mercoledì 26 agosto 2009

I blogger svelano gaffe di Microsoft: via dalla pubblicità l'uomo di colore

Corriere della Sera



Sulla versione polacca del sito l'immagine ritoccata male: all'uomo bianco restano le mani scure



WASHINGTON - Guai per la Microsoft. Sul colosso del software pesa l'accusa di razzismo. Il motivo? Aver sostituito in una pubblicità online l'immagine di un impiegato di colore con quella di un bianco.

L'ERRORE - La fotografia, spiega la Bbc, mostra alcuni dipendenti seduti attorno a un tavolo (tra cui una donna bianca e un asiatico) e appariva (ora è stata cancellata) sulla versione statunitense del sito della compagnia. Nella stessa immagine presente sul sito polacco però l'uomo di colore è stato sostituito da un uomo bianco.

Particolare (se così si può dire) che non è sfuggito di certo ai blogger, anche perché la fotografia per il sito polacco è stata ritoccata senza troppa attenzione. Il viso della persona di colore è stato sostituito con quello di un bianco, ma il corpo è rimasto lo stesso. E dunque le mani dell'uomo "ritoccato" sono rimaste scure.

INDAGINE INTERNA - In poco tempo, l'immagine modificata ha invaso la Rete. La Microsoft ha subito provveduto a cancellare la fotografia incriminata e ha avviato un'indagine interna per scoprire i responsabili.




Malta: «Ecco la foto degli eritrei, erano in buone condizioni di salute»

Corriere della Sera

Diffusa un'immagine aerea del gommone. Ma uno dei migranti conferma la morte di 73 persone



MILANO - Le forze armate maltesi hanno diffuso una foto aerea che ritrae il gommone dei cinque eritrei arrivati nei giorni scorsi in Italia. La foto, che risale al 19 agosto, mostra l'imbarcazione con le cinque persone a bordo mentre si trovava in acque libiche, affiancata da una motovedetta militare maltese, identificata con il numero P61. «Questa immagine mostra chiaramente l'eccellente stato di pulizia in cui si trovava il gommone intercettato e anche il buon stato di salute dei suoi occupanti che si vedono seduti dentro», afferma una nota che accompagna l'immagine, inviata dal maggiore Ivan M. Consiglio del servizio relazioni pubbliche delle forze armate di Malta.

ERITREO CONFERMA - Intanto il sostituto procuratore della Repubblica di Agrigento, Santo Fornasier, ha completato l'interrogatorio di tre dei cinque eritrei sopravvissuti alla traversata del Canale di Sicilia che secondo il loro racconto è costata la vita ad almeno 73 connazionali. Due migranti erano stati sentiti martedì, ora è stato ascoltato il terzo. Secondo quanto si è appreso i tre hanno confermato la versione già raccolta dalle forze dell'ordine che li avevano soccorsi giovedì al largo di Lampedusa, e hanno ribadito le accuse verso le autorità maltesi che non li avrebbero soccorsi ma solo riforniti di acqua e salvagente invitandoli a proseguire verso le acque italiane.

Il procuratore della Repubblica Renato Di Natale ha confermato che si sta valutando l'ipotesi di una rogatoria internazionale a Malta per accertare esattamente che cosa è accaduto anche con l'ausilio delle autorità maltesi. È stato intanto dimesso dall'ospedale «Cervello» di Palermo l'eritreo ricoverato per disidratazione assieme all'unica donna del gruppo, che resta invece in cura sia perché appare tuttora disidradata sia per alcune piaghe alla schiena. Le sue condizioni non sono comunque gravi. L'uomo dimesso è stato trasferito in una struttura di accoglienza.

«In mare ci hanno dato acqua ma non ci hanno salvati»

La testimonianza: «Si vedevano luci di bar­che grandi e piccole. Non si fermava nessuno...»


DAL NOSTRO INVIATO 






LAMPEDUSA — La prima a mori­re
è stata una ragazza di vent’anni, con gli occhi sgranati sul mare che poi l’ha inghiottita. Così sussurra l’unica donna sopravvissuta a que­st’ennesima immane tragedia. Un racconto confermato dai due uomi­ni e dai due ragazzi che con lei si so­no salvati. Solo cinque sopravvissu­ti che descrivono con parole smozzi­cate, a gesti, con la mimica dell’orro­re, gli stenti, la paura e la fine di 55 uomini e 17 donne. E loro cinque, che sembrano fantasmi, profili smunti, disidratati, le orbite più grandi delle facce scavate dal sale, conteggiano con le dita delle mani addirittura 23 giorni di deriva su un gommone partito dalla solita spiag­getta libica.

Un carico di 78 vite gio­cate nella roulette del Mediterraneo. Sono i militari della vedetta della Guardia di finanza che li soccorrono in mare ed è Naur, il giovane inter­prete dell’alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), a raccogliere le prime testimonianze sulla traver­sata culminata in una odissea, come la descrive la donna poi trasportata al poliambulatorio di Lampedusa: «Arrivati dall’Eritrea dopo un mese di viaggio, in Libia avevamo atteso il bel tempo.

Alla partenza per l’Ita­lia, un uomo stava alla guida del mo­tore. Ma non era esperto. Ha perdu­to la rotta quella stessa sera di fine luglio. Ha continuato a vagare fra le onde senza sapere dove puntare. Poi è finita la benzina. Si sentivano solo le onde e i pianti di chi aveva paura. Passata la prima notte e il se­condo giorno non avevamo più ci­bo e acqua. Si vedevano luci di bar­che grandi e piccole. Non si fermava nessuno...».

Quel gommone, stando a queste prime ricostruzioni, è diventato co­sì giorno dopo giorno, ora dopo ora, l’inferno in cui donne e uomini si accasciavano senza forze. L’acqua di mare che diventava fuoco sulle labbra ferite dalle ustioni, dalla man­canza di acqua potabile. Le donne che si tenevano l’una sull’altra per conquistare ombra. Grappoli di vita e di morte, in balia di un orizzonte senza futuro.

E quando si è capito che tanti non ce l’avevano fatta deve essere stato terribile. «Non avevamo scelta. I morti do­vevamo lasciarli andar via in ma­re... » sembra giustificarsi questa donna che guarda e chiede perdono al cielo. Ma è questa pietà che sem­bra essere mancata quando i vivi dal gommone si sbracciavano chie­dendo aiuto a imbarcazioni rimaste lontane. E se tutti si fossero voltati dall’altra parte forse nemmeno i cin­que superstiti sarebbero arrivati ieri a Lampedusa.

Fortunati per essere stati accostati da una barca, stando sempre a questo drammatico rac­conto. «Ci aspettavamo che qualcuno tendesse una corda, una scaletta... Ma ci hanno dato solo del pane, qualcosa da mangiare e alcune botti­glie d’acqua...» giura Habeton, uno dei sopravvissuti che deve aver vis­suto come un tradimento il distacco del peschereccio o della motonave che adesso la polizia chiede di de­scrivere bene anche per cercare i ne­cessari riscontri.

Ed è quanto si è cominciato a fare ieri sera, mentre la donna, i due uo­mini e i due ragazzi, dopo le cure dei medici e un cibo caldo, conqui­stavano delle brande con lenzuola pulite nel Centro accoglienza ormai svuotato dal nuovo corso di una emigrazione ridotta al minimo sco­raggiata dalla linea dei cosiddetti re­spingimenti.

Linea forata da un gommone trasformato in una tom­ba alla deriva per troppo tempo, co­me stavolta si è scoperto solo grazie al racconto dei sopravvissuti. Un da­to che inquieta le organizzazioni umanitarie, a cominciare da Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr, l’al­to commissariato Onu per i rifugiati che parla di immigrati considerati ormai «vuoti a perdere». Perché i maltesi hanno segnalato qualche giorno fa un caso analogo. E non si tratta della barca con i cinque super­stiti. Mistero. Altro buco nero di un Mediterraneo dove, oltre ogni inte­sa fra gli Stati, continua la roulette della vita e della morte.

Felice Cavallaro


Dalla Lega ultimatum alla Santa Sede: "Basta attacchi o addio al Concordato"

di Redazione
                                         



Milano - "Basta ingerenze o addio concordato". Quello della Lega alla Santa Sede suona come un ultimatum. Alla vigilia dell’incontro all’Aquila tra il cardinal Tarcisio Bertone e il premier Silvio Berlusconi, giunge un avvertimento dalla Lega al Vaticano: basta accuse al Carroccio da Oltretevere o a tornare in discussione saranno i Trattati lateranensi che regolano, per Costituzione, i rapporti fra Italia e Vaticano. 

Via stampa Il monito giunge dalla Padania, quotidiano del partito di Umberto Bossi che non è solo il segretario dei lumbard, ma anche il ministro in carica delle Riforme, con una riflessione oggi in prima pagina sui rapporti fra Italia e Chiesa cattolica dal titolo "Strane ingerenze ideologiche in uno Stato laico". L’articolo della Padania definisce le parole di ieri di monsignor Vegliò all’indirizzo del ministro leghista Calderoli come "l’ultimo episodio di una lunga serie di ingerenze ideologiche e squisitamente politiche da parte di uomini delle gerarchie ecclesiastiche nelle faccende di uno Stato che, fino a prova contraria, è laico". 

Basta interventismo Ed elenca tutti gli interventi di prelati e proporati contro le politiche, soprattutto in tema di sicurezza e immigrazioone, degli attuali ministri leghisti. "I confini e le sfere di ingerenza reciproca fra Stato e Chiesa - si legge ancora dopo il riassunto del contenuto dei Patti lateranensi come attualmente disciplinati e in vigore- sono precisi. Ed è anche vero che la Chiesa rappresenta uno dei cosidetti 'poteri forti'. Tuttavia se i rapporti fra lo Stato e la Chiesa andranno avanti lungo questa deriva, ossia le gerarchie ecclesiastiche proseguiranno in questa politica marcatamente interventista nei confronti delle decisioni e degli orientamenti della politica e delle istituzioni al di là di ogni ragionevole confine di neutralità delle rispettive sfere di intervento - avverte l’articolo della Padania a firma Stefano B.Galli - bisognerà inserire nell’agenda delle riforme anche una revisione di Concordato e Patti Lateranensi. Non ci pare il caso".



Morto Ted Kennedy, icona democratica Il dolore di Obama: "Il cuore è a pezzi"

di Redazione



Washington - Il senatore Edward Ted Kennedy è morto oggi. Il fratello di John e Bob Kennedy aveva 77 anni ed era malato da tempo di un tumore al cervello: si è spento nella notte nella sua casa di Hyannis Port, in Massachusetts. "Ho il cuore a pezzi", ha commentato il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. 

Muore l'icona democratica "Abbiamo perso il centro insostituibile della nostra famiglia e della luce gioiosa della nostra vita, ma l’ispirazione della sua fede, ottimismo e perseveranza vivrà nei nostri cuori per sempre", si legge in un comunicato della famiglia citato dalla Cnn. "Ringraziamo tutti coloro che gli hanno dato assistenza nell’ultimo anno, e tutti quelli che lo hanno accompagnato nella sua incessante marcia per il progresso verso la giustizia". Edward, soprannominato Ted, era il più giovane fratello di John, il presidente ucciso nel novembre 1963 a Dallas, e Roberto - detto Bob - assassinato nel giugno 1968 a Los Angeles mentre era in corso per la nomination democratica per le presidenziali. 

La passione in politica Le sue aspirazioni per la Casa Bianca vennero messe alla prova nel ’69, quando in un incidente stradale morì la sua assistente, Mary Jo Kopechne. Il senatore era alla guida, ma lasciò la scena dell’incidente e non avvertì le autorità fino al giorno dopo. Ted si candidò alle primarie democratiche nel 1980 contro il presidente Jimmy Carter, ma non ebbe successo.