lunedì 10 agosto 2009

Il Sole continua a dormire C'è da preoccuparsi?

PIERO BIANUCCI



Mentre voi tranquillamente vi abbronzate sulle spiagge, la superficie del Sole rimane ostinatamente priva di macchie e di ogni attività significativa. E’ stato così anche nell’ultima settimana. Si è vista solo qualche modestissima protuberanza e qualche piccola turbolenza nella cromosfera. La foto qui accanto, trasmessa il 7 agosto dalla navicella europea “Soho”, è eloquente.

Questa situazione dura ormai da due anni, tanto da incominciare a suscitare interrogativi scientifici e un filo di inquietudine. Il numero di agosto di “Sky & Telescope”, la rivista di astronomia più diffusa nel mondo, ha dedicato la copertina a questo insolito comportamento della nostra stella. Il titolo semina il dubbio: “Che cosa non funziona nel nostro Sole?”

L’attività del Sole, scoperta da Galileo poco meno di 400 anni fa, si manifesta con macchie più o meno estese sulla sua superficie (fotosfera), con protuberanze, cioè enormi zampilli di idrogeno che si innalzano sopra la fotosfera, e lancio nello spazio di particelle atomiche che viaggiano come minuscoli proiettili alla velocità di varie centinaia di chilometri al secondo. L’intensità di questi fenomeni segue un ciclo di circa undici anni.

Tre anni fa, quando, nel 2006, il ciclo delle macchie solari (il ventitreesimo da quando gli astronomi lo studiano) toccò il minimo, la Nasa e la National Oceanic and Atmospheric Administration riunirono gli scienziati del settore e chiesero loro di fare una previsione sul prossimo ciclo. Vennero fuori dozzine di scenari diversi ma in sostanza gli scienziati, pur concordando nel prevedere la ripresa dell’attività nell’aprile 2007, si divisero in due gruppi: quelli che annunciavano un forte picco di tempeste solari nel 2012 e quelli che pensavano a un picco moderato, sotto la media e un po’ tardivo, intorno al 2013.

I fatti hanno smentito entrambi i partiti. Il minimo di attività solare si è prolungato fino a tutta l’estate 2009 e i segni di ripresa sono molto timidi e contraddittori. Bisogna risalire al 1913 per trovare un periodo così povero di macchie solari, con un Sole completamente “pulito” per 311 giorni su 365. Nel 2008 il Sole si è mostrato privo di macchie per 266 giorni e nel 2009, da gennaio al 20 maggio, 115 giorni sono stati totalmente senza segni di attività. Un minimo solare ha in media 485 giorni senza macchie, questa volta siamo già oltre i 650.

Ora gli astrofisici solari stanno aggiustando il tiro e per quello che sarà il ventiquattresimo ciclo dell’attività solare studiato scientificamente prevedono un modesto picco di attività tra il 2013 e il 2014.

A scoprire la periodicità delle macchie solari fu l’astronomo dilettante Heinrich Schwabe, di professione farmacista, vissuto nella prima metà dell’Ottocento. Schwabe incominciò a registrare ogni giorno le macchie solari nel 1823, notò un loro aumento nel periodo 1827-1830, un calo nel 1833 e poi un altro picco nel 1837. A questo punto, previde il nuovo massimo solare verso il 1848, e in effetti fu così. Schwabe aveva scoperto che le macchie hanno una periodicità di circa 11,1 anni. In realtà va detto che il ciclo vero è di 22 anni, periodo che corrisponde a una inversione della polarità del campo magnetico delle macchie.

Non bisogna pensare, però, che il Sole sia preciso come un orologio. Galileo scoprì le macchie solari nel 1610 e fu fortunato. Se avesse osservato il Sole quarant’anni dopo non le avrebbe scoperte perché l’attività si ridusse quasi a zero dal 1645 al 1715. Questo lungo periodo di bonaccia è chiamato “minimo di Maunder” dal nome dell’astronomo americano Edward W. Maunder (1851-1928) che attirò l’attenzione su questo fenomeno, ma prima di lui lo aveva già notato Gustav Spoerer.

La cosa interessante è che al “minimo di Maunder” corrisponde la “piccola era glaciale”, un raffreddamento del clima globale della Terra che va dalla fine del Seicento all’inizio dell’Ottocento. In quel tempo il Tamigi gelava ad ogni inverno, tanto che sulla sua superficie ghiacciata si svolgevano le “Fiere del gelo”. C’è chi ha messo questo raffreddamento del pianeta in rapporto con il minimo solare. La connessione non è certa ma non può essere esclusa.

Il futuro si annuncia interessante: vedremo se per caso siamo di fronte all’inizio di un nuovo “minimo di Maunder” e se influirà sul clima, attualmente in fase di riscaldamento per l’effetto serra causato dall’uomo. Chissà che una temporanea attenuazione dell’attività solare non venga a darci una mano mentre si litiga su quali provvedimenti prendere per combattere il riscaldamento globale.

Telefonia, linee erotiche e cartomanti: cade il blocco dei 144 a tariffe stellari

Fonte : Il Messaggero



Il Consiglio di Stato boccia il filtro preventivo. Agcom e operatori al lavoro per riproporlo a settembre
 

ROMA (10 agosto) – Cartomanti, linee erotiche, e tutti i fornitori via telefono di servizi a pagamento, hanno vinto il terzo round della battaglia legale contro il blocco delle chiamate ai numeri a sovrapprezzo disposto dall'Autorità Tlc. Che non si arrende e già prepara le contromosse.

Bocciato dal Consiglio di Stato,
è caduto il filtro preventivo delle chiamate per accedere a servizi a pagamento forniti da società diverse dall'operatore telefonico: un blocco generalizzato che l'Authority ritiene necessario per proteggere i consumatori da costi imprevisti e bollette astronomiche a sorpresa. Tanto da essere intervenuta già tre volte, poi fermata dai ricorsi delle società che forniscono i servizi. L'ultima sentenza è stata depositata lo scorso 31 luglio: in appello, il Consiglio di Stato ha riconosciuto la competenza in materia dell'Autorità per le Comunicazioni, che era stata negata in primo grado dal Tar, ma contesta il fatto che la misura era stata adottata senza allargare la necessaria consultazione con le parti interessate anche «ai centri servizi e a tutti i soggetti imprenditoriali coinvolti» dal provvedimento.

Convocata una riunione con operatori telefonici e associazioni consumatori. L'Authority si è messa subito al lavoro per rimediare: a quanto si apprende, operatori telefonici e associazioni dei consumatori sono stati convocati il 6 agosto e gli è stata informalmente prospettata l'intenzione di avviare al più presto, con la prima riunione dopo l'estate (probabilmente il 14 settembre), l'iter per varare un nuovo provvedimento. Telecom Italia, Vodafone, Wind e Bt (gli operatori che hanno partecipato alla riunione) sono d'accordo e hanno garantito il loro sostegno. Come le associazioni dei consumatori, che da tempo denunciano rischi legati a questo tipo di servizi.

Quattro mesi per disattivare blocco. Così, a settembre, l'Autorità delle Tlc tenterà per la quarta volta di disporre un filtro: punta a reintrodurre il blocco nel minor tempo possibile, svolgendo in 30 giorni la consultazione allargata che il Consiglio di Stato ritiene necessaria. Intanto ha chiesto agli operatori di applicare la sentenza, disattivando il blocco: servono quattro mesi, tempi tecnici.

Potrebbe tornare la stessa misura di tutela. Il nuovo provvedimento potrebbe così arrivare anche prima, riproponendo lo stesso tipo di misura. Una sorta di filtro preventivo per arginare il rischio di bollette astronomiche a sorpresa perchè gonfiate da servizi di cui gli utenti hanno usufruito senza avere una piena consapevolezza dei costi. Un blocco su tutte le linee, ma ovviamente disattivabile da chi vuole consapevolmente accedere a servizi a pagamento. 


C'è poi da limitare anche il rischio di vere e proprie truffe, come quella dei «dialers»: una sorta di virus informatico che da pc collegati al telefono accede a servizi tramite connessioni satellitari o all'estero all'insaputa dell'utente. Da qui il blocco dei prefissi per i servizi a sovrapprezzo (144, 166, 892, 899), ma anche di linee satellitari e internazionali a rischio. Un filtro che, per le segnalazioni di alcune associazioni di consumatori, potrebbe essere esteso anche al nuovo prefisso 895.

La Cassazione: minacciare di prendere a calci i giovani maleducati non è reato

Fonte : Il Messaggero


ROMA (10 agosto)

Minacciare di prendere a calci nel sedere dei ragazzi maleducati che sostano sulle scale e ostacolano il passaggio non costituisce reato di minaccia e ingiuria. Lo dice una sentenza della Cassazione che ha confermato l'assoluzione di Gavino S., 55 anni di Alghero, che al nipote Pietro S. di 15 anni e al gruppo di coetanei suoi amici, che occupavano le scale di accesso del condominio, aveva detto: «Se non ve andate via vi prendo tutti a calci in culo». Al nipote, inoltre, aveva anche detto: «Tu rientra in quel mondezzaio di casa tua, maleducato, figlio di bagassa».

Senza successo la mamma di Pietro ha fatto ricorso in Cassazione chiedendo la condanna dello zio del minore. Ma la corte ha condiviso l'assoluzione emessa dal tribunale di Sassari per la quale «le parole pronunciate non rivestivano carattere ingiurioso dato il gergo consueto tra le nuove generazioni». Quanto ai calci nel sedere, questa intimidazione è stata ritenuta «incapace di incutere un effettivo timore». 


Aggiunge, inoltre, la Cassazione che certamente le espressioni usate dal 55enne «contenevano un significato ostile espresso in termini indubbiamente volgari, ma non si deve trascurare l'ambiente giovanile a cui sono state furono rivolte, abituato ad un linguaggio vivace, oltre al rapporto di familiarità tra l'imputato e il giovane nipote».

Per quanto riguarda la minaccia di prendere tutti a calci nel sedere, i supremi giudici sottolineano che non costituisce reato dal momento che è stata «usata soltanto per censurare, sia pur rudemente, il comportamento» del gruppo di ragazzi maleducati che era sulle scale del condominio ostacolando il transito.


Cassazione, tasse anche sulle tangenti: Mario Chiesa paghi 215 milioni di lire

di Redazione



Roma - Le tasse devono essere pagate, anche sulle tangenti. Lo ha deciso la corte di Cassazione respingendo il ricorso di Mario Chiesa:  l’ex amministratore del Pio Albergo Trivulzio di Milano - il cui arresto nel febbraio ’92 ha dato inizio all’indagine Mani pulite - aveva contestato, infatti, il pagamento di 215 milioni di lire, cifra appartenente al tesoretto da 10,5 miliardi di lire per il quale la magistratura aveva disposto il sequestro dopo l’accertamento, da parte della guardia di finanza, della loro natura di provento illecito.

Il ricorso era stato accolto in primo grado In primo grado, la Commissione tributaria provinciale di Milano, nel 1997, aveva accolto il ricorso di Chiesa sostenendo la "non redditualità delle tangenti e la non tassabilità delle somme sequestrate". Successivamente, in appello, la Commissione tributaria regionale della Lombardia, nel 2000, aveva invece stabilito che anche per quei 215 milioni di lire sequestrati Chiesa doveva pagare le tasse. 

Senza successo Chiesa, che recentemente è finito nuovamente in guai giudiziari sempre per tangenti, ha protestato in Cassazione chiedendo l’annullamento della cartella esattoriale relativa alla somma sequestrata. I supremi giudici gli hanno risposto che è del tutto ininfluente la circostanza che le tangenti siano state sottoposte a sequestro in quanto "secondo il sistema dell’imposizione diretta, la perdita del reddito, verificatasi successivamente al periodo per il quale è stato fatto l’accertamento fiscale, non viene ad incidere sull’obbligazione tributaria ormai perfezionata". Chiesa è stato anche condannato a rifondere 3.700 euro all’Agenzia delle entrate per le spese del giudizio di Cassazione.


Strage di Bologna. Intervista a Valerio Fioravanti.

Fonte : ComeDonChisciotte

DI ANDREA COLOMBO
mirorenzaglia.org


«Nei campi di concentramento - suole ricordare la scrittrice ebrea Giacometta Limentani - sono morti anche tanti idioti». Le vittime sono sempre vittime, ma ciò non basta a renderli tutti geni, o santi. Lo stesso discorso vale per i parenti delle vittime. Meritano, tutti, vicinanza sincera e partecipazione al loro dolore. Ma non sono tutti uguali, il tremendo lutto subìto non ne fa di per sé delle autorità, neppure morali.

Il presidente dell’”Associazione dei parenti delle vittime della strage del 2 agosto 1980 a Bologna”, Paolo Bolognesi, è da anni impegnato in una violentissima crociata contro chiunque osi mettere in dubbio la colpevolezza dei tre ex militanti dei Nar condannati per la strage, Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini. Con la sua dogmatica virulenza, Bolognesi rende un pessimo servizio all’associazione che presiede e al Paese tutto, perché allontana, invece di avvicinarla, la possibilità di raggiungere quella verità che egli stesso continuamente invoca.

La sentenza che condanna i Nar è effettivamente dubbia e discutibile, tanto che moltissimi magistrati e giornalisti non certo sospetti di tenerezza verso l’estrema destra di ieri o di oggi, sono scettici sulla effettiva colpevolezza dei condannati, quando non apertamente innocentisti.

Di fronte a un quadro indiziario che, sentenza o non sentenza, resta comunque assai fragile dovrebbe essere interesse di tutti, e di Bolognesi ancor più di altri, scandagliare quelle acque torbide e melmose.

Ci sono infatti almeno due assiomi, dati troppo spesso per certi, che converrebbe quanto meno revocare in dubbio per cercare una verità storica che a tutt’oggi sfugge, tanto che lo stesso movente che avrebbe indotto i condannati a perpetrare l’efferata mattanza risulta ancora ignoto. Il primo è la sostanziale univocità delle stragi, e tutte, da piazza Fontana a Bologna passando per Reggio Calabria, Brescia e l’Italicus, andrebbero inquadrate in un unico disegno, ordito dagli stessi registi. Forse è vero, ma forse invece no, e in questo caso l’assioma finirebbe per costituire uno dei più insormontabili ostacoli sulla strada della verità.

In secondo luogo, insistere nel negare anche solo la possibilità che dietro i depistaggi, se non dietro la strage, ci fosse l’esigenza di nascondere accordi inconfessabili e attività diplomatiche sotterranee nello scacchiere mediorientale significa rendersi complici di chi quella diplomazia voleva che restasse segretissima allora e tutt’ora lo vuole. Significa dunque trasformarsi nella più valida difesa di quei “segreti di Stato” di cui, certamente in buona fede, si chiede il disvelamento.

Su queste materie oscurissime non saranno nuovi processi a fare luce, e meno che mai una politica abituata a usare il passato solo in funzione dei più miopi interessi a breve. Potrebbe essere, forse, una vera commissione di inchiesta, non parlamentare, non ridotta all’eterno e misero ring per i due soliti schieramenti, ma costituita da storici, studiosi e magistrati. Pensata non per punire vicende ormai lontanissime ma per sapere e capire. Sarebbe utile per tutti. Anche per Paolo Bolognesi.

Anche se la notizia è nota solo da ieri, Valerio Fioravanti è già da alcune settimane un uomo libero. Non ha più un orario di ritorno obbligatorio la sera, può chiedere il passaporto e andare dove vuole. Per l’Associazione “due agosto 1980″, che riunisce i familiari delle vittime della strage per cui Fioravanti è stato condannato in via definitiva (ma con una sentenza che non cessa di sollevare diffuse perplessità) è la prova che «la certezza della pena in questo paese è riservata alle vittime e ai loro familiari».

Non che Fioravanti, arrestato all’inizio del 1981, di galera, nel senso di carcerazione piena e a tutti gli effetti, ne abbia fatta poca. Vent’anni, almeno metà dei quali passati in isolamento. «Quando protestavo - ricorda oggi - e ripetevo che periodi di isolamento così lunghi erano illegali, mi rispondevano: “Ma Fioravanti, lei non è in isolamento. È solo detenuto in un braccio in cui non si trovano altri carcerati”».

Valerio Fioravanti era in libertà condizionale dal 2004, l’estinzione della pena non è un regalo né il frutto di un trattamento di favore ma una conseguenza dell’applicazione della legge. Ciò non toglie che il presidente dell’Associazione dei parenti delle vittime, Paolo Bolognesi, abbia lanciato altissime urla avanzando anche l’ipotesi che l’ex fondatore dei Nar possa candidarsi alle prossime elezioni.

Allora, Valerio, ha ragione Bolognesi? Pensi davvero a candidarti alle prossime elezioni?

Con questa boutade Bolognesi dimostra ancora una volta, e certo non si tratta della prima, la sua non conoscenza delle leggi di questo paese. Se anche volessi candidarmi, sarebbe prima necessaria tutta una serie di passaggi. Ma non è mia intenzione. In realtà, credo che sia il desiderio segreto di Bolognesi, non il mio.

L’anniversario della strage è stato quest’anno occasione di una ripresa in grande stile del tema del “doppio Stato”. De Magistris afferma che la P2 non si è mai sciolta… A proposito, tu, Licio Gelli, lo ha mai visto e conosciuto?

Mai.

E qualche altro esponente della Loggia?

Neppure.

E Francesco Pazienza ?

Lui effettivamente l’ho visto. Ma era dall’altra parte dell’aula in una gabbia diversa dalla mia.

In carcere avevi cercato di avviare un lavoro tra i detenuti di estrema destra per raggiungere la verità sulle stragi. Che idea ti sei fatto di quelle tragedie? Pensi che ci fosse una regia comune?

Credo che siano vicende distinte e diverse ma con alcuni elementi in comune nella gestione.

Ti convince l’idea delle “stragi di Stato”?

No, se si intende che qualche appuntato dei carabinieri ha messo o fatto mettere le bombe. In compenso i nostri politici di allora sono stati così scaltri da far sì che, manovrando i processi e soprattutto l’opinione pubblica, entrambi i terrorismi, sia quello di destra che quello di sinistra, contribuissero a consolidare il potere democristiano. La strategia della tensione non è stata decisa e organizzata a tavolino. Però è stata gestita a tavolino. Poi, nel ‘77 e ‘78, soprattutto con il sequestro Moro, la stessa Dc si è spaventata e allora è iniziata una vera attività di repressione. Insomma, credo che lo Stato abbia sfruttato a proprio vantaggio quello che decine di gruppi diversi facevano in piena autonomia, ma non che abbia fatto quelle cose in prima persona. Ma il mio è solo un parere.

Anche in questa versione sembra esserci comunque una regia univoca, dedita a strumentalizzare anche se non a organizzare le stragi. È così?

Chissà? Io tendo a pensare che in quegli anni succedesse quello che succede ancor oggi, e cioè che il potere non fosse monolitico, ma costituito da correnti e cordate in lotta tra loro. Le pagine più esilaranti del libro di Pazienza sono proprio quelle in cui descrive il “Cencelli”, in base al quale venivano distribuite le cariche ai vertici dei Servizi segreti: ogni settore appaltato a un generale indicato dai partiti o dalle correnti dei partiti. Direi quindi che non c’è stata una gestione unica e concordata della strumentalizzazione, ma diverse gestioni spesso in competizione tra loro, però tutte hanno manovrato i media e, attraverso i media, l’opinione pubblica.

E per quanto riguarda gli esecutori?

C’è una teoria che fa risalire tutto alle cellule di Ordine nuovo del Veneto. Ma in realtà ci sono diverse scuole di pensiero… Dagli scenari che sono stati lasciati trapelare, direi che l’elemento principale è che la politica italiana ha sempre fatto in modo che non si sapesse nulla degli accordi con le varie potenze, sia amiche che nemiche. Si sa degli accordi con la Magliana o con la ‘Ndrangheta, ma è stato protetto il lavoro enorme che i Servizi segreti facevano con le potenze estere. Così la storia italiana di quegli anni viene ridotta a un intreccio tra Servizi, Magliana, Mafia e Camorra, il che è un bel po’ riduttivo. Manca tutta una parte fondamentale di cui non sappiamo niente: come l’Italia ha gestito il suo collocamento al centro del Mediterraneo in quegli anni.


Tra le polemiche sollevate da Bolognesi campeggia quella relativa al segreto di Stato…

In Italia c’è un solo segreto di Stato, che rimbalza da un processo all’altro e riguarda il ruolo del colonnello Giovannone, l’uomo che ha gestito per intero la politica dei servizi in Medioriente per 15 anni. L’elemento chiave è il traffico d’armi, peraltro molto limitato, tra i palestinesi e le Br. Un paio di casse di mitragliatrici, sulla cui consegna probabilmente i Servizi italiani chiusero un occhio per mantenere buoni rapporti con i palestinesi. Un traffico minore, ma che se fosse stato noto, all’epoca, avrebbe fatto grandissimo scandalo.

E la strage di Bologna che c’entra?

Nella stessa estate dell’80 si susseguono tre episodi tragici che rimandano al quadro mediorientale: Ustica, Bologna e la scomparsa dei giornalisti Toni e Di Palo in Libano. Mi pare evidente che i Servizi intendessero a tutti i costi evitare che si puntasse lo sguardo da quella parte, e questo proprio per coprire gli accordi stipulati da Giovannone. In fondo, se del patto segreto tra i Servizi italiani e i palestinesi sappiamo qualcosa è solo perché ce lo hanno raccontato Carlos prima e il palestinese Abu Saleh poi. Questo, sia chiaro, non dice nulla sulla genesi della strage, di cui ancora non si sa niente. Però dice tutto sulla genesi del depistaggio, sul perché era tanto importante indicare da subito la pista fascista.


Andrea Colombo
Fonte: www.mirorenzaglia.org
Link: http://www.mirorenzaglia.org/?p=8664
5.08.2009


Andrea Colombo, ex militante di “Autonomia Operaia”, scrittore, già giornalista del Manifesto è, attualmente, redattore del quotidiano L’Altro. Tra i suoi libri, Le due crociate del Cavaliere. Il filo nero della Seconda Repubblica (Manifestolibri, 2005), Un affare di Stato. Il delitto Moro e la fine della Prima Repubblica (Cairo Publishing, 2008) e Storia nera. Bologna, la verità di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti (Cairo Publishing, 2007). L’intervista che segue è pubblicata su Il Fondo per sua gentile disponibilità.

Non è un film

Livio Virzì



Paziente affetto da rara patologia neuro-degenerativa, privato a lungo di interi cicli di terapia a base di immunoglobuline (IGEV) in D.H., finisce al Pronto Soccorso ma per il ricovero non ci sono posti. Tuttavia Livio Virzì non si ferma e presenta tre esposti in Procura e reclamo all’Azienda Ospedaliera: si vede così interrotte arbitrariamente le cure da parte dell’Ospedale Villa Sofia-C.T.O. di Palermo. Presenta allora ricorso d’urgenza in Tribunale, ma la Giustizia “rimanda” il caso a settembre e l’Assessore Regionale alla Sanità, Dott. Russo, ancora tace, anche dopo l’articolo di stampa del 13 maggio 2009 su “la Repubblica”. Nel frattempo nell’indifferenza generale il quadro clinico si aggrava giorno dopo giorno.


Er Patata", raptus alla sagra: la pizza non arriva, manda in ospedale 3 persone

di Corso Viola



ROMA (9 agosto) - Più che ridere "Er Patata" questa volta ha fatto piangere chi ha avuto la sfortuna di finire tra le sue mani, mentre era in preda ad un raptus. Tanto violento da rendere necessario l'intervento di due pattuglie dei carabinieri per farlo tornare alla ragione, dopo che aveva però mandato all’ospedale tre persone che danno il loro apporto alla sagra: un cuoco-volontario di 53 anni che ha avuto la frattura del setto nasale, un ragazzo di 17 anni con un trauma cranico, e una donna di 40 anni che ha riportato lo slogamento di un polso. Tutto è accaduto l’altra sera mentre c’era il pienone alla Taverna di Avigliano Umbro che era al completo con un centinaio di clienti ai tavoli.

Tra questi anche Roberto Brunetti, 43 annni, nome d’arte "Er Patata", insieme alla fidanzata di sempre, l’attrice Monica Scattini e un’amica di questa. Sono stati minuti di grande tensione e spavento per le famiglie che gremivano la taverna, fino all'arrivo provvidenziale dei carabinieri che hanno trovato l’attore che brandiva con una mano una grossa panca e con l’altra una cinta, che si era sfilato dai pantaloni. Sono arrivate anche tre ambulanze per medicare feriti e contusi. Il più grave il cuoco, che ha riportato una ferita al setto nasale e che è tutt’ora ricoverato all’ospedale Santa Maria, dove lunedì verrà operato. L’attore è stato trattenuto a lungo dai carabinieri che lo hanno poi portato in caserma.

C’è un testimone diretto che stava vicino al tavolo dell’attore e che ci ha raccontato la sua versione: «Stava a cena tranquillamente - dice l’uomo che vuole rimanere anonimo - insieme alla moglie e all’amica. Poi l’attesa per una pizza; senza motivo ha preso di petto un ragazzo della Pro Loco, un giovane volontario, l’ha offeso scherzando e gridando "sei un grandissimo frocione". 


Qualche scambio di battute poi il cameriere è tornato in cucina. L’attore lo ha seguito e lo ha preso per il collo. Un cuoco, Gerardo Fagioli, 62 anni, ha preso le difese del ragazzo ma ha ricevuto un cazzotto in faccia, così un ragazzino di 17 anni che ha ricevuto una manata in testa, e una donna, un’infermiera anche lei volontaria alla sagra, che è caduta a terra. Alla fine lo hanno provato calmare, ma lui ha preso una panca, sembrava indemoniato, tanta gente è andata via. Fino a quando non sono arrivati i carabinieri, mentre la gente lo stava insultando».

Per l’attore irascibile ora arriverà una serie di denunce. La prima da parte della Pro Loco: «Non ci ha pagato neanche il conto, ma sono incalcolabili i danni che ci ha provocato».





Sei negra? Allora non ti pago» Schiaffi e calci alla colf dominicana


NAPOLI (10 agosto) 


Morsi, schiaffi, calci. E l’insulto razzista: «Sei una negra, accontentati di questo danaro, altrimenti ti facciamo cacciare via dall’Italia».




Evelyn, diciannove anni, nativa di Santo Domingo ma con cittadinanza italiana, racconta di essere stata aggredita dai suoi datori di lavoro che le volevano dare la metà della cifra pattuita. Dice di essere stata picchiata con ferocia, offesa e oltraggiata per il colore della sua pelle. La vicenda forma ora oggetto di una dettagliata denuncia che la giovane domestica ha presentato in questura. Un esposto supportato da un referto ospedaliero che parla di contusioni multiple per il corpo guaribili in quattro giorni, salvo complicazioni.


È accaduto in un appartamento di via Carlo De Marco dove la ragazza originaria di Santo Domingo (è madre di una bimba di sette mesi e vive con i genitori nella periferia occidentale) ha prestato servizio dal 22 giugno scorso. Evelyn si era presentata, l’altro pomeriggio, per ritirare la somma pattuita, ovvero cinquecento euro. Ma la signora presso cui prestava servizio, le avrebbe offerto la metà. Alle rimostranze della domestica però la donna le si sarebbe scagliata contro, supportata da alcune parenti. Morsi, calci, schiaffi. Evelyn, ragazza esile, avrebbe soltanto tentato di parare le percosse.


Nel corso della violenta aggressione alcuni vicini che hanno sentito le urla e gli insulti, hanno avvisato il 113. È arrivata una volante dall’Ufficio prevenzione generale della questura. Alla vista dei poliziotti la padrona di casa avrebbe riferito che quella ragazza andava arrestata perché clandestina. Invece Evelyn ha potuto provare, carta di identità alla mano, di avere la cittadinanza italiana. Sono stati gli stessi agenti, poi, ad accompagnarla al pronto soccorso dell’ospedale più vicino per farle medicare le ferite riportate nell’aggressione.


Evelyn mostra infatti i segni dei morsi. E dice, in un italiano senza inflessioni: «Non so proprio perché sono stati così cattivi con me. Avevo solo protestato, ma senza alzare i toni della voce. Invece quelle donne mi hanno picchiata con ferocia. E poi mi hanno detto che sono una negra e che mi dovevo accontentare. Altrimenti mi avrebbero fatta espellere dal Paese».


La denuncia è stata fatta dalla ragazza dapprima ai poliziotti della volante e poi all’agente del drappello ospedaliero del nosocomio di via Doganella. Quindi all’ufficio denunce della questura. Ora sarà il commissariato San Carlo all’Arena, competente territorialmente, a stabilire le responsabilità dell’accaduto e, eventualmente, a procedere per il reato di lesioni e minacce nei confronti dei datori di lavoro di Evelyn.


Bossi a testa bassa contro Roma "Ha bisogno di schiavi, non di cittadini"

Il ministro per le Riforme interviene alla Festa della Lega Nord a Borgo San Giacomo (Brescia). "Bisogna reagire contro la canaglia che ci ha portato via i dialetti, per portarci via l’identità. Basta anche spendere soldi per celebrare l'unità d'Italia", dice


Borgo San Giacomo (Brescia), 10 agosto 2009 - Umberto Bossi interviene alla Festa della Lega Nord a Borgo San Giacomo (Brescia) e rilancia lo slogan di 'Roma ladrona'. "Roma ha bisogno di buoni schiavi, non di cittadini - dice il ministro per le Riforme -. Noi le interessiamo per i soldi, non per altro".

Dichiarazioni destinate a infuocare lo scontro politico e a scatenare polemiche. "Bisogna reagire, reagire contro la canaglia che ci ha portato via i dialetti, per portarci via l’identità, per farci diventare degli schiavi", ha detto ancora il leader del Carroccio.

"Quanti soldi bisogna spendere per le celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia? Io credo zero - ha aggiunto ancora Bossi - . Ho detto al Consiglio dei ministri: dateli alla gente i soldi, non per ricordare una cosa che poi è andata in senso opposto. Sui campi di battaglia è stata cancellata un intera generazione di giovani".


Uccise mia figlia, libero dopo 2 anni"

Il Guardasigilli manda gli ispettori

 

Nel 2007 il giovane è stato condannato a 30 anni per l'omicidio della fidanzata Barbara Bellorofonte, ma è già fuori dal carcere. L'anno dopo l'uccisione era stato coinvolto in un'indagine per spaccio


Roma, 10 agosto 2009

Saranno gli ispettori inviati dal ministro della Giustizia a indagare sui motivi che hanno portato alla scarcerazione dell’assassino di Barbara Bellorofonte, la giovane assassinata brutalmente dal suo 'ragazzo' nel 2007 a Montepaone (Catanzaro). Una circostanza denunciata dal padre della ragazza uccisa, Giuseppe, in una lettera al Corriere della Sera.

"Ignoro - aggiunge Giuseppe Bellorofonte nella lettera al quotidiano di via Solferino - i motivi che hanno indotto la giustizia italiana a liberare l’omicida, ma quello che mi chiedo da padre, da cittadino, da uomo è se è giusto tutto questo! Se è giusto additare ai nostri giovani questo esempio di comportamento e far capire che in Italia tutto è permesso, tutto è possibile, compreso un omicidio, tanto poi si riesce sempre a trovare il modo di essere liberati. Mi resta solo l’amarezza di sapere che l’assassino di mia figlia è libero".

È stato lo stesso ministro Angiolino Alfano, in una intervista al Tg5 delle 13, ad annunciare l’invio d’urgenza dei suoi 007 affinchè vengano acquisite ‘in tempi rapidissimi tutte le informazioni del caso'.

Alfano ha detto anche di esprimere "un senso di forte vicinanza ai famigliari della ragazza uccisa, al papà che ha scritto questa mattina al Corriere della Sera". Ma per Alfano la riflessione da fare è questa: "A volte l’ossequio formale della legge contrasta fortemente con il senso profondo di giustizia di ciascuno di noi. Quando ciò accade, evidentemente qualcosa non va. Verificherò con gli ispettori - ha ribadito il ministro - se la legge è stata rispettata. Se l’ossequio formale alla legge vi è stato probabilmente occorrerà fare una valutazione pprofondita sulla correttezza della legge".

Luigi Campise, questo il nome del fidanzato omicida, è stato condannato in primo grado a 30 anni per l’omicidio di Barbara. Dopo un anno di detenzione, nell’aprile del 2008 è stato scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Nel maggio del 2008 è stato nuovamente arrestato perché coinvolto in un’indagine dei carabinieri su spaccio di droga ed estorsioni.

Nei giorni scorsi Campise, già condannato ma in libertà per l’omicidio dopo l’accoglimento da parte del Tribunale della libertà del ricorso del difensore contro la proroga delle indagini preliminari. Il giovane è stato successivamente scarcerato dopo la condanna a quattro anni per i reati legati al secondo arresto.

"La scarcerazione del mio assistito è conseguenziale alla scadenza dei termini di custodia cautelare e quindi, pur comprendendo le doglianze della parte offesa, va osservato che quel che è accaduto è tecnicamente ineccepibile", ha detto l’avvocato Salvatore Staiano, difensore di Campise.


Ciudad Juarez, la città che uccide solo le donne

di Massimo M. Veronese


Hester era olandese, aveva 18 anni e un faccino da bambina. L'hanno ritrovata dodici ore dopo la sua sparizione sul letto di una camera dell'hotel Plaza. Torturata e fatta a pezzi. Violeta invece era in fondo a una scarpata, abbracciata al corpo di due amiche di 16 e 17 anni, per due settimane è stata il giocattolo di una banda di psicopatici. Lilia a 17 anni era già mamma.

Era appena uscita dalla fabbrica, l'hanno rivista avvolta in una coperta, sette giorni dopo, mutilata e strangolata. Non c'è via sicura per le donne a Ciudad Juárez, stato di Chihuahua, frontiera nord del Messico, che da più di dieci anni uccide due ragazze al mese, le rapisce, le tortura, le cancella nei modi più disumani, non importa se donne, ragazzine o bambine. Nessun colpevole certo, se non tutti.

Alle Nazioni Unite dicono che il tasso di impunità in Messico sfiora il cento per cento dei casi. Inutili farsi illusioni. Città maledetta abitata da un milione e mezzo di strani tipi, quasi 5000 donne ammazzate dal 1993 a oggi e radunate nel cimitero della città con le croci rosa, altrettante sparite e mai ritrovate. Erano quasi sempre umili, quasi tutte piccoline, more, coi capelli lunghi.

Non c'è posto sicuro a Ciudad Juarez se non per morire, nei quartieri del centro cittadino, o nelle zone abbandonate della periferia, qualcuna è stata trovata vicino ai ranch di proprietà di alcuni trafficanti di droga del posto, altre non lontano dalle ville di gente insospettabile. Hanno sospettato di tutti, di bande di giovani delinquenti, specialmente quelli del Los Rebeldes, i peggiori, hanno pensato a serial killer, a trafficanti di organi, a psicopatici e basta.

Ma non si è salvata nessuna lo stesso. A Ciudad Juarez la vita vale poco e bisogna sudarsela per poterla vivere almeno un po'. L'unica via per fuggire dalla povertà è quella che porta nelle fabbriche, dove comanda la manodopera a basso costo e dove le donne che costano meno sono le più ricercate. E tutte operaie o quasi erano anche molte delle vittime, aggredite a tradimento, all'uscita dal lavoro o al rientro a casa.

Nessuna è mai tornata per raccontare cosa nasconde quel buco nero che inghiotte migliaia di ragazze. Anche perché a far sparire i corpi, quando serve e se la paga è buona, ci pensa la mafia del posto. Hanno un metodo infallibile, si chiama «lechada», un liquido corrosivo, miscuglio di calce viva e acidi, che divora rapidamente carne e ossa senza lasciare traccia. Di tante non resta niente, nemmeno un posto dove pregare.

Amnesty international non fa che mandare appelli al governo messicano, Jennifer Lopez si è improvvisata reporter in un film zBordertown» con Antonio Banderas sulla città assassina, persino gli Stati Uniti hanno spedito poliziotti specializzati, ma nulla ha impedito che nel 2008 Ciudad Juarez assassinasse altre settantacinque ragazze.

L'ex governatore dello stato di Chihuahua, braccio destro del presidente Vicente Fox, dice invece che la città è tranquilla, non il regno di bruti, pervertiti e psicopatici, che la polizia ha risolto due terzi dei casi e che, tanto per cambiare, la colpa delle violenze sarebbe da addebitare agli abiti troppo provocanti delle ragazze di Ciudad. Sarà che questa è la città dove è nato il Margarita. Ma tra i criminali da sospettare ci si potrebbe mettere pure lui.

Ciclista passa col rosso: via 6 punti dalla patente

di Redazione




Bergamo - Passa con il rosso in bici e gli tagliano 6 punti dalla patente, oltre ad affibbiargli una multa di 150 euro. È successo a Bergamo. Il ciclista è la prima vittima delle nuove norme introdotte dal decreto sicurezza, che ha inasprito le sanzioni anche per alcune infrazioni al Codice della strada. Il ciclista è passato con il rosso ad un incrocio ma si è imbattuto in una pattuglia della polizia stradale che ha applicato alla lettera le nuove norme. 

Un rosso pieno Centocinquanta euro di multa e sei punti in meno sulla patente, per un’infrazione commessa in bicicletta. Vittima delle nuove norme introdotte dal decreto sicurezza, che ha inasprito le sanzioni anche per alcune infrazioni al Codice della strada, è stato ieri pomeriggio a Bergamo un imprenditore di 43 anni, che ha attraversato un incrocio passando con il rosso. 

È successo intorno alle 17 in via Baioni. Il ciclista ha svoltato a destra in una strada a fondo chiuso, ma si è imbattuto in una pattuglia della polizia stradale che, applicando alla lettera le nuove norme entrate in vigore meno di 48 ore prima, ha inflitto 150 euro di multa al malcapitato, decurtandogli sei punti dalla patente. All’imprenditore, che al momento si è rifiutato di firmare il verbale, non è rimasto altro da fare che prendere atto della nuova legge e pagare la sanzione.  


Ora Teheran ammette: "Torturiamo i dissidenti"

di Marta Allevato


Teheran - Prima o poi sarebbe accaduto. Hanno iniziato con l’uccisione dei manifestanti anti-regime e l’arresto di cittadini stranieri accusati di spionaggio. Poi i processi farsa, lo show delle confessioni estorte e il giro di vite sui media ostili. L’epilogo più prevedibile della campagna di repressione messa in atto dai mullah iraniani non potrebbe essere altro che processare e condannare i «veri istigatori» delle rivolte di piazza post-elettorali: l’ex candidato riformista Mir Hossein Moussavi, il suo principale sponsor l’ex presidente Mohammad Khatami e l’altro sfidante di Ahmadinejad alle elezioni del 12 giugno, Mehdi Karroubi.

«Devono essere giudicati e puniti», chiedono a gran voce il famigerato corpo delle Guardie della rivoluzione (pasdaran) e i deputati conservatori. «Se Moussavi, Karroubi e Khatami sono i principali sospettati di aver ispirato la “rivoluzione di velluto” in Iran, e lo sono, ci aspettiamo che la giustizia li arresti, giudichi e punisca», ha detto Yadollah Javani, alto responsabile dei pasdaran. Secondo l’emittente iraniana Press Tv, che cita Mohammad Karami-Radm, della Commissione sicurezza, i membri del Majlis (Parlamento) consegneranno «la denuncia alla magistratura, così che possa essere avviato un procedimento giudiziario e i responsabili della rivolta portati di fronte alla giustizia».

Tutto come da copione. Già ai primi di luglio Massud Rajavi, leader del movimento della Resistenza iraniana, aveva avvertito che la Guida Suprema Alì Khamenei era intenzionato a far scattare una vera e propria campagna di diffamazione contro Moussavi con la possibilità di arrivare all'arresto e al processo per «tradimento» e «istigazione al disordine contro la Repubblica islamica». In un incontro del mese scorso con i responsabili della milizia di volontari basiji, il presidente Mahmoud Ahmadinejad aveva anticipato, riferendosi ai leader delle proteste: «Aspettiamo che passi il mio insediamento e poi attacchiamo le loro teste al soffitto».

«Quando un regime arriva al punto di minacciare in questo modo i suoi oppositori interni, che in passato erano anche i suoi pilastri - commenta l’analista politico Davood Karimi - vuol dire che ci si avvia verso uno scontro mortale». Ne è prova anche il fatto che lo stesso Moussavi - da sempre contrario a sovvertire lo status quo in Iran - ha iniziato a usare toni più duri. In un recente comunicato pubblicato sul suo sito ha addirittura usato un versetto del Corano per avvertire i vertici del potere: «Quando arriverà la loro fine nulla potrà mai intervenire per salvarli». 

E ieri sera Karroubi ha chiesto che si indaghi su presunti stupri contro manifestanti incarcerate.
Nulla è scontato in questo momento. Tutto può accadere. Forse è solo questione di tempo e anche Moussavi comparirà davanti ai giudici del tribunale della Rivoluzione. Lui, come i tre cittadini Usa nelle mani delle autorità iraniane. Ieri Teheran ha riconosciuto di aver preso in custodia i tre giovani, fermati una settimana fa: Shane Bauer, giornalista freelance del Minnesota, la sua fidanzata Sarah Shourd e Joshua Fattal della Pennsylvania. 

Per Washington sono escursionisti inavvertitamente entrati in Iran dall’Irak in una zona in cui il confine non è segnalato. Per gli iraniani si tratta di potenziali «spie». Il consigliere per la sicurezza nazionale Usa Jim Jones dice di aver inviato «messaggi forti» a Teheran per la liberazione dei tre. Come la Francia, che continua a fare pressing diplomatico per ottenere la scarcerazione immediata della ricercatrice 24enne Clotilde Reiss, da più di un mese detenuta nel carcere di Evin e «rea confessa» al maxi processo di Teheran.

E inaspettate ammissioni di colpa arrivano anche dal regime. Ieri è stato arrestato il responsabile della prigione di Kahrizak, chiusa il 28 luglio su ordine di Khamenei per «insufficiente rispetto dei diritti degli accusati». Il capo della polizia Ismail Ahmadi Moqadam ha ammesso che «molti reclusi sono stati torturati». Tra le vittime, anche Mohsen Ruholamini, figlio del principale consigliere di Mohsen Rezaie, ex leader dei pasdaran. Ma nessuna illusione: a Kahrizak gli emissari del regime sono già all’opera per cancellare ogni traccia. In vista di una possibile ispezione Onu. Come in passato, quando i delegati delle Nazioni Unite, dopo aver visitato la famigerata Evin, raccontavano: dappertutto c’è un forte odore di vernice fresca.



Sposi novelli sottoposti all'alcoltest proprio dopo il pranzo nuziale

Gli agenti della Stradale avevano allestito uno stand per la prevenzione degli incidenti e hanno invitato i due sposini a fare la prova dell'etilometro. E' andato tutto bene... altrimenti sarebbero stati riaccompagnati a casa

Reggio Emilia, 9 agosto 2009. Curioso fuori programma per una coppia di sposi a Castelnovo Monti, proprio nel corso della “notte rosa” che ha visto alcune migliaia di persone riversarsi sulle strade del capoluogo montano.

Due sposi di Busana, i loro testimoni e alcuni invitati, che avevano appena terminato il pranzo nuziale, sono passati davanti allo stand allestito dalla Polizia Stradale per informare sulla sicurezza stradale. Allo stand era anche possibile effettuare la prova dell'etilometro, e agli agenti hanno invitato anche i novelli sposi (Ivan Benassi, veterinario, e Daniela Bruzzone) a sottoporsi al test.

Immancabile un pizzico di imbarazzo per i novelli sposi quando sono stati chiamati a sottoporsi alla prova, che però hanno subito accettato con molta curiosità e simpatia. A 'esaminarli' è stato il comandante della polstrada castelnovese, l’ispettore superiore Roberto Rocchi, che ha avvisato la neocoppia che in caso di accertamento positivo sarebbero stati 'accompagnati' a casa da un pattuglia!

Il primo a sottoporsi alla prova (pare per maggiore coraggio) è stato lo sposo: l’etilometro ha segnato tasso zero, lo stesso valore registrato anche per la sposa Daniela Bruzzone. A quel punto è scaturito un applauso spontaneo da parte delle decine di persone presenti, mentre sulle risultanze dei testimoni e degli invitati il comandante Rocchi ha 'preferito' mantenere... il massimo riserbo!



In orario d'ufficio shopping e barbiere: indagati

di Redazione


Roma - Li hanno pedinati e fotografati dal barbiere, mentre compravano pesce al mercato, durante lo shopping in un negozio di calzature: il tutto in orario d'ufficio, grazie alla timbratura dei cartellini magnetici "cui provvedeva il complice che a turno veniva investito dell'incombenza". Protagonisti cinque dipendenti dell'Ufficio di rappresentanza a Roma della Regione Basilicata, nei cui confronti le indagini si sono concluse ed è ora imminente la richiesta di rinvio a giudizio per truffa e peculato. 

Secondo il sostituto procuratore della Repubblica di Potenza, Henry John Woodcock, quello messo a punto era un sistema truffaldino ben oliato e efficiente, un modo per procurarsi "un ingiusto profitto - si legge nell'avviso di conclusione delle indagini preliminari - rappresentato dal monte ore indebitamente retribuitogli dalla pubblica amministrazione, arrecando un corrispondente danno economico alla Regione Basilicata". Un "assenteismo sistematico", sostengono gli investigatori.

E alla truffa, sempre secondo l'accusa, si aggiunge il peculato, per l'uso indebito delle utenze telefoniche dell'ufficio di rappresentanza, che sarebbero state utilizzate "in modo assolutamente sistematico, ripetuto e continuativo, per chiamate personali e private pari ad oltre l'88% del complessivo ammontare delle bollette pagate dalla Regione Basilicata", che anche in questo caso è parte offesa. Insomma, scrivono gli investigatori, tutto "come in una sorta di phone center gratuito", aperto anche ad amici e parenti. 

E perfino all'addetto delle pulizie, la cui moglie avrebbe fatto "lunghe e costose" telefonate ai suoi in Sudamerica. In alcuni casi - secondo le indagini condotte dai carabinieri del Noe del colonnello Sergio De Caprio (il "capitano Ultimo" che arrestò Riina), dalla squadra mobile e dalla polizia municipale di Potenza - venivano fatte telefonate "mute" ai cellulari dei familiari, o al proprio, al solo scopo di ricaricare il credito telefonico.

Questa è una delle intercettazioni che lo proverebbe

A: C'avevi tutto occupato prima..
B: E sì, mi sono caricata una ventina di minuti.

Gli impiegati per i quali Woodcock si accinge a chiedere il rinvio a giudizio, per concorso in truffa e peculato, sono Pasqualina Gravela, Maddalena Ferraiuolo, Antonio Grassi, Nicola Mario Padula e Rosario Golia per concorso in truffa e per peculato. Avviso di conclusione indagini anche per Mario Araneo, un collaboratore esterno del presidente della Regione Basilicata Vito De Filippo, accusato di peculato sempre per l'uso indebito dei telefoni dell'uffici di rappresentanza romani.

Nel corso delle indagini i dipendenti della Regione sono stati pedinati e filmati, anche con una telecamera nascosta, mentre timbravano i cartellini degli altri e mentre lasciavano l'ufficio, per andare a sbarbarsi con l'auto di servizio, a fare compere o tornarsene a casa, anche ore prima rispetto al dovuto. Capita anche che qualcuno timbri la mattina per un collega, che però aveva deciso di restare a casa perché malato.

Questo il colloquio tra i due dipendenti, intercettato.

A: E però, mò, io che devo fare se ho timbrato? Timbro?
B: Ah! Hai già timbrato? 

A: Eh, sì! B: Ah! Va bé! Vengo: non ti preoccupare.
A: Eh no! Perché devi venire... Scusami tanto. Ritimbro!

Le intercettazioni, poi, avrebbero provato il carattere privato della maggior parte delle telefonate fatte dall'ufficio, come quelle al contadino che ha macellato il maiale ("mi fai cinque chili piccanti e cinque dolci..."). Nel caso di Araneo, poi, sono state anche documentate, scrivono gli investigatori, chiamate "col veggente di fiducia per esplorare il favore degli astri" o per partecipare alla trasmissione televisiva dei "pacchi".