martedì 18 agosto 2009

Disabile, non sali a bordo"

Il Tempo

Il presidente del Fiaba, Giuseppe Trieste, resta a terra: Easy jet rifiuta l’imbarco sul volo da Milano a Lamezia. Un secondo tentativo con Alitalia è fallito: c’erano già altri due in carrozzina.

«Inaudito, mi hanno lasciato a terra perchè sono disabile». Giuseppe Trieste, presidente della Fondazione Italiana per l'abbattimento delle barriere architettoniche (Fiaba), ha presentato una denuncia contro la compagnia aerea Easy Jet perchè ieri, protesta, non lo hanno fatto imbarcare sul volo Malpensa-Lamezia Terme.

 «Ho fatto la mia regolare prenotazione segnalando di essere una persona in carrozzina e nessuno mi ha ha detto nulla», racconta Trieste al telefono. «Poi però, una volta al check in, mi hanno detto che senza accompagnatore la compagnia non accettava persone disabili. Una cosa assurda, sono quarant'anni che volo e non ho mai avuto problemi di nessun tipo». «Le mie proteste non sono servite a nulla: ho provato a chiamare il responsabile della compagnia e anche il responsabile dell'Enac di Milano, ma se ne è lavata le mani dicendo che è una decisione della compagnia», prosegue Trieste nel suo racconto.

 «In realtà - sottolinea - esistono norme precise al riguardo: c'è una direttiva europea che obbliga le compagnie ad accogliere qualunque passeggero. Tra l'altro - aggiunge - le stesse compagnie, proprio per sostenere i costi delle persone diversamente abili, hanno aumentato di un euro il prezzo del biglietto». Ecco perchè, prosegue, «ho presentato una denuncia per mancata assistenza e conseguente violazione delle norme comunitarie oltre che della convenzione internazionale dell'Onu sui diritti delle persone con disabilità». Il suo, almeno secondo Trieste, non sarebbe un caso isolato.

«I carabinieri ai quali ho presentato denuncia mi hanno detto che altre volte in passato ci sono stati analoghi problemi con la Easy Jet, ma i passeggeri non hanno mai denunciato il fatto». «Tra l'altro - conclude Trieste - dovevo andare a Lamezia per un convegno al quale partecipano anche tre commissari europei. La compagnia, che è inglese, dovrebbe rispettare il principio della responsabilità sociale d'impresa che ne fa un vanto etico nel rispetto delle pari opportunità».

E la beffa non finita. Alle 18 il presidente del Fiaba ha cercato di imbarcarsi su un volo Alitalia che decollava da Linate ma anche in questo caso non ha potuto imbarcarsi: c’erano già due disabili in lista. Così Giuseppe Trieste ha preso il treno ed è tornato a Roma. Stamattina ripartirà verso Lamezia per il convegno. «In treno non possono rischiare di non partire», è l’amaro sfogo del presidente dell’associzione che si batte per i diritti dei disabili.


Morta a 92 anni Fernanda Pivano

Il Secolo XIX



È morta questa sera Fernanda Pivano, in una clinica privata di Milano, dove era ricoverata da tempo. I funerali si svolgeranno probabilmente venerdì prossimo, a Genova, dove era nata il 18 luglio 1917.
La Pivano aveva da poco compiuto 92 anni e oltre un mese fa aveva consegnato a Bompiani la seconda parte della sua autobiografia.

Dori Ghezzi, grande amica di Fernanda Pivano, con cui ha condiviso tanti giorni insieme a Fabrizio De Andrè, parla dell’autrice che ha fatto conoscere in Italia i più grandi scrittori americani.
«Sono quelle persone straordinarie che ci regala il cielo ogni tanto e che se ne vanno. La Nanda è una parte dell’universo, non una piccola parte di me che se ne va».

«Fernanda Pivano ci ha insegnato un linguaggio universale che annullava tutte le distanze. Si faceva capire, dai più giovani a tutti gli altri» continua Dori Ghezzi, che qualche giorno fa è tornata dalla Sardegna per starle vicina. «Sapevo che questa volta non ce l’avrebbe fatta e sono contenta di esserle stata vicina in questi ultimi giorni. Poche settimane fa, prima che io partissi per la Sardegna - dice Dori Ghezzi - avevamo cantato `Bocca di rosa´ insieme. Ha lottato fino all’ultimo».
Dori Ghezzi ricorda anche i giorni passati con lei e Fabrizio De Andrè: «Tra loro c’è stato un legame straordinario che ha coinvolto anche me. Ho avuto la fortuna di convivere con persone non comuni».



Verona, burkini in piscina: bambini spaventati

di Redazione


Verona - La polemica sul costume islamico arriva anche nella città scaligera. Si è presentata con il burkini in piscina ma la cosa non è piaciuta ad alcuni clienti che si sono lamentati: in particolare alcune mamme hanno riferito alla direzione che i loro piccoli si sarebbero spaventati ala vista di una donna islamica con il capo coperto.

Bambini spaventati Il burkini infatti non è altro che un costume da bagno che fascia integralmente il corpo: dalle cavilglie fino alla testa. All’apparire della donna e sulla base delle lamentele dei bagnanti il responsabile dell’impianto si è dovuto sincerare della composizione del costume che, se non idonea, può consentire alla direzione di allontanare il bagnante che lo indossa.

Informazioni sui tessuti Secondo quanto riportato oggi dal quotidiano l’Arena di Verona la donna ha comunque potuto continuare a trascorrere la giornata in piscina promettendo di informare la direzione sui materiali con cui è realizzato il burkini.



Ramadan e moschea, impossibile continuare con questo tira e molla

di Sergio Rotondo


Dipende dal calendario lunare islamico: il 21 o il 22 agosto avrà inizio il Ramadan, il mese sacro dei musulmani che si concluderà il 19 o il 20 settembre. Durante questo periodo i seguaci di Maometto dovranno astenersi, dall’alba al tramonto, dal mangiare, dal bere, dal fumare e dal fare sesso, attività che sono invece consentite dal tramonto all’alba.

Un mese dunque che stravolge le abitudini non soltanto dei cinquantamila islamici che vivono a Milano (secondo il vicesindaco De Corato non sono però più di cinquemila i musulmani che seguono alla lettera il Ramadan) ma anche quelle dei cittadini milanesi che vivono nella zona in cui si svolge la preghiera.
Tutto ciò avveniva, fino a due anni fa, in viale Jenner; l’anno scorso, in seguito alle proteste dei residenti e all’intervento del ministro Maroni e del prefetto Lombardi, la preghiera serale fu spostata al teatro Ciak in via Procaccini. 

Quest’anno, a poche ore dall’inizio della preghiera, non si sa ancora dove potranno recarsi i musulmani. Il gestore del Ciak dice che alle condizioni dell’anno scorso (gli sono stati dati soltanto 5mila euro) lui non mette a disposizione il teatro, Abdel Hamid Shaari, direttore dell’Istituto culturale islamico di viale Jenner dice che loro sono disposti a trattare un affitto solo quando sarà trovata una soluzione definitiva.

È evidente che non si può andare avanti così, con queste polemiche e questi tira e molla. Ed è altrettanto evidente che il problema è la mancanza di una vera moschea a Milano. Visto che la Costituzione italiana garantisce la libertà di culto non vedo perché non si possa dire alla comunità islamica cercatevi un terreno isolato, compratevelo e costruite una moschea a vostre spese. Non vedo perché la preghiera dei musulmani debba diventare, ogni anno, un problema per il prefetto o per Palazzo Marino.

Si teme che la moschea potrebbe diventare un covo di terroristi? Che cosa cambia rispetto agli altri luoghi di raduno dei musulmani; toccherebbe alle forze dell’ordine e ai servizi tenerla d’occhio come suppongo che facciano con viale Jenner.

I milanesi sono stufi di assistere ogni anno a questi penosi tira e molla e comunque, il problema, non si risolve spostandolo da viale Jenner a via Procaccini o in qualsiasi altra strada di Milano. Non esiste nella nostra città un luogo adatto dove, per un mese, si possa pregare cinque volte al giorno e dove, al calar del sole, si possa tranquillamente mangiare e bere fino a tardi. Nessuno d’altra parte può impedire ai musulmani che vogliono farlo, di pregare cinque volte al giorno e poi di mettersi a mangiare, a bere e a fumare. Ma gli si dica chiaramente che il problema è loro non di Milano, non dei milanesi. E sono loro, gli islamici, che devono risolverlo nel rispetto delle nostre (e non delle loro) leggi. E se non gli sta bene che preghino in casa.


Islam, la nostra debolezza è la loro forza

di Ida Magli


L’episodio riguardante la normativa che regola il bagno delle donne musulmane nelle piscine inglesi può apparire come una semplice notiziola divertente, giunta a proposito per alleggerire la pesante afa di questo agosto. Ma in realtà tutto quanto si riferisce al comportamento delle donne è sempre, in ogni epoca e in ogni società, indicativo dei significati più profondi che reggono una cultura. Gli antropologi lo sanno bene: bisogna fare attenzione a come vivono le donne per capire un modello culturale, per conoscere i valori, i sentimenti, le passioni degli uomini che lo hanno creato. 

L’Inghilterra è oggi un Paese quasi completamente sottomesso ai voleri dei musulmani; il che significa che ha rinunciato, non tanto ai propri costumi, quanto a valutare e ad attenersi a qualsiasi regola o limite nei propri come negli altrui costumi. Il risultato, dal punto di vista della struttura di una società, è sconfortante. Se si è giunti a questo punto, tuttavia, non è un caso. Coloro che guidano il mondo lo hanno voluto. 

Gli scopi delle istituzioni che guidano la politica mondiale sono chiari: i popoli debbono unificarsi, comprendersi, tollerarsi, assimilarsi, in modo che non vi siano più differenze fra razze, religioni, costumi, sistemi di governo, patrie, nazioni, territori, lingue, monete, mercati. È sufficiente fissare l’attenzione sul nome che si sono date le principali organizzazioni che operano a livello planetario per comprenderlo: «Banca mondiale», «Fondo monetario internazionale», «Istituto Tavistock per le relazioni umane», «Istituto per gli Affari Internazionali», «Organizzazione delle Nazioni Unite», «Unione Mondiale delle Chiese», ecc. ecc. 

La maggior parte di queste organizzazioni mondiali sono nate alla fine della Seconda guerra, sotto il trauma dell’immensa catastrofe cui nessun Paese era riuscito a sfuggire, e mosse perciò dalla volontà di rendere impossibile il ripetersi in futuro di un così terribile dramma. Da lì l’idea di un Potere sovra-nazionale in grado di dirimere le controversie, di impedire la diffusione delle armi atomiche, di giudicare i criminali di guerra e così via. 

Ma questo era soltanto un primo passo. Subito dopo il disegno è diventato tutt’altro: dall’impedire la guerra a programmare la pace universale. Dimentichi del fatto che le guerre sono stati sempre i governanti e non i popoli a scatenarle, i governanti hanno cominciato a progettare, e un passo alla volta, a realizzare, l’uguaglianza-unificazione dei popoli, servendosi dell’incremento dell’informazione di massa e spingendoli a adottare il più possibile gli stessi gusti, lo stesso vestiario, gli stessi cibi, gli stessi divertimenti. 

A dire il vero questo primo passo non è stato difficile. La messa in atto della pianificazione mondiale del mercato, privo di dogane, di dazi, di barriere, con i supermercati forniti ovunque delle medesime cose, ha di fatto costretto i sudditi, anche senza volerlo, ad amare o almeno a servirsi di quello che si trovavano di fronte. L’imposizione di una pubblicità martellante, anche questa simile ovunque, ha fatto il resto: alla fine anche il più restio ha finito con l’ascoltare musica pop o con il masticare chewing gum. Il secondo passo era più difficile: far circolare popoli diversi tanto quanto merci diverse. 

Sono cominciate le immense migrazioni. Al primo segno di reazione negativa la pressione per convincere i sudditi è diventata più forte: vi deve piacere. I governi hanno impugnato il diritto a imporre la propria volontà, non tenendo nel minimo conto i risultati di due secoli di ricerca scientifica nel campo della sociologia, dell’antropologia, dell’etnologia, per non parlare dei secoli e secoli di storia che provano come non sia possibile la convivenza nello stesso territorio di due popoli senza che questa provochi terribili conflitti e alla fine la supremazia dell’uno sull’altro. Naturalmente il fattore determinante è la differenza delle religioni perché, contrariamente a quanto ritengono i politici occidentali, ogni religione è una cultura. Non esiste «cultura» senza religione. 

E dunque veniamo al fatto: il musulmanesimo è tanto più forte, in Europa, quanto il cristianesimo è diventato debole. È diventato debole per una serie di fattori (sui quali ovviamente non è possibile soffermarsi in questo momento) ma di cui si può indicare come uno dei più importanti proprio l’impossibilità di affidarsi alle Chiese, quella cattolica come quelle protestanti. Nel momento in cui i sacerdoti hanno cominciato a predicare, alla pari dei governanti, che bisogna rinunciare alla propria identità per rispettare quella degli stranieri, accantonando tutto ciò che si è amato e in cui si è creduto in passato, in quel momento è avvenuta una rottura profonda, uno smarrimento interiore irrecuperabile: non ci si è fidati più. 

La «fede» è fiducia. Il tradimento delle Chiese, dei Pastori, è diventato abbandono della religione di cui sono i rappresentanti. In realtà i Pastori si sono dimenticati di aver sempre predicato che la verità religiosa è una sola. Il sistema logico dell’uomo non sopporta contraddizioni. Ed è questa capacità di giudicare in base al sistema logico l’unica guida dell’Uomo per la sua sopravvivenza. Se tutte le religioni sono vere, allora nessuna è vera. In Europa questa semplice conclusione è stata devastante. È l’Europa, infatti, che ha coltivato il filo logico del pensiero da Aristotele a Galileo fino a giungere all’esplosione della Scienza. Tornare indietro, adesso, da questa acquisizione è impossibile.


Immigrato-eroe salva il vicino di casa Ma non in regola, rischia l'espulsione

Ii giorno

Dopo aver recuperato l'uomo che si trovava in pericolo, il marocchino ha chiamato i soccorsi ed è scappato, perchè con un decreto di espulsione a carico. L'associazione 'Sos Racket e Usura' si sta occupando della vicenda per far rinnovare il permesso di soggiorno al 22enne

Milano, 18 agosto 2009

Ha salvato dalla morte un vicino di casa che si era impiccato in un ponteggio fuori dalla finestra di un condominio dell’Aler in via Inama 24 a Milano e poi si è dileguato dopo aver avvisato i soccorsi, perchè con il permesso di soggiorno non in regola e un decreto di espulsione a carico.

Protagonista della vicenda, avvenuta la sera del 12 agosto e di cui scrive oggi il quotidiano 'Avvenire', è Mohammed Haida, un marocchino di 22 anni, in Italia da quando ne aveva 15, con il permesso di soggiorno scaduto da più di un anno.

‘’Sono rientrato in casa - ha raccontato il giovane - e l’ho visto appeso a un ponteggio, allora mi sono arrampicato e l’ho tenuto sollevato mentre un altro vicino tagliava la corda’’. L’uomo, C.P., 50 anni circa, è stato poi ricoverato al Niguarda e sarebbe ora fuori pericolo.

Della vicenda, confermata dalla testimonianza di diversi vicini di casa, si è interessata anche l’associazione 'Sos Racket e Usura', che oggi ha scritto un appello al prefetto e al questore di Milano perchè concedano il rinnovo del permesso di soggiorno al ragazzo.

“Mohamed è giunto in Italia quando aveva quindici anni -spiega l'associazione- ed è sopravvissuto nella ‘giungla' di Milano in mezzo a tanti suoi connazionali, conseguendo conquiste sociali importanti, tra le quali il permesso di soggiorno, che ultimamente non gli è stato rinnovato creando, un contenzioso legale. Ha cercato di ritagliarsi una sua vita in maniera legale ma attraversando sempre mille difficoltà".

E prosegue: "Il nostro avvocato Roberto Falessi ha più volte presentato istanze affinché venisse regolarizzata la sua posizione, ma senza riuscire ad oggi nell’intento. Chiediamo a Voi di avere il coraggio di tirare fuori dai cassetti le istanze a Voi presentate ed avere l’umiltà di accettare, in futuro, il dialogo al fine di leggere nelle storie delle persone, il valore di ognuna di esse, riconoscendone il valore di esempio di civiltà nei confronti degli altri.

Bisogna premiare questo ragazzo che in totale anonimato e allontanandosi in sordina, ha dimostrato a molti che i valori nel nostro paese hanno ancora delle solide fondamenta e che le Istituzioni che Voi rappresentate devono trasmettere questo messaggio. Mohamed da oggi è diventato anche membro dell’associazione 'Sos Racket e Usura', da anni impegnata nella lotta e contrasto alla criminalità organizzata, a sostegno delle migliaia di vittime che si sono rivolte a noi in tutti questi anni. Premiate questo ragazzo dandogli quel pezzo di carta che si chiama: ‘Permesso di soggiorno’”.

Il marocchino, che fa l’elettricista, secondo Roberto Falessi, il legale che sta assistendo il giovane e che collabora con l’associazione 'Sos Racket e Usura', avrebbe anche la promessa di assunzione da parte di un’impresa edile se si risolverà la sua situazione legale.

Al marocchino, dice Falessi, non è stato rinnovato il permesso di soggiorno nel gennaio del 2008, dopo che tre anni fa aveva rubato una macchina. ‘’Una sciocchezza - sostiene l’avvocato - commessa per leggerezza ma pagata fin troppo cara: aveva preso un’auto parcheggiata per rientrare a casa una sera tardi, quando la metro era già chiusa, ma aveva anche risarcito il danno al proprietario, tanto che e’ stato riabilitato dal Tribunale di Sorveglianza rispetto al reato di furto’’.


Bassolino e Santangelo ai medici: «Nessuno denunci i clandestini»

Corriere del Mezzogiorno

«Il personale sanitario deve prestare cure a tutti gli immigrati irregolari. Lo dice la Costituzione»


NAPOLI - I medici non devono denunciare i pazienti immigrati clandestini. Questo il senso della lettera firmata dal governatore Antonio Bassolino e l’assessore regionale alla Sanità, Mario Santangelo, e inviata ai responsabili delle Asl, degli ospedali, dei Policlinici universitari e degli Irccs, una circolare in cui chiariscono aspetti relativi all’assistenza sanitaria degli immigrati irregolari in Campania.

«In ossequio ai principi espressi dall’articolo 32 della Costituzione, il personale sanitario chiamato ad assicurare le prestazioni sanitarie al cittadino straniero non soggiace all’obbligo di denuncia derivante dagli articoli 361 e 362 del codice penale». Nella circolare si precisa che tale regola vale per tutto il personale (medico, professionale, amministrativo, tecnico) coinvolto nella cura del paziente.

Bassolino e Santangelo hanno chiesto inoltre a tutti i destinatari il massimo impegno per informare il personale attivo in tutti gli ospedali sulla normativa in questione. «Siamo impegnati - ha detto Bassolino - a garantire l’assistenza sanitaria a tutti quelli che ne hanno bisogno, senza operare distinzioni, così come stabilisce la nostra Costituzione. Affermiamo così il diritto alla salute di tutti, dei cittadini e delle famiglie migranti così come di tutta la nostra comunità. Il nostro pensiero va a tanti lavoratori immigrati che vivono in condizioni difficili. Sul terreno del diritto alla salute non intendiamo arretrare in nessun modo. Vogliamo, anzi, - ha concluso il governatore - sostenere sempre di più gli operatori impegnati a portare cure nelle realtà più critiche del nostro territorio, a cominciare da alcune aree del Casertano e da Castelvolturno».

17 agosto 2009(ultima modifica: 18 agosto 2009)



Come ti riduco a fogna la Grotta azzurra

Corriere del Mezzogiorno

Capri, in due colti sul fatto mentre sversavano liquami di pozzi neri attraverso un tubo di gomma: arrestati

NAPOLI - Gli inquinatori, e quelli campani ormai non si contano più, non lasciano intatta neanche la straordinaria Grotta azzurra dell'isola di Capri. Due individui, entrambi di Castellammare di Stabia, sono stati sorpresi la scorsa notte a sversare in mare in prossimità dell’ingresso del celebre anfratto roccioso, ad Anacapri, i liquami provenienti da alcuni pozzi neri di strutture ricettive e abitazioni non collegate alla rete fognaria. I due - Salvatore Guerriero, 28 anni, e Salvatore Criscuolo, 52enne - sono stati arrestati in flagranza di reato dai carabinieri della locale stazione. L’accusa è di deturpamento di bellezze naturali ed illecito smaltimento di rifiuti fognari in zona sottoposta a vincolo ambientale e paesaggistico. Ora da più parti si chiede che vengano effettuate analisi nello specchio d’acqua interessato.

DITTA DI ESPURGO - I due uomini arrestati sono dipendenti di una ditta di espurgo pozzi neri di Castellammare, e stavano sversando direttamente a mare attraverso un tubo di gomma posto sulla scogliera i liquami contenuti in una autobotte prelevati dai pozzi neri. L’autobotte (della capacità di 5000 litri) è stata sottoposta a sequestro preventivo. L’arresto dei due responsabili è stato convalidato: per loro sono scattati gli arresti domiciliari in attesa del processo rinviato al 25 agosto.

INDAGINI - Adesso i carabinieri di Anacapri guidati dal comandante di stazione Cristoforo Perilli hanno avviato una indagine sul territorio per stabilire se esistono responsabilità da parte dell’impresa di Castellammare, in provincia di Napoli. Intanto resta sotto sequestro l’autobotte adibita al servizio trasporto liquami. L'azione degli inquirenti è tesa, inoltre, a scoprire eventuali complicità. In pratica, c'è il sospetto che i due operai hanno agito in base ad un sistema collaudato di scarichi non autorizzati. Il dubbio degli inquirenti è che non si tratti di un episodio isolato ma che possano esserci dei precedenti. Tra la popolazione, intanto, ci si interroga sulla balneabilità della zona.

IL SINDACO: CI COSTITUIREMO PARTE CIVILE - Sull'increscioso episodio il Comune di Anacapri assicura «fin d’ora, il proprio impegno nella vigilanza diurna e notturna affinché tali incresciosi episodi non abbiano a verificarsi». L’amministrazione comunale intende, inoltre, costituirsi parte civile nel giudizio che eventualmente andrà ad instaurarsi «a difesa del buon nome della località turistica, nonché sotto il profilo della tutela igienico-sanitaria dei bagnanti».

LEGAMBIENTE: ATTO DI GRAVITA' INAUDITA - Il presidente di Legambiente Campania, Michele Buonomo, definisce l’episodio di «gravità inaudita». «Abbiamo proprio toccato il fondo - dice in una nota - Questo è un atto criminale, preoccupante. In Campania ormai l’illegalità ambientale ed il rispetto del territorio è all’anno zero. Non si fermano davanti neanche ad una bellezza come la Grotta Azzurra invidiataci in tutto il mondo». «Pensare di ridurre ad un fogna la Grotta Azzurra - conclude Buonomo - è opera solo di ignoranza, inciviltà e barbarie. Ormai la lista degli episodi di inquinamento sta diventando sempre più lunga e non risparmia nulla, mettendo sempre più a rischio il territorio, l’ambiente e la salute dei cittadini e turisti. Ora è necessario intervenire immediatamente per tutelare e preservare la Grotta simbolo del nostro Belpaese in tutto il mondo».



Cacciati dai baroni, scoprono il gene anti-cancro

di Guido Mattioni



Se è vero, come è vero, che esistono tanti validi motivi per dirsi orgogliosi di vivere in Italia, questa storia invece - o meglio, questo tipo di storia, perché ahimè ce ne sono state e continuano ad essercene tante altre di simili - è l'eccezione alla regola. È la smentita di quella verità. È fonte di un’indicibile vergogna per chi si senta, nell’intimo, semplicemente una persona perbene. È insomma l’amara constatazione che quell’aggettivo «Bel» che tanto amiamo preporre a «Paese», possa risultare a volte immeritato.

Tuttavia, a guardare negli occhi due persone speciali come Antonio Iavarone e sua moglie Anna Lasorella, entrambi ricercatori scientifici costretti nel 2000 ad andarsene in America, al Columbia University Medical Center di New York, per poter continuare le loro ricerche contro il cancro, ci possiamo immeritatamente consolare almeno con l'orgoglio di essere in fondo, anche noi - come loro - italiani. Perché in un loro articolo sulla prestigiosa rivista scientifica Development Cell, Iavarone e Lasorella hanno appena dato al mondo una grande, meravigliosa notizia.

Ovvero i risultati di quegli studi, di quel lavoro, di quelle ricerche che i due coniugi scienziati hanno potuto portare a termine solo dopo la loro «fuga» oltreoceano. Quegli stessi studi, quello stesso lavoro, quelle stesse ricerche che qualcuno in Italia, nove anni fa, aveva di fatto impedito loro. Si tratta della scoperta del gene che svolge un ruolo centrale nello sviluppo delle cellule staminali e nelle forme più aggressive di tumore del cervello. La loro scoperta, che dischiude speranze ritenute fino a ieri impossibili, è quella «di una proteina in grado di distruggere alcune delle proteine-chiave utilizzate per ottenere le Ips (acronimo di Staminali pluripotenti indotte, ndr) e di far così ripartire la trasformazione delle staminali in cellule adulte».

Ma se questa proteina individuata dai coniugi italiani - che come il gene che la produce si chiama Huwe1 - potrà aprire una porta verso la speranza per tutta l'umanità, il «Grazie», un grande e maiuscolo «Grazie», va senz’altro detto da tutti noi all'America. Perché al Policlinico Gemelli di Roma, dove dal '95 lavoravano nel reparto di oncologia pediatrica, i due scienziati napoletani avevano invece trovato soltanto ostacoli e umiliazioni. Tutte cose che loro avevano anche reso pubbliche in un articolo apparso nel 2000 su la Repubblica e intitolato «Da noi la bravura non paga».

«Il primario di oncologia, il professor Renato Mastrangelo, ha cominciato a renderci la vita impossibile - vi si leggeva -. Ci imponeva di inserire il nome del figlio nelle nostre pubblicazioni scientifiche. Ci impediva di scegliere i collaboratori. Non lasciava spazio alla nostra autonomia di ricerca. Per alcuni anni abbiamo piegato la testa. Poi, un giorno, all'inizio del '99, abbiamo denunciato tutto».

Un elenco di malvezzi, figli del nepotismo, e purtroppo né nuovi né tantomeno mai dismessi nel mondo accademico e scientifico italiano, come del resto questo stesso giornale aveva documentato in un'inchiesta in più puntate di due anni fa e dedicata appunto all'arrogante Parentopoli che umilia il nostro Paese, la sua università e la ricerca. Ovvio che dopo quella pubblica accusa, seguita dalla controdenuncia per diffamazione intentata contro di loro dal Mastrangelo (che poi però la perse), ai coniugi Iavarone non rimase che una sola via d'uscita, quella appunto di fare le valigie e lasciare l'Italia per l'America. Che tristezza.


Solidarietà: il tesoro della Onlus delle truffe

di Stefano Filippi


Era una delle più grandi Onlus che nel Lazio si occupavano di disabili: ne ha assistiti fino a 1.500. Disponeva di 12 strutture residenziali e non, sparse tra Roma, il litorale di Santa Marinella e i colli di Subiaco. Dava lavoro a oltre 500 dipendenti. Operava dal 1964 come centro di ricerca, riabilitazione e assistenza per handicappati fisici e psichici e persone affette da malattie neurologiche. Aveva ottenuto la qualifica di ente morale e la convenzione con la Regione Lazio. Questo colosso dell’assistenza è crollato nel 2006, sotto il peso di un crac finanziario e di un’inchiesta della magistratura. «Anni Verdi» si chiamava l’associazione romana, presieduta dal commercialista Mauro Lancellotti che tutti chiamavano avvocato senza che del suo nome vi fosse traccia negli elenchi dell’Ordine.

Lancellotti e altre sette persone (medici, dirigenti amministrativi, oltre alla sorella e alla compagna dell’«avvocato») finirono agli arresti domiciliari nel settembre 2006 mentre stavano per ricevere dalla Regione un assegno di 90 milioni di euro. Somme arretrate che Anni Verdi attendeva da tempo, protestava Lancellotti. In realtà quei soldi, secondo la procura della Repubblica di Velletri che coordinò le indagini compiute dai carabinieri del Nas, andavano a coprire ammanchi provocati da una gestione fraudolenta che speculava sulla pelle di migliaia di famiglie già provate dalla vita.

Fatture false per ottenere rimborsi gonfiati, prestazioni mediche mai effettuate, strutture non autorizzate, pazienti abbandonati senza assistenza: ecco che cosa avevano rilevato due anni di indagini. I primi problemi erano apparsi da tempo. Già dieci anni prima i dipendenti denunciavano ritardi di mesi nel pagamento degli stipendi, qualità scadente dell’assistenza prestata, trasferimenti o licenziamenti indiscriminati. Per incassare più soldi dalla sanità pubblica, disse la Cgil, era stato raddoppiato il numero di pazienti ospitati in alcune strutture e dimezzato il tempo dei trattamenti riabilitativi.

«Col tempo i dirigenti dell’associazione avevano aumentato la pressione sul personale e sui disabili», racconta oggi l’avvocato Nicola Sanitate, legale delle famiglie che si erano rivolte ad Anni Verdi credendo di ottenere assistenza specialistica di alto livello che le strutture pubbliche non riuscivano a garantire. «Li usavano come strumenti per costringere la Regione a concedere sempre più soldi. Erano arrivati a minacciare le dimissioni di decine di pazienti e il licenziamento di parte del personale».

Il rischio che i disabili dovessero tornare a casa aveva portato ad aprire una lunga trattativa con la Regione e il prefetto (allora era Achille Serra). «Quando l’accordo era solo da firmare - ricorda Vittorio Casasanta, presidente dell’associazione degli ex assistiti da Anni Verdi - Lancellotti si rifiutò di firmare e sciolse l’ente morale. Il prefetto dovette requisire le strutture di assistenza e nominare un commissario». La chiusura fu evitata, ma non il crac. Perché due mesi dopo scattarono i provvedimenti della magistratura.

L’ordinanza di custodia cautelare riferiva di ispezioni dei Nas da cui risultava che «i pazienti erano assistiti da personale privo di qualifiche». Che era stato «posto in essere un sistema per la creazione di denaro sfruttando collusioni con la Regione». Il centro di riabilitazione di Lavinio era abusivo ma «ha fruttato agli indagati circa un milione di euro»: denaro versato dalla Regione per 25 degenti che in realtà erano in carico ad altre strutture e quindi non avevano usufruito delle prestazioni sanitarie indicate dai medici. Dal conto corrente della Onlus erano stati trasferiti 250mila euro direttamente al conto personale del presidente.

E la Regione si apprestava a versare altri 90 milioni di euro in base a una sentenza del Consiglio di Stato che però l’assessore Augusto Battaglia si rifiutava di erogare avendo accertato che Anni Verdi non offriva standard assistenziali adeguati. «In dieci anni sono morti quattro pazienti - dice l’avvocato Sanitate - uno dei quali era annegato a Santa Marinella e un altro, un giovane tetraplegico e ritardato mentale, era rimasto soffocato dalle sbarre del letto nel quale dormiva».

Saltò fuori che a Lancellotti era riconducibile un piccolo impero imprenditoriale. «Lo conobbi che girava in 500 con la marmitta bucata», è l’immagine di Casasanta. Parallelamente all’attività benefica, l’«avvocato» aveva messo in piedi società per vendere auto di lusso, commerciare oggetti preziosi, pubblicare libri e riviste (Minotauro editore), oltre a imprese edili e agenzie immobiliari. In quasi tutte era presente anche la sorella, tra le responsabili di Anni Verdi, pure lei finita ai domiciliari. Lancellotti appariva poi nel collegio sindacale di due ditte specializzate nella fornitura di servizi sanitari. Il sospetto era che la Onlus acquisisse beni, servizi e forniture dalle aziende riconducibili all’«avvocato». E che personale impiegato in altre attività figurasse alle dipendenze dell’ente assistenziale e venisse stipendiato dalla sanità pubblica.

La detenzione domiciliare per gli otto responsabili della Anni Verdi è durata 20 giorni, finché un’ordinanza del tribunale del riesame ha sancito che le esigenze cautelari non erano giustificate. Ma la liquidazione della Onlus è proseguita, con un commissario (l’avvocato Paolo Mereu) nominato dal presidente del tribunale di Roma. La vendita dei beni immobili è ancora in corso. Le attività assistenziali sono state rilevate da nuove Onlus, che tirano avanti tra mille difficoltà.

Prendi il posto e scappa Sei presidi su dieci già trasferiti in Meridione

di Augusto Pozzoli


Cambia stagione ma la canzone è sempre la stessa, si ripete come un disco rotto. L’anno scorso di questi tempi venivano nominati 80 presidi di ruolo per altrettante scuole di Milano e Lombardia. Dopo un anno, però, ben 50, cioè oltre il 60%, se ne sono già tornati a casa. Tutti al Sud.

E ora la storia si ripresenta uguale: stanno arrivando altri 103 nuovi presidi, sempre provenienti dal Sud: Campania, soprattutto, ma anche Calabria, Puglia, Sicilia. Occuperanno sedi rimaste prive di titolare. E se tutto va come (tristemente) previsto, tra un anno buona parte di questi 103 presidi chiederà, ottenendolo, il trasferimento a casa loro, cioè al Sud. In questo modo si riattiva un «vecchio» e perverso fenomeno, difficile da fermare: il noto giochino della serie «Prendi il posto e scappa».

Abbiamo citato il caso lombardo, ma nel complesso, in tutto il Nord Italia, attualmente sono 250 i posti da dirigente scolastico liberi, e tutti saranno occupati da personale proveniente dalle regioni del Sud. Stando alla percentuale-media del 60 per cento, facile calcolare quanti tra un anno di questi tempi avranno già fatto le valigie per tornarsene nella loro regione...

Ma quella dei presidi in fondo non è che la punta dell’iceberg di un «sistema» che rischia, se non di affondare, di fare grossi danni alla scuola italiana. Infatti il meccanismo che regola il viavai tra le cattedre italiane degli insegnanti - molto più numerosi dei presidi - è il medesimo. Stesso andazzo, stesso scandalo. E che il viavai sia parecchio frenetico lo dimostra questo dato: di 150mila domande di trasferimento presentate dagli insegnanti in tutta Italia nell’anno scolastico 2008/09, quelle accolte sono state ben 90mila (a confermare invece il carattere «meridionale» della nostra scuola sono le graduatorie che raggruppano gli aspiranti-docenti, dove due neolaureati su tre sono meridionali: circa il 67%).

Ma torniamo ai «nostri» presidi. Perché avviene tutto questo? Ciò avviene perché le graduatorie del Nord, sia quelle dei concorsi ordinari che quelle dei concorsi riservati, sono ormai esaurite. Come è possibile? I concorsi si svolsero nel 2004 e 2006 su base regionale. Concorsi banditi per un numero di posti ben definito. «Noi – dice Antonio Lupacchino, dirigente scolastico provinciale di Milano – abbiamo rigorosamente rispettato le disposizioni. In altre regioni invece hanno messo a concorso più posti del dovuto e sono stati dichiarati idonei personaggi che credo non siano migliori dei nostri bocciati. Così le graduatorie non finiscono mai». 

Insomma, per Lupacchino si doveva trovare un’altra soluzione: «Indire un nuovo concorso per coprire le sedi che in questi ultimi anni si sono liberate. Così si evitava di ricorrere agli idonei delle graduatorie riservate dove c’è di tutto». Un problema che da tempo sta sollevando polemiche. Basti ricordare la recente vicenda al consiglio provinciale di Vicenza dove era stata approvata una mozione in cui in sostanza si chiedeva che a capo delle scuole vicentine venissero scelti presidi locali. Una mozione bipartisan, col voto favorevole anche di esponenti del Pd. Perché la polemica, sia pur tra differenze e precisazioni, è ormai trasversale.

Il “triste” valzer che sta per riprendere nelle nomine dei presidi rappresenta indiscutibilmente un gravissimo handicap per la scuola italiana. Lo sa bene per esperienza Antonio Lupacchino che dal suo osservatorio privilegiato ha modo di verificare come l’introduzione dei nuovi presidi provenienti dal Sud stia diventando troppo spesso un problema per gli istituti scolastici. «Abbiamo dovuto intervenire ripetutamente – dice – per arginare molte disfunzioni in questo settore. In alcuni casi il fatto che dopo un anno le persone nominate se ne vadano, per noi è un sollievo. Speriamo che la prossima tornata di presidi ci porti gente migliore: la scuola milanese non merita certe presenze».

I presidi del Sud potranno scegliere la sede soltanto il prossimo 25 agosto. Solo qualche giorno prima di rendersi conto della realtà che dovranno affrontare. Ma paradossalmente la vicenda non sarà ancora finita perché altre scuole si troveranno a non avere ancora un preside. E allora saranno affidate in reggenza a un preside già in servizio che in tal modo dovrà dividersi tra due istituti. A meno che non si ripieghi su qualche preside «incaricato», docenti che da anno svolgono questa funzione magari anche dopo essere stati bocciati al concorso riservato. Ma comunque hanno già dimostrato di essere migliori di molti che sono rimasti per un anno e se ne sono andati. Quasi sempre - come ama sottolineare con perfidia la Lega - al Sud.


Ristorante «La scogliera»

di Redazione


Ristorante «La scogliera», Porto Santo Stefano, Sardegna, isola della Maddalena, sera del 14 agosto. Ci sono lui, lei, la figlioletta di sei anni e la tata. Da bere ordinano tre calici di vino e due bottiglie d’acqua. Poi ordinano un antipasto per due, spaghetti all’aragosta per uno, branzino al sale per tre. L’aragosta viene mostrata senza dirne il peso, stessa cosa per il branzino.

Dopo gli antipasti, essendo il servizio lentissimo, chiedono di rinunciare al branzino, ma gli rispondono che ormai non si può più: il branzino però arriva un’ora dopo. La bambina, solo lei, alla fine prende un dolce. Estenuati, per accelerare il conto, consegnano la carta di credito che però viene riconsegnata già «passata» senza aver prima mostrato la cifra. Conto finale: 850 euro (sarebbero 856, ma hanno fatto lo sconto).

Nel dettaglio: 3 coperti 30 euro, 3 calici altri 30, 2 acque 10, 2 antipasti 120, 1 spaghetto aragosta 366 euro (1,200 kg, c’è scritto), un branzino 240 (2 kg, c’è scritto), 5 contorni 50, 1 dessert 10. Nota: ad Anzio, da «Armando», rinomatissimo ristorante di pesce - non si può ancora dire altrettanto de «La scogliera» - l’aragosta costa 120 euro al kg. Nota due: il celebre pranzo da «Passetto», recentemente denunciato a Roma da un turista giapponese, era per due, e il conto era 579 euro.