giovedì 27 agosto 2009

Inferno sotto la Manica: treno fermo per 6 ore

di Redazione



Londra - Incubo sotto la Manica. Cinquecento persone del treno Calais-Folkestone sono rimaste in trappola sei ore per un guasto meccanico nel tunnel sotto la Manica. Dell’incidente avvenuto tra martedì e mercoledì si è appreso dopo le proteste. Il treno partito da Calais anzichè arrivare 35 minuti dopo ha finito il viaggio nelle viscere del tunnel a 100 metri sotto il livello del mare: senza luce,acqua, aria condizionata, cibo, tra bimbi piangenti e decine di svenimenti.


Cuoco si finge 007 dei Ros per gestire 2 amanti

di Redazione



Lecco - Una storia di tradimenti, false identità e fantasia. Tutto per coprire una bigamia di difficile gestione. Un uomo di 49 anni, S. L., originario di Marianopoli (Caltanissetta) ma residente in Brianza, è stato scoperto e denunciato dai Carabinieri della compagnia di Merate (Lecco) con l’accusa di essersi a lungo spacciato per capitano del Ros dei carabinieri al fine di poter gestire contemporaneamente due relazioni sentimentali con altrettante donne della provincia di Lecco.

L’uomo era in possesso di quattro portatessera con distintivo metallico in uso a carabinieri, polizia, guardia di finanza e marina militare, una pistola scacciacani che portava in una fondina ascellare e due finti tesserini con la scritta "capitano dei carabinieri" e i suoi dati anagrafici ma con una foto in divisa dell’attore Enrico Montesano, probabilmente presa dal film "I due Carabinieri", che mostrava velocemente e da lontano.

Si fingeva 007 per scomparire con l'altra convivente Secondo la ricostruzione dei militari (quelli veri), il finto carabiniere, per interrompere la convivenza con una delle donne e riprenderla con l’altra, raccontava di essere impegnato in continue e rischiose missioni da infiltrato per conto dei servizi segreti. In realtà lavorava anche come cuoco in provincia di Como. È stato così denunciato per sostituzione di persona, porto di armi o oggetti atti ad offendere e possesso di distintivi contraffatti in uso ai corpi di polizia. Rischia una condanna fino a 4 anni e ingenti richieste di danni.


Quel pezzettino di luna milanese

Corriere della Sera

l reperto fu donato al nostro governo dal presidente americano Nixon. È al Museo della Scienza l’unico frammento italiano del prezioso basalto, raccolto nell’ultima missione Apollo



Quarant’anni fa, nella notte tra il 20 e il 21 lu­glio 1969, due uomini, Neil Armstrong e Edwin Al­drin, coetanei di 39 anni, met­tevano piede per la prima vol­ta sulla Luna. Altri dieci astro­nauti in cinque successive spedizioni Apollo sbarcaro­no. Insieme raccolsero e por­tarono sulla Terra 379,5 chilo­grammi di rocce che la Nasa mantiene in un’atmosfera controllata di azoto, per evita­re che si degradino, in un la­boratorio del Johnson Space Center di Houston (Texas).

Microscopici campioni sono stati distribuiti agli scienziati in vari Paesi del mondo per studiare l’origine del nostro satellite naturale. Altri pezzet­tini confezionati in bolle di vetro sintetico vennero rega­lati a qualche Paese amico. È stato grazie a questo, sempre apprezzato, gesto politico, che anche l’Italia oggi può vantare il suo pezzo di Luna. Ed è Milano che l’ha accolto ed oggi è custodito al Museo nazionale della scienza e del­la tecnologia «Leonardo da Vinci».

È l’unico frammento di Luna esistente nella peni­sola; dunque è prezioso. Faceva parte del bottino raccolto nell’ultima missione Apollo-17 del dicembre 1972 comandata da Eugene Cer­nan. Con lui c’era l'unico scienziato ad essere volato sulla Luna, il geologo Harri­son H.Schmitt. A bordo del modulo lunare Challenger ar­rivarono nella zona Tau­rus- Littrow e con l’auto elet­trica percorsero 33 chilome­tri raccogliendo campioni di­versi di suolo. Rimasero las­sù per 74 ore e 59 minuti, poi tornarono a casa. «Sapevo di essere l’ultimo uomo per molti anni a camminare sulla Luna», ci disse una volta il co­mandante Eugene Cernan. «Per questo prima di risalire la scaletta del Challenger mi fermai un attimo e guardai la Terra azzurra e alta nel cielo nero: ero orgoglioso e tri­ste».

Nella sua valigetta metalli­ca Cernan portava il pezzetti­no di basalto lunare che poi venne regalato dal presiden­te americano Richard Nixon al nostro governo il quale lo assegnò, perché venisse ben custodito, al Museo milane­se. Il frammento è meno di un centimetro ed è racchiuso in una bolla di vetro di 7 cen­timetri. Lo spazio è spesso di casa nelle sale del «Leonardo da Vinci». Diversi astronauti furono ospiti, dall’americano Dave Scott di Apollo 15, al pri­mo astronauta Franco Maler­ba, all’intero equipaggio del­la missione Shuttle-Esperia tra cui l’astronauta milanese dell’Esa europea Paolo Nespo­li. E negli anni Novanta il Mu­seo, assieme all'Italian Space Society, organizzava una grande mostra rimasta aper­ta molti mesi celebrando i pri­mi trent'anni dell’Italia in or­bita.

«Lo spazio rappresenta la massima sfida della capaci­tà umana e la nuova emozio­nante frontiera dell’uomo per quanto concerne cono­scenza, abilità e coraggio», di­ce Fiorenzo Galli, direttore generale del Museo. «Ricor­dare i 40 anni dal primo sbar­co guardando il nostro pez­zettino di Luna è emozionan­te. Ma per lo spazio il Museo ha un futuro perché stiamo già pensando ad un amplia­mento della sezione astrono­mia per dedicare un’area pro­prio all’esplorazione cosmica che così si affiancherà a og­getti preziosi come i globi sei­centeschi del Coronelli, al set­tore equatoriale Sisson (1774) e al quadrante murale di Ramsden (1789): il fascino del passato sposato alla sug­gestione del futuro».


Giovanni Caprara
20 luglio 2009(ultima modifica: 21 luglio 2009)


Olanda: è falso il pezzo di Luna esposto al Museo Nazionale. È legno fossile

Corriere della Sera

Era stato donato nel 1969 al primo ministro olandese Drees dall'ambasciatore americano



AMSTERDAM - Il sasso di provenienza lunare da vent'anni nelle collezioni del Museo Nazionale olandese di Amsterdam è falso. Cioè non proviene dalla Luna: un'analisi geologica approfondita ha dimostrato senza ombra di dubbio che si tratta di legno fossile. E a meno di ipotizzare che sul nostro satellite naturale ci siano foreste pietrificate - cosa che neanche il più folle scrittore di fantascienza si sognerebbe mai - l'oggetto in questione non è stato raccolto dagli astronauti dell'Apollo 11, come finora si era pensato. «Non vale più di 50 euro», ha commentato il geologo Frank Beunk. Ma se è falso, come è arrivato in uno dei musei europei più prestigiosi?

INTRIGO POLITICO - Il finto reperto ha padri più che nobili e probabilmente del tutto ignari della «bufala», che a questo punto si può ipotizzare messa in atto dalla Nasa o dal dipartimento di Stato americano. Il sasso arrivò al Rijksmuseum nel 1988, dopo la scomparsa dell'ex primo ministro olandese Willem Drees. Il reperto faceva parte della collezione personale del premier e gli venne donato il 9 ottobre 1969 dall'allora ambasciatore americano in Olanda, J. Williams Middendorf, in occasione della visita promozionale nei Paesi Bassi dei tre astronauti dell'Apollo 11.

I nomi dei cinque protagonisti «dell'intrigo internazionale» sono infatti riportati nel cartellino che accompagna la roccia. Dopo la missione di Apollo 11, gli Stati Uniti mandarono in giro per il mondo (24 nazioni in 45 giorni) i tre astronauti in un tour promozionale, portando in dono vari reperti raccolti sulla Luna. Uno di questi - raccolto però dall'Apollo 17 - è conservato anche al Museo di scienze naturali di Milano, anche se non gli viene dato troppa evidenza.

DUBBI - Alcuni dubbi sull'autenticità del campione olandese sorsero nel 2006, in occasione della prima esposizione al pubblico del reperto. Un esperto di voli spaziali fece notare che la maggior parte dei reperti regalati dagli americani a un centinaio di nazioni (tra le quali appunto l'Italia) non proviene dall'Apollo 11, ma da missioni successive.

Ed è inoltre molto strano che la Nasa avesse regalato una preziosissima roccia lunare a soli due mesi e mezzo dal ritorno sulla Terra di Armstrong, Aldrin e Collins, prima ancora di aver avuto il tempo di analizzarla. Arrivando però dalla collezione di un ex primo ministro, nessuno aveva avuto dubbi, anche se ricercatori della Free University di Amsterdam avevano detto che «a vista» si capiva che quel pezzo non poteva venire dalla Luna.

L'ex ambasciatore Middendorf, ora in pensione in Rhode Island, contattato da organi di informazione olandesi, ha detto di non ricordare più a distanza di 40 anni tutti i dettagli ma di essere sicuro che la roccia gli venne consegnata dal dipartimento di Stato Usa.

RISATA - Che fine farà ora il reperto? «La terremo da parte come una curiosità», ha detto Xandra van Gelder, portavoce del museo. «È una bella storia, con molte domande che non hanno ancora una risposta. Comunque possiamo farci una risata». Anche perché questo fatto non farà che rinfocolare le teorie di chi crede che l'uomo non sia mai stato sulla Luna e tutto sia stata una grande presa in giro.




Saviano, la memoria per battere le mafie

La Stampa


Lo scrittore simbolo della resistenza alla camorra sulla tomba di Impastato, ucciso da Cosa nostra





FRANCESCO LA LICATA
CINISI (Palermo)


Immobile, in piedi davanti alle tombe di Peppino Impastato e della sua straordinaria madre, Felicia, Roberto Saviano guarda fisso la foto del «militante comunista» ucciso dalla mafia (per la verità le parole esatte scolpite sul marmo recitano: «mafia democristiana»). Guarda anche il sorriso di Felicia Bartolotta, morta a 88 anni, gran parte dei quali spesi a cercare la condanna per don Tano Badalamenti, il boss dei Centi passi. Tanta era la distanza che separava le abitazioni dei due grandi nemici: Peppino, appunto, e don Tano.

Sembra davvero conquistato, lo scrittore. Posa lo sguardo sui bigliettini lasciati dalle centinaia di giovani che ancora oggi, a più di trent’anni dall’assassinio, vengono a Cinisi e, prima di qualunque divagazione turistica, si fermano al cimitero per lasciare un pensiero dedicato al ragazzo che rifiutò, fino al sacrificio finale, la cultura mafiosa del padre. Avversato dall’intero paese, ma non dalla sua «madre coraggio» che lo protesse finché potè e, quando glielo strapparono con una bomba, non finì di battersi a fronte alta. Fino a quando, quattro anni fa, chiuse gli occhi appagata per aver sentito la Corte d’Assise pronunciare la formula di condanna per Badalamenti.

Si guarda intorno, Roberto Saviano. Nota che il cancelletto della «gentilizia» di famiglia è senza lucchetto e si rivolge a Giovanni, fratello di Peppino: «Sta sempre aperto, questo luogo?». «Sempre», è la risposta di Giovanni, «come “Casa Memoria” in paese, la casa dei Cento passi che Felicia ha voluto fosse trasformata in un luogo aperto a tutti. In una difesa perpetua del ricordo di Peppino, che avevano cercato di far passare per terrorista uccidendolo con una bomba». E Saviano: «È un messaggio importantissimo, perché oltre all’esercizio della memoria - che la mafia, tutte le mafie vorrebbero cancellare - si trasmette il senso del coraggio della verità. Chi combatte per una causa giusta può guardare dritto negli occhi gli avversari, non ha bisogno di celarsi dietro lucchetti e chiavistelli; sono loro, i mafiosi, a cercare il buio e il silenzio omertoso. E questo vale per la Sicilia come per la Campania e per tutto il nostro martoriato Sud».

È una presenza significativa, quella di Saviano a Cinisi. Lo scrittore che con il suo bestseller Gomorra è divenuto il simbolo della resistenza alla camorra campana ha accettato di venire a presentare il libro scritto da Giovanni Impastato con Franco Vassia (Resistere a Mafiopoli, ed. Stampa Alternativa). Ha accettato l’invito anche il Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, felicissimo di contribuire a quella difesa della memoria, ormai patrimonio collettivo della resistenza alla mafia.

Sulla tutela dell’«onore» dei caduti nella lotta alle mafie Saviano non si è risparmiato. Lo ha fatto di recente, insorgendo in difesa della onorabilità di don Peppe Diana, che l’avv. Gaetano Pecorella - parlamentare presidente della commissione Ecomafie - stentava a riconoscere come vittima della camorra. «Quella della diffamazione delle vittime - chiarisce Saviano - è una delle peggiori ingiustizie che si possano subire. Più ancora della privazione della vita. La distruzione del ricordo di un uomo onesto serve a giustificare l’omicidio, a convincere i cittadini-spettatori che la mafia uccide solo “chi se lo merita”. È un messaggio culturalmente devastante, un metodo che ha contribuito al radicamento del vivere mafioso in gran parte del Sud Italia».

Si accalora, Saviano, quando tocca questi temi. Tanto da suscitare il sospetto di un coinvolgimento personale. Ancora la vicenda Pecorella? «Non ci penso più: le scuse fatte pervenire ai familiari di don Peppe mi rasserenano sul fatto che quella polemica andava sollevata, soprattutto in difesa di una “verità” che non è vero fosse ancora aperta, come sosteneva il parlamentare, ma era già codificata in più d’una sentenza».

Lo scrittore si concede una pausa, poi riprende: «No, non difendo una mia personale presa di posizione, sento semmai l’esigenza di non indietreggiare di fronte all’aggressione e al furto della memoria. Bisogna far sentire la propria presenza, devono sapere che noi ci siamo e restiamo vigili ad arginare i “venticelli” di una certa Italia e i giochi sporchi di politici, sedicenti cronisti e pseudo opinione pubblica, tutti pronti alla facile calunnia». E perché oggi a Cinisi? «Ho letto il libro di Giovanni, ho conosciuto la tenacia di Felicia: un esempio di dignità e di difesa dell’onore dei propri caduti. Sì, proprio onore: una parola che appartiene alla gente perbene e che, invece, è stata scippata e stravolta da questi maestri dell’inganno».

«Anche stamattina - prosegue - a Casa Memoria ho respirato l’aria buona di chi non si è arreso: i libri di Peppino, i testi di Pasolini, le foto, l’amore e il garbo con cui questi brandelli di memoria vengono conservati... Sono contento di essere stato qui». Ma non è che Saviano abbia già sentito attorno a sé lo spiffero di qualche “venticello”? «Non mancano le accuse di protagonismo, a Napoli mi gridano contro “ti sei fatto i soldi”, oppure “la scorta te la paghiamo noi, sai?”, o anche “perché non vai in tv a infangarci ancora?”». Ancora ironia sulla sovraesposizione mediatica. Ma a rasserenare Saviano ci pensa Giovanni Impastato: «Robbè, futtitinni che ti dicono che sei mediatico. Vai in tv, tieni alta la luce su di te».




I missili per Teheran e il Mossad L'ultimo mistero della Arctic Sea

Corriere della Sera


Secondo fonti russe, la nave dirottata trasportava armi per l’Iran: con un’azione «corsara» gli israeliani hanno provato a impedire la consegna


WASHINGTONLa misteriosa Arctic Sea è come la balena delle favole: nella sua pancia puoi trovare di tutto. Le autorità russe, dopo tante smentite, hanno affermato che il carico della nave «dirottata» in agosto poteva essere costituito «non solo dal legno finlandese» destinato all’Algeria. E dunque, ha aggiunto il capo della Commissione d’inchiesta Alexander Bastrykin, andremo fino in fondo per capire cosa sia realmente accaduto sulla nave sparita in Atlantico e ritrovata a metà d’agosto alle isole Capo Verde. «Entro dieci giorni avremo una risposta», assicurano gli inquirenti. Un tempo necessario per torchiare gli improbabili pirati e l’equipaggio. Quindi per esaminare a fondo la nave, una volta che sarà arrivata a Novorossiisk, sul Mar Nero. Infine per confezionare una verità accettabile. L’impressione è che non solo il cargo ma anche il Cremlino abbia qualcosa da nascondere. E, anche alla luce delle dichiarazioni di Bastrykin, l’ipotesi del «carico segreto» non è più una semplice speculazione.

L’ultimo scenario nella saga del Baltico chiama in causa il Mossad. Fonti giornalistiche russe hanno sostenuto che i servizi segreti israeliani avrebbero abbordato la nave in acque svedesi (24 luglio) per bloccare una fornitura di missili da crociera X-55 e anti-aerei S300 all’Iran. Un blitz camuffato da atto di pirateria per stroncare un contrabbando che andava avanti da tempo. Un’azione alla James Bond seguita da una visita del presidente israeliano Peres a Mosca: l’incontro ufficiale sarebbe però servito per chiedere spiegazioni al Cremlino. La Arctic Sea avrebbe imbarcato le armi a Kaliningrad in giugno, un mese dopo ha raggiunto uno scalo finlandese per caricare una partita di legno, poi è salpata il 23 verso l’Algeria.

Un’altra versione comparsa sulla Pravda indica, invece, come responsabile dell’operazione «una potenza occidentale» che avrebbe deciso di far emergere la storia per mettere in imbarazzo i russi. Mosca, a questo punto, avrebbe reagito «in modo isterico » — insistono le fonti locali — mobilitando la flotta per arrivare alla Arctic Sea prima di altri. Una mossa protetta da un fitto sbarramento di notizie false o confuse — Mosca ha ammesso di aver mentito — per mischiare le carte. Comportamento giustificato fino al recupero dell’equipaggio, meno dopo l’arresto dei presunti corsari.

Con la «liberazione» della nave e la cattura, senza sparare un colpo, di «otto pirati» si pensava infatti che il giallo avrebbe conosciuto l’epilogo. E invece si è arricchito di nuovi episodi. I russi, per prima cosa, hanno preso a rimorchio la Arctic Sea facendo rotta per il porto del Mar Nero dove arriveranno tra qualche giorno. L’equipaggio è rimasto sotto il controllo delle autorità: strano trattamento per delle vittime di un gesto di pirateria. Altre sorprese sono arrivate dai «corsari», trasferiti a Mosca. Quando le loro foto sono apparse, i familiari di Andrei Lunev, uno dei pirati, hanno avuto uno choc: «È incredibile. Pensavamo che fosse morto tre anni fa in un naufragio e invece è vivo». Non meno bizzarra la composizione della banda. Questa la prima lista fornita dagli investigatori: un lituano, un russo, uno spagnolo, tre apolidi e due con la nazionalità da accertare. Il «redivivo» Lunev si è professato «ecologista» ma quando gli hanno chiesto il nome della sua associazione ha replicato con un «non lo so». Un altro ha detto di essere un metalmeccanico, un terzo di aver fatto il pescatore. Diversi sfoggiavano tatuaggi sulle braccia e qualcuno ha pensato di poter decifrare tra i disegni i simboli di qualche gang mafiosa. Ma un esperto lo ha escluso: «È roba da marinai». Da Tallin hanno suggerito che almeno sei dei criminali fossero estoni, alcuni dei quali con gravi precedenti penali.

Quanti fiutano aria di imbroglio hanno avanzato dubbi su chi sia il reale proprietario del mercantile battente bandiera maltese ma registrato da una compagnia russo-finlandese. «Sono loro i veri titolari o dietro c’è la Corea del Nord?», si è domandato un osservatore americano sottolineando indiscrezioni, poi smentite, trapelate da Mosca. A questo punto non resta che attendere le conclusioni dell’inchiesta, ma con la convinzione che sentiremo parlare ancora molto della Arctic Sea.

Guido Olimpio

Autovelox “nascosti”, esplode la polemica

Il Secolo XIX

Daniele Grillo



Genova

L’ultimo caso di auto-civetta incaricata di fare multe con gli Autovelox è di ieri mattina, Sopraelevata Aldo Moro direzione Ponente. Una manciata di giorni prima - nonostante la direttiva del ministro Maroni - un’altra pattuglia dei vigili svolgeva la stessa mansione appollaiata (un classico) col telelaser sul muraglione di corso Saffi. «Siamo nella legittimità perché segnaliamo la nostra presenza con cartelloni fissi e col display dei pannelli a messaggio variabile», si difende il comandante del corpo di Polizia municipale Roberto Mangiardi. «Ci possono essere gli estremi perché qualcuno scelga di fare ricorso», risponde invece Piero Caramelli, dipendente del Ministero dell’Interno e Comandante del Nucleo di Polizia stradale. Insomma, quanto basta per sollevare un caso. E un bel po’ di malumori.

I casi sotto attenzione sono due. Il primo è stato documentato il 23 agosto, un paio di giorni dopo la pubblicazione dei contenuti della nuova direttiva voluta dal Ministero dell’Interno per chiarire come va svolta e come non va svolta l’attività di controllo della velocità su strade e autostrade tramite dispositivi elettronici. Il secondo caso è di ieri mattina. Dal finestrino di un’auto bianca in dotazione del corpo di Polizia municipale, ma non immediatamente identificabile come tale, un vigile scattava fotografie con un autovelox.



Autovelox nascosto
Tursi cancella le multe

28 agosto 2009

Mai più autovelox “nascosti”, mai più vigili urbani appostati dentro all’abitacolo di un’auto-civetta non debitamente segnalata come mezzo della Polizia municipale. Quanto al caso della Fiat Brava bianca andato in scena mercoledì mattina sulla Sopraelevata, per decisione del Comando di Polizia municipale e dell’Assessorato comunale competente, tutte le fotografie scattate in quel servizio dalla pattuglia verranno messe da parte e non processate, evitando agli automobilisti di avanzare un ricorso che non potrebbe che veder perdere la Polizia municipale. «Abbiamo compiuto un errore - dichiarano assessore e comandante - correggiamo e cancelliamo tutto, ma non significa che chi superava i limiti di velocità rimanga senza peccato».

Il Comando retto dal comandante Roberto Mangiardi ha ieri ordinato nuovi cartelloni (con scritto “attenzione, monitoraggio elettronico in corso”) da apporre sul tetto dell’auto civetta in futuro, al fine di rispettare la direttiva del ministro Roberto Maroni che impone che le auto e i dispositivi di controllo mobile vengano resi ben visibili.

Tutto è nato da un servizio uscito sul Secolo XIX di ieri che documentava - con tanto di fotografie e testimonianze dirette di alcuni automobilisti - il mancato rispetto da parte degli operatori della Polizia Municipale della disposizione emanata dal governo pochi giorni fa. A seguito del caso. forse per la prima volta un assessore comunale dichiara che getterà in un cestino le foto scattate da un autovelox. «Grazie al Secolo abbiamo avuto l’occasione per un’analisi approfondita della situazione e del modo di lavorare degli agenti su questo tipo di servizio», ha detto Francesco Scidone, assessore alla Polizia municipale».




Guerra fredda, mistero svelato Manchester nel mirino Urss

Libero



Nel 1974 l'Unione Sovietica di Breznev aveva preparato una mappa dettagliatissima di Manchester in previsione di una possibile invasione di terra della Gran Bretagna. Nella piantina, che andrà ora in mostra alla John Rylands library, si vedono tracciate in rosse le vie d'accesso adatte ai tank dell'Armata Rossa e gli obbiettivi di natura militare.

Una precisione altissima che pare presupporre la raccolta d'informazioni sul campo. “Non hanno tralasciato quasi nulla”, dice Chris Perkins, professore in geografia all'università di Manchester. “Le informazioni sono state chiaramente prese da atlanti stradali. Ma sulla mappa – spiega il professore – si possono vedere anche siti sensibili come centrali nucleari o le carceri. Tutte cose che l'istituto geografico del tempo aveva deliberatamente lasciato fuori dalle carte”.

Se, da una parte, era prassi per l'Urss, come per la Nato, stilare mappe dettagliate di centri abitati o aree d'interesse militare, la carta di Manchester sfoggia un livello di precisione che tradisce le intenzioni bellicose di chi l'aveva ordinata. “L'Unione Sovietica – dichiara Perkins – aveva piante geografiche d'ogni tipo, dal Congo a alla Gran Bretagna. Questa però fa parte della ‘lista A’, un luogo che credevano potesse davvero tornare utile un giorno”.

La mappa di Manchester, come tante altre di quella serie, del resto, ha varcato i confini della Russia dopo il crollo del comunismo: vendute al migliore offerente dalle tipografie diventate improvvisamente libere. “Ne hanno vendute a pacchi”, conclude Perkins. La domanda non mancava di certo. “So per certo che il ministero della Difesa britannico ha inviato un furgone in Russia nel 1991 per farne incetta”.