venerdì 14 agosto 2009

Da Valentino Rossi a Little Tony, il valzer delle residenze off shore

Montecarlo, San Marino, Londra: la mappa dei domicili usati per evitare le imposte. Il conteggio dei giorni di permanenza all’estero


Con il monitoraggio di spostamenti, bollette e ricevute, il fisco scopre le residenze effettive



ROMA —
Era il 27 luglio del 2000. Sede del ministero delle Finanze a Piazza Mastai, Ro­ma, la stessa dove ieri sono stati estratti i nu­meri del SuperEnalotto. Quel giorno sulla ruo­ta di Luciano Pavarotti uscì il 25, numero ritar­datario e non proprio fortunato. Con quell’as­segno da 25 miliardi di lire big Luciano chiu­deva il suo lungo duello con gli agenti del fi­sco. «Mi sento più leggero nell’animo e non solo...» disse con un sorriso di scena modello Figaro mentre stringeva la mano al ministro Ottaviano Del Turco.

Anche per lui l’accusa era la stessa, residenza fittizia all’estero. Nel suo caso un appartamento di 150 metri qua­dri tra i viali di Montecarlo, lì dove le tasse semplicemente non si pagano. Chiuse i conti così Pavarotti, segnando la strada ai tanti vip che very important person sono stati conside­rati negli anni dagli ispettori dell’Agenzia del­le entrate. Gira che ti rigira, i posti da tenere sottoc­chio sono sempre quelli: Montecarlo, le miti­che Isole Cayman, San Marino e anche Lon­dra, dove le tasse ci sono ma molto più legge­re di quelle italiche, specie per i redditi extra large.

Proprio a Londra, Sacksville Street, ave­va preso casa Valentino Rossi. Diceva di vive­re lì per almeno 183 giorno l’anno, il minimo sindacale per chi le tasse le vuole pagare al­l’estero. Gli ispettori del fisco hanno controlla­to date, spostamenti, bollette, ricevute. E quando gli hanno mostrato gli scatti che, pro­prio nei giorni in cui diceva di stare in Inghil­terra, lo immortalavano al Cocoricò di Riccio­ne e nel porto di Vallugola, vicino alla sua Ta­vullia, il dottor Rossi ha deciso di fermarsi per un pit stop. Nel suo caso il conto è stato anco­ra più salato: 45 milioni di euro da pagare in comode rate.

Sarà un caso, ma chiuso il dolo­roso capitolo e «tornato al 100 per cento italia­no », Valentino ha ripreso a vincere come pri­ma. Nel mondo delle corse, del resto, il dotto­re non è un’eccezione: sempre a Montecarlo avevano preso la residenza Loris Capirossi e Giancarlo Fisichella, anche loro finiti nelle ma­glie degli ispettori, con il pilota di Formula 1 che ha fatto atto di penitenza staccando un as­segno da quasi 4 milioni di euro. E non solo di motori si tratta. Nel Principato di Monaco aveva messo su casa pure il ciclista Mario Ci­pollini.

Ma l’accusa sostiene che anche per lui di residenza fittizia si tratta, visto tra l’altro che al padre, ricoverato in una casa di riposo, erano intestate a Lucca tre auto e una moto di grossa cilindrata. Stessi problemi per Ornella Muti, Umberto Tozzi, Alberto Tomba. E pure per il «cantante sanmarinese nato a Tivoli» (definizione di Wikipedia) Little Tony che la sua casa all’estero ce l’ha sul Titano. «Sono re­sidente lì — si è difeso il cantante — da sette generazioni. Il problema è che non mi sono mai messo a contare quanti giorni l’anno sto realmente in Italia». Gli ispettori sì. E in atte­sa di sviluppi gli hanno presentato qualche mese fa una multa da 160 mila euro.

Lorenzo Salvia
14 agosto 2009

Afghanistan, la moglie rifiuta il sesso? Il marito può lasciarla senza cibo

di Redazione


Kabul - L’Afghanistan ha adottato una legge che "legalizza la discriminazione" contro le donne della minoranza sciita, stabilendo in particolare che queste possano essere private del cibo se rifiutano al marito rapporti sessuali. Secondo Human Rights Watch (Hrw), che denuncia una manovra a fini elettorali del presidente Hamid Karzai, candidato alla sua rielezione il 20 agosto, la legge è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale del 27 luglio, anche se non è stato dato alcun annuncio pubblico.

Articoli lesivi dei diritti delle donne
La legge sarebbe un versione emendata di quella che venne adottata a marzo dal parlamento e poi ratificata da Karzai, ma che non poté entrare in vigore dopo le vivaci reazioni dei governi occidentali, che vi leggevano una sorta di legalizzazione degli stupri domestici. Il nuovo testo, denuncia Hrw che ne ha visto una stesura finale, contiene "numerosi articoli lesivi" dei diritti delle donne, anche se non così deleteri come nel testo iniziale. In particolare si prevede che il marito abbia il diritto di negare alla moglie il sostegno materiale, compreso il cibo, oltre che l’affidamento dei figli, se questa si rifiuta di soddisfare le sue richieste sessuali. Si stabilisce inoltre che la donna debba chiedere al marito l’autorizzazione per lavorare. Infine, assicura l’immunità agli stupratori se questi pagano il risarcimento in denaro alla donna violentata




Buone notizie, c’è il caso disperato»

di Redazione

Ecco alcune delle intercettazioni che hanno inchiodato la onlus che intascava le donazioni per i bambini. I soldi dei salvadanai. Dialogo fra Marino Antonetti, collaboratore dell’associazione, e Antonio Andrisani, ex presidente della onlus. È il 3 giugno 2005 e Antonetti spiega che porterà nel bar di Andrisani, a Varese, i soldi raccolti per i bambini malati. Il denaro, in codice, è il caffè.

M: Sì
A: Marinetto
M: Oh, allora?
A. Tutto a posto, te?
M: Sì, vedo di portarti il caffè
A. Sì?
M: Stasera
A: Va bene
M: Però sul tardi, però, c’è qualcuno lì al bar
A. Ah, se vieni prima delle dieci e mezzo undici, c’è qualcuno
M: Ah sì
A. Dieci e mezzo, undici. Va bene?
Abbiamo trovato il caso disperato
Marino Antonetti riceve una telefonata dall’America: all’altro capo del filo la figlia, Claudia Antonetti, e Lucia Tattoli, che per conto dell’organizzazione seguiva i pazienti negli Usa. È il 5 luglio 2005.
L: Siamo state all’ospedale... per di più abbiamo trovato anche il caso
M: Ah sì
L. Si perché c’è una bambina qui... italiana che sta facendo solo fisioterapia
M: Ah, ah
L. E non ha i soldi per fare l’intervento
M. Ah, ah, ah, ah
L. E starà ferma un mese lì, qui all’ospedale. Però adesso
M: Ho capito
L. Ecco, adesso noi dobbiamo ancora incontrarla, quindi non..
M. Ah, perfetto, perfetto
L. Perché si potrebbe già partire, si potrebbe partire già con i salvadanai
M. Perfetto
L. Capito, eh... ti passo la Claudia
M. Sì, va bene, ciao, grazie
L. Ciao
M: Amore mio, allora?
C Eh, sono qua
M: Tutto bene?
C: Sì: Lucy ti ha dato un po’ di buone notizie, sei contento?
M Sì, sì
Un briefing con i volontari
La stessa telefonata prosegue:
L: Noi siamo più puliti dell’acqua, devono indagare sui porci, non su di noi che diamo i soldi ai bambini
C: Hai ragione, brava
L: E che non possiamo lavorare un c... Quindi io voglio urgentemente un briefing con tutti i volontari. Quando si può fare questa cosa. Perché bisogna aprirgli la testa perché qualcuno gli sta mettendo paura. Non devono avere paura di un c... Noi siamo puliti.
SZ


Aiutate i piccoli malati» E con le offerte si pagano mega ville, feste e auto

di Stefano Zurlo


MilanoHanno costruito le loro fortune monetina su monetina. Salvadanaio su salvadanaio. Caso disperato su caso disperato. Gli italiani pensavano di aiutare bambini malati, assolutamente bisognosi di cure costosissime, invece riempivano le tasche dei dirigenti dell’Amore del bambino, sulla carta una Onlus nata con le migliori intenzioni di questo mondo, nella sostanza una banda di persone senza scrupoli che aveva trovato il modo di vivere alla grande.

A leggere le carte del processo milanese, affiorato sui giornali nel 2005, si resta basiti: i salvadanai, posizionati in centinaia di bar e negozi di mezza Italia, raccoglievano cifre imponenti: nessuno è in grado di fornire numeri certi, ma la Guardia di finanza ritiene che i capi dell’organizzazione abbiano dirottato milioni di euro. Sì, una montagna di soldi che servivano soprattutto per lucidare il tenore di vita di questi signori: «Belle automobili, continue occasioni festose, lussuose ville dove trascorrere le proprie giornate», il tutto nella cornice «di un quadro desolante, di profonda miseria morale», come scrivono i giudici.

Insomma si faceva leva sui sentimenti più nobili, sull’altruismo, sulla compassione e la sensibilità di tante persone perbene, per rastrellare i denari che poi prendevano sentieri accidentati. E a scorrere le carte processuali si scopre che questo gioco sporco è andato avanti a lungo, troppo a lungo, addirittura dal 1995 al 2006. Undici anni nel corso dei quali diverse persone si sono avvicendate alla testa della Onlus.

Eppure il meccanismo perverso non si è mai interrotto e, soprattutto, non è mai stato scoperto. Strano, ancora di più perché L’amore del bambino era regolarmente registrato fra le associazioni di volontariato riconosciute dalla Regione Lombardia. Nessuno però ha messo il naso nella contabilità, nessuno si è preso la briga di verificare, nessuno si domandato come mai di tante operazioni umanitarie sbandierate solo una minima parte sia arrivata alla conclusione.

Ma forse non è nemmeno questo il lato più disgustoso della vicenda. Quel che più rattrista è l’amara conclusione di questa storia: molti capi d’imputazione sono caduti per prescrizione, altri non hanno retto al vaglio dibattimentale. Risultato: le condanne, peraltro non ancora definitive, sono poca cosa rispetto allo scandalo suscitato: le pene oscillano fra i 3 e i 4 anni e mezzo. Se poi consideriamo che per tutti gli imputati si applica l’indulto, ovvero un robusto sconto di tre anni, allora si capisce che alla fine le pene sono puramente virtuali.

Nessuno o quasi dei protagonisti di questa storia tornerà in galera dopo un veloce passaggio nel 2005. Uno scandalo nello scandalo. Reso ancor più indigesto dal fatto che dei soldi scomparsi sono rientrati solo 90mila euro. «Novantamila euro - spiega l’avvocato di parte civile Chiara Belluzzi - a fronte dei milioni finiti chissà dove o bruciati fra belle donne e belle auto. Il tutto sulla pelle di un pugno di bambini sfortunati.

La trappola aveva le forme di un volantino strappalacrime: «Aiutate i nostri bambini». E via con storie pietose: «Federica, affetta da artrogriposi agli arti inferiori e superiori, dopo i primi quattro interventi importanti necessita di alcuni interventi correttivi alle braccia». Come non dare una mano, anche solo infilando una moneta da pochi centesimi nel salvadanaio o con un bonifico su un conto bancario ad hoc?

I genitori dei poveri ragazzi firmavano un pezzo di carta in cui autorizzavano L’Amore del bambino a raccogliere fondi per le cure, le operazioni, gli eventuali viaggi all’estero. E così mettevano in moto il tassametro della solidarietà che, evidentemente, funzionava a meraviglia se la Onlus è andata avanti ad illudere quei disgraziati per anni e anni. Per di più sotto l’occhio della Regione Lombardia che con decreto del suo Presidente aveva iscritto nel marzo ’97 la Lab nel registro generale Volontariato.

L’associazione, secondo i giudici, ha avuto nel tempo tre gestioni: quella di Antonio Andrisani fino al 1999; quella di Francesco Giusto dal ’99 al 2002 e quella di Marino Antonetti fino all’intervento della polizia giudiziaria nel luglio 2005. Incredibilmente, si comportavano più o meno tutti allo stesso modo: confusione contabile, ammanchi, stili di vita da divi dello spettacolo.

Chissà quanto sarebbe durato ancora il gioco se qualche mamma, disperata perché i soldi promessi non arrivavano, non si fosse messa in moto denunciando i fatti. E nello stesso tempo i reparti delle Fiamme gialle non avessero segnalato il fiorire di salvadanai e conti di beneficenza. L’indagine del pm di Milano Gaetano Ruta, lo stesso di Wanna Marchi, ha confermato i peggiori sospetti: la Lab pensava agli interessi dei propri soci più che a salvare vite umane; naturalmente, in qualche caso, i denari venivano effettivamente consegnati ai genitori dei ragazzi e servivano per pagare le trasferte della speranza all’estero, ma non sempre era così. Per Ruta la Lab era un’associazione a delinquere.
In aula però le cose vanno diversamente: il tribunale sostiene che Andrisani, Giusto e Antonetti non hanno condotto i loro traffici insieme ma in epoche successive.

Cade così il reato associativo. Non solo: quasi tutti gli imputati, compreso Andrisani, vengono salvati dalla prescrizione. È troppo tardi. Solo Francesco Giusto viene condannato: prende 4 anni mezzo, 1 e mezzo con l’indulto. Nell’altro procedimento, con rito abbreviato, le pene sono ancora più miti e Antonetti se la cava con 3 anni e 4 mesi. Per gli imputati, ma solo per loro, il peggio è passato. Le famiglie dei bambini, invece, proseguono il loro difficile cammino della speranza. Nell’attesa, uno dei piccoli è morto.

Anlaids, l'87% degli aiuti va ai fioristi

di Stefano Filippi


Il Progetto Bonsai è il fiore all’occhiello dell’Anlaids, l’Associazione nazionale per la lotta contro l’Aids. Si svolge dal 1993 il venerdì, sabato e domenica di Pasqua: le piazze di tutta Italia, nelle grandi città e nei piccoli paesi affollati di turisti in quel weekend festivo, come pure i piazzali di ospedali e centri commerciali, si riempiono di volontari e tavolinetti per distribuire gli alberelli nani ornati dal fiocchetto rosso. In cambio è chiesta un’offerta.

È la manifestazione che consente la sopravvivenza dell’Onlus: nell’edizione 2008 ha fruttato 2.366.009,47 euro, che rappresentano l’84 per cento dei proventi dell’organizzazione. Il resto affluisce da altri contributi liberi e finanziamenti legati agli specifici progetti. Con questi denari, spiega l’Anlaids, è possibile attuare gli scopi statutari: borse di studio, premi scientifici, progetti di ricerca, momenti di formazione, campagne informative, mantenimento di case alloggio, cooperazione allo sviluppo dei Paesi in via di sviluppo flagellati dalla peste del 2000.

Eppure il Progetto Bonsai è un affare più per i vivaisti che per i ricercatori. Per raccogliere quei due milioni e 300mila euro, se ne spendono la bellezza di due milioni per acquistare, trasportare e distribuire i bonsai. Significa che per ogni euro donato ai banchetti pasquali dell’Anlaids, 87 centesimi finiscono nelle tasche dei coltivatori. Soltanto una minima parte di quella gara di generosità rimane nelle casse dell’associazione, e un rivolo ancora minore riesce ad alimentare la vera lotta contro l’Aids, perché quelle di approvvigionamento non sono le uniche spese da sostenere: la struttura organizzativa assorbe 168mila euro.

Così, alle attività istituzionali dell’Anlaids restano poco più che le briciole: 75mila euro per borse di studio, 64mila per l’informazione, 57mila per la giornata del 1° dicembre (che ne frutta 126mila), 48mila per le case alloggio, 43mila per progetti di ricerca, 32mila per il progetto scuole, 22mila per dottorati di ricerca e cifre minori per progetti di cooperazione internazionale oltre ad «altri costi» non meglio precisati dal bilancio 2008, enormemente saliti rispetto ai 562mila euro del 2007. In definitiva, meno del 20 per cento dei denari spesi dall’Anlaids è destinato agli scopi per cui quei soldi vengono raccolti.

L’associazione ha anche risparmiato qualcosina, realizzando un avanzo di gestione di 81.251 euro. E detiene una notevole liquidità: 306mila euro sono depositati in banca o alle poste mentre 50mila sono investiti in Bot. La situazione patrimoniale segnala anche la presenza di debiti per 215mila euro, ma non è dato sapere di che cosa si tratti: a differenza di altre grandi Onlus, sul sito internet non sono pubblicate le note integrative al bilancio (e anche i conti del 2008 sono apparsi soltanto dopo la segnalazione de il Giornale), mentre l’ultimo bilancio patrimoniale a disposizione dei donatori è quello del 2005.

Quello dell’Anlaids appare un caso limite. Le principali Onlus italiane presentano rapporti tra ricavi e relative spese molto minori anche se assai diversi tra loro. Telefono Azzurro dichiara proventi per sette milioni e mezzo, di cui spende il 22 per cento nella raccolta fondi e il 60 nel personale, in gran parte impegnato nei centri di ascolto.

All’Airc (associazione per la ricerca sul cancro) si scende al 18 per cento. Inferiore l’indice di efficienza registrato da Telethon, la maratona televisiva che rastrella denaro per combattere la distrofia muscolare e altre malattie genetiche: secondo il rendiconto 2008, per incassare oltre 33 milioni e mezzo di euro ne sono stati spesi quasi sei, con un indice di efficienza del 17 per cento cui si aggiungono i costi di supporto generale.

Ancora migliore è la «performance» di Actionaid: 15,5 per cento, con 34 milioni spesi in programmi di cooperazione su quasi 44 raccolti soprattutto con le adozioni a distanza. L’associazione si mostra particolarmente oculata nella gestione finanziaria: 2.899.000 euro investiti in operazione pronti contro termine (alta liquidità a rischio nullo, spiegano gli amministratori), 1.200.000 in certificati di deposito della Bpm, 1.046.000 in conti correnti bancari e postali, 499.000 in quote di un fondo di investimento della Banca popolare etica.

Gli ambientalisti di Greenpeace spendono il 32 per cento del loro bilancio nella raccolta fondi e il 21,6 nella struttura, destinando all’attività istituzionale attorno al 45 per cento. Il «fundraising» garantisce a Emergency, l’ente fondato da Gino Strada che gestisce ospedali in zone di guerra, entrate per 22 milioni di euro con i quali amministrare macchinari e strutture sanitarie, acquistare medicinali e protesi, pagare il personale: difficile catalogare con precisione gli indici di efficienza.

Non si può dire che sia irregolare il modo di operare dell’Anlaids, il cui fondatore e presidente onorario è il professor Fernando Aiuti (nella foto tonda qui sopra) e la cui presidente Fiore Crespi siede nella Commissione nazionale Aids guidata dal viceministro Ferruccio Fazio. Per le Onlus non è sancito l’obbligo di pubblicare il bilancio per dare conto agli italiani di come sono stati impiegati i fondi raccolti.

E non è nemmeno fissata la percentuale delle sottoscrizioni da destinare ai bisognosi: si può andare dal 78,5 di Telethon al 20 dell’Anlaids. Le linee guida che l'Agenzia per le Onlus introdurrà in ottobre fissano un minimo del 70 per cento. Per ora, nessuno può alzare un dito se un ente di utilità sociale raccoglie 100 e trattiene 80. Gli unici che possono intervenire sono i donatori. Chiudendo i rubinetti.


Giorgio Bocca spara ai carabinieri: "Mafiosi"

di Filippo Facci



Va lungamente premesso che prendersela a morte con Giorgio Bocca è tutt’uno con l’amarlo, è la medesima cosa, lui stesso si odierebbe o apprezzerebbe con eguale ruvidezza e incoerenza a seconda dei giorni, della stagione, della grappa invecchiata bene o male: nel febbraio dell’anno scorso scrisse un intero articolo per dire che le colf non sapevano più cucinare il bollito, ultimamente poi un’intera rubrica per dire che ai mondiali di nuoto bisognava premiare anche i quarti classificati, e poi ora, cioè ieri, sull’Espresso, era di turno un articolo infame e ignorante sulla mafia e specialmente sui carabinieri che sarebbero storicamente - dice lui - conniventi con Cosa Nostra.
Per le cose che ha scritto, e che vedremo, Bocca va semplicemente impiccato alle sue frasi: ma va lungamente premesso, ancora, che è giusto così: è giusto cioè provare un miscuglio di rispetto e disprezzo e tenerezza per un personaggio che - si autodefinisce lui stesso - è un provinciale vero, un nordico italianissimo benché il titolo della sua rubrica sull’Espresso sia paradossalmente «antitaliano», un prealpino ossessionato dai soldi, un forcaiolo, un voltagabbana, un lavoratore nordista che ha il fiuto politico di un piccolo borghese (ossia zero) e che alterna sprazzi di saggezza a brontolii rivolti contro l’universo mondo, facendo roteare il bastone. Se non c’è frase di Bocca che si possa «estrapolare dal contesto», è perché il contesto è lui stesso: un antifascista d’acciaio che fu fascista e fu persino imberbe antisemita, un asperrimo nemico di Berlusconi che tuttavia lavorò nelle sue tv - «L’ho fatto per i soldi», spiegò in un’intervista a Oreste Pivetta sull’Unità del 14 marzo 2006 - e poi un antileghista dopo aver tifato ardentemente Umberto Bossi: «La Lega mi ricorda noi partigiani quando scendemmo dalle montagne», scrisse nel 1993. Bocca è quel rispettabile e anziano giornalista che non ne ha azzeccata una, come ben sanno Giampaolo Pansa e meglio di altri anche Michele Brambilla, autore di un noto pamphlet in cui raccontava come anche Bocca, appunto, nei primi anni Settanta, sosteneva che le Brigate rosse fossero nere.

Il disprezzo che puoi provare per Giorgio Bocca è perciò autentico come la tenerezza che suscitano certe sue righe buttate giù, senza troppo pensarci; la sua scoperta della televisione, candidamente confessata, è quasi commovente: «A Canale 5 mi chiesero se ero disponibile a intervistare Bettino Craxi. L’intervista era registrata. Quando la vidi in casa mia, poche ore dopo, era più la voglia di ridere che di arrabbiarsi. Il regista mi aveva praticamente occultato o subalternizzato: comparivo quasi sempre di nuca, con la mia pelata rilucente». Parole sue ne «Il padrone in redazione» del 1989. Ancora: «Le domande di Maurizio Costanzo mi parvero banali, grigie. Eppure quasi tutti i conoscenti che incontravo, dicevano: “Ti ha sfruculiato mica male, il Costanzo, te le ha dette”. Allora mi feci mandare le registrazioni e capii il mistero: mentre io parlavo per dire delle cose, lui parlava per mimarle. E quando parlavo io riusciva con smorfie, sbadigli, tocco dei baffi, sorrisi, scuotimenti della testa a darne una sua interpretazione molto più convincente delle mie affermazioni».

Ecco: è il fanciullino che è in Giorgio Bocca a farlo diventare quasi simpatico, a tratti: anche perché, pur conformista, è uno che non ne ha azzeccata una neanche in un’ottica politicamente corretta; pochi ricordano che fu anti-comunista al punto da dare ragione a Berlusconi quando cominciò la guerra di Segrate per la conquista di Repubblica e dell’Espresso. L’ha raccontato anche Giampaolo Pansa: Bocca diceva che bisognava abbandonare De Benedetti e passare col Cavaliere, «così la smetteremo di fare un giornale al servizio dei comunisti».

Tutto ciò lungamente premesso - scusate, ma era necessario anche per rispetto sincero a un monumento del giornalismo - certo opinionismo superficiale e veemente, aggiornato a trent’anni prima e senza vergogna di sfigurare, è il peggio della Prima Repubblica e va solamente svergognato senza pietà: è quello che farebbe Bocca - un Bocca giovane, informato, «sul pezzo» - ed è quello che vuole la pubblica decenza.

Sull’Espresso, ieri, Bocca ha dato per assodato che «l’assassinio di Paolo Borsellino (nel tondo a destra) è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell’ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali»; ha citato come finti affidabili Totò Riina e Massimo Ciancimino (figlio di Vito) e tra lo stesso Riina e Silvio Berlusconi ha dato per scontate «buone relazioni correnti»; in un comico minestrone di fonti (sue) ha mischiato Tomasi di Lampedusa e Camilleri, Sciascia e Leoluca Orlando del quale, in particolare, sono «rimaste senza spiegazioni le accuse e le richieste di chiarezza». L’acido peggiore, perché generico come tutto il suo articolo, è però per i carabinieri, che «come la mafia non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società italiana», anzi sono «parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio». E la cosa più sbagliata da fare, ora, sarebbe mettersi ad argomentare: perché Bocca non ha nessun argomento. Di carte giudiziarie, e di inchieste, non ha mai capito niente. Bocca è un narratore, e lo è giocoforza, oggi, di fotografie sbiadite. Non sa nulla. Cita Leonardo Sciascia e Paolo Borsellino insieme: non sa delle sanguinose polemiche che li opposero. Dovremmo ricordargliele? Bocca cita Leoluca Orlando ma non sa delle infamie che disse pubblicamente su Giovanni Falcone, di quando Gerardo Chiaromonte - ex presidente comunista dell’Antimafia - a proposito dell’attentato dell’Addaura scrisse che «i seguaci di Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità», di quando a Samarcanda Orlando accusò Falcone di aver imboscato le inchieste e di aver salvato Salvo Lima, costringendolo a umilianti autodifese davanti al Csm.

Forse Bocca non sa neppure dei trenta e passa carabinieri ammazzati dalla mafia: lui è fermo a Carlo Alberto Dalla Chiesa (nel tondo a sinistra) solo perché una volta scese dal Nord e lo intervistò. Bocca non sa che sulle «trattative» tra Stato e mafia di inchieste ne hanno già fatte un miliardo, e però nei fatti non c’è ancora nulla di nulla. Le inchieste non contano, per Bocca, ma la tardiva e generica parola di Totò Riina invece sì. E conta parimenti quello che Massimo Ciancimino «ha detto o lasciato capire».

eri contro l’uscita di Giorgio Bocca hanno reagito tutti: il ministro della Difesa Ignazio La Russa, il ministro dell’Interno Roberto Maroni, il responsabile Giustizia del Pd Marco Minniti, il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini, il capogruppo della Lega in commissione Difesa Giovanni Torri, persino il Cocer dei Carabinieri. Quando succede questo, quando cioè un giornalista scatena un canaio del genere, i casi sono tre: o ha completamente ragione, o ha completamente torto o ancora - ed è il nostro caso - ha completamente torto ed è pure il 13 agosto, quando c’è poco altro su cui polemizzare. Ma è una polemica triste, perché non parla di mafia e di carabinieri: parla di Giorgio Bocca. Parla di un grande giornalista che ormai legge poco, si documenta poco, giudica con parametri superficiali e datati - ai suoi tempi gli opinionisti tuttologi andavano forte, oggi un po’ meno - e però, ogni tanto, sa riservarci una sincerità sanguigna nella sua scontata e tuttavia mai banale critica della modernità globalizzata. Chiunque dica che il giornalismo di oggi fa schifo, e incolpi il mercato, oggi è un po’ patetico: ma se a scriverlo è Giorgio Bocca, come spesso fa, dargli torto è difficile. Il problema è che un giornalismo da schifo, questa volta, lo ha fatto lui.




Hudson, ecco il video della tragedia Sospeso un controllore: era al telefono

di Redazione


New York - Continuano le indagini per far luce sulle dinamiche che hanno portato alla collisione in volo fra un elicottero e un piccolo aereo sul fiume Hudson a New York, che ha causato sabato scorso nove morti, cinque dei quali italiani. Un controllore di volo e il supervisore dell’aeroporto di Teterboro nel New Jersey sono stati sospesi dalle funzioni. Intanto "spunta" un filmato amatoriale che racconta gli ultimi attimi di vita dei turisti italiani e il tragico incidente in volo


I provvedimenti disciplinari Duplice provvedimento nei confronti di due funzionari del centro di controllo sul traffico aereo di Teterboro, nel New Jersey, competente per l’area metropolitana di New York: entrambi sono stati sospesi, seppure in via cautelare e in pendenza dei rispettivi procedimenti disciplinari. Il controllore di volo cui era stato assegnato il compito di seguire la rotta dell’aereo da turismo, dal decollo fino a poco prima dell’impatto, aveva già rimesso la titolarità della vigilanza al centro di controllo di un altro scalo della zona, quello di Newark, e dunque non aveva più particolari responsabilità quando si verificò l’incidente. 

La procedura fu seguita in maniera corretta. E' però risultato che, negli attimi immediatamente anteriori alla sciagura, invece di espletare le proprie mansioni di servizio stava effettuando alcune telefonate a carattere meramente personale. A giudizio degli esperti dell’Ntsb, l’ente federale Usa che si occupa della sicurezza nel traffico aereo, tale circostanza non sembra aver comunque avuto alcuna concreta conseguenza sulla dinamica degli eventi: tuttavia la condotta tenuta dal controllore di volo è stata bollata come "inaccettabile", e costui è stato pertanto posto in congedo forzato. 

Rimosso il supervisore di volo Analoga sospensione è stata inflitta al superiore gerarchico del funzionario coinvolto, un ispettore che sarebbe dovuto essere in servizio a Teterboro quando si consumò il disastro, e che al contrario era allora assente. Il pilota del monomotore, un "Saratoga Piper" del 1976, non ebbe nemmeno il tempo materiale di entrare in collegamento con il centro di Newark. 

Il sindacato di categoria si è limitato a replicare che gli addebiti "debbono essere pienamente investigati, prima che possano esservi giudizi affrettati circa il comportamento di qualsivoglia addetto". L’inchiesta nel frattempo prosegue, così come continuano a infuriare le polemiche sulle carenze delle norme di sicurezza per i voli sul comprensorio di New York, uno dei più congestionati esistenti al mondo malgrado l’estensione relativamente ridotta. 

Il nuovo video amatoriale Un turista italiano, che si trovava in un battello per un giro turistico sul fiume Hudson, ha ripreso con la telecamera l’incidente tra l’elicottero e il Piper 


Il turista stava provando la sua nuova telecamera quando si è accorto dell’incidente e ha provveduto ad azionare lo zoom. Le immagini sono state mostrate in esclusiva dalla rete televisiva americana Nbc, con l’avvertenza che possono turbare lo spettatore. Grazie allo zoom, il video inquadra l’elicottero in volo pochi secondi prima dell’incidente. Si vede poi chiaramente lo scontro e l’aereo che vola in pezzi dopo l’impatto.