lunedì 24 agosto 2009

Uno solo a Monza e 107 a Napoli Tutte al Sud le guide dei ciechi

di Stefano Zurlo

Milano


Sono i custodi di chi non vede. Gli accompagnatori, come vengono chiamati in gergo, dei ciechi. Persone che dedicano il loro tempo e le loro energie a migliorare la vita di chi vive con l’handicap. Volontari che vengono pescati dal grande bacino del servizio civile. Sorpresa: i ciechi e i loro «steward» stanno quasi tutti al Sud. I numeri sono imbarazzanti. Ad Agrigento nel 2008 l’Unione italiana ciechi, che fa la parte del leone monopolizzando o quasi questo servizio, ha messo al lavoro 32 volontari. A Bergamo, invece, uno solo. Trentadue a uno da un’estremità all’altra del Paese. Un’eccezione?

No, perché i volontari in servizio a Bari sono ottantanove, quelli operativi a Milano undici. A Monza ce n’è uno solo, a Napoli centosette. È un’Italia a singhiozzo quella che emerge da questa singolarissima mappa che incrocia la malattia e l’assistenza su base volontaria. Una carta geografica ubriaca che sfugge ad ogni valutazione di razionalità. Attenzione: questo delicatissimo compito viene affidato ai giovani con un bando nazionale che seleziona il 2 per cento (ma il Governo Prodi poco prima delle elezioni l’ha alzato al 4 per cento) dei volontari.

Questa quota è il serbatoio per gli enti accreditati che mettono in contatto i giovani con i non vedenti. E in questo universo svetta l’Unione italiana ciechi. Leader assoluto di questo comparto. L’accompagnamento può essere concesso per tre ragioni: sanitarie, di lavoro, sociali. La prima si riferisce alla sfortunata situazione di chi somma altri handicap alla cecità, l’ultima è stata pensata per il cieco impegnato nell’arena della politica. Tre parametri diversi per ottenere un servizio importantissimo: il volontario segue la persona assegnata per almeno trenta ore la settimana e il rapporto è personalizzato: quel giovane con quel non vedente.

Ma comunque la si guardi, questa storia non cambia. Prendiamo la Liguria e la Campania. A Genova nel 2008 sono stati concessi due accompagnamenti per motivi di lavoro; cinque per attività sociali; zero per ragioni sanitarie. Il totale è di sette. Scendiamo a Napoli. In Campania centotrentaquattro ciechi hanno avuto il «badante» per andare al lavoro; diciassette per ragioni sociali; trentasette per motivi sanitari. La somma fa centoottantotto. Centoottantotto a sette. Un risultato che non si vede nemmeno nel baseball. La distanza è abissale per tutte e tre le voci: i ciechi del Sud soffrono per altre patologie, i ciechi del Sud lavorano di più e, giacché ci sono, fanno pure politica in massa e comunque si buttano con ardore nella mischia della società.

La Puglia, per fare un altro check up, dispone di centotrentacinque volontari sul campo, la Lombardia, assai più popolosa, si ferma a trenta. Sì, centotrentacinque versus trenta. Un punteggio senza storia. Ulteriormente scomponibile. A Bari hanno l’accompagnamento per motivi di lavoro settantuno persone, a Milano ventuno; sei contro cinque l’hanno ottenuto per svolgere attività sociali; addirittura cinquantotto contro quattro per motivi sanitari.

Impossibile non abbandonarsi ai più cupi sospetti e ai più foschi retropensieri. Possibile? Il Friuli Venezia Giulia e la Liguria non hanno un cieco che sia uno con annesso angelo custode per motivi sanitari. Il Trentino Alto Adige ne ha uno, quasi un testimonial della legge. La Campania, invece, arriva fino a trentasette; la Puglia lievita addirittura a cinquantotto e la Calabria quasi la raggiunge a quota quarantanove: il doppio di tutto il Nord Italia messo insieme. La Sicilia si contiene a venti. Pochi rispetto alla Puglia, ma pur sempre il quintuplo della Lombardia e del Piemonte, pure inchiodato a quattro.

Il federalismo sanitario non funziona. Nemmeno quando è applicato al servizio civile. E a riassumere questo fallimento è l’onorevole Carlo Rivolta. Il deputato rivolge un’interrogazione al sottosesegretario Carlo Giovanardi e gli consegna i numeri di questa Italia costruita a imitazione di Arlecchino: gli accompagnatori selezionati per i ciechi (e i grandi invalidi) sono stati nel 2008 1.422. Questo è il dato di partenza. Bene, dopo aver consultato il sito dell’Ufficio nazionale per il servizio civile, Rivolta specifica che «oltre il 68 per cento delle posizioni relative all’accompagnamento di ciechi e grandi invalidi è concentrato nel Sud e nelle isole. Segue il Centro con il 20,9 e ultimo il Nord con il 10,8 per cento».

A quanto pare i ciechi abbondano a Napoli. Scarseggiano, per fortuna a Milano e a Genova. A Napoli, a Bari e a Foggia sono anche laboriosi. Impegnati socialmente. Con altri acciacchi, speriamo non particolarmente pesanti. Rivolta snocciola i dati, poi si chiede «quali e quante attività abbia posto in essere l’Ufficio nazionale per il servizio civile, nella fase di valutazione dei progetti, al fine di verificare la sussistenza delle condizioni stabilite» dalla legge.

La risposta di Giovanardi è un elenco arido. E disarmante. Confezionato sulle dimensioni dell’Unione italiana ciechi. L’ente impiega 1.104 volontari sul totale di 1.422. E i conti sono sempre strabici: settecentocinque volontari al Sud, duecentocinquantuno al Centro, centoquarantotto al Nord. E il fossato fra le due Italie si allarga.

Antonio ucciso a pugni Non possiamo perdonare»

Corriere della Sera


La lettera



Antonio De Meo, 23 anni, sognava una laurea in Agra­ria e un futuro con la fidanza­ta Annalisa. Sogni interrotti, perché la notte di lunedì 10 agosto fu aggredito e ucciso a pugni in faccia da un grup­po di minorenni rom davanti a un chioschetto di Villa Rosa di Martinsicuro, in provincia di Teramo. Dopo il turno di lavoro all’hotel Maxim’s An­tonio non aveva più trovato la sua bicicletta. «Non era la prima volta che accadeva, ma aveva sempre lasciato per­dere, pur sospettando di quei ragazzi rom» racconta la so­rella Maria.

Quella sera però Antonio non ha voluto lasciare corre­re. Si è arrabbiato con il grup­petto di rom, ha alzato un po’ la voce ed è andato a sedersi al chiosco per ordinare un pa­nino e un’aranciata. La di­scussione è ricominciata, più accesa, e i ragazzini sono pas­sati ai pugni. Fratture alla ma­scella e al setto nasale. Colpi mortali. Antonio De Meo è morto poco dopo i soccorsi.

Gli aggressori sono scappati, ma i carabinieri li hanno identificati e arrestati con l’accusa di omicidio preterin­tenzionale. Erano in tre, tutti minorenni, di etnia rom. Uno di loro appena tredicenne, e per questo non imputabile. In manette anche il padre di uno dei ragazzi, accusato di favoreggiamento per aver da­to alle fiamme uno degli scoo­ter (risultato rubato) con il quale i tre si erano dati alla fu­ga dopo aver visto Antonio crollare a terra.

Ora la famiglia di Antonio De Meo, la mamma Lucia, il papà Giuseppe, la sorella Ma­ria e il fratello Nicola hanno scritto una lettera al Corriere della Sera per raccontare An­tonio, così come era nella sua semplicità, per ricordar­lo con il suo sorriso e la sua voglia di fare. E per dire che non potranno perdonare i tre assassini.


Antonio era il fratellino più piccolo, il terzo figlio dopo Maria e Nicola. Era il nostro cucciolo di casa, coccolato da tutti, cresciuto con tanto amore e tante attenzioni proprio perché era il più giovane. Legatissimo a tutti noi, nonostante abitasse a Bologna dove frequentava l’Università, si preoccupava sempre della mamma e del papà a cui faceva mille raccomandazioni al telefono. Per le sue nipotine stravedeva; giocava con loro, uscivano insieme; sempre buono e disponibile ad aiutarle, ma anche a rimproverarle al momento giusto.

Sembravano come fratelli. Un ragazzo dolcissimo, sorridente, sempre pronto ad aiutare persone in difficoltà, amava tantissimo la natura e tutto ciò che la riguardava. Aveva molti progetti per la sua vita; progetti che ora sono morti con lui.

Era un ragazzo esemplare; ha sempre lavorato tanto e qualsiasi lavoro trovasse era sempre contento pur di essere indipendente. Avrebbe potuto riposarsi in questi mesi, divertirsi come fanno tutti i ragazzi della sua età, ma ha preferito trovare un lavoro e non essere di peso alla famiglia. Ci disse che aveva trovato impiego a Villa Rosa per un mese; era entusiasta perché con quello stipendio si sarebbe potuto pagare almeno tre mesi di affitto a Bologna e avrebbe potuto dedicarsi con maggior tranquillità agli studi. 

Era un ragazzo speciale perché trovare un ragazzo così oggi è molto raro. Noi non potremmo mai perdonare tre minorenni che hanno stroncato la vita di Antonio a soli 23 anni. Lui aveva un’intera vita davanti, piena di sogni e speranze. Ma tutto questo è stato brutalmente interrotto la tragica notte del 10 agosto.
Ciao Antonio , sarai sempre nei cuori di tutti Noi



Lucia, Giuseppe, Maria e Nicola
24 agosto 2009

Ristoranti, hotel, taxi L'estate delle truffe

La Stampa

Conti troppo salati, furti e minacce: storie di vacanze rovinate

FERRUCCIO SANSA


Migliaia di turisti gabbati ogni estate in Italia. I call center e i siti delle associazioni di tutela dei consumatori ormai intasati. C'è chi leggendo di truffe agli stranieri prova perfino un compiaciuto divertimento pensando all’ennesima dimostrazione della furbizia italica. Chi pensa a Totò e Nino Taranto che in «Totò truffa 62» vendono la Fontana di Trevi a un ignaro turista. Pochi, però, ricordano che la vittima della truffa è un emigrato siciliano, il signor Deciocavallo. Insomma, i truffati alla fine siamo noi: gli italiani.

Il repertorio è infinito: dai colpi classici come il «pollo» spennato al ristorante, a quelli che sfruttano le nuove tecnologie, perché i truffatori sono i primi ad adeguarsi. A cavalcare l'onda di internet. Truffe, furbizie, il confine a volte è sottile. Spesso a essere ferito è prima l'orgoglio del portafogli, come è successo a quei turisti che pochi giorni fa su una spiaggia di Ischia si sono visti presentare un conto di 80 euro per quattro polli arrosto. Ma qui non c'è niente di penale, al massimo un «bidone».

Così come non è una truffa - ma nemmeno un affare - far pagare 5 euro per una bottiglietta d'acqua, come in certi bar intorno a via Condotti, a Roma. Ognuno pratica i prezzi che crede, al massimo, «chissenefrega», i turisti l'anno prossimo cancellano l'Italia dalla loro lista. Tutto finisce nel dimenticatoio. Alla Maddalena il 10 agosto una famiglia milanese (non giapponese), due adulti e due bambini, si è vista presentare un conto di 856 euro. «Hanno chiesto uno spazio riservato e cibi fuori menù, aragosta e branzino», spiegano i gestori e la Finanza non rileva niente di illecito.

Al titolare di un noto ristorante accanto a piazza Navona, invece, sono arrivate una denuncia per truffa, le proteste del sindaco Gianni Alemanno e la menzione non proprio affettuosa sui quotidiani di Tokyo. La colpa? Nel giugno scorso aveva fatto pagare a due giapponesi la bellezza di 576 euro per una cena. Il menù, salatissimo non per il palato, comprendeva due antipasti, due primi, due secondi e due gelati. Più una mancia di 115,50 euro. Totale: 695 euro.

Così, sarà pure colpa della crisi, ma i turisti giapponesi negli ultimi tre anni si sono dimezzati (il 30 per cento in meno rispetto al 2008). C'è poi la zona di via Veneto, un caso a parte, perché qui gli spennamenti si ripetono da decenni: il record spetta a un turista di Hong Kong che il primo luglio si è visto chiedere 990 euro per una birra (ma alla fine, bontà loro, gli hanno fatto uno «sconto» di 490 euro perché ha presentato la carta di credito). Al confronto l’americano che pochi mesi prima aveva sborsato 980 euro per due bionde aveva fatto un affare.

Nel repertorio - sempre lo stesso, nonostante tante promesse - ci sono anche i taxi. Così il signor Hiroshi ha raccontato a milioni di lettori di un quotidiano giapponese la sua disavventura sulla famigerata tratta Fiumicino-Roma: 100 euro. Era finito nella mani dei soliti tassisti abusivi. A conti fatti gli costava meno un volo low-cost per Parigi (e proprio verso la Capitale francese sono emigrati tanti turisti orientali). E se non paghi, magari, prendi botte: un tassista capitolino è stato denunciato per violenza privata perché, dopo aver presentato un conto astronomico a due inglesi, avrebbe preteso il pagamento con metodi molto spicci. Città che vai, usanze che trovi. A Firenze andavano forte i parcheggiatori abusivi, che per pochi minuti ti facevano pagare come per la sosta di una navetta spaziale: venti euro agli stranieri, dieci e passa agli italiani. Tariffe etniche.

Ma può andare peggio, si può finire completamente prosciugati come i malcapitati turisti che dopo una notte in uno degli alberghi più lussuosi di Napoli (con suite da oltre mille euro) si sono ritrovati sulla carta di credito acquisti di televisori al plasma e vestiti di Armani. Colpa di un facchino manolesta (poi finito in manette) che in pochi istanti clonava le tessere. In fondo, però, sono sciocchezze, rispetto alle truffe dell'ultima generazione: viaggi, hotel e appartamenti fantasma prenotati soprattutto su internet. Se vi è capitato, potete consolarvi: è successo a migliaia di persone. Così la polizia aeroportuale di Malpensa ha ricevuto decine di denunce di viaggiatori che prima dell’imbarco si sono ritrovati con un'amara sorpresa: il tour operator che aveva intascato i loro soldi era fallito.

Le denunce, provenienti da tutta Italia, finora sono 400, ma potrebbero arrivare a mille e passa, tutta gente che già pregustava un viaggio al mare per pochi euro e invece se n'è rimasta alla Malpensa con le pive nel sacco. Ma è peggio non partire oppure ritrovarsi a destinazione e scoprire che l'albergo a cinque stelle è una topaia? Una comitiva di turisti genovesi è appena tornata da Marsa Alam, sul Mar Rosso, e descrive così all'associazione Voglio Vivere il suo soggiorno: l'albergo di lusso? «Un buco pieno di scarafaggi». Gli animatori del villaggio? «Due signori di mezza età timidi e impacciati». La piscina azzurrissima del depliant? «Una pozza torbida e maleodorante con i filtri rotti». Ma almeno la fantastica spiaggia sulla barriera corallina, quella c'era? «No, per raggiungere il mare si passava in una strettoia fra le rocce, c'è chi ha rischiato la pelle per fare un bagno».

Succede, però, anche a casa nostra, a Varazze per dire. Mamma e figlia appena arrivate nella casetta affittata in riva al mare hanno trovato scarafaggi da Guinness dei primati e si sono rivolti al loro «fidato» agente immobiliare. La risposta? «Che volete che siano due insetti». Un vantaggio, forse, alla fine c'è: torni dalle vacanze rimpiangendo la tua vita di ogni giorno. Magari perfino il capufficio.


Energia, l'eredità di Pecoraro è una bolletta da 555 milioni

Il Tempo


L'ex ministro stabilì limiti ridottissimi di emissioni. Nessun Paese ha abbassato così tanto i livelli. E adesso il governo deve risarcire chi "sfora". Nessun vantaggio ambientale, solo spese aggiuntive. L’economia italiana corre il serio rischio di dover pagare per il 2009 un ulteriore balzello di cinquecentocinquantacinque milioni di euro, poco più di mille miliardi delle vecchie lire. È la bolletta Pecoraro Scanio.

Quando il leader dei Verdi era ministro dell'Ambiente pensò bene di favorire le nostre imprese elettriche ed energivore con un piano nazionale di assegnazione delle quote di emissioni di anidride carbonica particolarmente penalizzante. L'argomento è un po' tecnico, se non ostico, ma il risultato finale è di una concretezza tale che conviene sforzarsi nel provare a capire. In base all'adesione al cosiddetto Protocollo di Kyoto finalizzato alla riduzione dell'inquinamento nel nostro pianeta, l'Unione Europea ha pensato di stabilire non solo degli obiettivi generali ma anche specifiche modalità con le quali ogni singolo Paese può concorrere alla nobile causa.

Tale sistema consiste nell'assegnazione — al sistema industriale di ogni Stato — di una certa quantità di tonnellate di emissioni e nel fissare un costo (quindi un disincentivo) per chi supera quella soglia. Ovviamente, pur nell'ambito di particolari e spesso discutibili criteri, la fissazione di queste quantità è legata anche alla capacità contrattuale dei singoli governi. Il piano europeo per l'attuazione della direttiva Emission Trading per il periodo 2008-2012 era già sfavorevole all'Italia perché prendeva come riferimento l'inquinamento storico e poiché il nostro Paese aveva già buone performances ambientali in termini di emissioni è evidente che non sarebbe stato avvantaggiato.

Il centrosinistra allora al governo aveva un'idea strana di europeismo: un tabù intoccabile anche quando produceva ingiustizie che penalizzavano la nostra economia. Non contento di questo, il ministro Pecoraro Scanio ha pensato bene di voler fare il primo della classe, a spese dell'interesse nazionale. Invece di determinare la quota italiana in 230 Mt Co2/anno come pure gli consigliavano i tecnici del suo ministero, ha voluto abbassare l'asticella a 201,63 Mt Co2/anno. In particolare, il titolare dell'Ambiente ha ridotto al lumicino (16,93 Mt Co2/anno) la quantità di emissioni per i «nuovi entranti», ovvero i nuovi impianti.

Cosa c'entra tutto questo con il costo — ripetiamo 555 milioni di euro per il solo 2009 — che dovrebbero sopportare i contribuenti italiani? Semplice: la legge finanziaria 2008 (varata sempre dal centrosinistra) prevede che il governo garantisca a tutti i nuovi impianti le quote eccedenti di Co2 oltre il tetto fissato dal Piano «a titolo gratuito». Senza considerare un rischio di sanzione stimato in 5,6 miliardi di euro, vi è intanto la necessità di trovare le risorse pubbliche per acquistare sul mercato le emissioni necessarie ai nuovi impianti.

Di qui, l'allarme per i 555 milioni di euro che nel 2012 potrebbero raggiungere quota 840 milioni di euro. Non soddisfatti del danno, dobbiamo anche subire la beffa di comprare la Co2 da Paesi come Francia e Germania che hanno performances ambientali peggiori delle nostre ma che non hanno avuto come ministri dei primi della classe come Pecoraro Scanio e che quindi hanno negoziato al meglio i loro fabbisogni nazionali. «Il ministro dell'Ambiente di allora — spiega Corrado Clini, direttore generale del ministero — ha ritenuto che fosse giusto ridurre le quote, convinto che in questo modo le imprese italiane sarebbero state costrette ad investimenti in nuove e più efficienti tecnologie.

Valutazione sbagliata, perché in ogni caso il miglioramento delle già elevate performances delle imprese italiane a partire dal 2009 avrebbe richiesto costi marginali altissimi senza risultati apprezzabili: in tempi brevi margini di miglioramento significativi sono possibili solo in processi industriali obsoleti». Evidentemente l'approccio ideologico di Pecoraro Scanio non poteva prendere in considerazione l'idea che l'industria italiana fosse mediamente più efficiente di quella europea.
La conclusione è che il costo elevatissimo che il Sistema Paese (e i suoi contribuenti) rischia di pagare non produrrà nessun vantaggio ambientale. «Si tratta — spiega ancora Clini — di una evidente distorsione, che non ha nulla a che vedere con la riduzione delle emissioni».

Nei giorni scorsi dalla sinistra è partito un tam-tam volto a criminalizzare il governo di centrodestra, reo di far pagare ai cittadini un costo per la propria scarsa sensibilità ambientale. Si tratta solo di un tentativo maldestro di mettere le mani avanti e coprire invece un colossale errore del ministro Pecoraro Scanio. Ora, a questo esecutivo toccherà tentare di mettere una toppa e di rinegoziare con la Commissione Europea i termini della direttiva che è a monte di tutto questo ottovolante. È facile prevedere che Francia e Germania — che solitamente in Europa sono più e meglio rappresentate — cercheranno di tenersi stretto il bottino così facilmente regalato loro da Pecoraro Scanio.

La questione ormai non è più da dibattito politico. Non serve spiegare chi e come è più eco-sensibile. In ballo, adesso, c'è un costo per il Paese che, tanto più in un periodo di crisi come questo, è semplicemente insostenibile. Tutte le forze politiche e tutte le istituzioni devono fare quadrato per assicurare la salvezza da quello che si presenta a tutti gli effetti come un colpo mortale alla competitività economica dell'Italia. www.formiche.net


Paolo Messa


Messa per separati e divorziati A Genova il primo esperimento

Libero


Per una domenica la chiesa si fa bipartisan: al mattino la messa per le famiglie, al pomeriggio quella per separati e divorziati. È successo per la prima volta a Genova, nel santuario della Madonna della Guardia, il più caro ai genovesi credenti, per iniziativa del suo rettore, mons. Marco Granara.

Nessuna forzatura della posizione della Chiesa sul delicato tema del matrimonio e della famiglia - sottolinea don Marco Granara - ma solo la sottolineatura che separati e divorziati sono credenti a tutti gli effetti, non devono sentirsi «scomunicati» (possono partecipare all'Eucaristia senza prendere l'ostia consacrata) e che la Chiesa è vicina a tutti perché «è anche madre».

Una posizione - aveva ricordato giorni fa il «Corriere mercantile» in un servizio di annuncio dell'iniziativa - condivisa anche dall'arcivescovo di Genova e presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, che nel programma diocesano aveva esortato: «Le comunità cristiane curino le ferite delle famiglie disgregate».

Se in mattinata si è celebrata la festa della fedeltà nella famiglia con gli sposi, nel pomeriggio la messa dedicata a separati e divorziati preceduta da una chiacchierata sotto gli alberi sul tema «fedeltà, valore non negoziabile per chi crede». Ad assistere soprattutto gli aderenti ai gruppi di preghiera dei «separati fedeli», cattolici che anche dopo il fallimento del proprio matrimonio continuano a vivere la fedeltà e l'indissolubilità del matrimonio.

Moralisti

di Vittorio Feltri


Addirittura due pezzi in prima pagina su altrettanti quotidiani, la Repubblica e il Manifesto, dedicati alla mia trascurabile persona colpevole di essere tornata alla direzione del Giornale che ha un difetto imperdonabile: appartiene alla famiglia Berlusconi. Il noto moralista dell’ultima ora, Giuseppe D’Avanzo, sul quotidiano di San Carlo De Benedetti sfodera nell’occasione una figura retorica per lui nuova: l’ironia. 

Dimenticandosi che questa è un’arma pericolosa se maneggiata senza perizia; può uccidere chi la usa e non chi dovrebbe esserne colpito. Il lettore frettoloso, come la maggioranza dei lettori, bevendosi la prosa di D’Avanzo non capisce se è di fronte a un paradosso, cioè a una verità acrobatica, o a qualcosa da prendersi alla lettera. Intendiamoci, lungi da me il desiderio di criticare lo stile dell’insigne editorialista: semmai voglio segnalare che il mio censore, nell’impegno del suo esercizio, perde di vista la realtà e mi attribuisce concetti mai espressi nel fondo d’esordio. Un esempio.

Nel riportare una mia frase allo scopo di sottolineare quanto sono cretino, sbaglia. O imbroglia? Io avevo battuto: «Fosse dimostrato che l’Avvocato Agnelli non era quel gran signore lodato, imitato, indicato da tutti quale modello, ma un furfante...». D’Avanzo invece modifica e virgoletta: «Questo furfante di un Agnelli, scrive Feltri, ha sottratto soldi al fisco...». 

Vi sembra un modo corretto di polemizzare o non piuttosto la manipolazione di un testo, la distorsione del pensiero altrui a fini speculativi? Un altro punto prova la malafede dell’articolista progressista. 

Nel mio pezzo osservavo: non è giusto condannare un personaggio prima della sentenza. 
Peccato che mentre per Agnelli questo principio è stato rispettato, per Berlusconi no. Ebbene, secondo D’Avanzo, Feltri «decide di liberarsi di quell’inutile fardello che è il garantismo, favola buona soltanto per il Capo e gli amici del Capo, e picchia duro, durissimo» (su Agnelli). Esattamente il contrario di quanto ho affermato. 

È incredibile come la Repubblica pur di attaccare un avversario arrivi a stravolgerne completamente le idee, falsificando con spudoratezza perfino le sue parole stampate. Come si fa ad aver fiducia di giornali così? Tra l’altro, per criticare me non c’è bisogno di inventare, caro D’Avanzo; non occorre spremersi la fantasia, basta un po’ di intelligenza. Coraggio, puoi farcela anche tu. Ma non devi più elencare tutte le presunte malefatte di Berlusconi; non serve perché da quindici anni voi non parlate d’altro e la giustizia milanese non fa che organizzare in proposito inchieste e processi dall’esito nullo. 

Già, nullo. E non dire che ciò è dipeso e dipende dal lodo Alfano, in vigore da un anno soltanto.
Quanto alle presunte menzogne del Cavaliere, finché riguardano corna e similari non ne tengo conto: non ho i titoli né la fedina sessuale adatta per impancarmi a giudice. Lascio a te, che sei puro come un giglio, questo compito. 

E veniamo al Manifesto. Che ieri ha pubblicato un corsivo dal titolo: «Feltri, a Papi serve l’Avvocato», nel quale fra una spiritosaggine e un’altra, difende come si conviene a un giornale comunista la memoria offesa del capitalista Gianni Agnelli. Il pezzo si conclude con una trovata geniale: «... prendersela col padrone morto per salvare l’utilizzatore finale vivo. Ma senza megafono, mi raccomando».

Manca un particolare: il padrone è morto, ma i suoi soldi sono vivi e gli eredi si scannano per intascarli, fisco permettendo. Per concludere, una carezza, anzi due, a Travaglio che firma per la trecentesima volta lo stesso articolo su di me. Lo sfido a pescare nella mia non esigua produzione giornalistica una frase con la quale abbia chiesto scusa a Di Pietro. Seconda carezza. Se è vero che la questione fiscale relativa al patrimonio dell’Avvocato è già stata appianata a metà degli anni Novanta, perché Margherita Agnelli l’ha scoperta solo adesso? E perché l’Agenzia delle entrate se ne interessa tanto? 

Chiedo scusa ai lettori per aver inflitto loro questo pistolotto, ma è bene si sappia che il Giornale non è uno zerbino per le scarpe sporche di chi cammina nel pantano.


Tutti i traffici oscuri di Carlo De Benedetti: vendeva segreti all'Urss

di Pierangelo Maurizio



E Cossiga disse: «Caro Carlo, se non eravamo noi a farti scudo...». Cossiga è Cossiga, presidente emerito della Repubblica. Carlo è l’ingegner Carlo De Benedetti, l’imprenditore «tessera n. 1 del Partito democratico» ed editore del Gruppo l’Espresso. A raccontare le imprese dell’Olivetti, quando il marchio storico delle macchine da scrivere e poi dei computer era per l’appunto dell’Ingegnere e di Franco Debenedetti (fratelli e però diversi anche nel «de» attaccato o staccato), è Roberto Mariotti. Cinquantasei anni, uno dei massimi dirigenti dell’Olivetti a Mosca quando c’era ancora l’Unione Sovietica, condannato a 6 anni per spionaggio internazionale. Li ha scontati tutti dal 2001 (una volta rientrato dalla Russia dopo una storia d’amore finita male e una latitanza in Russia durata 11 anni).

Storie da guerra fredda, con il Muro e l’Armata rossa che era il principale nemico potenziale dell’Occidente. E quindi anche dell’Italia. Ma non dell’Olivetti che con l’Urss faceva affari d’oro. Esportando anche materiale elettronico ad alta tecnologia, sostiene Roberto Mariotti, e aggirando l’embargo imposto al regime comunista che si temeva potesse utilizzare queste forniture a scopi militari.

«Una grande ipocrisia», racconta al Giornale, «un traffico durato anni. Avveniva sotto gli occhi di tutti, solo con qualche accorgimento formale. Basti dire che da noi in Olivetti era presente anche un agente del Sismi, il servizio segreto militare. Era, o così diceva di chiamarsi, il signor Di Giovanni».

L’azienda di Ivrea si aggiudica un affare gigantesco nell’84 quando vince un contratto da 200 milioni di ecu (l’allora moneta della comunità europea, equivalente a 100 milioni di dollari) per il grande impianto di Leningrado. Qui si dovranno produrre le Cpu (Controll power unit), il «cervello» delle macchine a controllo numerico.

Vince grazie alle entrature negli apparati sovietici ma anche alla capacità di fornire quanto viene richiesto. «La parte pulita cioè non soggetta alle restrizioni CoCom (ndr, era l’organismo che sovrintendeva all’embargo di merci “sensibili” verso il blocco dell’Est) formalmente veniva fornita dall’Olivetti, la parte sporca, cioè la strumentazione ad altissima tecnologia che mai e poi mai sarebbe potuta arrivare da un Paese membro della Nato come l’Italia, transitava per una società di copertura con sede a Vaduz, Liechtenstein.

Si chiamava Sebato e l’amministratore era un uomo Olivetti - aggiunge l’ex manager -, Mario Guerreschi».
Il caso esplode nell’89 durante la visita del presidente della Repubblica Francesco Cossiga e del presidente del Consiglio Giulio Andreotti a Washington. Un Bush senior infuriato minaccia ritorsioni se l’Olivetti «non la smette». Non la smette di fare che? Le macchine a controllo numerico con la strumentazione fornita da Ivrea servono ai sovietici per mettere a punto il nuovo bombardiere a decollo verticale.

Niente meno. E che succede? Praticamente nulla. «Caro Carlo, se non eravamo noi a farti scudo...», dirà anni dopo Cossiga. «Fu licenziato Franco Saltori, il capodelegazione dell’azienda a Mosca», ricorda l’ex dirigente: «In realtà il sistema era più che collaudato». Come venivano superati controlli e dogane? «La parte sporca in carico alla Sebato per l’Europa formalmente veniva acquistata da una direzione della Philips e venduta alla Sebato, bolle e fatture indicavano materiale innocuo, stampanti o quant’altro, non sottoposto a embargo.

Una volta arrivati al confine russo le fatture cambiavano, con la Sebato quale fornitore ed elencavano il tipo di merce. Nessuno si permetteva di controllare. Una volta un militare si è azzardato ad aprire il portellone e salire, l’ho visto volare giù dal camion...
».
Storie di un mondo fa. Ma in quanti sapevano? «Ripeto, la fornitura di componenti proibite era parte integrante dei contratti. Sicuramente erano al corrente i manager a Mosca, come il responsabile del progetto di Leningrado e l’amministratore delegato dell’Olivetti» risponde Roberto Mariotti. È pensabile che non ne sapessero nulla Carlo De Benedetti e il fratello Franco? «Difficile crederlo. Personalmente ho accompagnato Franco Debenedetti a una trattativa alla Stankovimport (ndr, in russo «stankov» significa macchina: era l’azienda di Stato per l’importazione), facevo da traduttore...».

Scusi, signor Mariotti, le sue affermazioni sono pesanti, non provate se non dalla sua testimonianza, di cui si assume tutta la responsabilità. Perché ne parla ora? «A dire la verità, quando nel 2001 mi consegnai di mia volontà, perché figuriamoci se qualcuno si sognava di cercarmi, all’ambasciata italiana a Mosca per un mese è rimasto con me un uomo del Sismi. Al quale ho raccontato per filo e per segno tutto, e con dovizia di particolari ben maggiore. Non ne ho più saputo niente. Né mi risulta che nessuna procura abbia mai aperto un’inchiesta. Solo io ho scontato sei anni di carcere...».

Dopo tanto tempo è difficile trovare conferme. Ma non arrivano nemmeno smentite tranchant al suo racconto. Mario Guerreschi ora è impegnato a fare il nonno, da tempo è rientrato in Italia. «Non ero io l’amministratore della Sebato - precisa - ma un austriaco. Io mi occupavo di tutte le forniture edili, dai pavimenti “galleggianti” cioè quelli che vengono messi sopra i cavi, ai bagni, ecc., per il grande impianto di Leningrado. Eh, magari averne ancora di lavori così...», sospira: «Le forniture di materiale elettronico embargato? Se ne sentiva parlare, ma io non so nulla per conoscenza diretta. Ho già detto troppo. Sono cose delicate. Ci sono stati anche dei processi...». Si riferisce al processo in cui è stato coinvolto Roberto Mariotti? «Sì». Lei è stato chiamato come testimone?

«No... Io fornivo quello che chiedevano i sovietici, con quelli dell’Olivetti eravamo tutti un gruppo... Diciamo che la Sebato collaborava con l’Olivetti». Franco Saltori, all’epoca responsabile dell’azienda di Ivrea a Mosca, è ancora in Russia con una sua società. Risponde cordiale e amichevole: «La Sebato? Il nome non mi dice nulla. Ma non è detto che cercando nella memoria non la ritrovi. Guardi comunque, su questa storia delle forniture proibite si è molto fantasticato, si è molto ingigantito rispetto alla realtà. E io non fui licenziato nell’89. Diciamo che me ne ero andato un anno prima, facendo l’errore più grave della mia vita. Fossi rimasto con l’Ingegnere e con Robertino...». Robertino chi? «Ma come chi? Roberto Colaninno, allora il braccio destro di De Benedetti. Fossi rimasto, dicevo, magari adesso sarei all’Alitalia».

Anche Franco Debenedetti, ex senatore dei Ds e fratello di Carlo, è molto gentile. Dopo averlo cercato, richiama lui. «Mai sentito parlare della Sebato», spiega: «Tutto avveniva alla luce del sole. Se Bush sollevò il problema è perché parlava di cose risapute, no?». Veramente gli Usa vi accusavano di cedere ai sovietici componenti che avrebbero avuto un impiego nella potentissima macchina bellica contro l’Occidente e l’Italia. «Bush me lo fa venire in mente lei ora... Guardi, la cosa è semplicissima - ribatte l’ex senatore -, delle macchine a controllo numerico me ne occupavo io. C’erano macchine che si potevano esportare e altre no. L’Olivetti effettuava le forniture autorizzate. Del resto non vedo neanche come si potessero aggirare i controlli. Tutto qui. Nei confronti dell’Olivetti non ci sono mai stati procedimenti. Ciò che conta è ciò che è stato accertato. Il resto sono fantasie».

Il problema è proprio questo. Il racconto di Roberto Mariotti non è mai stato accertato, non è mai stato verificato se ciò che dice abbia il minimo fondamento oppure no. Il momento della verità sarebbe potuto arrivare il 13 luglio ’90. A Torino sono arrestati Maria Antonietta Valente, da sempre a capo della segreteria Divisione estero dell’Olivetti, e Victor Dmitrev, un agente del Gru, lo spionaggio militare sovietico. La donna sta consegnando un importantissimo - e segretissimo - codice Nato. Nella busta in realtà c’è carta straccia, ma i due non lo sanno. Roberto Mariotti sfugge alle manette perché è a Mosca.

Per la magistratura italiana è stato lui a dire all’impiegata modello dell’Olivetti, su domanda dei sovietici, di procurare il codice. «Era una delle tante richieste che arrivavano - racconta ora -, ma io non avevo la più pallida idea di che cosa fosse». Il processo a Torino nel ’91 si conclude con condanne severe, quattro anni all’impiegata modello e al sovietico, sei anni in contumacia a Mariotti. Apparentemente severe.

La donna ha avuto subito gli arresti domiciliari, l’agente segreto poco dopo è graziato dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Inchiesta e processo sono rimasti circoscritti all’episodio. Non risulta che Carlo De Benedetti, gran capo dell’Olivetti e del gruppo editoriale Repubblica-Espresso, sia mai stato sentito. Del resto le antenne dei mass media sono orientate altrove. Siamo alla vigilia di Tangentopoli, il «Giudizio universale» che sotto le accuse di corruzione e finanziamenti illeciti spazzerà via tutti i vecchi partiti, tutti tranne il Partito comunista italiano.

L’unico che potrebbe avere molto da dire è lui, Roberto Mariotti. Però è a Mosca a godersi una latitanza non difficile con un regolare passaporto russo, una moglie russa, aiutato dagli amici russi. Quando la storia d’amore con la donna da cui ha avuto l’adoratissimo figlio naufraga, nel gennaio del 2001 si consegna all’ambasciata italiana ed è estradato in Italia. Ma sembra non interessare più a nessuno, personaggio di un tempo morto. Anche se qui da noi sono aperti diversi filoni di inchiesta per (non) accertare la rete di spie, gli scambi inconfessabili, la galassia delle collusioni con l’ex nemico dell’Est.

Nessuno si affaccia alla sua cella. «La cosa riguardava alcuni dipendenti. L’Olivetti non c’entrava nulla, come ha stabilito il processo senza dubbio» ripete Franco Debenedetti. Ma non le sembra che la vicenda dimostri quanto meno una certa consuetudine, da parte di alcuni dirigenti, a questi traffici? Forse è un’impressione, ma la voce ora suona appena un po’ irritata: «Sa una cosa? I dirigenti all’epoca a Mosca avevano una vita molto dura». In che senso? «Pensi lei quante D’Addario ci potevano essere... E con questo la saluto, buona sera». «Ai tempi d’oro alcuni dirigenti dell’Olivetti a Mosca» replica Roberto Mariotti, «mi avevano assicurato che c’erano dei fondi speciali nel caso in cui fosse successo qualcosa, di non preoccuparmi. Quando sono uscito dal carcere, Franco Debenedetti mi ha risposto: ci sono due organizzazioni che danno soldi, le banche o gli usurai».

pierangelo.maurizio@alice.it