giovedì 13 agosto 2009

Segreto bancario, la Svizzera cede Darà 8-10 mila nomi agli Usa

C'è l'accordo, ma verranno svelati solo i conti di chi è sospettato di evasione fiscale

 

 

DAL NOSTRO INVIATO

NEW YORK — UBS, il gi­gante bancario svizzero che è il secondo operatore al mon­do nel campo della gestione dei patrimoni, fornirà al go­verno di Washington i nomi di migliaia di suoi clienti americani che hanno deposi­tato una parte della loro ric­chezza presso l'istituto: soldi materialmente versati nella Confederazione elvetica o ge­stiti da società basate in altri «paradisi fiscali». E sui quali sarebbero stati evasi gli obbli­ghi fiscali.

L'accordo, preannunciato nei giorni scorsi dai governi dei due Paesi, è stato ufficial­mente confermato ieri dagli avvocati del ministero della Giustizia statunitense al giu­dice distrettuale di Miami, Alan Gold, che si sarebbe do­vuto pronunciare sulla de­nuncia contro l'UBS presenta­ta proprio dal governo Usa nel febbraio scorso.

È la prima volta che il go­verno di Berna accetta di far cadere, anche se solo in par­te, il velo del segreto banca­rio. La trattativa è stata lunga e molto elaborata proprio perché la Svizzera ha difeso fino in fondo il principio del­la confidenzialità del rappor­to tra istituti di credito e clienti: una consuetudine che risale al Tredicesimo se­colo e che — nonostante gli evidenti rischi di lasciare spa­zio all'evasione fiscale e ad at­ti di criminalità finanziaria — è stato sempre difesa co­me una garanzia di sicurezza offerta anche a soggetti meri­tevoli di tutela come la mino­ranze perseguitate: ad esem­pio le famiglie degli ebrei te­deschi perseguitate dal Terzo Reich.

Berna ha tenuto duro an­che quando (il 18 febbraio scorso) l'UBS — trascinata in tribunale e con alcuni suoi di­rigenti già perseguiti negli Usa — ha deciso di consegna­re alle autorità americane un primo elenco di 250 clienti, ha pagato una multa di 780 milioni di dollari e ha inizia­to a negoziare un accordo ge­nerale. Il governo, in quella circostanza, ha avvertito la banca che non avrebbe tolle­rato violazioni della legge sul segreto bancario, ma, al tem­po stesso, si è reso conto che un processo pubblico negli Stati Uniti col principale gruppo bancario svizzero co­me imputato, avrebbe avuto pesanti conseguenze politi­che e di immagine.

È così iniziata una laborio­sa trattativa. Alla fine Washin­gton ha accettato di ricevere non l'intera lista dei 52mila clienti americani di UBS, co­me chiesto inizialmente, ma un elenco più limitato che non verrà consegnato diretta­mente dalla banca ma dalle autorità svizzere. Proprio la definizione di questi ultimi passaggi ha fatto slittare la firma materiale dell'accordo alla prossima settimana. In at­tesa della sigla, le parti non hanno fornito elementi sui contenuti dell’intesa, ma gli avvocati dei due fronti riten­gono che UBS fornirà l'identi­tà 8-10mila suoi clienti.

Probabilmente Berna pre­senterà l’accordo non come una parziale lacerazione del­la sua «privacy» bancaria, ma come un modo di contempe­rare il rispetto della legge sul segreto con gli accordi con­tro le frodi fiscali firmati con molti Paesi europei e gli Usa: accordi che la impegnano a fornire informazioni finanzia­rie utili al perseguimento dei reati tributari. «Filtrando» l'elenco dei clienti Ubs, il governo svizze­ro potrà sostenere di aver consegnato solo dati utili al perseguimento di un reato, lasciando, per il resto, intatto il principio del segreto banca­rio.

Per Washington va bene così: da quando l’UBS nego­zia, infatti, gli uffici dell'IRS (il Fisco Usa) sono stati presi d'assalto da migliaia di con­tribuenti pronti a regolarizza­re la loro posizione, riportan­do i loro fondi in patria. La norma che utilizzano non è generosa, almeno se confron­tata con quella studiata in Ita­lia: le tasse evase vanno ver­sate per intero con un interes­se di mora del 20%. Ma le san­zioni sono ridotte e si evita­no le conseguenze penali. Quando, a luglio, in una so­la settimana si sono presenta­ti diverse centinaia di contri­buenti (più che nell'intero 2008), l'IRS ha addirittura predisposto un modulo invi­tando i «pentiti» ad autode­nunciarsi «online», anziché intasare gli uffici. E i termini per la sanatoria sono stati pri­ma estesi fino al 23 settem­bre e ora, per molti contri­buenti, addirittura fino a me­tà 2010. Per Obama una piccola boccata d’ossigeno nel mare del deficit e un esempio «vir­tuoso » da mostrare agli stre­mati contribuenti americani.

Massimo Gaggi
13 agosto 2009



Subacqueo ucciso da un’elica Sequestrati quattro gommoni

Il Secolo XIX



Gli uomini della capitaneria di porto di Camogli hanno posto sotto sequestro stamani quattro gommoni che presentano evidenti ammaccature sulle eliche dei motori fuoribordo. Le imbarcazioni, poste sotto sequestro in in cantiere di Camogli, potrebbero essere quelle che hanno colpito a morte il sub genovese 38enne, il cui cadavere è stato rinvenuto sui fondali di Mulinetti, nel levante di Genova.

Sono stati rintracciati i titolari e sono già iniziati gli interrogatori. I proprietari dei natanti, non solo liguri, ma anche italiani in vacanza sulla riviera di levante, vengono ascoltati in queste ore. Il pm Giovanni Arena, titolare delle indagini, ha disposto l’autopsia, che sarà effettuata dal medico patologo Marco Salvi. Le ferite superficiali confermano che l’uomo è deceduto per le lesioni al cranio procurate da un’elica di piccole dimensioni.

Sulla saracinesca del bar di Stefano Ferri, il subacqueo genovese ucciso dall’elica di un’imbarcazione che sembra essere svanita nel nulla, questa mattina c’è un cartello giallo: «Lo conoscevamo tutti. Una barca l’ha ammazzato. Costituisciti. Io non ti perdono». Ad attaccarlo è stato Cristian Ceccantini, cognato della vittima, che sotto la scritta ha aggiunto il suo nome e cognome e numero di cellulare, nella speranza che un testimone o la stessa persona che era alla guida dell’imbarcazione si facciano avanti.

Secondo indiscrezioni, qualcuno - il proprietario di uno stabilimento balneare della zona dove Stefano Ferri è stato trovato morto, fra Sori e Recco - lo avrebbe già chiamato per fare presente che molti bagni hanno le webcam puntate sul mare e che qualche traccia del passaggio delle barche nel pomeriggio di martedì (arco temporale a cui viene fatta risalire la morte) potrebbe essere rimasto nei computer.

«Ora farò il giro degli stabilimenti per vedere se riesco a trovare qualche traccia», ha spiegato Ceccantini, sottolineando di «avere fiducia nel lavoro delle forze dell’ordine e nella giustizia», ma sperando che sia il pilota dell’imbarcazione a costituirsi: «In quel caso sono pronto a stringergli la mano».

«Chi ha colpito Stefano non può non essersi accorto», ha aggiunto il cognato della vittima, parlando apertamente di «pirata del mare» e di «omissione di soccorso» e sottolineando: «Stefano aveva il cranio devastato, le ossa del braccio destro rotte, l’addome dilaniato, ho parlato con persone esperte e anche loro mi hanno confermato che chi lo ha colpito non può non essersi accorto».

La moglie di Ferri, Monica Ceccantini, rimasta con una bambina di 2 anni e tre mutui da pagare, ha trascorso la notte insonne, mentre gli abitanti del quartiere di San Desiderio hanno stretto la famiglia in un affettuoso abbraccio. Intanto, ci si chiede che fine abbia fatto il pallone segnalatore che Ferri portava sempre con sé, dato che non è stato trovato in nessun luogo, «né a casa né nella sacca, né nel furgone né addosso al sub».


La bottega di Luigi Tammaro 'el poligrafo' In Uruguay le monete parlano napoletano

lì fu coniata la medaglia che sanciva l'indipendenza del paese dall'argentina

 

La prima fabbrica di Montevideo fu fondata nel 1888 da un emigrante partenopeo: il suo negozio «vive» ancora



NAPOLI - Napoli non finisce mai di stupire. L'ultimo «stupore» lo regala un aneddoto culturale. In Uruguay, nel lontano Uruguay, la numismatica parla (o almeno parlava) una sola lingua: il napoletano. Ebbene sì, la prima fabbrica di medaglie e monete commemorative del paese sudamericano infatti fu fondata nel 1888 a Montevideo da un artista napoletano, Luigi Tammaro. Napoletano, quindi italiano: non proprio una mosca bianca da quelle parti, visto che gran parte della popolazione ha origini tricolori.

Il dato curioso è che ben 120 anni dopo il negozio di Luigi, «Luis» è ancora lì. Secondo l'agenzia Ansa, l'esercizio - ora gestito da Leonel Bettinelli figlio di emigranti lombardi - ha la stessa insegna dipinta in stile liberty che penzola, nella centralissima Calle Juncal. I materiali ed i macchinari di oggi sono sostanzialmente gli stessi di quelli che Luigi Tammaro, nato a Napoli nel 1854, portò con sè a Montevideo dall’Italia. Lo stesso è il torchio; lo stesso è «el poligrafo», utilizzato per riprodurre in scala le medaglie incise dall’artista nel clichè; la stessa è la fucina, posta in un locale delimitato da uno degli ultimi pezzi rimasti in piedi delle mura fortificate di Montevideo, dove si fondono l’oro, l’argento ed il bronzo.

Medaglie per ogni occasione, che segnano passo dopo passo la storia di un paese che tra non molto celebrerà i propri 200 anni della propria indipendenza: da quelle consegnate ai vincitori dei mondiali di calcio del 1930 a quelle per gli insediamenti dei presidenti a Montevideo; passando per quella che segnò, 100 anni fa, il centenario dell’indipendenza dell’Argentina. Bettinelli, stoicamente, mantiene la tradizione di italianità dell’atelier di Tammaro, che non ha più eredi maschi.

«Se gli argentini scelsero Tammaro, che stava in Uruguay, per incidere una medaglia così importante per la loro storia, Luigi doveva essere davvero un grande». La bottega di Tammaro venne portata avanti dai due figli, Geronimo ed Attilio, anche loro morti. Le loro due figlie femmine, ormai ottantenni, sono state ospiti d’onore dell’inaugurazione di una mostra, al Museo de la Moneda, di 200 matrici delle medaglie più significative create dal nonno.

Diplomato all’Istituto di Belle Arti di Napoli, Luigi Tammaro decise di cercare fortuna in Uruguay. Con sè, raccontano, portava i suoi attrezzi ed il «poligrafo», che in Sudamerica ancora non si era visto. Aprì quella bottega che c’è ancora e fece fortuna davvero. Morì nel 1912, nel pieno dell’attività dell’atelier che conserva gli stessi banconi «restaurati anno per anno per non perdere l’identità».

R. W.
13 agosto 2009



Croazia: il ministro del turismo chiede scusa agli italiani aggrediti

«Voglio esprimere la mia più ferma condanna». Inviati ispettori per verificare se la ricevuta è stata emessa o no

 

 

MILANO - Il ministro del turismo croato si è scusato personalmente, e a nome del suo dicastero, con i cinque turisti italiani che l'altro ieri notte sono stati vittime di un'aggressione da parte del proprietario di un ristorante in Dalmazia. Lo scontro era avvenuto, secondo quanto hanno raccontato i nostri connazionali, perché avevano chiesto invano la ricevuta fiscale dopo una cena.

«Voglio esprimere la mia più ferma condanna di questo violento gesto», ha scritto il ministro Damir Bajs in un comunicato diffuso oggi, sottolineando che «un simile comportamento verso turisti stranieri non può essere e non sarà tollerato». Il ministro ha anche aggiunto di essere in contatto con la polizia di Zara, che è competente nella zona dove è accaduta l'aggressione, e di aver invitato l'ispettorato del commercio ad effettuare un controllo dell'attività del ristorante '"Aquarius'"di proprietà di Zoran Ramov per accertare se la ricevuta in questione stata emessa o no.

«Siamo convinti che si tratta di un caso isolato», ha concluso il ministro Bajs esprimendo la speranza che «questo atto sconsiderato non altererà l'immagine della Croazia» quale Paese sicuro e accogliente. La polizia locale si è mossa ieri e le indagini sull'accaduto sono in corso. «Abbiamo parlato con il proprietario del ristorante e con alcuni testimoni che erano sul posto», ha spiegato la vice della portavoce della polizia di Zara, Sonja Simurina. Fino ad oggi «l'accertamento dell'andamento dei fatti era reso difficile dalla circostanza che gli italiani coinvolti non si erano rivolti direttamente alla polizia, e non è stato possibile sentire la loro versione dell'accaduto», ha aggiunto Simurina.

Elvira Terranova, una delle cinque persone aggredite, giornalista siciliana, ha raccontato l'accaduto alla stampa italiana e a quella croata, che ha dato ampio risalto al caso. Il gruppo è in contatto con la rappresentanza diplomatica italiana in Croazia che segue da vicino il caso e che ha riferito che gli italiani parleranno in serata con la polizia croata.

13 agosto 2009


Saviano: «Quando vedo 'Gomorra' in vetrina guardo dall'altra parte»

«pentito di averlo scritto? "sì" come uomo, "no" come scrittore»

Roberto sul Times: «Cosa temo di più? Che distruggano
la mia credibilità come hanno fatto con chi ha parlato»



NAPOLI - Pentito di aver scritto Gomorra?
«Rispondo "sì" come uomo e "no" come scrittore. Lo faccio per
dimostrare che nonostante tutto mi è rimasto un brandello di
responsabilità civile. Ma la verità è diversa. Odio "Gomorra". Lo
detesto. Quando lo vedo nella vetrina di una libreria, guardo
dall'altra parte...Ma il fatto rimane che l'ho scritto e ne pago il
prezzo ogni giorno». È la verità acre ma tremendamente sincera di
Roberto Saviano, riversata in un intervento sull'autorevole Times
di Londra. Fino ad oggi l'atteggiamento dello scrittore campano verso
la sua «creatura» letteraria è sempre stato oscillante. Ma la fierezza
per il sisma provocato sulle coscienze degli italiani con un "semplice"
libro finiva quasi sempre col prevalere sullo scoramento di una vita da
sorvegliato speciale. Stavolta però le sue parole suonano nette.
Nell'articolo sul quotidiano britannico trapela fastidio fisico,
addirittura cromatico (il fucsia di Andy Warhol sulla copertina) per
quelle duecento pagine che l'hanno fatto suo malgrado martire, in vita,
e suo buon grado missionario mediatico contro il sistema
imprenditorial-criminale della camorra.



«MACCHIERANNO IL MIO NOME» -
Saviano confessa anche il suo più grande timore: essere screditato,
fatto a pezzi dal punto di vista professionale e umano. «Riusciranno a
distruggere la mia credibilità, a macchiare il mio nome e tutto quello
per cui ho vissuto e di cui sto pagando il prezzo. Lo hanno fatto a
tutti coloro che hanno parlato». Coloro che hanno parlato sono i morti
ammazzati in terra di Gomorra: don Peppino Diana - la cui memoria è stata ultimamente al centro di un'aspra polemica per le dichiarazioni del parlamentare Pdl, Gaetano Pecorella
-, Federico Del Prete, Salvatore Nuvoletta. «Non appena la stampa
nazionale si interessa alla tua esistenza, cominciano le voci e le
storie ambigue. Nel mio mondo, si è colpevoli finché non si dimostra
altrimenti. E poi i media si ritirano come lumache nel guscio».


Alessandro Chetta

11 agosto 2009(ultima modifica: 13 agosto 2009)

Lignano, disabili cacciati dal negozio: «Sono in troppi e non comprano niente»

Il Messaggero

Denuncia degli operatori dell'istituto "Don Orione". Assessore si scusa: «Scarsa sensibilità del commerciante»


LIGNANO (12 agosto) - 

Allontanati dal negozio di alimentari perché erano in "troppi". È la motivazione ufficiale che la settimana scorsa ha portato un gruppo di quattro persone con disabilità dell’Istituto don Orione di Chirignago a lasciare un esercizio pubblico in centro a Lignano, dove si trovavanoin vacanza. A denunciare il caso di discriminazione sono gli stessi operatori dell’istituto che, dopo avere chiesto invano spiegazioni ai titolari del negozio, hanno preso carta e penna per raccontare il fatto
all’assessore al Turismo della località balneare.

Il fatto è avvenuto in un negozio di alimentari all’inizio di via Centrale, dove erano entrati un’operatrice del centro con quattro ospiti: «Non c’era molta gente all’interno - si legge nella lettera - e mentre ci si consultava sul prodotto da acquistare, la titolare in modo alquanto sgarbato ha intimato al gruppo di uscire immediatamente, accampando la scusa che "certa gente" entra numerosa ed acquista poco o nulla».

Per evitare ulteriore imbarazzo ai presenti l’accompagnatrice ha deciso di uscire assieme alle quattro persone che l’accompagnavano. Poco dopo altre due nostre colleghe si sono presentate nel medesimo negozio per chiedere spiegazioni. «Purtroppo si è ripetuta la scena, rincarata dalle parole altrettanto sgarbate di un altro titolare. Non le descriviamo l’amarezza da noi provata dopo anni di piacevole
accoglienza in questa località. Riteniamo che un episodio così increscioso sia sintomo di scarso senso civico e di mancanza di sensibilità nei confronti del diverso».

Immediate le scuse dell’assessore al Turismo Graziano Bosello: «Lignano hasempre avuto grande disponibilità nei confronti dei disabili - ha detto - Non può passare per una città inospitale che ostacola gli handicappati per un episodio legato alla scarsa sensibilità di un
singolo commerciante».

Il titolare del negozio chiamato in causa, Renato Sebastianis, minimizza il fatto: «Qui non è accaduto nulla di grave - ha detto - il negozio era pieno di gente e mia moglie che si trovava alla cassa ha
detto che chi non vuole comperare esca dal negozio».

La cintura di sicurezza compie 50 anni

Il Secolo XIX

Dalla sua nascita ad oggi ha salvato la vita a più di un milione di persone, e ha evitato incidenti gravi a milioni di altre: è la cintura di sicurezza, che oggi festeggia i suoi cinquant’anni di vita. Ma nonostante le normative comunitarie ne prevedano l’utilizzo obbligatorio, in media nei Paesi dell’Europa a 27 la cintura per i sedili anteriori non è indossata da oltre il 10% degli automobilisti, mentre oltre il 30% non utilizza quella per i sedili posteriori. In Italia, secondo il Consiglio Europeo per la Sicurezza Stradale (Etsc), i trasgressori sono poco meno del 30%. Inventata da Nils Ivar Bohlin, un ingegnere svedese di Volvo, la cintura di sicurezza a tre punti è stata la più importante innovazione a tutela di automobilisti e passeggeri. Esordì il 13 agosto del 1959 su una Volvo PV544 consegnata a un concessionario nella città svedese di Kristianstad. La casa automobilistica svedese fu la prima a dotare di cinture tutte le sue vetture (dal 1967), che si diffusero rapidamente nel mondo grazie alla cessione gratuita del brevetto a tutte le case automobilistiche. Da allora, secondo l’Etsc, si calcola che abbia salvato più di un milione di vite negli incidenti stradali. Nei Paesi dell’Unione Europea, secondo l’organismo europeo, nel 2008 le cinture di sicurezza hanno salvato 13 mila vite, e almeno 4.300 morti avrebbero potuto essere evitate se gli occupanti delle auto coinvolte negli incidenti stradali le avessero allacciate. L’uso del 100% delle cinture di sicurezza entro il 2020 è una delle dieci azioni sollecitate all’Onu dalla Commissione per la sicurezza stradale globale istituita dalla Fia Foundation, con l’obiettivo di ridurre del 50% le morti annuali sulle strade (da 1,9 milioni a 1 milione). In questo modo, secondo la Commissione, si salverebbero 5 milioni di vite e eviterebbero 50 milioni di infortuni gravi. Secondo uno studio dell’Istituto federale tedesco sulla ricerca stradale, se tutti indossassero le cinture si potrebbe evitare il 17,8% degli infortuni con conseguenze mortali. Chi indossa le cinture, ricorda l’Etsc, ha inoltre il 50% di possibilità in più di sopravvivere a un incidente stradale. «Tuttavia renderla obbligatoria - sottolinea Vojtech Eksler, analista dell’Etsc - non è sufficiente per garantirne l’effettivo uso. Le penalità, le multe e le spie sul cruscotto che ricordano agli automobilisti di indossarle si sono rivelati finora gli interventi più efficaci». In particolare, sottolinea l’Etsc, si sono dimostrate efficaci le spie di segnalazione che però non sono presenti su tutti i veicoli. Nel 2008 ne era dotato il 77% di quelli venduti (il 63% in Italia). Tra gli automobilisti europei, i meno diligenti sono gli abitanti dei Paesi dell’Europa meridionale e dell’Est, mentre bassi tassi di utilizzo si registrano tra i camionisti e tra chi guida veicoli commerciali. In Italia indossa le cinture poco più del 70% degli automobilisti e nel 2008, secondo l’Aci, in sono state elevate 49.840 multe per il mancato uso delle cinture e dei seggiolini per bambini, che rappresentano l’ottava violazione più frequente al Codice della Strada. Gli automobilisti più virtuosi per l’uso delle cinture sono Germania e Francia (tra il 90 e il 100%, 98% in autostrada), mentre interessante è il caso della Repubblica Ceca, dove negli ultimi 8 anni si è passati dall’81% al 97% di uso in autostrada, dall’81% all’88% nelle strade extraurbane e dal 43% al 90% in città.

La Sicilia occupa Roma ha il triplo dei dipendenti di Lombardia e Veneto

di Paola Setti

«Eh, lo sapevo che avreste chiamato, ma noi qui non abbiamo nulla da
nascondere, sa?». Quanto ad acidità nel rispondere, Enrico Moriconi,
responsabile dell’ufficio romano della Regione Umbria, è in buona
compagnia. I cinque dipendenti della Basilicata sono finiti sotto
inchiesta per truffa e peculato, il pm lucano Henry John Woodcock e il
colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio, il «Capitano Ultimo» che
arrestò Totò Riina, li hanno beccati mentre, in orario di lavoro,
alternavano lo shopping alle telefonate personali. Così adesso tutti
stanno sulla difensiva. Tu domandi: quanti siete? E loro rispondono:
«Non stiamo qui a girarci i pollici». Quando rispondono, certo, perché
a volte la diffidenza diventa omertà, alla faccia della trasparenza.

Le mosche bianche ci sono. C’è chi per dimostrarti che qui si sta
attenti all’euro ti manda pure il costo delle penne, la Liguria per
esempio ci tiene a far sapere che almeno in questo caso la fama di
tirchieria risponde al vero: la Regione non si sa bene con quale
miracolo riesce a pagare 340 metri quadri in piazza Madama solo 67mila
euro di affitto all’anno da vent’anni (le Marche, per dire, ne spendono
150mila in via Fontanella Borghese), e i suoi cinque dipendenti nella
Capitale guadagnano una media di 21mila euro a testa. Lordi. Tanto per
dire, gli undici della Calabria portano a casa il doppio: una media di
40mila euro l’anno.

In generale le Regioni piccole vanno al risparmio: l’Umbria è in
subaffitto dall’Emilia, la Valle D’Aosta dal Friuli Venezia Giulia. Il
panorama generale però è poco rassicurante. Perché qui, al fronte
romano, autonomia significa che ognuno si attrezza un po’ come gli
pare. Così. Sarà un caso, ma in tempi di scontro Nord-Sud i più
presenti in quel di Roma sono quelli che «il federalismo no grazie». Il
paragone fra grandi enti rende l’idea. Veneto e Lombardia negli uffici
romani tengono rispettivamente sette e otto persone fra dirigenti e
impiegati. La Campania ne ha mandate 18 e per «mantenerle» spende
qualcosa come 650mila euro lordi all’anno di stipendi e 84mila euro
all’anno più Iva per gli uffici, perché la Regione di Antonio Bassolino
di sedi a Roma ne ha due, una di cui è proprietaria, l’altra in
affitto. La Sicilia ha la maglia nera: schiera ben 27 persone, cioè
quelle di Valle D’Aosta, Friuli, province autonome di Trento e Bolzano
messe assieme. Quanto alla sede, trattasi di un palazzo intero in zona
Termini: la Regione lo acquistò agli inizi degli anni Novanta per la
modica cifra di 6 miliardi di vecchie lire, tanto che la magistratura
aprì un’inchiesta.

Ma che fanno i dipendenti romani? In generale hanno ruoli di supporto
ad assessori e governatori per la partecipazione alle Conferenze
Stato-Regioni, Unificata e dei Presidenti, notificano gli atti a Corte
Costituzionale, Consiglio di Stato e Tar del Lazio, tengono i rapporti
con i ministeri, organizzano iniziative di promozione turistica. Solo
che non ci sono regole. Così, a giustificare l’esercito partenopeo c’è
la suddivisione del lavoro in quattro comparti: il Sistema delle
Conferenze conta sei persone, tante quante ne schiera il Piemonte per
tutti i servizi; altre sette stanno ai Rapporti con le amministrazioni
centrali e al Coordinamento interregionale infrastrutture e mobilità di
cui la Regione è capofila; e poi ci sono quattro addetti al
«Monitoraggio dei lavori parlamentari». In sostanza seguono l’iter
delle leggi che riguardano la Campania, e vai a sapere che ci stanno a
fare allora deputati, senatori e l’esercito dei loro collaboratori.
Liberi tutti anche sulle spese. Spiega con candore il veneto Paolo
Bellieni che «noi siamo fra le direzioni più economiche d’Italia: fra
spese di rappresentanza e funzionamento della sede, stipendi esclusi,
spendiamo al massimo 100mila euro l’anno». Peccato che la Lombardia ne
spenda 30mila così come la Liguria, e la Calabria 35mila. Fa caso a sé
il Piemonte. La giunta di Mercedes Bresso mette a disposizione un fondo
spese di 7.500 euro, ma tende a far pagare ad altri, consorzi o
imprese, eventuali iniziative «extra». Il portafogli si apre solo per
gli eventi di promozione turistica e culturale. Nel 2008 ne sono stati
organizzati due per un totale di 60mila, quest’anno se ne prevedono
altri per 25-30mila euro. A Torino, se mai, nel mirino dell’opposizione
di centrodestra c’è la sede: nel 2006 infatti la Bresso decise di
lasciare quella in cui l’allora giunta Ghigo pagava 70mila euro l’anno
per affittare quella attuale di piazza Castello, che solo il primo anno
ne costò 300mila.

Il "tesoro" degli Agnelli nel mirino del Fisco: "Nascosto un miliardo"

di Redazione



Roma - L’Agenzia delle Entrate indaga sull’eredità degli Agnelli. Potrebbero esserci capitali per oltre un miliardo all’estero mai dichiarati al fisco. La notizia, diffusa dal Tg5, è confermata dai vertici dell’amministrazione fiscale: l’indagine dell’Agenzia sul "tesoro" degli Agnelli "è stata aperta in seguito alle notizie diffuse dagli stessi eredi sulla esistenza di beni all’estero". 

Avviati i controlli sul tesoro degli Agnelli "Le diatribe sull’eredità sono note da mesi, sono su tutti i giornali e l’Agenzia, sulla notizia di possibili beni all’estero non dichiarati al fisco, come fa sempre ha anche in questo caso aperto l’indagine", ha spiegato il direttore Attilio Befera. I controlli sono stati avviati in concomitanza con l’approvazione del decreto anti-crisi, a fine giugno, che contiene una stretta sui beni detenuti illegalmente nei paradisi fiscali. L’Ufficio accertamento dell’Agenzia ha archiviato meticolosamente, si apprende da ambienti della stessa amministrazione, giorno per giorno le notizie sulla diatriba diffuse dagli stessi eredi, in particolare dalla figlia dell’avvocato, Margherita. 

I tempi dell'indagine Quanto ai tempi dell’indagine fiscale, Befera non si pronuncia: "La stiamo seguendo, al momento non c’è nulla di nuovo, non ho nulla da commentare", si limita a rispondere. Tecnici dell’amministrazione fanno notare che qualora venisse accertata l’evasione, gli eredi Agnelli non potrebbero usufruire dello scudo, la norma che concede una sanatoria per chi rimpatria i capitali detenuti all’estero illegalmente, perchè esiste un procedimento in corso. 

Secondo il Tg5 si tratterebbe di capitali detenuti per lo più in Svizzera e la cifra potrebbe collocarsi tra 1 e 2 miliardi di euro. Margherita ha sempre puntato il dito contro i gestori del patrimonio. Chiede l’esatto rendiconto dell’asse ereditario e, secondo quanto riferito sempre questa sera dal Tg5, ha citato in giudizio la madre: "Non volevo citare lei, sono stata costretta. Superato il lutto - sarebbero sempre parole della figlia dell’avvocato riferite nel Tg di Clemente Mimun - per aver perso mio padre ora devo affrontare il dolore di aver perso mia madre".