venerdì 21 agosto 2009

Conto da 850 euro a La Maddalena Ristoratore: "Prezzo equo per 4 persone"

‘’Hanno chiesto una zona riservata e mangiato prodotti costosi - ha spiegato il responsabile  - non credo che il conto sia eccessivo. E poi, nel locale ai clienti si porta in visione il cesto del pesce e dell’aragosta e sono loro a scegliere cosa mangiare". I controlli eseguiti dalla Guardia di Finanza sembra non abbiano riscontrato nulla di anomalo


Milano, 19 agosto 2009

Per un ristoratore de La Maddalena il conto da 850 euro presentato ad una famiglia milanese è equo. ‘’Hanno chiesto una zona riservata e mangiato prodotti costosi - ha spiegato il responsabile de ‘La scogliera’, Andrea Orecchioni - non credo che il conto sia eccessivo’’. L’uomo ha così replicato oggi dopo che la vicenda è stata resa nota ieri dal quotidiano 'Il Giornale'.
 
Il responsabile del ristorante, che si trova sul mare in località Porto Massimo a La Maddalena, ammette che è tutto vero. ‘’La famiglia, due adulti, un ragazzo ed una bambina, hanno chiesto una zona riservata del ristorante - ha precisato Orecchioni - hanno preso tre bicchieri di vino bianco, due acque minerali, due antipasti con aggiunta di cose extra al menu, un’aragosta ed un branzino, forse sta proprio qui il motivo del conto, a giudizio del cliente, molto alto.

Al ristorante ad ogni cliente si porta in visione il cesto del pesce e dell’aragosta, sono loro che scelgono cosa mangiare. Sono cinque anni che operiamo ottenendo dei grossi risultati, quest’anno poi siamo andati incontro a una bellissima stagione con clienti anche da Porto Cervo, come Naomi Campbell, Valeria Marina, Adriano, Bill, Ronaldo. E pagano tutti uguali per questo tipo di menu".

Il menu della famiglia milanese - precisa Orecchioni - comprendeva una aragosta da un chilo e 200 grammi, un branzino per tre persone, un filetto di manzo ai ferri, delle insalate, due acque ed un dessert. ‘’Per un totale - conclude - di 856 euro, con sei euro di sconto, non credo che il prezzo sia eccessivo’’. I controlli eseguiti dalla Guardia di Finanza sembra non abbiano riscontrato nulla di anomalo.


Un giorno in piscina col burkini islamico

Libero


Se avessi le orecchie a punta sarei un’eroina dei fumetti come Catwoman. Ma ho in testa l’hijab, un costume tipo Tafazzi e fanno 33 gradi all’ombra. Quindi sono un’islamica sfigata. O così almeno mi sento. 

Ore undici di una giornata di sole a martello. Entro all’Aquaneva di Inzago, paesotto appoggiato sul naviglio Martesana, tutta stretta dalle ginocchia ai polsi dentro una pelle di poliestere nera traspirante, e sopra, per mascherare la mia anatomia, una tunica marron comperata nell’unico supermarket arabo di Milano con la clear alzata. Dove, tra parentesi, quando ieri ho domandato «un burkini» mi hanno grugnito: «Un bur che?». 

E allora ho comperato l’anice stellato. Supero la biglietteria dell’Aquaneva senza problemi: pago. Il parco-con-piscine è già zeppo, e già puzza di barbecue. È il “mio” parco-con-piscine, questo. Dove vengo a sdraiarmi da giugno a settembre chiudendo gli occhi e facendo finta di sentire il frullo del mare. Ma stavolta sono diversa: ho su il burkini. E lo sento tutto: si crepa, al sole. 

il cerca marito

 

L’ho voluto indossare per vedere l’effetto che fa. A me e agli altri. E poi Souad Sbai, parlamentare del PdL, mi ha detto che loro il burkini lo chiamano “il cerca marito”: lo metton su le ragazze che vogliono attirare l’attenzione dei maschi. Le islamiche, quelle fanatiche, in piscina non ci vanno proprio, pena legnate. Le altre, le moderate, mettono il costume intero, al massimo. Il burkini è uno specchietto per le allodole delle sgallettate islamiche. 

E io ce l’ho su. Hai visto mai.Vedere, mi vedono. A saperlo prima, che per farmi guardare bastava uno scafandro da palombaro. Ognuno però mi guarda e allega una smorfia differente. Chi può, mi gira al largo. I giovani si danno di gomito e mi ridono in faccia. Le donne mi fulminano come se fossi una poco di buono. Le donne più in carne di più, chissà perché. I marocchini invece mi evitano: pensavo fossimo fratelli, speravo in un abbraccio a mollo, inshallah. 

Invece mi schifano: van via appena stendo il mio telo mare del re Leone a fianco del loro. Souad Sbai mi ha raccontato che in Marocco le donne mettono tutte il due pezzi. Nel Paese topico dei vu cumprà, le quote rosa oggi vanno alla grande: alle ultime elezioni di luglio, più di tremila signore han levato le poltrone di sotto ai maschi sederi. A Marrakech il sindaco è femmina. Quelle col burqa le chiamano Ninja, come le tartarughe dei cartoni animati: perché salgono sui taxi, si spogliano e vanno a darla via agli odiati sauditi. Come se da noi le peripatetiche si travestissero da madri superiore e poi copulassero con belzebù. Insomma: in Marocco sono avanti. Forse per questo i marocchini qui non mi si filano. Li spiazzo.

I bambini, invece. Quelli che le mamme di Verona hanno preso come scusa per rompere le scatole a un’intabarrata come me, qui a Inzago sono tutti carini. Tranne uno, che mi rifiuta una foto ma comunque s’inventa una balla gentile: «Vengo male». Gli altri mi guardano a occhi e bocca sbarrati, mi toccano e mi domandano «perché fai il bagno vestita». Poi pure qui arrivano genitrici-gendarmi. E me li portano via perché «non si parla agli sconosciuti». 

Aisha invece la incrocio sui gommoni gialli. Avrà 14 anni. Mi abborda lei e mi chiede se è un burkini, quello lì, perché lei lo ha visto alla tv. Ha saputo. Mi dice che le sue cugine a Genova lo usano in spiaggia da anni. E che qui invece «non siamo abituati. Difficile per te, neh?». Ha origini marocchine, e coi fratelli parla in francese. Una sua amica di Parigi le ha detto che lì è vietato. È vietato pure fare il bagno coi calzoncini. O ti spogli o niente. Aisha è l’unica che mi parla di sua iniziativa. Due uomini mi rispondono quando chiedo se posso sedermi. Facciamo quattro chiacchiere e uno mi domanda: «Ma puoi fidanzarti con uno non islamico?». 

La prendo come una proposta, vorrei approfondire ma mi scappa la pipì. E vi assicuro che con la muta addosso questa non è operazione semplice né veloce. Dopo il gabinetto, l’idromassaggio. In queste piscinette tonde come catini si sta stranamente larghi. Di solito ci si mena, per entrare. Stavolta son quasi sola. Chissà com’è. Un gruppo di adolescenti me lo dice in faccia: lì con te noi non ci entriamo. E piuttosto si stringe nella vasca a fianco che ora sembra la metro di Milano all’ora di punta. Tutto, ma l’abluzione con l’islamica-imbacuccata no. 

Castigata dalla gente

 

Io me lo dimenticherei pure, alla terza ora, di avere addosso tutto ’sto popò di roba. Non fosse per gli sguardi degli uomini, a metà tra l’allupato e il «ma guarda te». Allupati di cosa poi, che sembro un bruco delle recite scolastiche di fine anno. E per le scrollate di testa delle sciure, ricambiate da me, che guardo il loro punto vita liberale, mentre io posso evitare di stare in apnea, tanto con l’hijab la pancia mica mi si vede. 

Non sarà politicamente corretto, insomma, questo burkini che castiga le donne. Ma ci si sta freschi e in relax, senza la fissa del “se avessi spalmato meglio il Somatoline là”. E poi oggi non mi mortifica tanto il bukini, e magari l’anno prossimo ne fanno pure uno a fiori e lo provo, che mi sento una velina, nel senso di velata; ma il vuoto pneumatico che mi si crea intorno se mi muovo. Con questo caldo stare larghi va pure bene, per carità. Ma che tristezza, inshallah.
albina perri


Dimenticata la tomba di Mameli: tubi arrugginiti e un tricolore sporco

DOPO LE POLEMICHE SULL'INNO NAZIONALE, DEGRADO E MEMORIA STORICA

Nel cimitero monumentale romano del Verano,un sasso regge la bandiera sulla spalla del poeta 



La statua è coperta da un tappeto di aghi di pino, l’aiuola a terra è vuota e per­corsa da tubi arrugginiti a vista, un sasso tiene ferma la bandiera italiana, annerita come il marmo: è in stato di abbandono la tomba di Goffredo Mameli al centro del Quadriportico al Verano, e non è nem­meno l’unica. Girando tra i sepolcri, si no­tano gradini sbrecciati, crepe nei muri, ce­spugli e perfino alberi cresciuti tra le edi­cole e sulle cupole. «Ho ereditato una ge­stione fatiscente», sostiene l’amministra­tore delegato dell’Ama, Franco Panzironi, secondo il quale per sistemare il cimitero monumentale occorrerebbero tra i 18 e i 20 milioni di euro.

Per ora ce ne saranno 250 mila, che serviranno a restaurare sei sepolcri storici, fra cui quello di Trilussa. Ma al Verano il problema della sicurezza resta una priorità, mentre l’ad vorrebbe che inumazioni e cremazioni non fossero più a spese del Comune, visto che si trat­ta di servizi che le agenzie di pompe fune­bri fanno pagare ai privati. Sarà una «boiata estiva» - la boutade è del sindaco Aleman­no, che alla radio ha persino intonato qualche strofa dell’in­no nazionale - ma Goffredo Mameli non gode di ossequi particolari nemmeno tra i de­funti.

Saranno gli strali leghi­sti - Bossi propaganda «Va’ pensiero» - , al cimitero del Ve­rano la tomba del patriota è piuttosto malridotta. Se le spo­glie, nel 1941, furono traslate al Gianicolo, il monumento in­fatti è ancora in situ , tra gli eroi risorgimentali: da Giudit­ta Tavani Arquati a Giuseppe Avezzana. Sul lato opposto, in asse ortogonale, ripo­sano i nipoti di Giu­seppe Garibaldi, Bru­no e Costante.

Supino sul catafal­co, il poeta genovese è ricoperto da un tap­peto di aghi di pino: arsi dal sole, come il mazzo di fiori appassi­ti deposto, chissà, da qualche nostalgico. Arida l’aiuola ai la­ti della base lapidea, con tubi arrugginiti a vista. I lumi, così flebili da sparire nel riverbero mattutino, aggiungono una nota sinistra. Ma il dettaglio più stonato, per non dire bef­fardo, è il Tricolore appuntato sul petto dell'estinto con un sasso. Annerita, la bandiera ita­liana, come il marmo della sta­tua. «La manutenzione spiccio­la - spiega Anna Maria Cerio­ni, funzionario della Sovrinten­denza comunale ai Beni cultu­rali - è di competenza del­l’Ama».


«Il monumento di Ma­meli è stato trattato con il bio­cida nel 2003, per eliminare la patina organica. È in buono stato e lo monitoriamo con controlli periodici. Considera­ta l’estensione del cimitero, la­voriamo un tassello alla vol­ta ». Il prossimo intervento, fi­nanziato con 250 mila euro, consentirà il restauro di sei tombe storiche (Trilussa, Erco­le Rosa, Pietro Cossa, Pietro Roselli, patrioti dalmati Cola­santi e Salvi, Pasquale Adinol­fi), della Colonna ossario e del Redentore al centro del Qua­driportico. Epperò sono tanti, ancora, i «casi irrisolti», vuoi per la carenza di fondi, vuoi per la difficoltà di risalire agli eredi. Maria Egizia Fiaschetti




Il carabiniere col tatuaggio può essere promosso

Il Secolo XIX


Non un vezzo, né un capriccio, ma molto più semplicemente le iniziali del figlio tatuate sul polso per suggellare l’indissolubile legame affettivo. Per una piccola sigla impressa da anni su un polso il vice comandante della stazione dei carabinieri di Riomaggiore, il maresciallo ordinario Roberto Lacatena, ha rischiato di essere estromesso dagli esami per l’ammissione al concorso per diventare ufficiale dell’Arma.

Ma dopo il ricorso presentato dagli avvocati Roberto Giromini e Federico Pardini forse è definitivamente caduto il tabù dei tatuaggi che impediscono l’accesso o la progressione nella carriera militare a chi ne possiede alcuni, anche se di limitata dimensione ed apposti in parti del corpo non facilmente visibili.

Infatti il vasto contenzioso di fronte ai TAR e al Consiglio di Stato con riferimento a questa specifica questione parrebbe essere venuto meno a seguito di una recente vicenda processuale che ha visto incolpevole protagonista il vice comandante della stazione di Riomaggiore.

Il militare, infatti, si era visto estromesso dalla partecipazione al concorso per titoli ed esami per assumere la qualifica di ufficiale dell’Arma proprio per quel tatuaggio al polso di appena un paio di centimetri quadrati.

A seguito di questo provvedimento il militare decise di rivolgersi agli avvocati Giromini e Pardini i quali, dopo aver impugnato il provvedimento di esclusione dinnanzi al Tar Liguria, hanno richiesto e ottenuto la sospensiva del provvedimento impugnato così da consentire al ricorrente la partecipazione alle prove del procedimento concorsuale.

Il tutto alla stregua di un orientamento giurisprudenziale che, anche in considerazione del mutato costume sociale intervenuto nel nostro Paese, via via si sta consolidando nella giurisprudenza amministrativa.

La novità della questione è invece rappresentata dal fatto che il Ministero, a seguito della decisione cautelare, almeno “allo stato”, non l’ha impugnata davanti al Consiglio di Stato come di consuetudine e al contrario ha deciso di ammettere il militare - seppure con riserva - alle prove concorsuali orali, naturalmente tenuto conto del provvedimento provvisorio del Tar Liguria. Solo successivamente i giudici amministrativi si pronunceranno nel merito. Ma pare che i tatuaggi, piccoli e non esposti, non costituiscano più un ostacolo per i concorsi nelle forze dell’ordine.

Solidarietà: i soldi degli invalidi utiizzati per comprare le case

di Stefano Zurlo



Aveva truffato lo Stato non una ma due volte. Con i soldi che la Presidenza del consiglio girava alla sua onlus, aveva comprato un immobile a Torino, poi, non contento, Costantino Rossi l’aveva affittato per mille euro al mese all’ente di cui era presidente: l’A.N.I.CI, Associazione nazionale invalidi civili.

È una storia davvero imbarazzante quella scoperta dai finanzieri del Nucleo regionale dell’Abruzzo. Una vicenda inquietante da tutti i punti di vista: a quanto pare nulla andava per il verso giusto e la solidarietà proclamata ai quattro venti era solo e soltanto di facciata. L’A.N.I.CI. riceveva un contributo importante, sostanzioso, continuo nel tempo. Solo nel 2004, per capirci, 1,2 milioni di euro.

Soldi che sulla carta dovevano aiutare le persone con handicap, ma, secondo le Fiamme gialle, agli svantaggiati arrivava poco o nulla. Forse 500mila euro nell’arco di un quinquennio. Briciole.
Il resto prendeva un’altra strada e serviva a lustrare il tenore di vita e il patrimonio immobiliare del Presidente, Costantino Rossi. Il metodo escogitato per dirottare i denari era abbastanza semplice: Rossi prelevava dai conti dell’A.N.I.CI, riforniti da Palazzo Chigi.

O meglio, utilizzava gli assegni per fingere questa o quell’operazione che doveva servire solo per confondere le idee agli eventuali controllori e poter poi disporre di un consistente gruzzolo in contanti. In un caso, per esempio, Rossi aveva indirizzato un assegno al segretario dell’ente, Luigi De Angelis: sulla carta De Angelis doveva comprare un terreno e il Presidente voleva dargli una mano. Stranamente, però, l’operazione era saltata e i denari, monetizzati, erano tornati nella disponibilità di Rossi che li aveva spesi a suo piacimento.

E proprio da una transazione bancaria sospetta parte nel 2005 l’inchiesta, denominata Good life: il Nucleo valutario delle Fiamme gialle segnala ai colleghi dell’Aquila che qualcosa non quadra. L’inchiesta, condotta dalla Procura di Avezzano, è lunghissima e cozza contro un ostacolo quasi insormontabile. Stranamente i vertici dell’A.N.I.CI hanno fatto denuncia, sostenendo che tutta la contabilità dell’organizzazione, e in particolare proprio gli anni nel mirino dei militari, è stata rubata.

Le Fiamme gialle devono tornare in banca e verificare uno per uno ventimila assegni. Il quadro che emerge è sconfortante: gran parte dei fondi ricevuti da Roma serve solo per soddisfare le esigenze del Presidente. Non solo: molte sedi dell’A.N.I.CI sono fasulle. E a coronamento di tutti i sospetti si scopre che nel febbraio 2006 Rossi e De Angelis sono stati condannati per fatti analoghi dal tribunale di Roma a 3 anni di carcere.

Eppure i finanziamenti sono andati avanti. Per anni. Regolarmente. Ogni dodici mesi l’A.N.I.CI ha incassato 1,2-1,3 milioni di euro; nel 2000 il contributo record ha sfiorato i 2 milioni.
Alla fine, la coppia Rossi-De Angelis viene arrestata e, colpo di scena, da un garage affiorano tutte le carte di cui era stato denunciato il furto. Non era così, erano state nascoste per evitare che qualcuno mettesse il naso in quello scandalo. Rossi e De Angelis restano in carcere quaranta giorni, per qualche tempo agli arresti domiciliari, infine patteggiano per limitare i danni: evitano così di dover scontare la pena in cella.

Ma non finisce qui. Le Fiamme gialle ricostruiscono tutto il reticolo di appartamenti e case nel portafogli di Rossi. Alcuni immobili sono stati acquistati con i soldi destinati agli invalidi: quello di Torino e un altro a Roma, in via del Tritone. Certo, Rossi è proprietario di numerose case, fra il Lazio e l’Abruzzo. E su quei beni mette le mani la Corte dei conti che procede per recuperare il danno erariale, stimato, prudentemente, in 1,5 milioni di euro.

L’A.N.I.CI viene finalmente depennata dall’elenco delle onlus. Resta però il problema, drammatico, dei controlli, già sottolineato nelle precedenti puntate di questa inchiesta. Senza la segnalazione del Nucleo valutario, l’inchiesta non sarebbe partita. Ma i problemi c’erano ben prima: i soldi sono stati dirottati per anni, pochi disabili hanno ricevuto un aiuto concreto. È a livello amministrativo, non penale, che le associazioni non profit dovrebbero essere monitorate in tempo reale. E in tempo reale dovrebbero rendere conto dei contributi ricevuti.

Speriamo che al più presto siano potenziati i poteri dell’Agenzia per le onlus. È quello che auspicava in una recente intervista al Giornale il Presidente Stefano Zamagni. Oggi, per fare un esempio, l’Agenzia può aprire un dossier su una certa onlus, studiarne l’attività, arrivare alla conclusione che quella società debba essere tolta dal registro del non profit. Ma a quel punto, l’ente guidato da Zamagni può solo inviare un rapporto alla direzione delle Entrate. Quel parere non è vincolante. Potrà essere preso in considerazione, oppure no. E così, la farraginosità della norma è il miglior alleato dei furbi travestiti da buon samaritano.


Cari lettori, mi dispiace ma vi devo dire addio

di Mario Giordano


Mi dispiace. Con voi, cari lettori, ho sempre cercato di essere sincero, abbiamo condiviso gioie, dolori, preoccupazioni, tensioni, persino vicende personali (a proposito: grazie a tutti quelli - tantissimi - che hanno continuato a chiedermi notizie su mia figlia Alice e sulla sua scelta di andare un anno in America). E quindi non posso, arrivati a questo punto, raccontarvi balle: lasciare il Giornale mi spiace. Avrei voluto restarci ancora un po’, un bel po’. 

Avevo scelto di venire qui convinto che avrei potuto impostare un lavoro di lunga durata. Così non è stato, così non sarà. Da oggi lascio a Vittorio Feltri l’incarico di direttore che ho assunto l’11 ottobre del 2007 dalle mani di Maurizio Belpietro. Voglio che sappiate che non è dipeso da me. Non avrei voluto. Nella vita, però, ognuno di noi lo sa, ci sono cose che non dipendono dalla nostra volontà, e che bisogna accettare. Di buon grado. Magari cercando di leggere al loro interno tutti i segni possibili di positività. 

A me da oggi spettano altri incarichi professionali, in parte nuovi in parte no, comunque avvincenti. A voi spetta un altro direttore, in parte nuovo in parte no, comunque vincente. Dunque, con la stessa sincerità di prima, vi devo dire che, seppur a malincuore, me ne vado comunque grato e soddisfatto: grato per l’esperienza che l’editore mi ha dato la possibilità di fare con assoluta libertà in questi (quasi) due anni, soddisfatto per ciò di cui andrò a occuparmi (le nuove iniziative news di Mediaset e la direzione di Studio Aperto). 

In più mi conforta pensare che questi (quasi) due anni di lavoro non sono passati invano: il Giornale che lascio è un prodotto editoriale forte, robusto, pronto ad affrontare le sfide di una fase che non sarà certo semplice, partendo da una posizione di vantaggio rispetto ai suoi concorrenti.
Certo la situazione generale dei quotidiani è nota: il crollo della pubblicità, conseguente alla crisi mondiale, appesantisce i bilanci, il mercato dei prodotti «collegati» non tira più come una volta, tutti i giornali devono fare i conti con un futuro che inevitabilmente sarà diverso dal passato, e che quindi chiede radicali cambiamenti. 

Anche in questo però abbiamo precorso i tempi: il piano di risanamento avviato con l’amministratore delegato Andrea Favari (un grande professionista e un amico che, mi sia consentito, qualsiasi azienda editoriale vorrebbe avere in prima linea) ha dato e darà ancora i suoi frutti. E noto con una certa soddisfazione che i piani annunciati negli ultimi mesi dagli altri editori seguono nelle linee generali (riduzione dell’organico redazionale senza perdere in qualità, prepensionamenti accompagnati da inserimenti di giovani di talento, contenimento del numero delle pagine, contenimento del borderò, riduzione delle tirature «gonfiate», ecc.) quello che noi stiamo già facendo dall’ottobre 2007.

Per quanto riguarda i contenuti vi avevo promesso un giornale capace di recuperare nelle sue radici lo spirito per affrontare i nuovi tempi, e così abbiamo cercato di fare. Abbiamo provato a dare una sferzata di vitalità, uno slancio nuovo che pervadesse tutto il giornale, anche al di là della sezione strettamente politica o del titolone in prima, per darvi un quotidiano vivo e completo, con lo stesso spirito dalla prima all’ultima pagina, dalla cronaca allo sport, passando per l’economia, gli esteri, gli spettacoli e la cultura.

Che si denunciasse il filosofo copione Galimberti o si rivelassero gli scandalosi sprechi dell’Università, che si facessero le interviste esclusive dello sport (per esempio quella in cui Moratti ha annunciato l’intenzione di cedere Ibrahimovic) o quelle dello spettacolo (per esempio quella in cui Benigni parlava per la prima volta della sua «religiosità») abbiamo cercato di dare una lettura «da Giornale» a tutta la realtà, convinti di dover parlare a voi lettori di tutti gli aspetti della nostra vita e non solo di quella che scorre dentro i palazzi.

Certo: siamo stati e restiamo un quotidiano politico. E nelle battaglie politiche non ci siamo certi tirati indietro, basti ricordare la campagna con cui abbiamo rivelato le nuove magagne di Di Pietro, costringendo il figlio alle dimissioni e Tonino a imbarazzanti e insufficienti spiegazioni, o la presa di posizione decisa sul caso Englaro. Così come non ci siamo tirati indietro nell’ultima battaglia, quella aperta da Repubblica sul gossip: l’abbiamo fatto senza risparmiarci, a volte superando anche il senso di nausea di fronte a tale deriva giornalistica, ma senza oltrepassare il limite del buongusto. 

Per intenderci: abbiamo rivelato l’esistenza di un’inchiesta insabbiata sulle escort del clan D’Alema, proprio perché si trattava di un'inchiesta (inchiesta=notizia) e perché si parlava di prostituzione dentro le stanze di Montecitorio (Montecitorio=luogo istituzionale). Ma quello che fanno le persone dentro le loro camere da letto (siano essi premier, direttori di giornali, editori, ingegneri, first lady, body guard o avvocati) riteniamo siano solo fatti loro. E siamo convinti che i lettori del Giornale non apprezzerebbero una battaglia politica che non riuscisse a fermare la barbarie e si trasformasse nel gioco dello sputtanamento sulle rispettive alcove. 

Non voglio aggiungere altro se non un riferimento alle nostre «guide». Le inserzioni sul lavoro (presto copiate da altri quotidiani e settimanali), i vademecum sul risparmio, sulla previdenza o sulla casa, che tanto interesse hanno suscitato fra voi lettori. Alcune erano più riuscite, altre meno: ma dietro c’era il tentativo di fare del quotidiano uno strumento non solo di denuncia, di polemica, di battaglia, ma anche di servizio. Costruire e non solo distruggere. 

Creare fiducia e non solo vellicare gli istinti più bassi. Non si dice che per uscire dalla crisi ci vuole soprattutto un’iniezione di positività? Ecco: piccole dosi di positività noi le abbiamo distribuite tutti i giorni, abbiamo cercato di rappresentare l’Italia che ci crede, quella che lavora, che si dà da fare ogni giorno, magari sbuffa ma cerca qualcuno che la aiuti a risolvere i problemi, non solo qualcuno che urli che i problemi ci sono. 

Del resto non serve dilungarsi ancora. Il quotidiano che abbiamo fatto lo avete visto e lo avete apprezzato. Ci avete seguito anche nei passaggi più azzardati e più innovativi, come il cambio della grafica e della testata (quel Giornale in negativo che ci accomuna alle grandi testate europee), a dimostrazione che il popolo dei moderati sa riconoscere il rinnovamento (almeno il rinnovamento che pone le basi nella tradizione) e lo preferisce a ogni ottusa reazione. Ci avete seguito, ci avete appoggiato. 

Lo dimostrano le vendite in edicola, che in un momento di crisi generale, segnano un rilevante e costante aumento rispetto all’anno scorso, sia a giugno sia a luglio sia ad agosto. Ed è un dato ancor più significativo se si considera che nel frattempo il prezzo del quotidiano è aumentato del 20 per cento. Questa è la prova della vostra fedeltà e della vostra amicizia, cari lettori del Giornale: sapete essere critici, severi, inflessibili, ma date in ogni momento prova di un attaccamento straordinario a questa testata, che per tutti noi è qualcosa di più di un contenitore di idee e di notizie: è una bandiera.

Ebbene, noi questa bandiera l’abbiamo portata avanti due anni con gioia, emozione, fatica, orgoglio e soddisfazione. Abbiamo commesso tanti errori perché come diceva un mio vecchio amico «solo chi non mangia non fa briciole», ma ce l’abbiamo messa tutta. E allora lasciatemi ringraziare, prima di salutarvi per l’ultima volta, una redazione straordinaria, di professionisti esemplari e di persone perbene, un gruppo di talenti e capacità come ce ne sono pochi oggi in Italia.

Sono orgoglioso di essere stato alla loro guida e non dimenticherò l’attaccamento che mi hanno dimostrato per tutti questi due anni, fino a questi ultimi giorni. Aver preservato e valorizzato questo patrimonio professionale è la mia vera soddisfazione in questo momento: lo consegno al nuovo direttore, sicuro che saprà utilizzarlo al meglio per il bene del Giornale.

Infine, l’ultimo pensiero a Mario Cervi. Lo conoscete bene, sapete che ha fondato questo quotidiano, che ne custodisce l’anima e la memoria. Averlo avuto al fianco, dall’altro lato della porta, per tutti questi mesi è stato per me importantissimo. Mario Cervi viene in redazione presto tutte le mattine, legge i giornali, commenta le notizie. Con i suoi silenzi e con le sue mezze battute, mi faceva capire quando stavamo esagerando con i toni o quando stavamo prendendo strade che non condivideva, con la sua penna sempre lucida e precisa dava piccoli tocchi di timone per riequilibrare la linea.

Sempre signore, affilato ma mai volgare, puntuto ma mai becero, pronto a combattere e mai prono. Controcorrente. Galantuomo. Un po’ ironico, un po’ sarcastico. Cane da guardia. Impertinente. D’altri tempi eppure modernissimo. Con la memoria salda eppure pronto a lanciarsi in ogni sfida del futuro. Ecco a me piace pensare che l’anima del nostro quotidiano sia proprio così. Abbiamo cercato di difenderla e di rafforzarla. Ora so che da domani Mario Cervi non sarà più nel medesimo ufficio dove è stato negli ultimi dieci anni. Spero che con lui, da quell’ufficio, non se ne vada anche lo spirito del Giornale che da sempre incarna.