesso in giro con il suo piccolo trolley nel quale teneva le poche cose che gli erano rimaste.

Le forze dell'ordine lo conoscevano, dal momento che gli abitanti di San Polo avevano segnalato più volte la sua presenza nei dintorni. Di notte si stendeva davanti all'ingresso di una palazzina di via Raffaello e si metteva a dormire. Quello era diventato in un certo senso il suo rifugio. Di giorno invece girovagava con la sua valigia. Ai residenti della zona le incursioni notturne non andavano giù, tant'è che il 39enne aveva collezionato una serie di segnalazioni per disturbo alla quiete pubblica. Non è chiaro se dal 2007 ad oggi lo straniero abbia provato a cercare un'altra casa o un altro lavoro, se in Italia avesse amici o parenti.

GLI AGENTI della questura che si erano imbattuti in lui nei mesi scorsi, gli avevano domandato per quale motivo non si mettesse in regola. «Non ho i soldi per comprare il kit per il permesso di soggiorno», rispondeva il senegalese, forse scoraggiato anche dal lunghissimo iter burocratico che sapeva di dover affrontare. Ad agosto di quest'anno, la goccia che probabilmente ha fatto traboccare il vaso.

Pizzicato in una delle sue peregrinazioni, S.A. è stato portato in questura e colpito da un ordine di espulsione. La sua condizione di clandestinità, a questo punto, era inconciliabile con un'eventuale sanatoria. Insomma, per lui non c'era più nulla da fare. Se fosse in Italia avrebbe dovuto continuare a condurre la stessa vita per anni ed anni. Così, senza soldi e senza alcuna possibilità di tornare in patria con le sue sole forze, ha deciso di consegnarsi alla questura. Dopo l'identificazione, l'altro ieri sera il 39enne è stato accompagnato alla frontiera di Malpensa e imbarcato per il Senegal. Ora, finalmente, è tornato a casa.

Natalia Danesi

Madonna

Corriere della Sera




Urla di protesta dopo l'appello della popstar. Durante il concerto ha zittito il pubblico: «Non crediamo nella discriminazione, ma nei diritti uguali per tutti»


MILANO - In Polonia s'è presa addirittura la «scomunica» del premio Nobel Lech Walesa. In Romania, invece, fischi e improperi per la sua difesa del popolo e della cultura rom. Ma Madonna continua imperterrita a portare avanti le sue battaglie. Infatti, dopo la contestatissima tappa di ferragosto a Varsavia del suo Sticky & Sweet tour 2009 - finita nel mirino dei cattolici integralisti che l'hanno accusata di «blasfemia» - la signora del pop è andata a Bucarest e sul palco si è esibita con un gruppo di musicisti e ballerini di etnia rom. Durante il concerto di mercoledì sera a un certo punto ha zittito il pubblico plaudente per fare questa dichiarazione: «Non crediamo nella discriminazione, noi crediamo nella libertà e nei diritti uguali per tutti».

Apriti cielo: i 60mila fan hanno immediatamente trasformato i loro applausi in una serie di fischi, buuu e imprecazioni. Troppo provocatorio l'appello contro la discriminazione dei rom in un Paese, la Romania, in cui la maggioranza della popolazione vede «gli zingari» come il fumo negli occhi. «Esiste un diffuso risentimento contro i rom non solo in Romania, ma in tutta l'Europa dell'est», commenta da Bucarest Radu Motoc, della Soros Foundation Romania, che poi giudica molto «preoccupante l'accaduto».

Il suo timore è che si possa arrivare a episodi come quelli capitati di recente nella vicina Ungheria, dove sei rom sono stati uccisi e diversi feriti in una serie di raid razzisti contro piccoli villaggi di campagna a popolazione prevalentemente gitana. D'altronde la cinquantunenne Madonna ha costruito la sua carriera, oltre che sulla musica, su un calibrato mix di provocazioni sexy, polemiche anticlericali e incursioni nel sociale. Tra queste, una costante è appunto la battaglia contro le discriminazioni, siano esse rivolte ai gay o agli zingari.

A favore dei rom, inoltre, c'è per la signora Ciccone un ulteriore elemento: il fascino della musica gitana. Un grande amore, artisticamente parlando, che l'ha portata a suonare con i Gogol Bordello sul palco londinese del Live Earth (era il luglio 2007) e a scegliere il leader della band regina del gypsy punk come attore per Sacro e profano. Nell'ultimo film da regista di Madonna, Eugene Hutz interpreta «un personaggio dall'animo filosofico che in realtà mi rispecchia molto - ha raccontato lo stesso Hutz, durante la presentazione del film -. I Gogol Bordello hanno contribuito con tre brani alla colonna sonora e Madonna mi ha lasciato incorporare nei dialoghi parti scritte da me. È stata un'esperienza molto creativa, intelligente e superdivertente». Chissà se anche il gruppo di musicisti e ballerini rom che si sono esibiti con Madonna sul palco di Bucarest possono dire lo stesso.


Maurizio Pluda

I misteri del Trio Lescano Thriller sulle cantanti «spie»

Corriere della Sera

Perseguitate dal fascismo, poi il carcere e l'oblio

Prime riprese della miniserie su Sandra, Giuditta e Ketty Leschan, ebree olandesi che trovarono la fama in Italia




MILANO — Basta accennare «Maramao perché sei morto»? o «Tuli Tuli, Tuli-pan», che viene subito evocata un'epoca. Sono i biglietti da visita dell'Italia di regime dal 1935 al '45 con quelle tre sorelline intonate che venivano dall'Olanda, ebree da parte di madre: erano Sandra, Giuditta, Ketty Leschan; Trio Vocale sorelle Lescano, la garanzia della tragica superficialità d'epoca, del delirio futurista (oggi infatti le reincarnano tre drag queen,

Le sorelle Marinetti) quando si cantava «Ma le gambe» e «Il pinguino innamorato». Ed ecco «Le ragazze dello swing», nuova fiction di Maurizio Zaccaro sul set in autunno: accanto alle canzonette ci sarà la storia segreta di queste tre ragazze adorate dal pubblico, tollerate dal regime, infine per le leggi razziali castigate, anche se un documento ora scoperto in una casa d'aste proverebbe che il duce, ammiratore, abbia concesso loro la cittadinanza italiana d'accordo col re.

Nel 1943, con l'accusa di spionaggio, le sorelle vennero arrestate e condotte a Genova, nel carcere Marassi dove, per la loro conoscenza del tedesco, furono costrette a fare da interpreti negli interrogatori ai partigiani. Furono avvistate in una pensioncina a Saint Vincent fino al '44, poi, finita la guerra, la più giovane delle sorelle, Ketty lasciò il trio. Le altre due partirono per il Sudamerica dove continuarono a cantare fino al 1952. Poi di loro non si è saputo più nulla. «L'idea del film che ho scritto con la mia complice Laura Ippoliti, che per me è come un Grillo Parlante, nasce dalle chiacchiere appassionanti col mio amico scrittore milanese Gabriele Eschenazi che da tempo sta scrivendo un libro sul Trio Lescano e con cui abbiamo sviluppato questa parabola artistica e politica».

Ma è difficile ritrovare le fonti, le voci, i dischi, i documenti, i testimoni. «Ci sono nella storia colpi di scena, come l'arresto delle Lescano durante un concerto al teatro Grattacielo di Genova, da lì condotte al Marassi. È un racconto pieno di buchi neri ma riempito col cinema: una vita che è una sceneggiatura. Oggi rimangono solo alcune delle molte canzoni incise, una manciata di foto, qualche film d'epoca come un documentario olandese. Perciò ci siamo sentiti più liberi, non solo di documentare la storia di quelle tre, ma di evocarle e farle rivivere, rispettando le sorprese del cinema, non di quella fiction che spiega tutto e subito, detta "Vedi e getta"».

Prodotto da Susanna Bolchi per Rai e dalla Casanova di Barbareschi, il film diventa un cruciverba amarcord per chi ha lunga memoria, ma anche un thriller politico in cui le sorelline furono perfino accusate di lanciare, spie degli anglo americani, messaggi in codice proprio cantando «Tuli-pan». «Infatti noi rispettiamo anche questa leggenda, c'è nel film l'interrogatorio. Quello che è certo è che dal '39 al '43 il governo era allarmato dalle Canzoni della Fronda, pronte a essere interpretate dal pubblico in chiave ironica con riferimenti non casuali al regime. "Maramao" fu tra le prima ad avere guai (si disse che era una parodia della vicenda di Galeazzo Ciano, ndr.).

Poi "Pippo non lo sa" con riferimenti ai gerarchi, "Crapa pelada" dei Cetra e "Tulip time", brano pop americano, che rese sospette le Lescano». Che infatti da allora, dopo la scoperta dell'ascendenza ebraica, non vissero più nel mondo dorato di microfoni (nel '38 guadagnavano mille lire al giorno, altro che al mese) e furono spedite all'inferno. Per le nuove Lescano l'autore cerca da mesi ragazze non italiane e brave canterine, se possibile somiglianti all'originale. «Ripenso a quel che diceva Bresson al momento di scegliere il cast: non mi importa ciò che gli attori mi mostrano ma quello che mi nascondono».

Tra poco Zaccaro andrà ad Amsterdam, dove un centinaio di ragazze prepara gorgheggi, il 26 ottobre il primo ciak: «E ringrazio i produttori di aver acquistato i diritti di ben 12 pezzi dell'epoca che le mie nuove Lescano canteranno». Una di loro, Alexandra, la maggiore, sarà sicuramente la bella ungherese Andrea Osvart, mentre la ex Emmanuelle Sylva Kristel farà mammà, Marina Massironi sarà una prostituta frequentata da Giuseppe Battiston, il cinico ma simpatico impresario, Gianni Ferreri colui che per primo le lanciò, Maurizio Marchetti il gerarca Ferrante.

Nel corso della storia si incontrano personaggi noti dello swing del tempo, dal grande Kramer Gorni (nome e cognome) al maestro Pippo Barzizza, da Rabagliati a Panzeri. Ancora una volta, dopo «Lo smemorato di Collegno», torna in flash back all'epoca di regime. «Sì all'Italia cialtrona che ho studiato in film capolavoro come Il federale e Una giornata particolare, cercando di inserire anche aspetti meno noti e tragicamente buffi, come il tentativo da parte di Starace di spostare il Capodanno dal 31 dicembre al 28 ottobre, la marcia su Roma. E le Lescano erano comunque le canterine del potere». Nel titolo c'è anche la leggerezza dello swing?

«Erano ragazze come tante altre, ma straniere in un mondo chiuso e autarchico: anche se star dovevano ogni sei mesi rinnovare il permesso di soggiorno, come fanno oggi tanti immigrati. Lo swing era il loro dono e lo portarono attraverso l'Eiar, la Rai dell'epoca, nelle case e nei teatri». Quale era la loro arma di seduzione? «Sembra strano, ma la loro origine straniera, il loro accento bizzarro che portava allegria e speranza in anni d'autarchia quando il concerto Armstrong era annunciato sui poster come una grande serata musicale con Luigi Braccioforte, sfidando ogni senso del ridicolo».
Maurizio Porro


Riemerge l'isola dell'Utopia

Corriere della Sera

Nel ’68 era uno «Stato» al largo di Rimini. Affondato dall’Italia, ora riemerge. Tra mostre e fan

BOLOGNA — «Lusingato», dice. Ci so­no voluti quarant’anni, ma alla fine il mondo si è ricordato di lui. Giorgio Ro­sa sorride. Il salone della sua casa affac­ciata sui giardini Margherita è inondato di luce. I modi e le parole di questo anzia­no signore dal bell’incarnato sono quelli di un gran borghese, che ancora oggi, a 84 anni, riceve gli ospiti in giacca. Ma in fondo agli occhi, nello sguardo che ac­compagna una frase maliziosa, «gran fa­tica, però ci siamo divertiti», si intrave­de qualcosa. Una scintilla, residuo di quella energia che lo portò a realizzare una delle più bizzarre esperienze del Ses­santotto. «Insulo de la Rozoj», la Repub­blica dell’Isola delle Rose. Erano due anni che i sub del Dive Pla­net di Rimini ne cercavano i re­sti. Li hanno trovati all’ini­zio di luglio. E con i re­sti della piattaforma che a poche miglia dalle spiagge ro­magnole si fece nazione indipen­dente, è come se fossero riemerse anche le sugge­stioni di quell’av­ventura. Curiosa, questa riscoperta del­­l’Isola delle Rose.

I re­perti subacquei che diven­tano meta di pellegrinaggio co­stante, un bel documentario di succes­so, «Insulo de la Rozoj, la libertà fa pau­ra », uno spettacolo teatrale nel 2008, un altro in allestimento, un paio di blog te­matici, un gruppo su Facebook («A war that Italy forgot-long live Insulo de la Ro­zoj »), una installazione al museo di Van­couver che la mette a confronto con l’Utopia di Tommaso Moro, alcuni no­stalgici che progettano una nuova libera Repubblica dal nome Isola di Eden. Co­me se all’improvviso la voglia di fuga e di libertà avessero trovato un piccolo sfogo nell’evocazione di un episodio or­mai dimenticato. «Davvero strano. Per 40 anni non mi ha cercato nessuno. All’improvviso, a partire dal 2008, tutto uno squillar di te­lefono. Forse perché sul piano delle li­bertà individuali, non è cambiato poi molto. Ad essere sinceri, il mio progetto iniziale era questo: costruire qualcosa che fosse libero da lacci e lacciuoli e non costasse molto. Sulla terra ferma la buro­crazia era soffocante. Così mi venne un’idea, durante la villeggiatura a Rimi­ni ». Una struttura di tubi in acciaio salda­ti a terra e appoggiati sul fondale, sulla quale poggiava un piano in laterizio, 400 metri quadrati di superficie a disposizio­ne. Undici chilometri al largo della costa italiana, la piattaforma confinava con ac­que internazionali ad eccezione del lato sud-ovest. «Volevamo aprire un bar e una trattoria. Mangiare, bere e guardare le navi da Trieste che passano vicine, a volte anche troppo. Il ricordo più bello è la prima notte sull’isola in costruzione. Venne un temporale che sembrava por­tasse via tutto. Ma al mattino tornò il so­le, ogni cosa pareva bella e realizzabile. Poi cominciarono i problemi».

La capitaneria di porto ordinò la fine dei lavori sostenendo che quel tratto di mare fosse in concessione all’Eni. Il gran­de traffico verso la piattaforma inquieta­va le autorità. «Ci avrebbero fermato. Al­lora si studiò la possibilità di rendersi in­dipendenti. L’unico modo per non aver più a che fare con l’Italia». L’ingegnere fa una pausa, alza le mani che tiene sem­pre conserte in grembo. «E poi, diciamo­lo, ogni essere umano libero sogna di fondare uno Stato indipendente». Il pri­mo maggio 1968, con atto unilaterale, nasce la Repubblica dell’Isola delle Rose. «Insulo de la Rozoj», perché la lingua uf­ficiale è l’Esperanto, a rimarcare la diffe­renza con l’Italia. Il nuovo Stato fa in tempo a stampare i suoi francobolli, che oggi valgono una fortuna. Vuole battere moneta, ma non ne avrà modo. L’Italia reagisce con inusi­tata velocità. In Parlamento, l’Msi lamen­ta la violazione del suolo patrio, il mini­stro dell’Interno Paolo Emilio Taviani parla di «grave pericolo», il Servizio se­greto militare si dice convinto che l’Isola sia in realtà una base camuffata per l’at­tracco dei sommergibili sovietici, il par­lamentare comunista Renato Zangheri, futuro sindaco di Bologna, sostiene inve­ce che sia una una manovra destabiliz­zante del leader albanese Enver Hoxha. Mentre Rimini si riempie di giornalisti da tutto il mondo, il 24 giugno dieci pilo­tine con a bordo poliziotti e carabinieri circondano l’isola e ne prendono posses­so. L’appello di Rosa al presidente Sara­gat per la restituzione non trova rispo­sta. «Non avevamo risorse, eravamo so­li. Quando il Consiglio di Stato diede pa­rere favorevole alla demolizione, non fe­ci ricorso. Meglio lasciar perdere. Non sono più tornato a Rimini». Il 13 febbra­io 1969 gli artificieri della Marina milita­re minano i piloni con 1.080 chili di di­namite. Le esplosioni piegano la piatta­forma. Dieci giorni dopo, una tempesta fa inabissare l’Isola delle Rose.

La guerra è finita. «L’unica che l’Italia sia stata ca­pace di vincere» dice caustico l’ingegne­re. Ha lavorato fino al 2003, progettista con studio a Bologna. Dalla distruzione dell’Isola, ha smesso di esercitare i suoi diritti di cittadino. «Capii definitivamen­te che in Italia è impossibile essere libe­ri, far le cose da so­lo. Sono rimasto qui perché non vole­vo tradire gli ideali della mia famiglia. Ma non ho mai più votato. Due eccezio­ni: Berlusconi nel 1994, Guazzaloca nel 1999. Anche lo­ro mi hanno delu­so ». Nell’anno che do­veva cambiare il mondo con la fantasia al potere, in Italia l’uomo che più si è avvicinato alla realiz­zazione dell’utopia e che oggi viene ri­scoperto come simbolo di una indoma­bile volontà anarchica, è stato un prag­matico ingegnere bolognese, discenden­te di una famiglia di militari giunta in Italia nel 1400, figlio di un ufficiale del Regio esercito, ex soldato di Salò, poi di­sertore e in quanto tale condannato dal tribunale della Rsi. «Sono un liberale, un indipendente che non crede nelle re­ligioni e nei partiti. Quindi, anche oggi, l’Italia non è il posto giusto per me». Al momento dei saluti, torna quella scintilla negli occhi, l’espressione si fa divertita. «Giovanotto, quando esce di qui dia un’occhiata alle mappe su Inter­net. Troverà una sorpresa». Su Google map digitiamo il nome del suo Stato. Ap­pare una bandierina rossa in mezzo al blu del mare, proprio di fronte a Bella­ria- Igea Marina. L’Isola delle Rose vive ancora.

Marco Imarisio